Femminicidi: un dramma per le donne, un problema degli uomini

La natura simbolica del reale sa trovare coincidenze devastanti. Come i due femminicidi che hanno segnato la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, celebrata ieri. Tragica postilla a un atto dovuto. Il graffio offensivo della cronaca al tentativo di modificare la storia. Che rende questo tentativo ancora più necessario: e urgente.

Che troppe donne subiscano violenza, è un’evidenza che non avrebbe bisogno di essere sottolineata. Che la subiscano perché e in quanto donne, e dagli uomini perché e in quanto tali, va invece ribadito. Le donne lo denunciano, i dati lo confermano. Non si può più fare finta che il femminicidio non esista. E che non sia un problema. Non un’invenzione della modernità: c’era anche prima, ha una storia lunga quanto la storia. Ma, certamente, un suo limite: alla capacità di cambiamento della storia. Così come non si può non ricordare che gran parte dei femminicidi avviene per mano di un partner o di un familiare: marito assassino o padre padrone, il più delle volte, ma anche da parte di fratelli e di figli, che sanciscono con la violenza l’ordine maschile delle cose, e della famiglia in particolare.

Difficile non notare che questo dramma sociale è figlio di un problema culturale. Che c’entra con la definizione del ruolo del maschio (non dell’uomo: del maschio) nelle società contemporanee. La modernità ha messo in crisi la sua centralità: ha liberato le donne dal giogo del dominio maschile, dando loro – grazie alle loro lotte e alle loro conquiste: l’emancipazione non è stata un regalo – un potere che prima era loro negato. Di scelta, di autodeterminazione, di appropriazione di spazi e ruoli, di creazione di nuovi mondi e modi di relazionarsi. Con gli uomini, ma anche a prescindere da essi. Una parte degli uomini ha saputo cogliere le opportunità di questa trasformazione, da cui ha tutto da guadagnare. Una parte invece – e non importa se moderni o progressisti, o al contrario tradizionalisti e in cerca di motivazioni religiose – proprio non ci riesce. La vera molla è ancora quella dell’ordine patriarcale considerato come un dato, inamovibile: trasversalmente rispetto a opinioni, credenze, livello di istruzione, classe sociale. Il mondo è diventato copernicano. Troppi uomini sono rimasti tolemaici: non riescono a vedere al centro nient’altro che se stessi. Ed è la scoperta che possa non essere così che li trasforma – talvolta – in assassini senza alcuna attenuante né giustificazione. L’inconsapevolezza è un’aggravante, semmai.

Stupisce che i maschi non ci arrivino. Che non capiscano che sarebbe anche un loro vantaggio e una loro vittoria superare l’idea di donna che ancora passa negli spogliatoi e nelle chiacchiere da intervallo scolastico o da pausa caffè, che pochi sanno rintuzzare e respingere. Che non sappiano superare un’idea di proprietà individuale, di possesso esclusivo, di gelosia ossessiva, che non ha nulla a che fare con la gratificazione e men che meno con l’amore, che si trova solo nella condivisione e nella relazione autenticamente paritaria. Che il problema sia ancora l’esercizio di un potere, per quanto risibile. Stupisce infine che alcuni non vogliano e dunque non sappiano rendersi conto del fatto che il problema sta soprattutto nel non riconoscerlo, il problema, al punto di non accettare la sua esistenza. E quindi nell’incapacità di chiedere aiuto: alla donna, magari.

Se il correlativo al maschile del femminicidio non esiste, qualcosa deve pur significare. C’è un problema di maggiore tutela delle donne, quindi: specie quando si tratta di aiutarle a denunciare le violenze e a proteggerle una volta fattolo. E troppe volte la società non è stata capace di fare nemmeno questo. Ma i femminicidi sono questione degli uomini. Perché sono loro a compierli. E su di loro bisogna dunque lavorare. Con un lavoro di prevenzione che è eminentemente culturale. È la cultura buona a sconfiggere quella cattiva. È l’educazione ai sentimenti e alla condivisione che sconfigge l’ineducazione del possesso egoistico. Sarà un lavoro lungo. Ma necessario. E persino entusiasmante. Che deve cominciare onorando le vittime. E chiedendo scusa.

 

 

Femminicidi. L’oltraggio dell’uomo tolemaico, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 26 novembre 2020, editoriale, p.1

Perché la scuola non interessa a nessuno

Perché, a differenza che negli altri paesi europei, in caso di lockdown, la scuola è sempre la prima a chiudere e l’ultima a riaprire? Perché, apparentemente, agli italiani – o, almeno, ai governi di ogni livello territoriale – la cosa sembra non interessare? Le risposte sono molte. E sono istruttive su come funziona, o disfunziona, il paese.

Intanto, chiudere le scuole è la risposta semplice e immediata a un problema più complesso ma non irrisolvibile: la gestione dei trasporti. L’abbiamo già visto: le scuole sono in sé piuttosto sicure (perché hanno lavorato per esserlo), i viaggi da e verso di esse per nulla. Chiudere le scuole ha consentito di continuare a non approntare un piano trasporti che non c’era alla riapertura e continua a non esserci adesso. Perché lavorare, prepararsi, gestire, organizzare? Fatica sprecata: si fa prima a chiudere… Come se fosse una catastrofe naturale, invece che una responsabilità politica che travolge ogni livello di governo: nazionale, regionale, locale.

Dietro questa abdicazione, di cui sorprendentemente nessuno chiede conto, ci sono ragioni profonde, che portano a responsabilità culturali e sociali, non solo politiche, diffuse.

Una società poco meritocratica, e per questo ingiusta, per definizione investe poco sull’istruzione, che è il meccanismo più democratico per aumentare la mobilità sociale: da noi drammaticamente scarsa, in un paese in cui tuttora la metà degli architetti, dei medici, dei notai, e d’altro canto degli operai, è figlia di genitori con lo stesso mestiere. Ma non c’è nemmeno la percezione della sua utilità economica. Non si spiega altrimenti come mai l’istruzione non sia la priorità principale, in un paese che ha la metà dei laureati e il doppio degli analfabeti funzionali (ben il 30%, un cittadino su tre!) della media europea: dove gli investimenti in ricerca e sviluppo sono scarsi, e gli interventi strategici sulla knowledge economy (quella più ricca, che paga salari più alti, con ricadute maggiori sul futuro delle città e della società) lasciati alle imprese anziché accompagnati dalla mano pubblica e da una visione d’insieme.

C’è poi un problema culturale di lungo periodo. Una società paternalista e culturalmente maschilista, in cui i decisori pubblici sono ancora in maggioranza uomini, si pone malvolentieri un problema che li riguarda poco: conciliare i tempi dell’accudimento della prole e quelli del lavoro. Con il risultato che il prezzo maggiore della chiusura delle scuole, in termini di perdita di occupazione, di difficoltà familiari e di aumento del carico lavorativo domestico, lo hanno pagato e continuano a pagarlo le donne: facendo fare passi indietro non solo all’occupazione femminile, ma anche al sistema di diritti conquistato in questi decenni.

Arriviamo così alla fine del ragionamento. Le scuole sono state lasciate sole. Si è investito un po’ di denaro (non abbastanza, in confronto a quello buttato in politiche meramente assistenzialistiche: la sola Alitalia ha ricevuto molto di più di tutta la scuola italiana), qualche cosa gli istituti scolastici sono riusciti a fare in termini di adeguamento delle strutture, molto meno in termini di formazione dei docenti, che hanno fatto in gran parte da soli, e si è fatto zero a valle, a sostegno dei diritti delle famiglie e degli studenti più poveri e fragili, lasciati senza supporti informatici, senza banda gratuita, senza luoghi e momenti di accompagnamento scolastico, senza doposcuola, senza niente di niente (altro settore in cui le responsabilità coinvolgono anche regioni ed enti locali, ciò che spiega il silenzio delle istituzioni: il poco che si è fatto è soprattutto merito del volontariato e del terzo settore). E ancora non c’è traccia di un qualche piano B, almeno per l’immediato futuro: accorciare le vacanze natalizie in arrivo e organizzare corsi di recupero per quelli che hanno potuto seguire la didattica a distanza poco e male, attivare aiuti alle famiglie cospicui (non solo denaro e strumenti, ma formazione), formare vecchi e nuovi docenti alle nuove metodologie d’insegnamento (e non solo alle nuove tecnologie), ecc. E lavorare per organizzare il futuro, non solo tamponare il presente in attesa di un vaccino che, se tutto va bene, arriverà a tutta la popolazione ad anno scolastico terminato, quando il danno alle generazioni più giovani – irreversibile – sarà ormai fatto.

 

 

Scuola, colpevoli impuniti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 novembre 2020, editoriale, p. 1

Le aporie dell’integrazione. Immigrazione e società

Il processo di integrazione è come un matrimonio: funziona solo se lo si vuole in due, se i due potenziali contraenti sono d’accordo, e ci mettono volontà, risorse e, naturalmente, desiderio. Se tali presupposti non sussistono, o coinvolgono solo uno dei due, è evidente che avrà meno possibilità e probabilità di successo, o sarà una potenzialità inespressa, quando non la malriuscita caricatura di un modello ideale.

Il problema è visibile da entrambi i lati. Chi arriva da un altrove qualsiasi in un nuovo contesto si suppone che l’abbia desiderato: tanto più, quanto più alti sono i sacrifici sostenuti per raggiungere l’obiettivo. È ciò che spiegava, nello studio delle migrazioni del passato, quella che si chiamava socializzazione anticipatoria: il prepararsi e l’adattarsi in anticipo, prima ancora della partenza, alla nuova realtà, alla sua cultura (almeno per come la si era immaginata, fondata o meno che fosse l’immagine), adottandone le forme esteriori, studiandone la lingua. Questa propensione viene spesso data per scontata, ma non lo è necessariamente: perché spesso i push factors, i fattori di espulsione, hanno una tale carica di forza drammatica che prevalgono sui pull factors, i fattori di attrazione; perché può capitare di voler tentare la fortuna purchessia, in un altrove qualsiasi (capita anche tra i nostri emigranti); perché oggi, dopo tutto, lo stesso peso statistico degli immigrati, il consolidarsi di comunità che consentono meccanismi di riproduzione culturale (una volta si parlava di soglia etnica, ma anche linguistica, religiosa…), e la crescente apertura anche legislativa alla pluralità (nonostante l’esistenza di visibili dinamiche in senso contrario), offrono maggiori possibilità di non cambiare, e di ridurre le necessità di relazione con la società circostante; perché, infine, si può cercare di voler minimizzare i costi già alti dell’emigrazione rimanendo (illusoriamente) il più possibile uguali a se stessi, cercando di trapiantare nella nuova realtà il proprio mondo culturale di origine (come fanno parte delle prime generazioni, vivendo per così dire con la testa voltata all’indietro), cercando di tramandarlo tale e quale (anche qui illusoriamente) alle nuove generazioni: investendo poco nella nuova realtà anche nella convinzione di un rapido ritorno, che raramente poi avviene (il mito del ritorno, non a caso). Detto questo, da parte degli immigrati, prevalgono forti dinamiche di integrazione, e si attivano strategie per raggiungerla, per quanto talvolta ingenue e precarie: non foss’altro perché ne va della riuscita del progetto migratorio, e spesso della stessa sopravvivenza di individui e famiglie.

E da parte della società di arrivo, invece? Perché anche questa gioca un ruolo decisivo. Non si può chiedere, e talvolta pretendere, una piena integrazione, se poi non si attivano politiche per raggiungerla: che presuppongono la convinzione di volerlo fare, se non per amore almeno per interesse (una componente che – a dispetto del silenzio che avvolge questa dimensione – è tuttora legittimamente presente anche nei matrimoni), e quindi il dispiegamento delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo. Tanto meno si può pensare di ottenere l’integrazione facendo di tutto (a cominciare dalla diffusione di un linguaggio alterizzante che la rifiuta per principio) per ostacolarla: una tendenza fortemente presente e talvolta prevalente nei discorsi veicolati nello spazio pubblico, dalla politica che maggiormente si concentra su questo tema, e dai media che si attivano anche in proprio (come ho provato a mostrare in S. Allievi, Immigrazione. Cambiare tutto, Laterza, 2018).

L’integrazione è multidimensionale, riguarda ambiti diversi (dalla scuola al lavoro, dalla famiglia alla cultura o allo sport), e si pratica a differenti livelli: ha una dimensione individuale (in negativo e in positivo: non subire discriminazioni, attivare azioni di empowerment), e una collettiva, anch’essa in chiave sia negativa che positiva. Presuppone riconoscimento delle specificità, ma al contempo una normativa di riferimento universalistica.

L’elemento socio-economico dell’integrazione non è meno importante di quello culturale (quello su cui maggiormente si attiva il conflitto esplicito: si pensi alle discussioni intorno all’islam, spesso diventato tout court un sostituto discorsivo dell’alterità culturale), ma non lo è necessariamente di più, anche se è quello più facilmente individuabile perché comune a tutti i soggetti deboli (non solo immigrati). Motivo per cui l’integrazione socio-economica dovrebbe essere anche la più facile da rivendicare, dato che si applica a un numero molto più ampio di soggetti: include gli immigrati (non tutti, naturalmente), ma non si limita ad essi. Ma la capacità di affrontare questi temi presuppone competenze più larghe, non sempre disponibili ai soggetti interessati e nemmeno all’associazionismo di supporto. Incidentalmente, è il motivo per cui, nel mio ultimo lavoro – La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ce la può fare, Laterza, 2020 – ho voluto affrontare il tema dell’immigrazione insieme a quello della demografia, dell’emigrazione, dell’istruzione e del lavoro, insistendo sulle connessioni tra questi temi più che sulle loro specificità. Se vogliamo parlare seriamente di integrazione, e ottenere risultati migliori, dobbiamo allargare lo sguardo, non focalizzarlo e per così dire specificizzarlo, fisiologizzarlo in un più ampio discorso sulle diseguaglianze (di questo, in definitiva, si tratta) per evitare che venga da altri patologizzato.

Va tuttavia osservato che l’integrazione è un processo sociale lungo, dotato di logiche proprie, abbastanza forti anche se non inesorabili (niente, del resto, lo è). Va quindi avanti anche a dispetto di un clima e dinamiche non favorevoli, o addirittura volte a ostacolarlo: sarebbe meglio aiutarlo e accelerarlo grazie a (iniziative pensate per favorirla), ma funziona pure nonostante (iniziative in senso contrario). Pensiamo – oltre al mondo del lavoro, naturalmente – anche al ruolo straordinario, nella sua normalità, che ha la scuola, grazie a una tradizione di inclusione che è dopo tutto parte del suo DNA, del suo corredo di base, per come è stato inteso fin dagli albori della scuola pubblica e dell’istruzione universale. Ma pensiamo anche all’integrazione che passa attraverso l’aspetto che potremmo chiamare ‘giurisprudenziale’: nasce sempre da conflitti specifici (è il motivo per cui si va in giudizio), ma in qualche modo, assorbendoli, li risolve; e anche quando la legge va nel senso opposto della discriminazione, è capace di intervenire vincolandola ai suoi limiti costituzionali, dopo tutto molto ‘larghi’ relativamente alle dinamiche di inclusione. O, infine, pensiamo alle logiche sociali di mixité, non solo matrimoniali, e più genericamente socio-culturali: potentissime nell’innescare dinamiche di integrazione per così dire reciproca. Cambiano gli immigrati, infatti; ma cambia anche, a seguito della loro presenza, la società.

 

 

Ho scritto questo testo come Editoriale per la sezione su “Integrazione e pari diritti” del Dossier Statistico Immigrazione 2020 a cura del Centro Studi e Ricerche IDOS, in collaborazione con il Centro Studi Confronti. La versione che precede è lievemente più lunga di quella pubblicata nel Dossier.

“Le aporie dell’integrazione”, in Dossier Statistico Immigrazione 2020, IDOS, p. 179-180

“Come si cambia, per non morire…”. Il paradigma evolutivo e l’economia.

L’evoluzione è il prodotto dei caratteri che si trasmettono ereditariamente alle generazioni successive. Nella società, nell’economia, e quindi nell’impresa, la interpretiamo come la dinamica all’incrocio tra continuità e mutamento. Dove quest’ultimo è cruciale: quasi fosse anch’esso parte del patrimonio genetico, inscritto da qualche parte nella doppia elica del vivere sociale.

L’immutabilità della specie non solo non esiste – e non è mai esistita, anche se l’hanno postulata tanto le religioni che la filosofia greca classica – ma sarebbe controproducente. Nella società, nell’economia, e nell’impresa, è ancora più evidente: non ci sarebbe sviluppo, progresso, o anche solo innovazione, senza un mutamento che non è solo dovuto all’interazione con l’ambiente circostante, ma ha anche caratteri che in qualche modo potremmo chiamare genetici, perché incidono sui suoi elementi costitutivi trasmissibili.

Non è un caso che si sia tentato spesso di applicare all’economia il paradigma evoluzionista. La lotta per la vita, il vantaggio riproduttivo (il maggiore successo di alcuni nei processi di filiazione e diffusione), la capacità di adattamento, la selezione naturale, con la sopravvivenza del più forte (o, più correttamente, del più adatto, del più resiliente, del più innovativo). Certo, bisogna distinguere tra caratteri acquisiti ed ereditari: e in economia e nell’impresa è più difficile che in natura. Il mutamento è spesso solo una reazione alle modificazioni nell’ambiente. Ma ci sono periodi – quelli delle varie rivoluzioni industriali, ad esempio – in cui assistiamo a delle vere e proprie mutazioni genetiche (non di rado frutto di un qualche tipo di incroci, storicamente più spesso benefici che negativi) che inducono una modificazione stabile ed ereditabile di quello che potremmo chiamare il patrimonio genetico dell’impresa. Sono i periodi in cui compaiono anche nuove specie, che magari all’inizio sembrano uno scherzo dell’evoluzione, come nell’esempio paradigmatico dell’ornitorinco, una collezione di stranezze che va dal becco d’anatra su un corpo di lontra, alla condizione di unico mammifero che depone le uova e poi allatta i suoi cuccioli (oggi sono forse ornitorinchi i grandi monopoli tecnologici che sono emersi dallo sviluppo estremo dell’economia di mercato). Sono i periodi in cui si determina un vero e proprio salto evolutivo: tanto che mancano anelli di congiunzione con la specie precedente a spiegarlo. Accade, semplicemente: e, dopo, niente è più come prima, e una nuova specie occupa un habitat dove prima era assente, e si diffonde. Un po’ come lo spillover che abbiamo imparato a conoscere a seguito del Covid: il salto improvviso da una specie all’altra di un virus – ma con conseguenze non necessariamente distruttive (del resto, per il virus, non lo sono: al contrario, costituiscono un successo evolutivo, che determina appunto la sua maggiore diffusione). O il salto quantico (salto in quanto repentino, senza stadi intermedi): quando un elettrone in orbita intorno a un atomo, colpito da un fotone (dalla luce), ‘salta’ improvvisamente in un’orbita diversa, con un diverso livello di energia. È interessante che per la fisica classica, basata su grandezze continue, questo fenomeno non sia prevedibile. Alla luce di queste scoperte, forse anche l’economia classica ha bisogno di qualche aggiornamento.

Non sappiamo dove ci porterà il salto evolutivo che probabilmente è in corso, né quale sia il nuovo mondo in cui potremmo essere proiettati, anche se ne intravediamo le probabili maggiori implicazioni in settori che vanno dall’intelligenza artificiale alle biotecnologie, dalla creazione di mondi artificiali all’esplorazione di mondi lontani, fino – nella direzione opposta – allo sviluppo di nuove consapevolezze interiori, e dunque differenti modalità anche di relazione sociale.

Quello che vagamente percepiamo, al contempo con terrore e curiosità, consapevoli dei rischi ma anche curiosi di conoscerne le implicazioni, è che sta per cambiare – di nuovo – tutto. E in ogni ambito, anche nel lavoro e nell’impresa, forse la vera nuova consapevolezza starà nell’essere il cambiamento, e non solo nell’osservarlo o nel produrlo. Più facile a dirsi, naturalmente…

 

Un’evoluzione che ci chiede di essere il cambiamento, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 9 novembre 2020, rubrica “Le parole del Nordest”, p. 3

Vivere senza carcere: si può?

Può una società vivere senza carcere? È interessante che questa sia una delle tipiche domande che non ci poniamo. Le diamo per scontate. Come facciamo spesso, in questa società analgesica, che il male e il dolore non li vuole vedere, ci siamo limitati a spostarlo fuori città, come tutte le funzioni infette: occhio non vede, cuore non duole. Ma, ovviamente, non è la soluzione, né la risposta a domande scomode come: quanto è efficace, rispetto alla funzione che gli si attribuisce? e quale è veramente la sua funzione?

Ufficialmente, le funzioni dichiarate sono quella preventiva e di deterrenza (ribadire la norma e la sua sacralità a fronte della sua violazione), la somministrazione della pena (da cui penitenziario), e la riabilitazione. Ma poi scopri che chi va in carcere, troppo spesso ci torna, da recidivo non pentito: cioè vìola nuovamente la norma. Che tra chi va in comunità e affronta pene alternative alla detenzione, che costano infinitamente meno delle carceri, la recidiva è molto più bassa. Che troppa gente ci va in attesa di giudizio anziché per scontarlo. E, infine, che il carcere è sempre più abitato, ma solo per alcune categorie di persone. I prigionieri (da prehensus: preso), i reclusi, i ‘chiusi dentro’ (questo del resto significa carcere: recinto) sono sempre quelli. Come diceva Goffman, c’è “un solo tipo di uomo che non deve mai arrossire”, e che può sperare, nel corso della sua vita, di non finire in galera, e costui “è il giovane, sposato, bianco, abitante nei centri urbani, proveniente dagli Stati del Nord [da noi, senza modifiche geografiche, le Regioni], eterosessuale, protestante [da noi, ovviamente, cattolico], padre, con istruzione universitaria, un buon impiego, una bella carnagione, giusto peso e altezza e dedito a vari sport”. Una società ingiusta in radice: perché si riproduce così, oltre tutto, di generazione in generazione.

In origine erano case di lavoro, ‘lavori forzati’ (mentre oggi, paradossalmente, le occasioni di lavoro sono un raro miraggio), di cui si supponeva una funzione educativa, o quanto meno socialmente utile, correttiva (non a caso quelli per minori si chiamavano anche correzionali, o riformatori, perché dovevano dare nuova forma alle persone). Nel corso della sua storia, dopo tutto relativamente recente, si è posto l’accento, oltre che sulla sua funzione punitiva e repressiva, e su quella preventiva e di deterrenza, anche su quella rieducativa, riabilitativa (negli anni, con pietosa menzogna sociale, l’accento è stato sempre più messo sulle ultime, anche se continuavano a prevalere le prime). Ma ora che prevale la funzione immobilizzativa, priva di qualsiasi utilità individuale e di risvolto sociale, un mero parcheggio umano, a che cosa serve?

Per alcuni svolge un ruolo o quanto meno consente una funzione di re-interrogazione su di sé, un comprendere che c’è o dovrebbe esserci un ordine sociale, che chi l’ha sconvolto deve essere punito, che “chi sbaglia paga”. Per altri è il luogo dell’incontro con le istituzioni: in cui per la prima volta (ma il problema è per l’appunto lì), lo stato, le istituzioni, si fanno presenti in forma – nonostante il fatto fisico della costrizione – positiva: come accade soprattutto al minorile, attraverso educatori, corsi di recupero, di alfabetizzazione, magari uno psicologo, una visita medica più attenta anche al benessere generale dell’individuo e non solo al sintomo, la riflessione sulla parola ‘progetto’ e sulla parola ‘responsabilità’. E la domanda diventa: non poteva accadere prima?

È per questo che, insieme a nuove riflessioni e pratiche sulle forme di mediazione, di riconoscimento della colpa, di incontro guidato tra colpevole e vittima (che nel processo tradizionale non avviene e non rileva), si ricomincia, sempre troppo flebilemente, a riflettere sull’utilità del carcere. Consapevoli che “chiuderli dentro e buttare via la chiave” è una forma di populismo penale che non risolve alcun problema. Anzi, ne crea di nuovi. E si può immaginare allora che il carcere sia altra cosa, extrema ratio, per pochi. E per i molti si inventi un altro tipo di normalità punitiva e davvero riabilitativa. Perché le alternative esistono, come sanno bene le famiglie. Così com’è è soltanto una ferita. E sanguina. E non è sano per un corpo, nemmeno per un corpo sociale, portare con sé la propria malattia senza curarla, lasciando che si aggravi senza prestarle soccorso. Come sappiamo, alla lunga infetta. E a risentirne è tutto il corpo.

 

 

Senza carcere, in “Confronti”, n. 11, 2020, p.35

Perché è legittimo – e necessario – dissentire

Nessuno di noi può sapere veramente e fino in fondo cosa è giusto e cosa è sbagliato, nelle decisioni del governo. Anche perché non sappiamo su quali basi sono state prese, se è vero – come qualcuno sta cominciando ad ammettere – che anche molti membri del governo hanno assunto decisioni senza avere potuto vedere alcun dato specifico, disaggregato, settoriale, o territoriale, sulla base del quale prendere le decisioni relative ai propri settori di competenza da chiudere o da lasciare aperti. Decisioni che – in mancanza di questa base razionale – rischiano di essere interpretate come una specie di lotteria, che decide, come un’antica divinità priva di pietas, o un’incarnazione del fato, chi può salvarsi e chi no, i sommersi e i salvati, sulla base del proprio cieco volere. Ecco perché una prima doverosa battaglia da vincere, se si vogliono davvero convincere dei cittadini maturi della bontà delle proprie scelte, e non solo imporre a dei sudditi recalcitranti le proprie imperscrutabili volontà, seppure per il bene dei sudditi medesimi, è quella della trasparenza e della qualità delle fonti sulle quali si fonda il processo decisionale. Altrimenti saremo legittimati al sospetto del pressapochismo e dell’incompetenza, a giustificazione della nostra critica e della nostra protesta. Questo vale a livello governativo, regionale, e locale. Occorre contezza delle fonti, degli studi: ma anche dei vari passi compiuti nel processo decisionale. Le riunioni svolte, i tavoli di coordinamento attivati, gli incontri con le parti sociali avvenuti. Per non dover scoprire ex post, come ora sta avvenendo – per esempio nel settore più esposto, e ritenuto più problematico nell’ambito della diffusione del virus, quello dei trasporti – che non ci sono stati, o sono stati tardivi, o inconcludenti, nel senso che non si sono conclusi con decisioni assunte e procedure attivate, o non sufficienti. Ancora una volta: a livello locale, regionale, nazionale.

Non siamo più alla prima ondata, alla novità e alla conseguente impreparazione come scusa. E giustamente, oggi, i cittadini, gli organismi di rappresentanza, i corpi intermedi, non si fidano più: vogliono capire, non necessariamente protestare. Ed è semplicemente giusto che sia così: il consenso va conquistato, e meritato. È per questo che, di fronte alle proteste, la reazione stucchevole e retorica dell’unità patriottica, o del ritrovare lo spirito di marzo, è un disco rotto, senza efficacia, e una veramente troppo comoda scappatoia. Occorre ri-legittimare – è ora – un dibattito aperto, franco e democratico tra opinioni contrapposte: dopo tutto, è il senso ultimo del ruolo dell’opinione pubblica, dei media, e in definitiva della democrazia. È inaccettabile la violenza organizzata, quella del controllo camorrista del territorio, del teppismo e del ribellismo neofascista intrecciato con il tifo organizzato (una malattia che avremmo dovuto debellare da tempo e a prescindere), quella degli antagonismi fini a sé stessi, buoni solo a distruggere. Ma è utile e necessario alla tenuta del sistema democratico che si esprima ora, anche in maniera organizzata e pubblica, e quindi in tutte le forme lecite, piazze incluse, il dissenso, anche, o almeno il diritto a un’informazione dettagliata e non unilaterale e paternalistica, solo dall’alto in basso, top-down: per il bene del governo stesso, occorre molto flusso al contrario, bottom-up, dal basso verso l’alto, se si vuole che le decisioni prese siano condivise e implementate. È questione di efficacia, anche senza voler evocare i sacri princìpi e fondamenti del vivere civile e della democrazia. Occorre legittimare un ampio spazio di commento, di critica, di protesta, di disobbedienza civile anche (che va distinta dal ribellismo facinoroso spontaneo o organizzato) e possibilmente un’arena di socializzazione di dati raccolti in maniera indipendente, e interpretazioni e proposte alternative: facendo diventare tutto questo un vero e anche vivace dibattito pubblico, anche legittimamente conflittuale, su come far uscire il paese dalla crisi. Serve oggi più che mai un’opposizione critica, costruttiva, propositiva, legittimata come tale. Per non lasciare il monopolio dell’opposizione di piazza a camorra, neofascisti e ultras, e il monopolio della rappresentanza del lavoro ferito a delle destre prive quasi sempre di proposta, ma abili nel cavalcare la protesta, e a trasformarla in futuro consenso. E in questo deve fare un passo serio proprio il governo, con le forze politiche che lo sostengono, quasi a contraccambio della richiesta di ulteriori chiusure e sacrifici. Non farlo sarebbe una forma di cecità imperdonabile.

 

Consenso e dissenso, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 ottobre 2020, editoriale, p.1

“Fratelli tutti”: un commento

Com’è arduo essere Fratelli tutti… Padre Francesco Occhetta e Stefano Allievi commentano l’enciclica di papa Francesco

L’enciclica. Padre Francesco Occhetta e il prof. Stefano Allievi commentano il documento, complesso, di papa Francesco. Dalla necessità di meditare il testo per superare facili slogan al rischio dell'”occidentocentrismo”

Com'è arduo essere Fratelli tutti... Padre Francesco Occhetta e Stefano Allievi commentano l'enciclica di papa Francesco

C’è la parabola del Buon Samaritano al centro di Fratelli tutti, la terza enciclica di papa Francesco incentrata «sulla fraternità e l’amicizia sociale». Nelle sintesi della stampa tanti sono gli elementi che hanno colpito, emozionato o semplicemente fatto discutere: dalla critica verso il populismo agli eccessi del pensiero neo-liberista, dalla condanna finale verso la pena di morte fino alla necessità degli organismi internazionali contro i rigurgiti del nazionalismo identitario. Ma nel cuore, nel cuore vero, di questo documento chiamato a sistematizzare il magistero di Francesco su tali argomenti, c’è sempre l’icona evangelica dello straniero che si china sull’uomo incappato nei briganti e versa olio e vino sulle sue ferite.

Spiega padre Francesco Occhetta, gesuita, coordinatore del cammino di formazione alla politica Connessioni: «La pagina di Vangelo è la chiave per interpretare l’enciclica, prima dei frutti occorre nutrirsi della radice. Il samaritano disprezzato dalla cultura giudaica, rovescia la logica del prossimo che è il proprio vicino, egli “non ci chiama a domandarci chi sono quelli vicini a noi, bensì a farci noi vicini, prossimi”, scrive il papa». Va letta così, insomma: «È per questo che l’enciclica richiede una meditazione personale, non è un testo sociologico o politologico come molti pensano, ma dialoga con il mondo a partire dalla prospettiva del Vangelo. “Volete onorare il corpo di Cristo? Non disprezzatelo quando è nudo”, ribadisce l’enciclica. In questo senso Fratelli tutti elenca tutte le situazioni in cui gli uomini e le donne soffrono come vittime dei sistemi sociali e politici e, come sempre, la Chiesa presta la sua voce a chi non ce l’ha».

Papa Francesco non usa mezze misure per attaccare sia il populismo sia gli eccessi del neoliberismo tecnocratico. C’è chi ha addirittura parlato di una “Terza via” di Francesco. «La “terza via” della Chiesa – osserva padre Occhetta – è quella di sempre, non è un’alternativa politica, ma un’ispirazione per tutti per far sì che la comprensione della coscienza sociale evolva verso la dimensione della fraternità intesa come processo. Il papa invita i politici a riconoscere che la fede nel “mercato non risolve tutto”, il modello consumista ci ha ormai consumati e logorati; occorre rilanciare una politica popolare, riconoscere le false promesse del populismo, denunciare i limiti della visione del liberismo inteso come teoria economica e non come filosofia politica. L’alternativa? È costruire comunità inclusive locali e globali che difendano la dignità umana, l’antidoto è il popolarismo».

«I populismi sono come burrasche che si infrangono su Governi e istituzioni e si presentano come movimenti storici ciclici – riassume padre Occhetta – Viviamo immersi in una corrente culturale che nega il pluralismo e le minoranze interne; venera i leader come padri e padroni che appaiono nei media come uniche voci; esalta il nazionalismo e il sovranismo; ignora gli enti intermedi nella società, come la Chiesa, i sindacati, le associazioni e così via; predilige la democrazia diretta su quella rappresentativa; forma la pubblica opinione attraverso appelli, a emozioni e a credenze personali; confonde la destra e la sinistra e fa apparire il Nord contro il Sud, il “noi” contro loro; semplifica a slogan soluzioni complesse, come “il reddito di cittadinanza”; contrappone tra le categorie di “popolo puro” e di “comunità politica”». Ed è proprio in questo contesto che ritorna in auge una parola divenuta per molti parolaccia: la parola popolo. «Occorre ritornare all’arte della mediazione che aiuta a trovare soluzioni complesse, essere competente sui temi, prediligere il “noi” politico sull’io che porta a forme di potere distorte e alla corruzione. Per chi amministra il “ritorno alla compassione” è la condizione per la buona politica, come la chiama Francesco».

Il papa arriva addirittura a parlare di “amore politico: «Sembra una contraddizione, visto anche cosa succede a Roma, ma la Chiesa non è il Vaticano. Prima di insegnare l’amore al mondo occorre renderlo testimonianza possibile e credibile a partire dalle comunità cristiane, occorre “riconoscere ogni essere umano come un fratello o una sorella e ricercare un’amicizia sociale che includa tutti non sono mere utopie” (n.180). Ma c’è di più, l’amore cristiano è dire “eccomi” più che tanti falsi “ti amo”, per questo il mondo lo si cambia dai piccoli gesti: “Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume – e questo è squisita carità –il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica (n. 186). I credenti impegnati in politica devono abbandonare i vecchi schemi, formarsi davvero insieme attraverso una nuova cultura della fraternità. Ci sono molte realtà che lo stanno facendo, personalmente mi sento di suggerire l’esperienza di Comunità di Connessioni e la neonata Base che connettono volti nuovi, competenze e un nuovo metodo di formazione in sintonia con l’enciclica».

E ai massimi livelli, papa Francesco, citando l’Unione Europea, l’integrazione nell’America Latina e le Nazioni Unite invita a governare la globalizzazione: «Nel secolo XXI – leggiamo nell’enciclica – si “assiste a una perdita di potere degli Stati nazionali, soprattutto perché la dimensione economico-finanziaria, con caratteri transnazionali, tende a predominare sulla politica. In questo contesto, diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate, con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi tra i governi nazionali e dotate del potere di sanzionare” (n. 172)».

Un’enciclica ricca di «temi e parole chiave molto legate all’attualità. Forse anche troppo». Stefano Allievi, docente di sociologia all’Università di Padova, riconosce: «L’enciclica privilegia alcuni temi, come la lotta alle diseguaglianze, l’accoglienza degli stranieri, la possibilità di rendere universali i diritti umani che esistono solo per una minoranza. Il documento, anche a partire dagli esempi citati, però, corre il rischio dell’”occidentocentrismo”. Le encicliche hanno sì il bisogno di attualizzare il messaggio evangelico nell’oggi, però l’effetto collaterale è quello di cedere a interpretazioni episodiche, che valgano solo per il momento presente». Per Allievi è un limite ridurre tutta l’enciclica a un attacco al populismo e a certi leader: «Mi sembra sia sprecarne e rovinarne il messaggio. Il richiamo più importante dell’enciclica sta nel bisogno di ricostruire legame sociale e di ricostruire comunità intorno a una visione di società, a un progetto inclusivo. Gli attacchi contro un modo di pensare per cui qualcuno possa restare indietro sono forti e insistiti, ed è importantissimo ribadirlo oggi. Esistono però anche, nel nostro tessuto sociale, tante proposte che stanno andando nella stessa direzione inclusiva: si tratta di forze che esistono già e che forse non si notano molto, mentre si notano di più i bersagli polemici».

Stefano Allievi non nega che però anche la parola comunità sia un’arma a doppio taglio: «È una parola problematica, perché tende a presupporre dei confini tra chi è dentro e chi è fuori la comunità. Ma questa non è l’idea di comunità di papa Francesco: la sua è quella di una comunità a misura delle persone, anche di chi non ce la fa, dove ci si possa salvare tutti insieme. E qui dentro c’è anche tutto il grande tema delle migrazioni». I riferimenti alla pandemia da Covid-19 per Allievi non sono altro che un ulteriore esempio attorno al quale il papa orienta il suo messaggio: «Francesco non ci illumina sulla pandemia, del resto l’emergenza Covid viene letta in modo diverso in tutto il mondo, ma per il papa la pandemia è l’occasione per ribadire il fatto che “siamo fratelli tutti, dobbiamo salvarci tutti assieme”, e che quando ci sarà il vaccino questo dovrà essere disponibile per tutti, non solo per i privilegiati».

Il riferimento all’amore politico è in assoluta continuità con il magistero degli ultimi 50 anni: «È apprezzabile il fatto che non c’è mai stata negli ultimi pontificati una demonizzazione della politica. La politica, come diceva Paolo VI, è la più alta forma di carità, ma lo è soltanto se è capace di leggere bene i segni dei tempi, i segni del presente. Ciò che fa questa enciclica è leggere, nell’universo di significati a cui guardiamo dalla nostra finestra sul mondo, alcuni criteri interpretativi e attraverso di essi fare delle scelte in termini di “amore politico”, un atteggiamento di prossimità verso tutti gli esseri umani. C’è un richiamo all’agire politicamente: il bene comune è il riferimento, ma il bene comune lo si produce agendo, non solo pensando».

Comunità cristiane, invito al dialogo con l’islam

Fratelli tutti è un’enciclica di cui «si parlerà molto, ma che sarà assai più discussa della Laudato Si’». Per Stefano Allievi, docente di sociologia all’Università di Padova, papa Francesco ha voluto affrontare, parlando della fraternità e l’amicizia sociale, temi assai più delicati rispetto a quelli dell’ecologia integrale. «Almeno a parole – spiega Allievi – siamo tutti a favore della salvaguardia dell’ambiente. In Fratelli tutti, invece, ci sono alcuni bersagli precisi». «Per le comunità ecclesiali – conclude Allievi – sarà forte il riferimento al dialogo interreligioso, in particolare con l’Islam, con il riferimento al grande imam Ahmad Al-Tayyeb, con cui Francesco ha firmato il documento di Abu Dhabi».

Numerosi i riferimenti nel testo alla pandemia mondiale

Papa Francesco ha voluto firmare la sua terza enciclica, “Fratelli Tutti”, direttamente sulla tomba del santo di cui porta il nome, alla vigilia della sua festa, il 3 ottobre. Molti i riferimenti alla pandemia da Coronavirus, che «ha messo in luce le nostre false sicurezze» e la nostra «incapacità di vivere insieme». Sulla scorta del suo magistero durante la pandemia papa Francesco auspica «che non sia stato l’ennesimo grave evento storico da cui non siamo stati capaci di imparare», e «che non ci dimentichiamo degli anziani morti per mancanza di respiratori. Che un così grande dolore non sia inutile. Che facciamo un salto verso un nuovo modo di vivere e scopriamo una volta per tutte che abbiamo bisogno e siamo debitori gli uni degli altri”. Forte, nel quinto capitolo, il richiamo alla buona politica contro il «populismo irresponsabile».

“La Difesa del Popolo”, 26 ottobre 2020

Non andrà (più) tutto bene

Non andrà (più) tutto bene. Perché non è più la prima volta. Con la prima ondata del virus eravamo tutti inevitabilmente impreparati: governo nazionale, governi locali e cittadini. Si è improvvisato, ci si è contraddetti, si è andato avanti per tentativi ed errori, ma lo si è percepito come accettabile, e lo era, in una situazione obiettivamente eccezionale. E pur tra qualche mugugno si è obbedito, persino con l’entusiasmo iniziale di farlo e di farlo vedere, inventandosi rituali di condivisione a distanza, con una disciplina che persino gli osservatori internazionali (ma anche noi stessi, ammettiamolo) hanno giudicato sorprendente: dagli italiani non ce lo si aspettava.
Ma ora, con la seconda ondata, le cose stanno diversamente. Perché la crisi ha già fatto sentire il suo morso – famelico e ineguale – sui cittadini. A migliaia sono falliti, o hanno visto ridimensionati con drammatica brutalità stili di vita e aspettative sul futuro: obiettivi sfumati, progetti arenati, i sogni – e qualche volta i risparmi – di una vita svaniti, distruzione non solo di ricchezza, ma di tessuto sociale e di speranza. Benessere economico che tramuta rapidamente in malessere anche esistenziale, rabbia, impotenza. Questo per i non garantiti, per molte imprese e lavoro autonomo, per i giovani e per le donne in misura molto maggiore che per altri. Il tutto mentre per un’altra metà del paese le cose andavano esattamente come prima, senza perdita alcuna di reddito, solo le scomodità del lockdown. Producendo così diseguaglianze diffuse mai viste prima in questa entità: tra parenti, famiglie, amici, vicini, all’interno dello stesso stabile, non più solo quelle tradizionali tra quartieri bene e quartieri popolari. Questo ha fatto emergere anche nuove forme di solidarietà, ma soprattutto debolezze e fragilità di sistema.
E poi, ora, c’è la disperazione sociale, e con essa la rabbia inconsulta. Perché l’impoverimento che si prospetta con nuove chiusure va a colpire fasce sociali già ampiamente ridimensionate, impoverite, in qualche settore produttivo decimate. E perché non si può più perdonare l’inefficienza e l’impreparazione: non è più la prima volta. Molte cose hanno cominciato a funzionare molto meglio, in particolare nel comparto sanitario: che, in prima linea, e sottoposto ad alta visibilità, ha subìto la maggiore pressione a cambiare, in meglio e con maggiore efficienza. Non così in altri settori. Non nell’efficienza dei rimborsi, e nella barocca complessità delle richieste di indispensabili prestiti, sussidi o anticipazioni, per aiutare gli operatori economici in difficoltà. Non, soprattutto, in due settori che balzano all’occhio di qualunque cittadino: il trasporto pubblico e la scuola. Nel primo si sta scoprendo solo ora – a scuola e lavoro in presenza già iniziati da un pezzo, e pandemia ripartita – che con l’intero settore del noleggio pullman in ginocchio, e la conseguente larga disponibilità di bus inutilizzati e aziende in crisi, c’era a disposizione un possibile pezzo di soluzione in maniera relativamente semplice: che non si è saputo intravedere prevedendo e organizzando scenari alternativi – con responsabilità ampiamente condivise tra livello nazionale, regionale e locale (una delle cose che il cittadino non sopporta più, peraltro, è il continuo scaricabarile e rimpallo di responsabilità tra istituzioni). Nel secondo è evidente che il pur encomiabile e doveroso sforzo di ripartire in presenza ha oscurato tutta la parte relativa alla didattica a distanza, nel caso ci si dovesse ritornare: non tanto a monte, dove diverse scuole si sono attrezzate acquisendo competenze durante il precedente lockdown e qualche macchinario di supporto dopo, ma soprattutto a valle, approntando misure per i più demuniti (per mancanza di computer e tablet, di capacità di banda e risorse per acquistarla, di accompagnamento e di supporto nelle lezioni e nei compiti per chi – e sono molti – non può essere seguito a sufficienza dalle famiglie, ecc.). Sono settori in cui è evidente, oltre tutto, e si aggrava, la struttura delle diseguaglianze: tra chi può (essere accompagnato a scuola e altrove in auto dai genitori, avere mezzi informatici e supporti familiari o stimoli alternativi nel percorso di istruzione e approfondimento culturale) e chi non può e non ha.
Per questo non andrà più tutto bene, o quanto meno facilmente, con un buon grado di accettazione popolare, e consenso diffuso. Occorrerà ancora più polso, e chiarezza di obiettivi, ed efficienza. Ma anche porre mano con politiche che dovranno essere sostanziose e di lungo termine alla struttura delle diseguaglianze sociali, tra garantiti e non garantiti, tra generi e tra generazioni, mai così elevate e preoccupanti, con conseguenze di lungo periodo devastanti. Indicandole alla pubblica opinione come obiettivi da condividere per equità, giustizia e coesione sociale. In modo che anche i cittadini – e tra questi chi finora ha sofferto di meno – si responsabilizzino. Il problema è di tutti, non solo delle istituzioni. E dovremo farcene carico tutti.

Non andrà tutto bene, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 25 ottobre 2020, editoriale, p.1

Come si trasforma il senso della festa

“Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro”, si legge nel Genesi: e quel giorno lo si festeggia – insieme. È l’insegnamento dello shabbat, e in generale del tempo sacro, festivo appunto. A fronte di un tempo profano che è storico, lineare, e soprattutto irripetibile, il tempo festivo si propone come astorico, ciclico, ripetibile: l’eterno presente, che rappresenta l’inserimento della storia in una storia più grande, il conferimento di senso a un’eternità inspiegabile, proiettando nel futuro la memoria di un evento passato.

Ma tutto questo è possibile se il tempo di ciascuno è il tempo di tutti, e dunque la festa è condivisa, utile a creare occasioni di socialità collettive e ricorrenti: ciò che non è più, e sarà sempre meno in futuro. Un’altra delle grandi rotture introdotte dalla modernità, accentuatasi con l’aumento della mobilità e della pluralità culturale, è proprio questa: non c’è più un tempo profano (feriale) e un tempo sacro (festivo) condiviso, lo stesso per tutti. Innanzitutto perché il tempo del lavoro è diventato “sempre”: come sa bene chi lavora per turni, in attività aperte 7/7 e sempre più spesso H24, e magari fa festa, o semplicemente riposa, in giornate diverse da quelle dei suoi familiari, amici o vicini. E poi perché ogni gruppo sociale ha il suo, di calendario significativo. C’è sì un tempo sociale, ma non condiviso da tutti. Il risultato è che le feste si moltiplicano, ma sembrano perdere di intensità e di significato, con un duplice effetto: o sono condivise da sempre più persone ma banalizzate quanto al loro senso, o ciascuno, e ciascun gruppo, si crea le proprie feste, significative solo per sé.

Il desiderio di festa è troppo evidente per non essere interpretato come la risposta ad un bisogno sociale profondo, ma si è perso il bisogno collettivo di santificarla, o anche solo di rispettarla. La parola stessa si declina al plurale. In mancanza di meglio, ci si accontenta di feste inventate, non legate ad alcuna ciclicità reale – né storica (memoria di un evento collettivo passato e significativo) né naturale (le stagioni, i solstizi, le attività agricole) né tanto meno religiosa –, marcate da una logica di consumo (poco più che una scusa per poter tener aperti i negozi, cioè per lavorare) che le impoverisce di contenuto ma non impedisce il loro successo di pubblico. Eventi direttamente prodotti da un’attenta strategia di marketing (il Black Friday, le notti bianche o rosa), o diffusi in aree lontane da quelle in cui hanno avuto origine, come accaduto per Halloween, fino alle feste mediatizzate, agli appuntamenti sportivi o legati a fiere ed eventi, anch’essi ciclici, e ai parties di tutti i generi, per rispondere alle esigenze e alle mode del momento di ciascuna delle tribù metropolitane, che cadenzano le annualità di chi vi appartiene. Neanche le molte feste recuperate sembrano sottrarsi a questa tendenza: il neo-folklore medievale di paese, le “antiche” feste tradizionali locali, in cui più che essere coinvolti in un evento si assiste a uno spettacolo, in cui ci sono attori (che, dunque, nella festa lavorano) e spettatori (consumatori), con una perdita di fruibilità autentica. Eppure il bisogno resta, come dimostrano le mille feste di quartiere, di scuola, i carnevali, le sagre paesane e le processioni patronali: caratterizzate da un forte elemento di gratuità, di disponibilità, e in un certo senso di consapevolezza dell’effimero.

Una riflessione a parte meritano le feste in declino, recuperate a nuova vita in forma diversa, per scongiurarne la morte, come le feste politiche: dall’8 marzo al 1° maggio, fino ai più recenti Pride, in tempi non lontani potentemente simboliche e oggi sempre meno partecipate, salvate trasformandole in megaconcerti teletrasmessi, in sfilate che puntano sull’esteriorità, o magari in grigliate… Ma anche le feste nazionali: parate in cui l’aumentato numero di telecamere compensa malamente la diminuita partecipazione di pubblico.

La pluralità culturale e religiosa ha fatto il resto: ogni gruppo sociale ha la sua festa, il suo proprio calendario, la sua ciclicità – dal capodanno cinese all’aid al-fitr, da hannukah al Natale – o la propria festa nazionale. Magari rispettata dagli altri, qualche volta osservata come uno spettacolo (si va a vederla), ma evidentemente non partecipata da tutti allo stesso modo. Siamo andati verso una progressiva sincronizzazione e universalizzazione dei tempi (come per gli orari globali dei treni o degli aerei). Ma non esisterà più un tempo sociale condiviso: solo più tempi paralleli e integrabili, che in certa misura potremo scegliere o inventarci.

 

Senza festa, in “Confronti”, n. 10, ottobre 2020, p. 35

Governare lo Zaiastan, tra innovazione potenziale e lenta decadenza

Il monarca Zaia dispone ormai di un potere assoluto. Non ha più nemmeno un’opposizione che possa non diciamo fare, ma dire qualcosa: in Consiglio regionale perché i regolamenti non glielo consentono; sul territorio perché resterà a lungo, rintronata dalla sconfitta, a rimuginarla e, possibilmente, a cercare di capirla. A questo punto si trova di fronte a un bivio: essere un monarca illuminato, o un satrapo, anche involontario e riluttante. Il primo è quello che usa il suo potere per innovare, cambiare le cose, potendosi permettere di percorrere strade non seguite prima, fare e far fare nuove esaltanti esperienze, accrescendo al contempo il suo stesso potere, il suo carisma, la sua aura, lasciando così un segno nella storia. Il secondo, anche quando non fa nulla di male o di sbagliato, è quello che si accontenta di andare avanti così, in compagnia dei soliti amici, per fare le solite cose, tanto la strada è in discesa, nessuno potrà dirgli niente, e il consenso gli si manterrà in ogni caso appiccicato come i vestiti fino alla fine del suo mandato. Il primo smuove le cose, il secondo le lascia andare avanti come prima.

In inglese c’è una parola che negli ultimi anni è diventata abbastanza di moda. Nasce come negativa, problematica, ma oggi la si usa sempre più spesso in chiave positiva, a proposito del management, della leadership, delle professioni, della ricerca, delle équipe di lavoro, dell’impresa, delle tecnologie: è l’aggettivo disruptive, che significa dirompente, disturbatore, trasversale, indisciplinato, sovvertitore – qualcosa che crea sì, inizialmente, disturbo, cambia l’ordine costituito e fa perdere un po’ il controllo della situazione, ma proprio per questo, facendo uscire dalle routine, dall’abitudine, dal tran tran quotidiano, dalla stanca ripetizione del passato, consente di produrre cambiamento in positivo, innovazione, miglioramento. Un po’ come la distruzione creatrice che si attribuisce all’imprenditore. È un aggettivo che si applica anche alle tecnologie, ma in realtà i suoi effetti sono soprattutto determinati dalle persone, che della disruption sono portatrici.

Ecco, quello che ci sentiremmo di consigliare a Zaia, per il bene del Veneto, è di costruirsi un po’ di di sana opposizione interna, ma opposizione creatrice, collaborativa, fatta di nuovi apporti e di nuove idee, circondandosi di un po’ di persone disruptive. Lo diciamo pensando anche alla futura Giunta di governo del Veneto, per la quale si leggono invece i soliti nomi: vecchi amici, compagni di tante battaglie, yesman e yeswoman, o anche solo garanti dell’ordine costituito, saldi controllori del territorio e di fette di elettorato.

Il Veneto non è più la locomotiva del modello Nordest degli anni migliori. Quel periodo è finito da un pezzo, anche se una parte della popolazione non se ne accorge perché ne gode ancora i benefici. Molti indicatori sono in declino, dalla demografia all’istruzione (non foss’altro perché i giovani li formiamo anche, ma li perdiamo in favore di altre regioni), per non parlare dell’economia e del lavoro, sulla cui etica, sui cui valori, oltre che sulle cui risorse, il modello Veneto è nato. Il tessuto sociale presenta sempre più segni di sfilacciamento, le diseguaglianze aumentano, e il Covid ha dato il colpo di grazia al mondo di prima. Abbiamo bisogno di risollevarci, ma non succederà se pensiamo di ricostruire il mondo che fu: occorre immaginare un mondo nuovo, una diversa terra promessa. Abbiamo bisogno di cambiare molto, se non tutto, in molti ambiti, se non tutti: dall’economia e dal lavoro all’ambiente e alla pianificazione urbana, dal sociale alla cultura passando per la pubblica amministrazione e l’organizzazione dei servizi. Non lo possono fare gli uomini e le donne di prima. Ma lo può fare un leader forte e visionario, capace e coraggioso quanto basta da circondarsi, oltre che di amici e sodali, anche di persone che possano dargli consigli anche inusuali, che abbiano esperienza di vita e di conoscenza in un qualsiasi altrove dove le cose funzionano diversamente e possibilmente meglio, che possano offrire spunti originali. Dopo tutto, quelle che stiamo descrivendo, sono le doti di un imprenditore di successo: un modello che non dovrebbe essere estraneo all’idea che il Veneto si è fatto di se stesso.

Occorre scegliere se fare dello Zaiastan un centro di sviluppo creativo o una remota tranquilla provincia, un hub di innovazione o un luogo di lenta decadenza, una Seattle o una Detroit. E la scelta di oggi peserà domani sulle future generazioni. Per questo richiede coraggio. Il coraggio di lasciare il segno. Il segno di Zaia?

 

Il leader di fronte a un bivio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 settembre 2020, editoriale, p.1disruptive