Stefano Allievi
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Paradossi dell’autonomismo. Il Trentino alla conquista del Veneto

17/01/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Quante volte l’abbiamo sentito dire, in Veneto: “facciamo come il Trentino-Alto Adige”. Dimenticando che lo statuto speciale delle cinque regioni che ce l’hanno è sancito dall’articolo 116 della costituzione, non se lo sono autoattribuito. Poi, nei territori di confine tra l’una e l’altra regione, lo slogan si è trasformato, ed è diventato: “andiamo in Trentino”. A colpi di referendum locali: celebrati, e quasi sempre vinti, incluso a Cortina, il gioiello della corona, anche se l’obiettivo non è mai stato centrato. Come noto, solo il comune di Sappada ci è riuscito, nel 2017, lo stesso anno della celebrazione del referendum per l’autonomia in Veneto (e Lombardia), impiegandoci peraltro quasi un decennio: e finito in un’altra regione a statuto speciale, il Friuli. Certo, tutti sceglievano in autonomia e per l’autonomia: anche se la sensazione che hanno dato non era tanto quella di voler essere padroni a casa propria, quanto quella di scegliersi un padrone più ricco e forse più generoso. A parole, tutti per l’autonomia per nobili motivi. Nei fatti, spesso, per comprensibilissime ma meno altisonanti questioni di portafoglio. E infatti, come sempre, c’è tanta discussione sul “cosa” (passare a un’altra regione, avere più risorse): molto meno sul “per fare cosa”.

Ora a tornare alla carica sono alcuni esponenti dello storico partito dell’autonomismo (talvolta del separatismo) altoatesino, la SVP, e il governo della regione che più spesso (almeno per metà: la provincia di Bolzano) ha minacciato di andarsene altrove: in Austria. E la storia si ripete. In forme appena diverse. Con le medesime contraddizioni. In fondo, è una nemesi meritata e non tanto sorprendente. Nella regione, il Veneto, che più ha investito sulla retorica dell’autonomia, dove per decenni è bastato dirla, evocarla, per creare rendite politiche di lungo periodo nonostante gli scarsi successi concreti, dove si è sempre evocato, per l’appunto, il “cosa”, spiegando con molto meno approfondimento (e spesso con nessuna contezza), il “come”, “per fare cosa”, con quale preparazione e quale classe dirigente all’uopo formata, pezzi di Veneto, con la stessa logica, si attivano per raggiungerla, ma altrove, con l’appoggio di altri potenti. Che non hanno necessariamente a cuore il benessere di queste aree più di quanto ce l’abbiano i padroni da cui dipendono ora, ma offrono di più, e al limite si propongono con maggiore forza, anche se siamo ancora lontani da una applicazione in scala minore delle modalità trumpiane oggi di attualità sullo scacchiere geopolitico globale. Qui non è neanche un Risiko, quello a cui si sta giocando: semmai una specie di Monopoli, dove la posta in gioco è costruire un albergo in più in Parco della Vittoria, evitando il destino marginale di Vicolo Corto. Forse perché, anche in questo caso, c’è il desiderio dell’autonomia, ma si vede meno l’emergere di una cultura dell’autonomia, con radici profonde, visibile magari altrove, dalla Catalunya alla Scozia, fino – per stare all’attualità – alla Groenlandia. Qualcosa che dia sostanza a recriminazioni che in mancanza d’altro e più solido nutrimento rischiano di rimanere piccole faide di provincia. Fa eccezione, forse, la potenziale riunificazione delle popolazioni ladine. Che a questo punto, più conseguentemente, potrebbero chiedere, sulla base degli stessi presupposti, una propria autonomia, tanto dal Veneto quanto dal Trentino. Giocare con i confini è un gioco senza fine, dato che tutti, ma proprio tutti, sono artificiali, storicamente mobili, precari, in definitiva insensati. Tanto che la partita vera sarebbe costruire logiche che li superino, non che li riproducano in scala sempre più piccola.

Forse, se davvero volessimo pensare in grande, più che ragionare sullo spostamento qui o là, in una regione o nell’altra, dell’uno o dell’altro paese, dovremmo ripensare lo stesso istituto regionale, incluso il senso attuale delle regioni a statuto speciale, per come il loro sviluppo si è configurato (e non pensiamo solo ai vicini Trentino e Friuli: pensiamo a cosa è diventata l’autonomia regionale in Sicilia, come caso estremo, ma anche in Val d’Aosta, per non evocare solo un facile – nella retorica del Nord – bersaglio meridionale). Altrimenti resterà sempre il loro vantaggio competitivo, anche in termini di attrattività per i paesi al di là del loro confine. E, magari, ripensare il regionalismo nel contesto e in prospettiva europea, più che in quello italiano. Questa sì che sarebbe una richiesta seria, per una causa che varrebbe la pena dibattere e animatamente discutere, e su cui far confliggere proposte diverse di ripensamento. Ma, possiamo metterci la mano sul fuoco, non accadrà. Problema troppo vero, e serio. Meglio discutere di piccole cose, tenendo basso il profilo. Piccolo cabotaggio senza grandi ambizioni.

 

La caccia ai comuni di confine, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-4

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/01/download-1.jpg 194 259 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-01-17 12:54:352026-01-17 12:54:35Paradossi dell'autonomismo. Il Trentino alla conquista del Veneto

Minori e cambio di genere: la vita e la legge

03/01/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Nei giorni scorsi un tribunale, quello di La Spezia, ha accolto la richiesta di rettifica all’anagrafe del cambio di nome per una ragazzina di tredici anni, oggi legalmente maschio. E la cosa ha naturalmente portato con sé una scia di polemiche. Discussioni legittime, utili e opportune: perché è giusto che la società si interroghi su questi processi, e discuta, e dibatta, e si confronti, e confligga, anche in maniera accesa. Partendo da un dato non controvertibile: che la non identificazione tra il proprio sesso biologico e la propria identità di genere, nota oggi come disforia di genere, esiste, ed è riconosciuta come tale. Potremo non capirla, come tante altre cose che riguardano la psiche e il corpo umani, molto prima che la sessualità. Ma c’è, e dal mito greco dell’androgino in avanti è più antica di quello che crediamo: ha molti precedenti storici, e paralleli in altre culture. Non è, insomma, un’invenzione della modernità.

In Italia si calcola che il tema riguardi qualcosa come 400mila persone, forse di più. Tra queste ci sono anche parecchi minori. Perché, sì, spesso, anche se non necessariamente, la disforia si manifesta molto precocemente. Per una ricerca che sto svolgendo ho intervistato persone transgender, cioè che hanno assunto nella loro vita, o vorrebbero assumere, una identità di genere diversa da quella assegnata alla nascita di età variabile tra gli otto e i sessantacinque anni. Già il fatto che ci siano tante persone in età non più verde testimonia che non si tratta di un capriccio passeggero o una moda recente, come molti sostengono. Ma sia tra i più anziani che tra i più giovani, moltissimi testimoniano di un emergere molto precoce, talvolta già intorno ai tre anni, della loro identificazione di genere. E infatti tutti i centri – compreso, in Veneto, il Centro di riferimento regionale per l’incongruenza di genere e il cambio di sesso, assegnato nel 2023 dalla Regione all’ospedale di Padova – hanno in cura, o meglio accompagnano, molti pazienti minorenni. Che, se non seguiti, vivrebbero molte più sofferenze, problemi, sintomi di ansia e disturbi depressivi, con episodi di autolesionismo e tendenze suicidarie, di quelle che invece vivono se possono esplicitare la loro situazione in un contesto peraltro molto professionale e complesso, che include psicologi, neuropsichiatri, endocrinologi, bioeticisti, e supporto legale, oltre naturalmente alle famiglie: nessuna decisione è quindi presa alla leggera, né in fretta, né tanto meno, in solitaria, da un giudice. L’autorizzazione legale è la fine, o meglio una tappa, di un lungo processo, non certo il suo inizio.

Ecco allora che anche la discussione pubblica potrebbe prendere un’altra forma. Non lo scontro ideologico sulla base di valori presunti immodificabili, o peggio di posizionamenti politici aprioristici, quali che siano. Ma l’osservazione e l’analisi onesta, non pregiudiziale, nel concreto del loro manifestarsi, di diversità che nella società, piaccia o meno, esistono, e con cui dobbiamo confrontarci. La differenza, rispetto al passato, è che oggi lo si può dire, mentre in passato era più complicato. Anche se, quasi sempre, ci accorgiamo dell’esistenza di un fenomeno solo quando lo incontriamo personalmente, incarnato in qualcuno che conosciamo (e questo fa tutta la differenza rispetto a chi ne parla solo per sentito dire, o astrattamente).

In questo momento è in discussione un disegno di legge, presentato dal governo, che il parlamento sembra voler licenziare all’inizio dell’anno, che incide precisamente, in maniera restrittiva, sulle modalità con cui i minori potranno accedere a queste procedure, e i cui criteri sono contestati da molte delle società scientifiche coinvolte. Non si può che auspicare che anche lì, anzi soprattutto lì, in parlamento – che per questo è nato: per parlare – si ascoltino tutte le voci: incluse quelle dei diretti interessati, delle loro famiglie, e di chi di queste faccende si occupa professionalmente e nel concreto. In modo che la discussione non sia, lei sì, viziata.

 

La scelta di cambiare genere, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-3

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/01/download-4.jpg 168 300 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-01-03 10:46:202026-01-03 10:46:20Minori e cambio di genere: la vita e la legge

Il Natale degli altri. E il nostro

24/12/2025/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Siamo così abituati a pensare che il Natale sia la festa di tutti, siamo così convinti di essere al centro del mondo al punto che non possa essere altrimenti, che nemmeno ci accorgiamo che non è così, o che perlomeno ci sono vaste periferie in cui l’aria di festa non si sente per niente.

Non è Natale – tecnicamente, proprio – per le minoranze religiose, innanzi tutto: per le quali Cristo non è il Figlio di Dio, e quindi il Gesù storico non è il richiamo fondativo di alcuna religione. Vale per gli ebrei, che hanno semmai appena festeggiato, nel dolore di un attentato, la settimana di Chanukkà, la festa dei lumi e della luce. Vale per i musulmani, che pure riconoscono Gesù come profeta e Maria come sua madre, alla quale è dedicata una delle sure principali del Corano; ma per i quali l’uomo che ha dato il nome a una religione, il cristianesimo, non ha alcuna natura divina: è solo un profeta come molti, seppure più importante di altri. Vale a maggior ragione per tutte le altre religioni concettualmente e anche geograficamente più lontane, almeno come nascita (buddhismo, hinduismo, animismo, sikhismo e infinite altre), per le quali semplicemente questa festa, e la persona cui si richiama, è un costume esotico di popolazioni specifiche. Vale persino per alcuni cristiani, come gli ortodossi: che, seguendo il calendario giuliano e non quello gregoriano, festeggeranno il Natale, sì, ma il 7 di gennaio. A maggior ragione vale per non credenti e miscredenti, atei e agnostici di varia estrazione e opinione: che, tendiamo a dimenticarcelo, in Occidente stanno diventando una silente maggioranza, o per lo meno una sempre più cospicua minoranza. Per costoro il Natale sarà una vacanza, non una festa, un laico periodo di riposo, non una ricorrenza religiosa.

C’è, tuttavia, qualcosa che, almeno da noi, accomuna tutti costoro, credenti, non credenti e diversamente credenti. E non è solo il rituale commerciale dei regali (comunque sempre profondamente relazionale e partecipativo, potente costruttore di legame sociale) e degli acquisti per sé o per la casa (che lo è un po’ meno, ma purtuttavia ci vede mettere al centro, degni di essere onorati, noi stessi: non foss’altro perché ci dà motivo di mettere in secondo piano il lavoro). È qualcosa di più. Un clima collettivo. Un’atmosfera diversa. Un coinvolgimento maggiore. Che, certo, è costruito. Anche a tavolino, come necessario: come quando istituzioni, ma anche imprese, e tanti altri attori sociali, pianificano e ordinano gli addobbi mesi prima. E, nel periodo prenatalizio (dell’Avvento, per l’appunto: di qualcosa che sta per avvenire, ma non da sé – grazie all’impegno di tutti), ci si mette insieme a rendere i luoghi diversi e migliori (strade, scuole, negozi, ecc.), addobbandoli: persino quelli della sofferenza, dagli ospedali alle carceri. Grazie a uno sforzo che si fa insieme, e che coinvolge, almeno passivamente, un po’ tutti: volenti o persino nolenti. Per non parlare del ruolo dei media, che dalla tv alla stampa, dai social network al cinema, ci ricordano che non è un periodo dell’anno come gli altri.

In questo, è effettivamente trasformativo: che è il senso profondo del rituale, anche quando vissuto superficialmente. Dà un’altra forma, e quindi un altro contenuto, al tempo. E spinge alcuni a fare qualcosa in più per gli altri: per far sentire anche agli altri – a chi non ha un granché o forse nulla da festeggiare – che questa atmosfera, magica dopo tutto, perché illuminata e colorata più del solito, riguarda anche loro. Ricordandosene per una volta (collaborando a un pranzo di Natale per chi non ha i mezzi materiali per approntarlo, con una donazione a chi di chi soffre si preoccupa e occupa). O con almeno un pensiero di compartecipazione per quella grande parte di mondo che sta soffrendo la guerra (a Gaza, in Ucraina, in Sudan e in tanti altri altrove), la fame, la malattia, il dolore fisico e emotivo disegnato sul proprio volto o su quello dei propri cari, la disoccupazione, le cose che proprio non girano, il non farcela, il non riuscire a stare a galla. Che è anche più difficile quando gli altri sembrano stare bene, o meglio del solito. Ma che può essere persino un po’ lenito dalle briciole di felicità, dagli scampoli di gentilezza, dalla polvere di festa, dall’atmosfera un po’ più gioiosa che in fondo finiamo per respirare. Uno dei rari casi in cui il fumo passivo – il percepire senza essere causa – può persino fare bene.

 

Il valore di questo Natale, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 dicembre 2025, editoriale, pp. 1-3

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2025/12/download-6.jpg 183 275 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2025-12-24 09:05:362025-12-24 09:25:35Il Natale degli altri. E il nostro

Educazione affettiva e sessuale: i limiti (e gli errori) del disegno di legge Valditara

09/12/2025/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Il disegno di legge sull’educazione affettiva e sessuale voluto dalla maggioranza e dal ministro Valditara (per ora approvato dalla camera, ma ancora emendabile al senato) non risolve il problema che dovrebbe affrontare: lo crea.

L’educazione affettiva e sessuale è considerata utile, anzi indispensabile, al punto che interviene il parlamento e se ne fa una legge che ne delimita i confini? Bene. Se l’educazione sessuo-affettiva serve, e serve, serve per tutti: se ne faccia una materia di studio obbligatoria. O, se non si ha il coraggio di intervenire, perché di questo si tratta, la si lasci – in base al principio di sussidiarietà – all’autonomia delle scuole, che conoscono meglio di altri la situazione sociale e educativa in cui sono inserite, e i bisogni educativi dei propri studenti, e possono utilizzare le risorse presenti sul territorio. Invece no: niente iniziativa dall’alto, ma pure gabbie, paletti e divieti su quanto proviene dal basso. Non solo non diventa materia di studio obbligatoria (e siamo uno dei pochi paesi europei in questa situazione: c’è solo un accenno all’educazione alle relazioni e al rispetto nell’ambito del programma di educazione civica – e ci mancherebbe altro, viene da dire). Ci vuole pure il consenso informato, preventivo e scritto dei genitori, per parlarne nelle attività extracurriculari che tappano il buco presente in quelle curriculari. Ora: il problema, e il rischio, diremmo la probabilità, è che chi è contrario sia precisamente chi ne ha più bisogno, ma ne ha meno contezza.

Chi combatte contro l’insegnamento dell’educazione affettiva e sessuale dice di combattere contro una ideologia gender che esiste solo come argomento fantoccio (persino il ministro parla di “cosiddette teorie gender”). La vera, sostanziale, diffusa (e, lo vediamo dai suoi effetti, quella sì potente) ideologia gender è quella che usa il suo nemico retorico per affermare che non c’è bisogno di parlare di questi argomenti o, peggio, pretende di controllarne e censurarne i contenuti nei rari casi in cui – Dio non voglia – se ne parla. La si lasci, si dice, alle famiglie: il che significa, spesso, al silenzio, al non detto. Il problema, purtroppo, in questo come in altri casi, non è l’ideologia sul genere, ma l’ideologia in genere: quella che fa affrontare i temi per prese di posizione ideologiche, appunto, per schieramenti precostituiti, anziché darsi il tempo di un’analisi pacata, pragmatica e seria, che pure il tema richiederebbe.

Il problema non è dare ai genitori i mezzi per tutelare i figli dalla educazione sessuo-affettiva, ma semmai, idealmente, sarebbe coinvolgere anche i genitori nella sua erogazione, ma come utenti, dato che spesso hanno bisogno di saperne quanto e più dei loro figli, anche perché costretti a affrontare sfide diverse – a partire da quelle provenienti dalla diffusione delle tecnologie e dei social – che in passato non esistevano e a cui non sono preparati.

L’idea che le famiglie debbano esprimere un consenso preventivo e scritto, senza il quale l’esclusione dei figli sarà automatica, finirà inoltre per favorire l’incomprensione proprio dei genitori meno attenti o più deprivati, autoctoni e immigrati (e a proposito: in caso di genitori, magari separati, con opinioni opposte che si fa – si tira a sorte?). Che debbano pure visionare i materiali in anticipo non potrà che produrre censura, dato che c’è chi si opporrebbe anche solo a un disegnino stilizzato degli organi genitali. Il tutto, peraltro, in nome di un’alleanza scuola-famiglia che dimentica totalmente la centralità dei diretti interessati: gli studenti, e il loro diritto/dovere a saperne di più. E che, nel nome dell’interesse (o delle paure) delle famiglie dimentica del tutto l’interesse della società, che soffre le conseguenze, spesso drammatiche, della mancanza di educazione sessuo-affettiva. Peccato, perché la società civile è più avanti, e nelle scuole già ci va, grazie all’attivismo di tante organizzazioni, come la benemerita Fondazione voluta da Gino Cecchettin, dedicata alla figlia Giulia. Che, audito in commissione, ha detto l’opposto di quello che prevede il disegno di legge. Inascoltato.

P.S. Il disegno di legge prevede pure l’obbligo di attività alternative (e sappiamo dall’esperienza dell’ora di religione come andrà a finire). Il rischio è che si stanchino anche le scuole, sapendo che per proporre una iniziativa dovranno organizzarne due.

 

Perché è sbagliata la legge sull’educazione affettiva, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 9 dicembre 2025, editoriale, pp. 1-9

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2025/12/download.jpg 192 263 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2025-12-09 11:12:162025-12-09 11:12:16Educazione affettiva e sessuale: i limiti (e gli errori) del disegno di legge Valditara

La speranza e il futuro

04/12/2025/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Interviste / Interviews /da Augusta

giovedì 4 Dicembre 2025

E se è una femmina si chiamerà Futura

La speranza nasce quando si accettano le ferite e si dà una possibilità al futuro. I giovani lo hanno capito più dei grandi
Donatella Gasperi

collaboratrice

Futuro. Parola complessa, ricca, totalizzante. Da qualsiasi lato la prendi può avere un significato diverso, eppure è una. Il futuro è il tempo che deve ancora venire, indica un’ipotesi o un’incertezza, spesso speranza.
«In questo periodo pensiamo meno al futuro. Lo vediamo con preoccupazione e investiamo meno: facciamo meno figli e la propensione al risparmio è diminuita anche perché gli anziani risparmiano molto meno sia perché la vita si è allungata e spendono – perché la gratificazione sta nel presente – sia perché si crede meno nei discorsi che pongono la gratificazione nel futuro e oltre – ci spiega il sociologo Stefano Allievi – Perché questo accade? Da una parte certo c’è il consumismo e il desiderio di gratificazione immediata, ma dall’altra c’è una grossa preoccupazione a partire dalla domanda cruciale “ci sarà un futuro?” che io trovo molto presente tra le giovani generazioni per le quali la scelta di non fare figli non è legata al desiderio di  gratificazione. Le generazioni più anziane invece, quelle che sono andate o stanno per andare in pensione, sono in assoluto le più privilegiate della storia e per loro il futuro conta poco. I giovani quindi votano sempre meno perché sono sfiduciati, vivono il problema ambientale in maniera molto seria, sono una generazione molto più sobria di quello che si pensa, che va all’essenziale e per questo si preoccupano. Oggi convivono anche con la guerra, una minaccia che sembrava sparita dall’orizzonte europeo».
A maggior ragione quindi, sostiene Allievi, oggi ci si dovrebbe occupare di futuro perché questo è a rischio e sono a rischio anche valori fondamentali che abbiamo sempre dato per scontati come libertà e democrazia, valori che anche da noi sono sotto minaccia: «Questo rischio ci fa capire perché ci sono meno proiezioni sul futuro e anche perché qualcuno non creda più che ci sia un futuro; non a caso molta fiction lo immagina catastrofico, apocalittico. Io sono colpito dalla leggerezza con cui gli adulti non si occupano di futuro, dalla loro irresponsabilità. Sappiamo che la Terra non è in grado di reggere, che in un mondo limitato non ci può essere un consumo illimitato. Eppure continuiamo a consumare senza considerare i costi globali. La vita non è solo produzione, ma è anche gratificazione, gioco. Quelli che riflettono sul futuro e lo traducono in cognizione, in messaggio – intendo l’arte e, in certa misura, la scienza, ci avvisano di quello che sta accadendo. Invece constatiamo un’irresponsabilità nei confronti di natura e giovani che è spaventosa».

Gli anziani sono un interlocutore economico molto “coccolato”: si vendono più pannoloni che pannolini. E sono un interlocutore molto “coccolato” anche sul piano politico perché votano, ma «in una società complessa non si può dire che questa va in una sola direzione – continua Allievi – Dal mio osservatorio dell’Università di Padova vedo nei giovani un livello di consapevolezza che non drammatizza e non accusa le generazioni precedenti che invece se lo meriterebbero, perché il futuro che si sono conquistati gli adulti lo stanno facendo pagare ai più giovani e lo fanno con un egoismo generazionale visibile: non sono inconsapevoli, ma scelgono la loro sicurezza. Sono molto fiducioso sulle giovani generazioni: meno male che ci sono loro, perché noi corriamo velocissimi verso il precipizio».
Allievi pensa, invece, che i nonni così preziosi possano cambiare atteggiamento: «Proviamo a prenderci cura dell’ambiente non solo dei nipotini. Oggi il nostro prossimo è lontano, ma noi abbiamo bisogno degli altri, eppure la metà della popolazione vive da sola. L’Istat ha coniato il neologismo “famiglie unipersonali” e questa solitudine cambia il mondo, ma il mondo è cambiato quando siamo diventati la società dei figli unici: cosa significa fratellanza per qualcuno che non ha mai avuto un fratello?».

E se è una femmina si chiamerà Futura, in “La difesa del popolo”, 5 dicembre 2025 (intervista)

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2025/12/download-2.jpg 157 321 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2025-12-04 17:55:382025-12-04 17:55:38La speranza e il futuro

Elezioni in Veneto e astensionismo. Quando anche chi vince è in minoranza

28/11/2025/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Politica / Politics /da Augusta

Il vincitore delle elezioni, in Veneto, più previsto di così non poteva essere. Sarebbe stato più prevedibile solo se fosse stato Luca Zaia in persona. Che in effetti si è ri-presentato e ha ri-vinto, seppure in un ruolo diverso. E tuttavia, si tratta di una vittoria ridimensionata dalla partecipazione minoritaria della popolazione. Che, è vero, sarà stata accentuata dalla prevedibilità del risultato. E che, è altrettanto vero, è un dato nazionale: ma ovunque misura la distanza della politica dal territorio e dalla sua popolazione (e viceversa), non la vicinanza, spesso in queste lande rivendicata come un dato.

Nella fattispecie, in Veneto, misura anche un crollo di consenso proprio da parte del popolo di centrodestra, visto che il centrosinistra invece i voti li ha aumentati: l’elettorato in qualche modo ha punito, standosene a casa, il governo regionale uscente, nonostante, nel racconto edulcorato della politica, nessuno lo voglia ammettere. Di fatto, chi non vota, vota con i piedi, andandosene altrove, come si diceva una volta degli emigranti (che peraltro, in regione, sono in aumento: e anche questo vorrà dire qualcosa). Non si spiega altrimenti che in cifra assoluta (che misura le tendenze molto meglio delle percentuali), il centrodestra, nonostante l’obiettivo effetto trascinamento, per la Lega, della presenza di Luca Zaia, capolista in ogni circoscrizione, che ha portato a casa 200mila preferenze, abbia perso sostanzialmente un terzo dei suoi elettori (meno 600mila rispetto al 2020), perdendo, con i voti, anche un buon numero di consiglieri. Voti, certo, persi anche verso una destra ancora più radicale, con la lista di Szumski che porta a casa 80mila voti e due consiglieri; ma anche, molto più significativamente, verso l’astensionismo. Un voto di protesta tutto interno alla medesima area, insomma, che non si è travasato, se non in misura minore, verso il centro sinistra.

Un calo della partecipazione al voto come quello evidenziato significa che Stefani ha l’appoggio esplicito non del 64% degli elettori (elettori, non cittadini), 6 su 10, che sarebbe comunque la maggioranza, ma di una netta minoranza: praticamente solo un quarto del corpo elettorale. E il suo sfidante, Manildo, ha l’appoggio solo della metà degli elettori di Stefani. Certo, non cambierà nulla, dato che il numero di posti da spartirsi sarà lo stesso, sia in consiglio regionale che nel governo e nel sottogoverno della regione. Per i partiti, in fondo, è quasi meglio così, all’atto pratico: meno pubblicità e meno concorrenza nella spartizione. Il che fa rispolverare l’opinione sollevata occasionalmente anche da qualche politologo, e per nulla populista, per cui la rappresentanza (nel concreto: i posti) dovrebbe in certa misura essere proporzionale al numero dei votanti, e quindi scendere se scendono questi ultimi. È probabile che allora sì che i partiti si darebbero da fare per coinvolgere maggiormente l’elettorato e i cittadini, e la politica tornerebbe nella concretezza dei problemi pratici e dei territori – tra la gente, come si ama dire.

Quello che non sappiamo – avendo comunque vinto il candidato espresso dal partito che aveva vinto la volta scorsa (e le precedenti) – è se ha vinto la continuità, oppure la novità. Stefani è giovane, si è presentato con un programma che sembrava scritto da un leader dell’opposizione, tanto è diverso il Veneto che descrive e immagina da quello che ci lasciamo alle spalle. E promette novità: il che è un bene. L’età è dalla sua, e farebbe ben sperare. Le promesse anche: da quella di scegliere assessori di qualità (ma l’abbiamo già sentita: certo, sarebbe un segnale se qualcuno fosse esterno ai partiti e davvero esperto di qualcosa) a quella di una maggiore attenzione al sociale, con un assessorato dedicato, fino all’attenzione promessa alla questione demografica: tragica, ma finora trascurata. Degno di nota anche il richiamo a una comunità solidale come obiettivo da raggiungere. Il che significa ammettere che finora non lo è stata abbastanza. Ma anche che si può fare di più per raggiungere questo risultato.

 

Stefani, la comunità solidale e il Veneto che ci aspetta, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 28 novembre 2025, editoriale, pp. 1-3

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2025/11/download-6.jpg 264 191 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2025-11-28 08:28:592025-11-28 08:28:59Elezioni in Veneto e astensionismo. Quando anche chi vince è in minoranza

Non si vota più divisi per genere: perché è una piccola rivoluzione di costume

22/11/2025/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Quando andremo a votare, ci troveremo davanti a una piccola, minuscola, impercepita, eppure grande novità. Una innovazione apparentemente banale, meramente burocratica: ma anche una significativa, per quanto inconsapevole, rivoluzione di costume.

La novità non è legata al risultato elettorale, che di innovativo, e tanto meno rivoluzionario, non avrà nulla: in alcune regioni, come in Veneto, si conosce in anticipo il vincitore, che sarà nel segno della continuità, e le eventuali sorprese saranno al massimo legate al peso dei singoli partiti all’interno delle coalizioni, o a qualche illustre promosso o bocciato. Sta invece tutta nelle modalità di voto: nelle sezioni, infatti, troveremo per la prima volta le file divise non per genere, maschi e femmine, ma per ordine alfabetico.

Talvolta il nuovo, senza essere veramente pensato e progettato come tale, semplicemente accade. È il caso di questa riforma, che, per via amministrativa, pone fine al binarismo di genere, superandolo. Ed è tanto più significativo che accada in un periodo in cui un certo revanscismo, oggi particolarmente popolare negli Stati Uniti ma assai visibile anche da noi, rivendica, con il ritorno alle tradizioni del passato, il tradizionalismo delle divisioni di ruolo, e se la prende con fasce iperminoritarie di popolazione, assurte al ruolo improbabile di pericolo pubblico e nemico politico, come le persone transgender, e più in generale con la composita galassia LGBTQ, accusata di confondere le acque (peraltro mai state cristalline), delle identità sessuali e di genere. Ancora più significativo è che questo accada proprio mentre governano, e appaiono più visibili nello spazio pubblico, i paladini della differenza radicale, anche di ruoli, tra maschi e femmine (questa sì, una ideologia gender, probabilmente più concreta di quella contro cui alcuni si scagliano). Che tra l’altro, in maniera benemerita, ne violano alla radice i presupposti, portando alla presidenza del consiglio e alla guida del paese, per la prima volta, una donna. E al contempo mischiano e confondono i ruoli, laddove le suddette presidentesse del consiglio rivendicano di farsi chiamare presidente, le direttrici d’orchestra si fanno chiamare direttore, mentre le rettrici, a capo di istituzioni spesso accusate di prestare troppa attenzione alle multiformi dimensioni del genere, sono felici di essere chiamate tali.

Non si sottovaluti la portata implicita di questa piccola/grande innovazione di costume. Il voto per ordine alfabetico alle elezioni ha lo stesso significato simbolico dell’introduzione dell’otto per mille nella dichiarazione dei redditi. Il primo seppellisce senza accorgersene il binarismo laddove non si rende più necessario, superandolo. Il secondo ha sdoganato a livello simbolico e popolare (con riferimento anche alle tasche dei contribuenti, sempre sensibili) il nuovo pluralismo religioso del paese, il suo non essere più omogeneamente cattolico, e basta. Sono novità che vanno nella stessa direzione: il riconoscimento esplicito di diversità non più incasellabili nei paradigmi tradizionali; o che non c’è più bisogno di ribadire ovunque senza necessità. Piccoli passi di un lungo cammino. Che, forse, potremmo semplicemente chiamare civiltà.

 

Che bello l’ordine alfabetico, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 novembre 2025, editoriale, pp. 1-7

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2025/11/download-4-1.jpg 190 266 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2025-11-22 09:43:362025-11-23 08:46:00Non si vota più divisi per genere: perché è una piccola rivoluzione di costume

European Islam and the Italian case

08/11/2025/in Articoli / Articles, Articoli sull'Islam / Islam Articles, Foreign Languages, Saggi / Essays, Saggi sull'Islam / Islam Essays /da Augusta

È disponibile in open access il mio ultimo articolo sull’islam italiano, pubblicato su Contemporary Islam:

Allievi, S. European Islam and the Italian case. Tendencies and specificities. Cont Islam (2025). https://doi.org/10.1007/s11562-025-00596-x  — qui il PDF: Contemporary Islam 2025 Italian Islam

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2025/11/images-2.jpg 183 275 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2025-11-08 12:02:222025-11-08 12:02:22European Islam and the Italian case

Mobilità umana, pluralizzazione culturale, confini identitari – Dossier IDOS 2025

04/11/2025/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles /da Augusta

Ieri è stato presentato in tutta Italia il Dossier Statistico Immigrazione 2025 (qui il link all’evento di Padova).

Qui si trova il mio contributo all’edizione di quest’anno: IDOS 2025.

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2025/11/Dossier-Statistico-immigrazione-2025.jpg 489 876 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2025-11-04 23:18:252025-11-04 23:18:25Mobilità umana, pluralizzazione culturale, confini identitari - Dossier IDOS 2025

Città e mutamento culturale

02/11/2025/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles /da Augusta

Federica Visconti, dell’università ‘Federico II’ di Napoli, in qualità di principal investigator del progetto da cui i testi hanno origine, con le colleghe Claudia Angarano e Claudia Sansò, ha curato i due bei volumi di “INCLUCITY. INCLUsive spaces for the intercultural CITY”. Il primo ha come sottotitolo “Riflessioni su”, il secondo “Progetti per”.

Del primo fa parte anche questa breve sintesi del mio contributo al convegno finale del progetto: Inclucity (estr.).

INCLUCITY. INCLUsive spaces for the intercultural CITY. 1 Riflessioni su, a cura di C. Angarano, C. Sansò e F. Visconti, Clean Edizioni, Napoli, 2025

INCLUCITY. INCLUsive spaces for the intercultural CITY. 2 Progetti per, a cura di F. Visconti e C. Angarano, Clean Edizioni, Napoli, 2025

 

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_3639.jpg 2479 2511 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2025-11-02 11:39:312025-11-02 11:47:01Città e mutamento culturale
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Stefano Allievi

E’ autore di oltre un centinaio di pubblicazioni in vari paesi e di numerosi articoli e interviste su dibattiti di attualità. Suoi testi sono stati tradotti in varie lingue europee, in arabo e in turco.

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