Se i parlamentari sono più uguali degli altri. Il caso Sara Cunial.

La deputata veneta no vax Sara Cunial, ex M5S, potrà accedere al Parlamento senza green pass, seppure dalle tribune e seguendo un percorso predefinito (e, immaginiamo, con il vuoto intorno, visto che la deputata non è solitamente propensa nemmeno all’uso della mascherina). Questo, in attesa di una decisione definitiva, che dovrebbe essere presa l’1 dicembre, sulla richiesta di sospensiva del divieto di accesso, richiesta appunto dalla deputata. La decisione è stata presa dal collegio dei questori della Camera dei Deputati, ed è un modo per mettere una pezza al decreto del presidente del consiglio di appello, anch’egli un ex grillino e anch’egli su posizioni anti green pass, che, con una solitaria decisione, ha sostenuto il diritto della deputata ad assistere ai lavori in ottemperanza al suo mandato parlamentare.

Non ce l’abbiamo con la deputata, i cui destini personali sono ininteressanti, e che probabilmente non avrà alcun futuro nelle istituzioni: è una delle tante miracolate della politica appartenenti a quella corte dei miracoli – più ampia di altre – che è stato il Movimento 5 Stelle nel momento del suo maggiore fulgore, che gli ha fatto portare nelle istituzioni la classe dirigente più pittoresca e incompetente di sempre. Nel caso di specie, è stata espulsa persino dallo stesso M5S per le sue posizioni antiscientifiche e anti vaccini, ed è incline a combattere tutte le cause di questo universo subculturale, dalla lotta contro il 5G all’abbraccio dei più disparati complottismi: ciò che l’ha portata anche all’occupazione del Consiglio regionale del Lazio con l’altrettanto pittoresco consigliere ex M5S Davide Barillari, e ha portato alla chiusura della sua pagina Facebook per il suo contributo alla diffusione di fake news.

Il segnale mandato dalle decisioni prese in parlamento va tuttavia oltre il suo caso personale. E getta una luce inquietante sullo stesso principio di autodichia, in nome del quale il Parlamento può prendere decisione giuridiche su sé stesso e i suoi membri in deroga ai principi giuridici che valgono per i comuni cittadini. Una decisione che fa molto casta, anche perché probabilmente non varrà per i dipendenti delle camere, non parlamentari, che, pure essi, stanno facendo obiezione al green pass.

Tra le motivazioni addotte per consentire l’ingresso della deputata c’è infatti anche quella, abbastanza surreale, per cui è giusto dare visibilità a tutte le posizioni presenti nel paese. Se anche fosse, non si capisce perché ciò debba essere fatto violando le leggi vigenti nel paese: che impongono l’esibizione del green pass nei luoghi di lavoro, quale anche il parlamento è, o dovrebbe essere. I parlamentari sono lì, nel caso, per modificare le leggi ed approvarne di nuove, se vogliono, ma non certo prendendosi la libertà di violare quelle in vigore.

L’esempio che viene dato ai cittadini con questa decisione – speriamo solo provvisoria – è che la legge non è uguale per tutti, e che tutti i cittadini sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri, come nel “1984” di George Orwell: ed è solo un’ulteriore ironia che questo avvenga proprio da parte di chi sproloquia di dittatura sanitaria e lamenta disparità di trattamento invocando la propria libertà di scelta, a spese di quella altrui (per inciso, ricordiamo di passaggio che stiamo per decidere di vaccinare anche i bambini per compensare la non volontà di vaccinarsi di alcuni adulti, a loro volta surclassati dalle percentuali di vaccinazione dei giovani: il che la dice lunga su un’altra guerra in corso, generazionale, di cui non parla nessuno, e che attraversa tutta la vicenda del Covid).

Ecco perché speriamo che la Camera, il primo dicembre, saprà rovesciare la decisione adottata. Perché sarebbe un’onta e una vergogna per la sua autorevolezza e per la sua credibilità, oltre che un ulteriore schiaffo per noi, cittadini comuni. Che non meritiamo. E che non meritano, soprattutto, quelli che sono in prima fila nella lotta contro il Covid, negli ospedali e nelle terapie intensive.

 

La cittadina più uguale degli altri. Il caso Cunial, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 novembre 2021, editoriale, p.1

Cittadinanza onoraria a Bolsonaro: ne valeva la pena?

Ma ne valeva davvero la pena? Ma chi gliel’ha fatto fare, al comune di Anguillara, di dare la cittadinanza onoraria a un personaggio discutibile e discusso, non per le sue qualità, ma solo perché è famoso e potente? Certo, Jair Bolsonaro è il presidente eletto del Brasile, e la sua carica merita rispetto. Ma davvero questo basta a far finta di non vedere come la carica viene incarnata? Perché il problema è lì: una visita privata, per incontrare i discendenti del bisnonno emigrato, non si nega a nessuno, tanto meno a un presidente. Magari poteva essere il modo per ricordare il dramma delle migrazioni, che unisce il Veneto e il Brasile, per le partenze di allora, e i tentativi di recuperare ascendenze italiane per ottenere un prezioso passaporto europeo degli italo-brasiliani di oggi. Ma onorare con una cittadinanza è altra cosa. Onore sta per dignità, reputazione, valore morale, considerazione, rispettabilità: attesta cioè del come si è esercitato un ruolo, non del fatto che lo si è ottenuto. Di quale onore è portatore il Bolsonaro autoritario, militarista, machista, misogino, omofobo, sprezzante delle minoranze, delle popolazioni indigene, della gente di colore, in ottimi legami col peggior establishment finanziario e fazendeiro, nepotista (tre dei suoi figli sono sotto inchiesta per scandali e malversazioni varie), no vax, no mask, complottista, negazionista del Covid al punto che il suo stesso Senato gli imputa 400mila dei 600mila morti brasiliani a causa della pandemia, soprattutto tra i più poveri, che si sarebbero potuti evitare prendendo qualche misura di contenimento?

Certo, si può derubricare il tutto a un atto di banale provincialismo. Il piccolo comune dimenticato che grazie al pronipote di emigranti locali diventato presidente conquista un insperato quarto d’ora di celebrità: peccato veniale e comprensibile. Ma ci si poteva accontentare di un incontro coi lontani parenti e col sindaco. La cittadinanza onoraria presuppone un onore, appunto, un merito: nel caso specifico, dov’è?

Soprattutto, si poteva evitare la strumentalizzazione politica. Ci sarà un motivo per cui l’intero mondo democratico ha preso le distanze da Bolsonaro (rispettandone il ruolo ma evitando qualsiasi omaggio alla persona), evitandolo al G20 e isolandone le posizioni alla Cop 26, la conferenza sul clima alla quale non si è nemmeno presentato (e dove, da responsabile dell’aumento degli incendi e delle deforestazioni in Amazzonia, sarebbe stato discretamente fuori luogo). E così in Italia, l’hanno evitato accuratamente il presidente del consiglio, il ministro degli esteri, il presidente della regione, tutti i leader politici (tranne uno), e a livello locale persino la diocesi di Padova si dichiara ufficialmente – testuale – in “forte imbarazzo, stretti tra il rispetto per la principale carica del caro paese brasiliano e le tante e forti voci di sofferenza che sempre più ci raggiungono, e non possiamo trascurare, gridate da amici, fratelli e sorelle”, rifiutandosi di incontrarlo. Solo la Lega ha voluto omaggiarlo, da Salvini suo capo politico agli esponenti locali del Carroccio, passando per una manciata di europarlamentari. E questo forse ci dice di più su Salvini (e un pezzo della Lega) che su Bolsonaro stesso: con l’ansia di visibilità che spinge verso il distinguersi nell’abbracciare posizioni estreme e personaggi discutibili, ostentandolo, che fa aggio sulla capacità di sostenere una scelta di campo esplicita in favore dell’Europa e della democrazia liberale – causando pesanti mal di pancia all’altra Lega, che invece questi dubbi non li ha, ma non ha il coraggio di discutere apertamente le compatibilità di una Lega con l’altra, di Orban con von der Leyen, e appunto di Bolsonaro con la civiltà.

 

Ma ne valeva la pena?, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 novembre 2021, editoriale, p. 1

La fase adulta dell’autonomia

Il presidente Luca Zaia, nel quarto anniversario dalla celebrazione del referendum, dice giustamente che l’autonomia si conquista passo dopo passo, con un approccio pragmatico: non strepitando nelle piazze. Bene, forse è il segnale che sancisce l’uscita dalla fase puerile della richiesta di autonomia (vogliamo tutto, vogliamo di più – magari vogliamo anche l’indipendenza, come in uno dei quesiti a suo tempo cassati dalla Corte Costituzionale) per entrare nella fase adulta: vediamo cosa si può fare, come, con chi, per arrivare dove.

È un utile contributo. Finalmente, verrebbe da dire. Ma anche un ripensamento non dichiarato, una resipiscenza non ammessa, e un giudizio implicito sulla fase precedente.

Lo stesso referendum è stata una legittima forzatura: una ragionevole pressione nella direzione dell’autonomia come obiettivo politico generico, quando ancora non la si era delineata nei suoi contenuti specifici. Come lo è stata la richiesta – a differenza delle altre regioni che più hanno spinto nella direzione dell’autonomia, con o senza celebrazione di referendum (la Lombardia con, l’Emilia-Romagna senza) – di volerla su tutte le 23 materie e competenze concorrenti: anche quelle in cui palesemente non sarebbe possibile né sensato, o addirittura non conveniente e controproducente. Quelle, effettivamente, erano richieste adolescenziali: tipiche del periodo in cui si vuole appunto maggiore autonomia dalla famiglia, ma non si sa ancora per farne cosa, e per andare dove – e non si hanno ancora veramente i mezzi per fare da soli.

Però, va detto, se siamo rimasti a lungo allo stadio infantile del dibattito, è perché qualcuno ha spinto in questa direzione. Perché è facile e comodo, dare sempre la colpa agli altri, come i bambini: in Veneto non solo la politica, ma gran parte dei media, e molti cittadini, sono permeati di questa narrazione deresponsabilizzante e forse liberante ma, appunto, infantile; secondo la quale se l’autonomia non c’è ancora è colpa solo dello Stato che non ce la dà.

In effetti in questi quattro anni – e prima, nel periodo che ha alimentato la campagna referendaria – non si è fatto altro che spingere sull’emotività del desiderio, lasciando da parte la razionalità del processo: tanto che se chiedessimo, a chi è favorevole all’autonomia, in che cosa ‘esattamente’ dovrebbe esplicarsi, quali sarebbero i vantaggi e svantaggi rispettivi nei diversi ambiti, la maggior parte non saprebbe cosa rispondere e come articolare un’opinione. Forse anche tra coloro che la materia la dovrebbero maneggiare.

Il motivo è semplice: gli adulti sono costretti a fare i conti, ad analizzare costi e benefici, a mediare con interessi diversi – anche perché per ottenerla, l’autonomia, bisogna conquistare una solida maggioranza in parlamento, ovvero convincere anche gli altri. Inoltre bisognerebbe discutere su che cosa si vuole farne. E un dibattito largo e aperto, con i contributi solidi dei corpi intermedi, in regione, su questi temi, non si è veramente mai aperto. L’altro problema è che per diventare adulti, usciti dalla fase adolescenziale, e per assumere una responsabilità maggiore nel mondo, occorre formarsi, prepararsi, studiare. Dove sono i luoghi di formazione della classe dirigente dell’autonomia? Su quali dossier si sta veramente preparando? Nella fase puberale ci si può accontentare degli slogan e delle parole d’ordine: voglio l’autonomia. La fase adulta presuppone la risposta a domande sul come, sul chi è in grado di perseguirla, e anche sul perché, per andare dove.

La sensazione è che finora la vaghezza dei contenuti sia stata precisamente la garanzia del più vasto consenso trasversale: per cui si è volutamente rimasti lì. Ora, a prendere sul serio Zaia, è il momento di affrontare responsabilmente i contenuti: il che vuol dire avere il coraggio – che finora non c’è stato – di discutere nel merito, coinvolgendo il meglio della società civile, e di dividersi su ricette e modalità di preparazione. È questa la vera svolta, il vero cambio di passo. Che è giunto il momento di perseguire, se davvero vogliamo raggiungerla, la nostra maggiore autonomia.

 

Autonomia: la fase “adulta”, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 ottobre 2021, editoriale, p. 1

Il voto, le piazze, l’astensionismo

Se c’è una notizia dirompente di questa tornata elettorale, non è tanto la vittoria del centrosinistra nei municipi più importanti, quanto l’aumento spropositato dell’astensionismo.

Si illude chi pensa che il vento sia cambiato, e favorevole ai partiti che hanno sostenuto i candidati vincenti. La destra perde le sfide simbolicamente più significative con candidati sbagliati, tra l’inetto e l’inutile, come Michetti a Roma (cui Gualtieri ha dato venti punti di distacco) e Bernardo a Milano, addirittura doppiato da Sala fin dal primo turno. Eppure se si votasse oggi alle elezioni politiche nazionali, il centrodestra – seppure sonoramente bastonato nelle contese locali –  godrebbe ancora del favore dell’elettorato, superando di gran lunga il centrosinistra.

Il vento dell’astensionismo non è invece cambiato per nulla: viene da lontano, e promette di andare ancora più lontano, verso una perdita progressiva di rappresentanza sempre più visibile – in Italia ma anche altrove. Segno di una tendenza lunga che non può non preoccupare chi ha a cuore i destini delle democrazie. Che non significa necessariamente i partiti: che, invece, dall’astensionismo hanno in un certo senso da guadagnare, dato che facilita loro il compito. I posti da occupare sono sempre i medesimi, e con meno votanti, costa meno e si fa meno fatica a raggiungere gli elettori, e a indirizzare il voto verso i rappresentanti dell’apparato che meglio garantiscono controllo, carriere  e clientele.

Tra le tante spiegazioni dell’aumento dell’astensionismo c’è la progressiva perdita di capacità dei partiti di fare da collegamento tra i cittadini e le istituzioni. Un po’ perché sono scomparsi dai territori: tra tutti, solo Lega e Partito Democratico hanno ancora sezioni e circoli locali abbastanza diffusi: ma hanno una vita interna che arranca, abitata soprattutto da pensionati, poco attrattiva per le generazioni più giovani (che, infatti, in proporzione, votano meno degli anziani), poco vivace, poco collegata persino alle dinamiche territoriali, per lo più ridotta a riprodurre su scala locale messaggi e diatribe nazionali – più simili a stanchi megafoni che a vitali produttori di energia e attivismo. E per il resto la politica si fa altrove, in altro modo, senza intercettare la vita dei partiti.

Dovrebbe interrogare questa separatezza assoluta tra la militanza e il desiderio di impegno, pur esistenti sotto forme anche inedite, e la capacità della politica di rappresentarli, di veicolarne le istanze e le proposte. Quali sono le piazze più significative viste negli ultimi tempi, anche in Italia? Quelle dei giovani impegnati per i Fridays for future, in lotta per la salute del pianeta e un futuro migliore: eppure, in Italia, senza un partito ecologista di riferimento, e nemmeno una corrente di pensiero organizzata e magari trasversale all’interno degli schieramenti politici. O le piazze no vax (o no qualunque cosa), mobilitate intorno a egoismi individuali, che non riescono nemmeno loro a farsi partito, pur trovando orecchie strumentalmente condiscendenti in alcune forze politiche, che tuttavia è arduo ipotizzare si trasformino in consenso, per giunta minimamente stabile. Sì, è vero, ci sono le piazze sindacali: esse stesse sempre più distaccate dai tradizionali partiti di rappresentanza, non più cinghie di trasmissione ma nemmeno strumenti di collegamento tra le lotte per il lavoro (sempre più rituali nelle loro forme, e oltre tutto portate avanti da organizzazioni in cui la maggioranza degli iscritti e di coloro che si mobilitano dal mondo del lavoro sono già fuori, essendo pensionati) e la rappresentanza politica allargata. O le piazze dei diritti civili, dei pride: anche queste, se ci si pensa, legate a diritti e bisogni interpretati più come individuali che come esigenza collettiva. Che in politica si traducono più in carriere per rappresentanti monotematici di queste istanze che come parte di un disegno politico più complessivo.

Ecco allora che l’astensionismo diventa fatto sempre più significativo, addirittura dominante (non più solo il primo ‘partito’, ma maggioranza assoluta del corpo elettorale), ma tuttavia irrilevante, capace di mandare un segnale confuso di disagio, ma incapace di dare un produttivo scossone all’edificio malcerto della democrazia rappresentativa.

Le piazze e il primo partito, “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 ottobre2021, editoriale, p. 1

L’Italia al voto: l’anomalia veneta

“Le città premiano il centrosinistra”. “Veneto fortino di Lega e centrodestra”. Sono questi, rispettivamente, i titoli post-elettorali del Corriere della sera, edizione nazionale, e del Corriere del Veneto. E fotografano perfettamente l’anomalia veneta, o la sua diversità strutturale, non contingente, non episodica.

La regione resta in linea rispetto alle tendenze nazionali solo con la sostanziale sparizione del M5S: con la differenza che in Veneto non aveva mai veramente attecchito, e la sua breve fiammata stagionale, con i suoi fasti e i suoi sindaci, è stata in ogni caso molto meno intensa che altrove. Anche i dati sulla partecipazione al voto sono in linea con il dato nazionale: un po’ più alta che altrove, ma pur sempre in calo.

Senza sorprese, vince nettamente la Lega, in qualche caso con percentuali da emirato, o se si vuole da plebiscito: ma questa è quasi una non notizia, visto che la Lega in Veneto governa da quando esiste, indifferente alle sue stesse trasformazioni interne. Cresce anche Fratelli d’Italia, il che fa prospettare al Veneto una concorrenza molto più forte che in passato nel campo del centro-destra, per ora comunque più unito che a livello nazionale, dove l’ossessiva corsa per la leadership tra Salvini e Meloni ha prodotto, anche nella scelta delle candidature, più veti incrociati che obiettivi comuni: la differenza, naturalmente, sta nel fatto che qui in Veneto i due partiti governano insieme, a livello regionale e in moltissimi comuni, mentre a livello nazionale stanno l’uno al governo (per ora) e l’altro all’opposizione. Al limite, si potrebbe prefigurare un derby tutto interno alla coalizione in alcune delle prossime tornate elettorali comunali (a partire già dal prossimo anno): mentre è difficile immaginare scenari simili a livello regionale (scadenza peraltro lontana) dato che è così facile e comodo vincere e continuare a governare insieme.

Nell’altro campo ci si leccano le ferite. L’illusione del segretario del PD Letta (“siamo tornati in sintonia con il paese”) in Veneto ha ricevuto una secca smentita. Il Partito Democratico ha perso praticamente dappertutto: persino dove era stato sindaco il proprio segretario regionale, che pure ha avuto una buona affermazione personale. E comincia a sentire una discreta sindrome da accerchiamento anche laddove governa, ma si andrà ad elezioni a breve, come a Padova: niente è più garantito, neanche quella che fino a ieri poteva sembrare la facile rielezione di un sindaco uscente.

A livello nazionale la novità per ovvie ragioni più visibile, trattandosi della capitale, è stata l’operazione tentata da Carlo Calenda a Roma: uscita sconfitta nel suo obiettivo primario (arrivare al ballottaggio per conquistare il Campidoglio), ma vincente nel far diventare la sua lista civica di sostegno il primo partito a Roma, lanciando il segnale forte dell’esistenza di un’area liberale pragmatica e moderata, capace di pescare sia da destra che da sinistra, più interessata a programmi e competenze che a ideologie e schieramenti, non rappresentata dai partiti tradizionali, né di destra né di sinistra. In Veneto in realtà il civismo è già diffuso, e in buona parte già fagocitato da liste governiste e sostanzialmente ‘zaiane’: ma dato il personale successo di preferenze di Calenda alle elezioni europee proprio nel collegio Nordest, qualche carta si potrebbe rimescolare all’interno di questo mondo, con riflessi possibili sulla politica locale, meno probabilmente su quella regionale.

Detto questo, lo scenario che emerge da questa tornata elettorale – ancora una volta – è quello di una diversità, verrebbe da dire una insularità sostanziale del Veneto rispetto al panorama nazionale. Un mondo a sé, a parte, lontano, incompreso da chi sta altrove, che vive con regole e su presupposti propri, e tendenze politiche non collegate o in sintonia con quelle nazionali. In sé, non è né un vantaggio né uno svantaggio. Accade da anni, ed è stato sia un punto di forza che un elemento di debolezza, a seconda dei fenomeni a cui guardiamo (e dei governi succedutisi a livello nazionale). Che diventi l’uno o l’altro in futuro dipenderà dalla capacità – culturale prima che politica, e che riguarda gli attori economici e sociali prima ancora che i partiti – di restare in sintonia con le grandi tendenze nazionali, incarnate in questo momento dalle scelte del governo Draghi. Che quest’ultimo sia sostenuto da una maggioranza dalla configurazione completamente diversa diventa a questo punto incidentale. Come giusto che sia.

 

L’anomalia veneta alle urne, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 7 ottobre 2021, editoriale, p.1

Le due Leghe

All’assemblea di Confindustria Vicenza il presidente Zaia ha ammesso, con più chiarezza che in passato, l’esistenza di due componenti diverse nella Lega, “che possono coesistere”, pur specificando che alla fine la Lega è una sola. La cosa è evidente da tempo, ma è importante che tale constatazione venga da chi ne incarna una delle due – l’ala governista e moderata – ma ha sempre evitato accuratamente ogni polemica interna o accenno di contrapposizione.

Non c’è niente di strano né tanto meno di scandaloso: in ogni partito ci sono linee diverse, posizioni contrapposte, e questo è il sale della politica e della democrazia interna – serve, anzi, a far maturare il dibattito, a evolvere. Solo che di solito le posizioni diverse si incarnano anche in leadership esplicitamente contrapposte: si pensi allo storico dualismo tra Renzi e Bersani nel PD. E questo invece nella Lega è sempre stato un tabù: formalmente doveva prevalere l’unità intorno al capo, anche quando si è passati dalla Lega nordista di Bossi a quella sovranista di Salvini, attraverso l’intermezzo di Maroni.

C’è però un limite alla diversità tollerabile: che il dibattito tra posizioni diverse non diventi ambiguità, e l’ambiguità doppiezza. Limite oltre il quale nei partiti ci sono le scissioni, o un livello di ipocrisia tale che diventa indigesto anche per l’elettore minimamente informato.

Il rischio nella Lega di questi ultimi anni c’è stato. Da un lato il consenso ottenuto con la pancia, gli slogan divisivi, i capri espiatori, l’esposizione mediatica eccessiva e dai toni spesso grevi (esemplificata dalla ‘Bestia’ creata da Morisi di cui si parla in questi giorni per altri non commendevoli motivi, peraltro legati al problema politico di predicare in un modo e razzolare in un altro), dall’altro la fiducia spesa nella Lega di governo, moderata, più incline all’essere che all’apparire, che tesse rapporti proficui con il territorio e i corpi intermedi anziché lacerare il tessuto sociale. Un conto è il gioco delle parti, la dinamica “poliziotto buono, poliziotto cattivo”, che può essere una tattica di successo: un altro tenere insieme obiettivi inconciliabili e linguaggi incompatibili facendone una strategia comunicativa. Prima o poi la corda si spezza. Non si possono tenere insieme troppo a lungo i comunisti padani (di cui, ai tempi di Bossi, il giovane Salvini era il leader) e i pasdaran dell’estremismo sovranista, i no euro e i sì Europa, i no vax e i ceti dei produttori. Un minimo di coerenza tra dichiarato e perseguito va mantenuto: come diceva Gandhi (e lo prendiamo qui come un esercizio di metodologia politica, non come un auspicio morale), “il fine sta nei mezzi come l’albero nel seme”. Alla lunga, se non c’è rapporto tra i due, tutto si sfalda.

Per questo è utile che si faccia chiarezza. E che proponga di farla, in particolare, chi incarna da molto tempo una delle due linee contrapposte, quella governista e pragmatica, appunto: capace di ragionare laicamente di Europa e di promuovere una campagna vaccinale efficace senza ambiguità, che comincia a pensare che la cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia sia una cosa positiva, e non vede contrasti tra affermazione identitaria e integrazione, magari promuovendole entrambe.

Il Veneto, per la sua storia politica recente, incarnata da Zaia, ma anche per essere stato la culla antica della Liga delle origini, potrebbe essere il laboratorio anche intellettuale oltreché politico di questa Lega. Il processo è già innescato: anche per il crescente fastidio dell’elettorato consapevole di fronte a una discrasia non più sostenibile. Servono ancora due cose, che cominciano appena a delinearsi: la volontà di teorizzarlo esplicitamente, e il coraggio personale di farne pratica e battaglia politica interna.

 

La Lega davanti a un bivio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 1 ottobre 2021, editoriale, p.1

Immigrati, tra sbarchi e lavoro

È demoralizzante vedere come ci si occupa di immigrazione nel nostro paese. Fa notizia solo se aumentano gli sbarchi: in quel caso, proteste, o proposte immaginifiche. Come il blocco navale da sempre evocato da Giorgia Meloni: mai che ci si dica come si fa (affondando le navi? lasciandole in ammollo? riportandole indietro? e dove, senza il consenso dei paesi coinvolti?), con quale legittimazione legale internazionale, quali e quante navi, quali regole d’ingaggio e quali limiti nell’uso delle armi, quali costi, presi da quale bilancio – basta la parola… Se aumentano i morti, invece, ne parla quali solo il Papa: la politica sostanzialmente tace. E se non c’è la notizia, ci si dimentica di parlarne e di approntare soluzioni: fino alla prossima emergenza.

Eppure avremmo molte ragioni per parlarne, con urgenza ma non in emergenza, per affrontare problemi “normali” e tuttavia serissimi che non riguardano solo i territori costieri, ma anche e soprattutto le regioni produttive del Nord e ancor più l’Europa. Magari ragionando sul contesto. Quello demografico: solo quest’anno nella differenza tra morti e nati abbiamo perso quattrocentomila abitanti, l’equivalente di una città come Bologna; a quale sviluppo prelude (o piuttosto preclude) un paese che dal 1995, caso unico nel mondo sviluppato, è in recessione demografica? E poi c’è l’emigrazione, negli ultimi anni di gran lunga superiore all’immigrazione, che dopo lo stop dovuto al Covid sta già dando segnali di ripresa – dove sarebbe esattamente, a leggere i dati, l’invasione? E Il che ci apre a un altro tema, quello lavorativo: ci piaccia o meno, nonostante la crisi, la manifattura è in forte ripresa, mantiene l’occupazione, e in molti settori addirittura l’aumenta – a scapito per esempio del turismo e dei servizi collegati, che già nei giorni scorsi ha denunciato, attraverso i suoi operatori, una drammatica carenza di manodopera disponibile, che si riverbererà sulla qualità del servizio e quindi inevitabilmente sulla crescita futura del settore. È certo che c’è un problema di qualità del lavoro e di livelli salariali: ma anche di drammatica carenza di manodopera comunque, anche se le condizioni di lavoro migliorassero. Ogni anno, del resto, e da qualche anno, i settori del lavoro stagionale (ci mettiamo anche quello agricolo, e le lavorazioni stagionali dell’industria) lamentano una drammatica carenza di personale: i giovani italiani, all’80% almeno diplomati, molti lavori manuali, anche in situazione di disoccupazione, li rifiutano a priori, preferendo semmai le vie dell’emigrazione, giudicate – purtroppo con molte ragioni – più vantaggiose. Ne vogliamo parlare a freddo, di questi temi, senza strepitarne solo a caldo dopo l’ennesimo sbarco a Lampedusa? Vogliamo almeno domandarci se sono collegati?

Poi c’è il problema delle soluzioni di lungo periodo. Che, necessariamente, prevedono il coinvolgimento dell’Europa nella modifica degli accordi di Dublino, nel controllo delle frontiere esterne dell’Unione, nel ricollocamento dei richiedenti asilo salvati nel Mediterraneo, nei rimpatri. Ma pure il ristabilimento di canali regolari e controllati di immigrazione: il solo modo per evitare che i canali irregolari, che abbiamo regalato alle mafie transnazionali, siano la sola modalità possibile di ingresso. C’è un ritardo inaccettabile delle istituzioni europee. Ma anche una carenza intollerabile di iniziativa italiana nel coinvolgerle: tanto più da parte delle forze politiche che fanno del contrasto (anziché del controllo, ragionevole e doveroso) all’immigrazione la loro ragion d’essere. A parte parlare, quali sono e dove sono le proposte alternative percorribili, che non siano meri slogan?

Purtroppo è colpa anche nostra, come cittadini. Che accettiamo che il dibattito su questi temi cruciali si riduca a contrapposte tifoserie ispirate a sentimenti (buoni o cattivi che siano, sia la rabbia xenofoba alla ricerca d’un capro espiatorio che la solidarietà umana verso le vittime dei naufragi questo sono), e mai che prevalga una riflessione basata anche su ragionamenti: intorno ai quali sarebbe più facile persino trovare un accordo.

 

Il fronte cieco anti-immigrati, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 maggio 2021, editoriale, p. 1

Crisi e ricomposizioni nel polo progressista: la situazione in Veneto

Le trasformazioni del quadro politico nazionale – in particolare le fibrillazioni del fronte progressista, o quello che si autodefinisce tale, che appare chiaramente quello maggiormente in difficoltà e irrisolto – avranno i loro effetti anche in Veneto.

Le sorprendenti e irrituali dimissioni via facebook di Nicola Zingaretti da segretario del Partito Democratico hanno dato una scossa – un’altra – a un partito che tuttavia farà finta di niente e se le lascerà alle spalle, come le precedenti e in fondo ben più gravi dimissioni del primo segretario e fondatore Veltroni. Non sorprende, in un partito che ha visto passare nella sua breve storia ben otto segretari (il conteggio varia includendo o meno i reggenti, o il doppio mandato di Renzi) in tredici anni, e ha visto due dei suoi ex-segretari (Bersani e Renzi nell’ordine) fondare dei partiti concorrenti. Di queste dimissioni hanno colpito semmai le parole con cui sono state espresse: iniziare il messaggio d’addio con un “mi vergogno” dei dirigenti del mio partito, di chi parla solo di “poltrone e primarie”, è quanto meno sorprendente, per un leader, ma anche un coach o un dirigente d’azienda. Il fatto poi che la reazione standard sia stata accusare le correnti, come se Zingaretti non fosse anch’egli un capocorrente, prima ancora del segretario, e non avesse indicato tre capicorrente come ministri designati del PD, e i più tra i militanti si siano limitati a prendersela con Renzi e i renziani rimasti nel PD, additando un nemico per evitare di guardare a un problema, la dice lunga sul fatto che questa crisi fosse inevitabile ma anche irrisolvibile. Il PD, come hanno già certificato i sondaggi che lo vedono in calo drammatico a seguito della scelta suicida di sostenere Conte come “riferimento fortissimo” (sono sempre parole di Zingaretti) del fronte progressista – finendo per sostenere come caposquadra quello che diventerà il leader di un altro partito – diventerà sul piano nazionale, in poco tempo, un partito a una cifra o poco più. In Veneto, dove già è ridotto, molto al di sotto dei risultati nazionali, all’11,9%, significa diventare un membro tra i tanti, probabilmente neanche il più numericamente rilevante, e non più un primus inter pares, di una galassia già alquanto popolata: finendo per diventare meno percentualmente rilevante del proprio elettorato potenziale. Un partito composto da persone spesso degne, non di rado meglio preparate di altri, con un radicamento valoriale anche solido, ma che in regione e nei comuni preferiranno spesso, come già fanno, una identificazione civica, rispetto a un’etichetta che suscita più imbarazzi che entusiasmi.

Il Movimento 5 Stelle, che ha vissuto le crisi più drammatiche, espulsioni massicce, uno stillicidio di perdite di rappresentanti, ha risolto paradossalmente con più velocità il suo dramma politico, e la contraddizione di aver sostenuto tre maggioranze diverse in meno di tre anni. Si dividerà tra il nuovo M5S “moderato e liberale” (o almeno autodichiaratosi tale, nonostante le pulsioni populiste e il giustizialismo di fondo) a guida Conte, il manifesto ControVento (che fin dal nome sembra voler polemicamente contrastare il Movimento) di Davide Casaleggio, e i cani sciolti di Di Battista, a cui sembrano più vicini, almeno culturalmente, anche alcuni esponenti M5S eletti in Veneto. Ma dato che parliamo di un partito che in Veneto alle elezioni regionali contava il 2,7% dei voti, non cambierà poi un granché. Anzi, potrebbe perfino, con Conte come uomo-immagine, migliorare le sue sorti.

Infine, ultimo ma non meno importante, Arturo Lorenzoni, ufficialmente il leader della coalizione di centro-sinistra in Veneto. Che in un post su Facebook (ormai la politica si fa lì) si dichiara entusiasta della scelta, da parte di politici di varia provenienza (un ex-ministro uscito dal M5S, un deputato di +Europa, e la ex-presidente di Lega Ambiente eletta in Liberi e Uguali) di ridare vita in Parlamento al gruppo dei Verdi. Qui l’interesse non è il futuro di una ipotetica ennesima nuova formazione politica, il cui peso elettorale è dubbio (in Italia i Verdi, iperdivisi e fortemente ideologizzati, non sono mai stati capaci di avere un consenso stabile e significativo, pur essendo vessilliferi di istanze di per sé popolari): ma nel fatto che Lorenzoni stesso, imposto come leader anche da un PD pur in parte riluttante, scelga esplicitamente di fare il tifo per una forza politica ad esso concorrente, autocandidandosi implicitamente ad essere il loro referente veneto (sommerso nei commenti, va detto, più da critiche che da sostegni). Al di là delle dubbie fortune di tale futura forza politica, un interrogativo in più per lo stesso PD.

 

PD e M5S: anatomia di una crisi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 7 marzo 2021, editoriale, p. 1

La politica veneta nell’era Draghi

Le rapidissime trasformazioni del quadro politico nazionale avranno, nel tempo, importanti conseguenze anche su quello regionale. Il Veneto non ha certo problemi di stabilità di governo e di solidità di maggioranze – semmai ha il problema contrario: ne ha anche troppa – e le elezioni sono sufficientemente lontane, come orizzonte, da non far temere alcun contraccolpo immediato. Proprio per questo possono consentire una graduale evoluzione anche del quadro politico regionale.

Cominciamo dalla maggioranza. La Lega regionale, con la sua base ben presente tra gli operatori economici, ha giocato un ruolo anche nazionale nello smarcarsi dagli identitarismi per sostenere in pieno il tentativo di governo di Draghi. Senza strappi, come tradizione. Ma è evidente che la base leghista più consapevole, quella ben radicata nei ceti produttivi, sa benissimo che un governo Draghi sarebbe stato decisamente più auspicabile di un governo Salvini, e non ha certo spinto per andare all’incasso del fallimento del Conte-bis con le elezioni. Questo farà evolvere anche la Lega nazionale verso un europeismo temperato, meno grintoso e più pragmatico: più simile a Forza Italia, ma con l’impronta venetista a dare una caratterizzazione propria. È semmai Fratelli d’Italia ad essere incompatibile con questo disegno. La scelta di Giorgia Meloni è coerente e probabilmente conveniente sul piano del consenso: le consentirà di intestarsi l’opposizione anti-europeista, populista e anti-tecnocratica pur presente nel Paese, portando via una parte di elettorato proprio alla Lega non più di battaglia e di opposizione, e costretta probabilmente a ingoiare, nei prossimi mesi, anche qualche rospo. Essa metterà tuttavia Fratelli d’Italia fuori da una logica e una prospettiva di governo. Vero è che nulla vieta, a livello regionale e locale, di avere coalizioni di governo diverse da quelle nazionali: in Veneto favorite da una lunga comune consuetudine con il potere, e con lo stesso modo di intenderlo. Ma questo scenario non tiene conto delle evoluzioni nel campo politico opposto, che a questo punto vale la pena analizzare.

Il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, in Veneto già assai meno rilevanti che altrove, sono destinati, anche sul piano nazionale, a pagare un prezzo elettorale molto forte dal loro arroccamento intorno a un’alleanza che, strategicamente priva di basi, era giustificata tatticamente solo dal non far tornare al governo le destre. Oggi questa prospettiva è insensata anche tatticamente, visto che entrambi i partiti – e soprattutto il M5S – sono destinati a perdere quote significative del loro consenso alle prossime elezioni politiche. È probabile quindi che si apriranno praterie per un voto di centro e di centro-sinistra in cerca di nuove collocazioni: in cui il PD (in Veneto più che altrove) avrà un ruolo gregario anziché federatore – un pezzo eventuale di una qualche eventuale alleanza, non certo il suo perno.

Ecco allora che una Lega più moderata, un centro più forte e meglio organizzato, le liste Zaia che si ritrovano naturalmente dentro questa configurazione, potrebbero ridisegnare il futuro paesaggio politico veneto in maniera diversa, prefigurando un governo comune. O potrebbero emergere due poli potenzialmente alternativi, dando vita a uno scenario da democrazia matura: quello che l’Italia in questi anni non è mai stata – con due coalizioni alternative entrambe ancorate al centro, e le estreme fuori dalla prospettiva di governo. Lasciando Coalizione Civica da un lato e Fratelli d’Italia dall’altro ad un ruolo testimoniale di opposizione. E relegando il PD ad un ruolo ancillare rispetto a un polo di centro-sinistra, ma forse con qualche chance in più per aspirare un domani ad un ruolo di governo, altrimenti inattingibile.

Naturalmente è presto per prefigurare scenari che non sono nemmeno all’ordine del giorno elettorale. E il periodo che si prospetta, di presenza di tutte le principali forze politiche, dalla Lega al M5S passando per il PD, costrette insieme, nella stessa maggioranza di sostegno al governo Draghi, ci lascerà in dote configurazioni del tutto inedite, ricomposizioni interne ai partiti assai significative, e probabilmente importanti cambiamenti nelle loro leadership. Un campo aperto. Una sperimentazione a cui se non altro si può guardare con maggiore fiducia e interesse rispetto a quelli che sembravano i destini segnati del passato.

Politica veneta al bivio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 10 febbraio 2021, editoriale, p. 1

Perché è legittimo – e necessario – dissentire

Nessuno di noi può sapere veramente e fino in fondo cosa è giusto e cosa è sbagliato, nelle decisioni del governo. Anche perché non sappiamo su quali basi sono state prese, se è vero – come qualcuno sta cominciando ad ammettere – che anche molti membri del governo hanno assunto decisioni senza avere potuto vedere alcun dato specifico, disaggregato, settoriale, o territoriale, sulla base del quale prendere le decisioni relative ai propri settori di competenza da chiudere o da lasciare aperti. Decisioni che – in mancanza di questa base razionale – rischiano di essere interpretate come una specie di lotteria, che decide, come un’antica divinità priva di pietas, o un’incarnazione del fato, chi può salvarsi e chi no, i sommersi e i salvati, sulla base del proprio cieco volere. Ecco perché una prima doverosa battaglia da vincere, se si vogliono davvero convincere dei cittadini maturi della bontà delle proprie scelte, e non solo imporre a dei sudditi recalcitranti le proprie imperscrutabili volontà, seppure per il bene dei sudditi medesimi, è quella della trasparenza e della qualità delle fonti sulle quali si fonda il processo decisionale. Altrimenti saremo legittimati al sospetto del pressapochismo e dell’incompetenza, a giustificazione della nostra critica e della nostra protesta. Questo vale a livello governativo, regionale, e locale. Occorre contezza delle fonti, degli studi: ma anche dei vari passi compiuti nel processo decisionale. Le riunioni svolte, i tavoli di coordinamento attivati, gli incontri con le parti sociali avvenuti. Per non dover scoprire ex post, come ora sta avvenendo – per esempio nel settore più esposto, e ritenuto più problematico nell’ambito della diffusione del virus, quello dei trasporti – che non ci sono stati, o sono stati tardivi, o inconcludenti, nel senso che non si sono conclusi con decisioni assunte e procedure attivate, o non sufficienti. Ancora una volta: a livello locale, regionale, nazionale.

Non siamo più alla prima ondata, alla novità e alla conseguente impreparazione come scusa. E giustamente, oggi, i cittadini, gli organismi di rappresentanza, i corpi intermedi, non si fidano più: vogliono capire, non necessariamente protestare. Ed è semplicemente giusto che sia così: il consenso va conquistato, e meritato. È per questo che, di fronte alle proteste, la reazione stucchevole e retorica dell’unità patriottica, o del ritrovare lo spirito di marzo, è un disco rotto, senza efficacia, e una veramente troppo comoda scappatoia. Occorre ri-legittimare – è ora – un dibattito aperto, franco e democratico tra opinioni contrapposte: dopo tutto, è il senso ultimo del ruolo dell’opinione pubblica, dei media, e in definitiva della democrazia. È inaccettabile la violenza organizzata, quella del controllo camorrista del territorio, del teppismo e del ribellismo neofascista intrecciato con il tifo organizzato (una malattia che avremmo dovuto debellare da tempo e a prescindere), quella degli antagonismi fini a sé stessi, buoni solo a distruggere. Ma è utile e necessario alla tenuta del sistema democratico che si esprima ora, anche in maniera organizzata e pubblica, e quindi in tutte le forme lecite, piazze incluse, il dissenso, anche, o almeno il diritto a un’informazione dettagliata e non unilaterale e paternalistica, solo dall’alto in basso, top-down: per il bene del governo stesso, occorre molto flusso al contrario, bottom-up, dal basso verso l’alto, se si vuole che le decisioni prese siano condivise e implementate. È questione di efficacia, anche senza voler evocare i sacri princìpi e fondamenti del vivere civile e della democrazia. Occorre legittimare un ampio spazio di commento, di critica, di protesta, di disobbedienza civile anche (che va distinta dal ribellismo facinoroso spontaneo o organizzato) e possibilmente un’arena di socializzazione di dati raccolti in maniera indipendente, e interpretazioni e proposte alternative: facendo diventare tutto questo un vero e anche vivace dibattito pubblico, anche legittimamente conflittuale, su come far uscire il paese dalla crisi. Serve oggi più che mai un’opposizione critica, costruttiva, propositiva, legittimata come tale. Per non lasciare il monopolio dell’opposizione di piazza a camorra, neofascisti e ultras, e il monopolio della rappresentanza del lavoro ferito a delle destre prive quasi sempre di proposta, ma abili nel cavalcare la protesta, e a trasformarla in futuro consenso. E in questo deve fare un passo serio proprio il governo, con le forze politiche che lo sostengono, quasi a contraccambio della richiesta di ulteriori chiusure e sacrifici. Non farlo sarebbe una forma di cecità imperdonabile.

 

Consenso e dissenso, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 ottobre 2020, editoriale, p.1