Stefano Allievi
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Perché il tema delle migrazioni è così divisivo fra i credenti?

27/08/2021/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Religione / Religion Articles, Religione / Religion /da Augusta

Ho dedicato alle migrazioni oltre trent’anni di studi, ricerche, libri, insegnamento, attivismo politico e animazione sociale. Eppure non ho ancora una risposta alla domanda che mi è stata posta, e che trovate nel titolo. O ne ho molte, ma tutte parziali.

La prima è che non esiste più alcuna omogeneità di pensiero sociale, a maggior ragione politico, tra i cattolici. Inevitabile quindi, normale, e anzi benefico che ci siano posizioni diverse: non solo tra i credenti, del resto. In una società culturalmente plurale, secolarizzata e frammentata, le divisioni non separano più le identità, ma le attraversano.

Le migrazioni sono una questione di dibattito più calda di altre, fortemente mediatizzata e politicamente strumentalizzata, e quindi maggiormente divisiva. Per questo motivo cerco di non fare ricorso solo a valori, ideali, riferimenti scritturali o di magistero, per parlarne. Non perché non siano importanti: lo sono eccome. Ma perché, quando vengono proposti come tali nello spazio pubblico, convincono solo i già convinti. Non sarà un documento della Santa Sede, un’esortazione del papa, un’omelia domenicale sui princìpi, a convincere nessuno: quelle sono occasione preziosissime per ribadire e approfondire, per rassicurare e motivare più saldamente i già convinti e i già impegnati. Agli altri, anche dei nostri (supposto che l’espressione abbia un senso: le identità e le appartenenze sono anch’esse plurali, intermittenti, reversibili – nessuno è mai cattolico e basta), nelle parrocchie e nell’associazionismo, non bastano le parole d’ordine o le esortazioni (“Ama il prossimo tuo…”), dobbiamo spiegare cosa succede, ed è più complicato. O far leva sugli interessi, parola nobile ancorché svilita (deriva da inter-esse, “essere fra”: ciò che costituisce il legame sociale) – cosa che pochi sanno fare. O ancora, far sperimentare sentimenti, incarnando e incrociando esperienze vissute: il resto rischia di essere vuota e inefficace retorica.

Bisogna uscire dalla contrapposizione un po’ da tifo calcistico tra buonisti e cattivisti: entrambi presunti, dato che i primi non sono necessariamente buoni, e i secondi non così cattivi. E non è contrapponendo un omicidio perpetrato da o su un migrante, che si migliora il livello etico della società.

Penso che dobbiamo vivere e raccontare esperienze, e inanellare ragionamenti pacati, senza spirito giudicante. Anche perché di errori ne hanno fatti tutti, anche coloro che si autocollocano nel campo dei buoni (“chi è senza peccato…”). Da molti anni, per spiegarlo, equiparo l’immigrazione a un matrimonio: funziona solo se lo vogliono entrambi i contraenti. E da sempre penso che dovremmo spendere metà delle nostre risorse, tempo, denaro, intelligenza, ad aiutare gli immigrati a inserirsi, e l’altra metà a spiegare agli autoctoni cosa sta succedendo, perché e quali ne sono i vantaggi. L’ascolto delle posizioni altrui – ecco, quello sì – aiuterebbe a rendere la questione meno divisiva. Si faccia un esame di coscienza chiunque di noi, e qualunque associazione, rispetto all’impegno investito in questo sforzo: anche se ci sono molte giustificazioni (l’urgenza, l’emergenza – ma ormai sono quarant’anni che ci sono le immigrazioni…).

Personalmente (e non sono il solo) ci sto provando costruendo una diversa narrazione, più “larga” e comprensiva[1]. Raccontando la storia e l’attualità della mobilità umana (di cui le migrazioni nelle varie direzioni sono solo una parte, e correlata con altre: turismo, affari, studio, curiosità…). Esplicitando cos’hanno in comune emigrazione e immigrazione, e cosa le lega (il che ci aiuterebbe a capire che è normale che la Germania sia contemporaneamente il primo paese europeo per immigrazione e pure il primo per emigrazione, cosa meno nota). Mostrando i legami con la nostra demografia: in questo momento il rapporto tra lavoratori è pensionati è 3 a 2, nel 2040 sarà 1 a 1, e nessuna pur necessaria politica a favore delle famiglie potrà mai riempire quel buco. Spiegando che gli emigranti sono più degli immigrati, e non c’è quindi nessuna invasione in corso. Che tutelando i diritti degli immigrati (ad esempio a un giusto salario) tuteliamo anche i nostri. Dettagliando che gli stranieri sono indispensabili in molti lavori (badanti e colf; bracciantato ma anche ruoli specializzati in agricoltura – impensabile oggi non sono la raccolta del pomodoro, ma la produzione del parmigiano e degli insaccati, senza di loro; manovalanza in edilizia; operai nell’industria; magazzinaggio nell’industria e la logistica; pulizie negli alberghi, negli uffici, nelle case; ristorazione e alberghiero); e non portano via il lavoro a nessuno: al contrario, lo creano (l’80% degli stranieri è operaio – non sarebbero sostituiti dall’80% di persone che entrano nel mercato del lavoro, che sono almeno diplomate, aspirano ad altri mestieri, e nel caso preferiscono l’emigrazione; mentre la presenza nel settore pubblico è dello 0,01%). Mostrando che innalzando muri ci ritroviamo chiusi dentro, e non possiamo più uscire se li innalzano altri. La convivenza aiuta a far capire il resto: il 15% di matrimoni misti mostra quanto, oltra alla fetta di società che non capisce e rifiuta la diversità, ce n’è ormai un’altra a cui piace così tanto che se la sposa. Le dinamiche che coinvolgono le scuole e le nuove generazioni (e i luoghi di integrazione, dallo sport agli oratori) ci mostrano un nuovo mondo.

Forse solo così, coniugando valori e ragione, interessi ed esperienze, potremo rendere l’immigrazione meno divisiva: o almeno passare più tempo a risolvere problemi che non a innescare conflitti. Scoprendo che le soluzioni sono spesso più semplici di quel che crediamo. E fare lo sforzo di proporle e di discuterle, ascoltando le posizioni diverse, è già un primo passo.

Stefano Allievi, sociologo

Perché il tema delle migrazioni è così divisivo fra i credenti?

Lettera diocesana_Sguardi_2021/07

Mensile di comunicazione della Chiesa padovana

[1] Un esempio in Torneremo a percorrere le strade del mondo. Breve saggio sulla mobilità umana, UTET, 2021
https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2020/05/fabrica-tutti.jpg 1103 1654 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2021-08-27 15:16:442021-08-27 15:19:57Perché il tema delle migrazioni è così divisivo fra i credenti?

Fedi e politiche. Per rinnovare un dibattito invecchiato male

02/07/2021/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Religione / Religion Articles, Religione / Religion /da Augusta

Il Forum di Limena mi ha chiesto una riflessione sul rapporto tra fede e politica.

Di seguito la mia risposta.

 

FEDI E POLITICHE

Per provare a rinnovare un dibattito invecchiato male

 

 

Ho fatto in tempo a vivere il fervore delle discussioni su “fede e politica” negli anni ’70 e ‘80. Conservo ancora un po’ di testi su questo tema, con questo esatto titolo (che non ho mai più sentito il bisogno di prendere in mano, e non lo farò ora). E non riesco a sfuggire alla sensazione che si tratti di un dibattito – come molti di quei tempi – irrimediabilmente datato. Non vecchio di quarant’anni, ma proprio di un altro evo (del resto, di un altro secolo si tratta). Lontanissimo…

Datato nella terminologia, nella solidità quasi ‘rocciosa’ che attribuisce presuntivamente alle categorie in questione. E anche per l’essere un tema quasi esclusivamente declinato al maschile. Che è il genere tuttora dominante nel mondo cattolico (inteso come gerarchia e funzionariato), nella teologia che pensa la politica, e anche nella politica (poca e poco profonda) che pensa la religione. Lo è statisticamente, percentualmente. Ma ho anche la sensazione che lo sia nella predilezione per temi totalmente astratti e quasi sempre disincarnati – cartesiani, mi viene da dire (“fede e politica” è tipicamente uno di questi temi). Ma Cartesio era quello che diceva cogito ergo sum quando sappiamo che nella vita è esattamente il contrario, per dire. Un filosofo, anche lui, tutto al maschile, oltre che maschio.

Dico questo per spiegare perché, quando sono stato invitato a riflettere su questo tema, ho subito accettato, ma anche contemporaneamente pensato che non avrei avuto molto da dire. O che, almeno, la pars destruens avrebbe preso decisamente il sopravvento sulla pars construens.

 

Cominciamo dai termini. Usare il singolare significa usare il retrovisore. Non posso riassumere qui lunghi processi in poche frasi (ho scritto parecchio di queste cose, visto che l’essere un sociologo delle religioni è uno dei miei mestieri). Ma possiamo e dobbiamo almeno dire che secolarizzazione, privatizzazione del religioso e pluralizzazione dell’offerta non sono passati invano. Né per la fede né per la politica, che è bene a questo punto cominciare a declinare entrambe al plurale.

 

Le fedi: perché il pluralismo interno al mondo cristiano, e ancora di più quello esterno, insieme alla soggettivizzazione del rapporto con il religioso, hanno di fatto reso sempre più frequenti nella nostra vita pratiche che non si riducono alla scelta tra essere credenti oppure no. Si può credere senza appartenere (e persino il contrario…), ci si può costruire di fatto, senza nemmeno accorgersene, la propria religione sulla base di elementi disparati raccolti lungo la strada (supermarket delle religioni, fai da te: un po’ di reminiscenze cattoliche, l’oroscopo, lo yoga, i cristalli, la guarigione attraverso l’imposizione delle mani, la cristalloterapia, la meditazione zen, il guru orientale e il santo cristiano…), si possono adottare processi di inclusione o di contaminazione (sono cattolico ma credo anche nella reincarnazione, o qualcos’altro), e ci si può convertire (e de-convertire) anche più volte (tanto per far capire che non è così strano, un venerato maestro della chiesa come sant’Agostino si è convertito al manichesimo e poi al neoplatonismo prima di approdare al cristianesimo) – e tutto questo lo si può fare in maniera intermittente e reversibile, e di fatto caratterizza la vita di molti noi, e sempre più dei nostri figli.

 

Le politiche: perché si comportano allo stesso modo, se sono “fedi laiche”, e finiscono per essere ancor più soggette alla logica della frammentazione se non lo sono (e di solito non lo sono più). Il rapporto del cittadino con le forze politiche è più debole, comunque meno fideistico (c’è meno credenza, e ancor meno appartenenza), spesso è mediato dal leader e passa attraverso di lui (e come ci si innamora, magari intensamente, con la stessa frequenza ci si disamora), c’è una notevole volubilità di opinioni, da parte delle stesse leadership, senza che questo incrini minimamente l’appartenenza, per i militanti, ma anche sempre meno militanza (una quota sempre più ampia di votanti oltre tutto decide in cabina elettorale). Dunque, anche in politica tutto vive uno statuto provvisorio e reversibile: a cominciare dalle stesse forze politiche, che hanno una durata sempre più breve, con ovvie conseguenze sulla fidelizzazione del voto (io per esempio nella mia vita sono stato iscritto a tre partiti, per lo più tuttavia non sono stato iscritto a nessuno, e ho simpatizzato e votato per almeno un paio d’altri – la stragrande maggioranza delle persone, di “fede” o meno, non si iscriverà mai a nessuno).

 

Non che non ci sia motivo di collegarle, allora, fede e politica: c’è sempre. Ma bisogna prendere atto che vanno declinate al plurale, e il cambiamento di opinioni è la nuova normalità, come lo è la mancanza di appartenenze stabili e dunque di comunità significative di riferimento. E non sono affatto convinto che sia necessariamente un male, un regresso, un passo indietro. Non solo, fedi e politiche pesano meno nella vita delle persone: tranne in quelle che hanno scelto professionalmente l’uno o l’altra, o tutt’e due. Perché ciascuno ha altre identità e appartenenze di riferimento significative (il sociale, la famiglia, la professione, il volontariato, i gruppi di simili perché interessati alle stesse cose, che siano hobbies, sport, ecologia o quant’altro). E quelli per cui sono determinanti le due di cui stiamo parlando sono una minoranza, di fatto un ceto di specialisti: con il rischio che il gergo con cui ci si esprime sia poco appetibile per il resto del volgo. Di fatto, è spesso più interessante coniugare le fedi con altre cose (prendiamo ad esempio la preoccupazione per l’ambiente) o le politiche con altre cose, che non fede e politica tra loro.

Di più, l’esperienza che tutti oramai facciamo, fin dai banchi di scuola o dai luoghi di lavoro, della pluralità (esperienze che fanno meno proprio le identità religiose e politiche, che tendono ad essere escludenti e a chiedere una militanza totalizzante, anche se pochi poi la praticano effettivamente), ci ha resi meno inclini a credere che i “nostri” siano necessariamente migliori degli altri, e che il semplice fatto di essere dei “nostri” non è per nulla una garanzia di comportamento migliore. Troppe controtestimonianze non ci consentono più una fiducia cieca, e neanche miope: occorre mettersi gli occhiali, se del caso, e non fidarsi di nessuno a scatola chiusa.

 

Faccio due esempi. Uno sul lato della politica: la Banca d’Italia – che è stata ed è per fortuna ancora un’istanza etica e una fondamentale riserva valoriale della repubblica (probabilmente la principale del nostro paese), dalla quale abbiamo attinto diversi tra i migliori nostri politici (ed è indicativo: gente cresciuta a fare conti, non a disquisire di valori). Direi che i momenti migliori li ha vissuti in mano a laici laicissimi, o a cattolici assai discreti: quando è finita in mano a pii teoreti, che amavano farsi vedere in compagnia di porporati, ha dato il peggio di sé e ha avuto uno sbandamento che ha rischiato di minarne radicalmente la credibilità. L’altro, sul lato della fede: penso ai ‘cappellani del parlamento’ – bravissimi nelle pubbliche relazioni e nell’organizzare incontri e pellegrinaggi in cui soprattutto i laici potevano ostentare la loro vicinanza, salvo la totale incapacità di aver fatto crescere una leadership cattolica presentabile, per non parlare di qualcosa che potesse assomigliare a una politica cristiana, qualunque, ma proprio qualunque cosa possa voler dire quest’espressione.

 

Quanto precede probabilmente spiega perché vivo una lontananza radicale da questo dibattito, e riesco a suggerire solo una soluzione individuale. Sia cattolico (o altro) chi lo è o si sente di esserlo, faccia politica chi vuole o pensa di poter dare un contributo, la faccia con chi c’è cercando di incrociarle come meglio riesce la sua attività con il fondamento delle sue radici valoriali. E addio nominalismi, addio retorica, basta ambigui pseudoriconoscimenti sulla base di un’appartenenza che, anche per i praticanti (e molti di noi lo sono a periodi alterni, peraltro – e trovo non ci sia nulla di male in ciò), non è più solida come in passato. E i luoghi di incontro, a prevalenza laica o cattolica (preziosissimi: tra questi anche quello che ci ospita) siano un contributo alla costruzione di un supplemento d’anima: meglio per temi che per princìpi. Esercitandosi empiricamente a fornire soluzioni. Che, si scoprirà, sono fondate anche su valori. Ma il confronto avvenga lì, non sui valori in sé.

 

Nel concreto. Ogni tentativo di creare una forza politica centrista, qualunque cosa significhi, per iniziativa di una rete di cattolici trasversali alle appartenenze partitiche, è in quanto tale destinato a fallire. Qualunque progetto potrà nascere solo in presenza di una qualche leadership carismatica – che in questo momento nel mondo cattolico impegnato in politica non si vede, domani può darsi, ma non è detto – e del sostegno di una base di interessi che per definizione non potrà coagularsi intorno a un’appartenenza fortemente modificata nelle sue architetture organizzative e men che meno intorno a una fede inevitabilmente evanescente. Tradotto: dubito che in futuro si potranno eleggere persone in un ipotetico partito “valoriale” o nei vari partiti esistenti solo perché vicine al vescovo o a una qualche associazione. Dati molti precedenti in cui ho avuto occasione di incocciare, meglio così. Basta con l’essere cattolico come rendita, anzi sinecura, magari per fare meno fatica nel trovare consensi per la propria piattaforma politica. Non abbiamo nessuna garanzia che gli altri siano meglio, certo, ma almeno non avremo alcuna complicità nell’aver scelto il peggio.

Credo sia utile impegnarsi in politica (io lo faccio) – ognuno rispondendo al proprio foro interiore, non certo alla curia (o alla parrocchia, a livello locale), né al movimento di turno – dove ci si trova a proprio agio (e cambiando ‘parrocchia’ – l’espressione è significativa – se non ci si sente più a proprio agio: ho fatto anche questo). Nessuna predilezione particolare per nessuna forza politica, quindi nessuna cogente indicazione di voto (che tanto non sarebbe rispettata), direi quasi nessuna esclusione, salvo alcune nette barriere valoriali (per dire, pur collocandomi personalmente in un campo che potremmo definire liberal-progressista, non vedrei affatto male la presenza di persone valorialmente solide nello schieramento di centro-destra: con cui collaborare non in quanto cattoliche, ma in quanto ragionevoli e che hanno maturato capacità dialogiche). E per il resto, buon lavoro, buona fortuna, con i compagni di viaggio che ciascuno troverà sul proprio cammino.

 

Stefano Allievi

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2021/07/download-7.jpg 225 225 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2021-07-02 17:56:062021-07-02 17:56:06Fedi e politiche. Per rinnovare un dibattito invecchiato male

Saman: cosa pensarne, cosa fare

02/06/2021/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Religione / Religion Articles, Articoli di Società / Society Articles, Articoli sull'Islam / Islam Articles, Islam, Religione / Religion, Società / Society /da Augusta

Saman Abbas: 18 anni e una vita davanti. Che una famiglia bigotta e la minaccia di un matrimonio imposto hanno cambiato per sempre. Come, lo sapremo alla conclusione delle indagini.

È una storia comune, quella del conflitto che ha vissuto. Che si presenta spesso nelle famiglie “tradizionaliste”, quale che sia la tradizione di riferimento (religiosa, etnica, tribale, in ogni caso popolare, da qualche parte, e tramandata come si tramandano le tradizioni, per inerzia e imitazione), ma che normalmente si risolve in altro modo: passando attraverso conflitti familiari dopo tutto fisiologici, che servono a inghiottire la novità, la libertà e il riconoscimento dei diritti individuali, non a rifiutarli o conculcarli fino alla soppressione della vita.

Le tradizioni che vanno contro la legge vanno denunciate. Con forza. Quelle che vanno contro la morale diffusa e il senso comune vanno ingaggiate in una discussione senza reticenze. Ma serve pensiero, non retorica. E pratiche di integrazione, non capri espiatori.

Il problema non è denunciare l’immigrazione, o l’islam (come se fosse pratica abituale tra immigrati e musulmani uccidere le figlie! E il matrimonio combinato non fosse presente alle più diverse latitudini, e peraltro come pratica ancestrale prima che come costume religioso). Mettere sotto attacco le culture in quanto tali porta spesso a una chiusura intracomunitaria ancora più ferrea. Il cammino giusto è fare l’opposto: bisogna incontrare le comunità, parlare, dialogare, coinvolgere – in una parola, integrare. Mettendole di fronte all’orrore di casi come questo, collaborando a trovare mezzi e vie d’uscita, combattendo insieme un’omertà comunitaria difensiva che è essa stessa parte del problema. Coinvolgendo come attori privilegiati proprio le nuove generazioni, i figli degli immigrati, che sono in prima linea in questo confronto/scontro culturale.

In altri paesi europei, quando è emersa la piaga dei matrimoni forzati, è aumentato l’impegno e l’investimento in attività di integrazione, non diminuito. E lo si è fatto non contro le comunità, ma con loro, coinvolgendone i vertici nazionali e locali, sia etnici che religiosi (di molte etnie e religioni: la piaga è diffusa, e il confine tra matrimonio combinato e matrimonio forzato non sempre facilmente discernibile), in concrete iniziative sul territorio, nei quartieri e nelle scuole a rischio, facendo iniziative congiunte di educazione, cioè prevenzione, cioè integrazione, cioè il bene di tutti.

In passato altri casi (e purtroppo altri omicidi) si sono visti, soprattutto in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, cioè le regioni più sviluppate e avanzate del paese. Non è una contraddizione. Non potrebbe essere che così, visto che qui vivono la maggior parte degli immigrati, dando un contributo percentualmente assai superiore al loro numero alla produzione di ricchezza di queste aree, in cui si sono spesso inseriti bene. Tanto bene da fare famiglia – cioè proiezione (anche se inconsapevole) sul futuro – qui. È in questa realtà che si trovano a vivere i loro figli, e una delle contraddizioni (e delle occasioni di litigio familiare) è che i genitori vivono spesso voltati all’indietro: la loro cultura è quella d’origine, e il paese dove sperano di ritornare anche. Per i loro figli e figlie (ché le donne – il corpo e la volontà delle donne – sono sempre il terreno privilegiato di scontro delle culture che non a caso definiamo patriarcali) le cose stanno in maniera completamente diversa: sono proiettati qui, e questo è il loro paese, di cui a giusto titolo vorrebbero la cittadinanza (che, incidentalmente, aiuterebbe nell’affermazione di una consapevolezza e di una volontà autonoma, anche simbolicamente diversa e slegata da quella dei genitori).

È dunque questo paese – il loro – che deve reagire. Denunciando senza ambigue comprensioni e tolleranze l’inaccettabilità e persino l’indicibilità di comportamenti che coartano la volontà individuale, e ogni e qualsiasi tipo di violenza e sopraffazione. Reagendo con fermezza, forza e autorevolezza contro le discriminazioni interne alle comunità (nei confronti delle donne, in primo luogo) – e, per coerenza e maggiore legittimazione di questo suo sforzo, quelle esterne (nei confronti degli immigrati stessi). E dando una mano, anche e proprio rafforzando i soggetti deboli (le donne e i figli) con pratiche di empowerment e di integrazione diffusa. Solo così si risolvono i conflitti attuali. E si prevengono quelli futuri.

 

Saman e lo scontro culturale, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 2 giugno 2021, editoriale, p.1

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2021/06/download-3.jpg 145 348 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2021-06-02 08:40:412021-06-02 08:40:41Saman: cosa pensarne, cosa fare

Islam in Europa. Tra violenza e pregiudizio: il dialogo possibile

04/12/2020/in Anno / Year, Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Religione / Religion Articles, Articoli sull'Islam / Islam Articles, Islam, Religione / Religion /da Augusta

Prima l’uccisione orribile dell’insegnante Samuel Paty, nella regione di Parigi. Poi l’attentato a Vienna, con la sua scia di vittime innocenti. Nel giro di due settimane, lo spettro della violenza di matrice islamica ha ripreso ad agitare un’Europa che credeva di essersela lasciata alle spalle con la sconfitta sul terreno dell’ISIS. Non è così: l’ISIS è stato (ed è ancora) solo una delle forme – la più violenta, la più esplicita, la più organizzata – di un problema più ampio, con cui dobbiamo fare i conti. Devono farli le società europee. E devono farli i musulmani che le abitano.

Cominciamo da questi ultimi. Che, in quanto tali, non sono – e non possono essere considerati – corresponsabili di questi orrori. Come non potevano esserlo i socialisti europei del terrorismo delle BR, i cattolici o i protestanti irlandesi delle bombe dell’IRA e degli orangisti, la popolazione basca di quelle dell’ETA. Ma, come in tutti i casi che abbiamo citato, il terrorismo è stato sconfitto, più che con la repressione, che certo è stata importante, con una grande battaglia culturale interna, condotta dalle persone di quei mondi contrarie invece all’ideologia della violenza, e conclusasi con la loro vittoria. Per limitarci al primo esempio, ma è vero per tutti, il terrore brigatista è stato sconfitto quando – nei mondi limitrofi, di quelli che avevano ideali in parte comuni – si è smesso di dire che si trattava di provocatori o infiltrati al soldo di altri interessi (cioè non erano dei ‘nostri’), poi che non erano ‘veri’ comunisti perché questi non agiscono così, poi che erano compagni che sbagliavano nel metodo ma comunque avevano le loro buone e giustificabili ragioni, poi condannando esplicitamente qualunque ricerca di legittimazione da parte dei violenti, infine isolandoli, denunciandoli e combattendoli come nemici dichiarati, pagando anche il prezzo della marginalizzazione (e in qualche caso della morte – pensiamo a Guido Rossa) per averlo fatto. È su tutti questi terreni che va condotta la battaglia. Ed è quello che sta avvenendo anche nel mondo islamico europeo, dove queste idee circolano tutte, ma per fortuna con percentuali molto diverse di sostegno: e un benefico conflitto interno è già in atto. Bisogna ricordarlo, perché solo la chiarezza di visione e l’onestà dello sguardo dei molti possono aprire delle crepe nell’oscurantismo di alcuni. E farci accorgere delle piccole e grandi collaborazioni a questa violenza. Pensiamo al caso Paty: i genitori che hanno protestato contro l’insegnante senza conoscere il merito, i leader associativi e gli imam in cerca di visibilità che hanno indicato la via della stigmatizzazione personale, chi sui social ha condiviso la gogna, gli indignati in servizio permanente effettivo del vittimismo e dell’islamofobia, chi ha amplificato il nemico per interessi di parte o di nazione (anche dall’estero), fino agli studenti che hanno indicato l’insegnante all’attentatore, e a chi di fronte a tutto questo è stato zitto. In questo senso non si può parlare di attentatore isolato, anche se la responsabilità è solo sua: sarebbe un’offesa alla verità.

Ma poi c’è l’Europa. Che non è innocente anche quando è inconsapevole: e per le stesse ragioni. Pure lei ha le sue colpe rimosse e i pregiudizi inconfessati: non accettando che i musulmani in Europa siano ciò che sono, ovvero come tutti gli altri residenti e cittadini, con gli stessi diritti e doveri e garanzie costituzionali; che non possono dunque essere stigmatizzati in quanto tali, e devono anzi essere arruolati come partner in una battaglia che è comune, di reciproco interesse e basata sui medesimi valori, che vede dalla stessa parte le società europee e la stragrande maggioranza dei musulmani che in esse vivono, e che peraltro pagano per primi il prezzo della reazione al terrore. Questa collaborazione deve essere aperta, esplicita e dichiarata. Perché anche una parte dell’Europa ha mostrato il volto della stigmatizzazione a senso unico, delle campagne d’odio nei confronti dei musulmani, della discriminazione istituzionale, del doppiopesismo, dell’offesa gratuita e generalizzata, dell’esclusione, di un diffuso e inaccettabile pregiudizio anti-islamico (molto meno, va detto, del terrore). E anche qui ci sono molti complici silenzi.

C’è bisogno di fiducia, di collaborazione nel concreto, di gesti coraggiosi – anche pubblici e  istituzionali – di apertura reciproca, di dialogo onesto. Solo così si sconfiggerà un nemico che è comune.

 

Lo spettro del terrorismo che ancora aleggia sull’Europa, in “Confronti”, n. 12, 2020, editoriale, p.7

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“Fratelli tutti”: un commento

28/10/2020/in Altro / Unpublished Materials, Anno / Year, Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Religione / Religion Articles, Interviste / Interviews, Religione / Religion /da Augusta

Com’è arduo essere Fratelli tutti… Padre Francesco Occhetta e Stefano Allievi commentano l’enciclica di papa Francesco

L’enciclica. Padre Francesco Occhetta e il prof. Stefano Allievi commentano il documento, complesso, di papa Francesco. Dalla necessità di meditare il testo per superare facili slogan al rischio dell'”occidentocentrismo”

Com'è arduo essere Fratelli tutti... Padre Francesco Occhetta e Stefano Allievi commentano l'enciclica di papa Francesco
24/10/2020

C’è la parabola del Buon Samaritano al centro di Fratelli tutti, la terza enciclica di papa Francesco incentrata «sulla fraternità e l’amicizia sociale». Nelle sintesi della stampa tanti sono gli elementi che hanno colpito, emozionato o semplicemente fatto discutere: dalla critica verso il populismo agli eccessi del pensiero neo-liberista, dalla condanna finale verso la pena di morte fino alla necessità degli organismi internazionali contro i rigurgiti del nazionalismo identitario. Ma nel cuore, nel cuore vero, di questo documento chiamato a sistematizzare il magistero di Francesco su tali argomenti, c’è sempre l’icona evangelica dello straniero che si china sull’uomo incappato nei briganti e versa olio e vino sulle sue ferite.

Spiega padre Francesco Occhetta, gesuita, coordinatore del cammino di formazione alla politica Connessioni: «La pagina di Vangelo è la chiave per interpretare l’enciclica, prima dei frutti occorre nutrirsi della radice. Il samaritano disprezzato dalla cultura giudaica, rovescia la logica del prossimo che è il proprio vicino, egli “non ci chiama a domandarci chi sono quelli vicini a noi, bensì a farci noi vicini, prossimi”, scrive il papa». Va letta così, insomma: «È per questo che l’enciclica richiede una meditazione personale, non è un testo sociologico o politologico come molti pensano, ma dialoga con il mondo a partire dalla prospettiva del Vangelo. “Volete onorare il corpo di Cristo? Non disprezzatelo quando è nudo”, ribadisce l’enciclica. In questo senso Fratelli tutti elenca tutte le situazioni in cui gli uomini e le donne soffrono come vittime dei sistemi sociali e politici e, come sempre, la Chiesa presta la sua voce a chi non ce l’ha».

Papa Francesco non usa mezze misure per attaccare sia il populismo sia gli eccessi del neoliberismo tecnocratico. C’è chi ha addirittura parlato di una “Terza via” di Francesco. «La “terza via” della Chiesa – osserva padre Occhetta – è quella di sempre, non è un’alternativa politica, ma un’ispirazione per tutti per far sì che la comprensione della coscienza sociale evolva verso la dimensione della fraternità intesa come processo. Il papa invita i politici a riconoscere che la fede nel “mercato non risolve tutto”, il modello consumista ci ha ormai consumati e logorati; occorre rilanciare una politica popolare, riconoscere le false promesse del populismo, denunciare i limiti della visione del liberismo inteso come teoria economica e non come filosofia politica. L’alternativa? È costruire comunità inclusive locali e globali che difendano la dignità umana, l’antidoto è il popolarismo».

«I populismi sono come burrasche che si infrangono su Governi e istituzioni e si presentano come movimenti storici ciclici – riassume padre Occhetta – Viviamo immersi in una corrente culturale che nega il pluralismo e le minoranze interne; venera i leader come padri e padroni che appaiono nei media come uniche voci; esalta il nazionalismo e il sovranismo; ignora gli enti intermedi nella società, come la Chiesa, i sindacati, le associazioni e così via; predilige la democrazia diretta su quella rappresentativa; forma la pubblica opinione attraverso appelli, a emozioni e a credenze personali; confonde la destra e la sinistra e fa apparire il Nord contro il Sud, il “noi” contro loro; semplifica a slogan soluzioni complesse, come “il reddito di cittadinanza”; contrappone tra le categorie di “popolo puro” e di “comunità politica”». Ed è proprio in questo contesto che ritorna in auge una parola divenuta per molti parolaccia: la parola popolo. «Occorre ritornare all’arte della mediazione che aiuta a trovare soluzioni complesse, essere competente sui temi, prediligere il “noi” politico sull’io che porta a forme di potere distorte e alla corruzione. Per chi amministra il “ritorno alla compassione” è la condizione per la buona politica, come la chiama Francesco».

Il papa arriva addirittura a parlare di “amore politico: «Sembra una contraddizione, visto anche cosa succede a Roma, ma la Chiesa non è il Vaticano. Prima di insegnare l’amore al mondo occorre renderlo testimonianza possibile e credibile a partire dalle comunità cristiane, occorre “riconoscere ogni essere umano come un fratello o una sorella e ricercare un’amicizia sociale che includa tutti non sono mere utopie” (n.180). Ma c’è di più, l’amore cristiano è dire “eccomi” più che tanti falsi “ti amo”, per questo il mondo lo si cambia dai piccoli gesti: “Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume – e questo è squisita carità –il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica (n. 186). I credenti impegnati in politica devono abbandonare i vecchi schemi, formarsi davvero insieme attraverso una nuova cultura della fraternità. Ci sono molte realtà che lo stanno facendo, personalmente mi sento di suggerire l’esperienza di Comunità di Connessioni e la neonata Base che connettono volti nuovi, competenze e un nuovo metodo di formazione in sintonia con l’enciclica».

E ai massimi livelli, papa Francesco, citando l’Unione Europea, l’integrazione nell’America Latina e le Nazioni Unite invita a governare la globalizzazione: «Nel secolo XXI – leggiamo nell’enciclica – si “assiste a una perdita di potere degli Stati nazionali, soprattutto perché la dimensione economico-finanziaria, con caratteri transnazionali, tende a predominare sulla politica. In questo contesto, diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate, con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi tra i governi nazionali e dotate del potere di sanzionare” (n. 172)».

Un’enciclica ricca di «temi e parole chiave molto legate all’attualità. Forse anche troppo». Stefano Allievi, docente di sociologia all’Università di Padova, riconosce: «L’enciclica privilegia alcuni temi, come la lotta alle diseguaglianze, l’accoglienza degli stranieri, la possibilità di rendere universali i diritti umani che esistono solo per una minoranza. Il documento, anche a partire dagli esempi citati, però, corre il rischio dell’”occidentocentrismo”. Le encicliche hanno sì il bisogno di attualizzare il messaggio evangelico nell’oggi, però l’effetto collaterale è quello di cedere a interpretazioni episodiche, che valgano solo per il momento presente». Per Allievi è un limite ridurre tutta l’enciclica a un attacco al populismo e a certi leader: «Mi sembra sia sprecarne e rovinarne il messaggio. Il richiamo più importante dell’enciclica sta nel bisogno di ricostruire legame sociale e di ricostruire comunità intorno a una visione di società, a un progetto inclusivo. Gli attacchi contro un modo di pensare per cui qualcuno possa restare indietro sono forti e insistiti, ed è importantissimo ribadirlo oggi. Esistono però anche, nel nostro tessuto sociale, tante proposte che stanno andando nella stessa direzione inclusiva: si tratta di forze che esistono già e che forse non si notano molto, mentre si notano di più i bersagli polemici».

Stefano Allievi non nega che però anche la parola comunità sia un’arma a doppio taglio: «È una parola problematica, perché tende a presupporre dei confini tra chi è dentro e chi è fuori la comunità. Ma questa non è l’idea di comunità di papa Francesco: la sua è quella di una comunità a misura delle persone, anche di chi non ce la fa, dove ci si possa salvare tutti insieme. E qui dentro c’è anche tutto il grande tema delle migrazioni». I riferimenti alla pandemia da Covid-19 per Allievi non sono altro che un ulteriore esempio attorno al quale il papa orienta il suo messaggio: «Francesco non ci illumina sulla pandemia, del resto l’emergenza Covid viene letta in modo diverso in tutto il mondo, ma per il papa la pandemia è l’occasione per ribadire il fatto che “siamo fratelli tutti, dobbiamo salvarci tutti assieme”, e che quando ci sarà il vaccino questo dovrà essere disponibile per tutti, non solo per i privilegiati».

Il riferimento all’amore politico è in assoluta continuità con il magistero degli ultimi 50 anni: «È apprezzabile il fatto che non c’è mai stata negli ultimi pontificati una demonizzazione della politica. La politica, come diceva Paolo VI, è la più alta forma di carità, ma lo è soltanto se è capace di leggere bene i segni dei tempi, i segni del presente. Ciò che fa questa enciclica è leggere, nell’universo di significati a cui guardiamo dalla nostra finestra sul mondo, alcuni criteri interpretativi e attraverso di essi fare delle scelte in termini di “amore politico”, un atteggiamento di prossimità verso tutti gli esseri umani. C’è un richiamo all’agire politicamente: il bene comune è il riferimento, ma il bene comune lo si produce agendo, non solo pensando».

Comunità cristiane, invito al dialogo con l’islam

Fratelli tutti è un’enciclica di cui «si parlerà molto, ma che sarà assai più discussa della Laudato Si’». Per Stefano Allievi, docente di sociologia all’Università di Padova, papa Francesco ha voluto affrontare, parlando della fraternità e l’amicizia sociale, temi assai più delicati rispetto a quelli dell’ecologia integrale. «Almeno a parole – spiega Allievi – siamo tutti a favore della salvaguardia dell’ambiente. In Fratelli tutti, invece, ci sono alcuni bersagli precisi». «Per le comunità ecclesiali – conclude Allievi – sarà forte il riferimento al dialogo interreligioso, in particolare con l’Islam, con il riferimento al grande imam Ahmad Al-Tayyeb, con cui Francesco ha firmato il documento di Abu Dhabi».

Numerosi i riferimenti nel testo alla pandemia mondiale

Papa Francesco ha voluto firmare la sua terza enciclica, “Fratelli Tutti”, direttamente sulla tomba del santo di cui porta il nome, alla vigilia della sua festa, il 3 ottobre. Molti i riferimenti alla pandemia da Coronavirus, che «ha messo in luce le nostre false sicurezze» e la nostra «incapacità di vivere insieme». Sulla scorta del suo magistero durante la pandemia papa Francesco auspica «che non sia stato l’ennesimo grave evento storico da cui non siamo stati capaci di imparare», e «che non ci dimentichiamo degli anziani morti per mancanza di respiratori. Che un così grande dolore non sia inutile. Che facciamo un salto verso un nuovo modo di vivere e scopriamo una volta per tutte che abbiamo bisogno e siamo debitori gli uni degli altri”. Forte, nel quinto capitolo, il richiamo alla buona politica contro il «populismo irresponsabile».

“La Difesa del Popolo”, 26 ottobre 2020

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Covid e dintorni: i musulmani e il diritto alla sepoltura

24/06/2020/in Anno / Year, Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Articoli sull'Islam / Islam Articles, Islam, Società / Society /da Augusta

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Dove seppelliamo i nostri morti?

di Bianca Maria Pezzini

cimitero islamico

Cimitero islamico a Marrakech

“Dove seppelliamo i nostri morti?” In questo periodo di emergenza sanitaria è un interrogativo non privo di inquietudine tanto per i cattolici quanto per i credenti di minoranze religiose. Tra queste, la comunità musulmana è particolarmente toccata dal problema e sono mesi che i giornali ne parlano. In realtà però, è da tempo che si discute per trovare una soluzione: dall’inizio degli anni Duemila si tenta di trovare un’intesa tra comunità islamica e stato italiano, ma ad oggi non sono stati raggiunti grandi risultati. Su circa 8 mila comuni italiani sono presenti solo 58 cimiteri islamici – destinati peraltro ai residenti nel comune in cui si trova il cimitero – e dovrebbero far fronte alle esigenze di una comunità di circa 2 milioni di credenti.

È evidente che anche senza Covid-19 il problema presto o tardi si sarebbe dovuto affrontare e risolvere in maniera definitiva.

L’attuale situazione, rendendo impossibile il rimpatrio delle salme a causa della chiusura di rotte aeree e marittime, non ha fatto altro che acuire una problematica già presente, creando emergenza nell’emergenza.

Per comprendere meglio la necessità di realizzare aree cimiteriali islamiche, abbiamo intervistato il professor Stefano Allievi, docente di sociologia dell’università di Padova.

“Noi diciamo che i migranti tendono a rimandare i corpi dei defunti nel paese di origine, ma questo accade solo in una prima fase, ovvero quando si sentono migranti temporanei. Man mano che risiedono per periodi più lunghi nel paese di immigrazione, e tanto più se ci fanno famiglia, la loro proiezione diventa il luogo in cui vivono. È quindi normale che desiderino essere seppelliti nel territorio dove hanno vissuto e dove si trovano i loro parenti più stretti” spiega il professor Allievi.

Ne consegue che questo vale anche per i musulmani e non bisogna dunque stupirsi se il loro obiettivo diventi quello di realizzare cimiteri islamici.

“Tuttavia in Italia sono ancora pochi e spesso i defunti vengono deposti in aree acattoliche; ma via via che la comunità cresce diventa necessario, banale, fisiologico, aprire spazi a loro dedicati. Questo produce opposizione da parte dei sindaci o delle amministrazioni perché il diritto alla sepoltura, che è un diritto umano, è sentito come un processo di invasione. In definitiva, il desiderio di essere sepolti nella terra in cui si è vissuto per la maggior parte della propria vita non è altro che un processo di integrazione post mortem”.

Intervista al professor Stefano Allievi, docente di sociologia dell’università di Padova sul problema delle sepolture dei musulmani in Italia

Dunque, quella che sembra essere un’esigenza specifica dei musulmani assume un carattere universale che abbraccia tutte le minoranze religiose. La richiesta di aree riservate dove seppellire i propri morti “è tipica delle comunità religiose sia minoritarie che maggioritarie”. Il fatto è, che nei confronti dei musulmani si è creata l’idea che il professor Allievi definisce con l’espressione “processo di eccezionalismo dell’islam”, ovvero “pensare sempre che questa religione rappresenti un caso eccezionale; in realtà non lo è affatto. Bisogna calcolare che alcune identificazioni più forti sono legate al fatto di essere una minoranza e quindi valgono anche per le altre. Le comunità minoritarie soffrono di non essere riconosciute, mentre quelle maggioritarie lo sono di fatto dalle leggi, dalle istituzioni, dal paesaggio, dall’urbanistica, dalla politica”. La mancanza di questo riconoscimento per le prime si esplica nel “bisogno di sancire in maniera più forte gli obblighi, ma questo vale per tutte le minoranze”. In Italia l’esigenza della comunità musulmana viene intesa come esclusiva rivendicazione di un non-diritto (ovvero il diritto alla sepoltura), quando ad altre minoranze religiose (valdesi, ebrei) la medesima necessità non solo è riconosciuta, ma è anche garantita.

Dunque, se non c’è niente di strano in questa richiesta da parte dei musulmani, perché loro “vogliono” e “chiedono” come fanno esattamente gli altri gruppi minoritari, qual è il problema?

Facciamoci aiutare da una notizia e da qualche numero (in costante aumento). La notizia riguarda il progetto di realizzare un cimitero islamico nel comune di Fiumicino su un terreno di 400 ettari. I numeri, invece, sono relativi all’appartenenza religiosa degli immigrati presenti in Italia (stimati di poco superiori ai 5 milioni). Secondo le stime del Dossier statistico immigrazione relative all’anno 2019, gli ortodossi sono circa 1,5 milioni; i protestanti 232 mila; gli induisti 158 mila; i buddhisti 120 mila; atei e agnostici 248 mila.

Se si uniscono le due informazioni, ci si rende ben conto che nel momento in cui tutti giustamente “chiedono”, viene a crearsi un problema di spazio. A questa problematica se ne lega un’altra: le sepolture permanenti. “All’inizio venivano negate per motivi di spazio” spiega il professor Allievi “ma poi sono state autorizzate, poiché la popolazione europea è in decrescita e il bisogno di aree cimiteriali non è così impellente. Tuttavia, le richieste di comunità religiose minoritarie come quella musulmana, ha innescato una richiesta anche in quelle maggioritarie, tra cui i cattolici”.

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2020/06/cimitero-islamico-696x522-1.jpg 353 696 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2020-06-24 11:16:572020-06-24 11:18:10Covid e dintorni: i musulmani e il diritto alla sepoltura

Diversamente credenti. La religione al tempo della pandemia

10/04/2020/in Anno / Year, Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Religione / Religion Articles, Articoli di Società / Society Articles, Religione / Religion, Società / Society /da Stefano

Non sarà solo questa Pasqua, a cambiare: con le chiese aperte ma vuote, i sacerdoti a celebrare online, il popolo di Dio disperso nelle proprie case, ciascuno solo alla sua maniera. Come per tante altre cose, Covid-19 è destinato a segnare una cesura anche nel modo di essere religiosi, e quindi anche nelle istituzioni religiose, che avrà effetti anche in futuro. Continua a leggere

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png 0 0 Stefano https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Stefano2020-04-10 10:59:492020-04-10 10:59:49Diversamente credenti. La religione al tempo della pandemia

Di imam, di conflitti culturali e d'altro ancora

24/11/2019/in 2018, Anno / Year, Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Religione / Religion Articles, Articoli di Società / Society Articles, Articoli sull'Islam / Islam Articles, Islam, Religione / Religion, Società / Society /da Stefano

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Dopo Christchurch: Le parti invertite del terrore

19/03/2019/in 2018, Anno / Year, Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Articoli di Religione / Religion Articles, Articoli di Società / Society Articles, Articoli sull'Islam / Islam Articles, Islam, Politica / Politics, Religione / Religion, Società / Society /da Stefano

Christchurch: che tristezza, un nome così, per una strage di musulmani in moschea… Ma è un’ironia che non dispiacerebbe al suo autore, e forse perfino inconsapevolmente cercata. Lui, che nel suo improbabile pantheon ha messo di tutto: perfino il doge veneziano Sebastiano Venier, o il condottiero Marcantonio Bragadin, di cui probabilmente tutto ignora, salvo forse il fatto che è stato martirizzato dai Turchi. Questi rimandi alla storia lontana, come alla contemporaneità, a terroristi anti-islamici come Anders Breivik e delinquenti xenofobi come Luca Traini, o a vittime innocenti del terrorismo islamico in Europa, poco ci spiegano, tuttavia, di quanto accaduto, e ancora meno sono in grado di spiegare le ragioni – per quanto di ragioni si possa parlare – di una voglia di rivincita identitaria contro innocenti e pacifiche famiglie musulmane che stavano pregando, portata fino alla strage. Continua a leggere

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png 0 0 Stefano https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Stefano2019-03-19 09:01:202019-03-19 09:01:20Dopo Christchurch: Le parti invertite del terrore

Farah e le altre: ciò che serve, ciò che non serve

27/05/2018/in 2018, Anno / Year, Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Religione / Religion Articles, Articoli di Società / Society Articles, Articoli sull'Islam / Islam Articles, Islam, Religione / Religion, Società / Society /da Stefano

La vicenda di Farah, la ragazza diciannovenne di Verona appena tornata dal Pakistan, dove era stata portata dalla famiglia, e da dove ha chiesto di essere riportata in Italia, ci è utile, per parlare di vicende che non sono la norma, ma sono gravi, si ripetono, e vanno affrontate. Continua a leggere

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png 0 0 Stefano https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Stefano2018-05-27 15:31:332018-05-27 15:31:33Farah e le altre: ciò che serve, ciò che non serve
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Stefano Allievi

E’ autore di oltre un centinaio di pubblicazioni in vari paesi e di numerosi articoli e interviste su dibattiti di attualità. Suoi testi sono stati tradotti in varie lingue europee, in arabo e in turco.

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