Stefano Allievi
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Chi ha paura del cimitero islamico? Lettera aperta al mio sindaco

04/02/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Articoli sull'Islam / Islam Articles, Islam, Società / Society /da Augusta

Gentile signor Sindaco (di Cadoneghe), le scrivo da cittadino del suo comune, e da persona che si occupa professionalmente dei problemi di cui qui si parla. Non per le decisioni da lei assunte a proposito del cimitero islamico, in sé legittime, ma per le motivazioni adottate, peraltro diffuse. Lei dice di non poter assegnare un camposanto privato a un’associazione islamica, per rispetto della normativa. In realtà in Italia ce ne sono molte decine, di varie confessioni: dai più antichi (ebraici, protestanti, e pure musulmani, come l’antico cimitero turco di Trieste) ai più recenti, legati all’immigrazione islamica di questi decenni (tra i primi quello di Milano) o recentissimi, nati nel periodo del Covid. Naturalmente, le forme di regolamentazione e di accordo con il comune possono essere le più diverse, inclusa la concessione di aree specifiche nei cimiteri comunali. Nessuna di queste è ovviamente in violazione della legge: tutti gli accordi, firmati da suoi colleghi, sono nel rispetto della normativa.

La possibilità di seppellire i propri morti, possibilmente secondo i propri costumi, è un atto universale di umana pietas: gli antichi dichiaravano delle tregue per permettere persino ai loro nemici di farlo. Impedirlo ai musulmani, e solo a loro, suona increscioso, visto che vanno a scuola con i nostri figli, e lavorano con e per noi: nelle nostre fabbriche, nei nostri servizi anche pubblici, e nelle nostre abitazioni, dove si prendono cura di casa, figli, anziani. In fondo, la loro richiesta di essere sepolti qui, anziché rimandare le salme al paese d’origine, è una forma di integrazione post mortem: che tiene conto del fatto che i loro parenti sono qui, non là. E vivendo qui, muoiono, inevitabilmente, qui.

In maniera interessante, lei evoca il principio di laicità, e il trattare tutti allo stesso modo: forse dovremmo chiedere che fosse così per tutti, in tutta Italia, con normativa obbligatoria e vincolante. Quello che non dovrebbe accadere è che i principi si applichino in maniera selettiva solo a alcuni. La possibilità di avere aree cimiteriali specifiche esiste. Se l’esercizio di un diritto, o la sua impossibilità, vale per tutti, è universale: se vale solo per alcuni e in alcuni luoghi si chiama privilegio, in positivo, o discriminazione, in negativo.

L’articolo 8 della Costituzione temo non c’entri niente. Vincola le comunità religiose al rispetto delle leggi: ed è precisamente quello che stanno chiedendo di fare. Ma vincola anche lo Stato e le sue amministrazioni a trattarle tutte equamente: ed è questo, semmai, che spesso non accade. Lei dice che l’islam non ha un’Intesa con lo Stato, ed è vero. Con altri accademici ho fatto parte del Consiglio per l’Islam Italiano, un organo consultivo di esperti presso il Ministero dell’Interno, dai tempi di Alfano, che ci aveva nominati, a quelli di Piantedosi, in cui ci siamo dimessi collettivamente perché il Ministero non era più interessato ad avvalersi delle nostre consulenze, gratuite e spesso a nostre spese. Posso assicurarle, insieme ai miei colleghi giuristi, che se l’islam non ha un’intesa è per volontà dello Stato, non dei musulmani, che la firmerebbero domani, anche solo per ragioni simboliche: vorrebbe dire che sono finalmente accettati alla pari di tutti gli altri. Ma è precisamente ciò a cui il governo e i partiti che lo esprimono (tra cui il suo, signor Sindaco) sono fieramente contrari. Per cui se vuole un’Intesa, ha ragione: non ha che da porre il problema ai suoi colleghi di partito.

Infine, lei dice che la shari’a contrasta con la legge italiana. Immagino che la conosca bene. La shari’a è semplicemente l’insieme delle norme religiose islamiche, diverse da paese a paese, per periodo storico e interpretazione. E non si applica in Italia. Anche alcune norme del diritto canonico contrastano con il diritto italiano: che, tuttavia, prevale, come giusto. Vale anche per alcuni principi religiosi ebraici o hindu, per dire. L’importante è che tutti rispettino le leggi dello Stato. E se non lo fanno, siano puniti. Che è quello che succede ordinariamente.

Un’ultima cosa le chiedo, rispettosamente. Respingendo legittimamente la domanda, si è posto il problema di come aiutare la comunità islamica a trovare una soluzione alternativa? I morti esistono, e da qualche parte vanno messi. Altrimenti si finisce come con le sale di preghiera: se ne impedisce la costruzione, che pure dipende dai sindaci, e poi si accusano i musulmani di farle abusivamente, il che peraltro non è esatto, né riguarda solo loro. Forse – non nel suo caso – c’entra anche il fatto che si tratta di stranieri, che in maggioranza non votano, e sono poco amati: quindi sono un facile capro espiatorio. Ma esistono anche molti musulmani cittadini: perché hanno acquisito la cittadinanza o l’hanno dalla nascita, come le seconde generazioni e i convertiti italiani.

Mi consenta una considerazione finale, che non riguarda certo lei, ma alcuni tra coloro che sostengono le sue posizioni. Leggendo i loro commenti, è facile notare che molte frasi, se sostituissimo la parola musulmani con la parola ebrei, le considereremmo irricevibili. Se lo pensa anche lei, lo dica. Una sua parola avrebbe un grande valore aggiunto.

Sarò lieto, se lo vorrà, di fare con lei, su questi temi, un confronto, privato o pubblico. Costruttivo, rispettoso e senza pregiudizi. Con il rispetto che le devo per il suo difficile ruolo. E come cittadino del territorio che governa.

Con stima

Stefano Allievi

 

Caro signor sindaco. Perché dire sì al cimitero islamico, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 4 febbraio 2026, editoriale, pp. 1-7

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/02/images-5.jpg 170 297 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-02-04 22:32:592026-02-06 07:53:43Chi ha paura del cimitero islamico? Lettera aperta al mio sindaco

Click day: come non si fa una politica delle migrazioni

02/02/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Di click day in click day (solo in febbraio ce ne saranno tre: uno per il settore del turismo, uno per lavoratori non stagionali, e uno per colf e badanti, mentre in gennaio se ne è svolto uno per l’agricoltura), il numero di assunzioni potenziali di immigrati dall’estero si avvicina progressivamente a quello delle richieste del mondo del lavoro e delle associazioni datoriali. Sono 194mila le domande precaricate per quest’anno sul sito del ministero dell’Interno, a fronte di 164mila posti allocati dal decreto flussi. Un bagno di realismo, dal punto di vista dei numeri. E uno di surrealismo, quanto alle modalità.

Si può sorridere sul nome stesso: poco linguisticamente sovranista, anche se si tratta di prassi ereditata da governi precedenti. Ma viene da piangere, invece, pensando a cosa significa: la assoluta mancanza di una politica dell’immigrazione seria e di lungo periodo. Cominciamo dal metodo. Nessuno di noi e nessuno dei nostri figli ha mai trovato lavoro nella maniera in cui si pretende, o si finge di pretendere, che lo trovino gli immigrati: con la richiesta di un datore di lavoro di un altro continente, che per motivi misteriosi, non conoscendoci, dovrebbe desiderare di assumere proprio noi. Il fatto che si accetti di ricorrere a questo metodo, o lo si subisca, dà la misura della disperazione dei datori di lavoro, così affamati di manodopera da continuare a perdere tempo e fatica dietro una modalità assurda di assunzione. Non si tratta di migliorare il meccanismo, che peraltro è pieno di incongruenze e si presta persino ad un uso criminale: si tratta di cambiare impostazione e logica, e quindi di abolirlo.

Il fatto che – chissà perché, dato che le aziende stanno al nord – il grosso delle domande fino ad ora sia venuto da alcune province della Campania già dovrebbe dirci qualcosa su chi gestisce questo traffico. Il fatto che moltissime domande non arrivino poi a concretizzarsi in un permesso di soggiorno dovrebbe dirci altro sulla farraginosità del meccanismo e sui suoi effetti perversi, tra i quali c’è quello di produrre irregolarità, anziché diminuirla, per via istituzionale: grazie alle norme e non nonostante esse, il che accentua il paradosso. Ma il punto vero è che bisognerebbe assumere diversamente. Intanto, regolarizzando chi già è qui. Un po’ è stato usato in passato il click day a questo scopo, all’italiana, fingendo di assumere dall’estero, ed è comunque l’unico lato positivo. Ma occorre molto di più. In Spagna, paese con una situazione e un fabbisogno relativamente simile al nostro, si è tenuta aperta per anni una specie di sanatoria ad personam, per cui, senza troppe fanfare, un immigrato che avesse un datore di lavoro disposto ad assumerlo (spesso, per il quale lavorava già in nero) poteva di fatto regolarizzare la propria posizione: in Italia è quasi del tutto impossibile anche per i richiedenti asilo già qui e ospitati per mesi nelle nostre strutture, proprio a causa delle normative e delle prassi sempre più restrittive – e anche in questo caso, producendo per via amministrativa l’irregolarità che a parole si denuncia. Eppure proprio in questi giorni la Spagna ha deciso per decreto la regolarizzazione, in due mesi, stando alle stime, di circa mezzo milione di persone, più o meno quanti sono gli irregolari in Italia: in un paese che, in percentuale, ne ha più di noi, e la cui economia – sorpresa! –, forse anche per questo motivo, cresce più della nostra.

Da noi, tuttavia, la parola regolarizzazione non si può e non si vuole dire per motivi ideologici: perché chi ora governa è arrivato al potere anche grazie all’abbondante propaganda antiimmigrati sparsa a piene mani quando era all’opposizione.

Si continueranno quindi a fare click day, anche se servirebbe altro: l’apertura di veri canali regolari di ingresso. Che finora, checché ne dicano anche esponenti politici che non conoscono nemmeno l’abc della legislazione in materia, sostanzialmente non esistono. Bisognerebbe aprirli, attraverso accordi bilaterali che mettano questo tema al primo punto, e solo dopo, come conseguenza, i rimpatri. E non accade. In realtà basterebbe dare dei permessi biennali di soggiorno per ricerca di lavoro: quello che facciamo noi, se vogliamo lavorare. Volendo, si potrebbero pure aggiungere altre condizioni. Magari il pagamento del biglietto aereo di ritorno, messo nelle mani dello Stato, in caso di comportamento scorretto. Volendo, persino chiedere il pagamento anticipato di due anni di iscrizione al servizio sanitario nazionale. Gli immigrati spenderebbero comunque meno, e ci metterebbero meno, arrivando vivi e in buona salute, rispetto all’affrontare la traversata del Mediterraneo. E noi sapremmo chi sono, dove sono e cosa fanno. Ma è troppo ovvio, troppo poco ideologico. Non aiuta a acquisire consenso. Specie se lo si è ottenuto chiedendo blocchi navali e oggi remigrazioni. E quindi non accadrà.

 

Click day, l’alibi di una non politica, in ItalyPost, 2 febbraio 2026, editoriale, pp. 1-7

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/01/images.jpg 183 275 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-02-02 10:54:332026-02-02 10:54:33Click day: come non si fa una politica delle migrazioni

Immigrazione: quello che non sappiamo, perché non lo capiamo

26/01/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Degli immigrati si sa poco. Molto meno di quello che crediamo. Perché si sa già tutto: o si crede di saperlo. Prevale il pre–giudizio (qui inteso in senso tecnico: il giudizio dato prima di aver avuto una esperienza diretta) sul giudizio, l’opinione sul fatto, il bisogno di schierarsi sull’analisi. E questo ci condanna all’incomprensione. Non capiremo mai, se il problema è ragionare su una categoria dello spirito anziché su un fatto sociale, soddisfare il nostro bisogno di collocazione partitica, o esprimere il proprio tifo per l’una o l’altra squadra identitaria. È vero per tutto: ma sull’immigrazione – e sulle culture che gli immigrati esprimono – è più vero che mai. L’immigrato di carta, quello che ritroviamo sulle pagine dei giornali e nei discorsi della politica, quasi mai corrisponde all’immigrato di carne: quello che vive, mangia, prega, ama, studia, lavora, si sposa, cresce figli, nel caso commette reati, ha aspettative e progetti. Apparentemente, abbiamo già le risposte: e allora perché farsi fastidiose domande? Soprattutto, perché farle ai diretti interessati? Non a caso il discorso sull’immigrazione è essenzialmente un discorso tra italiani a proposito degli immigrati, che solo di rado sono degli interlocutori: anche perché, non essendo in maggioranza cittadini, non votano, e quindi parlare di loro è per così dire a costo zero per chi lo fa.

Per lo più sono un oggetto, non un soggetto del discorso: malleabile e manipolabile secondo il proprio interesse. Ecco perché non hanno torto le biblioteche del Nord Europa che hanno inventato, insieme al prestito dei libri, il prestito di persone, appartenenti a culture (o semplicemente con esperienze) diverse da quelle maggioritarie e mainstream: che raccontano le storie e le vite di cui sono espressione. In effetti, alle volte basterebbe avere un contatto personale, un rapporto diretto, parlare e soprattutto – esercizio più complicato – ascoltare. Al limite anche per confermarli, i nostri pregiudizi, con qualche fondatezza in più. Spesso per rimetterli in discussione. Come accade nelle coppie, nelle famiglie, nelle amicizie, nelle situazioni (scuola, lavoro, sport, socialità e cultura) ‘miste’, a più vario titolo: per religione, nazionalità, colore della pelle, lingua, orientamento sessuale e identità di genere, o anche solo punto di vista. Pure, anche queste (e la cosa dovrebbe interrogarci) in aumento.

L’altro esercizio che dovremmo fare è invece l’opposto: osservare da più lontano, per cercare di comprendere il fenomeno nel suo complesso – che spesso, da troppo vicino, ci sfugge. Astrarci, da un lato – immedesimarci, dall’altro. Per dire: non si capisce una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo se si guarda una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo. Per capire di cosa si tratta veramente, bisogna guardare al contempo più da lontano e ancora più vicino: guardare cosa succede in Africa e in Europa, a Lagos o a Bruxelles (dal punto di vista demografico, economico, sociale, politico e geopolitico, ambientale…). Ma bisogna anche saper entrare nella testa, nel corpo e nei sogni di qualcuno di quei migranti, e nella vita di chi si ritroverà ad avere a che fare con loro. E poi, complessificare il fenomeno. Molti di quelli che chiamiamo migranti, una barca sul Mediterraneo non l’hanno nemmeno mai vista: sono arrivati in altro modo, da altri luoghi, o sono addirittura nati qui. Solo facendo questo duplice esercizio potremo sperare di capire qualcosa, almeno qualcosa, di quel fenomeno che chiamiamo migrazioni, spesso aggiungendovi una caratterizzazione enfatica: emergenza, dramma o quant’altro – e pensando sempre solo a quelle in entrata, quasi mai a quelle in uscita, che stanno diventando quasi altrettanto rilevanti, o a quelle interne, mai scomparse. Non si capiscono inoltre le migrazioni se non le intrecciamo ad altre forme di mobilità: delle informazioni, del denaro, delle merci, e il nostro stesso essere una specie nomade e intrinsecamente mobile. Infine, non si capiscono le migrazioni, in ingresso e in uscita, nemmeno se non le colleghiamo ad altri fenomeni, a cominciare dalla demografia (siamo all’interno di un calo demografico devastante, che ci porta ad essere il paese più vecchio d’Europa, attualmente con un rapporto tra attivi e inattivi che è di 3 a 2, ma che diventerà intorno al 2040 di 1 a 1, con una perdita annua media di popolazione che è di quasi duecentocinquantamila persone), per continuare con le trasformazioni nel mercato del lavoro, il livello di istruzione, l’ambiente, il quadro geopolitico e altro ancora. È dalle interconnessioni tra questi fenomeni, infatti, più che dall’approfondimento di ciascuno di essi, che possiamo sperare di capire qualcosa di quanto sta succedendo intorno a noi. Ed è per questo che queste interconnessioni vanno capite: cosa che si fa assai poco. Anche perché hanno conseguenze culturali e sociali di lungo periodo (che ho provato a affrontare nel mio ultimo libro, Diversità e convivenza. Le conseguenze culturali delle migrazioni, uscito per Laterza), interessanti e problematiche a un tempo. A seguito anche di esse (non solo: accade all’interno di un processo di complessificazione e polarizzazione della società già in atto) non viviamo più in società omogenee, unificate da una cultura comune. Siamo società plurali. E lo saremo sempre di più. E questo cambiamento non è di poco conto.

È il motivo per cui è necessario cominciare a prendere l’argomento delle migrazioni sul serio. Come fatto sociale che ci coinvolge tutti. E per affrontare il quale è sacrosanto che destre e sinistre propongano soluzioni diverse: ma a partire dalla constatazione che il fatto c’è e va affrontato. Che non può semplicemente essere negato. Sarebbe come negare, e quindi non governare, che so, i trasporti, la sanità o la pubblica istruzione. È per questo che meriterebbe, probabilmente, la costituzione di un Ministero ad hoc, o almeno di un’Agenzia, pensata come luogo di decantazione ideologica, e di proposta di linee guida scaturite da un’analisi seria e pragmatica dei problemi, non viziata da diretti interessi elettorali. Non ci si può più limitare a essere pro o contro. Bisogna dire, da entrambe le parti, che cosa si propone, quale tipo di società si ha in mente. Per fare cosa, e soprattutto con chi: con quali interlocutori. Sapendo che le scelte di oggi avranno conseguenze sulle generazioni future.

 

Il limite di essere solo pro o contro, in “L’Altravoce. Il Quotidiano Nazionale”, editoriale, pp. 1-4

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La politica estera come politica interna. Una provinciale tradizione italiana

20/01/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Politica / Politics /da Augusta

In Italia la politica estera non ha mai contato né interessato un granché. Tradizionalmente ce n’è poca nella stampa, ancora meno alla TV, e solo occasionalmente ha determinato grandi dibattiti. Soprattutto, raramente è considerata per la sua importanza in sé: il più delle volte, ciò che conta sono i suoi effetti di politica interna. È la posizione su cui ironizzava Henry Kissinger, quando sottolineava che i capi di governo italiani in visita negli Stati Uniti sembrava avessero raggiunto il loro scopo nel momento in cui scendevano dalla scaletta dell’aereo. Una photo opportunity, o poco più, tanto la politica estera e di difesa la facevano, per tutti, gli Usa e la Nato.

Ci sono state eccezioni a questa regola. La più importante e lungimirante è stata l’impegno nell’inserire fin dall’inizio l’Italia nel processo di costruzione della casa europea, con la firma dei Trattati di Roma. Impegno su cui c’è stata una continuità trasversale non scontata, che è proseguita con la decisione di aderire all’accordo di Schengen, a cui l’Italia non era stata inizialmente invitata, e di sostenere la creazione della moneta unica, l’euro. Purtroppo questa scelta di lungo periodo è stata più un’iniziativa – benemerita – di alcune elite, che una vera adesione della classe politica al progetto. Tanto che, maggioranze e opposizioni, hanno continuato a mandare in Europa, mediamente, esponenti politici che non si sapeva dove altro piazzare, ininteressati al loro ruolo, inconsapevoli della sua importanza, quasi sempre impazienti di rientrare. E, non solo a destra, si è fatta crescere, per motivi di consenso interno, una opinione pubblica populisticamente anti-europeista (anche se poi, per fortuna, si è pragmatici nel gestirla: anche chi fino a ieri voleva uscire dall’euro si guarda bene anche solo dal ricordarlo).

Oggi, dopo la globalizzazione, sappiamo che la politica estera conta sempre di più. Per il suo impatto sull’economia, la lotta al cambiamento climatico, le politiche energetiche, l’immigrazione, e per le minacce agli equilibri internazionali. E per questioni valoriali (difesa della libertà, della democrazia e di una ragionevole pace) oggi meno ovvie, o più a rischio, di ieri. Eppure se ne parla quasi solo per giustificare posizionamenti interni e per fare polemica spicciola. Lo mostra il tifo sulla Palestina e l’Ucraina. In cui gli uni accusano gli altri, con molte ragioni, di mobilitarsi solo per una causa e non per l’altra: quando basterebbe un po’ di buon senso e un minimo di coerenza per capire che avremmo molti buoni motivi per sostenere entrambe. Mentre di fronte a chi si impegna, in un caso o nell’altro, c’è sempre qualcuno che dice: “e allora il Sudan?”. Come se dirlo, dopo aver controllato su una carta geografica dove si trova e su wikipedia cosa succede, significasse aver fatto qualcosa. E si continua, senza mai fare nulla, con il “dove sono le femministe sull’Iran?” o “cosa dicono gli amici di Trump sul Venezuela o la Groenlandia?”. Si tifa, ci si schiera, si accusano gli altri (senza nemmeno controllare se le accuse hanno un qualche fondamento: le si dà per scontate) ma non si fa sostanzialmente nulla, e poco si osa dire. Pensiamo al silenzio assordante su quanto accade negli Stati Uniti. Ma anche a quanto avviene in altri scenari, come l’Africa. Dove una strategia a parole seria, come il Piano Mattei, resta più una retorica che un investimento (l’impegno economico è modesto), e chi lo sostiene pensa più al controllo dell’immigrazione da vendere al proprio elettorato che a una strategia diplomatica di largo respiro. Ancora una volta, politica interna.

La miopia sulla politica estera, in “ItalyPost”, 20 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-27

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Paradossi dell’autonomismo. Il Trentino alla conquista del Veneto

17/01/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Quante volte l’abbiamo sentito dire, in Veneto: “facciamo come il Trentino-Alto Adige”. Dimenticando che lo statuto speciale delle cinque regioni che ce l’hanno è sancito dall’articolo 116 della costituzione, non se lo sono autoattribuito. Poi, nei territori di confine tra l’una e l’altra regione, lo slogan si è trasformato, ed è diventato: “andiamo in Trentino”. A colpi di referendum locali: celebrati, e quasi sempre vinti, incluso a Cortina, il gioiello della corona, anche se l’obiettivo non è mai stato centrato. Come noto, solo il comune di Sappada ci è riuscito, nel 2017, lo stesso anno della celebrazione del referendum per l’autonomia in Veneto (e Lombardia), impiegandoci peraltro quasi un decennio: e finito in un’altra regione a statuto speciale, il Friuli. Certo, tutti sceglievano in autonomia e per l’autonomia: anche se la sensazione che hanno dato non era tanto quella di voler essere padroni a casa propria, quanto quella di scegliersi un padrone più ricco e forse più generoso. A parole, tutti per l’autonomia per nobili motivi. Nei fatti, spesso, per comprensibilissime ma meno altisonanti questioni di portafoglio. E infatti, come sempre, c’è tanta discussione sul “cosa” (passare a un’altra regione, avere più risorse): molto meno sul “per fare cosa”.

Ora a tornare alla carica sono alcuni esponenti dello storico partito dell’autonomismo (talvolta del separatismo) altoatesino, la SVP, e il governo della regione che più spesso (almeno per metà: la provincia di Bolzano) ha minacciato di andarsene altrove: in Austria. E la storia si ripete. In forme appena diverse. Con le medesime contraddizioni. In fondo, è una nemesi meritata e non tanto sorprendente. Nella regione, il Veneto, che più ha investito sulla retorica dell’autonomia, dove per decenni è bastato dirla, evocarla, per creare rendite politiche di lungo periodo nonostante gli scarsi successi concreti, dove si è sempre evocato, per l’appunto, il “cosa”, spiegando con molto meno approfondimento (e spesso con nessuna contezza), il “come”, “per fare cosa”, con quale preparazione e quale classe dirigente all’uopo formata, pezzi di Veneto, con la stessa logica, si attivano per raggiungerla, ma altrove, con l’appoggio di altri potenti. Che non hanno necessariamente a cuore il benessere di queste aree più di quanto ce l’abbiano i padroni da cui dipendono ora, ma offrono di più, e al limite si propongono con maggiore forza, anche se siamo ancora lontani da una applicazione in scala minore delle modalità trumpiane oggi di attualità sullo scacchiere geopolitico globale. Qui non è neanche un Risiko, quello a cui si sta giocando: semmai una specie di Monopoli, dove la posta in gioco è costruire un albergo in più in Parco della Vittoria, evitando il destino marginale di Vicolo Corto. Forse perché, anche in questo caso, c’è il desiderio dell’autonomia, ma si vede meno l’emergere di una cultura dell’autonomia, con radici profonde, visibile magari altrove, dalla Catalunya alla Scozia, fino – per stare all’attualità – alla Groenlandia. Qualcosa che dia sostanza a recriminazioni che in mancanza d’altro e più solido nutrimento rischiano di rimanere piccole faide di provincia. Fa eccezione, forse, la potenziale riunificazione delle popolazioni ladine. Che a questo punto, più conseguentemente, potrebbero chiedere, sulla base degli stessi presupposti, una propria autonomia, tanto dal Veneto quanto dal Trentino. Giocare con i confini è un gioco senza fine, dato che tutti, ma proprio tutti, sono artificiali, storicamente mobili, precari, in definitiva insensati. Tanto che la partita vera sarebbe costruire logiche che li superino, non che li riproducano in scala sempre più piccola.

Forse, se davvero volessimo pensare in grande, più che ragionare sullo spostamento qui o là, in una regione o nell’altra, dell’uno o dell’altro paese, dovremmo ripensare lo stesso istituto regionale, incluso il senso attuale delle regioni a statuto speciale, per come il loro sviluppo si è configurato (e non pensiamo solo ai vicini Trentino e Friuli: pensiamo a cosa è diventata l’autonomia regionale in Sicilia, come caso estremo, ma anche in Val d’Aosta, per non evocare solo un facile – nella retorica del Nord – bersaglio meridionale). Altrimenti resterà sempre il loro vantaggio competitivo, anche in termini di attrattività per i paesi al di là del loro confine. E, magari, ripensare il regionalismo nel contesto e in prospettiva europea, più che in quello italiano. Questa sì che sarebbe una richiesta seria, per una causa che varrebbe la pena dibattere e animatamente discutere, e su cui far confliggere proposte diverse di ripensamento. Ma, possiamo metterci la mano sul fuoco, non accadrà. Problema troppo vero, e serio. Meglio discutere di piccole cose, tenendo basso il profilo. Piccolo cabotaggio senza grandi ambizioni.

 

La caccia ai comuni di confine, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-4

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Minori e cambio di genere: la vita e la legge

03/01/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Nei giorni scorsi un tribunale, quello di La Spezia, ha accolto la richiesta di rettifica all’anagrafe del cambio di nome per una ragazzina di tredici anni, oggi legalmente maschio. E la cosa ha naturalmente portato con sé una scia di polemiche. Discussioni legittime, utili e opportune: perché è giusto che la società si interroghi su questi processi, e discuta, e dibatta, e si confronti, e confligga, anche in maniera accesa. Partendo da un dato non controvertibile: che la non identificazione tra il proprio sesso biologico e la propria identità di genere, nota oggi come disforia di genere, esiste, ed è riconosciuta come tale. Potremo non capirla, come tante altre cose che riguardano la psiche e il corpo umani, molto prima che la sessualità. Ma c’è, e dal mito greco dell’androgino in avanti è più antica di quello che crediamo: ha molti precedenti storici, e paralleli in altre culture. Non è, insomma, un’invenzione della modernità.

In Italia si calcola che il tema riguardi qualcosa come 400mila persone, forse di più. Tra queste ci sono anche parecchi minori. Perché, sì, spesso, anche se non necessariamente, la disforia si manifesta molto precocemente. Per una ricerca che sto svolgendo ho intervistato persone transgender, cioè che hanno assunto nella loro vita, o vorrebbero assumere, una identità di genere diversa da quella assegnata alla nascita di età variabile tra gli otto e i sessantacinque anni. Già il fatto che ci siano tante persone in età non più verde testimonia che non si tratta di un capriccio passeggero o una moda recente, come molti sostengono. Ma sia tra i più anziani che tra i più giovani, moltissimi testimoniano di un emergere molto precoce, talvolta già intorno ai tre anni, della loro identificazione di genere. E infatti tutti i centri – compreso, in Veneto, il Centro di riferimento regionale per l’incongruenza di genere e il cambio di sesso, assegnato nel 2023 dalla Regione all’ospedale di Padova – hanno in cura, o meglio accompagnano, molti pazienti minorenni. Che, se non seguiti, vivrebbero molte più sofferenze, problemi, sintomi di ansia e disturbi depressivi, con episodi di autolesionismo e tendenze suicidarie, di quelle che invece vivono se possono esplicitare la loro situazione in un contesto peraltro molto professionale e complesso, che include psicologi, neuropsichiatri, endocrinologi, bioeticisti, e supporto legale, oltre naturalmente alle famiglie: nessuna decisione è quindi presa alla leggera, né in fretta, né tanto meno, in solitaria, da un giudice. L’autorizzazione legale è la fine, o meglio una tappa, di un lungo processo, non certo il suo inizio.

Ecco allora che anche la discussione pubblica potrebbe prendere un’altra forma. Non lo scontro ideologico sulla base di valori presunti immodificabili, o peggio di posizionamenti politici aprioristici, quali che siano. Ma l’osservazione e l’analisi onesta, non pregiudiziale, nel concreto del loro manifestarsi, di diversità che nella società, piaccia o meno, esistono, e con cui dobbiamo confrontarci. La differenza, rispetto al passato, è che oggi lo si può dire, mentre in passato era più complicato. Anche se, quasi sempre, ci accorgiamo dell’esistenza di un fenomeno solo quando lo incontriamo personalmente, incarnato in qualcuno che conosciamo (e questo fa tutta la differenza rispetto a chi ne parla solo per sentito dire, o astrattamente).

In questo momento è in discussione un disegno di legge, presentato dal governo, che il parlamento sembra voler licenziare all’inizio dell’anno, che incide precisamente, in maniera restrittiva, sulle modalità con cui i minori potranno accedere a queste procedure, e i cui criteri sono contestati da molte delle società scientifiche coinvolte. Non si può che auspicare che anche lì, anzi soprattutto lì, in parlamento – che per questo è nato: per parlare – si ascoltino tutte le voci: incluse quelle dei diretti interessati, delle loro famiglie, e di chi di queste faccende si occupa professionalmente e nel concreto. In modo che la discussione non sia, lei sì, viziata.

 

La scelta di cambiare genere, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-3

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/01/download-4.jpg 168 300 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-01-03 10:46:202026-01-03 10:46:20Minori e cambio di genere: la vita e la legge

Il Natale degli altri. E il nostro

24/12/2025/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Siamo così abituati a pensare che il Natale sia la festa di tutti, siamo così convinti di essere al centro del mondo al punto che non possa essere altrimenti, che nemmeno ci accorgiamo che non è così, o che perlomeno ci sono vaste periferie in cui l’aria di festa non si sente per niente.

Non è Natale – tecnicamente, proprio – per le minoranze religiose, innanzi tutto: per le quali Cristo non è il Figlio di Dio, e quindi il Gesù storico non è il richiamo fondativo di alcuna religione. Vale per gli ebrei, che hanno semmai appena festeggiato, nel dolore di un attentato, la settimana di Chanukkà, la festa dei lumi e della luce. Vale per i musulmani, che pure riconoscono Gesù come profeta e Maria come sua madre, alla quale è dedicata una delle sure principali del Corano; ma per i quali l’uomo che ha dato il nome a una religione, il cristianesimo, non ha alcuna natura divina: è solo un profeta come molti, seppure più importante di altri. Vale a maggior ragione per tutte le altre religioni concettualmente e anche geograficamente più lontane, almeno come nascita (buddhismo, hinduismo, animismo, sikhismo e infinite altre), per le quali semplicemente questa festa, e la persona cui si richiama, è un costume esotico di popolazioni specifiche. Vale persino per alcuni cristiani, come gli ortodossi: che, seguendo il calendario giuliano e non quello gregoriano, festeggeranno il Natale, sì, ma il 7 di gennaio. A maggior ragione vale per non credenti e miscredenti, atei e agnostici di varia estrazione e opinione: che, tendiamo a dimenticarcelo, in Occidente stanno diventando una silente maggioranza, o per lo meno una sempre più cospicua minoranza. Per costoro il Natale sarà una vacanza, non una festa, un laico periodo di riposo, non una ricorrenza religiosa.

C’è, tuttavia, qualcosa che, almeno da noi, accomuna tutti costoro, credenti, non credenti e diversamente credenti. E non è solo il rituale commerciale dei regali (comunque sempre profondamente relazionale e partecipativo, potente costruttore di legame sociale) e degli acquisti per sé o per la casa (che lo è un po’ meno, ma purtuttavia ci vede mettere al centro, degni di essere onorati, noi stessi: non foss’altro perché ci dà motivo di mettere in secondo piano il lavoro). È qualcosa di più. Un clima collettivo. Un’atmosfera diversa. Un coinvolgimento maggiore. Che, certo, è costruito. Anche a tavolino, come necessario: come quando istituzioni, ma anche imprese, e tanti altri attori sociali, pianificano e ordinano gli addobbi mesi prima. E, nel periodo prenatalizio (dell’Avvento, per l’appunto: di qualcosa che sta per avvenire, ma non da sé – grazie all’impegno di tutti), ci si mette insieme a rendere i luoghi diversi e migliori (strade, scuole, negozi, ecc.), addobbandoli: persino quelli della sofferenza, dagli ospedali alle carceri. Grazie a uno sforzo che si fa insieme, e che coinvolge, almeno passivamente, un po’ tutti: volenti o persino nolenti. Per non parlare del ruolo dei media, che dalla tv alla stampa, dai social network al cinema, ci ricordano che non è un periodo dell’anno come gli altri.

In questo, è effettivamente trasformativo: che è il senso profondo del rituale, anche quando vissuto superficialmente. Dà un’altra forma, e quindi un altro contenuto, al tempo. E spinge alcuni a fare qualcosa in più per gli altri: per far sentire anche agli altri – a chi non ha un granché o forse nulla da festeggiare – che questa atmosfera, magica dopo tutto, perché illuminata e colorata più del solito, riguarda anche loro. Ricordandosene per una volta (collaborando a un pranzo di Natale per chi non ha i mezzi materiali per approntarlo, con una donazione a chi di chi soffre si preoccupa e occupa). O con almeno un pensiero di compartecipazione per quella grande parte di mondo che sta soffrendo la guerra (a Gaza, in Ucraina, in Sudan e in tanti altri altrove), la fame, la malattia, il dolore fisico e emotivo disegnato sul proprio volto o su quello dei propri cari, la disoccupazione, le cose che proprio non girano, il non farcela, il non riuscire a stare a galla. Che è anche più difficile quando gli altri sembrano stare bene, o meglio del solito. Ma che può essere persino un po’ lenito dalle briciole di felicità, dagli scampoli di gentilezza, dalla polvere di festa, dall’atmosfera un po’ più gioiosa che in fondo finiamo per respirare. Uno dei rari casi in cui il fumo passivo – il percepire senza essere causa – può persino fare bene.

 

Il valore di questo Natale, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 dicembre 2025, editoriale, pp. 1-3

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png 0 0 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2025-12-24 09:05:362025-12-24 09:25:35Il Natale degli altri. E il nostro

Educazione affettiva e sessuale: i limiti (e gli errori) del disegno di legge Valditara

09/12/2025/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Il disegno di legge sull’educazione affettiva e sessuale voluto dalla maggioranza e dal ministro Valditara (per ora approvato dalla camera, ma ancora emendabile al senato) non risolve il problema che dovrebbe affrontare: lo crea.

L’educazione affettiva e sessuale è considerata utile, anzi indispensabile, al punto che interviene il parlamento e se ne fa una legge che ne delimita i confini? Bene. Se l’educazione sessuo-affettiva serve, e serve, serve per tutti: se ne faccia una materia di studio obbligatoria. O, se non si ha il coraggio di intervenire, perché di questo si tratta, la si lasci – in base al principio di sussidiarietà – all’autonomia delle scuole, che conoscono meglio di altri la situazione sociale e educativa in cui sono inserite, e i bisogni educativi dei propri studenti, e possono utilizzare le risorse presenti sul territorio. Invece no: niente iniziativa dall’alto, ma pure gabbie, paletti e divieti su quanto proviene dal basso. Non solo non diventa materia di studio obbligatoria (e siamo uno dei pochi paesi europei in questa situazione: c’è solo un accenno all’educazione alle relazioni e al rispetto nell’ambito del programma di educazione civica – e ci mancherebbe altro, viene da dire). Ci vuole pure il consenso informato, preventivo e scritto dei genitori, per parlarne nelle attività extracurriculari che tappano il buco presente in quelle curriculari. Ora: il problema, e il rischio, diremmo la probabilità, è che chi è contrario sia precisamente chi ne ha più bisogno, ma ne ha meno contezza.

Chi combatte contro l’insegnamento dell’educazione affettiva e sessuale dice di combattere contro una ideologia gender che esiste solo come argomento fantoccio (persino il ministro parla di “cosiddette teorie gender”). La vera, sostanziale, diffusa (e, lo vediamo dai suoi effetti, quella sì potente) ideologia gender è quella che usa il suo nemico retorico per affermare che non c’è bisogno di parlare di questi argomenti o, peggio, pretende di controllarne e censurarne i contenuti nei rari casi in cui – Dio non voglia – se ne parla. La si lasci, si dice, alle famiglie: il che significa, spesso, al silenzio, al non detto. Il problema, purtroppo, in questo come in altri casi, non è l’ideologia sul genere, ma l’ideologia in genere: quella che fa affrontare i temi per prese di posizione ideologiche, appunto, per schieramenti precostituiti, anziché darsi il tempo di un’analisi pacata, pragmatica e seria, che pure il tema richiederebbe.

Il problema non è dare ai genitori i mezzi per tutelare i figli dalla educazione sessuo-affettiva, ma semmai, idealmente, sarebbe coinvolgere anche i genitori nella sua erogazione, ma come utenti, dato che spesso hanno bisogno di saperne quanto e più dei loro figli, anche perché costretti a affrontare sfide diverse – a partire da quelle provenienti dalla diffusione delle tecnologie e dei social – che in passato non esistevano e a cui non sono preparati.

L’idea che le famiglie debbano esprimere un consenso preventivo e scritto, senza il quale l’esclusione dei figli sarà automatica, finirà inoltre per favorire l’incomprensione proprio dei genitori meno attenti o più deprivati, autoctoni e immigrati (e a proposito: in caso di genitori, magari separati, con opinioni opposte che si fa – si tira a sorte?). Che debbano pure visionare i materiali in anticipo non potrà che produrre censura, dato che c’è chi si opporrebbe anche solo a un disegnino stilizzato degli organi genitali. Il tutto, peraltro, in nome di un’alleanza scuola-famiglia che dimentica totalmente la centralità dei diretti interessati: gli studenti, e il loro diritto/dovere a saperne di più. E che, nel nome dell’interesse (o delle paure) delle famiglie dimentica del tutto l’interesse della società, che soffre le conseguenze, spesso drammatiche, della mancanza di educazione sessuo-affettiva. Peccato, perché la società civile è più avanti, e nelle scuole già ci va, grazie all’attivismo di tante organizzazioni, come la benemerita Fondazione voluta da Gino Cecchettin, dedicata alla figlia Giulia. Che, audito in commissione, ha detto l’opposto di quello che prevede il disegno di legge. Inascoltato.

P.S. Il disegno di legge prevede pure l’obbligo di attività alternative (e sappiamo dall’esperienza dell’ora di religione come andrà a finire). Il rischio è che si stanchino anche le scuole, sapendo che per proporre una iniziativa dovranno organizzarne due.

 

Perché è sbagliata la legge sull’educazione affettiva, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 9 dicembre 2025, editoriale, pp. 1-9

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png 0 0 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2025-12-09 11:12:162025-12-09 11:12:16Educazione affettiva e sessuale: i limiti (e gli errori) del disegno di legge Valditara

La speranza e il futuro

04/12/2025/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Interviste / Interviews /da Augusta

giovedì 4 Dicembre 2025

E se è una femmina si chiamerà Futura

La speranza nasce quando si accettano le ferite e si dà una possibilità al futuro. I giovani lo hanno capito più dei grandi
Donatella Gasperi

collaboratrice

Futuro. Parola complessa, ricca, totalizzante. Da qualsiasi lato la prendi può avere un significato diverso, eppure è una. Il futuro è il tempo che deve ancora venire, indica un’ipotesi o un’incertezza, spesso speranza.
«In questo periodo pensiamo meno al futuro. Lo vediamo con preoccupazione e investiamo meno: facciamo meno figli e la propensione al risparmio è diminuita anche perché gli anziani risparmiano molto meno sia perché la vita si è allungata e spendono – perché la gratificazione sta nel presente – sia perché si crede meno nei discorsi che pongono la gratificazione nel futuro e oltre – ci spiega il sociologo Stefano Allievi – Perché questo accade? Da una parte certo c’è il consumismo e il desiderio di gratificazione immediata, ma dall’altra c’è una grossa preoccupazione a partire dalla domanda cruciale “ci sarà un futuro?” che io trovo molto presente tra le giovani generazioni per le quali la scelta di non fare figli non è legata al desiderio di  gratificazione. Le generazioni più anziane invece, quelle che sono andate o stanno per andare in pensione, sono in assoluto le più privilegiate della storia e per loro il futuro conta poco. I giovani quindi votano sempre meno perché sono sfiduciati, vivono il problema ambientale in maniera molto seria, sono una generazione molto più sobria di quello che si pensa, che va all’essenziale e per questo si preoccupano. Oggi convivono anche con la guerra, una minaccia che sembrava sparita dall’orizzonte europeo».
A maggior ragione quindi, sostiene Allievi, oggi ci si dovrebbe occupare di futuro perché questo è a rischio e sono a rischio anche valori fondamentali che abbiamo sempre dato per scontati come libertà e democrazia, valori che anche da noi sono sotto minaccia: «Questo rischio ci fa capire perché ci sono meno proiezioni sul futuro e anche perché qualcuno non creda più che ci sia un futuro; non a caso molta fiction lo immagina catastrofico, apocalittico. Io sono colpito dalla leggerezza con cui gli adulti non si occupano di futuro, dalla loro irresponsabilità. Sappiamo che la Terra non è in grado di reggere, che in un mondo limitato non ci può essere un consumo illimitato. Eppure continuiamo a consumare senza considerare i costi globali. La vita non è solo produzione, ma è anche gratificazione, gioco. Quelli che riflettono sul futuro e lo traducono in cognizione, in messaggio – intendo l’arte e, in certa misura, la scienza, ci avvisano di quello che sta accadendo. Invece constatiamo un’irresponsabilità nei confronti di natura e giovani che è spaventosa».

Gli anziani sono un interlocutore economico molto “coccolato”: si vendono più pannoloni che pannolini. E sono un interlocutore molto “coccolato” anche sul piano politico perché votano, ma «in una società complessa non si può dire che questa va in una sola direzione – continua Allievi – Dal mio osservatorio dell’Università di Padova vedo nei giovani un livello di consapevolezza che non drammatizza e non accusa le generazioni precedenti che invece se lo meriterebbero, perché il futuro che si sono conquistati gli adulti lo stanno facendo pagare ai più giovani e lo fanno con un egoismo generazionale visibile: non sono inconsapevoli, ma scelgono la loro sicurezza. Sono molto fiducioso sulle giovani generazioni: meno male che ci sono loro, perché noi corriamo velocissimi verso il precipizio».
Allievi pensa, invece, che i nonni così preziosi possano cambiare atteggiamento: «Proviamo a prenderci cura dell’ambiente non solo dei nipotini. Oggi il nostro prossimo è lontano, ma noi abbiamo bisogno degli altri, eppure la metà della popolazione vive da sola. L’Istat ha coniato il neologismo “famiglie unipersonali” e questa solitudine cambia il mondo, ma il mondo è cambiato quando siamo diventati la società dei figli unici: cosa significa fratellanza per qualcuno che non ha mai avuto un fratello?».

E se è una femmina si chiamerà Futura, in “La difesa del popolo”, 5 dicembre 2025 (intervista)

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2025/12/download-2.jpg 157 321 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2025-12-04 17:55:382025-12-04 17:55:38La speranza e il futuro

Elezioni in Veneto e astensionismo. Quando anche chi vince è in minoranza

28/11/2025/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Politica / Politics /da Augusta

Il vincitore delle elezioni, in Veneto, più previsto di così non poteva essere. Sarebbe stato più prevedibile solo se fosse stato Luca Zaia in persona. Che in effetti si è ri-presentato e ha ri-vinto, seppure in un ruolo diverso. E tuttavia, si tratta di una vittoria ridimensionata dalla partecipazione minoritaria della popolazione. Che, è vero, sarà stata accentuata dalla prevedibilità del risultato. E che, è altrettanto vero, è un dato nazionale: ma ovunque misura la distanza della politica dal territorio e dalla sua popolazione (e viceversa), non la vicinanza, spesso in queste lande rivendicata come un dato.

Nella fattispecie, in Veneto, misura anche un crollo di consenso proprio da parte del popolo di centrodestra, visto che il centrosinistra invece i voti li ha aumentati: l’elettorato in qualche modo ha punito, standosene a casa, il governo regionale uscente, nonostante, nel racconto edulcorato della politica, nessuno lo voglia ammettere. Di fatto, chi non vota, vota con i piedi, andandosene altrove, come si diceva una volta degli emigranti (che peraltro, in regione, sono in aumento: e anche questo vorrà dire qualcosa). Non si spiega altrimenti che in cifra assoluta (che misura le tendenze molto meglio delle percentuali), il centrodestra, nonostante l’obiettivo effetto trascinamento, per la Lega, della presenza di Luca Zaia, capolista in ogni circoscrizione, che ha portato a casa 200mila preferenze, abbia perso sostanzialmente un terzo dei suoi elettori (meno 600mila rispetto al 2020), perdendo, con i voti, anche un buon numero di consiglieri. Voti, certo, persi anche verso una destra ancora più radicale, con la lista di Szumski che porta a casa 80mila voti e due consiglieri; ma anche, molto più significativamente, verso l’astensionismo. Un voto di protesta tutto interno alla medesima area, insomma, che non si è travasato, se non in misura minore, verso il centro sinistra.

Un calo della partecipazione al voto come quello evidenziato significa che Stefani ha l’appoggio esplicito non del 64% degli elettori (elettori, non cittadini), 6 su 10, che sarebbe comunque la maggioranza, ma di una netta minoranza: praticamente solo un quarto del corpo elettorale. E il suo sfidante, Manildo, ha l’appoggio solo della metà degli elettori di Stefani. Certo, non cambierà nulla, dato che il numero di posti da spartirsi sarà lo stesso, sia in consiglio regionale che nel governo e nel sottogoverno della regione. Per i partiti, in fondo, è quasi meglio così, all’atto pratico: meno pubblicità e meno concorrenza nella spartizione. Il che fa rispolverare l’opinione sollevata occasionalmente anche da qualche politologo, e per nulla populista, per cui la rappresentanza (nel concreto: i posti) dovrebbe in certa misura essere proporzionale al numero dei votanti, e quindi scendere se scendono questi ultimi. È probabile che allora sì che i partiti si darebbero da fare per coinvolgere maggiormente l’elettorato e i cittadini, e la politica tornerebbe nella concretezza dei problemi pratici e dei territori – tra la gente, come si ama dire.

Quello che non sappiamo – avendo comunque vinto il candidato espresso dal partito che aveva vinto la volta scorsa (e le precedenti) – è se ha vinto la continuità, oppure la novità. Stefani è giovane, si è presentato con un programma che sembrava scritto da un leader dell’opposizione, tanto è diverso il Veneto che descrive e immagina da quello che ci lasciamo alle spalle. E promette novità: il che è un bene. L’età è dalla sua, e farebbe ben sperare. Le promesse anche: da quella di scegliere assessori di qualità (ma l’abbiamo già sentita: certo, sarebbe un segnale se qualcuno fosse esterno ai partiti e davvero esperto di qualcosa) a quella di una maggiore attenzione al sociale, con un assessorato dedicato, fino all’attenzione promessa alla questione demografica: tragica, ma finora trascurata. Degno di nota anche il richiamo a una comunità solidale come obiettivo da raggiungere. Il che significa ammettere che finora non lo è stata abbastanza. Ma anche che si può fare di più per raggiungere questo risultato.

 

Stefani, la comunità solidale e il Veneto che ci aspetta, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 28 novembre 2025, editoriale, pp. 1-3

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2025/11/download-6.jpg 264 191 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2025-11-28 08:28:592025-11-28 08:28:59Elezioni in Veneto e astensionismo. Quando anche chi vince è in minoranza
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Stefano Allievi

E’ autore di oltre un centinaio di pubblicazioni in vari paesi e di numerosi articoli e interviste su dibattiti di attualità. Suoi testi sono stati tradotti in varie lingue europee, in arabo e in turco.

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