Un tetto agli stranieri nelle scuole? Vediamo cosa significa

Il ministro Salvini – che dovrebbe occuparsi di infrastrutture e trasporti ma ha sempre nostalgia del tema che gli è più a cuore e in passato gli ha fatto guadagnare più consensi, l’immigrazione – propone un tetto del 20% al numero di bambini stranieri presenti in una scuola. La proposta ha un’apparente sensatezza, ed è stata persino illustrata con una moderazione di toni inedita per chi, su questo tema, ha sempre preferito le barricate ideologiche e le politiche muscolari.

Cosa dice Salvini? Che “un 20% di bambini stranieri in una classe è anche stimolante, perché conosci lingue, culture e musiche”: e già ci mettiamo via l’inedita apertura sul fatto che la pluralità culturale sia considerata un arricchimento – in altre occasioni, anche recentissime, da parte sua, del suo partito e dei suoi alleati è sempre stata considerata solo un danno e motivo di polemica. Se fossero di più, in specie se la minoranza fossero gli autoctoni, sarebbe “un caos per tutti”.

Proviamo a prendere sul serio l’affermazione, e vediamo cosa implica. Cominciamo con la definizione di autoctono. Nella scuola italiana ci sono oltre 800mila figli di immigrati, in gran parte nati in Italia. In altri paesi sarebbero e sono considerati cittadini, almeno quelli nati sul suolo patrio. Una percentuale significativa ha come prima lingua l’italiano, anche in famiglia. E in ogni caso gli studi di glottologi e linguisti sono abbastanza concordi nell’affermare che avere un’altra lingua natìa non è un ostacolo all’apprendimento di una seconda lingua, ma anzi un vantaggio, che risulterà peraltro in un vantaggio competitivo dei diretti interessati anche sul mercato del lavoro, e una complessiva utilità anche di sistema, per la società.

Non solo: moltissimi sono figli di coppie miste, in famiglie in cui è dominante la lingua italiana, spesso per scelta concordata tra i coniugi in nome della facilità di integrazione dei figli. Sono tuttavia percepiti come stranieri, anche dagli insegnanti, perché in gran parte dei casi il coniuge maschio è straniero, e solo per un’inerzia culturale, visto che oggi la legge consentirebbe di adottare solo il cognome della madre o comunque quello italiano, li fa credere foresti. Su questo ho un’esperienza personale abbastanza illuminante. Ho cresciuto fin da piccoli due figli nati in un precedente matrimonio di mia moglie, italiana, che di cognome, avendo quello del padre, facevano Mohammed. Anche se in realtà pure il padre era cittadino italiano (nato e vissuto in Italia, parlava solo italiano, ma era figlio a sua volta di una coppia mista), e anche se ai colloqui con i genitori andavamo io e mia moglie, che l’italiano lo conosciamo benino, e lo parliamo discretamente forbito, ai nostri figli chiedevano regolarmente di “portare una filastrocca del tuo paese” (noi, entrambi milanesi, avevamo insegnato loro “ti che te tachet i tac…”), senza contare il sentirsi chiamare “marocchini di m…” da qualche compagno. Poi, durante il loro percorso scolastico, il padre ha cambiato legalmente cognome, e i figli di conseguenza, e questa percezione ‘straniera’ è miracolosamente scomparsa: nonostante, almeno in un caso, il colore della pelle fosse lievemente più scuretto della media.

C’è poi la definizione della soglia: perché il 20%? Ha una qualche base scientifica? No, nessuna. E in ogni caso non ne ha nemmeno una pratica. Facciamo qualche esempio. Ci sono già quartieri, e addirittura città, in cui la percentuale di alunni di origine straniera è superiore: cosa facciamo, li deportiamo in altri quartieri o città? E perché, come, in base a quali criteri, con quali mezzi di trasporto, a spese di chi, producendo quali conseguenze anche nel percepito degli studenti autoctoni, che si sentirebbero superiori e garantiti a spese degli altri, vittime di un comportamento discriminatorio? Non solo: nello stesso istituto possiamo avere classi con una percentuale superiore e altre no: si fa la media o diventa comunque fuorilegge la classe che supera i limiti? Ma è il principio stesso che è problematico. Il problema non è un numero, una percentuale, un limite astratto e definito a priori. Ma come si fa scuola, con che metodi, con quale preparazione e aggiornamento del corpo docente. Già tutto questo fa capire che una affermazione buttata lì come di apparente buon senso rischia invece di avere terribili effetti di nonsenso quando non di controsenso, e di discriminazione esplicita nei confronti di gruppi etnici e religiosi altri – il che dovrebbe forse ricordarci qualcosa di già avvenuto tante volte nella storia, e da cui rifuggire.

Possiamo capire la preoccupazione di qualche genitore, e la loro fuga eventuale verso altre destinazioni: altre scuole pubbliche in altri quartieri, o la scuola privata – quella che in altri paesi, e anche in alcune ricerche da noi, è stata chiamata la “fuga bianca”, perché di questo si tratta, di colore della pelle, più che d’altro (se in una scuola qualsiasi ci fosse una percentuale maggiore di bambini con genitori con reddito modesto e basso livello di istruzione, se non analfabeti, ma di cognome italiano, nessuno semplicemente se ne accorgerebbe, perché si tratta di dati sensibili e non pubblicizzati – e chi se ne accorgesse e desiderasse andarsene lo farebbe in silenzio, magari anche un po’ vergognandosi, e nessuno invocherebbe intollerabili percentuali per gli altri). Se queste famiglie hanno dei timori, tuttavia, è giusto che siano loro ad assumersene il costo, non gli altri, incolpevoli.

Certo, sappiamo dai dati Invalsi che spesso gli immigrati hanno risultati in italiano e in altre materie inferiori agli italiani (ma sarebbe lo stesso se cercassimo i risultati per censo: solo che non si può fare…). In compenso li hanno spesso più alti in lingue straniere e matematica. Così come sappiamo che gli stranieri, per problemi linguistici, specie quando vengono inseriti come neo-arrivati in classi e a livelli scolastici che corrispondono alla loro età anagrafica ma non alla loro preparazione linguistica, hanno percentuali di ritardi e bocciature maggiori. Normale sia così, e il prezzo dopo tutto lo pagano loro. Ma a questo si potrebbe ovviare in altro modo. Personalmente, occupandomi di questioni migratorie da trentacinque anni, e avendo parlato con moltissimi adulti di origine straniera che da bambini sono passati per questo tipo di inserimento scolastico, e ne hanno pagato dei costi psicologici e relazionali spesso pesantissimi, ho maturato un’opinione diversa da quella della media degli insegnanti (o almeno dei loro rappresentanti negli organismi istituzionali e nei sindacati). Non sono affatto sicuro che questa sia l’unica modalità di inserimento possibile, e nemmeno la migliore. Si potrebbero frequentare prima dell’inserimento scolastico vero e proprio dei corsi intensivi di lingua, che aiutino i ragazzi ad avere un inserimento più morbido e produttivo poi. E non si tratta affatto di classi differenziate, come polemicamente vengono definite, ma di un servizio specifico offerto temporaneamente a persone solo in quel momento in condizione di svantaggio – tecnico, in senso stretto. Nessuno stigma e nessun pregiudizio dietro a questa offerta. Le forme possono essere altre (insegnanti e servizi di supporto, in parallelo, ecc.), ma non dovrebbe essere un tabù parlane operativamente anziché ideologicamente.

La scuola fa un lavoro straordinario, ed è senza dubbio la più grande agenzia di integrazione del nostro paese, il principale laboratorio di pluralità culturale che abbiamo. Va ascoltata, rispettata nella sua autonomia, e semmai aiutata con finanziamenti, progetti e sperimentazioni, non imponendole limiti che sarebbero gabbie ulteriori, che renderebbero meno facile il lavoro degli insegnanti e problematico l’obiettivo di una migliore integrazione sociale.

Chiudo con quella che non è una provocazione, ma una semplice constatazione. Lavoro in una istituzione, l’università, che è valutata in base a ranking internazionali, in cui il criterio dell’internazionalizzazione è una variabile importante. Più studenti stranieri hai, e più insegnanti stranieri hai, più vali, più sei appetibile, più questo è considerato un valore aggiunto. Se è vero per l’università (la maggior parte di noi ne è convinta), siamo proprio sicuri che non debba essere altrettanto vero per la scuola dell’obbligo? Sulla base di quali informazioni, studi, ricerche, sperimentazioni ne siamo così profondamente convinti?

 

“Un tetto agli scolari stranieri”. Salvini e il rimedio che fa danni, in “il Riformista”, 29 marzo 2023, pp. 1-9

Neanche il coraggio di manifestare… Il dramma a Gaza, l’indifferenza da noi

Le notizie e le immagini che arrivano da Gaza hanno un’evidenza devastante. La disperazione, la fame, la sofferenza sono sempre più chiaramente documentate. Il massacro di bambini, di donne, di civili (inclusi medici, insegnanti, reporter, infermieri, operatori umanitari…), di persone comunque innocenti è sotto gli occhi di tutti. Così come lo è l’arroganza che fa dire ad autorevoli membri del governo israeliano, senza alcuna resipiscenza, che non si fermeranno, che su quelle terre vogliono eradicare la presenza organizzata palestinese, deliberando sotto gli occhi del mondo, in questo stesso momento, nuove operazioni militari e nuovi insediamenti illegali di coloni, che protrarranno quell’orrore e ne saranno complici. Tutto ciò è di solare evidenza. Nessuno può dire di non sapere.

Certo, tutto questo avviene in reazione all’orribile massacro, che va condannato con ogni forza, del 7 ottobre, in cui sono state uccise oltre milleduecento persone, ugualmente in gran parte civili, anche qui donne, bambini, anziani, a cui vanno aggiunti centinaia di feriti, e i prigionieri ancora nelle mani di Hamas. E chi tale azione ha pianificato e perpetrato, sapeva che ci sarebbe stata una reazione dura, e puntava precisamente a scatenarla. Non ci sono giustificazioni, quindi (come potrebbero?), e i palestinesi dovranno fare i conti anche al loro interno, con i complici e i suscitatori del massacro, e con chi – moltissimi – ha simpatizzato con loro e le loro tecniche di guerra. Ma la reazione israeliana è andata ormai oltre qualsiasi proporzionalità: la rappresaglia – di questo si tratta, e va chiamata con il suo nome – ha perso ogni rapporto con il danno subìto. Senza dimenticare che la storia del conflitto israelo-palestinese non comincia il 7 ottobre: c’è un pregresso, da ambo le parti, di stragi, attentati, uccisioni di civili, mancato riconoscimento dell’esistenza politica e umana dell’altro, ma anche l’ordinarietà di un’occupazione militare che va avanti da decenni, con la sua lunga teoria di sofferenze quotidiane, di angherie volute, di soprusi istituzionalizzati, di colonizzazioni illegali, che vuol dire furti di terra, di case, di speranza e di futuro. Siamo arrivati a un grado di cinismo e di disumanizzazione raccapricciante, non solo dell’avversario, ma anche di sé: le grida di gioia e il disprezzo esibito di terroristi e di soldati quando si colpisce l’avversario sono parte di questo processo.

Eppure, di fronte a tutto ciò, siamo sorprendentemente inerti. Qualche blanda dichiarazione. Quasi nessuna manifestazione di peso significativo. Forse il solo vero atto politico compiuto, a cui è doveroso plaudere (ma che era maturato già prima del 7 ottobre), è stato il rifiuto dell’accreditamento del nuovo ambasciatore israeliano, grande supporter delle colonizzazioni illegali. Tutto questo ci dice qualcosa su di noi. In altri paesi europei, dalla Spagna alla Germania, dall’Olanda alla Francia, passando per la Gran Bretagna, ci sono state mobilitazioni anche numericamente massicce: di adulti, non solo di studenti. E il linguaggio mediamente usato dalla politica e dai media europei – anche in Israele (a testimonianza del fatto che in questione non è un popolo o una nazione, che resta una democrazia e su altri piani un esempio, ma le scelte del suo governo) – è assai meno blando e accondiscendente rispetto alle ragioni del governo di Israele di quello corrente da noi. Il ceto politico, quanto meno, si mostra circospetto: e lo si è visto mobilitarsi in prima persona, mettendoci doverosamente la faccia, più per la morte di Navalny che per quella di oltre trentamila palestinesi, per un terzo bambini.

Di fronte a questo, le poche e certo non oceaniche manifestazioni degli studenti italiani, di giovani e giovanissimi che vanno in piazza contro quanto sta accadendo, e contro la nostra indifferenza, sono un qualcosa che dovrebbe farci riflettere. Certo, sono piene di ingenuità, di semplificazioni della realtà, spesso anche di unidirezionalità, di strumentalizzazioni. Ma almeno dicono qualcosa, e sollevano una domanda: la cui risposta non dovrebbe stare nei manganelli e nel paternalismo facile (“se fate i bravi e rispettate le norme non vi succede niente”), ma richiedere un supplemento di riflessione. E magari anche di partecipazione.

 

La nostra colpevole inerzia, in “Corriere della sera. Corriere del Veneto”, 17 marzo 2024, editoriale, pp.1-3

La politica, il conformismo, il dissenso. Riflessioni a partire dal caso Da Re

L’espulsione dell’europarlamentare Toni Da Re dalla Lega è notizia di costume, non solo politica, che può suscitare qualche riflessione più larga del suo caso personale e di quello del suo partito. Toni Da Re è certamente personaggio sanguigno: e, peraltro, il suo consenso personale era dovuto precisamente a questo. Le sue esternazioni – ad esempio sull’immigrazione e altri temi – spesso discutibili e tranchant. Ma il ‘reato’ per cui è stato punito non è questo: quelle stesse posizioni sono apertamente condivise e spesso incoraggiate, nel suo ex partito. Quello che non è incoraggiato, anzi è proprio vietato, come si è visto, è la critica al leader, che diventa immediatamente reato di lesa maestà.

Ufficialmente, come noto, è stato infatti espulso per aver dato del “cretino” al suo capo politico, Salvini: in realtà il suo dissenso è più largo e radicato nel tempo. Ecco, la questione del dissenso è una prima chiave di lettura: la Lega non lo tollera. Non a caso era stata definita, fin dai suoi albori, l’ultimo partito leninista, in cui il centralismo democratico di antica memoria comunista è il metodo di governo interno, ferreo, del partito stesso. Il che ha prodotto una antropologia persino umiliante per chi la rappresenta. Raro il dibattito interno, clamorosa la mancanza di discussione a fronte di svolte a 180 gradi della linea politica e delle alleanze, ridondante la presenza di yesmen e di yeswomen, irritante il livello di culto della personalità: già con il suo fondatore, Bossi. Solo per fare un ironico confronto, se nel Partito Democratico fossero stati espulsi tutti i dirigenti, rappresentanti e militanti che hanno considerato cretino il o la loro leader di turno, e l’hanno esplicitato in varia forma, avrebbe certamente più epurati che iscritti.

Quella dell’essere proni al leader, che dopo tutto è il garante ultimo di una carriera politica che è anche un redditizio modo di sfangarsela nella vita, non è tuttavia solo una prerogativa della destra, e per motivi per così dire di destra: perché ama l’uomo (o la donna) forte al comando. Fu così anche per Berlusconi, certo, e non sembra di vedere un gran dissenso intorno a Meloni, che ha affidato il controllo interno del partito alla sorella, ma non è che con Renzi e molti altri, anche di partiti minuscoli della galassia di centro, di destra o di sinistra, del passato o del presente, questo atteggiamento sia da meno, o meno visibile. In altre stagioni politiche tanto Almirante che Berlinguer erano oggetto di un’obbedienza e di un consenso acritico che è il minimo considerare preponderanti. Quello dell’obbedienza cieca, pronta, prona e assoluta non è un tema di parte, ma della politica nel suo complesso, e in particolare dei leader carismatici, capaci di trascinare consenso. Ed è questo che dovrebbe farci riflettere. La politica incoraggia un modo di essere e di appartenere – appunto obbediente, acritico, privo di coraggio e di responsabilità – che invece chiediamo alla scuola di insegnare, per statuto e mestiere. E non notiamo la contraddizione. In altre aree della vita sociale (a scuola appunto, in famiglia, ma è il mestiere anche di educatori, psicologi, coach sportivi, animatori, per non parlare del mondo dell’arte in tutti i suoi aspetti: cantanti, attori, registi…) diciamo di voler incoraggiare l’autonomia, lo spirito critico, la creatività, il libero pensiero, il coraggio di difendere le proprie opinioni e di pagarne le conseguenze, di essere minoranza, di cercare strade solitarie, l’anticonformismo anche. In politica, invece, vengono premiate le qualità, o i vizi, opposti: l’obbedienza, l’acriticità, la subordinazione a costo dell’umiliazione personale, il conformismo – le proprie idee devono essere le idee del capo e del partito, altrimenti è meglio non dichiararle. E su questo sarebbe utile riflettere. Finché non cambieranno i meccanismi premiali e la forma organizzativa stessa della politica (ma vale anche per altri ambiti di impegno collettivo, come la religione, per non parlare del mondo militare) ci sarà uno scollamento tra i valori dichiarati rilevanti nel privato e quelli praticati in pubblico. A cui corrisponde una specifica forma di schizofrenia, per la quale tuttavia non si vedono terapeuti, né forme di guarigione.

 

La lesa maestà, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 9 marzo 2024, editoriale, p. 1-2

Mattarella, i migranti e l’Europa

Meno male che Mattarella c’è. Con la consueta chiarezza, in un momento in cui tutti parlano dello stesso argomento – l’immigrazione – con piglio ideologico, paventando inesistenti complotti con propaganda altisonante, rilanciando con nomi nuovi vecchie e già fallimentari ricette, il presidente della repubblica interviene invece in maniera diretta, con linguaggio esplicito, dicendo pane al pane, e lasciando perdere il companatico di slogan che arzigogola la nostra vita politica, rendendola sterile e incapace di decisioni vere. I fenomeni si governano, e i problemi si risolvono, solo se si capiscono, e se si cerca onestamente di spiegarli alla pubblica opinione. E solo se si vuole davvero cercare di risolverli, anziché cercare di dimostrare inesistenti coerenze con le proprie posizioni del passato. Ecco spiegato perché altri non hanno lo stesso atteggiamento di Mattarella, né lo stesso linguaggio.

Pensiamo ad alcune chiarissime parole del presidente: “le regole di Dublino sono preistoria. Voler regolare il fenomeno migratorio facendo riferimento agli Accordi di Dublino è come dire ‘realizziamo la comunicazione in Europa con le carrozze a cavalli’ (…) È proprio una cosa fuori dalla realtà”. Gli accordi di Dublino sono quelli che dicono che dei migranti che sbarcano in Europa, e che si dicono richiedenti asilo, si deve occupare il paese di primo ingresso. Quindi i paesi alle frontiere dell’Europa, e quindi l’Italia in particolare, dato che la rotta del Mediterraneo centrale è quella oggi più frequentata. È una follia in sé, perché queste persone vogliono arrivare in Europa, non in Italia. Questo spiega i movimenti secondari, ovvero i tentativi, spesso riusciti, di andare oltre frontiera (ciò che spiega, al contrario di quanto dice la propaganda del governo, perché paesi come Germania e Francia, ma anche Spagna e Austria, accolgano più richiedenti asilo dell’Italia). Ma produce anche un effetto perverso: perché i molti di cui si può ricostruire che sono prima passati dall’Italia, dovrebbero essere rispediti qui. E siamo stati noi a smettere di riprenderceli, per esempio dalla Germania, ben prima che Germania e Francia decidessero allora di interrompere le redistribuzioni volontarie, che peraltro riguardano numeri molto più piccoli.

Tutto ciò spiega bene come, se davvero l’immigrazione è problema europeo, e lo è, servano soluzioni europee: gli stati nazionali non fanno infatti che rimpallarsi e scaricarsi reciprocamente sulle spalle il problema. Ciò che non è nemmeno nel loro interesse, dato che di immigrazione in Europa abbiamo bisogno (nel nostro interesse) – nell’ordine di 2-3 milioni di persone l’anno, mica bruscolini – e dunque è meglio gestirla e organizzarla che subirla. Il problema è che sono gli stati, che si lamentano della poca azione o dell’impotenza dell’Europa, a tenersi strette le competenze sul tema, con il risultato, irrazionale per noi e doloroso per i migranti, che vediamo.

Dovrebbe essere l’Europa (ma potrebbe farli – con meno forza – anche un singolo paese) a fare accordi di ingresso di migranti regolari, che oggi non ci sono. È proprio l’inesistenza di questi accordi a spiegare, da sola, perché arrivino irregolarmente (e se si capisse questo si sarebbe già sulla via della soluzione del problema). Ma è anche ciò che spiega perché abbiamo un numero di richiedenti asilo abnorme: proprio perché non vogliamo ammettere di aver bisogno di migranti economici, e li costringiamo quindi a dirsi rifugiati. Non lo facessimo, i numeri di richiedenti asilo si ridurrebbero drasticamente: e sarebbe anche più facile mettere in campo una riforma degli accordi di Dublino, dando ai diretti interessati la libertà di circolazione in Europa, e rendendo dunque più facile e meno costosa la loro stessa integrazione, dato che spesso hanno parenti, familiari, amici e comunità che possono sostenerli e aiutarli nei paesi in cui c’è anche più possibilità di lavoro. Ma per fare questo, citando ancora Mattarella, “occorre studiare, definire, porre in campo delle soluzioni nuove, coraggiose e non superficiali”. “Soluzioni naturalmente europee”, dice ancora il capo dello stato. Praticamente il contrario di quello che si continua a fare: tanto più a ridosso di elezioni europee in cui il tema migratorio sarà ancora una volta più comodo per cercare un facile consenso, privo tuttavia di soluzioni, che non per essere affrontato con serietà: cosa dalla quale guadagnerebbero le società, ma non i partiti che le rappresentano.

 

La vera soluzione, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 23 settembre 2023, editoriale, p. 1

Accordi con la Tunisia e politiche migratorie: cosa (non) cambia

Dell’accordo sui migranti tra Italia e Tunisia, il tratto positivo principale – e quello che infatti viene proposto all’opinione pubblica con più convinzione dai rispettivi governi – è che ci sia stato. Per il resto, cambierà poco o nulla. Il che, se non altro, evita che si cambi in peggio. Ma non è davvero un risultato per cui sbracciarsi dall’entusiasmo.

Bene che l’accordo ci sia stato. Bene che abbia coinvolto l’Unione Europea ai suoi massimi livelli. Simbolicamente, per l’Italia, significa l’ingresso ufficiale nel club che conta, per così dire, e la fine di quella che qualcuno, all’opposizione, considera tuttora la presunta impresentabilità della destra. Questa impresentabilità non c’è o è stata ampiamente superata a pieni voti, e non possiamo che gioirne: le due occasioni recenti di contatto tra Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (la visita in occasione dell’alluvione in Emilia-Romagna e la presenza congiunta in Tunisia) sono lì a testimoniarlo. Ma, per il resto, quanto avvenuto ricorda un po’ la perfida battuta di Kissinger rivolta ai governanti italiani quando si recavano negli Stati Uniti: per i quali sembrava che il risultato fosse ottenuto al momento della discesa della scaletta dell’aereo.

Bene, benissimo, infatti, la cooperazione economica. Ma assai ridotta nell’entità e tragicamente tardiva. La Tunisia è stata il paese che ha fatto da innesco per tutte le primavere arabe, portando all’abbattimento del regime di Ben Ali, dopo vent’anni di potere assoluto sotto la protezione dell’occidente. Ed è stata uno straordinario esempio di successo di transizione democratica, ottenuta in nome di quelli che l’Europa considera i suoi principi fondativi: fu approvata una nuova costituzione, alle elezioni vinsero gli islamisti, ma poi ci furono nuove elezioni, e persero, senza che nessuno abbia messo in questione la legittimità del processo elettorale. Ma la colpa storica dell’Europa – una macchia da cui è difficile ripulirsi – è stata di non aiutarla, questa difficile transizione (si doveva promuovere allora, un serio piano Marshall europeo). Con il risultato che poi è venuta la crisi economica, il terrorismo dell’Isis, il crollo del turismo – completatosi nel periodo della pandemia – e dunque dell’economia: e oggi trattiamo con un autocrate antidemocratico che, per mantenere il consenso interno, ha fatto degli immigrati il proprio capro espiatorio (non diversamente dai partiti che hanno vinto le elezioni in Italia, per certi versi, ma con la radicale differenza che qui – nonostante le grida di qualcuno – la democrazia c’è ancora, e i risultati elettorali ne sono precisamente il frutto).

Bene, dunque, dicevamo, l’aiuto economico, bene gli accordi sull’energia e per l’interscambio di studenti nell’ambito dei programmi Erasmus (speriamo che poi le nostre ambasciate e consolati non continuino nella prassi di rendere il loro ingresso in Italia una corsa a ostacoli, con il risultato che ne beneficiano solo altri paesi europei). Male invece subordinare gli aiuti alle ricette, già fallimentari altrove, del Fondo Monetario Internazionale. E male, malissimo, chiudere tutt’e due gli occhi e anche le orecchie e la bocca, e non pronunciare parola sul tipo di regime che si sta incoraggiando. In Tunisia la democrazia è sospesa dal 2021, il governo è stato dimissionato, il parlamento è stato sciolto, l’indipendenza della magistratura è stata sospesa (abolendo l’equivalente del Consiglio Superiore della Magistratura), è impedita l’attività dei partiti (alle ultime elezioni hanno potuto partecipare solo dei candidati senza sigle, con il risultato che la partecipazione al voto si è ridotta a meno di un decimo del corpo elettorale), e l’espressione di qualsiasi forma di dissenso è vietata. C’è solo l’esecutivo. Il presidente Kaïs Saïed, in sostanza. Che pure gode di consenso popolare – la sua proposta di nuova costituzione, peraltro più islamista della precedente (ma su questo sembra che nessuno abbia niente da dire), ha ottenuto una maggioranza plebiscitaria, seppure con solo un terzo di elettori recatisi alle urne – grazie alla condanna morale delle cricche corrotte e del familismo e famelicismo dei partiti.

Infine: male per le politiche migratorie, che avrebbero dovuto essere la parte principale degli accordi. Si parla come sempre della fine del processo e mai dell’inizio. Si chiede la collaborazione della Tunisia per il controllo delle partenze irregolari e per i rimpatri (collaborazione già autorevolmente smentita, peraltro) ma non si offre nulla in termini di flussi di ingresso regolari, di cui pure abbiamo urgentissimo bisogno e che potremmo contribuire a formare, con reciproco vantaggio. Con il risultato paradossale che in assenza di lavoratori regolari, non potremo lamentarci di avere, da quel paese, quasi solo irregolari, e tra essi, devianti.

L’esternalizzazione delle frontiere ha già fallito – ed è anzi diventata un’arma di migrazione di massa in mano ai paesi coinvolti – quando è stata applicata in Turchia su richiesta della Germania. Non c’è una ragione al mondo per cui debba funzionare in Tunisia su richiesta dell’Italia. Il che mostra, ancora una volta, quanto il dibattito politico sia indietro rispetto alla realtà.

 

I migranti e il nodo Tunisia. Cosa (non) cambia, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 giugno 2023, editoriale, p.1

25 aprile: le parole per dirlo

Il 25 aprile continua ad essere percepito da alcuni come una data e una festa “divisiva”. Eppure è dalla Liberazione dal nazifascismo che nasce logicamente la Repubblica, che festeggiamo il 2 giugno. E in cui tutti, salvo forse i Savoia, ci riconosciamo.

Quest’anno c’è una differenza, però. Al governo non c’è chi l’ha sempre considerata come una “sua” festa, un motivo d’orgoglio e una rivendicazione di identità. C’è proprio chi, o anche chi, l’ha considerata – pure con polemiche recenti sul ruolo dei partigiani, o ambigui tentativi di ridurla alle sue pagine oscure (dalle foibe ai conflitti tra fazioni o alle vendette personali: che ci sono state, ma non ne inquinano il messaggio e il risultato) – divisiva e non inclusiva. Quale occasione migliore, allora, per i discendenti politici di chi all’epoca è stato sconfitto, ma ora gode dei vantaggi del regime repubblicano costruito dopo quello totalitario, e della legittimità democratica conquistata grazie ai suoi meccanismi elettorali (che il fascismo non consentiva), per fare un passo avanti, per andare oltre, per mostrare definitivamente di essere statisti, di essere al governo di tutti e per tutti, e non solo di una parte che si sente ancora – per giunta a torto – minoranza e vittima incompresa?

Certo, il 25 aprile ci mostra la vittoria di una parte d’Italia. Qualcuno direbbe la sua parte migliore. Certamente non solo la sua parte vincente: quella che come noto scrive la storia. Perché è molto di più: è la parte che ha dato luogo al tutto – i padri e le madri della Repubblica, della democrazia, e della costituzione che di questi valori si è fatta garante trasformandoli in mezzi. Grazie a quella vittoria, combattuta dagli alleati e da una parte minoritaria della meglio gioventù italiana (i partigiani di varia tendenza, diversi e divisi tra loro ma tutti accomunati dal desiderio di sconfiggere il fascismo), e sostenuta da molti di più, oggi siamo il paese che siamo. Con terribili difetti, è vero: ma democratico, e libero. Con una costituzione avanzata e civile, capace di evolvere e di includere diversità che il fascismo avrebbe considerato inaccettabili e avrebbe combattuto. Un paese in cui sono garantiti i diritti di tutti. Anche delle minoranze. Anche di chi, se allora avesse vinto, non li avrebbe garantiti a tutti, li avrebbe esplicitamente conculcati ad alcuni, e limitati a molti, come già aveva fatto, trasformandoli in privilegi di pochi.

C’è un modo di uscire dal meccanismo delle retoriche contrapposte, e pronunciare parole non banali, in qualche modo significative, oggi? Forse sì. Celebrando il 25 aprile, come giusto. Ricordando e raccontando chi ha combattuto e si è sacrificato nella resistenza, affrontando il nemico, che era nemico dell’Italia e degli italiani, non solo degli antifascisti: aveva tolto loro le libertà e li aveva portati in guerra, perseguitando e sterminando una parte di loro, gli ebrei, oltre gli oppositori politici. Un regime indifendibile sotto tutti i punti di vista, con gli occhi di oggi. Ma anche riconoscendo che molti hanno servito il loro paese, o hanno creduto di farlo, in altro modo. Il 25 aprile è padre del 2 giugno, ma anche figlio dell’8 settembre. Il giorno in cui molti si sono trovati di fronte a un bivio, hanno dovuto scegliere, e hanno scelto. Chi andando in montagna a combattere come partigiano. Chi cercando di dare una mano continuando a fare il proprio lavoro di prima: il contadino, l’operaio, l’impiegato di una istituzione, il carabiniere – schierandosi silenziosamente, nel fare più che nel dire. Chi scappando, invece: in esilio, rifiutandosi di contrapporre italiano a italiano, o semplicemente sfollato altrove, rifiutandosi di obbedire ad una autorità non più riconosciuta, ma incapace di assumere altro ruolo. E poi, sì, c’è stato chi ha creduto di dover rimanere fedele alla patria aderendo a una sua caricatura, la Repubblica di Salò. Il volto peggiore del fascismo: un regime in declino che portava con sé i valori antidemocratici e sopraffattori del precedente, aggravandoli, con il sostegno di una potenza totalitaria straniera, i nazisti. Ma in cui tuttavia qualcuno si riconobbe per ideale, e non ha senso negarlo oggi.

Mi sento titolato per dirlo. Io non c’ero. Ma mia madre il 25 aprile si trovava in galera, a San Vittore, con destinazione già prenotata in Germania, in quanto sorella e collaboratrice di un combattente partigiano. Mio zio era comandante di stato maggiore delle brigate Garibaldi. Un militare, un soldato che dopo l’8 settembre aveva scelto di continuare a combattere, ma dall’altra parte: un partigiano liberale, in contrapposizione continua con il suo commissario politico comunista. Ucciso il 26 aprile: da un tedesco, come scritto nei libri di storia. Da partigiani di orientamento diverso dal suo, come pure capitava in quei giorni, come si è tramandato nelle zone dove ha combattuto – fino ad oggi, come ho potuto verificare anche personalmente. Ecco, quella vita, e quella morte, mi hanno sempre spinto a cercare di uscire dalla retorica, dalla visuale a senso unico, dalla contrapposizione manichea tra buoni e cattivi, dove i buoni sarebbero stati tutti da una parte sola. Non è così, non è stato così. La resistenza ha le sue pagine buie, alcune orribili. Così come ci sono state figure positive, che è giusto ricordare, altrove. E in mezzo molti, eroi e anti-eroi della quotidianità. Martiri e banditi. E persone qualsiasi.

Sarebbe un passo avanti se riuscissimo a riconoscerlo, tutti. Che la ragione politica stava essenzialmente da una parte, pur con i suoi torti (al suo interno c’erano anche sostenitori di un totalitarismo diverso, inaccettabile con gli occhi di oggi nonostante incarnasse per molti dei valori nobili e positivi). Mentre altre ragioni, e altri torti, stavano anche altrove, e ovunque. E sarebbe semplicemente onesto se da parte del governo, e del capo del governo prima di chiunque altro, venissero finalmente parole chiare su questo. Un riconoscimento esplicito che quel 25 aprile ha aperto al mondo di oggi, e il mondo di oggi è molto meglio di quello di prima del 25 aprile. Basterebbe questo. E aiuterebbe il mondo a cui Giorgia Meloni e altri (incluso l’incauto La Russa) appartengono a uscire da un complesso di minorità che non ha più ragione d’essere, acquisendo una legittimità culturale (quella politica gliel’hanno data le elezioni) che ancora non ha, perché ancora ambiguamente ammicca ad un passato che dovrebbe imparare a superare. Nel nome della libertà, della democrazia, e della repubblica: che non hanno colore. Chi oggi governa avrebbe tutto da guadagnarne. Sfuggendo a un’accusa che da parte di molti è solo strumentale, polemica: ma di fatto sostenuta da intollerabili e inaccettabili ambiguità. E aiutando il paese ad andare oltre. Facendo esplicitamente propri i valori fondanti della nostra convivenza civile. E facendo in modo che siano i valori di tutti, nessuno escluso.

 

25 aprile: le parole per dirlo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, “Corriere di Verona”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, 25 aprile 2023, editoriale, p.1

Autonomia e LEP: si comincia (non bene)

Il CLEP, o Comitato per i LEP (quello che dovrebbe decidere sui livelli essenziali delle prestazioni, un meccanismo fondamentale per far partire l’autonomia), è stato appena nominato. Sarà composto da 61 membri, coordinati da Sabino Cassese, che conosce come pochi la macchina dello stato. Poiché qualcuno ha definito il comitato come la Costituente dell’autonomia differenziata, ovvero l’organo che dovrebbe determinarne le linee guida e la fattibilità reale, ci piacerebbe poter auspicare che i lavori siano brevi: in un anno e sette mesi i costituenti (che erano 556: ma la Commissione per la costituzione, che materialmente scrisse il testo base per la discussione, era composta di soli 75 membri, e impiegò appena sei mesi a svolgere il suo lavoro) partorirono un’intera costituzione che serviva a inventare una repubblica di sana pianta. Per definire i LEP, in teoria, di tempo dovrebbe bastarne assai meno. Il realismo, tuttavia, ci spinge a qualche pessimismo in più.

Al di là dei tempi previsti o prevedibili (si auspica un anno, ma vedremo), ci sono altri aspetti che colpiscono, nella composizione del comitato. Il primo è la suddivisione professionale. Non solo la forte presenza, ma addirittura la dominanza praticamente monopolistica di giuristi a vario titolo: come se fosse solo una questione di norme, e di come scriverle. Manca quasi completamente, non me ne vogliano i colleghi, il mondo reale: tre o quattro economisti, un demografo e un matematico decisamente non lo esauriscono. E gli esperti di sanità, di scuola, di lavoro, di formazione professionale, d’arte, di cultura, gli intellettuali, le scienze umane (ma anche le discipline scientifiche hard), l’impresa, l’agricoltura, l’artigianato, il commercio, gli esperti di squilibri territoriali, insomma, tutto quello di cui l’autonomia si dovrebbe occupare, dove sono? Vero che si tratta di definire i livelli essenziali di prestazione: ma vero anche che dovrebbero riferirsi a un contenuto su cui bisognerebbe ragionare nel concreto.

L’altra cosa che balza all’occhio del lettore appena avvertito, è l’equilibrio (o meglio, il totale squilibrio) di genere. Di 61 membri, solo 7 sono donne (più una coordinatrice). Il dieci per cento o poco più. Se si pensa che nella commissione dei 75 le donne erano 5, non pare si siano fatti passi avanti significativi dai tempi della Costituente: la percentuale è quasi uguale (vero, nell’assemblea lo squilibrio era maggiore: 21 donne su 556).

Perché ci sembra, questa, una notizia, e non buona? In altri tempi, dopo tutto, sarebbe passata sotto silenzio. Ecco, direi proprio per questo: perché sono cambiati i tempi. Ma la politica non se ne rende conto. E il non accorgersi del problema (anzi, il non capire che è un problema) mostra un ritardo culturale sostanziale.

C’è una miopia profonda dietro al mancato rispetto della parità di genere: che già in un paese appena (più) civile provocherebbe un’indignata reazione. E non per la necessità di tutelare una qualche forma di quote che mi rifiuto di chiamare ancora rosa (manco le femmine si vestissero ancora di rosa e i maschi d’azzurro, superata l’età del fiocco da appendere fuori casa per segnalare la nuova nascita – e forse dovremmo aggiornarci anche su quello). Non è solo un segnale (l’ennesimo, certo) di mancata presa in considerazione, se non di disprezzo, dell’altra metà del mondo. E, no, non è un problema di forma, ma di contenuto. Non (solo) di metodo, ma di merito. La composizione di genere del comitato è clamorosamente sbagliata nella sostanza, oltre a essere antistorica e segnalare un incredibile scollamento dalla realtà del ceto politico. È sbagliata nel merito dell’autonomia, proprio: per capirne le urgenze, le gerarchie, la complessità. Scuola, infanzia, servizi sociali, salute, per citarne solo alcuni: possiamo immaginare questi problemi, oggi, senza comprenderne la dimensione di genere, familiare, di suddivisione dei ruoli? Possiamo davvero immaginare di definire i requisiti di base, e la persistenza degli squilibri, senza un punto di vista femminile?

Solo giuristi maschi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 28 marzo 2023, editoriale p.1

L’autonomia non è per domani. Forse, per dopodomani.

Difficilmente l’autonomia sarà approvata nel primo consiglio dei ministri del nuovo governo, figlio del risultato elettorale prossimo venturo. Al contrario, è destinata ad allontanarsi nel tempo, anche se sarà solo uno slittamento provvisorio. Non perché non sia un obiettivo politico in sé: lo è e lo rimane, e le regioni interessate sapranno fare le dovute pressioni, a cominciare dal Veneto. Ma perché sarà inevitabilmente subordinata ad altri obiettivi politici, o meglio bilanciata con essi.

Con l’attuale governo tecnico, sostenuto da una amplissima maggioranza politica, l’autonomia differenziata era raggiungibile. La cosiddetta bozza Gelmini era già stata considerata accettabile dalle regioni interessate, e il sostegno partitico era trasversale, dunque l’approvazione sicura, perché sostenuta da tutti i partiti della maggioranza, Movimento 5 Stelle incluso. Ora non è più così. L’annunciato trionfo elettorale del centrodestra, al cui interno ci sono i partiti che più hanno a cuore l’obiettivo dell’autonomia, paradossalmente ne allontanerà almeno temporaneamente l’approvazione: per una dinamica legata agli equilibri interni alla coalizione, più che per il ruolo delle opposizioni. Non per le ragioni evocate in passato: le differenze tra una Lega autonomista e Fratelli d’Italia centralista. Di fatto non è più così: sia perché la Lega è diventata negli anni partito nazionale e non più solo territoriale, sia perché si annuncia per Fratelli d’Italia un plebiscito elettorale anche nelle regioni del nord che l’autonomia l’hanno sempre richiesta, come il Veneto, e quindi sarà una bandiera sostenuta anche da questo partito. Ma semplicemente perché Fratelli d’Italia in particolare (che, stando ai sondaggi, sarà di gran lunga il partito maggiore, e del governo otterrà la premiership) vuole arrivare ad approvare anche il presidenzialismo: e le due riforme – entrambe importanti ed entrambe di notevole impatto costituzionale – avranno bisogno della costruzione di delicati e complessi bilanciamenti, che richiederanno tempo e sapienza giuridica per essere approvati.

Non solo: poiché il governo non sarà più tecnico e in qualche modo di unità nazionale, i partiti che resteranno all’opposizione avranno meno interesse a giocare un ruolo costruttivo. Anche perché se sull’autonomia il Partito Democratico aveva assunto un indirizzo sostanzialmente favorevole (ricordiamo che l’autonomia differenziata è richiesta anche dall’Emilia-Romagna, governata dal PD), sul presidenzialismo le questioni saranno molto più complesse, e l’opposizione maggiore. Senza contare che il M5S, che nell’ambito del governo Draghi – che sosteneva – avrebbe votato a favore, in futuro, poiché la sua sopravvivenza sarà dovuta soprattutto al voto di protesta del Sud, è probabile che si sfili.

Non si tratta dunque di un abbandono del progetto, anche perché l’autonomia è nel programma elettorale della coalizione che verosimilmente governerà l’Italia dopo le elezioni, e oltre ai partiti maggiori la sostiene anche Forza Italia. Le regioni che la vogliono attiveranno inoltre le attività di lobbying necessarie. Ma di un rinvio temporaneo inevitabilmente sì. Ed è bene saperlo, per non alimentare aspettative che rischierebbero di essere disilluse. L’autonomia in qualche modo si farà: ormai è nella logica delle cose. Semplicemente, non sarà per domani. Probabilmente, per dopodomani.

L’istinto gregario: il terribile conformismo della politica

In quello che molti hanno definito il tradimento del Nord (la fiducia tolta dalle forze politiche che pretendono di rappresentare il territorio a un presidente del consiglio che tutte, ma proprio tutte, le categorie economiche e professionali, e moltissime articolazioni sociali del medesimo territorio – e d’altrove – volevano fortissimamente che rimanesse al governo) c’è un aspetto che non sottolinea nessuno: che è umano, prima che politico.

Colpisce, delle vicende di questi giorni, la caratura del ceto politico: composto quasi senza eccezioni di yesmen e yeswomen (Sciascia li avrebbe definiti ominicchi, o più probabilmente quaquaraqua) che, pur non essendo d’accordo con quella scelta, non spendono una parola contro di essa, e anzi la giustificano a posteriori (mentendo sapendo di mentire), oltre ad averla obbedientemente votata. Sembra quasi che la politica produca un’antropologia propria: un tipo umano che è sostanzialmente l’opposto di quello che, almeno a parole, la maggior parte di noi (e di loro) vorrebbe essere, e vorrebbe che i propri figli diventassero.

Nessuno (o quasi) di noi – o di quelli tra noi che hanno un minimo di strumenti cognitivi (che non necessariamente hanno a che fare con il livello di istruzione: è un sapere, anzi una sapienza, che molti possiedono come dote naturale) – educherebbe i propri figli all’obbedienza cieca, pronta e assoluta. Passiamo anni (e leggiamo libri, e facciamo corsi per genitori, e consultiamo psicologi) per imparare a farne degli individui adulti, autonomi, indipendenti, critici. E probabilmente raccontiamo di esserlo noi stessi, e cerchiamo di esserlo, nella nostra vita familiare e lavorativa, nelle nostre scelte, nei limiti del possibile. Ma quando si entra in politica, questo valore, questa virtù, sparisce. Improvvisamente sappiamo solo “obbedir tacendo” (e persino, in qualche caso, “tacendo morir”: se non altro di vergogna), delegando tutto al capo, che decide in maniera solitaria, e adeguandoci. Senza porci nemmeno la domanda se è giusto così, o che figura ci facciamo davanti al mondo, e magari anche davanti ai nostri figli.

È un dato trasversale, che non riguarda solo alcune forze politiche (semmai è ironico se chi non pratica l’autonomia di pensiero richiede invece autonomia per il proprio territorio: poiché c’è sempre un rapporto tra mezzi e fini, non adeguare i propri comportamenti ai valori che si rivendicano è un indicatore per capire se sono solo strumentali, o meno). Ma in questi giorni l’abbiamo visto all’opera in varie forze politiche, e in passato, a seconda delle questioni, più o meno in tutte. È un elemento, dunque, costitutivo della politica. Che tuttavia dovrebbe farci riflettere, e innescare qualche domanda in più: sul senso di una politica vissuta in questo modo. Non c’è disciplina di partito che tenga, in circostanze particolarmente gravi (l’abbiamo imparato a nostre spese nei periodi di dittatura: persino in casi estremi, che sfidano la propria coscienza, è spesso possibile dire il proprio sì o il proprio no, obbedire a un ordine o a una legge ingiusta o rifiutarsi di farlo). Eppure la manifestazione del dissenso (si può almeno dire la propria, in dissenso con la linea del partito, ma poi votare, appunto, per disciplina di partito) è merce sempre più rara. E quello che sorprende, appunto, non è tanto che accada: ma che venga accettato come normale, e che anche i militanti e gli elettori rivotino poi le stesse persone. Quasi che avessimo riconosciuto in loro l’istinto gregario che è anche in noi.

Un grande economista, Albert Hirschman, negli anni ’70 scrisse un saggio fondamentale, in cui mostrava le logiche dei due comportamenti dissenzienti fondamentali: la “voice” e la “exit”. La prima consente di articolare meglio il proprio pensiero, spiegare le proprie ragioni, indicare dove sta l’errore. La seconda è la presa d’atto che non ci si ritrova più nelle ragioni delle scelte fatte (o più banalmente che il prodotto non piace più), e si va via (o si sceglie un altro prodotto). Bene, nella vicenda della fiducia al governo di “voice” non se ne è praticamente sentita: i leader hanno fatto le loro scelte in solitaria, e molto in fretta (che, come noto, è sempre cattiva consigliera). Mentre si sono visti alcuni esempi di “exit” a posteriori: che tuttavia fanno eccezione (e se ne parla) precisamente perché sono rari.

 

Un ceto politico composto da yesmen, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” e “Corriere di Verona”, 24 luglio 2022, editoriale, p.1

Liste civiche contro partiti. Come cambiano i modelli organizzativi della politica

Civismo contro partiti. Potremmo leggere anche così l’esito di quest’ultima tornata elettorale. Un fenomeno certo non nuovo, ma in continua crescita e con nuovi e sempre più importanti protagonisti.

Le sfide elettorali comunali sono quasi sempre tra candidati civici, anche nelle grandi città. Alcuni di essi arrivano addirittura a snobbare del tutto i partiti, rifiutando perfino di incontrare in pubblico i leader nazionali venuti a sostenere le loro liste (come ha fatto Tommasi a Verona). E sempre più spesso le liste che ottengono più successo sono quelle personali dei candidati (cioè civiche, o travestite in modo da sembrarlo). Anche a livello regionale. L’esempio di maggiore successo è probabilmente quello di Luca Zaia. Certo, membro di un partito, leghista fino al midollo. Ma capace di non sembrarlo, accreditandosi in maniera personalistica, costruendo liste che hanno stracciato anche quelle del suo stesso partito di appartenenza: con un successo tale da rendere l’esperimento difficilmente ripetibile con altrettanta fortuna, e rendere improba perfino la ricerca di un successore.

Si possono elencare molte ragioni interne alla politica stessa per spiegare il crollo di consenso dei partiti. La fine dei partiti di massa, i numeri drammaticamente calanti di iscritti (e la progressiva incapacità di motivarli o tutelarli), la modesta caratura delle leadership, i processi di personalizzazione e disintermediazione che hanno schiacciato il consenso sui e sulle leader (oggi è quasi impensabile un partito, anche minuscolo, senza il nome del leader sul simbolo, quasi quanto sarebbe stato sacrilego nella prima repubblica immaginare quello di Berlinguer o di Moro sulla falce e martello o sullo scudo crociato).

Ma ci sono ragioni anche sociologiche che hanno influenzato queste dinamiche, ben al di là del crollo di fiducia nei partiti stessi. Il nostro orizzonte temporale è radicalmente cambiato, e oggi si proietta sull’oggi molto più che sul domani: in un processo di presentificazione degli orizzonti che non può non avere effetti sulla capacità di impegnarsi per obiettivi di più lungo termine. Tutto è più breve e cambia più velocemente: le mode come le opinioni. E contestualmente diminuisce la durata temporale di tutto: dei progetti e degli impegni, come dei matrimoni o delle scelte di fede. I processi di mobilità ci fanno cambiare sempre più spesso lavoro e latitudini, e dunque anche reti di relazione. E ci siamo abituati a farlo senza drammi apparenti. Non essendoci più né il posto né il matrimonio fisso (oltre la metà finisce in divorzio), figuriamoci se potevano rimanere fisse le appartenenze politiche.

I partiti, naturalmente, non sono morti. E non solo perché la costituzione tuttora affida a loro, e solo a loro, il ruolo dell’intermediazione tra lo stato e gli individui. Solo l’esistenza di organizzazioni dagli orizzonti lunghi può sedimentare la cornice valoriale in cui inserire le politiche contingenti, e solo istituzioni stabili possono consentire di trasmetterle creando un quadro dirigente diffuso, disponendo di uffici studi e scuole di partito, su cui tuttavia la maggior parte dei partiti in Italia ha rinunciato a investire (e quindi tanto vale la civica…). Ma per sopravvivere devono cambiare natura. Per rappresentare la società hanno bisogno di relazioni con l’esterno, precisamente perché non hanno più la società al loro interno: il dramma è che fanno fatica a farlo, al punto che la società, non sentendosi rappresentata, sta smettendo di partecipare ai rituali della politica (da qui l’astensionismo, e il civismo come alternativa funzionale). Oggi il consenso è volubile (basta pensare alla rapidità di parabole recenti, dal M5S a Renzi), e la partecipazione magari entusiasta, ma più sregolata e veloce, e per natura meno duratura. Per questo i partiti debbono anche diventare – e non c’è niente di male a trarne le conseguenze – delle specie di autobus: certo, con una vaga idea della direzione da intraprendere, ma capaci di far salire le persone anche solo per qualche fermata, finché di loro interesse, e cambiando conducente al bisogno, secondo capacità intercettate volta per volta.

 

I candidati civici e i partiti-autobus, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 15 giugno 20221, editoriale, p.1