L’impotenza di una Europa impaurita
Sta succedendo di tutto. Eppure siamo convinti che a noi non succederà niente. Ma non sarà esattamente così.
Sono passati quattro anni dall’invasione dell’Ucraina. Due e mezzo dall’attacco di Hamas che ha scatenato la reazione di Israele, con la distruzione di Gaza e le violenze in Cisgiordania (e attacchi qua e là, dallo Yemen al Libano). Poco più di una settimana dall’attacco all’Iran, con le conseguenze a cascata che stiamo vedendo sotto i nostri occhi. E, in parallelo, altre azioni violente, altre guerre, meno rovinose, o semplicemente meno vicine, altre minacce, in cui ci sentiamo sempre meno coinvolti (dal Sudan al Venezuela, passando per la Groenlandia – che pure è Europa – o Cuba, domani Taiwan e chissà cos’altro). Non è la terza guerra mondiale a pezzi. Non è nemmeno, apparentemente, un nostro coinvolgimento diretto in teatri bellici. È una lenta, inesorabile erosione: di sicurezza, di valori morali, e presto – ci accorgeremo – anche economica. Di cui però non siamo attori, ma spettatori: nemmeno plaudenti – solo passivi.
Come europei, abbiamo scoperto di non saperci veramente difendere da una aggressione evidente e ingiustificabile (in Ucraina): e, anzi, ci siamo accorti di avere una cospicua quinta colonna interna favorevole alle ragioni dell’aggressore. Abbiamo cancellato ogni senso del limite di fronte al comportamento di Israele, peraltro inizialmente sorretto da una profonda corrente di simpatia giustificata dal vergognoso attacco a civili di cui era stato oggetto da parte di Hamas, lasciando che in Palestina accadesse quello che è accaduto senza spiccicare parola (non una condanna, non una sanzione, non una critica). Non stiamo dicendo nulla su una guerra neanche dichiarata in Iran, di cui non siamo stati nemmeno preventivamente informati, non diciamo consultati, che già solo nei primi giorni sta coinvolgendo l’intero Medio Oriente e persino l’Europa, con l’attacco alle basi a Cipro, e conseguenze economiche ancora tutte da misurare, che non pagheremo solo sulla bolletta energetica. Sì, certo, si è decapitato un regime teocratico odioso e pericoloso, ma che non attacchiamo certo per amore della libertà (si è già detto che non si vuole una democrazia: basta un leader ‘amico’), e che non siamo affatto certi che lasceremo in condizioni migliori (i precedenti di Afghanistan, Iraq e Libia non sono incoraggianti, in questo senso).
Di fatto, abbiamo adottato una sistematica logica di due pesi e due misure, e un regime di doppia verità, di fronte agli accadimenti globali, senza nemmeno renderci conto delle conseguenze strategiche di questa scelta: che, incidentalmente, indebolisce lo stesso nostro sostegno all’Ucraina (non foss’altro perché offre un alibi alla Russia – così fan tutti). E ci fa scoprire di essere solo la periferia – sempre più impotente e sempre più marginale, politicamente e militarmente – di un mondo di cui continuiamo, contro ogni evidenza, a crederci il centro. Certo, gli altri non sono da meno. Ma, appunto, questo ci fa perdere la presunzione di unicità, e di superiorità morale, in cui ci piaceva crogiolarci, e con essa la nostra capacità di seduzione, credibilità, reputazione: il più importante dei capitali. Attrattivi lo siamo ancora, per il nostro modo di vita e la nostra cultura: dopo tutto se qualcuno decide di emigrare è da noi, Occidente sviluppato, che cerca di venire – non va certo in Russia o in Cina, anche se comincia invece ad andare verso altre piccole e medie potenze regionali e sub-regionali (dove peraltro andiamo volentieri anche noi, se si possono fare affari o anche solo svernare piacevolmente). Ma la maggior parte viene per denaro, ricerca di lavoro, welfare – qualità della vita materiale, insomma. Sempre meno per condivisione dei valori a cui diciamo di ispirarci ma di cui siamo più testimoni rassegnati del loro declino che orgogliosi attori della loro affermazione: libertà, democrazia, parità di diritti.
Quanto siamo isolati lo si vede bene sulle grandi questioni della geopolitica: dove sempre più spesso, anche all’assemblea generale delle Nazioni Unite, quasi tutto il resto del mondo (Africa, Asia, America Latina) vota – e in ogni caso pensa – in maniera diversa da noi, e preferisce stare con Russia e Cina, pur non amandone il modello di sviluppo e non abbracciandone i valori: è l’Europa a scoprirsi piccola e isolata, per quanto (e proprio perché) alleata ai grandi Stati Uniti. In un mondo sempre più multipolare, le cui grandi sfide, in termini di sostenibilità economica, sociale e ambientale, necessiterebbero di una visione larga, di una leadership forte, e di collaborazione, ci ripieghiamo e richiudiamo sempre più su noi stessi, riuscendo a dividerci persino all’interno dell’Occidente. Con una sua parte, gli USA, che ha ideologicamente scelto un paradossale isolazionismo interventista, in nome solo dei propri egoistici interessi, e solo quelli misurabili in denaro (non di un Paese, peraltro, ma di una ristretta oligarchia al suo interno). E l’altra parte, l’Europa, che si è scoperta debole, impaurita, incapace di azione, spesso anche servile rispetto al suo fratello maggiore: sulla difensiva, e mai invece all’attacco, come pure fino a poco tempo fa è stata, persino inconsapevolmente, quando macinava traguardi economici e raggiungeva standard di benessere mai visti. Potrebbe andare diversamente? Potrebbe. Le condizioni materiali ci sarebbero ancora. Manca, per ora, la volontà politica di credere davvero in noi stessi, nel nostro potenziale di immaginazione, trasformazione e costruzione.
Un’Europa sempre più impaurita e impotente, in “ItalyPost”, 12 marzo 2026, editoriale, pp. 1-29







