Immigrati: la comoda svolta della Lega

La Lega, per bocca di un suo autorevole esponente, il ministro del turismo, apre all’ingresso di lavoratori immigrati per impiegarli nel settore, in profonda sofferenza per carenza di manodopera. La questione è cruciale. Meno lavoratori non significa solo maggior carico di lavoro per chi c’è: significa un servizio qualitativamente peggiore, e quindi turisti che la volta successiva sceglieranno altre mete, con un calo di reputazione, oltre che con un significativo danno economico, che avrà ripercussioni anche negli anni successivi.

Certo, il settore del turismo deve fare un ragionamento, e un’autocritica, sui salari e le condizioni di lavoro che offre, molto diseguali, e talvolta da capitalismo selvaggio. Tuttavia la manodopera mancherà comunque. Per problemi demografici di lungo periodo: il calo della forza lavoro autoctona è drammatico, e insieme alla ripresa delle emigrazioni (di italiani, ma anche di seconde generazioni, figli di immigrati nati qui, che con la cittadinanza e la libera circolazione se ne vanno altrove, dove evidentemente ritengono di essere trattati meglio) produce un cocktail esplosivo, anche per altri settori.

È naturalmente un bene che anche la Lega, che conta nel settore turistico-alberghiero una parte del suo elettorato, si sia accorta del problema. Né deve scandalizzare che lo faccia solo per interesse del settore coinvolto: se non altro gli interessi hanno una concretissima solidità che le emozioni, e anche i princìpi, decisamente più evanescenti, non hanno. Quello che un po’ stupisce (o meglio non stupisce, ma è politicamente poco decente) è che lo faccia senza sentire il bisogno di un minimo di autocritica rispetto a un trentennio di campagne ideologiche anti-immigrati, tradottesi in scelte istituzionali conseguenti e appassionatamente sostenute (come le leggi “prima i veneti”, e altre, che avevano lo scopo di rendere più difficile la vita agli immigrati stessi), che hanno portato un concretissimo dividendo elettorale alla Lega e al centro-destra, danneggiando tuttavia la comprensione della realtà della cittadinanza tutta (il meccanismo del capro espiatorio in politica funziona bene, e chi lo usa lo sa benissimo, e pur sapendo che non corrisponde alla realtà, lo usa lo stesso perché conviene).

Non basta dire che la svolta è necessaria perché la manodopera ora serve. Serviva anche prima. Ma al contempo gli immigrati non sono solo forza lavoro, ma persone. Il modello veneto si fonda saldamente sull’immigrazione. Gli immigrati costituiscono le percentuali più alte di manodopera tra i lavoratori della concia e del cuoio, seguono i tecnici di produzione alimentare, muratori e carpentieri, addetti ai magazzini merci, conduttori di macchine, operai delle pulizie, braccianti, operai del legno e del mobile, personale non qualificato nel turismo (che, come si vede, viene dopo molti altri settori), assemblatori di prodotti industriali e addetti all’agro-industria, saldatori e carpentieri, conduttori di mezzi pesanti, addetti ai servizi di pulizia e alla raccolta dei rifiuti, camerieri, manovali edili, professioni non qualificate dell’industria. E poi c’è naturalmente il piccolo esercito di colf e badanti.

Poiché politicamente si tratta di un’abiura vera e propria, visto che la Lega, fino a ieri, ha fatto di quella contro gli immigrati una battaglia di principio, varrebbe la pena portare il ragionamento un po’ più a fondo. Anche perché quello di cui parliamo è il Veneto di oggi e ancor più di domani.

La presenza complessiva di immigrati è del 9,9%, un residente su dieci (ma in alcuni comuni si avvicina a uno su cinque). Rappresentano l’11,8% degli occupati, tre volte gli italiani tra i lavoratori manuali, e il doppio tra i lavoratori manuali specializzati. Oltre un bambino su cinque è nato da genitori stranieri, e costituiscono il 14,1% dei ragazzi nelle scuole del Veneto (ma per il 71,1% sono nati in Italia). Mentre i matrimoni misti sono oltre il 15% del totale. Altro che emergenza turismo, dunque: è una nuova società, quella che si sta costruendo, molto diversa da quella raccontata per anni dalla politica, per comprendere la quale è necessario più di qualche passo avanti, innanzitutto culturale – per capire davvero in che direzione stiamo andando.

 

Immigrati, il cambio di rotta, in  “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 maggio 2022, editoriale, p. 1

La retorica dell’autonomia

L’autonomia, in questa regione, più che un obiettivo politico è sempre stata una retorica: una narrazione di successo, e per questo motivo molto utilizzata, ma troppo spesso priva di contenuto reale, buona da tirare fuori a giorni alterni a seconda delle convenienze del momento (specie in prossimità delle scadenze elettorali), e dimenticata per il resto dell’anno. Lo dimostrano anche le polemiche di questi giorni. Il Partito Democratico ha promosso un convegno sul tema, sostenendo che, visto che di autonomia tanto si parla ma poco si fa e ancor meno si ottiene, meglio chiedere l’autonomia solo sulle sette materie più facilmente gestibili a livello regionale (come ha fatto la pragmatica Emilia-Romagna, senza neanche bisogno di celebrare un referendum) – e che includono questioni importanti come politiche del lavoro, istruzione e formazione professionale, sostegno alle imprese, governo del territorio – che pretenderla su tutte e ventitré le competenze concorrenti e invocando la gestione dell’intero residuo fiscale (cosa che non ha fatto nemmeno la Lombardia, pure essa a trazione leghista), e ottenerla su zero. Come reagisce la Lega? Come troppo spesso è avvenuto. Ripetendo per bocca del suo capogruppo il suo mantra: o tutto o niente. Cioè, a tutt’oggi, niente.
Sono anni che si va avanti così. Da ben prima del mitico referendum, dal quale ci separano già quattro anni e mezzo: che avrebbe dovuto rappresentare una svolta storica (andate a riprendervi slogan e articoli di giornale dell’epoca), l’inizio della fine dell’odiato centralismo statale. E invece niente. Siamo al punto di partenza, forse anche un po’ più indietro: con meno convinzione, zero entusiasmo, e forse ancora meno argomenti che in passato, dato che tutti i messaggi troppo ripetuti e mai praticati finiscono per usurarsi, e trasformarsi, per l’appunto, in vuota retorica, in ipocrita attestazione di principio (un po’ come quando i genitori ci ripetono per anni sacri principi di comportamento che sono i primi a non mettere in pratica).
Ci sono molti motivi per cui questo è successo. E moltissimi sono in carico ai nemici dell’autonomia: lo stato che si muove con lentezza pachidermica (senza tuttavia apprezzabili differenze tra i momenti in cui gli alfieri dell’autonomia sono all’opposizione o al governo), le regioni del Sud che si oppongono per non perdere, oltre che dei privilegi, dei modi inerziali di governare il consenso, la contrarietà di burocrazie e corporazioni. Ma alcuni sono in carico alla responsabilità della classe politica di governo veneta, che ha incassato su questo un assegno in bianco, e della sua classe dirigente (produttiva e intellettuale, e anche politica di opposizione) che gliel’ha rilasciato, senza mai andare a vedere come e se è stato speso, il dividendo dell’autonomia. Se, oltre al consenso per chi se ne faceva alfiere, ha mai portato altro. E senza attivarsi in proprio per produrre dei risultati.
Certo, c’è una coscienza diffusa che sarebbe utile e necessaria. Ma forse perché obnubilati dalla eccessiva facilità con cui funzionava lo slogan, non si è mai andati oltre o sotto di esso, a cercare di riempirlo di contenuto. Ci sono alcuni bravi specialisti al lavoro, incontri tra delegazioni che ancora si svolgono. Ma niente che assomigli a una serie ben delineata e attuabile di proposte concrete. Non un quadro complessivo di previsioni e calcoli precisi di vantaggi e svantaggi, di costi e benefici, su cui poter discutere, accalorarsi, litigare. Non la formazione di un gruppo competente di esperti e decisori pubblici capaci di elaborare l’applicazione pratica di principi generici, e di discuterla con gli attori sociali coinvolti e le forme organizzate di società civile. Non la road map della fase di transizione, con l’individuazione di responsabilità e forme di controllo, ruoli decisionali e funzioni ispettive, tempi, modi e luoghi di partecipazione. Non una consultazione continua degli operatori dei vari settori per favorire la messa in pratica dei provvedimenti necessari, anticipandone gli scenari e i rischi (ci si prepara prima, non dopo, se si vuole affrontare una sfida nuova e difficile). Non una discussione pubblica e appassionata, convinta e coinvolgente, sul merito delle scelte da compiere. Ecco, si ricominci da qui: dal come, con chi, per fare cosa, in che modo – nel merito. È già tardi, ma meglio tardi che mai. O l’autonomia non sarà altro che quello che oggi sembra già essere diventata: l’ennesima occasione persa.

Autonomia, realtà e retorica, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 19 aprile 2022, editoriale, p.1

L’uso strumentale della giornata della memoria. Come dimenticarsi del nazifascismo.

Il testo scritto dall’assessore veneto all’Istruzione, Elena Donazzan, per la giornata della memoria, “alla Comunità Educante e Scolastica delle scuole del Veneto di ogni ordine e grado”, induce a una certa tristezza. Non scandalo, non rabbia, non sdegno, non costernazione, non imbarazzo (quello dovrebbe indurlo in chi l’ha scritto e trasmesso senza suggerire correzioni), ma la tristezza di vedere le istituzioni e le cose serie, come appunto la giornata della memoria, che dovrebbero essere utilizzate per unificare e riflettere, utilizzate invece, in un’ottica di parte, per confermare i propri pregiudizi ed esacerbare anziché sanare le divisioni nella società.

Donazzan riesce, in poche righe, nel capolavoro di richiamare al dovere di ricordare la persecuzione degli ebrei, ma senza nominare il fascismo, senza nominare il nazismo, senza nominare le leggi razziali e la dottrina della razza elaborata e attivamente sostenuta nel nostro paese, senza nominare il programmato genocidio di massa perpetrato dal nazismo e sostenuto collaborativamente e fattivamente dal fascismo italiano, senza nominare i campi di sterminio, di concentramento e di transito esistenti anche in Italia, senza nominare i vagoni piombati e l’Olocausto, ma in compenso citando per ben due volte il fondamentalismo islamico. Questo in un paese dove ancora in questi giorni ragazzi italiani hanno insultato altri ragazzi italiani in quanto ebrei, dove l’antisemitismo e l’antiebraismo circolano liberamente, frequentemente e senza condanna alcuna in ambienti politici e tifoserie calcistiche certamente più vicini all’elettorato dell’assessore all’Istruzione che nelle moschee d’Italia.

Capiamo sia difficile essere equanimi per chi ancora un anno fa, di questi giorni, preferiva cantare “Faccetta nera” alla radio, ricordando che il fascismo ha fatto anche cose buone (anche Hitler, anche Mao, anche Kim Joung-un, anche Stalin, o più recentemente Putin, hanno fatto certamente anche cose buone…); da parte di chi ha partecipato a feste di compleanno con torte con i simboli del fascismo e delle SS in compagnia dei colleghi di partito, o derubricava a goliardata il saluto romano e l’esposizione della bandiera della Repubblica Sociale dei suoi supporter vicentini; e infine da parte di chi ce l’ha sempre avuta con l’islam al punto da intervenire persino per impedire l’intervento di un innocuo imam (premiato anche da organizzazioni cattoliche per il suo impegno nel dialogo, conosciuto anche ai vertici delle istituzioni regionali, e molto attivo a fin di bene nel Nordest) in una scuola, esulando ampiamente dalle sue competenze in materia. Tutte cose di cui l’assessore Donazzan è stata perdonata troppo spesso: e tanto più sorprendente all’interno di una giunta il cui presidente, Zaia, ha invece avuto sempre parole molto chiare e inequivocabili sul fascismo, sulla Shoah, sulla persecuzione degli ebrei, sulla memoria.

Forse sarebbe auspicabile, da parte di chi agisce come rappresentante di un’istituzione, e non di una parte politica, un profilo un po’ più basso e un po’ più istituzionale, appunto. Forse sarebbe utile vedere lo stesso impegno nei compiti che sono invece propri dell’istituzione che si presiede: magari nel migliorare l’edilizia scolastica e nel dotare le scuole di rilevatori di CO2 e di filtri Hepa per migliorare l’areazione delle aule e diminuirne la pericolosità nella trasmissione del virus, anziché suggerire di cosa si debba o non si debba parlare nelle suddette scuole, inoculando altri tipi di virus. E se proprio si vuole parlare di un argomento più complicato di certe semplificazioni, lo si faccia in altro modo. Invece di fare una equivoca o equivocabile classifica degli antisemitismi, o scivolare su una discutibile comparazione tra antiebraismo e discussione critica nei confronti delle politiche dello stato di Israele, si ricordi che esistono un antiebraismo di destra (con il significativo dettaglio che è stato al governo nel Ventennio, con esiti letteralmente mortali per gli ebrei), un antiebraismo di sinistra, uno islamico, uno cristiano (non a caso più di un papa dignitosamente di esso ha chiesto perdono, invece di accusare altri), e tanti altri. E che quindi tutti insieme siamo chiamati a riconoscerlo nei nostri rispettivi ambienti, a condannarlo esplicitamente e a superarlo, ognuno a casa sua, senza cadere in discutibili comparazioni sulle dimensioni delle pagliuzze e delle travi negli occhi di ciascuno. Questo sarebbe l’alto messaggio educativo che ci aspetteremmo dalle istituzioni, in occasione della giornata della memoria.

 

L’orrore dimenticato del nazismo e del fascismo. La Shoah e il testo sbagliato dell’assessore all’istruzione, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 gennaio 2022, editoriale, p.1

Se i parlamentari sono più uguali degli altri. Il caso Sara Cunial.

La deputata veneta no vax Sara Cunial, ex M5S, potrà accedere al Parlamento senza green pass, seppure dalle tribune e seguendo un percorso predefinito (e, immaginiamo, con il vuoto intorno, visto che la deputata non è solitamente propensa nemmeno all’uso della mascherina). Questo, in attesa di una decisione definitiva, che dovrebbe essere presa l’1 dicembre, sulla richiesta di sospensiva del divieto di accesso, richiesta appunto dalla deputata. La decisione è stata presa dal collegio dei questori della Camera dei Deputati, ed è un modo per mettere una pezza al decreto del presidente del consiglio di appello, anch’egli un ex grillino e anch’egli su posizioni anti green pass, che, con una solitaria decisione, ha sostenuto il diritto della deputata ad assistere ai lavori in ottemperanza al suo mandato parlamentare.

Non ce l’abbiamo con la deputata, i cui destini personali sono ininteressanti, e che probabilmente non avrà alcun futuro nelle istituzioni: è una delle tante miracolate della politica appartenenti a quella corte dei miracoli – più ampia di altre – che è stato il Movimento 5 Stelle nel momento del suo maggiore fulgore, che gli ha fatto portare nelle istituzioni la classe dirigente più pittoresca e incompetente di sempre. Nel caso di specie, è stata espulsa persino dallo stesso M5S per le sue posizioni antiscientifiche e anti vaccini, ed è incline a combattere tutte le cause di questo universo subculturale, dalla lotta contro il 5G all’abbraccio dei più disparati complottismi: ciò che l’ha portata anche all’occupazione del Consiglio regionale del Lazio con l’altrettanto pittoresco consigliere ex M5S Davide Barillari, e ha portato alla chiusura della sua pagina Facebook per il suo contributo alla diffusione di fake news.

Il segnale mandato dalle decisioni prese in parlamento va tuttavia oltre il suo caso personale. E getta una luce inquietante sullo stesso principio di autodichia, in nome del quale il Parlamento può prendere decisione giuridiche su sé stesso e i suoi membri in deroga ai principi giuridici che valgono per i comuni cittadini. Una decisione che fa molto casta, anche perché probabilmente non varrà per i dipendenti delle camere, non parlamentari, che, pure essi, stanno facendo obiezione al green pass.

Tra le motivazioni addotte per consentire l’ingresso della deputata c’è infatti anche quella, abbastanza surreale, per cui è giusto dare visibilità a tutte le posizioni presenti nel paese. Se anche fosse, non si capisce perché ciò debba essere fatto violando le leggi vigenti nel paese: che impongono l’esibizione del green pass nei luoghi di lavoro, quale anche il parlamento è, o dovrebbe essere. I parlamentari sono lì, nel caso, per modificare le leggi ed approvarne di nuove, se vogliono, ma non certo prendendosi la libertà di violare quelle in vigore.

L’esempio che viene dato ai cittadini con questa decisione – speriamo solo provvisoria – è che la legge non è uguale per tutti, e che tutti i cittadini sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri, come nel “1984” di George Orwell: ed è solo un’ulteriore ironia che questo avvenga proprio da parte di chi sproloquia di dittatura sanitaria e lamenta disparità di trattamento invocando la propria libertà di scelta, a spese di quella altrui (per inciso, ricordiamo di passaggio che stiamo per decidere di vaccinare anche i bambini per compensare la non volontà di vaccinarsi di alcuni adulti, a loro volta surclassati dalle percentuali di vaccinazione dei giovani: il che la dice lunga su un’altra guerra in corso, generazionale, di cui non parla nessuno, e che attraversa tutta la vicenda del Covid).

Ecco perché speriamo che la Camera, il primo dicembre, saprà rovesciare la decisione adottata. Perché sarebbe un’onta e una vergogna per la sua autorevolezza e per la sua credibilità, oltre che un ulteriore schiaffo per noi, cittadini comuni. Che non meritiamo. E che non meritano, soprattutto, quelli che sono in prima fila nella lotta contro il Covid, negli ospedali e nelle terapie intensive.

 

La cittadina più uguale degli altri. Il caso Cunial, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 novembre 2021, editoriale, p.1

Cittadinanza onoraria a Bolsonaro: ne valeva la pena?

Ma ne valeva davvero la pena? Ma chi gliel’ha fatto fare, al comune di Anguillara, di dare la cittadinanza onoraria a un personaggio discutibile e discusso, non per le sue qualità, ma solo perché è famoso e potente? Certo, Jair Bolsonaro è il presidente eletto del Brasile, e la sua carica merita rispetto. Ma davvero questo basta a far finta di non vedere come la carica viene incarnata? Perché il problema è lì: una visita privata, per incontrare i discendenti del bisnonno emigrato, non si nega a nessuno, tanto meno a un presidente. Magari poteva essere il modo per ricordare il dramma delle migrazioni, che unisce il Veneto e il Brasile, per le partenze di allora, e i tentativi di recuperare ascendenze italiane per ottenere un prezioso passaporto europeo degli italo-brasiliani di oggi. Ma onorare con una cittadinanza è altra cosa. Onore sta per dignità, reputazione, valore morale, considerazione, rispettabilità: attesta cioè del come si è esercitato un ruolo, non del fatto che lo si è ottenuto. Di quale onore è portatore il Bolsonaro autoritario, militarista, machista, misogino, omofobo, sprezzante delle minoranze, delle popolazioni indigene, della gente di colore, in ottimi legami col peggior establishment finanziario e fazendeiro, nepotista (tre dei suoi figli sono sotto inchiesta per scandali e malversazioni varie), no vax, no mask, complottista, negazionista del Covid al punto che il suo stesso Senato gli imputa 400mila dei 600mila morti brasiliani a causa della pandemia, soprattutto tra i più poveri, che si sarebbero potuti evitare prendendo qualche misura di contenimento?

Certo, si può derubricare il tutto a un atto di banale provincialismo. Il piccolo comune dimenticato che grazie al pronipote di emigranti locali diventato presidente conquista un insperato quarto d’ora di celebrità: peccato veniale e comprensibile. Ma ci si poteva accontentare di un incontro coi lontani parenti e col sindaco. La cittadinanza onoraria presuppone un onore, appunto, un merito: nel caso specifico, dov’è?

Soprattutto, si poteva evitare la strumentalizzazione politica. Ci sarà un motivo per cui l’intero mondo democratico ha preso le distanze da Bolsonaro (rispettandone il ruolo ma evitando qualsiasi omaggio alla persona), evitandolo al G20 e isolandone le posizioni alla Cop 26, la conferenza sul clima alla quale non si è nemmeno presentato (e dove, da responsabile dell’aumento degli incendi e delle deforestazioni in Amazzonia, sarebbe stato discretamente fuori luogo). E così in Italia, l’hanno evitato accuratamente il presidente del consiglio, il ministro degli esteri, il presidente della regione, tutti i leader politici (tranne uno), e a livello locale persino la diocesi di Padova si dichiara ufficialmente – testuale – in “forte imbarazzo, stretti tra il rispetto per la principale carica del caro paese brasiliano e le tante e forti voci di sofferenza che sempre più ci raggiungono, e non possiamo trascurare, gridate da amici, fratelli e sorelle”, rifiutandosi di incontrarlo. Solo la Lega ha voluto omaggiarlo, da Salvini suo capo politico agli esponenti locali del Carroccio, passando per una manciata di europarlamentari. E questo forse ci dice di più su Salvini (e un pezzo della Lega) che su Bolsonaro stesso: con l’ansia di visibilità che spinge verso il distinguersi nell’abbracciare posizioni estreme e personaggi discutibili, ostentandolo, che fa aggio sulla capacità di sostenere una scelta di campo esplicita in favore dell’Europa e della democrazia liberale – causando pesanti mal di pancia all’altra Lega, che invece questi dubbi non li ha, ma non ha il coraggio di discutere apertamente le compatibilità di una Lega con l’altra, di Orban con von der Leyen, e appunto di Bolsonaro con la civiltà.

 

Ma ne valeva la pena?, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 novembre 2021, editoriale, p. 1

La fase adulta dell’autonomia

Il presidente Luca Zaia, nel quarto anniversario dalla celebrazione del referendum, dice giustamente che l’autonomia si conquista passo dopo passo, con un approccio pragmatico: non strepitando nelle piazze. Bene, forse è il segnale che sancisce l’uscita dalla fase puerile della richiesta di autonomia (vogliamo tutto, vogliamo di più – magari vogliamo anche l’indipendenza, come in uno dei quesiti a suo tempo cassati dalla Corte Costituzionale) per entrare nella fase adulta: vediamo cosa si può fare, come, con chi, per arrivare dove.

È un utile contributo. Finalmente, verrebbe da dire. Ma anche un ripensamento non dichiarato, una resipiscenza non ammessa, e un giudizio implicito sulla fase precedente.

Lo stesso referendum è stata una legittima forzatura: una ragionevole pressione nella direzione dell’autonomia come obiettivo politico generico, quando ancora non la si era delineata nei suoi contenuti specifici. Come lo è stata la richiesta – a differenza delle altre regioni che più hanno spinto nella direzione dell’autonomia, con o senza celebrazione di referendum (la Lombardia con, l’Emilia-Romagna senza) – di volerla su tutte le 23 materie e competenze concorrenti: anche quelle in cui palesemente non sarebbe possibile né sensato, o addirittura non conveniente e controproducente. Quelle, effettivamente, erano richieste adolescenziali: tipiche del periodo in cui si vuole appunto maggiore autonomia dalla famiglia, ma non si sa ancora per farne cosa, e per andare dove – e non si hanno ancora veramente i mezzi per fare da soli.

Però, va detto, se siamo rimasti a lungo allo stadio infantile del dibattito, è perché qualcuno ha spinto in questa direzione. Perché è facile e comodo, dare sempre la colpa agli altri, come i bambini: in Veneto non solo la politica, ma gran parte dei media, e molti cittadini, sono permeati di questa narrazione deresponsabilizzante e forse liberante ma, appunto, infantile; secondo la quale se l’autonomia non c’è ancora è colpa solo dello Stato che non ce la dà.

In effetti in questi quattro anni – e prima, nel periodo che ha alimentato la campagna referendaria – non si è fatto altro che spingere sull’emotività del desiderio, lasciando da parte la razionalità del processo: tanto che se chiedessimo, a chi è favorevole all’autonomia, in che cosa ‘esattamente’ dovrebbe esplicarsi, quali sarebbero i vantaggi e svantaggi rispettivi nei diversi ambiti, la maggior parte non saprebbe cosa rispondere e come articolare un’opinione. Forse anche tra coloro che la materia la dovrebbero maneggiare.

Il motivo è semplice: gli adulti sono costretti a fare i conti, ad analizzare costi e benefici, a mediare con interessi diversi – anche perché per ottenerla, l’autonomia, bisogna conquistare una solida maggioranza in parlamento, ovvero convincere anche gli altri. Inoltre bisognerebbe discutere su che cosa si vuole farne. E un dibattito largo e aperto, con i contributi solidi dei corpi intermedi, in regione, su questi temi, non si è veramente mai aperto. L’altro problema è che per diventare adulti, usciti dalla fase adolescenziale, e per assumere una responsabilità maggiore nel mondo, occorre formarsi, prepararsi, studiare. Dove sono i luoghi di formazione della classe dirigente dell’autonomia? Su quali dossier si sta veramente preparando? Nella fase puberale ci si può accontentare degli slogan e delle parole d’ordine: voglio l’autonomia. La fase adulta presuppone la risposta a domande sul come, sul chi è in grado di perseguirla, e anche sul perché, per andare dove.

La sensazione è che finora la vaghezza dei contenuti sia stata precisamente la garanzia del più vasto consenso trasversale: per cui si è volutamente rimasti lì. Ora, a prendere sul serio Zaia, è il momento di affrontare responsabilmente i contenuti: il che vuol dire avere il coraggio – che finora non c’è stato – di discutere nel merito, coinvolgendo il meglio della società civile, e di dividersi su ricette e modalità di preparazione. È questa la vera svolta, il vero cambio di passo. Che è giunto il momento di perseguire, se davvero vogliamo raggiungerla, la nostra maggiore autonomia.

 

Autonomia: la fase “adulta”, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 ottobre 2021, editoriale, p. 1

Il voto, le piazze, l’astensionismo

Se c’è una notizia dirompente di questa tornata elettorale, non è tanto la vittoria del centrosinistra nei municipi più importanti, quanto l’aumento spropositato dell’astensionismo.

Si illude chi pensa che il vento sia cambiato, e favorevole ai partiti che hanno sostenuto i candidati vincenti. La destra perde le sfide simbolicamente più significative con candidati sbagliati, tra l’inetto e l’inutile, come Michetti a Roma (cui Gualtieri ha dato venti punti di distacco) e Bernardo a Milano, addirittura doppiato da Sala fin dal primo turno. Eppure se si votasse oggi alle elezioni politiche nazionali, il centrodestra – seppure sonoramente bastonato nelle contese locali –  godrebbe ancora del favore dell’elettorato, superando di gran lunga il centrosinistra.

Il vento dell’astensionismo non è invece cambiato per nulla: viene da lontano, e promette di andare ancora più lontano, verso una perdita progressiva di rappresentanza sempre più visibile – in Italia ma anche altrove. Segno di una tendenza lunga che non può non preoccupare chi ha a cuore i destini delle democrazie. Che non significa necessariamente i partiti: che, invece, dall’astensionismo hanno in un certo senso da guadagnare, dato che facilita loro il compito. I posti da occupare sono sempre i medesimi, e con meno votanti, costa meno e si fa meno fatica a raggiungere gli elettori, e a indirizzare il voto verso i rappresentanti dell’apparato che meglio garantiscono controllo, carriere  e clientele.

Tra le tante spiegazioni dell’aumento dell’astensionismo c’è la progressiva perdita di capacità dei partiti di fare da collegamento tra i cittadini e le istituzioni. Un po’ perché sono scomparsi dai territori: tra tutti, solo Lega e Partito Democratico hanno ancora sezioni e circoli locali abbastanza diffusi: ma hanno una vita interna che arranca, abitata soprattutto da pensionati, poco attrattiva per le generazioni più giovani (che, infatti, in proporzione, votano meno degli anziani), poco vivace, poco collegata persino alle dinamiche territoriali, per lo più ridotta a riprodurre su scala locale messaggi e diatribe nazionali – più simili a stanchi megafoni che a vitali produttori di energia e attivismo. E per il resto la politica si fa altrove, in altro modo, senza intercettare la vita dei partiti.

Dovrebbe interrogare questa separatezza assoluta tra la militanza e il desiderio di impegno, pur esistenti sotto forme anche inedite, e la capacità della politica di rappresentarli, di veicolarne le istanze e le proposte. Quali sono le piazze più significative viste negli ultimi tempi, anche in Italia? Quelle dei giovani impegnati per i Fridays for future, in lotta per la salute del pianeta e un futuro migliore: eppure, in Italia, senza un partito ecologista di riferimento, e nemmeno una corrente di pensiero organizzata e magari trasversale all’interno degli schieramenti politici. O le piazze no vax (o no qualunque cosa), mobilitate intorno a egoismi individuali, che non riescono nemmeno loro a farsi partito, pur trovando orecchie strumentalmente condiscendenti in alcune forze politiche, che tuttavia è arduo ipotizzare si trasformino in consenso, per giunta minimamente stabile. Sì, è vero, ci sono le piazze sindacali: esse stesse sempre più distaccate dai tradizionali partiti di rappresentanza, non più cinghie di trasmissione ma nemmeno strumenti di collegamento tra le lotte per il lavoro (sempre più rituali nelle loro forme, e oltre tutto portate avanti da organizzazioni in cui la maggioranza degli iscritti e di coloro che si mobilitano dal mondo del lavoro sono già fuori, essendo pensionati) e la rappresentanza politica allargata. O le piazze dei diritti civili, dei pride: anche queste, se ci si pensa, legate a diritti e bisogni interpretati più come individuali che come esigenza collettiva. Che in politica si traducono più in carriere per rappresentanti monotematici di queste istanze che come parte di un disegno politico più complessivo.

Ecco allora che l’astensionismo diventa fatto sempre più significativo, addirittura dominante (non più solo il primo ‘partito’, ma maggioranza assoluta del corpo elettorale), ma tuttavia irrilevante, capace di mandare un segnale confuso di disagio, ma incapace di dare un produttivo scossone all’edificio malcerto della democrazia rappresentativa.

Le piazze e il primo partito, “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 ottobre2021, editoriale, p. 1

L’Italia al voto: l’anomalia veneta

“Le città premiano il centrosinistra”. “Veneto fortino di Lega e centrodestra”. Sono questi, rispettivamente, i titoli post-elettorali del Corriere della sera, edizione nazionale, e del Corriere del Veneto. E fotografano perfettamente l’anomalia veneta, o la sua diversità strutturale, non contingente, non episodica.

La regione resta in linea rispetto alle tendenze nazionali solo con la sostanziale sparizione del M5S: con la differenza che in Veneto non aveva mai veramente attecchito, e la sua breve fiammata stagionale, con i suoi fasti e i suoi sindaci, è stata in ogni caso molto meno intensa che altrove. Anche i dati sulla partecipazione al voto sono in linea con il dato nazionale: un po’ più alta che altrove, ma pur sempre in calo.

Senza sorprese, vince nettamente la Lega, in qualche caso con percentuali da emirato, o se si vuole da plebiscito: ma questa è quasi una non notizia, visto che la Lega in Veneto governa da quando esiste, indifferente alle sue stesse trasformazioni interne. Cresce anche Fratelli d’Italia, il che fa prospettare al Veneto una concorrenza molto più forte che in passato nel campo del centro-destra, per ora comunque più unito che a livello nazionale, dove l’ossessiva corsa per la leadership tra Salvini e Meloni ha prodotto, anche nella scelta delle candidature, più veti incrociati che obiettivi comuni: la differenza, naturalmente, sta nel fatto che qui in Veneto i due partiti governano insieme, a livello regionale e in moltissimi comuni, mentre a livello nazionale stanno l’uno al governo (per ora) e l’altro all’opposizione. Al limite, si potrebbe prefigurare un derby tutto interno alla coalizione in alcune delle prossime tornate elettorali comunali (a partire già dal prossimo anno): mentre è difficile immaginare scenari simili a livello regionale (scadenza peraltro lontana) dato che è così facile e comodo vincere e continuare a governare insieme.

Nell’altro campo ci si leccano le ferite. L’illusione del segretario del PD Letta (“siamo tornati in sintonia con il paese”) in Veneto ha ricevuto una secca smentita. Il Partito Democratico ha perso praticamente dappertutto: persino dove era stato sindaco il proprio segretario regionale, che pure ha avuto una buona affermazione personale. E comincia a sentire una discreta sindrome da accerchiamento anche laddove governa, ma si andrà ad elezioni a breve, come a Padova: niente è più garantito, neanche quella che fino a ieri poteva sembrare la facile rielezione di un sindaco uscente.

A livello nazionale la novità per ovvie ragioni più visibile, trattandosi della capitale, è stata l’operazione tentata da Carlo Calenda a Roma: uscita sconfitta nel suo obiettivo primario (arrivare al ballottaggio per conquistare il Campidoglio), ma vincente nel far diventare la sua lista civica di sostegno il primo partito a Roma, lanciando il segnale forte dell’esistenza di un’area liberale pragmatica e moderata, capace di pescare sia da destra che da sinistra, più interessata a programmi e competenze che a ideologie e schieramenti, non rappresentata dai partiti tradizionali, né di destra né di sinistra. In Veneto in realtà il civismo è già diffuso, e in buona parte già fagocitato da liste governiste e sostanzialmente ‘zaiane’: ma dato il personale successo di preferenze di Calenda alle elezioni europee proprio nel collegio Nordest, qualche carta si potrebbe rimescolare all’interno di questo mondo, con riflessi possibili sulla politica locale, meno probabilmente su quella regionale.

Detto questo, lo scenario che emerge da questa tornata elettorale – ancora una volta – è quello di una diversità, verrebbe da dire una insularità sostanziale del Veneto rispetto al panorama nazionale. Un mondo a sé, a parte, lontano, incompreso da chi sta altrove, che vive con regole e su presupposti propri, e tendenze politiche non collegate o in sintonia con quelle nazionali. In sé, non è né un vantaggio né uno svantaggio. Accade da anni, ed è stato sia un punto di forza che un elemento di debolezza, a seconda dei fenomeni a cui guardiamo (e dei governi succedutisi a livello nazionale). Che diventi l’uno o l’altro in futuro dipenderà dalla capacità – culturale prima che politica, e che riguarda gli attori economici e sociali prima ancora che i partiti – di restare in sintonia con le grandi tendenze nazionali, incarnate in questo momento dalle scelte del governo Draghi. Che quest’ultimo sia sostenuto da una maggioranza dalla configurazione completamente diversa diventa a questo punto incidentale. Come giusto che sia.

 

L’anomalia veneta alle urne, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 7 ottobre 2021, editoriale, p.1

Le due Leghe

All’assemblea di Confindustria Vicenza il presidente Zaia ha ammesso, con più chiarezza che in passato, l’esistenza di due componenti diverse nella Lega, “che possono coesistere”, pur specificando che alla fine la Lega è una sola. La cosa è evidente da tempo, ma è importante che tale constatazione venga da chi ne incarna una delle due – l’ala governista e moderata – ma ha sempre evitato accuratamente ogni polemica interna o accenno di contrapposizione.

Non c’è niente di strano né tanto meno di scandaloso: in ogni partito ci sono linee diverse, posizioni contrapposte, e questo è il sale della politica e della democrazia interna – serve, anzi, a far maturare il dibattito, a evolvere. Solo che di solito le posizioni diverse si incarnano anche in leadership esplicitamente contrapposte: si pensi allo storico dualismo tra Renzi e Bersani nel PD. E questo invece nella Lega è sempre stato un tabù: formalmente doveva prevalere l’unità intorno al capo, anche quando si è passati dalla Lega nordista di Bossi a quella sovranista di Salvini, attraverso l’intermezzo di Maroni.

C’è però un limite alla diversità tollerabile: che il dibattito tra posizioni diverse non diventi ambiguità, e l’ambiguità doppiezza. Limite oltre il quale nei partiti ci sono le scissioni, o un livello di ipocrisia tale che diventa indigesto anche per l’elettore minimamente informato.

Il rischio nella Lega di questi ultimi anni c’è stato. Da un lato il consenso ottenuto con la pancia, gli slogan divisivi, i capri espiatori, l’esposizione mediatica eccessiva e dai toni spesso grevi (esemplificata dalla ‘Bestia’ creata da Morisi di cui si parla in questi giorni per altri non commendevoli motivi, peraltro legati al problema politico di predicare in un modo e razzolare in un altro), dall’altro la fiducia spesa nella Lega di governo, moderata, più incline all’essere che all’apparire, che tesse rapporti proficui con il territorio e i corpi intermedi anziché lacerare il tessuto sociale. Un conto è il gioco delle parti, la dinamica “poliziotto buono, poliziotto cattivo”, che può essere una tattica di successo: un altro tenere insieme obiettivi inconciliabili e linguaggi incompatibili facendone una strategia comunicativa. Prima o poi la corda si spezza. Non si possono tenere insieme troppo a lungo i comunisti padani (di cui, ai tempi di Bossi, il giovane Salvini era il leader) e i pasdaran dell’estremismo sovranista, i no euro e i sì Europa, i no vax e i ceti dei produttori. Un minimo di coerenza tra dichiarato e perseguito va mantenuto: come diceva Gandhi (e lo prendiamo qui come un esercizio di metodologia politica, non come un auspicio morale), “il fine sta nei mezzi come l’albero nel seme”. Alla lunga, se non c’è rapporto tra i due, tutto si sfalda.

Per questo è utile che si faccia chiarezza. E che proponga di farla, in particolare, chi incarna da molto tempo una delle due linee contrapposte, quella governista e pragmatica, appunto: capace di ragionare laicamente di Europa e di promuovere una campagna vaccinale efficace senza ambiguità, che comincia a pensare che la cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia sia una cosa positiva, e non vede contrasti tra affermazione identitaria e integrazione, magari promuovendole entrambe.

Il Veneto, per la sua storia politica recente, incarnata da Zaia, ma anche per essere stato la culla antica della Liga delle origini, potrebbe essere il laboratorio anche intellettuale oltreché politico di questa Lega. Il processo è già innescato: anche per il crescente fastidio dell’elettorato consapevole di fronte a una discrasia non più sostenibile. Servono ancora due cose, che cominciano appena a delinearsi: la volontà di teorizzarlo esplicitamente, e il coraggio personale di farne pratica e battaglia politica interna.

 

La Lega davanti a un bivio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 1 ottobre 2021, editoriale, p.1

Immigrati, tra sbarchi e lavoro

È demoralizzante vedere come ci si occupa di immigrazione nel nostro paese. Fa notizia solo se aumentano gli sbarchi: in quel caso, proteste, o proposte immaginifiche. Come il blocco navale da sempre evocato da Giorgia Meloni: mai che ci si dica come si fa (affondando le navi? lasciandole in ammollo? riportandole indietro? e dove, senza il consenso dei paesi coinvolti?), con quale legittimazione legale internazionale, quali e quante navi, quali regole d’ingaggio e quali limiti nell’uso delle armi, quali costi, presi da quale bilancio – basta la parola… Se aumentano i morti, invece, ne parla quali solo il Papa: la politica sostanzialmente tace. E se non c’è la notizia, ci si dimentica di parlarne e di approntare soluzioni: fino alla prossima emergenza.

Eppure avremmo molte ragioni per parlarne, con urgenza ma non in emergenza, per affrontare problemi “normali” e tuttavia serissimi che non riguardano solo i territori costieri, ma anche e soprattutto le regioni produttive del Nord e ancor più l’Europa. Magari ragionando sul contesto. Quello demografico: solo quest’anno nella differenza tra morti e nati abbiamo perso quattrocentomila abitanti, l’equivalente di una città come Bologna; a quale sviluppo prelude (o piuttosto preclude) un paese che dal 1995, caso unico nel mondo sviluppato, è in recessione demografica? E poi c’è l’emigrazione, negli ultimi anni di gran lunga superiore all’immigrazione, che dopo lo stop dovuto al Covid sta già dando segnali di ripresa – dove sarebbe esattamente, a leggere i dati, l’invasione? E Il che ci apre a un altro tema, quello lavorativo: ci piaccia o meno, nonostante la crisi, la manifattura è in forte ripresa, mantiene l’occupazione, e in molti settori addirittura l’aumenta – a scapito per esempio del turismo e dei servizi collegati, che già nei giorni scorsi ha denunciato, attraverso i suoi operatori, una drammatica carenza di manodopera disponibile, che si riverbererà sulla qualità del servizio e quindi inevitabilmente sulla crescita futura del settore. È certo che c’è un problema di qualità del lavoro e di livelli salariali: ma anche di drammatica carenza di manodopera comunque, anche se le condizioni di lavoro migliorassero. Ogni anno, del resto, e da qualche anno, i settori del lavoro stagionale (ci mettiamo anche quello agricolo, e le lavorazioni stagionali dell’industria) lamentano una drammatica carenza di personale: i giovani italiani, all’80% almeno diplomati, molti lavori manuali, anche in situazione di disoccupazione, li rifiutano a priori, preferendo semmai le vie dell’emigrazione, giudicate – purtroppo con molte ragioni – più vantaggiose. Ne vogliamo parlare a freddo, di questi temi, senza strepitarne solo a caldo dopo l’ennesimo sbarco a Lampedusa? Vogliamo almeno domandarci se sono collegati?

Poi c’è il problema delle soluzioni di lungo periodo. Che, necessariamente, prevedono il coinvolgimento dell’Europa nella modifica degli accordi di Dublino, nel controllo delle frontiere esterne dell’Unione, nel ricollocamento dei richiedenti asilo salvati nel Mediterraneo, nei rimpatri. Ma pure il ristabilimento di canali regolari e controllati di immigrazione: il solo modo per evitare che i canali irregolari, che abbiamo regalato alle mafie transnazionali, siano la sola modalità possibile di ingresso. C’è un ritardo inaccettabile delle istituzioni europee. Ma anche una carenza intollerabile di iniziativa italiana nel coinvolgerle: tanto più da parte delle forze politiche che fanno del contrasto (anziché del controllo, ragionevole e doveroso) all’immigrazione la loro ragion d’essere. A parte parlare, quali sono e dove sono le proposte alternative percorribili, che non siano meri slogan?

Purtroppo è colpa anche nostra, come cittadini. Che accettiamo che il dibattito su questi temi cruciali si riduca a contrapposte tifoserie ispirate a sentimenti (buoni o cattivi che siano, sia la rabbia xenofoba alla ricerca d’un capro espiatorio che la solidarietà umana verso le vittime dei naufragi questo sono), e mai che prevalga una riflessione basata anche su ragionamenti: intorno ai quali sarebbe più facile persino trovare un accordo.

 

Il fronte cieco anti-immigrati, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 maggio 2021, editoriale, p. 1