Perché è legittimo – e necessario – dissentire

Nessuno di noi può sapere veramente e fino in fondo cosa è giusto e cosa è sbagliato, nelle decisioni del governo. Anche perché non sappiamo su quali basi sono state prese, se è vero – come qualcuno sta cominciando ad ammettere – che anche molti membri del governo hanno assunto decisioni senza avere potuto vedere alcun dato specifico, disaggregato, settoriale, o territoriale, sulla base del quale prendere le decisioni relative ai propri settori di competenza da chiudere o da lasciare aperti. Decisioni che – in mancanza di questa base razionale – rischiano di essere interpretate come una specie di lotteria, che decide, come un’antica divinità priva di pietas, o un’incarnazione del fato, chi può salvarsi e chi no, i sommersi e i salvati, sulla base del proprio cieco volere. Ecco perché una prima doverosa battaglia da vincere, se si vogliono davvero convincere dei cittadini maturi della bontà delle proprie scelte, e non solo imporre a dei sudditi recalcitranti le proprie imperscrutabili volontà, seppure per il bene dei sudditi medesimi, è quella della trasparenza e della qualità delle fonti sulle quali si fonda il processo decisionale. Altrimenti saremo legittimati al sospetto del pressapochismo e dell’incompetenza, a giustificazione della nostra critica e della nostra protesta. Questo vale a livello governativo, regionale, e locale. Occorre contezza delle fonti, degli studi: ma anche dei vari passi compiuti nel processo decisionale. Le riunioni svolte, i tavoli di coordinamento attivati, gli incontri con le parti sociali avvenuti. Per non dover scoprire ex post, come ora sta avvenendo – per esempio nel settore più esposto, e ritenuto più problematico nell’ambito della diffusione del virus, quello dei trasporti – che non ci sono stati, o sono stati tardivi, o inconcludenti, nel senso che non si sono conclusi con decisioni assunte e procedure attivate, o non sufficienti. Ancora una volta: a livello locale, regionale, nazionale.

Non siamo più alla prima ondata, alla novità e alla conseguente impreparazione come scusa. E giustamente, oggi, i cittadini, gli organismi di rappresentanza, i corpi intermedi, non si fidano più: vogliono capire, non necessariamente protestare. Ed è semplicemente giusto che sia così: il consenso va conquistato, e meritato. È per questo che, di fronte alle proteste, la reazione stucchevole e retorica dell’unità patriottica, o del ritrovare lo spirito di marzo, è un disco rotto, senza efficacia, e una veramente troppo comoda scappatoia. Occorre ri-legittimare – è ora – un dibattito aperto, franco e democratico tra opinioni contrapposte: dopo tutto, è il senso ultimo del ruolo dell’opinione pubblica, dei media, e in definitiva della democrazia. È inaccettabile la violenza organizzata, quella del controllo camorrista del territorio, del teppismo e del ribellismo neofascista intrecciato con il tifo organizzato (una malattia che avremmo dovuto debellare da tempo e a prescindere), quella degli antagonismi fini a sé stessi, buoni solo a distruggere. Ma è utile e necessario alla tenuta del sistema democratico che si esprima ora, anche in maniera organizzata e pubblica, e quindi in tutte le forme lecite, piazze incluse, il dissenso, anche, o almeno il diritto a un’informazione dettagliata e non unilaterale e paternalistica, solo dall’alto in basso, top-down: per il bene del governo stesso, occorre molto flusso al contrario, bottom-up, dal basso verso l’alto, se si vuole che le decisioni prese siano condivise e implementate. È questione di efficacia, anche senza voler evocare i sacri princìpi e fondamenti del vivere civile e della democrazia. Occorre legittimare un ampio spazio di commento, di critica, di protesta, di disobbedienza civile anche (che va distinta dal ribellismo facinoroso spontaneo o organizzato) e possibilmente un’arena di socializzazione di dati raccolti in maniera indipendente, e interpretazioni e proposte alternative: facendo diventare tutto questo un vero e anche vivace dibattito pubblico, anche legittimamente conflittuale, su come far uscire il paese dalla crisi. Serve oggi più che mai un’opposizione critica, costruttiva, propositiva, legittimata come tale. Per non lasciare il monopolio dell’opposizione di piazza a camorra, neofascisti e ultras, e il monopolio della rappresentanza del lavoro ferito a delle destre prive quasi sempre di proposta, ma abili nel cavalcare la protesta, e a trasformarla in futuro consenso. E in questo deve fare un passo serio proprio il governo, con le forze politiche che lo sostengono, quasi a contraccambio della richiesta di ulteriori chiusure e sacrifici. Non farlo sarebbe una forma di cecità imperdonabile.

 

Consenso e dissenso, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 ottobre 2020, editoriale, p.1

Non andrà (più) tutto bene

Non andrà (più) tutto bene. Perché non è più la prima volta. Con la prima ondata del virus eravamo tutti inevitabilmente impreparati: governo nazionale, governi locali e cittadini. Si è improvvisato, ci si è contraddetti, si è andato avanti per tentativi ed errori, ma lo si è percepito come accettabile, e lo era, in una situazione obiettivamente eccezionale. E pur tra qualche mugugno si è obbedito, persino con l’entusiasmo iniziale di farlo e di farlo vedere, inventandosi rituali di condivisione a distanza, con una disciplina che persino gli osservatori internazionali (ma anche noi stessi, ammettiamolo) hanno giudicato sorprendente: dagli italiani non ce lo si aspettava.
Ma ora, con la seconda ondata, le cose stanno diversamente. Perché la crisi ha già fatto sentire il suo morso – famelico e ineguale – sui cittadini. A migliaia sono falliti, o hanno visto ridimensionati con drammatica brutalità stili di vita e aspettative sul futuro: obiettivi sfumati, progetti arenati, i sogni – e qualche volta i risparmi – di una vita svaniti, distruzione non solo di ricchezza, ma di tessuto sociale e di speranza. Benessere economico che tramuta rapidamente in malessere anche esistenziale, rabbia, impotenza. Questo per i non garantiti, per molte imprese e lavoro autonomo, per i giovani e per le donne in misura molto maggiore che per altri. Il tutto mentre per un’altra metà del paese le cose andavano esattamente come prima, senza perdita alcuna di reddito, solo le scomodità del lockdown. Producendo così diseguaglianze diffuse mai viste prima in questa entità: tra parenti, famiglie, amici, vicini, all’interno dello stesso stabile, non più solo quelle tradizionali tra quartieri bene e quartieri popolari. Questo ha fatto emergere anche nuove forme di solidarietà, ma soprattutto debolezze e fragilità di sistema.
E poi, ora, c’è la disperazione sociale, e con essa la rabbia inconsulta. Perché l’impoverimento che si prospetta con nuove chiusure va a colpire fasce sociali già ampiamente ridimensionate, impoverite, in qualche settore produttivo decimate. E perché non si può più perdonare l’inefficienza e l’impreparazione: non è più la prima volta. Molte cose hanno cominciato a funzionare molto meglio, in particolare nel comparto sanitario: che, in prima linea, e sottoposto ad alta visibilità, ha subìto la maggiore pressione a cambiare, in meglio e con maggiore efficienza. Non così in altri settori. Non nell’efficienza dei rimborsi, e nella barocca complessità delle richieste di indispensabili prestiti, sussidi o anticipazioni, per aiutare gli operatori economici in difficoltà. Non, soprattutto, in due settori che balzano all’occhio di qualunque cittadino: il trasporto pubblico e la scuola. Nel primo si sta scoprendo solo ora – a scuola e lavoro in presenza già iniziati da un pezzo, e pandemia ripartita – che con l’intero settore del noleggio pullman in ginocchio, e la conseguente larga disponibilità di bus inutilizzati e aziende in crisi, c’era a disposizione un possibile pezzo di soluzione in maniera relativamente semplice: che non si è saputo intravedere prevedendo e organizzando scenari alternativi – con responsabilità ampiamente condivise tra livello nazionale, regionale e locale (una delle cose che il cittadino non sopporta più, peraltro, è il continuo scaricabarile e rimpallo di responsabilità tra istituzioni). Nel secondo è evidente che il pur encomiabile e doveroso sforzo di ripartire in presenza ha oscurato tutta la parte relativa alla didattica a distanza, nel caso ci si dovesse ritornare: non tanto a monte, dove diverse scuole si sono attrezzate acquisendo competenze durante il precedente lockdown e qualche macchinario di supporto dopo, ma soprattutto a valle, approntando misure per i più demuniti (per mancanza di computer e tablet, di capacità di banda e risorse per acquistarla, di accompagnamento e di supporto nelle lezioni e nei compiti per chi – e sono molti – non può essere seguito a sufficienza dalle famiglie, ecc.). Sono settori in cui è evidente, oltre tutto, e si aggrava, la struttura delle diseguaglianze: tra chi può (essere accompagnato a scuola e altrove in auto dai genitori, avere mezzi informatici e supporti familiari o stimoli alternativi nel percorso di istruzione e approfondimento culturale) e chi non può e non ha.
Per questo non andrà più tutto bene, o quanto meno facilmente, con un buon grado di accettazione popolare, e consenso diffuso. Occorrerà ancora più polso, e chiarezza di obiettivi, ed efficienza. Ma anche porre mano con politiche che dovranno essere sostanziose e di lungo termine alla struttura delle diseguaglianze sociali, tra garantiti e non garantiti, tra generi e tra generazioni, mai così elevate e preoccupanti, con conseguenze di lungo periodo devastanti. Indicandole alla pubblica opinione come obiettivi da condividere per equità, giustizia e coesione sociale. In modo che anche i cittadini – e tra questi chi finora ha sofferto di meno – si responsabilizzino. Il problema è di tutti, non solo delle istituzioni. E dovremo farcene carico tutti.

Non andrà tutto bene, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 25 ottobre 2020, editoriale, p.1

Governare lo Zaiastan, tra innovazione potenziale e lenta decadenza

Il monarca Zaia dispone ormai di un potere assoluto. Non ha più nemmeno un’opposizione che possa non diciamo fare, ma dire qualcosa: in Consiglio regionale perché i regolamenti non glielo consentono; sul territorio perché resterà a lungo, rintronata dalla sconfitta, a rimuginarla e, possibilmente, a cercare di capirla. A questo punto si trova di fronte a un bivio: essere un monarca illuminato, o un satrapo, anche involontario e riluttante. Il primo è quello che usa il suo potere per innovare, cambiare le cose, potendosi permettere di percorrere strade non seguite prima, fare e far fare nuove esaltanti esperienze, accrescendo al contempo il suo stesso potere, il suo carisma, la sua aura, lasciando così un segno nella storia. Il secondo, anche quando non fa nulla di male o di sbagliato, è quello che si accontenta di andare avanti così, in compagnia dei soliti amici, per fare le solite cose, tanto la strada è in discesa, nessuno potrà dirgli niente, e il consenso gli si manterrà in ogni caso appiccicato come i vestiti fino alla fine del suo mandato. Il primo smuove le cose, il secondo le lascia andare avanti come prima.

In inglese c’è una parola che negli ultimi anni è diventata abbastanza di moda. Nasce come negativa, problematica, ma oggi la si usa sempre più spesso in chiave positiva, a proposito del management, della leadership, delle professioni, della ricerca, delle équipe di lavoro, dell’impresa, delle tecnologie: è l’aggettivo disruptive, che significa dirompente, disturbatore, trasversale, indisciplinato, sovvertitore – qualcosa che crea sì, inizialmente, disturbo, cambia l’ordine costituito e fa perdere un po’ il controllo della situazione, ma proprio per questo, facendo uscire dalle routine, dall’abitudine, dal tran tran quotidiano, dalla stanca ripetizione del passato, consente di produrre cambiamento in positivo, innovazione, miglioramento. Un po’ come la distruzione creatrice che si attribuisce all’imprenditore. È un aggettivo che si applica anche alle tecnologie, ma in realtà i suoi effetti sono soprattutto determinati dalle persone, che della disruption sono portatrici.

Ecco, quello che ci sentiremmo di consigliare a Zaia, per il bene del Veneto, è di costruirsi un po’ di di sana opposizione interna, ma opposizione creatrice, collaborativa, fatta di nuovi apporti e di nuove idee, circondandosi di un po’ di persone disruptive. Lo diciamo pensando anche alla futura Giunta di governo del Veneto, per la quale si leggono invece i soliti nomi: vecchi amici, compagni di tante battaglie, yesman e yeswoman, o anche solo garanti dell’ordine costituito, saldi controllori del territorio e di fette di elettorato.

Il Veneto non è più la locomotiva del modello Nordest degli anni migliori. Quel periodo è finito da un pezzo, anche se una parte della popolazione non se ne accorge perché ne gode ancora i benefici. Molti indicatori sono in declino, dalla demografia all’istruzione (non foss’altro perché i giovani li formiamo anche, ma li perdiamo in favore di altre regioni), per non parlare dell’economia e del lavoro, sulla cui etica, sui cui valori, oltre che sulle cui risorse, il modello Veneto è nato. Il tessuto sociale presenta sempre più segni di sfilacciamento, le diseguaglianze aumentano, e il Covid ha dato il colpo di grazia al mondo di prima. Abbiamo bisogno di risollevarci, ma non succederà se pensiamo di ricostruire il mondo che fu: occorre immaginare un mondo nuovo, una diversa terra promessa. Abbiamo bisogno di cambiare molto, se non tutto, in molti ambiti, se non tutti: dall’economia e dal lavoro all’ambiente e alla pianificazione urbana, dal sociale alla cultura passando per la pubblica amministrazione e l’organizzazione dei servizi. Non lo possono fare gli uomini e le donne di prima. Ma lo può fare un leader forte e visionario, capace e coraggioso quanto basta da circondarsi, oltre che di amici e sodali, anche di persone che possano dargli consigli anche inusuali, che abbiano esperienza di vita e di conoscenza in un qualsiasi altrove dove le cose funzionano diversamente e possibilmente meglio, che possano offrire spunti originali. Dopo tutto, quelle che stiamo descrivendo, sono le doti di un imprenditore di successo: un modello che non dovrebbe essere estraneo all’idea che il Veneto si è fatto di se stesso.

Occorre scegliere se fare dello Zaiastan un centro di sviluppo creativo o una remota tranquilla provincia, un hub di innovazione o un luogo di lenta decadenza, una Seattle o una Detroit. E la scelta di oggi peserà domani sulle future generazioni. Per questo richiede coraggio. Il coraggio di lasciare il segno. Il segno di Zaia?

 

Il leader di fronte a un bivio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 settembre 2020, editoriale, p.1disruptive

Fare opposizione nello Zaiastan

La battuta è stata del leader dell’opposizione, Lorenzoni, quando gli è stato chiesto come commentava le elezioni: “in bulgaro o in italiano?”. È un vecchio vizio di chi non si identifica con i vincitori, e guarda attonito – tra l’allibito e l’invidioso (nel caso di Lorenzoni, forse solo autoironico) – il travolgente successo di Zaia in Veneto, tirare in ballo le “percentuali bulgare”, Lukashenko o lo zar Putin. Ma qui non c’è nessun autoritarismo, nessuna tentazione totalitaria, nessun dominio di partito unico: il consenso sale dal basso, e la leadership di governo qui è purissimo soft power. Carezzevole, persino. Attentissimo a non prender posizione, semmai, non a prenderle forti. Più ascoltare che dire, e magari fare. Se c’è qualcosa di cui non si può proprio accusare Zaia, è di volersi imporre: tanto meno con le maniere forti, o con le percentuali truccate. Non ne ha bisogno.

Tuttavia, il Veneto è davvero lo Zaiastan: fenomeno irripetibile, nemmeno esportabile al resto d’Italia, e che finirà con lui. E in questa landa chi si oppone finisce per essere, o meglio per sentirsi, minoranza etnica: divisa, separata – metà ragionevole e moderata, distaccata e benevolmente scettica, metà invece rancorosa e incattivita. Posizioni tipiche di chi sa di contare poco o nulla, e forse di poterci o saperci fare poco o nulla. Basta vedere le bolle social dell’opposizione: un po’ di autocritica (poca, in realtà, non proporzionale alle dimensioni dell’irrilevanza), molti silenzi (in parte perché non si ha effettivamente niente da dire, non capendo quello che succede), e qualche sfogo caratteriale (qui un insulto o un’interiezione esclamativa, là un’accusa ai veneti di volersela e di meritarsela, la loro sorte ingrata).

Ma forse è il caso che chi fa (o volesse davvero fare, d’ora in poi: finora non c’è stata) opposizione, si guardi dentro, e intorno. Il Partito Democratico, il principale dell’opposizione, fa il peggiore risultato di sempre. Il leader dell’opposizione anche. L’intera coalizione di centrosinistra pure. Gli altri non pervenuti. Il civismo, tanto decantato, e obiettivamente generoso nello spendersi e nel metterci letteralmente la faccia, ha allargato la coalizione di un misero due per cento, all’interno di un calo senza precedenti, dovuto anche al suo mancato radicamento. Una leadership inventata all’ultimo – e provinciale in senso tecnico: conosciuta solo in una provincia, o meglio in una città – non ha saputo e potuto fare di meglio: non c’erano le basi; come del resto le precedenti leadership inventate all’ultimo, ma peggio, nella logica impietosa dei numeri (dal passato non si è evidentemente imparato niente: la storia sarà anche maestra di vita, ma gli uomini sono pessimi scolari). Gli altri partiti di centro-sinistra fanno quasi tutti peggio persino dei no vax. Le illusioni ultraautonomiste, di destra e di sinistra, che reclamano per il Veneto una SVP sul modello altoatesino o una CSU alla bavarese, si scontrano con l’evidenza che c’è già, e si chiama Lista Zaia.

Cosa concluderne? Si è accusato spesso Zaia di non avere una visione, cosa che l’interessato peraltro contesta. La domanda giusta all’opposizione sarebbe: qual è la sua? Dove si è vista? Dove è scritta? In quali programmi, parole d’ordine, simboli, bandiere? Ecco, il problema forse è lì: se il Veneto a trazione Zaia non ha una visione, per l’opposizione è vero al quadrato, o forse al cubo. E non ci si può accontentare di ripetersi stancamente che c’è, ma gli elettori non l’hanno vista. Se è passata inosservata, forse è proprio perché non c’era nulla da vedere. Uno sguardo appena onesto anche solo alle ultime due legislature, quelle in cui il dominus era Zaia, lo dimostra. C’è qualcosa di significativo da ricordarsi, da quelle parti? Forse solo, e non è una medaglia, un pallido e impersonale “sì critico” al referendum sull’autonomia…

È un problema di leadership? Certamente, anche. Il carisma, come il coraggio per don Abbondio, se uno non ce l’ha, non se lo può certo dare. Dalle parti dell’opposizione non se ne vede l’ombra, in nessun partito. Ma il problema è più profondo. Di lettura del reale: e forse proprio di sua conoscenza, di presenza al suo interno. Se non lo riscopre, l’opposizione continuerà ad attraversare il deserto: ma senza risorse, senza bussola, sempre più debole e affaticata, senza un Mosé a guidarla e una terra promessa come orizzonte. Non stupisce che la gente non ci voglia stare, in quella situazione.

 

L’alibi bulgaro di chi perde, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 23 settembre 2020, editoriale, p.1

Contro le forbici della non politica. Il mio appello per il NO.

Sono favorevole a una ragionevole e ragionata riduzione del numero dei parlamentari. Proprio per questo voterò NO al referendum, che propone un irragionevole e controproducente taglio lineare. Per ragioni tecniche, di principio e politiche.

Il sistema non solo rimane altrettanto inefficiente, ma peggiora il suo funzionamento. Resta l’inutile bicameralismo perfetto, in cui le due camere fanno esattamente le stesse cose. Un sistema che esiste solo in Italia: come se un’impresa o un’associazione avesse due consigli di amministrazione con identiche competenze. Né vengono modificati gli antiquati regolamenti parlamentari, con cui invece si sarebbe dovuto cominciare: anche qui, qualunque istituzione o azienda avrebbe cominciato dalle regole, non dal numero. Ma la situazione peggiora ulteriormente, perché stesse competenze in capo a meno persone significa rallentare i lavori parlamentari, anziché accelerarli. Le commissioni, attraverso cui si espleta il grosso dell’attività parlamentare, avranno meno membri (che dovranno far parte di più commissioni, specializzandosi meno), e i partiti più piccoli non potranno essere rappresentati: decideranno le segreterie dei partiti più grandi. Anche perché in collegi elettorali molto più ampi, in cui è difficile per i candidati farsi conoscere, passeranno solo quelli supportati dai partiti perché fedeli al capo, o quelli più ricchi, mentre sarà più difficile il loro controllo da parte dei cittadini: non un guadagno, per la democrazia.

La rappresentanza è alterata. Con oltre un terzo dei parlamentari in meno, da un lato ci saranno piccole regioni pochissimo rappresentate, ma dall’altro verrà ridotto drasticamente il peso proporzionale delle regioni più grandi ed economicamente importanti, con vistose diseguaglianze: i cittadini veneti ad esempio eleggeranno in proporzione molti meno parlamentari (ci vogliono molti più elettori per eleggere un rappresentante) del Trentino-Alto Adige, che manterrà quasi intatto il suo peso, perché il loro voto di scambio era decisivo per far passare questo obbrobrio di legge.

Si fa risparmiare mezzo caffè (l’anno, non al giorno) a cittadino, quando i veri costi della politica, decisamente più alti, sono legati alla sua inefficienza e all’incompetenza dei parlamentari: temi che non vengono proprio toccati dalla riforma. E semmai si poteva risparmiare sui costi fissi di camera e senato, che paradossalmente rimangono inalterati, pesando quindi percentualmente di più. Per dire, solo i soldi buttati nell’ultimo prestito a fondo perduto per Alitalia, che finiranno in pochi mesi, avrebbero mantenuto le camere attuali per un trentennio.

Il problema vero è avere parlamentari migliori, selezionandoli meglio, che è l’opposto di quello che fanno i principali promotori di questa legge, che hanno portato in parlamento i peggiori eletti della storia repubblicana, e continueranno a farlo.

Il simbolo di questo referendum sono le forbici. Non a caso, i promotori della legge hanno già detto che se vincerà il SÌ proporranno anche la riduzione degli stipendi dei parlamentari: e così faranno politica solo persone ancora più incompetenti e persino più incapaci (e meno rappresentative) del ceto politico che ha voluto questa non riforma, solo per prendersi un facile consenso genericamente anticasta.

Per costruire una nuova architettura istituzionale occorre, appunto, un architetto, un progetto, una visione. Tutto quello che qui manca. Restano le forbici. Con cui si può solo distruggere, non costruire.

 

Ma questo taglio è irragionevole, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 19 settembre 2020, editoriale, p.1

La cultura dell’emergenza. E perché è un problema

La discussione sulla proroga dello stato di emergenza in Italia mostra quanto la cultura dell’eccezionalità sia ormai diventata pervasiva e potente, al punto che ci siamo sostanzialmente assuefatti ad essa.

Il presidente del consiglio butta lì, con sconfortante nonchalance, in una chiacchierata con la stampa, che chiederà la proroga dei suoi poteri fino al 31 dicembre – altri 5 mesi! – senza che nemmeno gli passi per la testa che dovrebbe doverosamente informare, prima, il parlamento. E i più si adeguano. I partiti sostenitori del governo, ovviamente, buona parte dei media, ma soprattutto dei cittadini. E si è lasciata la protesta in mano ai partiti di centro-destra e alla Lega (ironicamente, la stessa Lega che giusto un anno fa, senza nemmeno la plausibile motivazione del Covid, chiedeva i pieni poteri per il proprio uomo forte, e leader di tutto il centro-destra), come se la cosa non avesse alcuna rilevanza di metodo e di principio. E invece ce l’ha eccome.

È evidente che lo stato d’emergenza italiano non ha nulla a che fare con i golpe, gli Orban o le dittature sudamericane, e può avere una funzione in caso di recrudescenza della pandemia. È altrettanto evidente, tuttavia, che la sensibilità democratica conta. In Europa alcuni paesi non l’hanno mai introdotto, altri l’hanno introdotto con limiti cogenti, e quasi ovunque è terminato in aprile, in Spagna il premier Sanchez andava ogni 15 giorni a farselo rinnovare davanti al parlamento, giustificandone l’utilità finché è stato necessario. Solo da noi, tra i paesi civili, è ininterrottamente in vigore dall’inizio dell’emergenza e se ne chiede l’estensione fino a fine anno. Oltre tutto, trattandosi di un provvedimento che, volendo, potrebbe essere reintrodotto in un quarto d’ora di consiglio dei ministri, in caso di necessità.

Perché allora, da noi, questa vistosa eccezione? Per molti motivi. Cominciamo da quelli davvero funzionali: per abbreviare la catena di comando e aumentare la rapidità di decisione. Il che la dice lunga sulla fiducia che gli stessi governanti (i governati lo sanno per esperienza) hanno sulla loro capacità di gestire i processi: essendo abituati al fatto che la normalità non funziona, ci affidiamo all’eccezionalità (purtroppo, solo illusoriamente, come si è visto con l’incapacità dei commissari nazionali anche solo di procurarci delle mascherine, non parliamo di una efficace e generalizzata gestione di tracciamenti e tamponi). Le ragioni vere, di comodo, però sono altre: lo stato d’emergenza dà una vastissima vetrina a chi governa, una certa condiscendenza degli opinion leaders, e un consenso generalizzato da parte della pubblica opinione maggiormente impaurita; ecco perché, dichiarato esplicitamente o meno, ne hanno fatto grande uso i governanti sia a livello nazionale che regionale. In più, questo stato di cose silenzia sostanzialmente le opinioni contrarie, e soprattutto mette in ombra, sotto la visibilità delle grandi questioni (come è appunto lo stato di emergenza), i piccoli malfunzionamenti della macchina che l’emergenza dovrebbe gestirla: in Italia, senza riuscirci un granché. Tanto che potremmo dire che la situazione di emergenza sia anche conseguenza dell’incapacità di gestire l’emergenza: che produce la necessità di strumenti speciali come lo stato di emergenza. Stessa logica di chi, in altro ambito, non gestendo l’immigrazione fin dalla regolarità degli arrivi, produce irregolarità e di conseguenza insicurezza, cui risponde chiedendo consenso per leggi speciali e decreti sicurezza.

Infine, chi governa sa bene che la logica del nemico esterno funziona benissimo per convincere la polis ad unirsi sotto la guida dei governanti, contro la minaccia che viene da fuori (dal mondo minaccioso della foresta: i forestieri, i foresti, appunto). Da Tucidide a Carl Schmitt, passando per Machiavelli e Hobbes, questa logica è quella che, da che mondo è mondo, spinge a dichiarare una guerra per silenziare l’opposizione interna e guadagnare consenso tra i sudditi. Il fatto che il nemico esterno, oggi, non sia uno stato, un esercito straniero, una minoranza interna da usare come capro espiatorio, ma un virus, non cambia la sostanza e l’efficacia del meccanismo.

 

Emergenza infinita e democrazia, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 luglio 2020, editoriale, p. 1

La retorica dell’autonomia

L’autonomia è tutto: la risposta ad ogni quesito, la soluzione per qualsiasi problema. Come certi medicinali miracolosi, rimedi universali, o panacee da mercato popolare. La virtù magica dell’autonomia consiste precisamente in questo: non solo serve per tutto, ma, addirittura, basta la parola – come un incantesimo. Solo che, a essere continuamente tirata in ballo, proprio come per i balsami buoni per ogni malanno, si rischia di scoprire che non servono, in realtà, a nulla, o a molto poco: niente più che un placebo – la cui definizione è quella di terapia o sostanza priva di principi attivi specifici, ma somministrata come se avesse davvero proprietà curative o farmacologiche. Una finzione, insomma: a fin di bene, ma pur sempre una finzione. Il paziente può anche migliorare, nella misura in cui ripone fiducia nel placebo: ma il miglioramento non è effetto del farmaco – solo della fiducia in esso. E sta meglio non grazie a, ma in un certo senso nonostante, esso. Quando il farmaco è somministrato in mala fede si tratta, invece, di una truffa.

Ecco: quando sentiamo rispuntare la parola a ogni piè sospinto, per giustificare la qualunque, l’effetto placebo fa immediatamente capolino; qualche volta accompagnato da un vago sentore di truffa, o almeno di fuffa. Come accade nel dibattito politico in vista delle prossime elezioni regionali.

In nessuna regione italiana si usa e abusa tanto la parola autonomia come in Veneto. Nemmeno in Lombardia, che ha dato i natali ai principali imprenditori politici del verbo autonomista – ci riferiamo alla Lega – se ne parla così tanto, per giustificare qualunque disegno. Come se fosse l’unica – sottolineo: l’unica – arma di cui si dispone: la panacea, appunto. Oggi torna d’attualità con la Lega che chiede a Fratelli d’Italia di firmare una specie di sacro giuramento scritto sul verbo autonomista (e FdI che risponde di crederci, ma di non volerlo giurare, o scambiandolo con un giuramento sul verbo presidenzialista), pena l’andare ad elezioni da separati in casa. Scontro peraltro prontamente rientrato: tutti pronti a firmare qualsiasi patto sull’autonomia, anche prima di leggerne i contenuti, e di fatto a prescindere da essi – tanto in Veneto su questo si è sempre andati d’accordo. Sappiamo quanto c’è di minuetto, di contrattazione pre-elettorale, di gioco, in questi meccanismi, che servono a nutrire la cronaca politica locale, appagare singoli narcisismi individuali, cercare visibilità per il proprio partito sulla stampa e le tv locali, e possibilmente nei cuori dell’elettorato. Tuttavia colpisce l’osservatore quanto tutto il meccanismo sia fondato su roboanti dichiarazioni, rigorosamente prive di contenuto empirico: anche perché, per fare politica in Veneto, l’adesione al verbo autonomista è praticamente obbligatoria, e largamente trasversale, da destra a sinistra, al massimo attraversata dal vaghissimo dubbio di un “sì” critico, qualunque cosa voglia dire l’espressione (anche nessuna).

Ciò che sorprende, nel dibattito, non è che se ne parli: la rivendicazione è legittima. Ma che se ne parli quasi sempre in astratto, vagamente, retoricamente – basta la parola, appunto. Mai o quasi mai che si dica “autonomia per fare cosa”, “gestita da quale leadership preparata allo scopo”, “con quali calcoli già fatti sulle conseguenze nei rispettivi settori”, magari con due tabelline di costi e benefici – vergate con numeri, non con vaghe parole – da accompagnare al dibattito.

Tutto questo mentre alcuni elementi importanti di autonomia o almeno valorizzazione della popolarità dei presidenti di regione si sono manifestate in questi mesi di emergenza sanitaria, di lockdown, e infine di tentativo di uscita dall’emergenza stessa, con margini di contrattazione sempre più allargati a favore delle regioni. Questo accade tuttavia anche nelle regioni che non fanno alcuna retorica dell’autonomia, non hanno celebrato referendum, e nemmeno fanno firmare dichiarazioni d’intenti sul tema alle forze politiche, ma semplicemente gestiscono quella che hanno, e acquisiscono margini maggiori, con almeno altrettanta – se non maggiore – efficienza, come in Emilia-Romagna. Tanto da far dubitare di quale sia il valore aggiunto reale della retorica autonomista di cui il Veneto fa uso a man bassa. Se non come strumento di consenso: ma quello era già noto.

 

Autonomia, l’uso retorico della riforma, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 1 luglio 2020, editoriale, p.1

Elezioni Veneto 2020: luglio o ottobre cosa cambia?

Via il dente, via il dolore. Potremmo metterla anche così, la discussione sulla data delle elezioni in Veneto. Luglio o ottobre, probabilmente cambia poco. Certo, per ottobre i candidati dell’opposizione avrebbero più tempo per farsi conoscere, e far conoscere i loro programmi: e sarebbe democraticamente giusto. Continua a leggere

Covid-19. Quello che abbiamo il diritto di sapere e che la politica non sa dire

Saremmo anche stanchi di conferenze stampa quotidiane, di numeri spesso inservibili (come quelli – presuntissimi – sui contagiati, e persino sui morti, discutibili nelle modalità di rilevazione e totalmente inutili nelle comparazioni interne e internazionali) Continua a leggere