Chi è contro l’integrazione? Moschee e politica: il caso Monfalcone

La chiusura delle moschee di Monfalcone mostra quante contraddizioni e strumentalizzazioni circondino l’integrazione degli immigrati, e quanto spesso l’ostacolo ad essa siano gli autoctoni, e non i diretti interessati.

Il fatto. La sindaca Cisint, pochi giorni prima di Natale, ha chiuso due centri culturali islamici e interdetto il parcheggio a un terzo. Ottomila musulmani hanno civilmente manifestato contro la chiusura, dietro lo striscione “Siamo tutti monfalconesi. No alle divisioni”, sventolando bandiere italiane e europee; e lei ha indetto uno scambio di auguri in un’altra piazza (con presenze comparativamente modeste: ma bastano i media a fare da eco), accusandoli di provocazione e di guerra di religione, evocando un inesistente attacco al Natale, sostenuta dal ministro Salvini e dal presidente della regione Fedriga.

Qual è il problema vero? Che a Monfalcone, 28mila abitanti, vivono 8mila stranieri, quasi il 30%, la metà dei quali provenienti dal Bangladesh, musulmani. E perché ci sono così tanti musulmani a Monfalcone? Perché lì vivono e lavorano, in buona parte a Fincantieri e nell’indotto della cantieristica. Non dovrebbe stupire che abbiano desiderio – e diritto – a un luogo di culto: anche gli italiani emigrati la prima cosa che costruivano, dopo la propria casa, era la chiesa. Ma invece di aiutarli a costruirsi una moschea dignitosa, si dichiara guerra ai loro luoghi di culto.

Certo, capiamo che è difficile governare questa complessità: peraltro, con un numero di immigrati aumentato fortemente proprio durante il primo mandato della sindaca, a testimonianza del fatto che non basta dire di non volere gli immigrati per vederli sparire. E allora perché chiudere le moschee? Con un argomento usato spesso: cambio di destinazione d’uso, sovraffollamento e sicurezza, e quindi inagibilità. Immaginiamo si usi la stessa solerzia per tutti gli altri cambi di destinazione d’uso, si siano chiuse per eccessivo affollamento le chiese durante le messe di Natale, e si controlli capillarmente sicurezza e norme antincendio di tutte le imprese (a cominciare da Fincantieri), i negozi, le scuole, le polisportive, i circoli culturali e gli oratori della città, per evitare sospetti di attenzione selettiva. Ma anche fosse: come potrebbero le moschee essere costruite alla luce del sole, visto che mai otterrebbero i permessi relativi? Altre regioni, come Veneto e Lombardia, hanno addirittura approvato leggi per impedirle…

Ecco, il problema è qui, ed è culturale, e di scontro tra l’ideologia e il principio di realtà. L’ideologia vorrebbe una Monfalcone ‘pura’ etnicamente (ma che vuol dire in una città in cui i meridionali son venuti a lavorare nei cantieri fin dalla loro apertura, cent’anni fa?). La realtà si scontra con un fabbisogno di manodopera che certo andrebbe gestito meglio, vincolando Fincantieri e le altre imprese a regole e contratti più cogenti (e questo si dovrebbe fare, infatti, non prendersela con l’ultimo anello della catena, il più debole), ma senza la quale la città sarebbe assai più povera, e in drammatico calo demografico: mentre così rischia di trovarsi in vantaggio competitivo rispetto ad altre realtà della regione. E invece no: si tolgono le panchine dalla piazza perché le usano gli immigrati, si pratica un tetto massimo di stranieri nelle scuole, e financo si toglie il cricket dalla festa dello sport monfalconese solo perché praticato dai bengalesi – mettendo i residenti gli uni contro gli altri. Sarà vantaggioso elettoralmente (la sindaca ha ottenuto il secondo mandato con una maggioranza del 72%, anche se i suoi voti sono stati 7500, meno dei manifestanti dell’altro giorno), ma è miope, perché si produce il contrario di quello che si dice di volere, senza metterne le basi: maggiore integrazione, che poi vuol dire maggiore sicurezza e benessere per tutti.

Cosa succederà, andando avanti così? Inevitabilmente, che una parte della città governerà contro l’altra, anziché con. Facile, anche perché l’altra parte, per ora, non ha per lo più la cittadinanza, e non vota. Ma tale scelta rischia di configurarsi come un blando e non dichiarato apartheid, in cui persone diverse per etnia e religione hanno diritti diversi, le cui conseguenze si pagheranno in futuro.

Ricordiamo, en passant, il precedente di Verona. Il sindaco allora leghista Tosi, al primo mandato, aveva un programma fortemente anti-islamico. Ha chiuso la moschea, come promesso: i musulmani hanno fatto ricorso al TAR e l’hanno vinto. L’ha richiusa, hanno rifatto ricorso, e l’hanno rivinto. È finita che nel secondo mandato sindaco e imam si facevano i selfie insieme, e oggi nessuno sano di mente, a Verona, rimetterebbe in questione il diritto costituzionale dei musulmani a riunirsi nel proprio luogo di culto. Magari pensarci prima?

 

Cantieri e moschee chiuse, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 dicembre 2023, editoriale, p. 1-2

FIFA 2022 in Qatar: il Marocco e i nuovi equilibri mondiali

Comunque vada a finire la coppa del mondo del Qatar, la presenza in semifinale del Marocco, prima volta per una squadra africana, rappresenta un cambiamento storico, non rubricabile a un evento solamente sportivo.

È innanzitutto il simbolo del riscatto di un continente. Non a caso l’Africa tifa compatta per il Marocco, come anni fa aveva tifato Camerun, Senegal o Ghana quando erano arrivati ai quarti di finale. È un segno di equilibri mondiali che si modificano, e che peseranno sempre di più in futuro, economicamente, demograficamente (la Nigeria si avvia a superare gli USA come terzo paese più popoloso del mondo…) e anche politicamente.

Più in specifico, è un riscatto anche del mondo arabo, dove pure si gioca il mondiale, anche contro i paesi suoi ex-colonizzatori: nel caso dell’ex-colonizzato Marocco, battendo direttamente la Spagna, che nel territorio marocchino mantiene le enclaves neo-coloniali di Ceuta e Melilla, il Portogallo (proprio a Ceuta ebbero inizio le guerre marocchino-portoghesi, 600 anni fa), e andando ad affrontare la Francia, il colonizzatore più recente, il cui protettorato sul Marocco ha retto fino a settant’anni fa. Questa solidarietà interna al mondo arabo si è vista anche con la bandiera palestinese esibita dalla nazionale marocchina e da molti tifosi, a ricordare una ferita ancora aperta, che in occidente si tende a dimenticare, ma che nel mondo arabo è vivissima. Non stupisce che ovunque, nei paesi arabi, si tifi Marocco.

È un riscatto anche, in certo modo, dell’islam. I giocatori del Marocco hanno pregato sul terreno erboso dei campi di calcio mondiali, in direzione della Mecca, e anche questo fattore gioca un ruolo sullo scacchiere globale, nei paesi musulmani ma anche tra gli emigrati in paesi occidentali, dove l’islam è spesso malvisto, e non solo a causa del terrorismo. Re Mohamed VI appartiene a una dinastia che reclama una discendenza diretta dalla famiglia del Profeta, e questo è parte importante della sua legittimazione, che si sta attuando anche con una accorta politica di finanziamento di luoghi di culto e di formazione religiosa rivolta a imam e predicatori di tutta l’Africa (e della diaspora occidentale), in concorrenza e contrapposizione con l’islam radicale e salafita.

Riscatto, inoltre, del Marocco stesso, che da molto tempo persegue, con sempre maggiore successo, un ruolo di leadership – innanzitutto economica, attraverso oculati investimenti in sviluppo e infrastrutture – per tutta l’Africa, con particolare attenzione a quella subsahariana. Un ruolo da grande potenza regionale, al contempo in dialogo e collaborazione con l’Unione Europea. Quello che noi chiamiamo Marocco, in arabo maghrib, vuol dire occidente, e questa è dopo tutto la sua collocazione geografica, ma anche il ruolo di tramite che si è scelto, come paese in tumultuosa crescita economica, ma anche attore di una transizione politica che lo porta verso una sempre maggiore democratizzazione e libertà sostanziale.

Riscatto, infine, degli immigrati marocchini in Europa, della cui presenza straniera costituiscono una parte importante (in Italia sono oltre 400mila, terza componente dopo rumeni e albanesi). Non stupisce che sia così. Anche quando l’Italia vinceva contro altri paesi europei in cui erano stati accolti ma anche spesso maltrattati, gli italiani in essi emigrati avevano un motivo in più per gioire. Certo, qua e là c’è stata qualche inaccettabile intemperanza di troppo nel manifestare la propria soddisfazione (anche se, come in Italia, molto inferiore alle intemperanze contro i marocchini). Un surplus di rabbia, o un segnale di malessere, che in paesi come Francia o Belgio è anche una comprensibile protesta contro una integrazione non sempre riuscita, e una marginalizzazione di fatto che questi paesi hanno lasciato crescere nelle loro banlieues, pur in mezzo a evidenti successi di integrazione (a Bruxelles il nome più diffuso, alla nascita, è Muhammad). Ma l’argomento lanciato da qualche politico di destra, come Eric Zemmour, “in Marocco sono scesi nelle piazze pacificamente, in Francia ci sono stati tafferugli” (anche se risibili rispetto alla grande maggioranza di gioia civilmente espressa) rischia di essere scivoloso: più una constatazione di incapacità e impotenza della Francia rispetto al Marocco, dopo tutto. E peraltro le stesse persone, se non ci fosse stato il Marocco a giocare, avrebbero tifato per il paese in cui vivono. Come gli emigranti italiani all’estero quando non gioca l’Italia, dopo tutto.

 

Il riscatto del mondo arabo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 dicembre 2022, editoriale, p.1

Pluralità culturale e intolleranza: a proposito del niqab

Una donna del Bangladesh che vive da 13 anni a Mestre è stata prima insultata e poi aggredita perché portava il niqab, un tipo di velo islamico che lascia scoperti soltanto gli occhi. Non è il primo caso e non sarà purtroppo l’ultimo. Ma il fatto illumina alcuni nodi irrisolti, e vale la pena sottolinearne le implicazioni.

Da un lato abbiamo un rapido processo di pluralizzazione della società, che non è effetto della sola immigrazione, e che produce reazioni spesso oltre il limite della tollerabilità sociale. Le nostre città sono piene di persone che si sentono in diritto di decidere per gli altri che cosa è giusto e che cosa è sbagliato: e se una volta magari stigmatizzavano i capelli lunghi, una gonna corta o un bacio dato per strada, oggi se la pigliano con una coppia dello stesso sesso che si tiene per mano, con un capo di vestiario inusuale, o direttamente con il colore della pelle di una persona. Questi atteggiamenti denotano un’arroganza culturale diffusa, e un malfondato senso di superiorità. Come se fosse ancora possibile dire che esiste una sola cultura (quale?), un solo modo lecito di pensarla e di vivere, una sola religione o una sola ‘razza’ accettabile. E le modalità con cui si manifesta questo atteggiamento (il fatto che venga percepito come lecito aggredire qualcuno strappandogli di dosso un simbolo o capo di vestiario, che sia una sciarpa arcobaleno, una kippah o un velo) mostra quanto questa reazione incivile sia difficile da qualificare altrimenti che intollerante e financo francamente razzista (metteremmo mai le mani addosso ad una persona della ‘nostra’ cultura, etnia e religione per lo stesso motivo, a una suora magari?).

Ma un ragionamento va fatto anche sull’altra faccia della medaglia. Ho assistito personalmente e sostenuto (pagandone anche qualche minimo prezzo polemico) le battaglie delle donne musulmane in Italia per il diritto a portare l’hijab (un indumento a cui la definizione di velo fa torto, dato che non nasconde nient’altro che i capelli: come un foulard, a cui di fatto è assimilabile). Ho appoggiato il diritto al riconoscimento (ottenuto più di vent’anni fa) di poter avere la foto con l’hijab, per chi lo richiede, anche sulla carta d’identità (né più né meno come le suore, e per lo stesso motivo). Ho persino scritto un libro in difesa del burkini (il costume da bagno che è una specie di muta da sub incrociata con una casacca, che portano alcune musulmane, e non solo). Ma la questione del niqab, che copre anche il viso, del chador o a maggior ragione del burqa, pone un altro problema. Che non è di sicurezza: a tutt’oggi, in Europa, non si è visto né un attentato né una rapina attuati grazie ad esso. Ma squisitamente culturale, di estraneità reciproca percepita, e per questo più importante.

Certo, c’è anche un problema di legislazione. Da noi c’è il Testo unico di pubblica sicurezza che impedisce di andare in giro con il volto coperto, e vincola almeno a scoprirlo su richiesta di un pubblico ufficiale. Solo che – come leggi simili in tutta Europa – è regolarmente inapplicato, e non solo a carnevale: dalle sciarpe e passamontagna dei freddolosi, fino ai ricchi turisti della penisola araba che sarebbe imbarazzante (e probabilmente anticostituzionale) fermare alla frontiera. Non solo: in questi anni è stata la legge a ordinarci di coprire il volto, imponendoci la mascherina anti-Covid anche per strada. Segno che le sensibilità cambiano, per i motivi più diversi. E tuttavia i volti, da noi, sono culturalmente importanti, e loro copertura non sta sullo stesso piano di un foulard, perché in termini emozionali e comunicativi sono in un certo senso fondamento e garanzia del legame sociale, del rapporto fiduciario che implica.

Aggiungiamo che non è nemmeno un problema realmente religioso. Non c’è alcun riferimento coranico alla copertura dei volti. La sura XXXIII,59 invita solo le donne dei credenti a ricoprirsi dei loro mantelli – “questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese”. Poi, ognuno fa l’esegesi che vuole, e non tocca a noi decidere per i musulmani. Ma forse non sarebbe inutile un franco dibattito interno alle comunità islamiche sul perché di questa enfasi recente sulla copertura del volto. Il fatto che nel Corano non ce ne sia traccia lascia pensare che le ragioni siano altre e meno nobili, più legate ai rapporti di genere, o a sovrastrutture ideologiche, dato che si sta diffondendo, a partire da ambienti salafiti, anche in paesi dove era prima inesistente (non è il rispetto di una tradizione, dunque, ma precisamente il suo contrario: un’innovazione). Il che meriterebbe una discussione onesta sulle sue ragioni e i suoi torti.

 

L’alterità culturale del velo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” 10 dicembre 2022, editoriale, p. 1

Immigrazioni, pluralismo, islam: come cambia il paesaggio religioso in Europa

Pluralismo religioso in Europa: novità ed elementi di continuità

 

Come cambia il paesaggio religioso in Europa

Il paesaggio religioso in Europa sta cambiando con una rapidità sorprendente, e tuttavia tale cambiamento appare pressoché impercepito, in sé e nelle sue conseguenze. Non è tanto e solo l’aumento dell’offerta religiosa che va rilevato, ma le implicazioni che il pluralismo religioso ha sulle società. Non è tanto importante quindi vedere, paese per paese, numeri e differenze quantitative (in quale paese si manifesta maggiormente questa o quella minoranza, o quanto sta calando l’appartenenza alle antiche maggioranze) che è rilevante: quanto capire le tendenze lunghe in atto.

Per l’Europa il rapporto tra autodefinizione religiosa e stato ha origine almeno dal trattato di Vestfalia (1648), dopo il quale lo stato si è identificato con una religione particolare. È così che la Baviera e Colonia divennero cattoliche, mentre Hannover e il Brandeburgo protestanti, la Danimarca e la Svezia luterane, e la Francia cattolica. Per arrivare a oggi c’è, in mezzo, una lunga storia, in cui, citati alla rinfusa, troviamo Illuminismo, Rivoluzione industriale, capitalismo, sviluppo scientifico e tecnologico, secolarizzazione, progressiva separazione tra la sfera politico-giuridica e quella religiosa, privatizzazione del religioso.

L’Europa di oggi non è dunque più quella di Vestfalia: ma questa identificazione tra stato e (una sola) religione non è sparita dall’orizzonte culturale dell’Europa, dalla sua autodefinizione. Ce lo suggeriscono innanzitutto le diffuse ‘incrostazioni’ istituzionali delle rispettive religioni maggioritarie, che anche se non sempre sono definibili come chiese di stato, sono comunque profondamente inscritte nel patrimonio giuridico-politico, ma anche economico e sociale, dei rispettivi paesi (la regina capo della Chiesa d’Inghilterra, le chiese di stato luterane dei paesi nordici, i concordati in Italia e Spagna, il legame tra ortodossia e nazione in Grecia, ecc.). Non si tratta tuttavia solo di una eredità culturale: un fatto di tradizione, senza conseguenze evidenti sull’oggi. Anche un certo ritorno dell’argomento religioso e del suo rilievo culturale nella definizione della nazione, e anche dell’Europa, sembra mostrare che questa identificazione è tutt’altro che un reperto del passato. Dal finanziamento delle scuole religiose al dibattito sulla bioetica, da certe posizioni politiche neo-conservatrici al recupero di una simbolica pubblica che potremmo considerare una forma di ri-tradizionalizzazione dall’alto, i segni di visibilizzazione istituzionale della religione, talvolta di reinvenzione di forme di civil religion, non mancano. Questo ritorno inoltre deve probabilmente qualcosa, oltre che a dinamiche interne, proprio alla nuova presenza di tradizioni considerate alloctone, tra cui, in primo luogo, l’islam.

Nell’Europa dell’ovest si credeva di aver risolto il problema della separazione tra stato e chiesa grazie alla secolarizzazione, ma alcune dinamiche interne, e la presenza delle minoranze immigrate, creano qualche problema a questa immagine a tinte troppo definite. Nell’est si credeva invece di averlo risolto eliminandolo alla radice, e si nota invece oggi il suo ritorno, dalla Polonia e dall’Ungheria alla Serbia, passando per la Russia.

Non possiamo tuttavia dedurre troppo facili linee di tendenza: assistiamo infatti sia a forme diffuse di privatizzazione del religioso (o di sua esplicita negazione: l’ateismo e l’agnosticismo sono in crescita e costituiscono in molti paesi la seconda ‘religione’), sia, in particolare nella sfera politico-rappresentativa, a forme di politicizzazione e anche di neo-istituzionalizzazione della religione, che progressivamente includono anche le minoranze.

 

Mobilità e pluralità

La mobilità delle religioni è legata, e del resto lo è sempre stata, anche alla mobilità umana. È dunque parte di quella più generale “rivoluzione mobiletica”, che coinvolge il movimento di informazioni, merci, denaro, idee, oltre che uomini e donne, e che è parte a sua volta del più problematizzato processo di globalizzazione. Uno dei suoi effetti è la progressiva maggiore com-presenza sul medesimo territorio di una pluralità culturale e religiosa sempre più ampia, che si sta delineando, pur tra resistenze e reazioni in direzione opposta, nei processi di cambiamento che stanno investendo l’Europa.

Da un lato abbiamo le presenze religiose abituali che costituiscono le costanti: assai più presenti, non fosse che per motivi inerziali, tanto in termini di radicamento sociale e culturale quanto per incardinamento istituzionale, di quanto l’enfasi sul cambiamento, sulle nuove mode religiose o sulla secolarizzazione riesca a comprendere. Dall’altro vi è precisamente il cambiamento, i dinamismi che, più che agitare le acque, ne modificano la composizione.

Il “momento religioso” attualmente vissuto dall’occidente è caratterizzato da due fenomeni concomitanti, e talvolta vissuti, dagli attori sociali che li interpretano, come tra loro concorrenti.

Il primo. Insieme alle religioni tradizionali della vecchia Europa (le varie famiglie cristiane, la presenza ebraica, qualche sopravvivenza che una volta si sarebbe definita pagana), troviamo oggi, sempre più articolati e visibili, altri attori: i nuovi movimenti religiosi che in Europa nascono o che vengono importati da altri fiorenti produttori (gli Stati Uniti, ma anche non pochi paesi asiatici: dall’India al Giappone alla Corea, e altri); un’ampia produzione di spiritualità new age; sette religiose più o meno legate, magari anche solo per opposizione, al vecchio ceppo cristiano; nobili tradizioni altrui da noi importate per iniziativa soprattutto di occidentali e a modo loro (è il caso del buddhismo).

Il secondo. Con l’arrivo di nuove popolazioni immigrate quello che in sociologia è invalso chiamare, con una metafora di derivazione economica forse discutibile ma efficacemente descrittiva, il mercato dei beni religiosi, si è ulteriormente complessificato. L’offerta di beni religiosi, già ampia e in aumento per sue proprie logiche, ha trovato un’ulteriore, feconda nicchia di mercato in cui espandersi, ma anche nuovi imprenditori sociali del sacro, diverse modalità di consumo, e si sono aperti nuovi canali di import-export religioso. Nel concreto, significa che vi è una sempre più marcata presenza di tradizioni religiose vecchie e nuove che sono arrivate insieme agli immigrati: dall’induismo all’islam, passando per le religioni ‘etniche’ (lo shinto, i sikh), l’animismo, forme sincretiche come le cosiddette ‘nuove chiese’ africane, ecc., oltre che nuovi membri, allogeni, di tradizioni religiose già presenti, percepite come indigene (cattolici, denominazioni protestanti, ortodossi, ebrei, ma anche membri stranieri di comunità religiose recenti, come i pentecostali e i testimoni di Geova).

Questi due fenomeni non sono separati e per così dire impermeabili: si intrecciano, si compenetrano, si influenzano reciprocamente, e retroagiscono sulla società in cui si inseriscono (che a sua volta retroagisce su di loro). Queste nuove presenze religiose non sono infatti neutre. E non hanno conseguenze solo per sé stesse. La presenza di questi nuovi ‘inquilini’ è suscettibile di influenzare, e di fatto sta già influenzando, anche i vecchi ‘padroni di casa’: le istituzioni, i sistemi sociali, e, cosa su cui si riflette molto meno, le religioni stesse.

Oggi la com-presenza di svariate entità religiose, resa ancora più visibile e in un certo senso drammatizzata dalla presenza di cospicue comunità di immigrati che si richiamano a religioni più o meno estranee alla storia europea, o almeno percepite come tali, ci costringe a fare i conti con quella che diventa pertinente chiamare, mutuando l’espressione dal dibattito filosofico recente, una diversa “geo-religione” dell’Europa.

 

Immigrati e religioni

 

La presenza di un numero sempre maggiore di immigrati in Europa non è solo un fatto quantitativo, con svariate conseguenze sociali, economiche e culturali. Insieme producono e creano nuove problematiche, nuovi processi di interrelazione: in una parola, un cambiamento qualitativo – niente di meno di un nuovo tipo di società. Alquanto diverso dal modello di stato-nazione come noi lo conosciamo, e dai suoi principi fondatori, che non a caso sono oggi in crisi. Si pensi agli elementi stessi dello stato: un popolo, un territorio, un ordinamento – tutti e tre, per motivi diversi, attualmente in crisi, sotto pressione, in perdita di capacità definitoria e dunque di efficacia. Per non parlare di quell’altro elemento, implicito ma ben reale nella nostra comprensione della società, che si aggiunge ai tre precedenti: una religione.

La pluralizzazione avviene e aumenta già per dinamiche interne alle nostre società. Ma, in più, la presenza di immigrati non è culturalmente né religiosamente neutra. Gli immigrati non arrivano “nudi”: portano con sé, nel loro bagaglio, anche visioni del mondo, tradizioni, credenze, pratiche, tavole di valori, sistemi morali, immagini e simboli. E prima o poi sentono il bisogno, se mai l’hanno perduto, di richiamarsi ad esse come ad indispensabili nuclei di identità; spesso per identificazione, talvolta anche solo per opposizione. Essi spesso giustificano e confermano una specificità e anche una sensibilità religiosa, che una modernità superficiale nelle apparenze e nello stesso tempo profonda e radicale nella sua capacità di scalfire gli stili di vita tradizionali e i convincimenti su cui si basano, apparentemente fa di tutto per cancellare. In una parola, la religione, e ancora di più la religione vissuta collettivamente e comunitariamente, ha un suo spazio e un suo ruolo nella costruzione dell’identità individuale e collettiva di nuclei significativi di immigrati.

Non c’è più, insomma (semmai c’è stata in maniera così totale: in realtà anche questa unitarietà è un mito di origine romantica), un popolo con una propria fede che abita un determinato territorio; ma assistiamo al progressivo prodursi di una realtà molto più articolata, in cui su un medesimo territorio si mischiano (o non si mischiano, ma comunque co-abitano) popoli, religioni, etnie diverse. La pluralità, insomma, da patologia che era si è fatta fisiologia: è diventata, o sta diventando, normale – e progressivamente anche normata. Un effetto anche questo, e tra i meno percepiti, della globalizzazione.

La pluralizzazione avviene dunque su tutti i piani. E non è solo un fatto (ad esempio, la maggiore offerta culturale, sociale, ecc. disponibile). È un processo. Che cambia la società, e dunque ci cambia. Cambia noi, e cambia gli altri attori in gioco, in primo luogo gli immigrati stessi: trasformando le identità individuali e collettive tanto degli immigrati quanto degli autoctoni (e dei nuovi immigrati che progressivamente si autoctonizzano).

 

L’islam come catalizzatore

 

Il caso dell’islam è spesso considerato quello maggiormente problematico, ma non è il solo. Anche se, non foss’altro che per questioni numeriche, nonché a seguito del retaggio storico che il rapporto tra islam e occidente porta con sé, per finire con l’incalzare dell’attualità (il terrorismo e il nuovo ruolo geopolitico dei paesi musulmani), offre notevoli spunti di riflessione, inglobando al suo interno provenienze etniche differenziate, un certo numero di autoctoni (i convertiti), e delle seconde generazioni nate sul suolo europeo e progressivamente inglobate nel mainstream; nonché un’ampia serie di ambiti in cui si propone e ‘fa’ immagine, talvolta suo malgrado: dal rinascere dei fondamentalismi ai rapporti di genere, passando per le relazioni tra stato e comunità religiose.

Ma l’islam non è né più diverso né più ‘estremo’ di altre presenze religiose, concettualmente oltre che geograficamente più lontane dalle derive del cristianesimo europeo (a sua volta fortemente differenziato, oltre che storicamente diverso dalla sua immagine e ruolo passato). Semplicemente, per motivi statistici (è la principale tra le nuove minoranze) e d’attualità, ha inevitabilmente assunto il ruolo di sostituto discorsivo, di oggetto transizionale, rispetto a quello che è il cambiamento vero: la pluralizzazione stessa delle società, appunto. L’impossibilità di comprendere l’Europa, o i singoli stati nazione, in una dimensione di omogeneità, ormai irrimediabilmente perduta. Che è ciò che fa problema, e produce reazioni e rivendicazioni nostalgiche. È così che emergono identità reattive e pulsioni conflittuali che presumono una coerenza interna alle identità religiose non più riscontrabile sul piano empirico, e dissensi e conflitti valoriali attraversano le identità prima ancora che separarle tra di loro. E, soprattutto, non tengono conto delle sempre più rapide trasformazioni in atto. Per tornare al nostro esempio: l’islam in Europa (del resto diversissimo per provenienze e costumi) cambia. Ma, europeizzandosi, diventando un attore sociale interno, cambia anche l’Europa. In più, non essendo solo interno, ma anche – attraverso legami personali e network organizzati, come pure attraverso i media vecchi e nuovi – transnazionale (potendo essere insomma qui e altrove), i musulmani che vivono in quella che potremmo chiamare la parte europea della umma, attraverso numerosi effetti di feedback influenzano anche le zone d’origine dell’islam, e comunque quelle di provenienza delle prime generazioni di immigrati. E al contempo, i nuovi arrivi fanno ricominciare da capo il ciclo. In un processo trasformativo che include forme di sincretismo soggettivo e di mixité (da quella culturale a quella matrimoniale) che sono esse stesse fattori ulteriori di trasformazione. Difficile, dunque, parlare delle entità religiose in astratto: esse vanno sempre osservate nel contesto e nel concreto dei loro dinamismi.

 

Pluralismo religioso in Europa: novità ed elementi di continuità, in Centro Studi Idos, “Dossier Statistico Immigrazione 2021”, Roma, novembre 2021, pp.77-80

Saman: cosa pensarne, cosa fare

Saman Abbas: 18 anni e una vita davanti. Che una famiglia bigotta e la minaccia di un matrimonio imposto hanno cambiato per sempre. Come, lo sapremo alla conclusione delle indagini.

È una storia comune, quella del conflitto che ha vissuto. Che si presenta spesso nelle famiglie “tradizionaliste”, quale che sia la tradizione di riferimento (religiosa, etnica, tribale, in ogni caso popolare, da qualche parte, e tramandata come si tramandano le tradizioni, per inerzia e imitazione), ma che normalmente si risolve in altro modo: passando attraverso conflitti familiari dopo tutto fisiologici, che servono a inghiottire la novità, la libertà e il riconoscimento dei diritti individuali, non a rifiutarli o conculcarli fino alla soppressione della vita.

Le tradizioni che vanno contro la legge vanno denunciate. Con forza. Quelle che vanno contro la morale diffusa e il senso comune vanno ingaggiate in una discussione senza reticenze. Ma serve pensiero, non retorica. E pratiche di integrazione, non capri espiatori.

Il problema non è denunciare l’immigrazione, o l’islam (come se fosse pratica abituale tra immigrati e musulmani uccidere le figlie! E il matrimonio combinato non fosse presente alle più diverse latitudini, e peraltro come pratica ancestrale prima che come costume religioso). Mettere sotto attacco le culture in quanto tali porta spesso a una chiusura intracomunitaria ancora più ferrea. Il cammino giusto è fare l’opposto: bisogna incontrare le comunità, parlare, dialogare, coinvolgere – in una parola, integrare. Mettendole di fronte all’orrore di casi come questo, collaborando a trovare mezzi e vie d’uscita, combattendo insieme un’omertà comunitaria difensiva che è essa stessa parte del problema. Coinvolgendo come attori privilegiati proprio le nuove generazioni, i figli degli immigrati, che sono in prima linea in questo confronto/scontro culturale.

In altri paesi europei, quando è emersa la piaga dei matrimoni forzati, è aumentato l’impegno e l’investimento in attività di integrazione, non diminuito. E lo si è fatto non contro le comunità, ma con loro, coinvolgendone i vertici nazionali e locali, sia etnici che religiosi (di molte etnie e religioni: la piaga è diffusa, e il confine tra matrimonio combinato e matrimonio forzato non sempre facilmente discernibile), in concrete iniziative sul territorio, nei quartieri e nelle scuole a rischio, facendo iniziative congiunte di educazione, cioè prevenzione, cioè integrazione, cioè il bene di tutti.

In passato altri casi (e purtroppo altri omicidi) si sono visti, soprattutto in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, cioè le regioni più sviluppate e avanzate del paese. Non è una contraddizione. Non potrebbe essere che così, visto che qui vivono la maggior parte degli immigrati, dando un contributo percentualmente assai superiore al loro numero alla produzione di ricchezza di queste aree, in cui si sono spesso inseriti bene. Tanto bene da fare famiglia – cioè proiezione (anche se inconsapevole) sul futuro – qui. È in questa realtà che si trovano a vivere i loro figli, e una delle contraddizioni (e delle occasioni di litigio familiare) è che i genitori vivono spesso voltati all’indietro: la loro cultura è quella d’origine, e il paese dove sperano di ritornare anche. Per i loro figli e figlie (ché le donne – il corpo e la volontà delle donne – sono sempre il terreno privilegiato di scontro delle culture che non a caso definiamo patriarcali) le cose stanno in maniera completamente diversa: sono proiettati qui, e questo è il loro paese, di cui a giusto titolo vorrebbero la cittadinanza (che, incidentalmente, aiuterebbe nell’affermazione di una consapevolezza e di una volontà autonoma, anche simbolicamente diversa e slegata da quella dei genitori).

È dunque questo paese – il loro – che deve reagire. Denunciando senza ambigue comprensioni e tolleranze l’inaccettabilità e persino l’indicibilità di comportamenti che coartano la volontà individuale, e ogni e qualsiasi tipo di violenza e sopraffazione. Reagendo con fermezza, forza e autorevolezza contro le discriminazioni interne alle comunità (nei confronti delle donne, in primo luogo) – e, per coerenza e maggiore legittimazione di questo suo sforzo, quelle esterne (nei confronti degli immigrati stessi). E dando una mano, anche e proprio rafforzando i soggetti deboli (le donne e i figli) con pratiche di empowerment e di integrazione diffusa. Solo così si risolvono i conflitti attuali. E si prevengono quelli futuri.

 

Saman e lo scontro culturale, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 2 giugno 2021, editoriale, p.1

Islam in Europa. Tra violenza e pregiudizio: il dialogo possibile

Prima l’uccisione orribile dell’insegnante Samuel Paty, nella regione di Parigi. Poi l’attentato a Vienna, con la sua scia di vittime innocenti. Nel giro di due settimane, lo spettro della violenza di matrice islamica ha ripreso ad agitare un’Europa che credeva di essersela lasciata alle spalle con la sconfitta sul terreno dell’ISIS. Non è così: l’ISIS è stato (ed è ancora) solo una delle forme – la più violenta, la più esplicita, la più organizzata – di un problema più ampio, con cui dobbiamo fare i conti. Devono farli le società europee. E devono farli i musulmani che le abitano.

Cominciamo da questi ultimi. Che, in quanto tali, non sono – e non possono essere considerati – corresponsabili di questi orrori. Come non potevano esserlo i socialisti europei del terrorismo delle BR, i cattolici o i protestanti irlandesi delle bombe dell’IRA e degli orangisti, la popolazione basca di quelle dell’ETA. Ma, come in tutti i casi che abbiamo citato, il terrorismo è stato sconfitto, più che con la repressione, che certo è stata importante, con una grande battaglia culturale interna, condotta dalle persone di quei mondi contrarie invece all’ideologia della violenza, e conclusasi con la loro vittoria. Per limitarci al primo esempio, ma è vero per tutti, il terrore brigatista è stato sconfitto quando – nei mondi limitrofi, di quelli che avevano ideali in parte comuni – si è smesso di dire che si trattava di provocatori o infiltrati al soldo di altri interessi (cioè non erano dei ‘nostri’), poi che non erano ‘veri’ comunisti perché questi non agiscono così, poi che erano compagni che sbagliavano nel metodo ma comunque avevano le loro buone e giustificabili ragioni, poi condannando esplicitamente qualunque ricerca di legittimazione da parte dei violenti, infine isolandoli, denunciandoli e combattendoli come nemici dichiarati, pagando anche il prezzo della marginalizzazione (e in qualche caso della morte – pensiamo a Guido Rossa) per averlo fatto. È su tutti questi terreni che va condotta la battaglia. Ed è quello che sta avvenendo anche nel mondo islamico europeo, dove queste idee circolano tutte, ma per fortuna con percentuali molto diverse di sostegno: e un benefico conflitto interno è già in atto. Bisogna ricordarlo, perché solo la chiarezza di visione e l’onestà dello sguardo dei molti possono aprire delle crepe nell’oscurantismo di alcuni. E farci accorgere delle piccole e grandi collaborazioni a questa violenza. Pensiamo al caso Paty: i genitori che hanno protestato contro l’insegnante senza conoscere il merito, i leader associativi e gli imam in cerca di visibilità che hanno indicato la via della stigmatizzazione personale, chi sui social ha condiviso la gogna, gli indignati in servizio permanente effettivo del vittimismo e dell’islamofobia, chi ha amplificato il nemico per interessi di parte o di nazione (anche dall’estero), fino agli studenti che hanno indicato l’insegnante all’attentatore, e a chi di fronte a tutto questo è stato zitto. In questo senso non si può parlare di attentatore isolato, anche se la responsabilità è solo sua: sarebbe un’offesa alla verità.

Ma poi c’è l’Europa. Che non è innocente anche quando è inconsapevole: e per le stesse ragioni. Pure lei ha le sue colpe rimosse e i pregiudizi inconfessati: non accettando che i musulmani in Europa siano ciò che sono, ovvero come tutti gli altri residenti e cittadini, con gli stessi diritti e doveri e garanzie costituzionali; che non possono dunque essere stigmatizzati in quanto tali, e devono anzi essere arruolati come partner in una battaglia che è comune, di reciproco interesse e basata sui medesimi valori, che vede dalla stessa parte le società europee e la stragrande maggioranza dei musulmani che in esse vivono, e che peraltro pagano per primi il prezzo della reazione al terrore. Questa collaborazione deve essere aperta, esplicita e dichiarata. Perché anche una parte dell’Europa ha mostrato il volto della stigmatizzazione a senso unico, delle campagne d’odio nei confronti dei musulmani, della discriminazione istituzionale, del doppiopesismo, dell’offesa gratuita e generalizzata, dell’esclusione, di un diffuso e inaccettabile pregiudizio anti-islamico (molto meno, va detto, del terrore). E anche qui ci sono molti complici silenzi.

C’è bisogno di fiducia, di collaborazione nel concreto, di gesti coraggiosi – anche pubblici e  istituzionali – di apertura reciproca, di dialogo onesto. Solo così si sconfiggerà un nemico che è comune.

 

Lo spettro del terrorismo che ancora aleggia sull’Europa, in “Confronti”, n. 12, 2020, editoriale, p.7

Covid e dintorni: i musulmani e il diritto alla sepoltura

https://ilbolive.unipd.it/it/news/dove-seppelliamo-nostri-morti?fbclid=IwAR19bvbozOgD2NrMDIKrSHkH_TFndeWFLpzVK6GM2EfhwtJisOti82LybIY

 

Dove seppelliamo i nostri morti?

“Dove seppelliamo i nostri morti?” In questo periodo di emergenza sanitaria è un interrogativo non privo di inquietudine tanto per i cattolici quanto per i credenti di minoranze religiose. Tra queste, la comunità musulmana è particolarmente toccata dal problema e sono mesi che i giornali ne parlano. In realtà però, è da tempo che si discute per trovare una soluzione: dall’inizio degli anni Duemila si tenta di trovare un’intesa tra comunità islamica e stato italiano, ma ad oggi non sono stati raggiunti grandi risultati. Su circa 8 mila comuni italiani sono presenti solo 58 cimiteri islamici – destinati peraltro ai residenti nel comune in cui si trova il cimitero – e dovrebbero far fronte alle esigenze di una comunità di circa 2 milioni di credenti.

È evidente che anche senza Covid-19 il problema presto o tardi si sarebbe dovuto affrontare e risolvere in maniera definitiva.

L’attuale situazione, rendendo impossibile il rimpatrio delle salme a causa della chiusura di rotte aeree e marittime, non ha fatto altro che acuire una problematica già presente, creando emergenza nell’emergenza.

Per comprendere meglio la necessità di realizzare aree cimiteriali islamiche, abbiamo intervistato il professor Stefano Allievi, docente di sociologia dell’università di Padova.

“Noi diciamo che i migranti tendono a rimandare i corpi dei defunti nel paese di origine, ma questo accade solo in una prima fase, ovvero quando si sentono migranti temporanei. Man mano che risiedono per periodi più lunghi nel paese di immigrazione, e tanto più se ci fanno famiglia, la loro proiezione diventa il luogo in cui vivono. È quindi normale che desiderino essere seppelliti nel territorio dove hanno vissuto e dove si trovano i loro parenti più stretti” spiega il professor Allievi.

Ne consegue che questo vale anche per i musulmani e non bisogna dunque stupirsi se il loro obiettivo diventi quello di realizzare cimiteri islamici.

“Tuttavia in Italia sono ancora pochi e spesso i defunti vengono deposti in aree acattoliche; ma via via che la comunità cresce diventa necessario, banale, fisiologico, aprire spazi a loro dedicati. Questo produce opposizione da parte dei sindaci o delle amministrazioni perché il diritto alla sepoltura, che è un diritto umano, è sentito come un processo di invasione. In definitiva, il desiderio di essere sepolti nella terra in cui si è vissuto per la maggior parte della propria vita non è altro che un processo di integrazione post mortem”.

Intervista al professor Stefano Allievi, docente di sociologia dell’università di Padova sul problema delle sepolture dei musulmani in Italia

Dunque, quella che sembra essere un’esigenza specifica dei musulmani assume un carattere universale che abbraccia tutte le minoranze religiose. La richiesta di aree riservate dove seppellire i propri morti “è tipica delle comunità religiose sia minoritarie che maggioritarie”. Il fatto è, che nei confronti dei musulmani si è creata l’idea che il professor Allievi definisce con l’espressione “processo di eccezionalismo dell’islam”, ovvero “pensare sempre che questa religione rappresenti un caso eccezionale; in realtà non lo è affatto. Bisogna calcolare che alcune identificazioni più forti sono legate al fatto di essere una minoranza e quindi valgono anche per le altre. Le comunità minoritarie soffrono di non essere riconosciute, mentre quelle maggioritarie lo sono di fatto dalle leggi, dalle istituzioni, dal paesaggio, dall’urbanistica, dalla politica”. La mancanza di questo riconoscimento per le prime si esplica nel “bisogno di sancire in maniera più forte gli obblighi, ma questo vale per tutte le minoranze”. In Italia l’esigenza della comunità musulmana viene intesa come esclusiva rivendicazione di un non-diritto (ovvero il diritto alla sepoltura), quando ad altre minoranze religiose (valdesi, ebrei) la medesima necessità non solo è riconosciuta, ma è anche garantita.

Dunque, se non c’è niente di strano in questa richiesta da parte dei musulmani, perché loro “vogliono” e “chiedono” come fanno esattamente gli altri gruppi minoritari, qual è il problema?

Facciamoci aiutare da una notizia e da qualche numero (in costante aumento). La notizia riguarda il progetto di realizzare un cimitero islamico nel comune di Fiumicino su un terreno di 400 ettari. I numeri, invece, sono relativi all’appartenenza religiosa degli immigrati presenti in Italia (stimati di poco superiori ai 5 milioni). Secondo le stime del Dossier statistico immigrazione relative all’anno 2019, gli ortodossi sono circa 1,5 milioni; i protestanti 232 mila; gli induisti 158 mila; i buddhisti 120 mila; atei e agnostici 248 mila.

Se si uniscono le due informazioni, ci si rende ben conto che nel momento in cui tutti giustamente “chiedono”, viene a crearsi un problema di spazio. A questa problematica se ne lega un’altra: le sepolture permanenti. “All’inizio venivano negate per motivi di spazio” spiega il professor Allievi “ma poi sono state autorizzate, poiché la popolazione europea è in decrescita e il bisogno di aree cimiteriali non è così impellente. Tuttavia, le richieste di comunità religiose minoritarie come quella musulmana, ha innescato una richiesta anche in quelle maggioritarie, tra cui i cattolici”.

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