Fare opposizione nello Zaiastan

La battuta è stata del leader dell’opposizione, Lorenzoni, quando gli è stato chiesto come commentava le elezioni: “in bulgaro o in italiano?”. È un vecchio vizio di chi non si identifica con i vincitori, e guarda attonito – tra l’allibito e l’invidioso (nel caso di Lorenzoni, forse solo autoironico) – il travolgente successo di Zaia in Veneto, tirare in ballo le “percentuali bulgare”, Lukashenko o lo zar Putin. Ma qui non c’è nessun autoritarismo, nessuna tentazione totalitaria, nessun dominio di partito unico: il consenso sale dal basso, e la leadership di governo qui è purissimo soft power. Carezzevole, persino. Attentissimo a non prender posizione, semmai, non a prenderle forti. Più ascoltare che dire, e magari fare. Se c’è qualcosa di cui non si può proprio accusare Zaia, è di volersi imporre: tanto meno con le maniere forti, o con le percentuali truccate. Non ne ha bisogno.

Tuttavia, il Veneto è davvero lo Zaiastan: fenomeno irripetibile, nemmeno esportabile al resto d’Italia, e che finirà con lui. E in questa landa chi si oppone finisce per essere, o meglio per sentirsi, minoranza etnica: divisa, separata – metà ragionevole e moderata, distaccata e benevolmente scettica, metà invece rancorosa e incattivita. Posizioni tipiche di chi sa di contare poco o nulla, e forse di poterci o saperci fare poco o nulla. Basta vedere le bolle social dell’opposizione: un po’ di autocritica (poca, in realtà, non proporzionale alle dimensioni dell’irrilevanza), molti silenzi (in parte perché non si ha effettivamente niente da dire, non capendo quello che succede), e qualche sfogo caratteriale (qui un insulto o un’interiezione esclamativa, là un’accusa ai veneti di volersela e di meritarsela, la loro sorte ingrata).

Ma forse è il caso che chi fa (o volesse davvero fare, d’ora in poi: finora non c’è stata) opposizione, si guardi dentro, e intorno. Il Partito Democratico, il principale dell’opposizione, fa il peggiore risultato di sempre. Il leader dell’opposizione anche. L’intera coalizione di centrosinistra pure. Gli altri non pervenuti. Il civismo, tanto decantato, e obiettivamente generoso nello spendersi e nel metterci letteralmente la faccia, ha allargato la coalizione di un misero due per cento, all’interno di un calo senza precedenti, dovuto anche al suo mancato radicamento. Una leadership inventata all’ultimo – e provinciale in senso tecnico: conosciuta solo in una provincia, o meglio in una città – non ha saputo e potuto fare di meglio: non c’erano le basi; come del resto le precedenti leadership inventate all’ultimo, ma peggio, nella logica impietosa dei numeri (dal passato non si è evidentemente imparato niente: la storia sarà anche maestra di vita, ma gli uomini sono pessimi scolari). Gli altri partiti di centro-sinistra fanno quasi tutti peggio persino dei no vax. Le illusioni ultraautonomiste, di destra e di sinistra, che reclamano per il Veneto una SVP sul modello altoatesino o una CSU alla bavarese, si scontrano con l’evidenza che c’è già, e si chiama Lista Zaia.

Cosa concluderne? Si è accusato spesso Zaia di non avere una visione, cosa che l’interessato peraltro contesta. La domanda giusta all’opposizione sarebbe: qual è la sua? Dove si è vista? Dove è scritta? In quali programmi, parole d’ordine, simboli, bandiere? Ecco, il problema forse è lì: se il Veneto a trazione Zaia non ha una visione, per l’opposizione è vero al quadrato, o forse al cubo. E non ci si può accontentare di ripetersi stancamente che c’è, ma gli elettori non l’hanno vista. Se è passata inosservata, forse è proprio perché non c’era nulla da vedere. Uno sguardo appena onesto anche solo alle ultime due legislature, quelle in cui il dominus era Zaia, lo dimostra. C’è qualcosa di significativo da ricordarsi, da quelle parti? Forse solo, e non è una medaglia, un pallido e impersonale “sì critico” al referendum sull’autonomia…

È un problema di leadership? Certamente, anche. Il carisma, come il coraggio per don Abbondio, se uno non ce l’ha, non se lo può certo dare. Dalle parti dell’opposizione non se ne vede l’ombra, in nessun partito. Ma il problema è più profondo. Di lettura del reale: e forse proprio di sua conoscenza, di presenza al suo interno. Se non lo riscopre, l’opposizione continuerà ad attraversare il deserto: ma senza risorse, senza bussola, sempre più debole e affaticata, senza un Mosé a guidarla e una terra promessa come orizzonte. Non stupisce che la gente non ci voglia stare, in quella situazione.

 

L’alibi bulgaro di chi perde, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 23 settembre 2020, editoriale, p.1

Superare gli Accordi di Dublino? L’iniziativa dell’Europa

L’annuncio di Ursula von der Leyen, durante il suo solenne discorso davanti al Parlamento Europeo, di voler rivedere gli Accordi di Dublino, anticipando a settimana prossima la presentazione del Migration Pact, è di quelli che dovrebbe far discutere, e gioire, la politica e l’opinione pubblica italiana. Finalmente si parla seriamente del tema più divisivo che ha attraversato l’Europa (e l’Italia) in anni recenti, e il più pavidamente affrontato fino ad ora: non dal Parlamento Europeo, eletto dai cittadini, che su questi temi ha lavorato, ma dalla Commissione, espressione dei governi nazionali, e delle loro agende politiche interne, e quindi meno interessati alla soluzione complessiva dei problemi.

In gioco c’è il nuovo sistema di governance dei flussi migratori. Gli Accordi di Dublino sono infatti quelli che prevedono che della gestione di un richiedente asilo si debba obbligatoriamente occupare il paese di primo approdo. Non ci vuole un genio per capire che questa normativa penalizza soprattutto i paesi costieri (Italia, Spagna e Grecia, ma anche Malta e Cipro), pur riguardando persone che in grande maggioranza vorrebbero andare in altri paesi europei, dove c’è pure maggior bisogno di manodopera.

In pratica significa occuparsi della redistribuzione di chi viene salvato in mare: che dovrebbe avvenire già prima dello sbarco, e diventare equa, obbligatoria, e con sanzioni per chi rifiuta di accettare le sue quote di migranti (questo quello che chiedono i paesi costieri). Ma, soprattutto, dovrebbe riguardare non solo chi richiede formalmente asilo, ma anche i migranti economici, che sono di fatto la maggior parte.

Non aspettiamoci soluzioni miracolistiche. Il diavolo come noto sta nei dettagli, e le resistenze sono molte. Ma intanto l’Europa batte un sonoro colpo su una questione sulla quale, fino alle ultime elezioni europee (se i partiti sovranisti avessero avuto più successo), aveva rischiato di naufragare, dando il colpo di grazia all’intero processo di unificazione. E soprattutto ammette che la prassi adottata fino ad ora è non solo iniqua, ma anche gravemente inefficiente: sono più i costi che i vantaggi.

Fatto questo primo non facile passo, occorre guardare altrove. Non si risolvono i problemi dell’immigrazione pensando solo agli sbarchi: dagli accordi con i paesi di partenza ai rimpatri assistiti e non, passando per il pattugliamento delle coste mediterranee e le politiche di integrazione e cittadinanza, è tutto un insieme di politiche tra loro strettamente collegate che va affrontato. Collegandosi anche ad altre cruciali questioni: non ultima, l’andamento demografico fortemente divergente di Europa e Africa, che vede da noi un saldo negativo tra morti e nati, un invecchiamento drammatico della popolazione, e un calo significativo della popolazione attiva, e dall’altra parte una pressione che, se non regolata, rischia di diventare un serissimo problema geopolitico, non solo sociale.

Occorre quindi regolamentare i flussi legali: facendo in modo che le regole le faccia la Commissione (non i singoli governi), e non più i trafficanti (che fanno anche la selezione e il prezzo), come avvenuto finora. Per delega, forse inconsapevole ma non innocente, proprio dei governi e dell’Europa, che si erano illusi di risolvere il problema non occupandosene più, con una chiusura delle frontiere per l’appunto illusoria e quindi inefficace. Il che significa corridoi umanitari per i rifugiati, da una parte, e ingressi legali, controllati e contingentati per i migranti economici, dall’altra.

Von der Leyen si è sbilanciata fino ad auspicare “un’Unione Europea antirazzista”. Senza scomodare i valori, ci accontenteremmo di un’Unione onesta nell’analisi dei problemi e ragionevole nella ricerca di soluzioni.

 

Dimenticando Dublino. Migranti, cancellare il trattato non è sufficiente, in “la Repubblica”, 19 settembre 2020, p. 26

Contro le forbici della non politica. Il mio appello per il NO.

Sono favorevole a una ragionevole e ragionata riduzione del numero dei parlamentari. Proprio per questo voterò NO al referendum, che propone un irragionevole e controproducente taglio lineare. Per ragioni tecniche, di principio e politiche.

Il sistema non solo rimane altrettanto inefficiente, ma peggiora il suo funzionamento. Resta l’inutile bicameralismo perfetto, in cui le due camere fanno esattamente le stesse cose. Un sistema che esiste solo in Italia: come se un’impresa o un’associazione avesse due consigli di amministrazione con identiche competenze. Né vengono modificati gli antiquati regolamenti parlamentari, con cui invece si sarebbe dovuto cominciare: anche qui, qualunque istituzione o azienda avrebbe cominciato dalle regole, non dal numero. Ma la situazione peggiora ulteriormente, perché stesse competenze in capo a meno persone significa rallentare i lavori parlamentari, anziché accelerarli. Le commissioni, attraverso cui si espleta il grosso dell’attività parlamentare, avranno meno membri (che dovranno far parte di più commissioni, specializzandosi meno), e i partiti più piccoli non potranno essere rappresentati: decideranno le segreterie dei partiti più grandi. Anche perché in collegi elettorali molto più ampi, in cui è difficile per i candidati farsi conoscere, passeranno solo quelli supportati dai partiti perché fedeli al capo, o quelli più ricchi, mentre sarà più difficile il loro controllo da parte dei cittadini: non un guadagno, per la democrazia.

La rappresentanza è alterata. Con oltre un terzo dei parlamentari in meno, da un lato ci saranno piccole regioni pochissimo rappresentate, ma dall’altro verrà ridotto drasticamente il peso proporzionale delle regioni più grandi ed economicamente importanti, con vistose diseguaglianze: i cittadini veneti ad esempio eleggeranno in proporzione molti meno parlamentari (ci vogliono molti più elettori per eleggere un rappresentante) del Trentino-Alto Adige, che manterrà quasi intatto il suo peso, perché il loro voto di scambio era decisivo per far passare questo obbrobrio di legge.

Si fa risparmiare mezzo caffè (l’anno, non al giorno) a cittadino, quando i veri costi della politica, decisamente più alti, sono legati alla sua inefficienza e all’incompetenza dei parlamentari: temi che non vengono proprio toccati dalla riforma. E semmai si poteva risparmiare sui costi fissi di camera e senato, che paradossalmente rimangono inalterati, pesando quindi percentualmente di più. Per dire, solo i soldi buttati nell’ultimo prestito a fondo perduto per Alitalia, che finiranno in pochi mesi, avrebbero mantenuto le camere attuali per un trentennio.

Il problema vero è avere parlamentari migliori, selezionandoli meglio, che è l’opposto di quello che fanno i principali promotori di questa legge, che hanno portato in parlamento i peggiori eletti della storia repubblicana, e continueranno a farlo.

Il simbolo di questo referendum sono le forbici. Non a caso, i promotori della legge hanno già detto che se vincerà il SÌ proporranno anche la riduzione degli stipendi dei parlamentari: e così faranno politica solo persone ancora più incompetenti e persino più incapaci (e meno rappresentative) del ceto politico che ha voluto questa non riforma, solo per prendersi un facile consenso genericamente anticasta.

Per costruire una nuova architettura istituzionale occorre, appunto, un architetto, un progetto, una visione. Tutto quello che qui manca. Restano le forbici. Con cui si può solo distruggere, non costruire.

 

Ma questo taglio è irragionevole, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 19 settembre 2020, editoriale, p.1

La spirale del sottosviluppo. Intervista a Stefano Allievi.

(Intervista a cura di Claudio Paravati)

“La spirale del sottosviluppo” è un titolo impegnativo, per un libro che tratteggia la situazione dell’Italia di oggi. Che cosa intende dire?

Ho cominciato a scrivere il libro quasi due anni fa, ben prima del Covid, e l’ho concluso durante il lockdown. Quello che emergeva, man mano che affrontavo i capitoli di cui si compone il libro – demografia, immigrazione, emigrazione, istruzione e lavoro – è la loro stretta interconnessione: ed è proprio questa che spiega – molto più che l’approfondimento di ogni singolo argomento – il declino italiano. Molte cose le studiavo da anni (i primi tre temi, in particolare); gli altri li ho maggiormente approfonditi in questa occasione. E man mano che li mettevo in correlazione il quadro peggiorava: come se l’uno spingesse l’altro verso il basso. Da qui anche il sottotitolo: “Perché (così) l’Italia non ha futuro”.

Con l’arrivo del Coronavirus, naturalmente, tutti gli indicatori sono peggiorati, e non poteva essere altrimenti. Per questo, pur sapendo di essere in un momento in cui c’era un legittimo bisogno di speranza, d’accordo con l’editore abbiamo mantenuto questo titolo duro: è – volutamente – uno schiaffo dato al lettore, ma a fin di bene. Non per fare del male, ma al contrario per svegliare finalmente alla consapevolezza: un po’ come si fa con le persone svenute, prive di sensi. Perché ho la sensazione – che per me è una certezza, dopo tanti mesi di approfondimento dei fondamentali del nostro paese – che non usciremo dall’emergenza affrontando l’emergenza, ma solo e soltanto affrontando i mali strutturali del sistema Italia, che sono quelli che descrivo nel libro. E che erano presenti già prima del Covid.

In compenso, visto che nel libro sono indicate anche alcune delle ricette necessarie per uscire dalla spirale, e per invertirla, passando da un circolo vizioso ad uno virtuoso, la conferenza-spettacolo che ho tratto dal libro, insieme ai giovani artisti di Fabrica che ne hanno preparato la parte audiovisuale (presentata online durante il lockdown, e che adesso comincia a girare nei teatri e nei festival), ho voluto intitolarla “Ri/partire. L’Italia dopo il Coronavirus”: con un’enfasi sui due significati del termine ripartire – ricominciare, ma anche fare le parti, suddividere, diversamente da come si è fatto fino ad oggi. Perché con il Covid non è solo che stiamo peggio: è che si sono aggravate enormemente le ingiustizie sociali, quelle che chiamo le 3G che dividono il Paese – tra garantiti e non garantiti, tra generi e tra generazioni. E bisogna sanarle.

L’età media della popolazione italiana è sopra i 44 anni; più della media europea (41,6); si pensi che, come dice lei nel libro, quella del mondo è 29,6 e quella africana 19,4. E ancora: nel 1980 – ci dice a p. 11 – in Italia c’erano 17 milioni di under 20, e 10 milioni di over 60; nel 2015 i dati sono rovesciati: abbiamo 10 milioni di under 20, e 17 milioni di over 60. Di fronte a dati come questi, come si fa a immaginare qualsiasi prospettiva futura? Innovazione, nuove tecnologie… ma anche solo, “banalmente”, la forza lavoro che per natura è forte in età giovanile? 

La demografia è uno dei temi fondamentali: per questo sono partito da lì. Siamo il paese più vecchio e messo peggio d’Europa (e tra quelli messi peggio al mondo). I bambini diminuiscono (mai così pochi nati dalla Seconda guerra mondiale), la popolazione attiva cala, aumentano solo gli anziani: i non autosufficienti rischiano di essere un decimo della popolazione tra meno di un decennio. Solo un paio d’anni fa il rapporto tra lavoratori e pensionati era di 3 a 2: sarà di 1 a 1 tra pochi anni. Il gap con il resto d’Europa sta aumentando. Eppure, mentre in altri paesi è oggetto di dibattito – in oggettivo collegamento con le riflessioni sull’immigrazione – da noi non ne parlano né la politica né i media. C’è un silenzio assordante e inquietante, che deriva dall’analfabetismo demografico anche delle classi dirigenti. Mentre dovrebbe essere al centro dell’attenzione, con infuocate discussioni sulle politiche da attuare e i progetti da inventare. Da questo dipende tutto: le politiche sulla famiglia (che non ci sono proprio), quelle sul lavoro, sull’istruzione, la riforma previdenziale, e naturalmente una sana ed equilibrata gestione delle migrazioni. E invece si va avanti senza alcun quadro delle priorità, con provvedimenti spot, nella loro quasi totalità a favore degli anziani: si pensi a Quota 100, tra gli altri. Il motivo c’è, e spiega molte cose: gli anziani sono di più dei giovani, e votano in percentuale maggiore (del resto sono la constituency principale tanto dei partiti che dei sindacati); inoltre hanno una capacità di spesa maggiore, e sono al centro di molti interessi economici, a cominciare da quelli legati alla sanità. I giovani invece hanno un reddito medio che è un quarto in meno di quello che avevano i loro coetanei un quarto di secolo fa, e nessuna speranza di ottenere i benefici di cui godono o godranno i loro genitori e i loro nonni, di cui pagano peraltro il prezzo. Ma nessuno se ne occupa. E infatti hanno ricominciato ad emigrare in numeri sempre più significativi…

Il cortocircuito negativo è complesso, in effetti: non solo più morti che nati, ma anche più emigranti che immigrati.

Sì, è la prima volta nella nostra storia che sono negativi sia il saldo naturale che quello migratorio: più morti che nati, e dal 2018 più emigranti che immigrati. Non è in corso nessuna invasione: un’evasione, semmai. Per dire: l’anno scorso gli emigranti erano stimati in circa 285.000. Sempre nel 2019, gli sbarchi sono stati poco più di 13.000. Con queste cifre davanti, ci rendiamo meglio conto della sproporzione tra l’attenzione dedicata all’uno e all’altro fenomeno.

Ci stiamo svuotando, ma purtroppo partono soprattutto giovani e famiglie, quindi l’invecchiamento della popolazione, il suo squilibrio interno, si accresce. In più il tasso di emigrazione è doppio nella popolazione laureata e diplomata, implicando una grossa perdita anche di capitale umano. Con effetti devastanti per l’economia del paese, per l’equilibrio del sistema previdenziale, ma soprattutto per la società, per i suoi orizzonti di riferimento, e anche per i suoi valori guida. Siamo un paese sempre più impaurito, incattivito, chiuso, culturalmente conservatore: normale, se i portatori di speranza, di innovazione e di futuro diminuiscono, o collocano le loro speranze altrove.

Lei parla di fattore “C”, da conoscenza: ma con la cultura dunque si mangia? A p. 120 scrive: «sarà sempre più importante… è il più potente fattore di sviluppo e moltiplicatore di investimenti e guadagni a disposizione di individui e paesi». Davvero è così? Non servono semmai fabbriche, metalli, grandi aziende? 

L’istruzione è una grande questione nazionale, forse il principale dei problemi del paese. Abbiamo in media la metà dei laureati d’Europa, e il doppio degli analfabeti funzionali: il 30%, contro il 15% che è la media europea. Tra l’altro è una questione collegata alla demografia: più si è anziani e più si abbassano i livelli di istruzione. Ma soprattutto, questo paese (e le sue classi dirigenti, in particolare quelle politiche) non ne capiscono la centralità e l’urgenza: del resto, la selezione, e non solo in politica, quasi mai passa attraverso la meritocrazia e la conoscenza. Siamo un paese di leggendaria immobilità sociale (conta di chi sei figlio, non cosa sai o sai fare). Se poi si è fatta carriera – politica, burocratica, ma non di rado anche nell’economia e nell’impresa – perché si è amici di, figli di, fedeli di, o perché si è vinta la lotteria del voto, senza alcuna capacità, e senza avere studiato, mai o quasi mai si ha la consapevolezza di quanto l’istruzione sia invece importante. Conoscenza chiama conoscenza: ma anche la sua mancanza, purtroppo, si riproduce. E un paese che non la cerca, o non la programma, per definizione non la trova. Il che è un problema enorme, in una knowledge economy che, da sola, produce più ricchezza anche per i meno istruiti: per capirci, nelle città e nei paesi dove ci sono molti impieghi nei settori innovativi, che presuppongono alti livelli di formazione, peraltro ben pagati, guadagnano di più anche baristi, commessi o carpentieri. E ogni posto di lavoro nei settori avanzati ne crea cinque nei settori tradizionali, cosa che non succede nella manifattura, dove il moltiplicatore è molto più basso. Se noi non investiamo in questo, perdiamo competitività nei confronti dei nostri partner europei e dei paesi sviluppati. E non a caso, infatti, siamo in coda in quasi tutti gli indicatori economico-sociali dell’UE e dell’OCSE.

Che cosa intende con l’espressione “paradosso di Ventotene”?

È una metafora che uso nel libro, che prendo da un esempio concreto. L’isola che ha ospitato al confino Altiero Spinelli, padre del federalismo europeo, che proprio lì scrisse il suo manifesto europeista, si è trovata all’incrocio di tutte le variabili di cui tratto nel libro: demografia in calo ed emigrazione hanno portato alla necessità di chiudere la scuola per mancanza di bambini, e al rifiuto di evitarla grazie alla ‘importazione’ di poche famiglie e bambini stranieri, per paura di perdere il lavoro. È una forma possibile di “spirale del sottosviluppo” di cui tratto nel libro, che finisce per impoverire gli autoctoni. E proprio per questo è un esempio efficace: perché le cose, come spiego nel libro, non sarebbero diverse se parlassimo di una regione qualsiasi d’Italia o d’Europa. È un esempio chiaro, direi trasparente – proprio perché lo si vede in un contesto piccolo – di come ci facciamo del male da soli (e soprattutto lo facciamo ai nostri figli, alle generazioni che ci seguiranno), nella totale inconsapevolezza e persino innocenza, se non abbiamo contezza delle connessioni tra i problemi che dobbiamo affrontare.

Nel libro in effetti emerge con chiarezza come la spirale del sottosviluppo passi dalla concatenazione tra questi fenomeni: demografia, istruzione, immigrazione, emigrazione, lavoro. Nel capitolo conclusivo sono azzardate delle conclusioni di tipo concreto, operativo. Cosa si può fare per non arrendersi al processo di decrescita che è in atto? 

Innanzitutto prenderne atto: averne consapevolezza, anche nei dettagli, e con dati a supporto. Farne il centro della propria riflessione, direi anche del proprio impegno, civile e politico. C’è bisogno di una riscossa anche morale, e direi di un risveglio – e di un impegno – di tutti, dalle élite (troppo spesso disincantate: tanto, loro, si salvano) in giù. Dobbiamo volerlo, innanzitutto, un paese migliore: e, francamente, non lo darei per scontato. Ci sono troppe persone a cui la situazione va benissimo così, troppi interessi legati all’immobilismo attuale, al non mettere in discussione gli equilibri raggiunti: e non parlo di oscure lobby, ma di banali contrapposizioni assai quotidiane, che ormai spesso dividono, all’interno delle famiglie, gli interessi dei genitori (o dei nonni) da quelli dei figli e ancor più delle figlie. Poi, sui singoli temi, le ricette ci sono, e sono percorribili, senza fare necessariamente la rivoluzione. Nel libro le elenco capitolo per capitolo, e sono cose pragmatiche, fattibili. Quello che manca ancora è la comprensione dell’ampiezza del disastro, della necessità di rivedere le scale di priorità: una visione lucida, se vogliamo. E di lungo periodo, non di breve momento. Per ritornare a quanto dicevo all’inizio, non usciremo dall’emergenza Covid occupandoci di essa e delle sue conseguenze. O affronteremo i mali strutturali del paese riconoscendoli e chiamandoli con il loro nome, o le emergenze si ripeteranno: sempre più spesso, sempre più gravi. Non voglio assumermi la responsabilità di consegnare un paese così, ai miei figli. È il motivo per cui ho scritto il libro e vado in giro a parlarne. Ma è di una riscossa collettiva, trasversale, quello di cui c’è bisogno. Non basta che lo percepiscano gli svantaggiati, che le cose non vanno bene: loro lo sanno già, lo sperimentano sulla propria pelle (anche se spesso se la prendono con le persone e i capri espiatori sbagliati). Bisogna che anche gli avvantaggiati (o i meno svantaggiati), capiscano che se le cose andranno avanti così, sarà peggio per tutti. Anche per le certezze di chi ne ha ancora qualcuna.

Stefano Allievi

Stefano Allievi

Sociologo, Professore di Sociologia presso l’Università degli studi di Padova.

5 Agosto 2020

Elezioni regionali e referendum: similitudini e diversità

È curioso notare come in Veneto i sondaggi in previsione delle elezioni regionali e del referendum costituzionale per la diminuzione del numero dei parlamentari abbiano andamenti molto simili.
Zaia è dato come vincente da prima ancora che confermasse la sua terza candidatura, con percentuali sovietiche, variabili tra i tre quarti e i quattro quinti dell’elettorato; i SÌ al referendum ricevono più o meno lo stesso apprezzamento. La notizia vera, per Zaia, sarà la quantità di voti presi dall’opposizione, non il risultato finale, mai stato incerto; lo stesso per il referendum, dove l’attenzione sarà puntata sulla quantità dei NO, più che sull’esito, che appare scontato. Il clima generale infine, in entrambi i casi, è quasi di noia, non essendo previsto alcun vero capovolgimento o colpo di scena: tanto che i presumibili vincenti (Zaia da un lato, molti tra i sostenitori del SÌ dall’altro), non si fanno praticamente vedere, in campagna elettorale, quasi non ne avessero bisogno (in effetti non ce l’hanno), e semmai avessero solo da perdere da un confronto diretto con le argomentazioni delle rispettive opposizioni – e quindi le evitano accuratamente. Del resto, sia Zaia che il SÌ alla diminuzione del numero dei parlamentari (non importa con che criterio: in chiave semplicemente polemica e anti-casta) sono prodotti sul mercato da tempo, e che si vendono bene. Sono i prodotti concorrenti, gli anti-Zaia e il NO, che hanno bisogno di visibilità e di far conoscere le proprie ragioni.
Le similitudini tuttavia finiscono qui.
Per le elezioni regionali, appurato in anticipo chi sarà il vincitore, la notizia sarà semmai quanto (poco) prenderanno gli sfidanti, o quanto ulteriormente perderanno rispetto agli sfidanti precedenti: la vera competizione, quella che può mettere un po’ di sale nella campagna elettorale, e risvegliare un qualche interesse, è tutta interna alla compagine vincitrice, e in particolare tra le liste in appoggio a Zaia presidente e la Lega. Di quanto Zaia batterà la Lega? Con tutto il contorno, probabilmente abusivo, di speculazioni sul futuro ruolo nazionale di Zaia in opposizione a Salvini: roba da addetti ai lavori, che forse non tocca nemmeno il diretto interessato, dato che lo aspetta un altro tranquillo mandato da presidente del Veneto, e nel frattempo, sul piano nazionale, sarà successo di tutto.
Per quanto riguarda il referendum, invece, le cose stanno diversamente. È vero, il risultato appare scontato: anche se bisogna tenere presente che sempre più persone decidono il loro voto nell’ultima settimana, una quota tutt’altro che trascurabile direttamente nel seggio elettorale, e gli indecisi o i non informati sono ancora moltissimi (senza contare gli astenuti: che in Veneto saranno meno solo grazie al traino del voto regionale). Ma mentre chi dichiara di votare Zaia o Lega (e qualsiasi altro partito) è probabile sia conseguente con le sue dichiarazioni, la sensazione è che – almeno nel ceto politico largamente inteso, inclusi i militanti locali – le dichiarazioni ufficiali dei partiti non corrisponderanno affatto ai comportamenti nell’urna, senza contare il fatto che molti elettori i partiti non li ascolteranno proprio – come giusto che sia, trattandosi di un referendum. Stando alle dichiarazioni formali infatti, il SÌ, sulla carta, dovrebbe stravincere, più ancora di Zaia: sono a favore il Movimento 5 Stelle, promotore dell’iniziativa, a destra la Lega e Fratelli d’Italia (Forza Italia appare più divisa), a sinistra il PD (oggi: in passato per tre volte ha votato NO in parlamento); sulla carta, appunto, oltre il 75% degli elettori, ben oltre l’80% contando FI. Sono contrari esplicitamente solo alcuni partiti della sinistra radicale, +Europa e Azione, il partito di Calenda (un’area, in totale, molto al di sotto del 10%), mentre Italia Viva, il partito di Renzi, dovrebbe lasciare libertà di voto. Ma la carta non corrisponde alla carne viva del paese, e nemmeno dei politici stessi: tra i quali molti, anche nei partiti per il SÌ, voteranno NO, sia dichiarando esplicitamente il proprio dissenso, se lo fanno per convinzione, sia non dichiarandolo se si tratta di un più triviale interesse personale. Il più compatto (per il SÌ) è il M5S, compattissimi (per il NO) Azione e +Europa, mentre il più diviso sembra essere il PD, e a seguire FI.
Per il referendum, dunque, la partita si giocherà tra la gente, e soprattutto nella pubblica opinione organizzata: opinion leader a vario titolo, giornali, associazionismo, intellettuali, che si stanno schierando per conto proprio, e che potrebbero riservare qualche significativa sorpresa rispetto a un SÌ plebiscitario, in quanto voto anticasta. Per le elezioni regionali, invece, non ci sarà partita: si misureranno i nuovi equilibri – tutto qui.

Elezioni e referendum. Il vero dato nei numeri di chi perde, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 settembre 2020, editoriale, p.1

Come cambiano le nostre libertà

“La libertà non consiste nello scegliere tra il bianco ed il nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta”. Questa frase di autore ignoto l’ho letta intorno ai quattordici anni, in un testo sul pensiero anarchico. E da allora non mi ha più abbandonato.

Lo so, ci sono frasi assai più famose sulla libertà, e intellettuali di riferimento che ne hanno approfondito i meccanismi, i cui testi non si scrivono sui muri. Ma forse la secchezza di uno slogan da writer ci aiuta a cogliere le dimensioni contraddittorie della libertà nella situazione odierna: intesa come libertà da (dal bisogno, dalle condizioni di fame e sfruttamento: senza le quali ogni altra libertà è più difficile o forse solo virtuale; o dal male, come si recita nel Padre Nostro), come libertà di (la libertà – cioè il potere – di fare delle scelte e perseguire degli obiettivi), ma anche la libertà di sottrarsi alla scelte, di immaginare altri mondi e altre opzioni, o di scegliere di abdicare alla propria libertà per obbedire, servire, annullarsi, tanto magnificata spesso nel mondo religioso (l’adattarsi alla volontà di Dio, comunque e da chicchessia interpretata), utilizzata dai totalitarismi al servizio dello Stato o dell’ideologia, ma anche autonomamente assunta da moltissimi individui, che semplicemente sacrificano spazi significativi di libertà individuale in nome d’altri valori (l’amore, la famiglia, il lavoro, un ideale…), o la conquistano attraverso il servizio liberamente assunto, come nei romanzi di Robert Walser. Senza dimenticare, a proposito di contraddizioni, quanta di quella che crediamo libertà sia invece un asservirsi ad altre schiavitù: come è spesso per la libertà di abbandonarsi a una qualunque dipendenza, o per libertà più ordinarie come quella di lavorare, e persino per la libertà sessuale, quando diventa schiavitù rispetto a una pulsione. La psicanalisi più di altri ci ha fatto vedere i limiti della nostra illusione di libertà.

La modernità ha aumentato a dismisura le possibilità di scelta dell’individuo, la postmodernità le ha estese nelle dimensioni ed estremizzate nelle modalità, internet e il web le hanno trasformate in virtualmente infinite. Dunque se il criterio della libertà fosse quello di poter fare potenzialmente sempre più scelte, e farle individualmente, siamo indubbiamente più liberi di tutte le generazioni precedenti. Il fatto di poterne perseguire, tuttavia, solo un numero molto limitato – risibile, rispetto alle possibilità – trasforma la libertà potenziale in frustrazione reale per ciò che rimane inattuato e inattuabile. E ci ricorda che si può veramente scegliere solo nel novero delle possibilità; o dell’immaginabile altrimenti, per tornare alla frase iniziale.

Di fatto, proprio nella nostra contemporanea condizione di apparente e sempre più estesa libertà potenziale dell’individuo, il credersi liberi si risolve spesso solo nell’essere liberi di crederlo. Tanto più se intendiamo la libertà come una retorica (o un valore con la maiuscola), anziché come una pratica di cui fare buon uso. Mancano gli uomini e le donne interiormente liberi, non la libertà. E mancano i verbi che la declinino in concretezza, non i sostantivi magniloquenti, ormai acquisiti.

Per Rousseau l’uomo nasce libero, ma ovunque è in catene. Per Sartre gli uomini sono liberi, ma la loro maledizione è che non lo sanno. Per noi, che oggi diamo più valore agli aspetti relazionali del vivere, e ci accorgiamo meglio del peso del vincolo ecologico, forse è vero che non siamo davvero liberi come crediamo, nemmeno alla nascita, ma lo siamo più di quanto crediamo e forse vorremmo o sappiamo gestire, e sempre più dovremo abituarci a limiti alla nostra libertà, come quelli che abbiamo per lo più liberamente accettato durante la pandemia: alla mobilità, alle relazioni, persino al diritto a guadagnarci la vita, in nome della salute pubblica, anziché di un ideale astratto. In nome del diritto alla salute, nostro e altrui, abbiamo scoperto che siamo disposti a rinunciarci, a parti della nostra libertà. Forse è l’inizio di una nuova riflessione, popolare prima che intellettuale, nata dalla necessità prima che dal desiderio, su una nuova forma di libertà: la libertà per – sottinteso, la vita. Nostra, altrui e dell’ambiente. Una libertà fatta di vincoli reciproci, liberamente rispettati. Meno io, più noi. Inevitabile, in un mondo globalizzato, interconnesso e plurale.

 

Senza libertà, in “Confronti”, n.9, settembre 2020, rubrica “Il mondo se”, p. 35

Niente è più come prima: 6 mesi fa, il Covid

La minaccia era apparentemente minimale: invisibile ad occhio nudo, ignota nelle sue cause, difficilmente prevedibile nei suoi effetti, e per questo inizialmente presa sottogamba, pur se rapidissima nella sua diffusione. La reazione messa in piedi dalla comunità internazionale è stata disordinata e tardiva ma gigantesca nelle sue dimensioni: mai nulla prima aveva prodotto una mobilitazione tanto ampia, da parte di così tanti e con tale massiccia sostanza di mezzi a disposizione. Si sono potute così disinnescare le conseguenze maggiormente catastrofiche di quella impercepibile minaccia.
Eppure, nonostante la reazione, quel maledetto virus ha cambiato davvero molto, nelle nostre vite e nel nostro immaginario. Con conseguenze di lungo termine sulle nostre persone e sulle nostre società.
Abbiamo (ri-)scoperto di essere fragili e mortali. Non che non lo fossimo: ma cercavamo di nascondercelo, riuscendoci. La lunga marcia verso un avvenire di vita sempre più lunga, sempre più in salute, con sempre più opportunità, circondati da sempre maggiore abbondanza di mezzi, per sempre più persone, ha subìto una brusca frenata. Una società che si credeva amortale, adagiata nel proprio benessere, cullata da illusorie certezze, si è improvvisamente scontrata con la fragilità dei propri fondamentali. Come una casa di legno apparentemente solida ma in realtà minata dai tarli: i problemi strutturali già c’erano, ma non si vedevano. L’arrivo di un ultimo imprevisto e indesiderato inquilino ha fatto crollare muri che si credevano portanti, e il pavimento, cedendo di schianto, ha portato con sé chi era più in basso.
Più o meno, nella società, è andata così. Non a caso il lascito principale del virus è stato un aumento impressionante delle diseguaglianze, che le misure di emergenza hanno solo in parte tamponato: e nemmeno si vede nella sua interezza, perché il peggio deve ancora venire. Per chi è stato schiacciato verso il basso si vedranno soprattutto in questa difficile ripresa autunnale, e ancor più all’inizio dell’anno prossimo, quando saremo vicini al primo anniversario del nostro arrenderci al primato del virus, alla sua incontestabile forza che ha smascherato le nostre debolezze: l’inizio del lockdown. Per chi sta in alto, e per le conseguenze della crisi altrui è schizzato ancora più in alto, invece, si vedono già, o si vedrebbero se non fossero nascoste dagli effetti dell’emergenza che ci coinvolge, e che finisce per pretendere quasi tutta la nostra attenzione. Pensiamo ai grandi quasi-monopolisti, da Amazon alla grande distribuzione, e a tanti settori che si sono trovati all’intersezione dei nostri bisogni – dalle tecnologie della comunicazione alla stessa sanità – così come altri settori si sono trovati improvvisamente ai margini, dalla mobilità delle persone e dal turismo alla cultura.
La società si è divisa più incisivamente che mai attraverso tre crinali fondamentali, che potremmo chiamare le “3G”: tra garantiti e non garantiti, tra generi, e tra generazioni.
I garantiti (rentiers, lavoratori della pubblica amministrazione, pensionati), talvolta senza aver preso alcuna iniziativa, senza alcuna vera capacità di resilienza, hanno potuto occuparsi solo dei problemi della (propria) salute, spesso lavorando meno di prima, e in un certo senso guadagnando addirittura di più, visto che sono diminuite le occasioni di spesa; i non garantiti hanno perso molto o tutto: il lavoro, se dipendenti (per ora poco visibilmente, finché dureranno il divieto di licenziamento e la cassa integrazione), i beni e le attività se commercianti, artigiani, partite Iva, imprenditori che non hanno potuto ricominciare a lavorare, o l’hanno fatto in condizioni drammaticamente peggiorate, perdendo risorse, ordinativi, clientela, opportunità, crediti diventati inesigibili, possibilità di finanziamento.
Le disparità di genere si sono approfondite, anche per la disattenzione quasi totale alle conseguenze sulle famiglie delle decisioni prese (riguardo alla scuola, ai nidi e agli asili, ad esempio, ma anche alla improvvisa drastica riduzione di servizi offerti da parte delle amministrazioni pubbliche di differente livello, dagli istituti di cura agli assistenti sociali). Il grosso del peso ha finito per gravare ulteriormente sulle donne, facendo fare passi indietro enormi al percorso di emancipazione femminile – in un paese che in questo era già messo male – con perdite di lavoro, salario, opportunità di carriera, e tempi dedicati al lavoro di cura enormemente (ri-)dilatatisi.
Le diseguaglianze generazionali, già gravissime prima – in un paese con la natalità più bassa d’Europa, il maggior disequilibrio negativo tra nati e morti, l’età media più elevata, le proiezioni più drammatiche nel rapporto tra popolazione attiva e pensionati (che era di tre a uno prima del Covid, e potrebbe diventare di uno a uno nel giro di un decennio), e una leggendaria immobilità sociale – sono aumentate drammaticamente in pochi mesi. Ad esse si aggiungono i 150 ulteriori miliardi di euro di debito pubblico finora decisi, che graveranno sulle spalle delle prossime generazioni. Di fatto, i meglio garantiti, che sono soprattutto maschi e anziani, hanno fatto scelte (forse all’inizio inconsapevolmente: ora non ne siamo più tanto sicuri, dato che costituiscono il grosso delle classi dirigenti, che sempre si autotutelano, e anche il nerbo delle principali constituency elettorali), che pagheranno soprattutto i non garantiti, le donne e i giovani.
Ecco perché questo momento eccezionale, in qualche modo apocalittico, costituisce anche uno spartiacque, una sfida alle nostre capacità di scelta, e alle nostre inerzie. O diventa riflessione sulle crescenti ingiustizie nelle nostre società (apocalisse significa precisamente questo: svelamento, e al contempo rivelazione), e tentativo di porvi rimedio, o ci ritroveremo a vivere in una società insostenibile e irriconoscibile.
Lo sconfitto principale, ma anche il principale imputato, in Italia è sicuramente lo Stato: non il senso dello Stato, che si è invece sorprendentemente manifestato oltre ogni aspettativa nella disciplina con cui si sono accettate tutte le misure di coercizione, anche le più contraddittorie, balzane e costose per individui e imprese. Ma lo Stato inteso come gestione della cosa pubblica, comprese le sue articolazioni regionali e locali: tanto preda di un’ansia da visibilità, fatta tuttavia più di parole che di azioni, quanto incapace di veramente organizzare, programmare, gestire nel quotidiano le decisioni prese sulla pelle dei cittadini. Un fallimento che si è visto non tanto nella sanità, che in qualche modo ha retto l’emergenza (ma ancora non è in grado di gestire la normalità della prevenzione e delle “3 T”: test, tracciamento e trattamento), ma soprattutto nella scuola, abbandonata a se stessa, e tuttora priva, a sei mesi dalla chiusura e alla vigilia della riapertura, di linee guida, direttive, procedure e piani di emergenza. Eppure si tratta delle funzioni fondamentali dello Stato, che oggi – persino più ancora, agli occhi dei cittadini, del monopolio della forza legittima e dell’esercizio della giustizia (peraltro a livelli miserandi per un paese civile) – ne giustificano l’esistenza (e la legittimità dell’imposizione fiscale) più di qualunque altra, e sono alla base di quello che chiamiamo welfare state: sanità e scuola, appunto, ma anche assistenza sociale (tutela dei più deboli) e previdenza.
Siamo in una crisi drammatica, ma krísis deriva da un verbo che significa distinguere, separare, scegliere, discernere, giudicare. E il bivio di fronte a cui ci troviamo è questo: trovare le tre o quattro priorità intorno a cui ricostruire il patto sociale, la necessaria richiesta di “lacrime e sangue” che ci si prospetta, o avvitarsi in una “spirale del sottosviluppo” (cui ho fatto riferimento in un libro che la descrive – vedi nota) che rischia di portarci ancora più in basso, e ancora più lontano dal novero delle nazioni civili. Per far questo però occorre una visione, una leadership capace di perseguirla, un consenso intorno alle scelte fatte. Più un auspicio che un dato di realtà, per ora. Un obiettivo da perseguire, per elites e classi dirigenti che si assumano la responsabilità di essere davvero tali, e per un popolo che ritrovi la voglia di essere qualcosa di diverso da un insieme di individui. È la nostra responsabilità di oggi. Se vogliamo avere un domani.

Quel prima e dopo il Covid che ha diviso la società in tre, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 agosto 2020, p. 1-2-3

Nota: Il libro cui si fa riferimento è La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ha futuro, Laterza, 2020

Se lo Stato abbandona la scuola

Dopo il danno subito lo scorso anno scolastico – terminato malamente da casa, con buchi enormi, di cui studenti e famiglie pagheranno le spese negli anni a venire – la scuola avrebbe dovuto essere la priorità numero uno della ripresa. E invece, a meno di un mese dalla riapertura, abbiamo la riconferma della disfatta dello stato. L’istruzione, che è uno dei suoi compiti primari, partirà male, solo per alcuni, con diseguaglianze ulteriormente aggravate.
Tante discussioni superficiali sui banchi monoposto – che peraltro arriveranno in numeri ridotti, solo in alcune scuole, e pure ad anno scolastico già iniziato, costringendo a ripensare la suddivisione degli spazi in corso d’opera – e zero riflessioni sull’essenziale. Si doveva puntare sul “tutti a scuola, a qualunque costo”, e ci ritroviamo con un “alcuni a scuola, altri no”, senza criterio: chi ha trovato gli spazi e le soluzioni bene, chi non ce l’ha fatta, peggio per lui, o per essere precisi, per gli utenti. Si doveva potenziare la didattica a distanza, migliorando e qualificando l’offerta, e facendo in modo che fosse fruibile da tutti, ma anche su quel versante si è fatto poco o nulla.
Ieri, su questo giornale, il direttore dell’Ufficio scolastico padovano dichiarava che per almeno il 40% dei ragazzi degli istituti superiori le lezioni a distanza saranno inevitabili: senza previsioni sul ritorno alla normalità, che si intuisce lontana – non giorni, non settimane, ma mesi, per alcuni forse l’intero anno scolastico. Sarebbe come se un dirigente d’azienda dichiarasse che quasi metà delle linee di produzione non ripartiranno. Senza che l’amministrazione subisca conseguenze, che ricadranno tutte e interamente sulle famiglie e gli studenti. Certo, non è colpa dei singoli dirigenti, o dei singoli presidi, se non hanno trovato spazi e soluzioni alternative: in assenza di linee guida precise, di input percorribili, di finanziamenti, di collaborazioni a livello locale. Ma è ammissibile che sia così, e basta? E che lo accettiamo? Proviamo a vederla da un altro punto di vista. Quanti corsi obbligatori sono stati organizzati per formare i docenti, in questa estate eccezionale di un anno eccezionale, che avrebbe dovuto prevedere decisioni e investimenti eccezionali? A livello nazionale, regionale e locale, tanto per chiarire che nessuno può dichiararsi innocente? La risposta, purtroppo, è zero, o lì vicino. Quanto tempo dei docenti è stato dedicato alla formazione? Solo quello che i docenti stessi, su base volontaria, hanno deciso di dedicarci, facendo da soli, in base alla propria sensibilità e capacità. Quanto denaro è stato investito sulle tecnologie necessarie, nelle scuole? Assai poco: molto al di sotto del minimo sindacale della decenza. Quanto è stato fatto per fare sì che le famiglie possano sfruttare questa opportunità (computer e tablet per chi non ce li ha, formazione per chi ne ha bisogno, connessione per chi non se la può permettere, soluzioni per i genitori che lavorano)? Anche qui, poco o nulla, sulla base delle iniziative di alcuni – magari del volontariato organizzato, o di istituzioni più sensibili – ma senza niente di strutturato, e soprattutto di dimensionalmente adeguato all’entità del problema.
In pochi mesi ci siamo indebitati di oltre 100 ulteriori miliardi di euro. Alle scuole, solo le briciole di tutto questo denaro, e meno ancora in termini di intelligenza, innovazione, progettualità, creatività. Il che dà il segno di quanto veramente ci teniamo. E del perché – non avendo alcuna contezza delle vere priorità del paese – meritiamo di pagare il prezzo del nostro fallimento istituzionale. Anche l’anno prossimo, dovranno pensarci le famiglie (le mogli e le madri soprattutto, sulle quali maggiormente è gravato il costo e la responsabilità dei figli a casa). Chi c’è c’è, chi non c’è si arrangi. Che non è solo una dichiarazione d’impotenza. È Il peggior messaggio educativo che potevamo trasmettere.

La disfatta dello stato, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 19 agosto 2020, editoriale, p.1

Il virus della xenofobia. Covid-19: il vizio di dare la colpa agli stranieri

È il virus stesso ad essere uno straniero: un alieno, anzi proprio la creatura malvagia che viene da fuori per mangiarci dall’interno, come nella saga dei film di Alien. Come tutto ciò che non conosciamo – straniero, estraneo, strano si equivalgono un po’ in tutte le lingue – ci fa paura. E come sempre la paura ci fa rispolverare tutto l’armamentario (anche linguistico) bellicista del nemico da combattere. Se poi si sommano due estraneità (il virus che viene da fuori, lo straniero che viene da altrove), ecco che si crea una specie di chimica delle emozioni che produce un inevitabile risultato: il capro espiatorio. L’equazione è semplice, efficace retoricamente e forse politicamente: peccato che sia falsa.
La stragrande maggioranza di chi è stato contagiato, come ovvio che sia, lo è stato da un autoctono, spesso un familiare, un collega o un amico: altro che nemico esterno. Anche gli stranieri che se lo sono preso, magari portandolo dentro una caserma dove – convivendo a stretto contatto, e non per propria volontà – se lo sono poi passato tra di loro, se lo sono preso fuori: in Italia, per così dire, presumibilmente da italiani, magari al lavoro (come normale che sia: nessuno il virus ce l’ha innato, dunque tutti lo prendiamo da qualche parte, fuori da noi).
Del resto, sono più gli stranieri che siamo andati a infettare a casa loro che quelli che hanno infettato noi. E quando il virus è venuto da fuori, è venuto spesso con stranieri al di sopra di ogni sospetto come imprenditori, turisti e sportivi, non certo ospiti dei centri d’accoglienza, o magari (citiamo dalla cronaca locale) da imprenditori italiani comportatisi incautamente all’estero prima di rientrare. Di cui non si chiede tuttavia l’espulsione, o la chiusura delle case, perché non è possibile, e non ha senso. Tutto ciò, semplicemente perché il virus è un apolide che non conosce frontiere, né differenze etniche o religiose, o di opinioni politiche. Viaggia come capita, distingue certo tra comportamenti cauti e incauti, ma per il resto è questione anche di fortuna, diciamocelo francamente: o di condizioni di vita (certo, una villetta con giardino è meglio delle camerate di una caserma o di un carcere).
Tutto ciò lo capisce anche un bambino. Ma non chi usa il virus per scopi ideologici o elettoralistici. In questo senso, più che accusare gli immigrati dei centri di accoglienza, che vivono nelle caserme in condizioni di promiscuità che non hanno certo scelto, di essere degli untori, incitando alla loro espulsione, ci si dovrebbe forse interrogare, e magari fare un qualche mea culpa, sul fatto di aver impedito per anni l’accoglienza diffusa, dove queste cose non accadono: segno che non è l’essere stranieri la caratteristica problematica, ma il vivere in determinate condizioni.
La situazione è anche il frutto dei mancati controlli. E qui dovrebbe farsi qualche domanda anche chi si è lamentato per anni per il costo eccessivo dell’ospitalità degli immigrati: i famosi 35 euro al giorno, ridotti drasticamente con Salvini ministro dell’interno a poco più di 20, erano in realtà uno dei costi più bassi d’Europa in assoluto. E il problema è proprio quello: con quei soldi si fa, malamente, l’accoglienza, non si fa certo l’integrazione insegnando lingua, cultura e formazione professionale, figuriamoci i controlli sanitari.
Poi, certo, i centri vanno monitorati, controllati, i contratti vanno revocati se mal gestiti. Ma bisogna anche creare le condizioni perché funzionino.
A fronte dello stesso problema si possono fare scelte diverse. Il Portogallo, a inizio crisi Covid, ha voluto una regolarizzazione generalizzata degli immigrati proprio per motivi sanitari, per controllarli meglio. Da noi, onestamente, a chi è mai fregato qualcosa della salute degli immigrati? Si sa che pesano meno sul servizio sanitario perché lo usano meno? Che sono sovrarappresentati nei pronto soccorso perché vanno in ospedale all’ultimo, proprio quando stanno male, e sottorappresentati in tutti gli altri settori? Che l’unico ambito in cui c’è una presenza maggiore è anche quello che ci serve per salvare la nostra tragica demografia (quasi un bimbo su cinque ha almeno un genitore immigrato)? E allora, ben venga il monitoraggio oggi: ma, magari, pensarci prima?
Dopodiché l’atteggiamento giusto non è fare gli incendiari, a colpi di polemiche. Ma dare una mano a risolvere i problemi. È questo che giustifica ruolo, onori ed oneri di chi governa. A livello nazionale, regionale e locale.

Untori e memoria corta
, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 7 agosto 2020, editoriale, p.1