Capirsi al di là delle barriere linguistiche. La Pentecoste tecnologica

La metà delle lingue esistenti potrebbe sparire nei prossimi cinquant’anni. Intanto la tecnologia sta facendo passi avanti per conservare e rivificare le lingue morenti, ma soprattutto per perfezionare i traduttori automatici e consentire così una comunicazione istantanea. Ma come sarebbe il mondo se…

 

Difficile definire una lingua e i suoi confini: tanto che i repertori mondiali che cercano di catalogarle variano tra le 4mila e le 11mila, e la stima più diffusa sta ovviamente nel mezzo – Languages of the world ne calcola quasi 7mila, 5mila delle quasi stanno in soli 22 paesi (Papua-Nuova Guinea, il paese che ne ha di più, ne conta 820). Il problema è innanzitutto di definizione, visto che anche noi tendiamo a dire, con qualche fondamento, che un dialetto è una lingua che ha perso sul piano storico, e viceversa una lingua è un dialetto dotato di esercito. Soprattutto, la variabilità linguistica è un continuum (o un insieme di continua) nel quale è difficile distinguere gli elementi discreti: per motivi storici che ne determinano il diverso destino nel tempo, e perché oltre agli elementi di separazione e distinzione ci sono quelli di somiglianza che consentono reciproca comprensione (il caso più noto è forse quello di hindi e urdu perché scritte con alfabeti diversi, per ragioni che rimandano a una diversa appartenenza religiosa, eppure perfettamente intercomprensibili nell’oralità – ma vale anche per altre, in giro per l’Europa e per il mondo).

Quale che sia il numero stimato, e i motivi per cui si è sviluppata la diversità linguistica, assistiamo oggi a un processo di progressiva estinzione linguistica: oltre la metà delle lingue esistenti, circa 3.800, conta meno di 10mila locutori, quando la soglia di ragionevole sopravvivenza è di 100mila (che mantengono solo 1.239 lingue, meno del 18% del totale). Il che significa che la metà di esse potrebbe sparire nei prossimi cinquant’anni, secondo l’Atlante delle lingue in pericolo dell’UNESCO: per l’estinzione o la migrazione dei parlanti di una lingua, o per il cedimento progressivo a una lingua dominante, in caso di bilinguismo.

Come per la biodiversità, perdere una lingua – magari perché, sempre in analogia con la natura, sono stati distrutti i suoi ecosistemi – è certamente una perdita culturale. Al contempo c’è un elemento di selezione naturale, di competizione darwiniana, di sopravvivenza del più adatto. Le lingue si possono tuttavia rivivificare, come accade per nazionalismi, etnicismi e identitarismi (spesso con effetti collaterali problematici: ma se lo sono, lo si decide sempre sul piano storico): è quanto accaduto ad alcune lingue minoritarie anche europee, laddove se ne è reso obbligatorio l’utilizzo come lingue scritte, peraltro irrigidendole e limitandone le varianti (ogni lingua è imperialista su qualche altra…). E si possono pure inventare, come accaduto all’ebraico moderno, l’ivrit.

La variabile interveniente più interessante, oggi, che potrebbe cambiare molti scenari, è però la tecnologia. Non solo per la possibilità di conservazione delle lingue morenti in memorie esterne (scritte e audiovisuali), che potrebbero sempre essere rivivificate all’occorrenza: a somiglianza di quanto può accadere in botanica, o come immaginato dalla fantasy per gli animali estinti (ma più ordinariamente, non è quanto già accade nella contraddittoria vitalità delle cosiddette lingue morte?). La vera novità è l’efficacia sempre maggiore, che a brevissimo potrebbe superare gli standard della traduzione umana qualificata, dei traduttori automatici, sia per lo scritto che per il parlato. Questo consentirebbe una comunicazione istantanea, a prescindere dalle lingue di appartenenza: Babele e Pentecoste insieme, riunendo il meglio di entrambe – consentendo la possibilità di parlare e dunque mantenere le proprie lingue, ma capendosi ugualmente, senza bisogno di un occasionale miracolo dall’alto. E questo sia nella vita quotidiana che nel mondo della produzione e della comunicazione. Penso a cosa vorrebbe dire in ambito accademico e scientifico, dove oggi se non pubblichi in inglese non esisti: da un lato il formarsi di un mercato globale della conoscenza, in un’unica lingua, al prezzo (modesto) di una sua semplificazione in una sorta di Basic English, dall’altro il vantaggio immenso di poter essere tradotti nelle lingue più diffuse a partire appunto dall’inglese, e soprattutto di poter leggere materiale accademico di lingue che non conosciamo. Non più solo la necessità di una lingua comune, come oggi, ma la possibilità di rendere più visibili i prodotti scientifici e letterari delle periferie del mondo, nelle lingue più disparate, salvaguardandole tutte. E forse creandone di nuove.

 

Senza barriere linguistiche, in “Confronti”, maggio 2021, rubrica “Il mondo se…”

Le due facce dell’integrazione: Nelson, Saman, Seid e noi

Un medico padovano viene mandato per conto dell’INPS a Chioggia per una visita fiscale a un lavoratore che risulta in malattia, e che invece rientra proprio in quel momento in ciabatte e costume. Viene aggredito, insultato, minacciato di morte, inseguito. Il caso è già vergognoso in sé, e naturalmente da stigmatizzare e perseguire a norma di legge. Lo è ancora di più perché il medico in questione è originario del Camerun, e questo è sufficiente all’aggressore per sentirsi autorizzato ad aggiungere, alle minacce, delle considerazioni, chiamiamole così, più contestuali: “Negro di merda, da qui non esci vivo”, “Non puoi venire in Italia a fare quel cazzo che ti pare” e altri insulti razzisti. Il medico in questione ha una compagna italiana, una figlia di due anni, un lavoro con il quale in quel momento rappresenta proprio l’Italia, la legge, la correttezza del cittadino, il rispetto della norma – cioè tutti noi. Chi era fuori e contro il consesso civile, la legge, l’idea stessa di cittadinanza, era proprio il suo aggressore. Può darsi che la reazione aggressiva ci sarebbe stata comunque, anche se il medico fosse stato “bianco”: la cronaca è lì a testimoniarci che il mondo è pieno di cittadini non riusciti, e di violenti – il male esiste, dopo tutto.  Quella che non ci sarebbe stata è la sostanziale legittimazione del suo comportamento che, agli occhi dell’aggressore, era dovuta al fatto che il medico era nero – altro da sé, inferiore, nemico. Legittimazione che forse è leggibile in quella che appare come la sostanziale connivenza, o comunque la mancata reazione, di vicini e spettatori della scenata. Il fatto che la moglie del medico testimoni come spesso lo scambino per un ambulante o un ladro, e denunci un quotidiano stillicidio di minacce e preoccupazioni (fino a questa che “non è più ignoranza, maleducazione o stupidità” – che già sarebbe grave – ma “violenza del branco”) significa che nella cultura diffusa – che è frutto di anni di martellamento in tal senso – sembri proprio impossibile che un nero possa essere un medico (uno degli eroi di quest’ultimo anno), o magari un poliziotto. Motivazione che ci fa capire a contrario quanto sia importante, anche simbolicamente, che l’inclusione nei lavori “normali” si moltiplichi.

Non è un caso isolato, purtroppo. Nello stesso giorno si uccideva (anche se per altri motivi, come la famiglia ha dignitosamente e responsabilmente sottolineato), un ragazzo di vent’anni, di origine africana, adottato. In una lettera straziante e lucidissima, mandata tempo prima ad alcuni amici e alla psicoterapeuta, e letta durante il suo funerale, denunciava lucidamente il razzismo quotidiano, strisciante e diffuso, le accuse continue subìte – o per essere nero, o per non esserlo abbastanza, tanto da “rubare” il lavoro ai bianchi. C’è un passo terribile nella sua ordinarietà: “Ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro”. Diciamoci la verità: in quanti pensiamo queste stesse cose, come se – al di là della perversione dell’argomentazione in sé – non potessero esistere italiani non bianchi?

Oltre a ricordare questi fatti in sé, anche per contrastare la leggerezza con cui evitiamo di interrogarci seriamente su di essi, vale la pena avanzare due ulteriori considerazioni. La prima sulle aggravanti legislative: di fronte al razzismo, all’omofobia, ad altre forme di bullismo contro categorie già deboli in quanto minoritarie e con meno potere (dai disabili fino alle donne in quanto tali), capiamo quanto queste aggravanti legislative siano giustificate, in quanto educative. Perché molte forme di violenza, anche solo verbale, non ci sarebbero, o sarebbero di molto attenuate, se gli aggrediti non fossero portatori dell’una o dell’altra diversità. E ci sarebbe meno tolleranza e permissivismo da parte dei testimoni di queste forme di aggressione.

La seconda è legata alla tendenza – di fronte a questi fatti, figli di una società ormai plurale che tuttavia non si è accorta di esserlo – a schierarsi, incentivata da una propaganda politica colpevolmente ideologica, e da un giornalismo da talk show superficiale e distratto, che lascia passare troppe parole in libertà. Nei giorni scorsi – e tuttora – si dibatte della vicenda di Saman Abbas, la giovane pachistana con tutta probabilità uccisa dalla famiglia perché non voleva sottostare a un matrimonio forzato. La cosa terribile è che, in molti casi, chi si occupa di Saman lo fa non per pietas, ma come scusa per attaccare immigrati e musulmani, e mette in ombra gli episodi da cui siamo partiti. Viceversa, chi è sensibile al razzismo, spesso mette in secondo piano o sottovaluta i casi come quello di Saman, per non danneggiare la causa: anche qui senza vera pietas umana. È una deriva tristissima. Che deve farci riflettere. O siamo capaci di reagire di fronte a questi eventi allo stesso modo, e con la stessa forza e indignazione, e per gli stessi motivi, o abbiamo davvero un problema molto grosso. Di umanità, prima che di civiltà.

 

Serve uno scatto di civiltà, in “Corriere della sera – corriere del Veneto”, 8 giugno 2021, editoriale, p.1

qui il mio precedente articolo sul caso di Saman: https://stefanoallievi.it/articoli/saman-cosa-pensarne-cosa-fare/

Saman: cosa pensarne, cosa fare

Saman Abbas: 18 anni e una vita davanti. Che una famiglia bigotta e la minaccia di un matrimonio imposto hanno cambiato per sempre. Come, lo sapremo alla conclusione delle indagini.

È una storia comune, quella del conflitto che ha vissuto. Che si presenta spesso nelle famiglie “tradizionaliste”, quale che sia la tradizione di riferimento (religiosa, etnica, tribale, in ogni caso popolare, da qualche parte, e tramandata come si tramandano le tradizioni, per inerzia e imitazione), ma che normalmente si risolve in altro modo: passando attraverso conflitti familiari dopo tutto fisiologici, che servono a inghiottire la novità, la libertà e il riconoscimento dei diritti individuali, non a rifiutarli o conculcarli fino alla soppressione della vita.

Le tradizioni che vanno contro la legge vanno denunciate. Con forza. Quelle che vanno contro la morale diffusa e il senso comune vanno ingaggiate in una discussione senza reticenze. Ma serve pensiero, non retorica. E pratiche di integrazione, non capri espiatori.

Il problema non è denunciare l’immigrazione, o l’islam (come se fosse pratica abituale tra immigrati e musulmani uccidere le figlie! E il matrimonio combinato non fosse presente alle più diverse latitudini, e peraltro come pratica ancestrale prima che come costume religioso). Mettere sotto attacco le culture in quanto tali porta spesso a una chiusura intracomunitaria ancora più ferrea. Il cammino giusto è fare l’opposto: bisogna incontrare le comunità, parlare, dialogare, coinvolgere – in una parola, integrare. Mettendole di fronte all’orrore di casi come questo, collaborando a trovare mezzi e vie d’uscita, combattendo insieme un’omertà comunitaria difensiva che è essa stessa parte del problema. Coinvolgendo come attori privilegiati proprio le nuove generazioni, i figli degli immigrati, che sono in prima linea in questo confronto/scontro culturale.

In altri paesi europei, quando è emersa la piaga dei matrimoni forzati, è aumentato l’impegno e l’investimento in attività di integrazione, non diminuito. E lo si è fatto non contro le comunità, ma con loro, coinvolgendone i vertici nazionali e locali, sia etnici che religiosi (di molte etnie e religioni: la piaga è diffusa, e il confine tra matrimonio combinato e matrimonio forzato non sempre facilmente discernibile), in concrete iniziative sul territorio, nei quartieri e nelle scuole a rischio, facendo iniziative congiunte di educazione, cioè prevenzione, cioè integrazione, cioè il bene di tutti.

In passato altri casi (e purtroppo altri omicidi) si sono visti, soprattutto in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, cioè le regioni più sviluppate e avanzate del paese. Non è una contraddizione. Non potrebbe essere che così, visto che qui vivono la maggior parte degli immigrati, dando un contributo percentualmente assai superiore al loro numero alla produzione di ricchezza di queste aree, in cui si sono spesso inseriti bene. Tanto bene da fare famiglia – cioè proiezione (anche se inconsapevole) sul futuro – qui. È in questa realtà che si trovano a vivere i loro figli, e una delle contraddizioni (e delle occasioni di litigio familiare) è che i genitori vivono spesso voltati all’indietro: la loro cultura è quella d’origine, e il paese dove sperano di ritornare anche. Per i loro figli e figlie (ché le donne – il corpo e la volontà delle donne – sono sempre il terreno privilegiato di scontro delle culture che non a caso definiamo patriarcali) le cose stanno in maniera completamente diversa: sono proiettati qui, e questo è il loro paese, di cui a giusto titolo vorrebbero la cittadinanza (che, incidentalmente, aiuterebbe nell’affermazione di una consapevolezza e di una volontà autonoma, anche simbolicamente diversa e slegata da quella dei genitori).

È dunque questo paese – il loro – che deve reagire. Denunciando senza ambigue comprensioni e tolleranze l’inaccettabilità e persino l’indicibilità di comportamenti che coartano la volontà individuale, e ogni e qualsiasi tipo di violenza e sopraffazione. Reagendo con fermezza, forza e autorevolezza contro le discriminazioni interne alle comunità (nei confronti delle donne, in primo luogo) – e, per coerenza e maggiore legittimazione di questo suo sforzo, quelle esterne (nei confronti degli immigrati stessi). E dando una mano, anche e proprio rafforzando i soggetti deboli (le donne e i figli) con pratiche di empowerment e di integrazione diffusa. Solo così si risolvono i conflitti attuali. E si prevengono quelli futuri.

 

Saman e lo scontro culturale, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 2 giugno 2021, editoriale, p.1

Questioni di bioetica. Sul fine vita.

Samantha D’Incà, una giovane di Feltre, si trova in stato vegetativo. Non tra la vita e la morte: ma in un altrove che mi riesce difficile definire. La famiglia chiede di porre fine alla nutrizione artificiale. Credo sia un caso sul quale valga la pena riflettere. Ciascuno di noi, individualmente: magari per attivare una dichiarazione anticipata di volontà – io lo farò. E come cittadini ed elettori, chiedendo che si legiferi sul tema. Mi è stato chiesto di commentare il caso. Di seguito, le mie considerazioni.

 

Samantha ha trent’anni. È in stato vegetativo da sei mesi. Ci resterà per tutta la vita. Se è vita. Viene idratata e nutrita artificialmente, con una sonda infilata nello stomaco. Non ha coscienza, non ha conoscenza, non ha consapevolezza. Se non fosse supportata dalla tecnica, che la tiene letteralmente in vita – se è vita – sarebbe già morta.

La sua è una storia come sarebbe potuta accadere a ciascuno di noi. Una banale scivolata, la frattura di una gamba. Ordinaria amministrazione. Ma ci sono state delle complicazioni, che l’hanno portata dove è adesso: altrove. Una brutta polmonite, i polmoni collassati, il cervello rimasto senza ossigeno per troppo tempo, l’inutile trasporto in elicottero verso un altro ospedale. Proprio per la sua banalità il suo caso è importante. Perché serve a identificarci. È in casi come questo che la discussione sul fine vita mostra di non essere una disciplina per specialisti, ma questione essenziale per tutti noi, come singoli e come collettività che su questo dovrebbe legiferare e in ogni caso è chiamata a decidere: bioetica popolare, affare pubblico.

In questo momento Samantha è un corpo tenuto artificialmente in vita. La sua famiglia chiede di “scollegarla”: brutta espressione che significa lasciarla andare dove sarebbe andata naturalmente. Altrove. E anche in questo caso, come in quello di Beppino Englaro – che ho avuto l’onore di conoscere e rispettare per la sua testimonianza, continuata anche quando la sua vicenda privata era finita, a nome e per conto degli altri – sono i familiari più stretti, le persone che l’hanno amata di più, a farsi carico non di una battaglia, ma di una pacifica civile richiesta, che ai più appare di buon senso: pur mentre hanno già un dolore insopportabile e una domanda inevasa di senso da doversi gestire. Come fa la mamma di Samantha, descrivendo con parole semplici e per questo strazianti il suo limitarsi ad accarezzare la testa di sua figlia, perché altro non si può fare, di fronte ad una adulta che ha la coscienza di un neonato, e che secondo i medici potrebbe al massimo, se tutto andasse bene, acquisire quella di un bimbo di due mesi. E chiedendo quello di cui aveva parlato con la figlia, proprio discutendo con lei del caso Englaro, senza che tuttavia Samantha lasciasse una volontà esplicitata per iscritto: come non stupisce non abbia fatto una trentenne che credeva di avere una vita davanti, e come non fa la maggior parte di noi, anche molto più anziani.

Ci sono cose peggiori della morte. L’ossessione di (far) rimanere in vita è una di queste. Una forma estrema e inconsapevole di volontà di potenza, medica e giudiziaria (ma anche teologica, o parlamentare, a seconda di quali attori entrano in gioco). Un accanimento che non è nemmeno terapeutico, perché non è in grado di curare. Facile essere a favore di un simulacro di vita, se non è la propria, e se la decisione è demandata ad altri, per giunta: che sia la magistratura o la téchne ospedaliera. Facile sentirsi generosi, aperti alla vita, con il corpo altrui.

Lo sappiamo, sono scelte drammatiche. Difficili. E nessuna è veramente “giusta”. Nessuno, almeno, lo può sapere con certezza. Proprio per questo abbiamo il dovere di lasciar decidere chi a queste persone ha voluto bene, se non sono – come Samantha non sarà mai più – in grado di decidere da sé. Già la scelta è un peso difficile da portare. Il peso della lotta contro la legge, la tecnica, pezzi di opinione pubblica, un sistema che invece vuole imprigionare il corpo in un “per sempre” indefinito e senza speranza, lo è ancora di più.

L’ha detto un filosofo cattolicissimo come Giovanni Reale, meglio di chiunque altro: con la scusa di sacralizzare la vita, si finisce per sacralizzare la tecnica che permette di farla proseguire artificiosamente – perché senza la tecnica non ci sarebbe alcuna vita. Non vita degna: vita, proprio.

“Incerta omnia. Sola mors certa”, diceva Sant’Agostino. Oggi non è più così. Non sappiamo più qual è il confine tra la vita e la morte. È l’aspetto negativo dei progressi straordinariamente positivi delle scienze e della medicina. Presuppone la responsabilità di decidere, di scegliere, e anche di legiferare. È ora di farlo.

 

Fine vita, il peso della decisione, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 maggio 2021, editoriale, p. 1

Stiamo ripartendo? Come?

Un po’ alla volta, con la dovuta e ragionevole gradualità, si sta per aprire tutto, o così ci raccontano. Tutto bene? Tutto come prima? Finalmente liberi? Liberi tutti?

Si dice che la gente non aspetti altro, e probabilmente è vero. Certo, lo aspettano gli operatori economici che sono stati maggiormente danneggiati, come una liberazione: dal bisogno, dallo spettro concretissimo del fallimento, dalla crisi in agguato. Ma lo aspettano anche molti utenti, consumatori, cittadini che non vedono l’ora di tornare ad essere quelli di prima. E, certo, tutti quanti aspettiamo la liberazione dai lacci e dai vincoli: quasi per principio, prima ancora che per necessità. Tutto questo è comprensibile. Ma sia sul piano sanitario, che su quello economico, che su quello sociale, e persino su quello esistenziale, le cose sono più complesse. E crediamo che ci sia un pezzo di opinione pubblica che, pur apprezzando l’entusiasmo per le riaperture, non si senta di condividerlo, covando quasi in segreto profondi timori, per motivi diversi.

Qualcuno perché in oltre un anno di lockdown o semi-lockdown si è abituato a una condizione di minori frequentazioni, di più contenuti assembramenti (anche questa è una novità: abbiamo imparato a chiamare così ciò che prima era semplicemente la gente), di maggiore silenzio e isolamento. E non sembra eccitato all’idea di folle abbraccianti, di saluti festosi, di rumore assordante, di rinnovate code.

Qualcuno perché non si illude che tutto sarà come prima: e nemmeno lo vorrebbe. Perché, avendo sperimentato che le cose potrebbero essere altrimenti, spera che cambi anche il modo di divertirsi, di incontrarsi, di parlarsi. Che si recuperi un po’ di profondità contro il dominio della superficialità, un po’ di contenuti contro la loro mancanza, un po’ di peso contro l’eccessiva e insostenibile leggerezza, un po’ di densità contro l’evanescenza, un po’ di qualità rispetto alla quantità, un po’ di essere contro il sembrare.

Qualcuno anche perché teme che non sia affatto finita. Che la fine di questo lockdown sia solo una fase. Che, come quelli che hanno visto più lontano ci ripetono dall’inizio, dovremo abituarci a continue altalene di aperture e chiusure, di stop and go, di accelerazioni e rallentamenti, di ulteriori rinnovate campagne vaccinali. Perché questo insidioso nemico è capace di mutare continuamente forma, in quelle che abbiamo imparato a chiamare varianti, dando loro un’aggettivazione geografica, non a caso. E quindi, finché non sarà vaccinato il mondo intero (e noi stessi con la terza dose già in programmazione, e poi le altre a venire), questa cosa continuerà a rimbalzarci addosso per anni, in un interminabile ping pong attraverso i confini tra paesi, tra regioni, tra aree bianche, gialle, arancioni, rosse. È quella che chiamano shut-in economy, l’economia chiusa in domestici confini, dove l’aggettivo ‘domestico’ equivale al perimetro di casa, nemmeno del paese di cui si è cittadini.

Qualcuno anche perché sente che la libertà di ieri, a ripensarci meglio, un po’ mette i brividi. O forse perché sente che la ruota che gira, il meccanismo che ricomincia a muoversi (e non parliamo solo del lavoro), i rituali che tornano ad essere quelli di prima, non assomigliano necessariamente alla libertà: alcuni, molti, assomigliano alla ruota dello scoiattolo in gabbia, la libertà illusoria di una condizione di prigionia reale anche se incompresa. Da cui la pandemia ci aveva difeso, perché era la scusa perfetta per dire il nostro no, motivarlo, giustificarlo: o lasciarlo dire ad altri al nostro posto. Mentre da soli non siamo abbastanza forti per sostenerlo.

Qualcuno, infine, perché nel frattempo ci sono stati morti, feriti, lutti, perdite, sconfitte, fallimenti, e ad alcuni viene difficile fare finta di tutto, come se niente fosse: espressione significativa, perché le cose invece – le cicatrici specialmente – sono state e sono, e dunque restano e resteranno visibili, a volerle vedere.

Dev’essere per questo che anch’io provo un leggero tremore, un fremito impalpabile, uno sfarfallare di contraddizioni nello stomaco, un atteggiamento ambivalente, un camminare cauto, lento, meditato, incerto, insicuro verso le aperture a venire – l’inquietudine dei perplessi, probabilmente.

 

Una nuova libertà dopo il lockdown, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 21 maggio 2021, editoriale, p.1

Torneremo a percorrere le strade del mondo

Indice

 

Introduzione: Neanche il virus prossimo venturo ci fermerà

 

            Il Covid e noi

            Shut-in economy?

            Rivoluzione mobiletica e nuove diseguaglianze

 

Una storia che viene da lontano. Le ragioni della mobilità umana

 

            Piedi e radici

            Mitologia e religione

            Il caso europeo

           Le ragioni della mobilità…

           …e quelle delle migrazioni

 

Circolarità globale. Al di là di emigrazione e immigrazione

 

            Non aut aut: et et

            Nuove emigrazioni

            Tecnologie e mobilità

            Una fisiologica complessità

            Uno sguardo dall’alto

 

Tra erranza e radicamento. Appunti per una possibile teoria della mobilità

 

            Una premessa biografica

            Metafore della contemporaneità

           Ridiventare nomadi?

          La viandanza e la restanza

          Nel segno di Hermes 

 

Per una politica della mobilità e delle migrazioni. Proposte

 

            Governarle si può. Dunque, si deve.

            Se fossi ministro… Il coraggio della complessità

            Demografia, immigrazione, emigrazione

            Quali politiche sull’immigrazione: linee guida

            Le cose da fare, in dettaglio

 

Conclusione: Il virus, l’altro, l’altrove. Approssimazioni

 

Nota. La sociologia come genere letterario

Ringraziamenti

Bibliografia raccontata

 

Immigrati, tra sbarchi e lavoro

È demoralizzante vedere come ci si occupa di immigrazione nel nostro paese. Fa notizia solo se aumentano gli sbarchi: in quel caso, proteste, o proposte immaginifiche. Come il blocco navale da sempre evocato da Giorgia Meloni: mai che ci si dica come si fa (affondando le navi? lasciandole in ammollo? riportandole indietro? e dove, senza il consenso dei paesi coinvolti?), con quale legittimazione legale internazionale, quali e quante navi, quali regole d’ingaggio e quali limiti nell’uso delle armi, quali costi, presi da quale bilancio – basta la parola… Se aumentano i morti, invece, ne parla quali solo il Papa: la politica sostanzialmente tace. E se non c’è la notizia, ci si dimentica di parlarne e di approntare soluzioni: fino alla prossima emergenza.

Eppure avremmo molte ragioni per parlarne, con urgenza ma non in emergenza, per affrontare problemi “normali” e tuttavia serissimi che non riguardano solo i territori costieri, ma anche e soprattutto le regioni produttive del Nord e ancor più l’Europa. Magari ragionando sul contesto. Quello demografico: solo quest’anno nella differenza tra morti e nati abbiamo perso quattrocentomila abitanti, l’equivalente di una città come Bologna; a quale sviluppo prelude (o piuttosto preclude) un paese che dal 1995, caso unico nel mondo sviluppato, è in recessione demografica? E poi c’è l’emigrazione, negli ultimi anni di gran lunga superiore all’immigrazione, che dopo lo stop dovuto al Covid sta già dando segnali di ripresa – dove sarebbe esattamente, a leggere i dati, l’invasione? E Il che ci apre a un altro tema, quello lavorativo: ci piaccia o meno, nonostante la crisi, la manifattura è in forte ripresa, mantiene l’occupazione, e in molti settori addirittura l’aumenta – a scapito per esempio del turismo e dei servizi collegati, che già nei giorni scorsi ha denunciato, attraverso i suoi operatori, una drammatica carenza di manodopera disponibile, che si riverbererà sulla qualità del servizio e quindi inevitabilmente sulla crescita futura del settore. È certo che c’è un problema di qualità del lavoro e di livelli salariali: ma anche di drammatica carenza di manodopera comunque, anche se le condizioni di lavoro migliorassero. Ogni anno, del resto, e da qualche anno, i settori del lavoro stagionale (ci mettiamo anche quello agricolo, e le lavorazioni stagionali dell’industria) lamentano una drammatica carenza di personale: i giovani italiani, all’80% almeno diplomati, molti lavori manuali, anche in situazione di disoccupazione, li rifiutano a priori, preferendo semmai le vie dell’emigrazione, giudicate – purtroppo con molte ragioni – più vantaggiose. Ne vogliamo parlare a freddo, di questi temi, senza strepitarne solo a caldo dopo l’ennesimo sbarco a Lampedusa? Vogliamo almeno domandarci se sono collegati?

Poi c’è il problema delle soluzioni di lungo periodo. Che, necessariamente, prevedono il coinvolgimento dell’Europa nella modifica degli accordi di Dublino, nel controllo delle frontiere esterne dell’Unione, nel ricollocamento dei richiedenti asilo salvati nel Mediterraneo, nei rimpatri. Ma pure il ristabilimento di canali regolari e controllati di immigrazione: il solo modo per evitare che i canali irregolari, che abbiamo regalato alle mafie transnazionali, siano la sola modalità possibile di ingresso. C’è un ritardo inaccettabile delle istituzioni europee. Ma anche una carenza intollerabile di iniziativa italiana nel coinvolgerle: tanto più da parte delle forze politiche che fanno del contrasto (anziché del controllo, ragionevole e doveroso) all’immigrazione la loro ragion d’essere. A parte parlare, quali sono e dove sono le proposte alternative percorribili, che non siano meri slogan?

Purtroppo è colpa anche nostra, come cittadini. Che accettiamo che il dibattito su questi temi cruciali si riduca a contrapposte tifoserie ispirate a sentimenti (buoni o cattivi che siano, sia la rabbia xenofoba alla ricerca d’un capro espiatorio che la solidarietà umana verso le vittime dei naufragi questo sono), e mai che prevalga una riflessione basata anche su ragionamenti: intorno ai quali sarebbe più facile persino trovare un accordo.

 

Il fronte cieco anti-immigrati, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 maggio 2021, editoriale, p. 1

Violenze di gruppo: l’inaccettabile argomentazione del consenso

Piacerebbe sentire il punto di vista maschile, e giovanile, sui casi di presunto stupro di gruppo di cui si parla in questi giorni. Quello che ha coinvolto il figlio di Beppe Grillo, e quello dei giovani calciatori veronesi.

Sarà la magistratura, in entrambi i casi, a ricostruire cosa è successo, e a decidere di conseguenza. E non interessano, qui, i risvolti politici. Ci interessa invece trarne qualche riflessione sociale, e magari educativa, visto che una società, o si fonda su dei valori di riferimento condivisi, quali che siano, o non si fonda letteralmente su niente, e dunque af-fonda.

Sgombriamo subito il campo dal primo equivoco: il livello verbale di “consenso” (o di mancato esplicitato dissenso) delle ragazze in questione, anche se maggiorenni. Il problema qui è quanto può essere consenziente qualunque comportamento, sotto l’effetto dell’eccesso di alcol, e con la pressione forte del gruppo che spinge a bere e ad altro. Anche se, visto che la difesa (anche quella culturale delle famiglie e degli amici, non solo quella professionale degli avvocati) osa parlare di consenso, e il consenso presuppone una manifestazione di volontà esplicita, sarebbe interessante sapere se sia mai stata anche solo formulata la domanda: vuoi tu avere un rapporto sessuale di gruppo con noi, e che questo sia filmato e fatto vedere ad altri? In una società che ci fa firmare moduli di consenso a raffica sulle questioni più irrilevanti, possibile che su comportamenti così seri non venga previsto almeno un accordo verbale? Siamo abbastanza certi che la domanda non ci sia stata, e che la risposta in condizioni non alterate sarebbe stata negativa – dunque di che consenso parliamo? È chiaro che l’alcol è però un punto debole (oltre che un’aggravante: non certo una scusa), da approfondire, del rapporto dei giovani (e non solo dei giovani: solo che oggi si comincia a bere sempre più presto) con la vita, non solo con il sesso. Ma qui c’è da mettere in gioco una società intera, non una generazione. Tuttavia i veri punti nodali sono altri due.

Il primo è il gruppo in sé, e la logica di branco (maschile) che ne consegue. È evidente che non c’entra l’amore, neppure il piacere, e nemmeno il sesso, ma qualcos’altro: che ha a che fare con logiche culturali di genere e con questioni di potere. Se non fosse una questione di genere accadrebbe anche a parti invertite: un gruppo di ragazze che fa bere un ragazzo poi lo violenta e lo filma, dichiarandone il consenso. Certo, sono immaginari magari presenti nei sogni erotici di qualcuno e anche di qualcuna. Ma sono solo i maschi per i quali diventa occasionalmente anche comportamento attivato: anche perché è pratica sociale quotidiana diffusa almeno verbalmente, tra i banchi di scuola e nelle chiacchiere da spogliatoio. È quindi da lì che bisogna cominciare a lavorare per far emergere il rifiuto, il dissenso, la protesta anziché l’accondiscendenza degli altri maschi.

L’altro elemento è legato all’ossessione del filmare. Come pratica culturale in generale, che sostituisce il sentire (inteso come sensazione e sentimento, non come udire) con il far vedere. Ma nello specifico, di per sé un abuso, dato il contenuto delle immagini e la palese violazione della dignità e della privacy, oltre che di molte altre cose. Che cos’è se non un atto di potere, infame e infamante? E che cosa ha a che fare non diciamo con l’affettività, o con il piacere, ma anche solo con il sesso, persino estemporaneo? Davvero si può anche solo lontanamente appellarsi a una qualsiasi forma di consenso (peraltro non chiesto e non concesso), quando il proprio essere stati usati – cioè essere stati oggetto di un abuso grave e collettivo di potere – viene filmato e condiviso, o anche solo ri-goduto da chi ne è stato protagonista, magari per farne oggetto di scherno con gli amici – cioè far vedere quanto potere su una vittima si è stati capaci di esercitare?

È per questo che nessuna discussione è accettabile, e nessuna difesa (non solo giudiziaria) plausibile, sul grado di consenso della vittima di turno. Poi, sì, il fatto che l’abuso dei potenti sulla vittima sia difeso da chi ha fatto strame della presunzione d’innocenza altrui facendo della gogna mediatica la chiave del proprio successo politico, o che i perpetratori veronesi della violenza giocassero in una squadra che si chiama Virtus, diventano solo elementi di contorno tragicamente ironici, semmai esplicativi di quanto la differenza tra il predicare e il razzolare, tra l’etichetta e il contenuto, sia ormai comunemente accettata, e dunque essa stessa un problema che riguarda l’indebolimento valoriale della società.

 

Consenso, l’argine violato, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 28 aprile 2021, editoriale, p.1

La scuola vista da Marte: tutto come prima, le priorità sono altre

Facciamo finta di non saperne un granché. Non è difficile: in effetti, non ne sappiamo granché.

Facciamo finta di ipotizzare che è oltre un anno che abbiamo chiuso le scuole: tutte.

Facciamo finta di ragionare sul fatto che quest’anno le scuole hanno aperto a intermittenza, poi si è riusciti a dare una relativa continuità didattica almeno alla fascia pre-scolare e alla scuola dell’obbligo.

Facciamo finta di occuparci solo di scuole superiori. Che hanno vissuto fasi brevi di apertura, fasi significative di chiusura, e lunghe fasi di presenza intermittente: un po’ gli uni, un po’ gli altri. Metà in classe, metà in didattica a distanza (DAD).

Facciamo finta che il governo dica che si può riaprire con il 100% di presenze. Ma che regioni e comuni dicano che non si può, perché i mezzi pubblici funzionano con capienza al 50%.

Facciamo finta che arrivi un osservatore da Marte, un antropologo dalla Papuasia, o un genitore autoctono di un ragazzo o una ragazza di scuola superiore che scalpita per rivedere professori e compagni, che si sente dare l’ok dal capo più capo di tutti (quello del governo), tra le proteste dei capi un po’ meno capi (quello della regione, quello de comune): che cosa ne potrebbe dedurre?

Intuitivamente, che non è cambiato niente. Che le condizioni per rientrare in sicurezza per tutti non c’erano un anno fa (e infatti si è chiuso), non ci sono state negli ultimi mesi (e infatti si è aperto a metà), non ci sono oggi e non ci saranno entro fine anno (infatti si continuerà ad aprire con la metà più un po’ – invece del 50%, il 70%…), ma soprattutto non ci saranno nemmeno l’anno prossimo.

Mi metto nei panni di quell’improbabile osservatore marziano, di quell’inesistente antropologo del Pacifico, o di quell’incauto ma curioso genitore indigeno: tanto contano uguale. E ne deduco che non è cambiato niente. Che non si era pronti prima, non lo si è ora, e non lo si sarà nemmeno domani.

Ora usciamo dal rango delle ipotesi, dei “facciamo finta che…”. Tutti gli indicatori ci dicono che, nonostante la vaccinazione universale in arrivo (e, ancora, aspettiamo di vederla), non è finita, e non sarà finita con questo anno scolastico. Che se anche sarà finita con i ceppi attuali del virus, ci saranno le varianti. Che se sarà finita con le varianti, ci saranno altri virus. Che se sarà finita con tutti i virus per i paesi che hanno avuto modo di somministrare i vaccini, finché non sarà vaccinato tutto il mondo avremo a che fare con nuovi allarmi, nuovi focolai, recrudescenze di infezione. Che, insomma, Covid 19 sarà sostituito prima o poi da Covid 21, o 22, o chissà… Perché le ragioni affinché si producano nuovi virus sono tutte lì, come erano lì, disponibili e visibili, quelle che prevedevano l’arrivo di questo: il libro di David Quammen, Spillover, che anticipava con esattezza impressionante come e dove sarebbe esploso il virus, era uscito in edizione inglese già nel 2012.

Ecco, di fronte a tutto questo, ci viene da commentare solo e semplicemente che non è successo (o meglio, non è stato fatto) niente o quasi, o comunque non abbastanza. Il sistema dei trasporti, pur se potenziato, resta inadeguato. La maggior parte delle scuole non ha installato, aggiornato o potenziato i sistemi di areazione (che sono decisivi, se si vuole immaginare una scuola in presenza persino nei mesi invernali). La dimensione delle aule, non parliamo del numero delle scuole, è rimasta la medesima. La numerosità degli studenti per aula pure. Il numero di docenti, per ora, anche: e se anche aumentasse, a parità di altre condizioni, non sarebbe rilevante. Infine, la didattica è sempre la stessa: la formazione somministrata ai docenti per affrontare nuove forme di insegnamento (a distanza, duale, asincrona, comunque la si voglia chiamare, o ‘invertita’ secondo il modello delle flipped classrooms) è stata praticamente inesistente. Chi si è formato, e molti l’hanno fatto, si è formato da solo.

Sappiamo che parlare è facile, e siamo tutti buoni, fare è difficile. Per questo ci siamo limitati a fare finta che. Come hanno fatto troppi decisori pubblici, di differenti livelli e amministrazioni: facendo finta che non fosse successo niente.

 

La scuola vista da Marte, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” 23 aprile 2021, editoriale, p.1

Dietro la benda. Insegnamento e valutazione

La foto della ragazza bendata mentre viene interrogata da un’insegnante durante una lezione a distanza è ovviamente indifendibile. Ma per spiegare perché, vorrei provare ad allargare lo sguardo.

L’insegnamento, come la vita in famiglia, e qualsiasi gruppo o società, si basa su un patto fiduciario: se la fiducia non c’è, il patto non regge. Non si possono minare i presupposti del patto, postulando che le persone vogliano tradirlo: in questo caso il patto va ridefinito nei suoi presupposti, o non regge (e infatti è pieno di famiglie, gruppi e classi disfunzionali – pensate alle coppie che si basano sula paura dell’altrui tradimento!). Ma sappiamo tutti che in ogni classe, famiglia, gruppo, impresa o società c’è qualcuno che effettivamente tradisce la fiducia, cioè il patto, una volta o l’altra. A tutti noi, anche solo come genitori o figli, è capitato di farlo o di vederlo fare (basta una piccola bugia). Come comportarsi in questi casi?

Additare al pubblico ludibrio è naturalmente la cosa più inefficace e meno educativa, anche se è una risposta abbastanza istintiva, e questo dovrebbe dirci qualcosa sull’arretratezza complessiva delle nostre competenze relazionali. Anche perché creerebbe un problema comunque. Immaginiamo, nel caso, che la ragazza non sappia rispondere: sarebbe smascherata; ma se rispondesse correttamente, sarebbe smascherata la mancanza di fiducia (il tradimento del patto) dell’insegnante. Un errore educativo in ogni caso.

Comincerei dalle risposte pratiche. Quando uno studente legge (cioè copia) durante un’interrogazione – a me è capitato durante gli esami universitari a distanza – nella gran parte dei casi si vede benissimo: di più, si sente. Basta un minimo di accortezza: se non lo si capisce, è un problema basilare di professionalità e prima ancora di sensibilità. Se non si riesce a intervenire, anche solo con domande trasversali, approfondimenti o, come mi è capitato di fare (ma io ho di fronte dei maggiorenni, che tratto come adulti), con qualche ironica allusione che l’interessato comprende benissimo (o assumendosi le proprie responsabilità e dicendolo esplicitamente), pure è un problema di professionalità. Basta pensarci come genitori in contesto simile per capire che la soluzione non è la benda, tanto meno la pubblica umiliazione: se lo sappiamo come genitori, perché non riusciamo a farlo in contesti lavorativi? Temo che in questo caso non aiuterebbero nemmeno i comunissimi software antiplagio, o i programmi che dal cellulare posizionato lateralmente consentono di vedere sia lo studente che il suo schermo di computer, che si usano in alcuni esami universitari scritti. Nella scuola basta un po’ di minima professionalità, e la capacità banale di riformulare le questioni: tanto più che c’è sempre l’arma della valutazione, che può tener conto dell’eventuale copiatura.

Credo sia un problema che ci si deve porre insieme, insegnanti e studenti. Anche perché pure questi ultimi, che giustamente si indignano per metodi primitivi di controllo, sanno benissimo che il problema esiste, visto che in molte classi ci sono scambi di sms e gruppi whatsapp – o anche tecnologie più raffinate – creati allo scopo. Un’equa valutazione è nel loro interesse: il non coinvolgerli nell’analisi e nella soluzione del problema è esso stesso un problema, un modo di intendere la scuola – e la vita – ormai tremendamente inefficiente, oltre che sbagliato. La risposta non sarà in ogni caso più controlli, magari un microdrone sulla testa di ogni studente, ma un diverso patto educativo e fiduciario (questo anche nella didattica in presenza, incidentalmente – e a qualunque età: si può e si deve fare fin dalle elementari).

Ci sono tuttavia alcuni problemi strutturali da porre. L’età media degli insegnanti è di 55 anni (la più alta d’Europa) nelle scuole di ogni ordine e grado – se gli strumenti acquisiti sono vecchi di decenni e nel frattempo non c’è stata formazione pedagogica e metodologica adeguata, non se ne esce. Inoltre la didattica a distanza ha le sue specificità rispetto a quella in presenza – e la porteremo con noi a lungo: è semplicemente inaudito che dopo un anno abbondante la maggior parte dei docenti non abbia ricevuto alcuna formazione specifica – della cui mancanza sono responsabili tutti i livelli decisionali, dal ministero ai distretti passando per le regioni. Infine: l’immagine da cui siamo partiti esiste perché siamo nell’era dei social, a cui la didattica a distanza, come tutto, è sottoposta. Bisogna saperlo e tenerne conto. E anche a questo bisogna essere formati. Ma questo aprirebbe un altro capitolo.

 

Cosa c’è dietro a quella benda, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 aprile 2021, editoriale, p.1