Contro gli sbarchi incontrollati, gestire l’immigrazione regolare. Intervista Radio 1

Contro gli sbarchi incontrollati e l’immigrazione irregolare, gestire l’immigrazione regolare e i processi di integrazione.

Nel nostro interesse, e nell’interesse di chi arriva.

In quest’intervista a Radio Anch’io sintetizzo in un audio di 9 minuti le basi di quella che potrebbe essere una diversa narrazione sull’ #immigrazione e gli #sbarchi a #Lampedusa e altrove: https://av.mimesi.com/play?ij=true&v=44357/ffa3c49c-67f4-4cb0-af33-d1a96231dc6f.mp3

L’istinto gregario: il terribile conformismo della politica

In quello che molti hanno definito il tradimento del Nord (la fiducia tolta dalle forze politiche che pretendono di rappresentare il territorio a un presidente del consiglio che tutte, ma proprio tutte, le categorie economiche e professionali, e moltissime articolazioni sociali del medesimo territorio – e d’altrove – volevano fortissimamente che rimanesse al governo) c’è un aspetto che non sottolinea nessuno: che è umano, prima che politico.

Colpisce, delle vicende di questi giorni, la caratura del ceto politico: composto quasi senza eccezioni di yesmen e yeswomen (Sciascia li avrebbe definiti ominicchi, o più probabilmente quaquaraqua) che, pur non essendo d’accordo con quella scelta, non spendono una parola contro di essa, e anzi la giustificano a posteriori (mentendo sapendo di mentire), oltre ad averla obbedientemente votata. Sembra quasi che la politica produca un’antropologia propria: un tipo umano che è sostanzialmente l’opposto di quello che, almeno a parole, la maggior parte di noi (e di loro) vorrebbe essere, e vorrebbe che i propri figli diventassero.

Nessuno (o quasi) di noi – o di quelli tra noi che hanno un minimo di strumenti cognitivi (che non necessariamente hanno a che fare con il livello di istruzione: è un sapere, anzi una sapienza, che molti possiedono come dote naturale) – educherebbe i propri figli all’obbedienza cieca, pronta e assoluta. Passiamo anni (e leggiamo libri, e facciamo corsi per genitori, e consultiamo psicologi) per imparare a farne degli individui adulti, autonomi, indipendenti, critici. E probabilmente raccontiamo di esserlo noi stessi, e cerchiamo di esserlo, nella nostra vita familiare e lavorativa, nelle nostre scelte, nei limiti del possibile. Ma quando si entra in politica, questo valore, questa virtù, sparisce. Improvvisamente sappiamo solo “obbedir tacendo” (e persino, in qualche caso, “tacendo morir”: se non altro di vergogna), delegando tutto al capo, che decide in maniera solitaria, e adeguandoci. Senza porci nemmeno la domanda se è giusto così, o che figura ci facciamo davanti al mondo, e magari anche davanti ai nostri figli.

È un dato trasversale, che non riguarda solo alcune forze politiche (semmai è ironico se chi non pratica l’autonomia di pensiero richiede invece autonomia per il proprio territorio: poiché c’è sempre un rapporto tra mezzi e fini, non adeguare i propri comportamenti ai valori che si rivendicano è un indicatore per capire se sono solo strumentali, o meno). Ma in questi giorni l’abbiamo visto all’opera in varie forze politiche, e in passato, a seconda delle questioni, più o meno in tutte. È un elemento, dunque, costitutivo della politica. Che tuttavia dovrebbe farci riflettere, e innescare qualche domanda in più: sul senso di una politica vissuta in questo modo. Non c’è disciplina di partito che tenga, in circostanze particolarmente gravi (l’abbiamo imparato a nostre spese nei periodi di dittatura: persino in casi estremi, che sfidano la propria coscienza, è spesso possibile dire il proprio sì o il proprio no, obbedire a un ordine o a una legge ingiusta o rifiutarsi di farlo). Eppure la manifestazione del dissenso (si può almeno dire la propria, in dissenso con la linea del partito, ma poi votare, appunto, per disciplina di partito) è merce sempre più rara. E quello che sorprende, appunto, non è tanto che accada: ma che venga accettato come normale, e che anche i militanti e gli elettori rivotino poi le stesse persone. Quasi che avessimo riconosciuto in loro l’istinto gregario che è anche in noi.

Un grande economista, Albert Hirschman, negli anni ’70 scrisse un saggio fondamentale, in cui mostrava le logiche dei due comportamenti dissenzienti fondamentali: la “voice” e la “exit”. La prima consente di articolare meglio il proprio pensiero, spiegare le proprie ragioni, indicare dove sta l’errore. La seconda è la presa d’atto che non ci si ritrova più nelle ragioni delle scelte fatte (o più banalmente che il prodotto non piace più), e si va via (o si sceglie un altro prodotto). Bene, nella vicenda della fiducia al governo di “voice” non se ne è praticamente sentita: i leader hanno fatto le loro scelte in solitaria, e molto in fretta (che, come noto, è sempre cattiva consigliera). Mentre si sono visti alcuni esempi di “exit” a posteriori: che tuttavia fanno eccezione (e se ne parla) precisamente perché sono rari.

 

Un ceto politico composto da yesmen, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” e “Corriere di Verona”, 24 luglio 2022, editoriale, p.1

Il vescovo, il prete e l’ora di religione: lezioni dal caso Verona

Il vescovo di Verona, mons. Zenti, ha scelto di uscire male dalla storia e dalla vita pubblica della città: esautorando dall’insegnamento un prete che ha osato criticare la sua grossolana sortita pre-elettorale in favore del candidato sindaco del centro-destra.

Il casus belli è noto: prima del ballottaggio mons. Zenti ha scritto una lettera ai preti della diocesi in cui poco velatamente invitava a votare usando come criterio alcune “frontiere prioritarie”, come la “famiglia voluta da Dio e non alterata dall’ideologia del gender”, l’aborto e l’eutanasia, la difesa della scuola cattolica. Il vescovo ha cosmeticamente mascherato il suo patente appoggio al centro-destra (che aveva un precedente nelle elezioni del 2015, in cui aveva esplicitamente invitato a votare una candidata leghista) citando anche la disoccupazione, le povertà, la disabilità, l’accoglienza dello straniero: ma tutti hanno perfettamente capito dove voleva andare a parare, tanto che lo stesso candidato del centro-destra, Sboarina, ha fatto ampio riferimento, nel suo ultimo videomessaggio, proprio alla fantomatica ideologia gender (e a modo suo agli immigrati, dicendo che la sinistra avrebbe riempito Verona di campi rom, clandestini, degrado e abusivi), senza che la cosa gli abbia portato fortuna. Un prete e insegnante di religione noto in città, don Marco Campedelli, ha scritto una lettera aperta al vescovo, criticandone le sortite, finendo sospeso dall’insegnamento. Al di là di come la Curia sta oggi tentando di mascherare la sua posizione (e magari si finirà per sospendere la sospensione, per eccesso di clamore e palese effetto boomerang), la vicenda è interessante, e ha valenza non solo locale, per diversi ordini di motivi.

Il primo è il diritto stesso di critica all’interno della chiesa. Se una posizione dissonante rispetto all’autorità è considerata lesa maestà, se ne deduce per converso che l’unica posizione ammessa, apprezzata e premiata è il conformismo acritico, con tutti i difetti connessi: ipocrisia, servilismo, mentalità da yesman (in italiano suona leccapiedi, in dialetto basabanchi). Del resto è l’ideologia implicita nella stessa idea di appello al voto da parte di un vescovo o di un prete: si chiama clericalismo, e presuppone che il clero abbia un ruolo, una responsabilità e un potere maggiore dei laici, e che ne sappia di più anche sulla vita sociale e politica. L’ironia sta nel fatto che il clericalismo (idea pre-conciliare e paternalistica) è ancora fortemente presente nella chiesa, pur essendo del tutto depotenziato nella realtà: il voto cattolico non esiste sostanzialmente più, e la capacità di influenzare gli eventi politici ridotta al lumicino per scelta autonoma dei laici (come dimostra la stessa vicenda veronese).

Ma questa vicenda ci dice molto anche sulla questione dell’insegnamento della religione: che ancora, incongruamente, ha un carattere di ircocervo (animale favoloso, che la Treccani ci ricorda essere metafora di cosa assurda, inesistente, chimerica), oggi non più accettabile. Con insegnanti pagati dallo stato, ma un curriculum formativo deciso dalla chiesa cattolica, e l’obbligo del gradimento della chiesa locale per insegnare, con ingerenze anche nella vita e nella moralità privata dei docenti. È del tutto evidente che tale situazione è oggi insostenibile. Perché non siamo più tutti naturaliter cattolici, perché sempre più persone rifiutano questa sostanziale imposizione, e perché siamo in una società religiosamente plurale, e con un’ampia presenza di non credenti e non praticanti. Ed è interessante che sia proprio dall’interno del mondo cattolico più avvertito che si segnala – da anni – la necessità di passare dall’ora di religione (sostanzialmente obbligatoria dato che l’alternativa, a dispetto della normativa, è quasi sempre il nulla – ma anche ridotta, spesso, per poter coinvolgere tutti, a vaghe discussioni, e declassata a materia senza voto) all’ora delle religioni, gestita dallo stato, con la stessa dignità delle altre materie, capace di formare gli studenti al pluralismo religioso, ma anche alla stessa riflessione sul fatto religioso, oggi scandalosamente assente. Il risultato controdeduttivo della situazione attuale, infatti, è la sconcertante ignoranza religiosa degli italiani. Una perdita secca: anche per la chiesa cattolica.

 

Il vescovo e le ore di religione, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” e “Corriere di Verona”, 2 luglio 2022, editoriale p.1

Ius Scholae: le ragioni di una legge

La Camera dei deputati ha cominciato a discutere la legge sullo ius scholae, che concede la cittadinanza italiana a tutti coloro che hanno completato almeno un ciclo scolastico – ed è subito polemica. La platea potenziale è ampia: si tratta di circa 880mila studenti, la stragrande maggioranza dei quali è nata in Italia. Il valore e l’impatto della legge – peraltro supportata, nei sondaggi, dalla maggioranza degli italiani – sulla vita dei futuri nuovi cittadini potrebbe essere quindi significativo.

Perché è utile e anche urgente il provvedimento? L’acquisizione della cittadinanza è regolata da una legge del 1992: trent’anni fa, quando ancora le seconde generazioni erano pressoché inesistenti, dato che l’Italia era diventata da appena un paio di decenni un paese di immigrazione, dopo essere stato a lungo un paese di emigrazione. Ciò spiega perché la legge consenta il recupero della cittadinanza ai discendenti di italiani emigrati anche da diverse generazioni, che nulla sanno dell’Italia e che per lo più non sono interessati al rientro (la maggior parte, specie dall’America Latina, la chiede per poter entrare negli USA senza obbligo di visto), ma non ai figli degli immigrati nati qui (o arrivati da piccoli), socializzati qui, scolarizzati qui, spesso frutto di un’integrazione che più che nazionale potremmo definire marcatamente dialettale (la maggior parte di loro non la riconosceremmo come straniera, sentendoli solo parlare). Peraltro, la legge italiana è una delle più restrittive dell’Europa occidentale, e più restrittiva persino della legge italiana del 1912 e delle norme previste dallo Statuto albertino. Attualmente si può chiedere solo al compimento del diciottesimo anno di età, l’iter dura mediamente almeno quattro anni (ma per molti cittadini di origine non Europea si allunga notevolmente), e non è un diritto, ma una concessione individuale, non infrequentemente rifiutata. Il risultato è che questi giovani si ritrovano titolari solo di un permesso di soggiorno, da rinnovare anno per anno se per motivi di studio e se maggiorenni, che spesso arriva con molti mesi di ritardo rispetto alla richiesta, e tutta una serie di problemi pratici conseguenti: non poter andare all’estero nemmeno in gita scolastica, non poter rappresentare l’Italia nello sport agonistico, non poter partecipare a concorsi pubblici (che incostituzionalmente spesso prevedono ancora il requisito della cittadinanza; ci limitiamo a citare il caso dei medici, di cui c’è penuria, e che in paesi come la Gran Bretagna sono stranieri di origine per oltre un terzo). E in generale non essere come gli altri: in qualche modo essere obbligati a non sentirsi membri a pieno titolo della comunità, pienamente integrati, ancora meno patrioti – per impossibilità tecnica, proprio, e in contraddizione col loro sentire maggioritario. Curiosamente, i loro compagni spesso lo ignorano, si sorprendono quando lo scoprono, e non ne capiscono il motivo. Da qui il moltiplicarsi di iniziative locali di concessioni di una cittadinanza simbolica, anch’essa nella forma dello ius scholae (ora è la volta di Bologna, ma accade da anni, nel silenzio generale, anche in piccoli paesi), che consenta di sentirsi parte almeno della comunità locale.

La cittadinanza è “il diritto di avere diritti”, come ha scritto Hannah Arendt. Ma ha anche un importante valore simbolico, ed è rivendicata per questi motivi dai ragazzi di seconda generazione: che non si sentono affatto diversi, e vorrebbero semplicemente essere trattati come gli altri. Ciò che risponde a un principio fondamentale, al riconoscimento di un importante mutamento sociale (legato alla sempre maggiore mobilità, che peraltro vede oggi prevalere quella in uscita rispetto a quella in entrata, le emigrazioni rispetto alle immigrazioni), ma anche alla logica della convenienza, che dovrebbe spingerci a preferire un’integrazione completa rispetto a una parziale, anche per questioni demografiche e di fabbisogno di manodopera, visto che i saldi oggi sono drammaticamente negativi, e siamo in penuria sia di bambini che di lavoratori. Uno dei casi virtuosi in cui i valori si sposano con gli interessi. Un suicidio contrastarne la logica.

 

I diritti dei ragazzi nati qui, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Verona”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, 30 giugno 2022, editoriale, p.1

Quando chi chiede inclusione, esclude: considerazioni sul Gay Pride di Bologna

Tra i paradossi che ci è toccato vedere ultimamente (solo la politica ce ne ha offerti di più, con salti mortali, capriole logiche e contorcimenti di appartenenze ancora più evidenti) c’è anche questo: la festa dell’inclusione per eccellenza, il Gay Pride, che esclude – il movimento antidiscriminazione che discrimina.

Come sta succedendo a Bologna, dove è in corso la discussione sulla partecipazione di un gruppo di poliziotti alla sfilata dell’orgoglio omosessuale. La cosa è singolare e interessante di per sé: un gruppo di attivisti del gruppo Polis Aperta (significativo il gioco di parole intorno alla polis come città – sottinteso: di tutti – e come tutori dell’ordine), che include poliziotti e membri delle forze armate, vorrebbe partecipare al Gay Pride in maniera caratterizzata e visibile (non in divisa ma, come fatto peraltro in occasione di altri Pride, con il nome dell’associazione e una polo con la scritta “Diversamente uniformi” che richiama nei colori la divisa stessa). Avremmo potuto eventualmente aspettarci il disappunto del questore, o la contrarietà dei superiori, a un partecipazione che dal loro punto di vista avrebbe potuto creare dissonanze, se non problemi (anche se il diritto a manifestare è una conquista di civiltà non negoziabile anche per le forze di polizia): il Pride è sempre stato una manifestazione pacifica, gioiosa e solare (semmai, a provocare, a cercare lo scontro, o a picchiare, in passato, sono stati i militanti organizzati anti-gay, e ancora più lontano nel tempo, proprio i tutori dell’ordine), ma nel caso degenerasse in scontri, potremmo rischiare, in linea del tutto teorica, di vedere appartenenti allo stesso corpo di polizia in ruoli diversi e contrapposti.

Lascia invece smarriti, più che stupefatti, che a essere contrari alla loro presenza sia il comitato organizzatore del Pride bolognese, o almeno una sua parte (a giudicare dai commenti che girano in queste ore, molti non sono d’accordo): con una posizione fortemente ideologizzata e infantilmente estremista (cit. Lenin). Certo, storicamente ha un senso: il Pride nasce dopo l’ennesima provocatoria retata della polizia contro i gay a Stonewall nel 1969. Certo, la polizia, come molte altre istituzioni, incarna l’ordine costituito (il potere, se si preferisce): e il potere ha una dimensione repressiva delle differenze (spesso volutamente interpretate come devianze), e nello specifico si pone a tutela di un presunto mainstream che anche culturalmente è portatore di indubbi contenuti omotransfobici. Ma Polis Aperta, come molti altri (e come gli stessi organizzatori del Pride) ha precisamente lo scopo di sensibilizzare e trasformare la società dall’interno e dal basso, cambiando anche la visione del potere. E in molti modi ci sta riuscendo: il mondo sta cambiando, da questo punto di vista. Censurarne la presenza rasenta quindi il paradosso. Ancora di più quando tale rifiuto si manifesta – come si è visto in qualche commento alla vicenda – nella pura e semplice evocazione degli “sbirri” (con un gergo offensivo che dovrebbe perlomeno apparire dissonante a organizzazioni e ambienti che sono abituati a subirlo) come il male in sé: come se non fosse un mestiere necessario, tra gli altri. Che, per inciso, durante il Pride sarà svolto da uomini e donne che avranno il compito di proteggerli, i manifestanti, da eventuali provocazioni: di garantire i loro diritti, quindi, non di reprimerli.

Detto questo, facciamo i nostri auguri al Pride bolognese, e con particolare simpatia, quest’anno, ai militanti di Polis Aperta. Ricordando che un gruppo pop come i Village people, icona del movimento omosessuale da 60 milioni di dischi (e autori di successi globali come “YMCA” e “In the Navy”, dove si invitava al reclutamento nella Marina Militare), hanno sdoganato le divise già negli anni ’70, dato che uno di loro, nelle esibizioni e nei video, era sempre vestito proprio da poliziotto. Forse hanno fatto più loro per l’inclusione, con un po’ di ironia, che tonnellate di seriosissimi comunicati e distinguo antiomolesbobitransfobici.

 

I paradossi di un Pride chiuso, in “Corriere di Bologna”, 24 giugno 2022, editoriale, p.1

Contro il cumulo di salari e pensioni nel pubblico impiego

Il caso del direttore generale di una USL che percepisce anche la pensione, pone più di un problema. Non tanto o non solo sul piano legale, dato che la legge non vieta in assoluto il cumulo, ma pone solo un limite economico (peraltro elevato, al di là della portata e dei sogni dei più: 240mila euro).

La questione non è legata al lavorare oltre una certa età: diciamo, convenzionalmente, oltre i fatidici 65 anni. L’aspettativa di vita di tutti noi si è alzata, e di molto: ormai, ai ritmi attuali dello sviluppo della medicina e delle tecnologie collegate, ogni decennio guadagniamo un paio d’anni di vita. Viviamo mediamente in molto migliore salute rispetto al passato, grazie ai miglioramenti nell’alimentazione e a stili di vita più salubri, a politiche di prevenzione e a sostegni farmacologici, che oggi fanno assomigliare un sessantacinquenne, in termini fisici e cerebrali, a un cinquantenne del passato: e, dopo tutto, a fronte di questi miglioramenti, non si capisce perché dovremmo essere obbligati a non dedicarci ad alcuna attività. Il problema è l’essere andati e continuare ad andare in controtendenza rispetto ai miglioramenti ottenuti, anticipando anziché ritardando l’età pensionabile: ciò che costituisce l’anticamera del problema di cumulo tra retribuzione e pensione che qui solleviamo.

Si pone innanzi tutto una questione di sostenibilità economica. Certo, sarebbe diverso se vivessimo in una società, come immaginano alcune teorizzazioni futuribili, dove a lavorare sono le macchine e noi potremmo godercela in attività ludiche, relazionali e creative (del resto, in questo caso, i vantaggi dovrebbero essere spalmati su tutte le generazioni, con una riduzione complessiva del carico lavorativo, non solo goduti dai più anziani). Ma poiché non è così, e molti lottano duramente per arrivare alla fine del mese, questa situazione grava le generazioni più giovani, già penalizzate dalla minore numerosità, di un peso intollerabile (si calcola che già intorno al 2040 il rapporto tra lavoratori e pensionati dovrebbe essere di uno a uno, mentre attualmente è di tre a due – il paradosso è che le pensioni dei secondi sono spesso già oggi più elevate dei salari dei primi). In più, se consentiamo il cumulo di salari e pensioni, si pone un problema di giustizia sociale molto serio, e anche di accettabilità e moralità complessiva del sistema.

Già oggi gli over 60 godono di vantaggi e tutele che le giovani generazioni, che sono penalizzate da un ingresso tardivo nel mercato del lavoro, e da lunghi periodi di precariato, tra stage e tirocini, non avranno: con effetti previdenziali molto pesanti in termini di valore delle loro, di pensioni, che saranno più basse di quelle offerte oggi (peraltro, in molti casi, quelle attuali sono in regime retributivo, e quindi molto aiutate dalla collettività).

Ecco perché diventa intollerabile, almeno nel settore pubblico, gestito con il denaro di tutti, che si consentano o addirittura si favoriscano ingiustizie ulteriori. Da questo punto di vista il divieto di cumulo dovrebbe essere assoluto. Eppure si manifesta anche in forme meno visibili: come quando un ente locale o un’impresa pubblica, per risparmiare, al momento del pensionamento di un dipendente, decide di attivare – a lui o a un altro – un contratto di consulenza, decisamente meno oneroso, e cumulabile alla pensione, a danno di un giovane non assunto e di un posto di lavoro cancellato. Almeno nel settore pubblico dovrebbe essere semplicemente proibito di avere contratti con chi già gode di una pensione pagata dal pubblico. L’obiettivo non è condannare gli anziani all’inutilità, ma al contrario favorire altri tipi di occupazione, anche a titolo non oneroso, o almeno ipotizzando forme di perequazione e bilanciamento tra salario e pensione, con diminuzione della seconda in caso di aumento del primo.

Conosciamo benissimo i problemi pratici che ci sono. La sanità, da cui siamo partiti, ce ne offre un intollerabile esempio nelle figure dei medici andati in pensionamento anticipato, con un regalo inutile, e poi riassunti a contratto nei medesimi ospedali date le carenze di personale sanitario. Ma qui dovrebbe essere la collettività ad attivare una class action per danno erariale contro chi ha voluto Quota 100, invece di accettare la situazione come un dato.

 

 

Un errore il cumuli dei redditi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 giugno 2022, editoriale, p. 1

Liste civiche contro partiti. Come cambiano i modelli organizzativi della politica

Civismo contro partiti. Potremmo leggere anche così l’esito di quest’ultima tornata elettorale. Un fenomeno certo non nuovo, ma in continua crescita e con nuovi e sempre più importanti protagonisti.

Le sfide elettorali comunali sono quasi sempre tra candidati civici, anche nelle grandi città. Alcuni di essi arrivano addirittura a snobbare del tutto i partiti, rifiutando perfino di incontrare in pubblico i leader nazionali venuti a sostenere le loro liste (come ha fatto Tommasi a Verona). E sempre più spesso le liste che ottengono più successo sono quelle personali dei candidati (cioè civiche, o travestite in modo da sembrarlo). Anche a livello regionale. L’esempio di maggiore successo è probabilmente quello di Luca Zaia. Certo, membro di un partito, leghista fino al midollo. Ma capace di non sembrarlo, accreditandosi in maniera personalistica, costruendo liste che hanno stracciato anche quelle del suo stesso partito di appartenenza: con un successo tale da rendere l’esperimento difficilmente ripetibile con altrettanta fortuna, e rendere improba perfino la ricerca di un successore.

Si possono elencare molte ragioni interne alla politica stessa per spiegare il crollo di consenso dei partiti. La fine dei partiti di massa, i numeri drammaticamente calanti di iscritti (e la progressiva incapacità di motivarli o tutelarli), la modesta caratura delle leadership, i processi di personalizzazione e disintermediazione che hanno schiacciato il consenso sui e sulle leader (oggi è quasi impensabile un partito, anche minuscolo, senza il nome del leader sul simbolo, quasi quanto sarebbe stato sacrilego nella prima repubblica immaginare quello di Berlinguer o di Moro sulla falce e martello o sullo scudo crociato).

Ma ci sono ragioni anche sociologiche che hanno influenzato queste dinamiche, ben al di là del crollo di fiducia nei partiti stessi. Il nostro orizzonte temporale è radicalmente cambiato, e oggi si proietta sull’oggi molto più che sul domani: in un processo di presentificazione degli orizzonti che non può non avere effetti sulla capacità di impegnarsi per obiettivi di più lungo termine. Tutto è più breve e cambia più velocemente: le mode come le opinioni. E contestualmente diminuisce la durata temporale di tutto: dei progetti e degli impegni, come dei matrimoni o delle scelte di fede. I processi di mobilità ci fanno cambiare sempre più spesso lavoro e latitudini, e dunque anche reti di relazione. E ci siamo abituati a farlo senza drammi apparenti. Non essendoci più né il posto né il matrimonio fisso (oltre la metà finisce in divorzio), figuriamoci se potevano rimanere fisse le appartenenze politiche.

I partiti, naturalmente, non sono morti. E non solo perché la costituzione tuttora affida a loro, e solo a loro, il ruolo dell’intermediazione tra lo stato e gli individui. Solo l’esistenza di organizzazioni dagli orizzonti lunghi può sedimentare la cornice valoriale in cui inserire le politiche contingenti, e solo istituzioni stabili possono consentire di trasmetterle creando un quadro dirigente diffuso, disponendo di uffici studi e scuole di partito, su cui tuttavia la maggior parte dei partiti in Italia ha rinunciato a investire (e quindi tanto vale la civica…). Ma per sopravvivere devono cambiare natura. Per rappresentare la società hanno bisogno di relazioni con l’esterno, precisamente perché non hanno più la società al loro interno: il dramma è che fanno fatica a farlo, al punto che la società, non sentendosi rappresentata, sta smettendo di partecipare ai rituali della politica (da qui l’astensionismo, e il civismo come alternativa funzionale). Oggi il consenso è volubile (basta pensare alla rapidità di parabole recenti, dal M5S a Renzi), e la partecipazione magari entusiasta, ma più sregolata e veloce, e per natura meno duratura. Per questo i partiti debbono anche diventare – e non c’è niente di male a trarne le conseguenze – delle specie di autobus: certo, con una vaga idea della direzione da intraprendere, ma capaci di far salire le persone anche solo per qualche fermata, finché di loro interesse, e cambiando conducente al bisogno, secondo capacità intercettate volta per volta.

 

I candidati civici e i partiti-autobus, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 15 giugno 20221, editoriale, p.1

Le seconde generazioni: i problemi e le pseudosoluzioni

Era già successo: se ne era parlato a proposito del capodanno milanese. E succederà ancora, fino a che le (s)ragioni del fenomeno resteranno presenti nella società: magari sopite, interpretate come un lieve stato di malessere, ma pronte a risvegliarsi all’occasione, come accaduto nelle violenze di spiaggia e sui treni da Gardaland nei giorni scorsi. La fermezza è utile, ma non sarà la minaccia di più galera, pene più severe o punibilità dai 12 anni a risolvere il problema. È una pseudosoluzione comoda elettoralmente, ma non risolve alcunché, precisamente perché arriva quando tutto è già accaduto. Soprattutto, non risolve le situazioni che si sono lasciate incancrenire perché nessuno se ne vuole occupare, anche se precisamente questo dovrebbe essere il compito della (buona) politica. Purtroppo, esattamente come si fa notare di più, perché fa notizia ed è ovvio così, la mala movida e la mancata integrazione – anche se sono il proverbiale albero che cade, che fa più rumore della foresta che cresce, che invece non vediamo e non sentiamo – così anche le risposte che vanno per la maggiore sono quelle della mala politica, tutte slogan e mancanza di azioni preventive.
L’integrazione è come un matrimonio: funziona solo se a volerlo sono entrambi i partner. Mentre spesso prevale il rifiuto: attribuito agli immigrati che non vorrebbero integrarsi, ma spesso praticato dagli autoctoni. Per questo bisogna investire e spendere per la sua buona riuscita. Sapendo che le seconde generazioni vivono problemi specifici, che si sommano. In quanto immigrati (seppure lo sono i loro genitori, non loro): la percentuale di famiglie sotto la soglia di povertà, tra gli immigrati, è quattro volte tanto quella presente tra gli autoctoni; e il livello salariale, a parità di mansione e di settore, più basso di diverse migliaia di euro l’anno rispetto agli italiani. E in quanto giovani: diversi dai loro genitori, con cui spesso è arduo avere un linguaggio comune (perché loro sono proiettati in avanti, qui, mentre i genitori sono sovente voltati all’indietro, verso i luoghi da cui provengono, là); ma anche diversi dai loro coetanei, perché privi di cittadinanza, e obiettivamente con prospettive peggiori.
La rabbia c’è. E se di per sé non giustifica nulla (e niente va giustificato, del resto), qualcosa può aiutare a spiegare. È infatti la rabbia e la voglia perversa di emergere delle seconde generazioni di tutti i tempi, e di tutte le latitudini, se il percorso che fanno non è quello del successo personale, dell’elevamento della posizione sociale, del riconoscimento. Gang etniche, sottoculture criminali, ci sono e sono pericolose (anche qui niente di nuovo, se ricordate West Side Story). Ad esse si sommano forme nuove di socializzazione al di fuori delle regole, di divertimento incapace di trovare altri sfoghi, che cominciamo a sperimentare sempre più spesso, come i rave party e i raduni autoorganizzati (ieri via Facebook, oggi, con età sempre più bassa, su TikTok). Che tuttavia prescindono dall’etnia: per uscire da troppo facili generalizzazioni è sufficiente ricordare che è stato un ragazzo anche lui di colore a salvare le ragazze di ritorno da Gardaland. E poi c’è la logica del branco, e branco maschile (anche se pure le baby gang femminili si fanno sentire, quanto a violenza: meno, rispetto alla sua forma sessualizzata, che fa parte di un immaginario virile – che non distingue tra autoctoni e immigrati, anche se tra questi può avere risvolti specifici – che solo l’evoluzione dei modelli culturali sarà capace di scalfire). Infine, c’è l’odio razziale. Che, sì, può avere forme e capri espiatori diversi, e andrebbe sanzionato più severamente, anche sul piano morale: a cominciare dagli stadi e dal tifo delle curve organizzate e politicizzate, che andrebbe bandito anziché blandito come avviene oggi, fino ai ragazzi del Garda autodefinitisi “africani” che in Africa peraltro non saprebbero e non vorrebbero vivere.
C’è da lavorare per tutti. Scuola, associazionismo, sport, quartieri, città, regioni, stato. E c’è un ruolo anche per le comunità immigrate: che vanno coinvolte e responsabilizzate, e messe di fronte alle proprie contraddizioni, ma non demonizzate e marginalizzate semplicemente perché tali. Perché possono giocare un ruolo prezioso. Faccio un esempio sul come: che riguarda l’islam, che negli eventi di questi giorni non è in questione. L’UCOII, l’Unione delle comunità islamiche in Italia, presieduta da un ex-ragazzo di seconda generazione, a sua volta padre della terza, si è costituita parte civile nel processo per l’assassinio di Saman: contro la sua famiglia, in un tipico scontro generazionale e culturale. Un segnale da cogliere.

Malamovida e buona politica, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 8 giugno 2022, editoriale, p.1

Guerra, grano, migrazioni. Le correlazioni (in-)visibili

La società è complessa per definizione. Proprio per questo non è raro trovare, nelle pagine dei giornali che la descrivono, notizie apparentemente scollegate, ma che a uno sguardo più attento possono illuminare alcune sottili correlazioni.

In questi giorni ne abbiamo due, una interna e una internazionale. Quella interna è legata alla mancanza di manodopera nel mercato del lavoro. Notizia prevedibilissima se ci si fosse presi la briga di leggere dei dati già qualche anno fa, dato che è più di un quarto di secolo che l’Italia è in recessione demografica (ha più morti che nati), ma di cui ci si accorge solo ora. Quella internazionale è legata alla guerra in Ucraina, alla crisi alimentare globale che rischia di innescarsi a seguito del blocco del grano nei porti ucraini e alla futura mancata produzione di un bene primario, e quindi alla povertà e al probabile aumento del potenziale migratorio di molti paesi che rischia di innescarsi.

Da cosa sono collegate queste due notizie? Da una cifra: 400mila. È di 400mila persone la differenza (in negativo) tra nati e morti che l’Italia ha registrato lo scorso anno. Ed è di 400mila la previsione fatta dai servizi di intelligence italiani (in realtà non una stima, ma le dimensioni di una preoccupazione potenziale) di nuovi arrivi di migranti legata all’emergenza alimentare.

Vale la pena di analizzarli insieme, questi dati. Se si trattasse di 400mila nuovi nati (poco importa se figli di italiani o di immigrati, visto che i secondi già da anni contribuiscono per più di un quinto al totale delle nascite), tireremmo un sospiro di sollievo, tornando almeno a un equilibrio tra nati e morti che resterebbe peraltro insufficiente. Se si trattasse (se solo fosse possibile) di 400mila ventenni improvvisamente materializzatisi nelle nostre città, saremmo ancora più contenti, visto che potrebbero coprire una parte almeno del fabbisogno di manodopera che già oggi c’è, e considereremmo questa notizia una grandiosa opportunità. Ma siccome si tratta di 400mila potenziali immigrati, la parola che si usa non è opportunità ma rischio. Certo, ci sono rischi connessi all’immigrazione, come ci sarebbero rischi connessi, che so, alla mancata istruzione e socializzazione dei nuovi nati. Dove può stare, allora, la differenza tra rischio e opportunità? Nella consapevolezza del problema e nella sua gestione.

Così come ai nuovi nati (la cui esistenza dovremmo incentivare con politiche strutturali a favore della natalità, delle famiglie e della compatibilità di lavoro e accudimento) siamo tenuti ad assicurare servizi e istruzione, trasformando un peso potenziale in un vantaggioso investimento, così ai nuovi arrivati dovremmo pensare nello stesso modo. Ragionando su come gestirne gli arrivi, innanzi tutto: non affidandosi al caso, alla iniziativa dei singoli, o peggio alle organizzazioni mafiose che si occupano di tratta dei migranti, ma ri-cominciando (sì, perché in passato lo si faceva), come stati, a gestirla in proprio, in maniera organizzata, regolare anziché irregolare, sulla base delle esigenze del mercato del lavoro, concordata con i paesi d’origine e vantaggiosa quindi per entrambi. Per poi occuparsi dei processi di integrazione: con investimenti sullo studio della lingua, della cultura e delle regole del patto sociale, con iniziative di formazione professionale in collaborazione con le associazioni di impresa, favorendo la reciproca conoscenza, evitando forme di segregazione urbana e lavorativa, che rischiano di produrre, se va bene, un cattivo inserimento, e se va male conflitti interculturali, etnici e razziali.

Per qualunque attività o politica bisogna spendere: intelligenza, denaro, iniziativa, capacità previsionale. Non è possibile lasciare l’immigrazione all’anarchia o al solo libero mercato, evitando di occuparsene per non scontentare qualcuno. Così come non si può non attivarsi rispetto all’emergenza alimentare, che potrebbe avere riflessi anche da noi. Occupandocene, potremmo dare un senso ad accadimenti apparentemente lontani, ma come abbiamo visto tra loro collegati, anziché accontentarci di lasciarceli piovere addosso, senza neanche fare lo sforzo di aprire l’ombrello (e prima ancora, di guardare le previsioni del tempo).

 

Più che rischioso, opportuno. La società e i migranti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 giugno 2022, editoriale, p.1

Fare (ancora) figli oggi. Cosa manca? Cosa occorre?

Di fronte al calo demografico, ci si divide tra chi insiste su questioni materiali (non si hanno più figli perché è economicamente impegnativo) e chi invece su ragioni culturali (non si hanno perché non si vuole più). Un fenomeno complesso ha sempre più ragioni dietro di sé, e quindi necessita di risposte articolate.

Le questioni materiali contano molto. È vero che tutt’ora, nel mondo, a fare più figli sono i paesi più poveri, e all’interno delle città i quartieri più poveri. Ma anche in quest’ambito le cose stanno cambiando, e in talune realtà dove il minimo vitale è garantito, e una dose significativa di welfare pure, si può notare una maggior propensione alla fecondità nelle fasce più ricche: dove la ricchezza va intesa più come livello di istruzione complessivo, e come capitale pubblico (servizi), che come classe sociale di provenienza (in Italia ormai fa più figli il nord del sud: perché ci sono gli immigrati, ma anche una rete di servizi migliore, come mostra il caso di Bolzano). A parità di cultura, per così dire, la Francia ha invertito la rotta quando ha adottato politiche familiste generose, e in tutti i paesi europei in cui la natalità è più alta, oltre che diritti e tutele contrattuali, vi sono reti di servizi funzionanti, che consentono maggiore partecipazione femminile al mondo del lavoro (che oggi, a differenza che nel passato, è in correlazione diretta con il tasso di fecondità: non a caso è più alto tra le italiane all’estero, con più elevato tasso di partecipazione al mercato del lavoro, che tra le italiane in Italia). Quindi una buona combinazione di incentivi (seri, non bonus una tantum), congedi parentali pagati, quozienti familiari, e ancor più servizi strutturali come asili nido e tempo pieno scolastico per tutti (e periodi di vacanza scolare più brevi: una chiusura di tre mesi, in mancanza di servizi alternativi, è ingestibile per una famiglia), sconti famiglia per le vacanze e i trasporti, ecc., darebbe un enorme contributo alla natalità.

Ragioni economiche e culturali peraltro si intrecciano. Si fanno figli quando si è ottimisti sul futuro (non a caso i tassi di natalità sono crollati nel periodo Covid). Negli anni del boom economico e successivi si facevano più figli anche perché si aspirava a uno status migliore (chi non era piccola borghesia, aspirava a diventarlo, e poteva crederci con fondamento). Oggi – e questo è un sottovalutato fattore di crisi – il ceto medio si è largamente impoverito, chi non lo è non ha molte speranze di diventarlo, le diseguaglianze sono aumentate schiacciandolo e minacciandolo, l’orizzonte è oscuro, l’edilizia popolare inesistente, l’accesso al credito pure, il precariato giovanile diffusissimo, l’età media in cui si abbandona la famiglia si sta quindi alzando anziché scendere. Persino gli immigrati, che hanno tassi di fecondità più elevati degli autoctoni, li diminuiscono con rapidità maggiore, adeguandosi rapidamente al contesto.

Ma c’è anche un modo di concepire i servizi che non tiene conto dei cambiamenti avvenuti nella società. La maggiore mobilità (anche solo interna al paese) separa dai nonni come risorsa sostitutiva di welfare: in mancanza di servizi pubblici a prezzi accessibili inevitabilmente questo si riverbera sul tasso di fecondità. Abbiamo già accennato all’assurdità di mantenere un periodo di vacanza estivo così lungo. I nidi dovrebbero offrire orari più lunghi e flessibili (come fa chi lavora fino alle 19, o in turni serali, senza nonni?). Altrove esistono strutture, anche private, come dei nidi serali e notturni, per consentire a una coppia di uscire la sera o passare una notte fuori, per non costringerla all’immobilità e alla perdita totale di socialità se ha figli. Il tempo pieno dovrebbe essere obiettivo cruciale, per consentire ai ragazzi di svolgere anche attività altre (sportive, creative e ricreative, di socializzazione: e anche aprendo le scuole in orari serali ai quartieri). In sovrappiù, l’idea della città dei quindici minuti, a misura d’uomo, di donna e di bambino, in cui anche i minori potrebbero andare da soli (senza essere accompagnati) alle loro attività, in sicurezza, è un aspetto importante. Elemento fondamentale resta comunque la partecipazione al lavoro (garantita, però, e con salari sufficienti): dei giovani, per aiutarli a uscire dalla famiglia, e delle donne. Anche per consentire una più equilibrata divisione dei compiti tra maschi e femmine: solo se accadrà la prima cosa, temiamo, accadrà anche la seconda.

 

Le politiche familiari. Fare (ancora) figli oggi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 26 maggio 2022, editoriale, p.1