L’impotenza di una Europa impaurita

Sta succedendo di tutto. Eppure siamo convinti che a noi non succederà niente. Ma non sarà esattamente così.

Sono passati quattro anni dall’invasione dell’Ucraina. Due e mezzo dall’attacco di Hamas che ha scatenato la reazione di Israele, con la distruzione di Gaza e le violenze in Cisgiordania (e attacchi qua e là, dallo Yemen al Libano). Poco più di una settimana dall’attacco all’Iran, con le conseguenze a cascata che stiamo vedendo sotto i nostri occhi. E, in parallelo, altre azioni violente, altre guerre, meno rovinose, o semplicemente meno vicine, altre minacce, in cui ci sentiamo sempre meno coinvolti (dal Sudan al Venezuela, passando per la Groenlandia – che pure è Europa – o Cuba, domani Taiwan e chissà cos’altro). Non è la terza guerra mondiale a pezzi. Non è nemmeno, apparentemente, un nostro coinvolgimento diretto in teatri bellici. È una lenta, inesorabile erosione: di sicurezza, di valori morali, e presto – ci accorgeremo – anche economica. Di cui però non siamo attori, ma spettatori: nemmeno plaudenti – solo passivi.

Come europei, abbiamo scoperto di non saperci veramente difendere da una aggressione evidente e ingiustificabile (in Ucraina): e, anzi, ci siamo accorti di avere una cospicua quinta colonna interna favorevole alle ragioni dell’aggressore. Abbiamo cancellato ogni senso del limite di fronte al comportamento di Israele, peraltro inizialmente sorretto da una profonda corrente di simpatia giustificata dal vergognoso attacco a civili di cui era stato oggetto da parte di Hamas, lasciando che in Palestina accadesse quello che è accaduto senza spiccicare parola (non una condanna, non una sanzione, non una critica). Non stiamo dicendo nulla su una guerra neanche dichiarata in Iran, di cui non siamo stati nemmeno preventivamente informati, non diciamo consultati, che già solo nei primi giorni sta coinvolgendo l’intero Medio Oriente e persino l’Europa, con l’attacco alle basi a Cipro, e conseguenze economiche ancora tutte da misurare, che non pagheremo solo sulla bolletta energetica. Sì, certo, si è decapitato un regime teocratico odioso e pericoloso, ma che non attacchiamo certo per amore della libertà (si è già detto che non si vuole una democrazia: basta un leader ‘amico’), e che non siamo affatto certi che lasceremo in condizioni migliori (i precedenti di Afghanistan, Iraq e Libia non sono incoraggianti, in questo senso).

Di fatto, abbiamo adottato una sistematica logica di due pesi e due misure, e un regime di doppia verità, di fronte agli accadimenti globali, senza nemmeno renderci conto delle conseguenze strategiche di questa scelta: che, incidentalmente, indebolisce lo stesso nostro sostegno all’Ucraina (non foss’altro perché offre un alibi alla Russia – così fan tutti). E ci fa scoprire di essere solo la periferia – sempre più impotente e sempre più marginale, politicamente e militarmente – di un mondo di cui continuiamo, contro ogni evidenza, a crederci il centro. Certo, gli altri non sono da meno. Ma, appunto, questo ci fa perdere la presunzione di unicità, e di superiorità morale, in cui ci piaceva crogiolarci, e con essa la nostra capacità di seduzione, credibilità, reputazione: il più importante dei capitali. Attrattivi lo siamo ancora, per il nostro modo di vita e la nostra cultura: dopo tutto se qualcuno decide di emigrare è da noi, Occidente sviluppato, che cerca di venire – non va certo in Russia o in Cina, anche se comincia invece ad andare verso altre piccole e medie potenze regionali e sub-regionali (dove peraltro andiamo volentieri anche noi, se si possono fare affari o anche solo svernare piacevolmente). Ma la maggior parte viene per denaro, ricerca di lavoro, welfare – qualità della vita materiale, insomma. Sempre meno per condivisione dei valori a cui diciamo di ispirarci ma di cui siamo più testimoni rassegnati del loro declino che orgogliosi attori della loro affermazione: libertà, democrazia, parità di diritti.

Quanto siamo isolati lo si vede bene sulle grandi questioni della geopolitica: dove sempre più spesso, anche all’assemblea generale delle Nazioni Unite, quasi tutto il resto del mondo (Africa, Asia, America Latina) vota – e in ogni caso pensa – in maniera diversa da noi, e preferisce stare con Russia e Cina, pur non amandone il modello di sviluppo e non abbracciandone i valori: è l’Europa a scoprirsi piccola e isolata, per quanto (e proprio perché) alleata ai grandi Stati Uniti. In un mondo sempre più multipolare, le cui grandi sfide, in termini di sostenibilità economica, sociale e ambientale, necessiterebbero di una visione larga, di una leadership forte, e di collaborazione, ci ripieghiamo e richiudiamo sempre più su noi stessi, riuscendo a dividerci persino all’interno dell’Occidente. Con una sua parte, gli USA, che ha ideologicamente scelto un paradossale isolazionismo interventista, in nome solo dei propri egoistici interessi, e solo quelli misurabili in denaro (non di un Paese, peraltro, ma di una ristretta oligarchia al suo interno). E l’altra parte, l’Europa, che si è scoperta debole, impaurita, incapace di azione, spesso anche servile rispetto al suo fratello maggiore: sulla difensiva, e mai invece all’attacco, come pure fino a poco tempo fa è stata, persino inconsapevolmente, quando macinava traguardi economici e raggiungeva standard di benessere mai visti. Potrebbe andare diversamente? Potrebbe. Le condizioni materiali ci sarebbero ancora. Manca, per ora, la volontà politica di credere davvero in noi stessi, nel nostro potenziale di immaginazione, trasformazione e costruzione.

 

Un’Europa sempre più impaurita e impotente, in “ItalyPost”, 12 marzo 2026, editoriale, pp. 1-29

Il Vannacci che è in noi e il futuro della destra

Il generale ha finalmente il suo esercito: piccolo, per ora anche un po’ abborracciato, ma con buone possibilità, nel tempo, di crescere. Forse è il sogno di ogni generale: comandare le truppe, ma non dover più obbedire alla politica, ovvero decidere lui per cosa combattere (o contro chi: che apparentemente gli viene meglio), non solo come farlo. Stare nell’ombra, del resto, non è nelle sue corde, come abbiamo visto nella sua rapida avventura politica.  Nata dalla pubblicazione autoprodotta di un libro fortunato e redditizio, che l’ha portato rapidamente nella società dello spettacolo (incontri, presentazioni e talk show, che sono una forma di intrattenimento, non di approfondimento), e da lì al salto in politica, che ormai si differenzia dallo spettacolo in maniera minimale. Aiutato, anche in questo caso, da circostanze fortunate: che sono altrettanti errori altrui.

Il primo errore porta il nome di Matteo Salvini. Nato nella Lega autonomista e federalista di Umberto Bossi, da giovane persino leader dei comunisti padani, le ha imposto una svolta sovranista, nazionalista, xenofoba, in perenne inseguimento delle destre più radicali: un vestito non compatibile con l’idea originaria di “sindacato del Nord” produttivo, ma particolarmente adatto alle idee di Vannacci, ancora più radicali in materia. Salvini ha fatto del volto e della divisa del generale un candidato alle europee da mezzo milione di voti, nominandolo persino vicesegretario del partito (forse la scelta più incomprensibile, dato che il generale continuava a tenere i piedi in due scarpe, dove la seconda era il movimento che apertamente cercava di costruire e solidificare). Il secondo errore è tuttavia dell’intera classe dirigente della Lega, inclusi coloro che oggi festeggiano la sua uscita, ma non hanno contestato il suo arrivo al vertice – ci sono stati sussurri di posizionamento, ma non voci autorevoli e pubbliche di dissenso. E la Lega ne pagherà un prezzo in termini di voti: probabilmente più alto di quello che oggi si prevede.

Non è la scissione dell’atomo, in cui la sinistra ha un’expertise storica ineguagliabile, e il centro una altrettanto solida tradizione. Il generale ha in parte creato e in parte assai maggiore intercettato uno spazio politico che esiste e è in crescita in tutta Europa, su cui concorrono anche altri. Lo scenario che possiamo immaginare è quindi quello di un continuum politico in cui Meloni sarà sistematicamente scavalcata a destra da Salvini (già accade, ma accadrà più spesso), che sarà a sua volta scavalcato a destra da Vannacci, che da questo gioco ha tutto da guadagnare, in visibilità e collocamento. Una spirale che potrebbe portare a una radicalizzazione di tutto il centro-destra, almeno su alcuni temi, a meno che la Lega riconquisti la sua posizione storica di partito del Nord, federalista, anticentralista e bossianamente antifascista come era all’origine, e quindi finisca per fare, con i suoi alleati di centrodestra più moderati, una sorta di argine, di blocco, quasi di arco costituzionale che escluda, finché si può, la creatura politica di Vannacci.

Non sarà facile, perché il generale incarna meglio di altri vizi italiani atavici, incrociati con tendenze politiche emergenti. Tra le ultime: l’identitarismo bisognoso di un capro espiatorio (come sempre, scelto tra soggetti deboli o simbolici – immigrati, musulmani, neri, gay, trans, il woke e il gender – mai tra i poteri forti). Tra i primi: il rodomontismo di chi le spara grosse, lanciando il sasso ma nascondendo sistematicamente la mano (per dire, ridimensionando le allusioni a una Paola Egonu non etnicamente italiana trincerandosi dietro alla media statistica: una posizione singolarmente poco coraggiosa, per un uomo d’armi), che si accoppia con il vittimismo di chi lamenta di essere stato male interpretato. È sintomatico che la sua sirena richiami anche improbabili personaggi da commedia dell’arte, che (da Borghezio a Soumahoro, da Adinolfi a Rizzo) sono stati capaci di andare ovunque, venendo da dovunque, un po’ alla qualunque, uniti solo dalla ricerca di una casa e una cassa di risonanza. Altri tuttavia verranno: più solidi, determinati e forse credibili. Perché questa è una politica fatta sui sentimenti, non sulle proposte, e proprio per questo funzionerà. Non si tratta di attuare un progetto, ma di annusare l’aria che tira e limitarsi a cavalcarla, secondo un immortale principio: “je suis leur chef, il faut que je les suive”. In fondo votare Vannacci e progetti inattuabili e immorali come la remigrazione (che, secondo il suo ideologo, Martin Sellner, non è rivolta solo a chi commette reati, ma anche ai cittadini di seconda o terza generazione considerati “non assimilati” rispetto a presunti standard identitari) significa lasciare libero di esprimersi il Vannacci che è in tutti noi. Quello che le spara grosse, il middle man che cerca soluzioni semplici a problemi complessi, l’individualista che si fa i fatti suoi. Come sull’Ucraina, su cui i vannacciani hanno fatto la loro prima uscita parlamentare chiedendo di non mandare più armi. Non chiamatelo pacifismo, che è altra cosa (del resto sarebbe paradossale, da parte di un generale, seppure in aspettativa): è fuga dall’impegno e dalla responsabilità – tengo famiglia, e non voglio spendere un centesimo per la libertà altrui. E infatti, pur cambiando partito, ci si tiene la poltrona: del resto, così fan tutti.

Il Vannacci che è in tutti noi, in “ItalyPost”, 12 febbraio 2026, editoriale, pp. 1-28

La politica estera come politica interna. Una provinciale tradizione italiana

In Italia la politica estera non ha mai contato né interessato un granché. Tradizionalmente ce n’è poca nella stampa, ancora meno alla TV, e solo occasionalmente ha determinato grandi dibattiti. Soprattutto, raramente è considerata per la sua importanza in sé: il più delle volte, ciò che conta sono i suoi effetti di politica interna. È la posizione su cui ironizzava Henry Kissinger, quando sottolineava che i capi di governo italiani in visita negli Stati Uniti sembrava avessero raggiunto il loro scopo nel momento in cui scendevano dalla scaletta dell’aereo. Una photo opportunity, o poco più, tanto la politica estera e di difesa la facevano, per tutti, gli Usa e la Nato.

Ci sono state eccezioni a questa regola. La più importante e lungimirante è stata l’impegno nell’inserire fin dall’inizio l’Italia nel processo di costruzione della casa europea, con la firma dei Trattati di Roma. Impegno su cui c’è stata una continuità trasversale non scontata, che è proseguita con la decisione di aderire all’accordo di Schengen, a cui l’Italia non era stata inizialmente invitata, e di sostenere la creazione della moneta unica, l’euro. Purtroppo questa scelta di lungo periodo è stata più un’iniziativa – benemerita – di alcune elite, che una vera adesione della classe politica al progetto. Tanto che, maggioranze e opposizioni, hanno continuato a mandare in Europa, mediamente, esponenti politici che non si sapeva dove altro piazzare, ininteressati al loro ruolo, inconsapevoli della sua importanza, quasi sempre impazienti di rientrare. E, non solo a destra, si è fatta crescere, per motivi di consenso interno, una opinione pubblica populisticamente anti-europeista (anche se poi, per fortuna, si è pragmatici nel gestirla: anche chi fino a ieri voleva uscire dall’euro si guarda bene anche solo dal ricordarlo).

Oggi, dopo la globalizzazione, sappiamo che la politica estera conta sempre di più. Per il suo impatto sull’economia, la lotta al cambiamento climatico, le politiche energetiche, l’immigrazione, e per le minacce agli equilibri internazionali. E per questioni valoriali (difesa della libertà, della democrazia e di una ragionevole pace) oggi meno ovvie, o più a rischio, di ieri. Eppure se ne parla quasi solo per giustificare posizionamenti interni e per fare polemica spicciola. Lo mostra il tifo sulla Palestina e l’Ucraina. In cui gli uni accusano gli altri, con molte ragioni, di mobilitarsi solo per una causa e non per l’altra: quando basterebbe un po’ di buon senso e un minimo di coerenza per capire che avremmo molti buoni motivi per sostenere entrambe. Mentre di fronte a chi si impegna, in un caso o nell’altro, c’è sempre qualcuno che dice: “e allora il Sudan?”. Come se dirlo, dopo aver controllato su una carta geografica dove si trova e su wikipedia cosa succede, significasse aver fatto qualcosa. E si continua, senza mai fare nulla, con il “dove sono le femministe sull’Iran?” o “cosa dicono gli amici di Trump sul Venezuela o la Groenlandia?”. Si tifa, ci si schiera, si accusano gli altri (senza nemmeno controllare se le accuse hanno un qualche fondamento: le si dà per scontate) ma non si fa sostanzialmente nulla, e poco si osa dire. Pensiamo al silenzio assordante su quanto accade negli Stati Uniti. Ma anche a quanto avviene in altri scenari, come l’Africa. Dove una strategia a parole seria, come il Piano Mattei, resta più una retorica che un investimento (l’impegno economico è modesto), e chi lo sostiene pensa più al controllo dell’immigrazione da vendere al proprio elettorato che a una strategia diplomatica di largo respiro. Ancora una volta, politica interna.

La miopia sulla politica estera, in “ItalyPost”, 20 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-27

Elezioni in Veneto e astensionismo. Quando anche chi vince è in minoranza

Il vincitore delle elezioni, in Veneto, più previsto di così non poteva essere. Sarebbe stato più prevedibile solo se fosse stato Luca Zaia in persona. Che in effetti si è ri-presentato e ha ri-vinto, seppure in un ruolo diverso. E tuttavia, si tratta di una vittoria ridimensionata dalla partecipazione minoritaria della popolazione. Che, è vero, sarà stata accentuata dalla prevedibilità del risultato. E che, è altrettanto vero, è un dato nazionale: ma ovunque misura la distanza della politica dal territorio e dalla sua popolazione (e viceversa), non la vicinanza, spesso in queste lande rivendicata come un dato.

Nella fattispecie, in Veneto, misura anche un crollo di consenso proprio da parte del popolo di centrodestra, visto che il centrosinistra invece i voti li ha aumentati: l’elettorato in qualche modo ha punito, standosene a casa, il governo regionale uscente, nonostante, nel racconto edulcorato della politica, nessuno lo voglia ammettere. Di fatto, chi non vota, vota con i piedi, andandosene altrove, come si diceva una volta degli emigranti (che peraltro, in regione, sono in aumento: e anche questo vorrà dire qualcosa). Non si spiega altrimenti che in cifra assoluta (che misura le tendenze molto meglio delle percentuali), il centrodestra, nonostante l’obiettivo effetto trascinamento, per la Lega, della presenza di Luca Zaia, capolista in ogni circoscrizione, che ha portato a casa 200mila preferenze, abbia perso sostanzialmente un terzo dei suoi elettori (meno 600mila rispetto al 2020), perdendo, con i voti, anche un buon numero di consiglieri. Voti, certo, persi anche verso una destra ancora più radicale, con la lista di Szumski che porta a casa 80mila voti e due consiglieri; ma anche, molto più significativamente, verso l’astensionismo. Un voto di protesta tutto interno alla medesima area, insomma, che non si è travasato, se non in misura minore, verso il centro sinistra.

Un calo della partecipazione al voto come quello evidenziato significa che Stefani ha l’appoggio esplicito non del 64% degli elettori (elettori, non cittadini), 6 su 10, che sarebbe comunque la maggioranza, ma di una netta minoranza: praticamente solo un quarto del corpo elettorale. E il suo sfidante, Manildo, ha l’appoggio solo della metà degli elettori di Stefani. Certo, non cambierà nulla, dato che il numero di posti da spartirsi sarà lo stesso, sia in consiglio regionale che nel governo e nel sottogoverno della regione. Per i partiti, in fondo, è quasi meglio così, all’atto pratico: meno pubblicità e meno concorrenza nella spartizione. Il che fa rispolverare l’opinione sollevata occasionalmente anche da qualche politologo, e per nulla populista, per cui la rappresentanza (nel concreto: i posti) dovrebbe in certa misura essere proporzionale al numero dei votanti, e quindi scendere se scendono questi ultimi. È probabile che allora sì che i partiti si darebbero da fare per coinvolgere maggiormente l’elettorato e i cittadini, e la politica tornerebbe nella concretezza dei problemi pratici e dei territori – tra la gente, come si ama dire.

Quello che non sappiamo – avendo comunque vinto il candidato espresso dal partito che aveva vinto la volta scorsa (e le precedenti) – è se ha vinto la continuità, oppure la novità. Stefani è giovane, si è presentato con un programma che sembrava scritto da un leader dell’opposizione, tanto è diverso il Veneto che descrive e immagina da quello che ci lasciamo alle spalle. E promette novità: il che è un bene. L’età è dalla sua, e farebbe ben sperare. Le promesse anche: da quella di scegliere assessori di qualità (ma l’abbiamo già sentita: certo, sarebbe un segnale se qualcuno fosse esterno ai partiti e davvero esperto di qualcosa) a quella di una maggiore attenzione al sociale, con un assessorato dedicato, fino all’attenzione promessa alla questione demografica: tragica, ma finora trascurata. Degno di nota anche il richiamo a una comunità solidale come obiettivo da raggiungere. Il che significa ammettere che finora non lo è stata abbastanza. Ma anche che si può fare di più per raggiungere questo risultato.

 

Stefani, la comunità solidale e il Veneto che ci aspetta, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 28 novembre 2025, editoriale, pp. 1-3

Migranti: due destre a confronto in Veneto. Tra Mantovan e Vannacci

Sulle pagine del Corriere del Veneto comparivano ieri due voci che mostrano plasticamente le differenze tra due destre, alleate al governo della regione, ma distanti come non mai nell’affrontare un tema fondamentale: quello dell’immigrazione.

Da un lato l’assessore competente Valeria Mantovan, dall’altro il muscolare ex-generale Vannacci. Di fronte alla notizia di una scuola elementare a Mestre in cui la maggioranza dei nuovi iscritti ha un cognome straniero, Vannacci tira fuori il suo abituale repertorio. Lui non propone: contrappone. Non cerca soluzioni: condanna. E basta. Puntando anche su presunti costi economici: “L’integrazione al contrario. Così noi [dove ‘noi’ non include gli immigrati regolarmente residenti nel nostro paese, naturalmente] siamo costretti a pagare due volte: con le nostre tasse paghiamo agli STRANIERI scuola, sanità, alloggi popolari, bonus sussidi e poi paghiamo una seconda volta per la scuola privata dei nostri figli (…). Finiremo per diventare stranieri nella nostra patria”. Poco importa che quanto Vannacci descrive sia un’opinione infondata, per quanto popolare. Perché molti stranieri sono in realtà diventati cittadini, con i relativi diritti. Perché pagano le tasse, e quindi i servizi se li pagano da sé. Anzi, come certifica l’INPS, piaccia o meno, a differenza degli italiani versano più di quanto incassano. E quanto a pressione fiscale, nonostante i salari mediamente più bassi, versano percentualmente più di molte categorie autoctone, dato che prevale il lavoro salariato. Che laddove è irregolare, per lo più lo è per volontà di datori di lavoro italiani che evadono più dei loro dipendenti stranieri. Infine, perché la scuola privata è una scelta, non un obbligo: e quindi è giusto che chi la vuole se la paghi.

Mantovan invece prende atto che questa situazione “è il frutto dell’andamento demografico. Le famiglie italiane fanno meno figli. Ma c’è un altro elemento importante: la forte integrazione nel nostro territorio. Le famiglie straniere vivono, lavorano, crescono i loro figli qui. È un fenomeno naturale”. E ancora: “La scuola è il luogo dell’integrazione (…) Dobbiamo porre attenzione su un approccio didattico diverso, specifico e potenziato per fornire ai docenti strumenti nuovi”. Anche “per le famiglie, non solo per i bambini”. Quindi “non si entra a gamba tesa, su questi temi”. Ed “è inutile fare polemiche, il fenomeno è irreversibile”.

Non è difficile trovare le differenze. Ideologia e slogan di opposizione (pur non essendoci) da una parte, pragmatismo di governo dall’altra. Ma ci sono anche altre ragioni, più politiche: un leghismo sempre più schiacciato su un suprematismo che punta sul capro espiatorio immigrato, e una destra che invece recupera la sua radice storica, che era sociale (dal Movimento sociale italiano in avanti: anche se non siamo sicuri che il predecessore di Mantovan, Donazzan, avrebbe usato gli stessi toni pacati e gli stessi argomenti). Ma c’è dell’altro, anche. Un dato generazionale: Mantovan ha 35 anni, Vannacci quasi 60. E infine uno esperienziale: Mantovan è nata in una famiglia mista, la madre era egiziana. Conosce le dinamiche dall’interno. E questo fa tutta la differenza del mondo.

 

Mantovan, Vannacci e l’immigrazione. Trova le differenze, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 settembre 2025, editoriale, pp. 1-9

 

Governi e società civile di fronte a Gaza. Tra Riviera e Flotilla, l’importanza dei simboli

Gaza è entrata a far parte del nostro orizzonte e del nostro immaginario, piaccia o meno. Ci unisce nell’attenzione. E ci divide nelle posizioni che prendiamo. Non ci divide solo politicamente, e per così dire orizzontalmente: destra e sinistra, filo-Israele o pro-Palestina. Ci divide anche verticalmente: alto e basso, governi e società civile.

La politica è divisa, come ovvio. Si schiera con gli uni o con gli altri, o più precisamente contro gli uni o contro gli altri: dimenticando che potrebbe stare con l’uno e con l’altro quando sono nel giusto, contro l’uno e l’altro quando non lo sono, ma dovrebbe innanzitutto stare con le vittime (tutte), gli innocenti, i violentati, i massacrati, i deportati, gli affamati, i perdenti e i perduti, ovunque siano. Complessivamente, tuttavia, appare inattiva, inefficace, incapace. Anche quando prende (finalmente e tardivamente) posizione, e comincia a riconoscere i torti dell’aggressore, smettendo di fare distinguo insostenibili tra morti e morti, tra bambini e bambini, lo fa timidamente, con parole insopportabilmente neutre, con diplomatica cautela, con perbenistica condiscendenza, evitando di dire pane al pane, di nominare ciò che accade con il suo nome, per evitare parole sgradevoli. Pochi, pochissimi, se hanno potere, hanno anche il coraggio di dire che Israele, con questa guerra, è andato oltre tutti i limiti possibili e immaginabili dell’orrore, che le sue azioni non hanno più giustificazioni, essendo la sua reazione (ammesso e non concesso che sia solo una reazione al 7 ottobre) incommensurabile. Che pagherà esso stesso un prezzo immenso, avendo in buona misura già dilapidato un credito enorme: di reputazione, di simpatia, di consenso, di dignità morale. La parte peggiore della politica e del potere occidentale (perché, sì, è l’Occidente che si è autoisolato nel sostegno incondizionato – o ancora troppo poco condizionato – a Israele) fa anche di peggio, immaginando una oscena Riviera di speculazioni immobiliari e finanziarie miliardarie su una terra rubata ad altri con la forza, deportando intere popolazioni.

Ecco allora che la società civile, di fronte a uno spettacolo indecoroso e inguardabile, reagisce: la Global Sumud Flotilla è parte, solo una parte, di questa reazione globale e diffusa, insieme a manifestazioni di solidarietà, controinformazione, richieste di boicottaggio, o semplicemente di uscita dal silenzio e dall’indifferenza. Sì, certo, c’è un elemento spesso ideologico e non solo umanitario, in questa azione. Sì, certo, c’è un’attenzione geopolitica selettiva (“e allora il Sud Sudan, dove è in corso un genocidio anche peggiore?”, si dice: come se chi lo dice, invece, se ne interessasse…). Sì, certo, c’è anche una quota di partigianeria politica, più interessata allo schieramento che al merito. Sì, certo, c’è anche tanta ingenuità. E sì, certo, ci sarà anche un po’ di protagonismo in favore di telecamere. Ma è la prima e unica iniziativa veramente transnazionale (quasi cinquanta i paesi coinvolti), e con una valenza simbolica forte, che si è vista, in quasi due anni: i governi non hanno saputo fare di meglio – e la vita collettiva ha invece bisogno anche di simboli, di emozioni, di spinte valoriali incarnate. È, anche, una iniziativa dal basso, che nasce da un impegno diffuso, ramificato, diversificato nelle sue motivazioni (politiche, religiose, umanitarie): che coinvolge enti locali che sostengono ufficialmente l’iniziativa, prese di posizione di sindacati dei lavoratori (con minacce di chiudere i porti in caso di blocco della missione) e, lo vedremo con l’inizio dell’anno scolastico e accademico, mobilitazioni di studenti. Con gente che è disposta a correre dei rischi, e a pagare un prezzo personale (cosa che non si può dire dei governanti del mondo). E, soprattutto, è qualcosa di reale: c’è, esiste, è in campo. Mentre la cautela intollerabile della realpolitik finora non ha prodotto nulla di concreto: anzi, con la sua sostanziale ignavia ha consentito il proseguimento e addirittura l’aumento di intensità del massacro.

Ancora una volta, sono le generazioni più giovani che ci mandano un segnale. Sta a noi coglierlo, o meglio accoglierlo, o rifiutarlo con supponenza e degnazione: dall’alto (o dal basso) del nostro cinismo, della nostra pigrizia anche intellettuale, della nostra incapacità di immaginare un’azione, e un pensiero che la supporti. Come se la cosa non ci riguardasse. Non è così. Ce ne accorgeremo presto.

 

L’orrore oltre i limiti. La tragedia di Gaza, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 settembre 2025, editoriale, pp. 1-5

A malinquorum. Qualche riflessione post-referendum

Salvo i dettagli su numeri esatti e percentuali, il referendum è finito come tutti sapevano che sarebbe finito: con il mancato raggiungimento del quorum, e la non vittoria dei sì, maggioritari tra i voti espressi ma insufficienti e dunque, in definitiva, inutili.
A questo punto qualche riflessione è d’obbligo. Sull’utilizzo del referendum, per cominciare. In un paese in cui la politica non decide nulla, nemmeno (men che meno) sui grandi principi e le battaglie valoriali – si pensi ai diritti civili, alle coppie omogenitoriali e al riconoscimento dei loro figli, al principio di autodeterminazione e al fine vita, e tante altre questioni pure sentite e discusse – è inevitabile che si debba attendere la supplenza della magistratura, o appunto i referendum. Detto questo, il suo uso è spesso più tattico – politico nel senso di politicante – che di principio. L’abbiamo visto anche in questa tornata referendaria. Se il referendum sulla cittadinanza aveva valore di battaglia civile – di allargamento, molto concreto e sostanziale, della sfera dei diritti – gli altri sono sembrati a molti più una resa di conti interna a un campo (in questo caso, al mondo della sinistra, dove alcuni erano chiamati a votare contro norme che avevano approvato in passato): un tentativo, legittimo ma obliquo, di far pesare leadership e organizzazioni in funzione di indirizzo politico e egemonia ideologica su un’area politico-elettorale. E il fatto che quattro quesiti su cinque fossero di questo tenore, e per giunta su aspetti molto tecnici e in qualche caso opinabili nelle loro conseguenze, ha di fatto oscurato e marginalizzato – e quindi danneggiato – la discussione sull’unico che aveva un vero valore civile. E forse è il momento che i promotori di referendum comincino a ragionare sugli effetti che ha il non vincerli. La situazione non rimane uguale a prima: è un sostanziale e sostanzioso passo indietro, che finisce per legittimare e rinvigorire i conservatorismi anziché le spinte innovative.
Un gigantesco interrogativo pesa anche sul mantenimento del quorum stesso. Non si capisce (o meglio si capisce benissimo, ma sono ragioni in buona parte interessate) perché alle elezioni il quorum non ci sia, e una maggioranza possa essere determinata, in linea teorica, anche con un solo votante, senza soglia minima, mentre per i referendum sì. A rigore, a voler essere coerenti con la logica della rappresentatività, se votasse solo metà del corpo elettorale dovrebbe eleggere solo la metà dei rappresentanti. In un periodo storico che conosce un calo drastico e per ora apparentemente irreversibile, in tutto l’Occidente, della partecipazione elettorale, avrebbe senso, dunque – oltre che promuovere nuove forme di partecipazione – introdurre un quorum pesato non sul numero degli elettori (il corpo elettorale nella sua interezza), ma parametrato al numero di elettori che realmente si è recato alle urne nelle elezioni precedenti, o addirittura l’abolizione del quorum stesso. Altrimenti possiamo dire addio all’istituto referendario in quanto tale: magari se ne promuoveranno tanti (con la firma elettronica la soglia di consensi necessari per presentarli è diventata molto bassa), ma non ne passerà più nemmeno uno.
Infine, una riflessione seria va fatta sulle forme stesse dell’esercizio del voto. Ma è mai possibile che nel 2025 non si sia ancora capaci di formulare dei quesiti che facciano riferimento al contenuto di ciò per cui si vota, anziché a formule giuridiche esoteriche, incomprensibili anche a un plurilaureato? È anche così che si uccide la democrazia, insieme ai timbrini sul certificato elettorale cartaceo (ma perché non basta la carta d’identità?) e alle matite copiative, e altri ridicoli rituali burocratici senza alcun senso della realtà e della storia, impensabili e persino indecenti in epoca di intelligenza artificiale. E la responsabilità è di tutti, destra sinistra e centro. Ma è mai possibile che non si sia capaci di mettere in piedi una commissione bipartisan che, copiando da quanto accade in altri paesi, faccia uscire le forme dell’esercizio della democrazia da un ottuso formalismo burocratico ottocentesco, che non tollereremmo in nessun altro settore della vita sociale, e che con certezza incide pesantemente sui livelli di comprensione e di partecipazione democratica? La forma è il contenuto, ed è incomprensibile che non lo si capisca. A meno che non sia una volontà implicita. Che non rimanda, tuttavia, alla formula gattopardesca del cambiare tutto, o almeno qualcosa, perché nulla cambi. Qui siamo più indietro: non si fa nemmeno finta di cambiare qualcosa. Prevale, semplicemente, la forza d’inerzia. La forza più grande della storia, come diceva Tolstoj. La più ingombrante e deleteria, nel nostro caso.

Senza quorum?, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 10 giugno 2025, editoriale, pp. 1-2

I referendum non sono tutti uguali. Perché quello sulla cittadinanza è il più importante.

Il referendum più importante è quello sulla cittadinanza. Vi spiego perché

di Stefano Allievi

https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/politica/25_giugno_06/il-referendum-piu-importante-e-quello-sulla-cittadinanza-vi-spiego-perche-b2ca57b1-e0ee-4a7b-aa7e-70570f470xlk.shtml

Non tutti i referendum sono uguali. Non tutti hanno lo stesso valore e lo stesso peso. E questo a prescindere dalle convinzioni di ciascuno di noi.
I cinque referendum per cui siamo chiamati a votare sono tra loro molto eterogenei, e questo rischia di avere effetti anche sulla partecipazione al voto. Quattro di essi sono sul tema del lavoro, e hanno a che fare con le forme contrattuali, i licenziamenti e gli appalti. Uno invece si occupa di cittadinanza. I primi quattro, più che avere a che fare con norme di principio, toccano aspetti tecnici. Che insieme, forse, disegnano un mondo del lavoro diverso da quello attuale (migliore o peggiore, dipende dalle opinioni che abbiamo): ma non trasformano la conformazione della società in maniera radicale. Quello sulla cittadinanza, invece, per vertendo anch’esso su un aspetto tecnico apparentemente minore, si salda con una questione di principio, di appartenenza, di identità, molto forte e molto discussa: chi ha il diritto di dirsi cittadino, chi è considerato membro a pieno titolo del patto sociale.

I testi

I testi dei quesiti sono tutti e cinque incomprensibili. E sarebbe il caso di predisporre una modifica delle norme che vincolano a una stesura meramente burocratico-formale dei quesiti (volete voi l’abolizione dell’art X della legge Y?) per favorire una scrittura dei testi basata sulla comprensibilità dei contenuti (altrimenti, come stupirsi di una sempre più scarsa partecipazione a ciò che viene impedito di capire?). Ma se i quesiti sul lavoro toccano più marginalmente la vita delle persone, quello sulla cittadinanza decide sul “diritto ad avere diritti”, come lo chiamava Hannah Arendt. Di un’idea di società, più aperta o più chiusa, più inclusiva o più escludente, perché decide chi della società è membro a pieno titolo, arrivando a incidere sulla dimensione stessa della società, presente e futura, sulla sua numerosità. In questo assomiglia più a referendum spartiacque della storia italiana, come quello sul divorzio o sull’aborto.

La cittadinanza

Cosa chiede questo referendum? Di far scendere gli anni di residenza necessari per poter avanzare la domanda di cittadinanza. È il modo migliore per arrivare a una nuova normativa? No, evidentemente. Il tema avrebbe meritato un’ampia discussione parlamentare, che avrebbe fatto salire anche la consapevolezza del paese sul tema. Ma la politica non ha voluto farla: come su tutte le questioni importanti ma divisive (e tutte le questioni importanti lo sono) preferisce abdicare al suo compito. Motivo per cui, come sulle tematiche assai sentite dei diritti civili, tocca aspettare le sentenze della Corte Costituzionale. O, appunto, i referendum.
I promotori del referendum, avendo solo la possibilità di abrogare qualcosa (la normativa italiana non contempla il referendum propositivo), hanno scelto una strada semplice: lasciare la legge così com’è (con gli attuali obblighi di reddito, di conoscenza della lingua, la fedina penale pulita, ecc.), ma ridurre i tempi, portando gli anni necessari per poter fare domanda da dieci a cinque (come in Germania, in passato il paese europeo con lo ius sanguinis più rigoroso, ma anche Francia, Olanda, Belgio, Svezia e Portogallo, mentre in Austria e Finlandia sono sei). Il problema è che in Italia non sono reali: lo stato si prende ufficialmente tre anni di tempo per rispondere, ma spesso sono di più (senza conseguenze: nessuno fa causa a uno stato che può decidere se siamo suoi membri), e quindi si arriva quasi ai dieci sostanziali (quindici, oggi).

Le conseguenze

La riduzione dei tempi non tocca solo chi può presentare la domanda (molti non lo faranno comunque, per disinteresse, o perché cittadini di paesi che non contemplano la doppia cittadinanza). L’acquisizione della cittadinanza dei genitori andrebbe a ricadere automaticamente sui figli minori (sono esclusi quindi i minori stranieri non accompagnati), intervenendo quindi sul mai approvato ius scholae: una platea potenziale di circa un milione e 300mila giovani (in realtà meno, per i motivi detti prima), per tre quarti nati in Italia, di cui un milione frequenta le nostre scuole insieme ai nostri figli. Persone che spesso si sentono cittadini. Che i loro compagni considerano loro pari. Che, se le ascoltassimo senza vederle, nemmeno ci accorgeremmo che sono di origine straniera. Ma a cui sono negati i diritti che hanno i nostri figli. E a cui restituiamo ogni giorno, per questo solo fatto, un messaggio di esclusione, di rifiuto. Un messaggio che dice: tu non sei come noi. Difficile considerarlo un incentivo all’integrazione. E quindi un vantaggio per noi, autoctoni.

Il referendum più importante è quello sulla cittadinanza. Vi spiego perché, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 giugno 2025

L’opposizione (e la leadership) che non c’è. La risposta di Alessandra Moretti

Ho scritto alcune centinaia di editoriali su, pro o contro qualcuno o qualcosa (quasi cinquecento, solo per il “Corriere del Veneto”). Possono piacere o meno, essere condivisi o meno, ma sono analisi e opinioni. Anche quando riguardano la politica. Spesso il tema più caldo: non per i lettori, ma per coloro di cui si parla.

Ho scritto parecchi editoriali critici – come è dovere della stampa fare – sul presidente della regione, su qualche iniziativa della giunta, su altri membri della medesima, su leggi regionali che non condividevo, sui partiti della maggioranza. I media sono o dovrebbero essere delle specie di guardiani della democrazia (quando non sono – e purtroppo spesso sono – dei meri megafoni del potere). Mai il presidente della regione ha risposto (l’ha fatto, un paio di volte, l’assessore Donazzan, un’altra che non gradisce le critiche). Così come ne ho scritti di apprezzamento, quando è stato il caso: come pure è giusto fare.

Ieri ho scritto un editoriale molto critico sull’inesistenza di una leadership dell’opposizione, e sull’opposizione stessa (lo trovate qui). Raramente ho ricevuto così tante reazioni positive, in privato (messaggi su whatsapp, mail, telefonate): anche, direi soprattutto, dall’interno del principale partito di opposizione, di cui mi occupavo nel testo, e in generale da persone che all’opposizione si ritrovano, ma ne vorrebbero una diversa. Ho ricevuto anche educate ulteriori informazioni, da parte di chi ha voluto correttamente puntualizzare, senza polemica, alcune mie osservazioni. E poi ho ricevuto la lettera che trovate di seguito, che il mio giornale ha correttamente pubblicato, e che – dopo averne parlato con il direttore – abbiamo lasciato concordemente senza risposta. E’ uno sfogo, e come tale va preso. Di cui è interessante il tono complessivo di vittimismo, di autogiustificazione, e anche di sindrome da lesa maestà: come se criticare non si potesse. Come ha sintetizzato un amico, influente opinion leader, dopo aver letto questa risposta, “Questo è il problema: invece di parlare con la gente, scrivono a chi scrive di loro… soprattutto non rispondono a quelli del loro stesso partito che dietro le quinte ne dicono peste e corna”. Forse è precisamente uno dei motivi per cui l’opposizione non riesce a farsi ascoltare.

Io apprezzo questa risposta: anzi, farei volentieri un dibattito pubblico sul tema, anche con la diretta interessata. Non mi turba per nulla: amo il dibattito, che è il sale della democrazia, e come ho detto ieri al mio direttore, considero sacrosanto il diritto di replica. Non è questo, dunque, il problema. Il problema è la distanza siderale dalla realtà che da questa risposta traspare. Il non voler prendere atto che se il consenso non si aggrega, se l’informazione su ciò che si fa non passa, forse la responsabilità è dell’emittente, non del ricevente, o dell’osservatore.

Nel merito. Il Partito Democratico può fare quello che vuole, magari anche molto di bellissimo, in consiglio regionale. Se, fuori, non se ne accorge quasi nessuno, se la pubblica opinione non ne è consapevole, qualche domanda sull’efficacia del lavoro fatto (o almeno sulla capacità di comunicarlo, che è comunque parte del fare politica) me la porrei.

Capisco il sacrificio di Moretti, che ha rinunciato al seggio europeo per quello regionale, comunque sicuro, in quanto candidata presidente dell’opposizione. Diciamo che il paracadute ai più non sembrerebbe così sacrificante, punitivo e svantaggioso.

Sui supposti omaggi di chi scrive al governatore, invito semplicemente a digitare il nome di Luca Zaia sul motore di ricerca del mio sito, e vedere cosa salta fuori. E anche sul mio supposto maschilismo, o antifemminismo, che rinvio alla mittente: sia per quanto scritto in tanti anni sulla condizione femminile, sia per le tante critiche a personaggi di sesso maschile che non mi sono mai risparmiato (anche in questo stesso editoriale, peraltro). Temo sia fuori rotta.

Non commento sulla “chiara visione di quello che dovrà essere il Veneto del futuro” che ha il PD (visione che naturalmente auspico): diciamo che credo che, se fosse così evidente, qualche elettore di più se ne sarebbe accorto.

Infine. Io non denigro la politica. Dopo aver criticato molto più frequentemente, come giusto, chi governa, ho espresso qualche critica anche a chi vorrebbe governare al suo posto. E la distinzione finale tra la “pancia degli elettori” e i “nostri elettori” temo mostri, più che altro, la distanza siderale tra alcuni eletti e i potenziali elettori: che, tutti, sono dotati sia di pancia che di testa.

“Caro direttore,

le scrivo dopo aver letto l’editoriale di Stefano Allievi pubblicato ieri sul vostro Giornale, un articolo a mio avviso caratterizzato da “debolezza strutturale”, per usare le parole dello stesso Allievi nei confronti del Partito democratico.

Il vostro giornalista infatti tende etichettare “evanescente” ogni esponente dell’opposizione a Zaia degli ultimi anni, senza verificare cosa si sia invece portato a termine. Mi sarei aspettata una verifica dei fatti più accurata.

Ho letto giudizi superficiali sul lavoro dell’opposizione in consiglio regionale, quando invece il Partito democratico, guidato da Vanessa Camani, incalza quotidianamente la Giunta di centro destra su temi come sanità, trasporto pubblico locale, emergenza abitativa e gli effetti devastanti del cambiamento climatico.

Anche fuori dal Consiglio regionale ci sono colleghi del Partito democratico, per nulla evanescenti, che portano avanti gli interessi del territorio e dei cittadini a livello nazionale ed europeo. Tra questi ci sono anche io, che non sono stata “mandata” in Europa, come scritto da Allievi, ma ho raccolto la fiducia di 83mila persone nelle ultime elezioni europee del 2024, che restano una delle sfide elettorali più difficili e competitive.

Ma aggiungo: quando nel 2015 mi è stato chiesto, dall’allora Presidente del Consiglio Renzi, di candidarmi in Veneto contro Luca Zaia, mi sono dimessa dal Parlamento europeo prima ancora di sapere i risultati della competizione che poi ha visto il PD attestarsi al 22.74% (senza il Movimento Cinque stelle che, con Berti, prese l’11,88%).

Sono rimasta in consiglio regionale per oltre per quattro anni, dove mi sono impegnata, tra le altre cose, contro la riforma della sanità voluta da Zaia, riforma che ha svuotato il servizio socio sanitario veneto. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Viene un po’ tristezza a leggere certi editoriali perché siamo ancora lì, al trito luogo comune che sa tanto di omaggio al potente governatore la cui leadership volge al termine ma il cui regno va mantenuto a tutti i costi, anche infangando il lavoro prezioso, per una democrazia sana, che fa l’opposizione e condendo il pezzo di imbarazzanti fake news. Le donne poi sono il bersaglio preferito: non sono mai stata un’assenteista, prova ne è il mio rating di presenza nelle aule parlamentari e nelle commissioni, come facilmente riscontrabile.

L’opposizione, in Veneto e in Europa, non è evanescente, infatti ogni giorno ci battiamo per fatti concreti: il reddito di libertà per le donne vittima di violenza; l’impegno per la ricerca scientifica e la medicina di genere; la lotta al cancro; la difesa delle nostre aziende contro i dazi americani; la qualità dell’aria che respiriamo o l’acqua che beviamo; per le donne vittime di stupri di guerra; perché l’Europa guidi un processo di pace.

Per le prossime elezioni regionali, il partito democratico sta costruendo un’ampia coalizione che comprenderà anche forze civiche capaci di proporre ai veneti un programma alternativo agli ultimi trent’anni di centro destra. Il Pd ha una chiara visione di quello che dovrà essere il Veneto del futuro: capace di garantire un lavoro sicuro e dignitoso, di sostenere le imprese e di proteggere il territorio e la salute.

Denigrare la politica, non è mai una buona idea. Ben vengano le critiche costruttive e l’attento lavoro dei giornalisti che ne raccontano la cronaca, ma il facile populismo che parla solo alla pancia degli elettori e non ai nostri elettori non fa bene alla democrazia.

Alessandra Moretti”

Veneto: l’opposizione che non c’è

Anni fa, a un incontro informale con alcuni alti dirigenti del Partito Democratico, a domanda su cosa avrebbe potuto fare l’opposizione per vincere le elezioni in Veneto, un importante operatore culturale e fine osservatore delle vicende politiche regionali rispose: “Candidare Zaia”. Una battuta, certo. Che coglie l’importanza della figura di Luca Zaia come coagulo personale di un magma politico tutt’altro che omogeneo, che spazia tra una destra che in parte controlla e in parte lo controlla (mettendogli qualche bastone tra le ruote), e un mondo liberal che ha l’abilità di rappresentare, almeno sui temi etici e dei diritti civili (dei cittadini). Ma che coglie, soprattutto, l’assenza di alternative personali, e quel che è peggio politiche, al monocolore conservatore che ancora domina la regione, e ragionevolmente vincerà anche le prossime elezioni amministrative, seppure in un mare di astensionismo, il vero partito maggioritario, e anche la vera opposizione.

Questa peculiare, totale assenza di opposizione è la stupefacente caratteristica del centro-sinistra veneto. Eppure dovrebbe essere persino più facile. Poiché non hai alcuna possibilità reale di vincere, almeno nel breve periodo, tanto varrebbe farsi sentire, alzare la voce, dire qualcosa di sinistra purchessia, o semplicemente dire la qualunque, magari in maniera radicale, forte, provocatoria, tanto per farsi notare: questo per quel che riguarda la politica. Mentre per quel che riguarda la leadership sarebbe ragionevole aspettarsi di veder coltivare negli anni due o tre figure, magari dinamiche, magari giovani, capaci di emergere sopra l’invisibilità generale. Non è così, e lo si è visto in tutte le elezioni precedenti, in cui la principale forza di opposizione, il Partito Democratico, nelle sue varie incarnazioni, conscio dei propri limiti di leadership, ha sempre cercato un “papa straniero”, per lo più trovato all’ultimo momento, cui affidare il proprio destino. Un imprenditore, come nel caso di Massimo Carraro nel 2005 o di Giuseppe Bortolussi nel 2010, o addirittura il leader di una forza politica minore ma alleata, di fresca costituzione e incerta personalità, come nel caso di Arturo Lorenzoni nel 2020. Candidature che avevano in comune di non collegarsi strettamente alle forze politiche, di non creare continuità, e di non costituirsi nemmeno come leadership. Carraro, ex-vicepresidente di Confindustria Veneto, in precedenza eletto in Europa come indipendente per i Democratici di Sinistra, si dimise un anno dopo la sua elezione. Bortolussi, nella costernazione del PD, fin dal suo primo intervento come candidato mise in chiaro che non era iscritto a nessun partito, e si comportò di conseguenza dopo le elezioni, dedicandosi più alla sua creatura, la CGIA di Mestre, che alla crescita dell’opposizione. Lorenzoni, professore universitario prestato alla politica, è sparito quasi subito dai radar, non rappresentando l’opposizione, e nemmeno il movimento che l’aveva imposto come candidato presidente, passando al gruppo misto. In fondo non ha fatto eccezione nemmeno Alessandra Moretti, candidata presidente nel 2015 e lei sì esponente del principale partito di opposizione, la cui storia mostra eguale evanescenza in termini di leadership: entrata nel 2008 in consiglio comunale come capolista di una lista civica a Vicenza, portata a visibilità nazionale come giovane portavoce da Bersani nel 2012, eletta deputata nel 2013, mandata a Bruxelles come capolista alle elezioni europee nel 2014, candidata – saltando da un mandato all’altro – presidente regionale nel 2015, diventa capogruppo, ma è costretta a dimettersi dal ruolo per le frequenti assenze anche nelle cruciali sedute di discussione del bilancio, una volta dichiarandosi ammalata mentre dai social risultava in viaggio di piacere in India (verrà poi nuovamente mandata in Europa). L’ultimo politico vero (anche se atipico per interessi e verve) è stato insomma Massimo Cacciari nel 2000, un quarto di secolo fa: l’ultimo, anche, che mostrasse di avere un’idea e una visione del e sul Veneto.

Oggi la storia si ripete. A pochi mesi dalle elezioni il Partito Democratico non ha ancora un candidato, e non avendo figure forti all’interno è alla disperata ricerca di qualcuno che lo rappresenti, un giorno offrendo la candidatura alla biologa dell’università di Padova Antonella Viola (che ha rinunciato con un video sui social), un altro sondando l’ex-calciatore Aldo Serena (che ha ugualmente declinato), anche se nessuno sembra sapere chi li ha cercati, e a nome di chi. Con ciò mostrando che, se non si ha una politica, un’idea forte, una visione appunto, non si può avere neanche una leadership che la possa rappresentare, e la si cerca inutilmente altrove. Segno di una debolezza strutturale, e di un atteggiamento rinunciatario e privo di ambizione, se non già di una sconfitta quasi inconsapevolmente cercata.

 

Il centrosinistra veneto e l’assenza di opposizione, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 aprile 2025, editoriale, pp. 1-7