Stefano Allievi
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Immigrazione in Veneto: i numeri che non vogliamo vedere

25/10/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Se vogliamo cercare di disegnare il Veneto di domani, bisogna capire quello di oggi. Se vogliamo capire l’immigrazione e l’integrazione di domani, occorre guardarsi intorno oggi, con un minimo di oggettività e di onestà.

Cominciamo, come inevitabile, dalla demografia. I dati ci sarebbero tutti, se solo volessimo vederli. Il nuovo sito del dipartimento di Scienze Statistiche dell’università di Padova (integrazioneveneto.stat.unipd.it), frutto di un progetto cofinanziato dall’Unione Europea (e meno male che c’è lei a aiutarci a guardarci dentro), ce li mette sotto gli occhi ancora meglio, costringendoci a prenderne atto. Nella fascia 35-44 anni, quella con la percentuale più alta di immigrati, i provenienti da paesi stranieri, in Veneto, sono un quinto della popolazione (19,7%: con punte del 22,2% nel veronese, 21,8% nel veneziano e 19,9% nel padovano): gente arrivata per lavorare qui, in parte con le loro famiglie. Ma nella fascia 0-2 anni sono già il 17% (il 21,7% nella provincia di Rovigo, il 20,4% nel veneziano e il 18,9% nel veronese): gente non arrivata, ma nata qui – un segnale inequivocabile di progressivo radicamento. Eccolo, il futuro. Mentre è il passato a essere sottorappresentato: se includiamo tutte le fasce d’età, in particolare quelle più anziane, in cui sono sovrarappresentati gli italiani autoctoni, la popolazione immigrata scende al 10,4%: poco più della metà rispetto alle fasce d’età citate finora.

Passiamo dalla demografia all’economia e al lavoro. Qui ci pensano i dati della fondazione Leone Moressa a spiegarci che pur essendo gli immigrati in Veneto solo un decimo della popolazione, e guadagnando mediamente un terzo in meno degli italiani, producono l’11,3% del PIL, sono il 12% degli occupati e il 14,7% dei contribuenti.

Questi i dati su quella che possiamo chiamare in qualche modo la normalità dell’integrazione: demografica, economica e lavorativa. E la percezione, invece? Di cosa parla la politica, e di conseguenza i media? Maranza, microcriminalità, terrorismo islamico. Integrazione sostanziale, percezione conflittuale. Integrazione accettata e anzi incoraggiata nel lavoro, ostacolata e considerata un problema sul piano sociale, religioso e persino scolastico. Eppure si tratta delle medesime persone. Una evidente schizofrenia interpretativa. Non che una cosa escluda l’altra, è ovvio. Ma per i maranza forse dovremmo interrogarci sul perché la parola sia nata per definire un certo tipo di adolescenti italiani, tra il coatto e il tamarro da branco, e non di figli di immigrati: la parola è presente già in una canzone di Jovanotti poco più che ventenne, “Il capo della banda”, del 1989, che con quei giovani, allora, ci si identificava. Sulla microcriminalità (condannandola e reprimendola, come giusto e doveroso, perché suscita un più che comprensibile allarme sociale e un danno enorme a chi ne è vittima: e includo in questa categoria sia chi ne subisce il danno diretto sia gli immigrati onesti, la stragrande maggioranza, che ne subiscono il danno reputazionale indiretto) magari potremmo cercare di capire quanto incide non la condizione di straniero, ma quella di irregolare: e, a questo punto, su quanto la normativa e le pratiche amministrative incidano nel produrre irregolarità anziché eliminarla, come dovrebbe essere un nostro ragionevole obiettivo. Mentre sull’islam l’argomento è più complicato, ma dovremmo cominciare a ragionare su quanto il dire no al diritto costituzionale alla libertà di culto sia una precondizione del terrorismo o al contrario di una maggiore integrazione.

Possiamo pensarla come vogliamo, ma nessun fenomeno sociale ha solo vantaggi o solo svantaggi (suggerirei di cominciare dalla famiglia, per capirlo). Ma di solito lavoriamo per massimizzare i primi e minimizzare i secondi. Sull’immigrazione, mi sembra, operiamo ignorando i primi, su cui guadagniamo tutti, per enfatizzare i secondi, su cui guadagnano solo alcuni, politicamente, producendo macerie sociali e civili che paghiamo tutti.

Immigrati, percezione e verità, in Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 25 ottobre 2026, editoriale, p.1

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/10/images-9.jpg 163 310 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-10-25 10:53:372026-10-25 11:00:14Immigrazione in Veneto: i numeri che non vogliamo vedere

Abitare le disuguaglianze: la città come specchio e laboratorio sociale

17/10/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Interviste / Interviews, Società / Society /da Augusta

Intervista per “Architetti Notizie”, Padova, 03 2025

 

L’Appunto, a cura di Paolo Simonetto

 

 

Abitare le disuguaglianze: la città come specchio e laboratorio sociale

Intervista al sociologo Stefano Allievi su come le città riflettano e producano tensioni sociali, e sul ruolo che architetti e urbanisti possono avere nel ripensare spazi più inclusivi e umani.

Le città non sono solo insiemi di edifici. Sono organismi vivi, fatti di relazioni, incontri, energie e anche contrasti. Raccontano chi siamo, come viviamo insieme e quali possibilità offriamo a chi le abita. Strade, quartieri e confini, a volte invisibili, segnano differenze di reddito, cultura e opportunità. E la forma stessa dello spazio urbano può favorire l’incontro oppure alimentare le distanze.

Per questo, architettura e urbanistica comportano sempre una responsabilità. Disegnare lo spazio significa scegliere come vogliamo convivere e quale idea di città vogliamo costruire. In un tempo segnato da migrazioni globali, cambiamenti sociali e nuove sfide legate alle disuguaglianze, diventa sempre più importante interrogarsi sul ruolo etico e politico di chi progetta i luoghi in cui viviamo.

Per una rivista come la nostra, che sceglie di guardare oltre la tecnica, è fondamentale ascoltare voci capaci di offrirci prospettive diverse. Tra queste, quella di Stefano Allievi occupa un posto particolare. Sociologo e docente all’Università di Padova, da anni studia le trasformazioni sociali, il fenomeno migratorio, le dinamiche dell’identità e la metamorfosi delle nostre città. Il suo pensiero, libero dai confini rigidi tra le discipline, ci aiuta a vedere lo spazio urbano non solo come forma, ma come luogo dove si intrecciano relazioni, poteri e possibilità.

Con lui abbiamo voluto parlare di città e di differenze, ma anche del ruolo che architetti e urbanisti possono avere nel disegnare spazi più inclusivi, capaci non soltanto di rispondere a bisogni funzionali, ma di generare legami, senso di comunità e futuro.

 

 

Paolo Simonetto_Professore, quando parla di città, dice spesso che riflettono la società. Secondo lei, cosa ci dicono oggi le nostre città sulle disuguaglianze che le attraversano?

 

Stefano Allievi_Gli spazi urbani raccontano moltissimo delle disuguaglianze che attraversano la società contemporanea: ne sono lo specchio, ma anche un amplificatore. Viviamo in un mondo sempre più urbanizzato, e sempre più diseguale, in cui la cultura, i linguaggi e gli immaginari si formano in ambiente metropolitano e si diffondono ovunque, anche oltre i confini fisici delle grandi aree urbane. Le differenze sociali oggi si leggono nei quartieri, nei modi dell’abitare, persino nei luoghi pubblici. Esistono forme di segregazione economica, etnica o generazionale: intere zone abitate prevalentemente da anziani, famiglie giovani o comunità specifiche. Nei centri minori queste fratture si percepiscono meno, ma non per questo sono assenti: il benessere è più diffuso e discreto, non per forza più equo. Le metropoli restano comunque il luogo in cui si definiscono le priorità culturali e simboliche. Sono loro a orientare il dibattito pubblico, a decidere cosa diventa visibile o di successo. Anche quando un fenomeno nasce in provincia, è sempre lo sguardo urbano a consacrarlo. È questo, forse, il motivo del loro fascino: continuano a rappresentare l’orizzonte di riferimento della modernità.

 

PS_Spesso si parla di paura dello spazio pubblico, la paura dell’altro, dello straniero, di chi è diverso. Quanto pensa che questa paura influenzi davvero come usiamo le nostre città e cosa potrebbero fare architetti e urbanisti per aiutare a superarla?

 

SA_La paura incide profondamente sul modo in cui viviamo e costruiamo gli spazi urbani. È diventata un prodotto che si vende bene, economicamente e politicamente. La sicurezza è spesso ridotta a sorveglianza, a una gara di telecamere, come se il controllo potesse sostituire la fiducia. Ma così facendo si alimenta proprio ciò che si vorrebbe combattere: la paura stessa.

Il punto è che le nostre insicurezze reali sono altrove: riguardano il lavoro, la famiglia, il futuro, non la microcriminalità. Tuttavia, lo straniero diventa il capro espiatorio su cui proiettare queste ansie. E questo produce segregazione, svalutazione dei quartieri e, soprattutto, disintegrazione del tessuto sociale.

Per invertire la rotta serve ripensare lo spazio come luogo di relazione. Oggi metà dei nuclei familiari è composta da una sola persona: viviamo una povertà relazionale enorme. Architetti e urbanisti possono e devono intervenire su questo, progettando spazi che favoriscano incontri e comunità: co-housing, coworking, luoghi condivisi che ricostruiscano legami. La sicurezza vera nasce da qui, dalle relazioni, non dal controllo.

 

PS_Lei definisce la città come un laboratorio sociale. Crede che oggi sia ancora possibile usare lo spazio urbano per provare a cambiare le cose? Oppure pensiamo solo a farci i soldi e lasciare tutto com’è?

 

SA_Usare lo spazio urbano per cambiare le cose è possibile, ma manca una vera cultura del cambiamento. Non servono solo innovazioni tecniche, serve una mentalità aperta, capace di mettere in relazione competenze diverse e di imparare da ciò che altrove funziona. In Italia, invece, prevale l’improvvisazione, la chiusura, una certa autosufficienza amministrativa che non dialoga con il sapere disponibile.

Una città-laboratorio presuppone la partecipazione di tutti, esperti e cittadini, studenti e pensionati, architetti e amministratori, perché ogni punto di vista contribuisce a generare soluzioni nuove. Lo spazio, infatti, decide la qualità delle relazioni: un’aula o una piazza progettata in modo rigido produce un pensiero altrettanto rigido.

Serve più coraggio nell’immaginare luoghi flessibili, aperti, condivisi: hub culturali, spazi di incontro, ambienti dove si sperimenta e si apprende insieme. La lentezza e l’ascolto, in questo senso, non sono un ostacolo, ma una condizione del cambiamento. È il tempo delle relazioni che genera innovazione, non la fretta del risultato.

 

 

PS_La gentrificazione è davvero una riqualificazione urbana, o piuttosto un processo di espulsione sociale mascherato?

SA_Direi che è proprio così: un processo di espulsione sociale mascherato da riqualificazione. Oggi basta una sola app, come Airbnb, per cambiare la geografia urbana, spostare popolazioni, alterare l’uso della città. È una gentrificazione diffusa, che non riguarda solo i quartieri centrali ma il modo stesso in cui abitiamo. Il problema non è il fenomeno in sé, ma l’assenza di governo. Come per l’immigrazione o l’overturismo, ciò che manca è la volontà di pianificare. Abbiamo dati, studi, previsioni demografiche chiarissime, ma preferiamo ignorarle. Così lasciamo che siano i fenomeni a governarci, invece di assumerci la responsabilità di orientarli. Le conoscenze ci sono, le competenze anche: ciò che manca è una visione capace di collegare i processi, demografia, lavoro, istruzione, abitare e di leggerli insieme. È questo il nodo della politica e della cultura contemporanea: abbiamo strumenti ricchi, ma meccanismi premiali poveri, che non valorizzano il pensiero critico né la progettualità di lungo periodo. Eppure, la sfida è proprio qui: imparare a governare il cambiamento, non a subirlo. Le città del futuro si costruiscono così, mettendo in relazione i fenomeni e decidendo finalmente di usarne la conoscenza.

 

PS_Viviamo un tempo di crisi della prossimità. ognuno tende a chiudersi nella propria bolla, reale o virtuale. Come si può progettare una città che inviti ancora all’incontro, al confronto tra persone diverse?

 

SA_ Progettandola, concretamente.

La socialità non nasce per decreto, ma si costruisce giorno per giorno attraverso spazi e situazioni che favoriscano l’incontro. A Padova, ad esempio, Prato della Valle è diventata un luogo vissuto da diverse comunità grazie a un evento sportivo: studenti, famiglie, immigrati, giovani appassionati di rollerblade hanno condiviso la piazza, generando una socialità spontanea.

Quel che conta non è solo pianificare, ma offrire occasioni, inneschi che permettano agli abitanti di sentirsi parte attiva della città.

La progettazione urbana efficace non chiude e non regola soltanto: incentiva la vita pubblica. Università e centri culturali che attraggono studenti e professionisti, quartieri che mescolano residenze e servizi, eventi e iniziative che rendono gli spazi vivi e inclusivi, contribuiscono a costruire una città più aperta.

Anche piccoli gesti possono generare grandi effetti: un’area pedonale curata, un parco accessibile, una piazza attrezzata diventano catalizzatori di relazioni.

Guardando ad alcune esperienze internazionali – penso a alcune città olandesi visitate di re4cente –  emerge come la combinazione di progettazione, investimenti e apertura culturale favorisca gli incontri tra persone diverse, stimoli creatività e rafforzi il senso di comunità.

Il messaggio è chiaro: una città che invita al confronto è possibile, purché ci siano visione, coraggio e cura costante. Non è un’utopia, ma una responsabilità: quella di un progetto che non si limita a disegnare spazi, ma a generare relazioni.

Perché ogni architettura, quando è viva, non costruisce solo edifici, costruisce convivenza.

 

 

 

 

 

 

Stefano Allievi (Milano, 1958) è professore ordinario di Sociologia all’Università di Padova. È specializzato nello studio dei fenomeni migratori, in sociologia delle religioni (con particolare attenzione alla presenza dell’islam in Europa), e in studi sul mutamento culturale e politico: temi su cui ha condotto ricerche a livello nazionale e internazionale, pubblicate in varie lingue europee, in arabo e in turco. Svolge anche un’intensa attività di divulgazione, come conferenziere, editorialista, autore, poeta e performer. Tra i suoi libri più recenti Torneremo a percorrere le strade del mondo. Breve saggio sull’umanità in movimento (UTET 2021), Dizionario del Nordest. Contributi per l’analisi di un immaginario (Ronzani 2023), e Il sesto continente. Le migrazioni tra natura e società, biodiversità e pluralismo culturale (con G. Bernardi e P. Vineis, Aboca Edizioni 2023). Per Laterza è autore di: Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione (con G. Dalla Zuanna, 2016); Immigrazione. Cambiare tutto (2018); 5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare) (2018); La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ha futuro (2020); Governare le migrazioni (2023) e l’ultimo Diversità e convivenza. Le conseguenze culturali delle migrazioni (2025).

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Il tempo dell’insicurezza esistenziale

15/10/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Interviste / Interviews, Società / Society /da Augusta

Aggiornamenti Sociali, n. 10, 2026, pp. 523-527

 

Il tempo dell’insicurezza esistenziale

Stefano Allievi

Docente di Sociologia, Università di Padova

Il tema dell’insicurezza è sempre più presente nel dibattito pubblico, ma quali elementi ci possono aiutare a mettere meglio a fuoco di che cosa si tratta, al di là dei commenti a caldo a episodi di cronaca?

Oggi, quando si parla di sicurezza si pensa alla microcriminalità; tuttavia, se allarghiamo lo sguardo, ci rendiamo conto che, come singoli e come società, sentiamo insicurezze molto più radicali. I sondaggi danno indicazioni chiare: le paure più diffuse riguardano la sfera economica e il lavoro. A un’osservazione più attenta ci accorgiamo di vivere in un tempo di insicurezza esistenziale, frutto di una serie di lunghi processi giunti a maturazione, che si traducono in un diffuso senso di precarietà molto lontano dal clima che si respirava negli anni ’60, quando l’Italia era molto più povera di oggi, ma come popolo guardavamo con fiducia al futuro. Oggi sappiamo che difficilmente faremo lo stesso lavoro per tutta la vita. L’istruzione non è acquisita una volta per tutte, ma dobbiamo tenerci al corrente, un’espressione che presuppone il correre, una condizione ansiogena perché implica di cercare di raggiungere qualcosa che invece sfugge di continuo.

Anche il matrimonio, la famiglia o le reti di comunità non sono più per sempre; siamo anche portati a spostarci con una frequenza incomparabilmente maggiore che in passato e dobbiamo prendere di continuo le misure ai rapidi e incessanti progressi tecnologici. Questi continui cambiamenti ci obbligano a rinegoziare i nostri rapporti con gli altri, che per questo diventano incerti, e a ridefinire di volta in volta la nostra identità, che negli ultimi due decenni si è indebolita. Da qui nascono le paure.

Vi è un’ulteriore evoluzione da considerare, figlia di questo periodo storico. La questione della sicurezza si è spostata dal piano collettivo a quello individuale: si è attenti alla propria sicurezza e a quella della propria famiglia, meno a quella del quartiere o della città in cui si vive. Questo cambiamento non è scontato, neanche in una cultura liberale e capitalista come la nostra, che favorisce il ruolo e l’azione dell’individuo. Solo pochi decenni fa, la situazione era diversa, perché davanti a un problema personale ci si attivava per risolverlo, ma se il problema era comune ad altri, si cercava insieme una soluzione. Oggi, invece, si tende a ragionare senza tenere conto dei legami, e questo amplifica le paure e il senso di insicurezza.

Queste riflessioni difficilmente trovano spazio in un dibattito molto spesso condizionato dalle percezioni più diffuse a proposito dell’insicurezza.

Il ruolo svolto dalle percezioni in questo ambito è davvero rilevante, soprattutto perché sono in grado di produrre effetti distorsivi. Alcune narrazioni alimentano di proposito sia la percezione di insicurezza su vari temi, sia l’illusione che vi siano soluzioni facili e a portata di mano, che in realtà sono solo apparenti e semplicistiche. Questo aspetto è evidente nelle campagne elettorali: «Vuoi sicurezza? Vota per me che la voglio anch’io e so che cosa va fatto». Ma poi si constata che le ricette proposte sono incoerenti: nel caso degli immigrati, ad esempio, accrescono le situazioni di irregolarità, che alimentano la delinquenza e depotenziano le misure che possono favorire l’inclusione.

Questo è un problema più generale delle nostre democrazie: tendiamo a misurare le opinioni a caldo, nel momento in cui è maggiore la polarizzazione tra schieramenti contrapposti. Ed è curioso, perché in nessun altro settore della nostra vita, che sia familiare o lavorativa, faremmo altrettanto; anzi, in questi ambiti cerchiamo la convergenza, perché sappiamo benissimo che la polarizzazione avrebbe effetti distorsivi e, per di più, comporterebbe una perdita di efficienza. Di fatto, nella vita pubblica, sottovalutiamo quanto le percezioni siano legate al momento: un sondaggio sulla sicurezza realizzato a ridosso di un fatto di cronaca eclatante o in un momento successivo, anche solo una settimana dopo, avendo avuto il tempo di ragionarci sopra e sentire altre opinioni, può fornire risposte molto diverse. L’ultimo aspetto che segnalo è legato al preoccupante dato dell’analfabetismo funzionale nel nostro Paese. Un italiano su tre (la media europea è la metà: il 15%) non capisce quello che legge, non distingue una notizia vera da una falsa, confonde i milioni con i miliardi, non sa calcolare una percentuale. Regolarmente commento i sondaggi ed è incredibile come le domande, prima ancora delle risposte, siano fraintese: l’analfabetismo funzionale finisce con amplificare la percezione dell’insicurezza e le relative paure, divenendo un ostacolo rilevante per avviare una seria riflessione pubblica su temi che meriterebbero di essere trattati diversamente.

Oltre a quello funzionale, c’è un analfabetismo emotivo, che gioca un ruolo importante nell’amplificare le percezioni e rendere più ar- duo comprendere quanto accade?

Su questo fronte c’è un enorme lavoro da fare, perché l’analfabetismo emotivo è molto forte e si concretizza nella difficoltà di comprendere le proprie emozioni e di saperle gestire nelle relazioni, finendo così per amplificare le paure. Quando alla scarsa conoscenza dei fenomeni sociali si aggiunge la difficoltà a leggere le proprie reazioni emotive, è facile aderire a risposte semplificatorie. Una modalità non matura di gestire la paura è ad esempio cercare un capro espiatorio: «È colpa degli immigrati se mio figlio non trova lavoro o se non riesco ad arrivare alla fine del mese». Si può innescare anche la dinamica del complottismo, per cui il senso attribuito ad alcuni eventi è privo di riscontri reali, ma offre una risposta apparentemente sufficiente a placare le angosce.

Qual è l’atteggiamento dei più giovani di fronte all’insicurezza?

Rispetto alle generazioni precedenti, i più giovani hanno maturato un cambiamento nell’approccio alla vita che ha profonde conseguenze. L’idea di poter plasmare il proprio futuro è una merce più rara che in passato, riservata a quanti dispongono di maggiori risorse culturali ed economiche. Faccio un esempio riferito allo studio: non sono d’accordo con quanti affermano che oggi le giovani generazioni non studiano più; in realtà non pensano più che studiare serva a qualcosa, quindi è una questione di fiducia, non di buona volontà. In passato lo studio era parte di un percorso di affermazione di sé ed era evidente il legame tra l’impegno profuso e i risultati che si sarebbero ottenuti. Oggi questo nesso non è più scontato e i giovani se ne sono resi conto. A ciò si aggiunge la consapevolezza dell’impatto dei cambiamenti climatici, che induce molti di loro a non chiedersi che cosa vorrebbero essere nel 2050, perché sono abbastanza convinti o che non ci saranno più o che il mondo sarà completamente diverso. Più in generale, fanno i conti con la crisi delle istituzioni che si occupano di valore: le religioni, il sistema formativo, il sistema produttivo.

Di fronte a questo scenario, i giovani cercano risposte collettive nei neotribalismi metropolitani, cioè in comunità di appartenenza elettive, cementate da un comune tratto identitario o da un impegno condiviso, come ad esempio l’attivismo ambientale, che possono anche avere luoghi fisici (e non) di incontro ben determinati. Forme di neotribalismo sono presenti anche in contesti tradizionali, dove l’elemento aggregatore della superiorità della civiltà occidentale si accompagna a processi di “etichettatura” di quanti sono diversi, contribuendo ad alimentare l’interiorizzazione di queste definizioni stigmatizzanti e producendo fenomeni noti come devianza secondaria.

Come si può affrontare l’insicurezza per non restare prigionieri delle paure?

Il primo passo è riconoscere che esiste un problema e cercare di definirlo con la collaborazione delle persone. Per esemplificare, a un bimbo che ha paura del buio non è di grande aiuto sapere che, statisticamente, nessuno è mai morto per questo; ancor meno essere ridicolizzato per la sua paura, una situazione che non solo non risolve il suo timore, ma aumenta la distanza comunicativa. Per affrontare la sua paura, ha bisogno di essere ascoltato e abbracciato, che è un modo per dirgli che la sua paura è legittima, per poi cercare insieme soluzioni non immediate, come ad esempio quella di lasciare la luce accesa in corridoio la notte. Se trasliamo questi passi ai tanti temi che generano insicurezza, significa innanzi tutto porre domande e mettersi in ascolto delle persone: di che cosa hai paura? Di non trovare lavoro? Di non riuscire a costruirti una famiglia? Di non poter accendere un mutuo? Di non avere la pensione? Dei cambiamenti climatici? Delle guerre? Della microcriminalità? In questo modo, non neghiamo o ridicolizziamo le preoccupazioni delle persone, ma progressivamente e insieme ci rendiamo conto che ci troviamo di fronte a un problema più ampio di quanto si credeva e che le possibili soluzioni sono più numero-se e diverse da quelle inizialmente ipotizzate. Si tratta di un cambio di paradigma: non si controbatte a un’affermazione con un’altra, anche se fondata su dati e informazioni, e non si cerca lo scontro frontale e la delegittimazione dell’altro, perché nessuna di queste modalità è utile quando sono in azione le paure.

L’altra strada da percorrere è rafforzare il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini e tra cittadini, investendo su progetti e iniziative in grado di alimentare la coesione sociale, favorendo la riflessione e il confronto. Lo sport, la musica e le altre arti, la cultura sono ambiti privilegiati in questo senso: fanno già molto, ma si dovrebbe investire molto di più. Così come le scuole, le comunità religiose, gli spazi pubblici curati e resi disponibili per tutti possono essere luoghi generatori di patto sociale quando riescono a infrangere le chiusure tribali, che hanno una forte presa tanto su chi appartiene a una minoranza quanto su chi gode di una posizione di forza.

Le risorse per muoversi in questa direzione sono più di quante immaginiamo: dal cohousing e altre forme di neocomunità con la messa in comune di servizi per giovani e/o anziani alle forme di coworking; dagli spazi culturali semiautogestiti – non serve un museo o una sala da concerto in più, ma uno spazio dove sia possibile fare, sperimentare la creazione artistica, non guardarla o ascoltarla – alle portinerie di quartiere; dalle scuole e oratori aperti che diventano centri di aggregazione a tempo pieno, agli incontri tematici basati su interessi comuni, che includano anche attività pratiche, dove non ci si limita a parlare di inquinamento, ma si ripulisce insieme un giardino pubblico decidendo cosa farne, non si parla della socialità, ma si inventano attività comuni e miste. Oppure luoghi dedicati alla messa in comune di oggetti e materiali, al riciclo, al riuso, che sono anche potenti presidi culturali, al pari di mense di quartiere non per i poveri, e nemmeno per i soli studenti universitari, ma per tutti.

Una biblioteca, un centro sociale, un comitato di quartiere, possono fare tantissimo, se usciamo dalle inerzie del quotidiano. Non ha più senso che una biblioteca sia solo un posto dove si prendono in prestito libri e si legge in silenzio: già vi sono esempi di biblioteche che hanno spazi per il gioco dei bambini e la socialità dei genitori, aree prenotabili dove fare musica e occasioni per farla ascoltare, salette di incontro per lavori di gruppo, punti caffè, l’ascolto di storie di vita, cicli di incontri tematici al di là del classico incontro con l’autore, ecc. Niente di nuovo né di particolarmente originale o costoso, che da noi si fa pochissimo, mentre nel centro-nord Europa è invece comune. Se non si fa abbastanza non è solo per ragioni economiche, ma per mancanza di volontà e di consapevolezza, e di cultura in senso lato, ossia di comprensione di quanto sia oggi decisivo il bisogno di relazionalità per uscire dall’isolamento sociale e dalle paure conseguenti. C’è poi tutta la questione della solidarietà, incluso il mondo del volontariato: aperto, sì, ma spesso difficilmente raggiungibile, persino per chi vorrebbe dare una mano, in una società a compartimenti stagni.

Un cambio di passo è possibile, se non aderiamo a una visione della società basata sulla separazione, ad esempio tra chi può godere in modo pieno di diritti e tutele e chi ne è escluso, in tutto o in parte, a causa della disponibilità economica, del colore della pelle, delle idee, della fede, perché ogni separazione è l’anticamera di povertà, ingiustizie, e in definitiva insicurezze, che a loro volta producono conflitto sociale, difficilmente gestibile, a questo punto. Nascono così imprenditori politici del conflitto e della paura che di essi si alimentano, e che alimentano ulteriormente per garantirsi consenso elettorale. Che è il circolo vizioso in cui siamo immersi ora.

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I sociologi e One Piece

13/10/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society, Video /da Augusta

Uno spericolato parallelo: i sociologi e One Piece.

Un gioco leggero, per introdurre un tema serissimo.

 

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Ceuta, le migrazioni, e la risposta sbagliata dell’Europa (e dell’Italia)

11/08/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

È come la logica dei dazi. Il primo che li mette si sente il più furbo di tutti: incassa denaro e danneggia le economie altrui, proteggendo la propria. O almeno, avendone l’illusione. Fino a che non scopre che il prezzo maggiorato lo pagano le proprie imprese e i propri cittadini. E, soprattutto, gli altri fanno lo stesso. Risultato? I costi e la complessità del sistema sono aumentati per tutti, per ritrovarsi peraltro al punto di partenza, nella stessa situazione di prima, ma a prezzi maggiorati. E con meno fiducia reciproca, meno volontà di collaborazione per risolvere i problemi comuni. Cornuti e mazziati, come si dice meno accademicamente. Ecco, nel dopo Ceuta, e ormai sempre più spesso quando si tratta di migrazioni, è andato in scena lo stesso identico copione.

Nel concreto, cosa è successo a Ceuta? Che una crisi obiettiva, che avrebbe potuto sortire effetti ben più gravi, è stata gestita, in fondo, abbastanza bene. La maggior parte di chi è arrivato dal Marocco è ripartita nel giro di non più di quarant’otto ore, molti già nelle prime ventiquattro. 70mila persone su 72mila, secondo dati ufficiali (in una città che conta appena 85mila abitanti!): piuttosto efficiente, dopo tutto. Rimangono gli strascichi (è vero, pesanti: ma non tutti riconducibili ai fatti del 30 e 31 luglio – molti sono precedenti) della gestione complessa di qualche migliaio di subsahariani irregolari, e di molti minori marocchini, di cui le autorità stanno cercando le famiglie.

Quale sarà il costo per l’Europa? Praticamente nessuno, sul piano pratico. Se va male, in tutta Europa da Ceuta arriveranno, diluite nei prossimi mesi e anni, qualche decina o forse centinaio di persone. Meno di quelle che arrivano in una mattinata sulle sole coste siciliane. Eppure, insieme, in coro, il mondo MAGA e le destre europee hanno gridato all’invasione. Trump, dicendo che se perdesse le elezioni di midterm e non fosse rieletto presidente, e vincessero i democratici, negli USA accadrebbe molto peggio. Musk, tuonando, con la potenza di fuoco dei suoi soldi e dei suoi social, a sostegno delle peggiori forze xenofobe  o francamente razziste europee, di cui caldeggia la vittoria e che sostiene operativamente. E i governi europei, che nell’ansia di perdere voti a loro favore, si buttano al loro inseguimento, regalandogliene a piene mani (ne avevo già parlato in un’intervista a questo stesso giornale, qui).

Pensare che i fatti di Ceuta hanno poco a che fare con i normali flussi migratori: sia nella loro fisiologia che nella loro patologia, come era stato, per fare un parallelo italiano, l’arrivo nel 1991 della nave albanese Vlora con 20mila persone a bordo. Anche allora si gridava all’invasione. Anche allora si temeva il peggio. Ma alla fine, come a Ceuta, furono tutti rimpatriati con il magro bottino di un jeans e una maglietta, e la promessa menzognera di essere portati in nord Italia: e l’emergenza albanese, di cui tutti ora si sono dimenticati, si sgonfiò in pochi mesi. No, Ceuta non ha avuto un granché a che fare con le migrazioni, e ancora meno con una inesistente minaccia terroristica alla nostra sicurezza. Ha avuto invece molto a che fare con la geopolitica, e l’uso cinico dei migranti come “arma di migrazione di massa”, come già fatto da Turchia, Tunisia, Egitto, trafficanti libici, nel frequente ping pong (la pallina sono i migranti) che si svolge sulle frontiere balcaniche, dall’Italia stessa quando lasciava uscire senza controlli i suoi irregolari, nelle ‘restituzioni’ tra Francia e Italia, fino alle mosse odierne, e speculari, di Italia e Spagna (e Germania – ne ho parlato più distesamente in un articolo su Fanpage, che trovate qui, e in un successivo podcast contenente una chiacchierata con Francesco Cancellato). Anche a Ceuta, come altrove, i migranti sono stati la pedina di un gioco più grande, che li usava ma non li riguardava: e muoveva le sue pedine tra Rabat, Tel Aviv e Washington, tutti quanti per motivi diversi nemici contingenti di Madrid. E quelli che si sono illusi, i migranti richiamati da un potente specchietto per le allodole, sono gli unici che hanno pagato un prezzo vero: in questo caso, con oltre un centinaio di morti. Nel caso delle polemiche che sono seguite (tra Italia e Spagna in primis), invece, l’obiettivo più che geopolitico era propagandistico: e a morire è stato solo il buon senso.

A Ceuta, contrariamente a quanto è stato detto, non è quindi morta l’Europa. Ha mostrato di essere morente una parte consistente della classe dirigente delle nazioni che la compongono (in particolare quella oggi maggioritaria, di centro-destra – ma non solo: si pensi alla premier danese in prima linea insieme a quella italiana). Che ha, tutta, il problema della concorrenza della destra-destra. Tra l’altro, nel caso delle forze nazionaliste e sovraniste, si tratta di forze tradizionalmente antieuropeiste non per quello che l’Europa fa, ma per il semplice fatto che esiste: e, quindi, l’attacco non stupisce. Ma il prezzo di queste picconate lo paghiamo tutti. Non solo mostrando l’insipienza di un ministro (quello degli esteri, Tajani), che confonde regolarizzazioni con cittadinanze, che consentono la libera circolazione in Europa. Non solo con la patetica ripicca voluta da Meloni (seguita da analoga patetica ri-ripicca di Sanchez) dei controlli alle frontiere per la Spagna, che nemmeno confina con noi (figuriamoci Ceuta) e che nulla hanno da intercettare (e si rivolgono a un paese che ospita quasi 350mila italiani, in crescita tumultuosa negli ultimi anni, e forse dovremmo domandarci il perché, e cosa trovano là, che qui non c’è: tra qualità della vita, apertura culturale, maggiori opportunità e salari più decenti). Il più sorprendente è il viceministro Cirielli, con delega proprio ai rapporti con la Spagna. Che denuncia il fatto che la Spagna ha voluto una regolarizzazione che ha fatto emergere oltre mezzo milione di persone, che altri paesi europei non volevano. Detto da chi dice che gli stati hanno il sovrano diritto di decidere in autonomia. E, ironicamente, da una destra che ha promosso le due più grandi regolarizzazioni della storia italiana, la prima con la Bossi-Fini e la seconda sotto Berlusconi, e continua a farlo sotto forma di click day annuali: che sono diversi dalla regolarizzazione spagnola solo perché, a causa di un farraginoso meccanismo burocratico che si presta anche a infiltrazioni mafiose, non funzionano se non in numeri limitati. Mentre le regolarizzazioni semplici spagnole producono integrazione, pace sociale, vantaggi per il fisco e per l’economia, che infatti cresce, anche per questo, più della nostra. E noi invece continuiamo a produrre la stessa irregolarità che poi si dice di voler combattere, per via legislativa e amministrativa.

Forse il mismatch vero è tra un problema antico ma nuovo nelle sue forme, quello della mobilità umana, e le risposte vecchie, addirittura stantìe, per chi ha studiato poesia direi gozzaniane (le buone cose di pessimo gusto e, aggiungiamo, di assai dubbia efficacia) offerte dalle nostre classi dirigenti politiche. Che con lo sguardo ostinatamente voltato all’indietro, ma andando avanti a tutta velocità, rischiano di andare a sbattere. Il che non sarebbe così grave, se non fosse che ci portano con loro.

 

Nuove emergenze e vecchie risposte. Ceuta, vince la sfiducia. Costi alti per l’Europa, in “L’Altravoce. Il Quotidiano Nazionale”, 11 agosto 2026, editoriale, pp. 1-7

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/08/images-1.jpg 414 738 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-08-11 08:58:472026-08-11 11:04:29Ceuta, le migrazioni, e la risposta sbagliata dell'Europa (e dell'Italia)

Podcast Fanpage. L’immigrazione che non sappiamo gestire.

08/08/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Audio, Interviste / Interviews, Società / Society /da Augusta

Il podcast di Fanpage. Intervista di Francesco Cancellato. Con il sottoscritto.

https://www.fanpage.it/direct/limmigrazione-non-e-unemergenza-siamo-noi-che-non-sappiamo-gestirla-con-stefano-allievi/

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/08/images.jpg 414 738 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-08-08 10:55:172026-08-08 10:56:02Podcast Fanpage. L'immigrazione che non sappiamo gestire.

Come (non) funzionerà il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo

29/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

L’illusione europea di governare l’immigrazione

Più controlli e più espulsioni, ma ancora nessuna strategia per i canali d’ingresso regolari

Forse l’unico modo per capire come funziona davvero il Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo, è immaginarlo a parti invertite. Facciamo finta che uno di noi decida di andare in un paese dell’Africa: chiamiamolo Nigeria, tanto per dargli un nome non a caso, dato che la Nigeria si avvia a essere il terzo paese più popoloso del mondo, superando gli Stati Uniti, ed è anche una potenza economica di rilievo crescente. A proposito, se credete che i nigeriani appartengano a una società primitiva e a un’economia poco sviluppata, l’Economist documenta che nel Regno Unito il reddito medio dei nigeriani, che sono al centro anche della scena culturale londinese, è superiore al reddito medio degli inglesi. E questo forse è uno dei motivi della rabbia che spinge i britannici a prendersela con gli immigrati, come accaduto nelle recenti cacce al nero di Belfast e d’altrove. Alcuni sono più motivati e più bravi di loro – più integrati nel sistema, paradossalmente. Altri no e si fanno concorrenza nell’uso di un welfare sempre meno finanziato: e, questa sì, è una delle grandi questioni cui la politica, di destra e di sinistra, dovrà dare risposte, prima o poi. Perché il sistema, come è concepito ora, impoverisce gli autoctoni (anche se gli immigrati non esistessero: avrebbero solo un capro espiatorio in meno) tanto quanto gli immigrati a cui pure dà un’opportunità, e riduce le tutele di tutti a beneficio di pochi.

Torniamo a noi. Per entrare in Nigeria occorre un visto: e noi non l’abbiamo chiesto, perché sappiamo che non ce l’avrebbero dato (strano, vero?, per noi che siamo abituati a andare ovunque senza permesso e senza motivo). In Nigeria ci chiedono il motivo (guardarci in giro per vedere se troviamo un’opportunità di lavoro) e il permesso. Peraltro, siamo arrivati al confine con la Nigeria dopo un lungo viaggio, durato più di un anno, che ci è costato molto più di quanto sarebbe costato un volo in business class. E siamo provati nel fisico e nella psiche, a causa delle fatiche e dei (mal)trattamenti subiti durante il viaggio.

Arrivati in Nigeria, ci mettono per un massimo di 7 giorni in un centro di detenzione, da cui non possiamo uscire: che, grazie a una neo-inventata “finzione di non ingresso”, è una specie di terra di nessuno che non è considerato territorio dell’Unione Europea (pardon, Africana) e quindi non valgono le sue tutele. Qui ci prenderanno le impronte digitali, la biometria della retina, si procede allo screening sanitario e alla raccolta dei documenti: informazioni che finiranno in una banca dati dell’Unione Africana. Ma siccome non si tratta né di una stazione di polizia, né di un tribunale, né di una prigione, le procedure non sono pubbliche e la società civile (ma nemmeno la legge) può intervenire. La raccolta di questi dati avrà come effetto che quel dato richiedente asilo, noi, dovrà essere ‘gestito’ per sempre dalla Nigeria, rendendo impossibili i movimenti secondari verso altri paesi. A seguito di questo primo esame si dovrebbe decidere se avviare le persone alla procedura rapida di analisi delle richieste di asilo (detta procedura di frontiera), alla procedura ordinaria, o rimpatriarli. E questo presuppone accordi di rimpatrio che ancora non ci sono. Il rischio, dunque, è che questa norma produca ancora più irregolari presenti sul territorio.

Dopodiché si verrà avviati alle procedure di frontiera, che devono durare tre mesi, appello incluso: tempistica che già ci dice con quanto scrupolo sarà seguita la nostra richiesta. Lo scopo evidente è cercare di esaminare il massimo possibile di domande con procedura accelerata, e usare quella ordinaria solo per i casi residuali. Chi non avrà il diritto a restare dovrà essere rimpatriato entro 6 mesi totali, con obbligo di dimora in un luogo specifico, che se disatteso produrrà decadenza della domanda. E qui si riavvia il meccanismo sui rimpatri di cui sopra, con le relative impasse. Qui si deciderà che nella gran parte dei casi le persone non hanno titolo per entrare legalmente nel paese (e questo vale anche per chi vive nel paese in questione, a Lagos poniamo, magari da anni, ma non può dimostrare di essere entrato legalmente). Le scelte infatti sono o asilo o espulsione: il che, paradossalmente, esclude precisamente le persone che servirebbero alla Nigeria – i migranti economici.

Il regolamento rimpatri, approvato dall’Europarlamento (pardon, l’Afroparlamento) da una maggioranza anomala di popolari e estrema destra al grido di “Send them back” consente, anche nel caso in cui la Nigeria fosse disposta a esaminare la nostra richiesta d’asilo, di essere mandati in un altro stato, anche se si tratta di un paese con cui non abbiamo alcun rapporto (che so, in Pakistan).

La redistribuzione tra paesi, per diminuire la pressione sui paesi di confine della UE (pardon, l’Unione Africana), non ci sarà. La ricollocazione non è obbligatoria, può essere sostituita da un contributo finanziario, e già alcuni paesi hanno dichiarato che non la rispetteranno comunque. Rispetto al passato, cambia poco, e quello che cambia è in peggio per i paesi frontalieri.

In tutto questo, quello che manca è proprio la parte più importante: la gestione di flussi regolari di migranti economici, di cui invece l’economia ha bisogno, pena la chiusura stessa delle aziende nigeriane, di molte attività economiche in agricoltura e nei servizi, nonché la sparizione del lavoro domestico e di cura, cui si aggiunge un danno economico e previdenziale che pagheranno le ultime generazioni, già penalizzate rispetto a chi le precede. Di tutto questo (anche nei commenti, e non a caso), nel dibattito politico e giornalistico nigeriano non c’è praticamente traccia.

 

L’illusione europea di governare l’immigrazione, in “ItalyPost”, 30 giugno 2026, editoriale, p. 1

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Il Patto europeo su migrazioni e asilo: nessuna soluzione reale

26/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

giovedì 25 Giugno 2026

Nulla di fatto. Con il Patto europeo sui migranti rispetto a oggi cambierà poco

Non ci sarà la redistribuzione tra Paesi, mentre i tempi stringati per il riconoscimento rischiano di comprimere i diritti. La collocazione in Paesi terzi sarà di fatto irrealizzabile
Stefano Allievi

Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in vigore il 12 giugno, non è un provvedimento singolo (sono nove regolamenti e una direttiva, per un totale di quasi mille pagine), ma un’ambiziosa iniziativa politica, che vorrebbe porre le basi di una azione europea comune intorno a un dossier, quello della gestione delle migrazioni, che finora è stato gelosamente gestito dai singoli Paesi membri dell’Unione. Ma più che una scelta di intervento organico sulle politiche migratorie, è soprattutto una risposta alle pressioni (di una parte) della pubblica opinione e delle forze politiche che la rappresentano e che maggiormente utilizzano le migrazioni come argomento di dibattito politico.
Un primo aspetto riguarda gli accertamenti all’ingresso, qualificati come «rigorosi». Prevedono un fermo di massimo sette giorni (tre per le persone individuate non alla frontiera, ma all’interno del Paese: il che può far presupporre operazioni per individuarli nelle nostre città) nel corso dei quali si provvederà alla raccolta dei dati biometrici per il sistema Eurodac (impronte digitali, biometria della retina per il riconoscimento facciale, screening sanitario, ma anche copia dei documenti). La raccolta di questi dati avrà come effetto che quel dato richiedente asilo dovrà essere “gestito” sempre e obbligatoriamente dal Paese di primo approdo, rendendo più difficili e comunque reversibili i movimenti secondari verso altri Paesi. A seguito di questo primo esame si dovrebbe decidere se avviare le persone alla procedura rapida di analisi delle richieste di asilo (detta procedura di frontiera, di cui parleremo tra poco), alla procedura ordinaria, o rimpatriarli. Solo che di fatto non cambia nulla rispetto al passato, perché il problema non è solo la definizione del diritto all’ingresso, ma il rimpatrio se non lo si ha. E questo – anche prescindendo da qualsiasi valutazione etica – non basta dirlo: presuppone accordi di rimpatrio che ancora non ci sono. Il rischio, dunque, è che paradossalmente questa norma produca ancora più irregolari presenti sul territorio.
Dopodiché si verrà avviati alle procedure di frontiera, o rapide, che devono durare un massimo di dodici settimane (tre mesi). Queste procedure si applicano obbligatoriamente a chi costituisce minaccia per l’integrità nazionale, a chi proviene da Paesi con un tasso di riconoscimento inferiore al 20 per cento, o a chi induce in errore le autorità: criterio come si vede vaghissimo, che può applicarsi alle fattispecie più disparate (anche tenendo in conto la barriera linguistica, basta una informazione anche involontariamente errata per configurare questa ipotesi). Lo scopo evidente è cercare di esaminare il massimo possibile di domande con procedura accelerata, e usare quella ordinaria solo per i casi residuali. Le dodici settimane di cui sopra includono la decisione e l’eventuale appello: e possiamo immaginare dalle tempistiche con quale scrupolo sarà seguito il contenzioso. Chi non avrà il diritto a restare dovrà essere rimpatriato entro 24 settimane (sei mesi), con obbligo di dimora in un luogo specifico, che se disatteso produrrà decadenza della domanda. E qui si riavvia il meccanismo sui rimpatri di cui sopra, con le relative impasse.
La redistribuzione tra Paesi tanto decantata, per diminuire la pressione sui Paesi di confine della Ue, di fatto non si vede. La ricollocazione non è obbligatoria, può essere sostituita da un contributo finanziario, e già due Paesi – altri potrebbero aggiungersi – hanno dichiarato che non la rispetteranno comunque. Rispetto al passato, cambia assai poco.
Se la pressione migratoria fosse eccessiva su un Paese, si potrà attivare il «regolamento crisi», che consente di aumentare ulteriormente la discrezionalità accelerando l’esame, sempre più sommario, delle domande. Ma, come visto, senza solidarietà obbligata degli altri Paesi: e, anzi, la stretta sui movimenti secondari ricadrà proprio sui Paesi già ora più esposti, come l’Italia.
Con il regolamento rimpatri, votato da uno schieramento anomalo – che di fatto prefigura una diversa maggioranza politica a sostegno della Commissione – di popolari e estrema destra, al grido dello slogan «Send them back» (mandateli indietro), è stata introdotta la possibilità di “cessione” di richiedenti a Paesi terzi extra Ue. Infondabile e ingiustificabile sul piano del diritto internazionale, sostanzialmente inapplicabile e comunque estremamente costosa, anche immorale, per quello che vale (come se noi facessimo domanda di ingresso in Usa e ci rispedissero in Nepal: e poi, oltre tutto?), fortissimamente criticata ad esempio da Macron. Sembra la legittimazione dei centri in Albania, ma di fatto dovranno essere rinegoziati tutti gli accordi sulla base delle nuove norme, e non è detto. Come altre cose, finirà probabilmente in un nulla di fatto, ma potrà essere venduto come un successo in campagna elettorale, dai partiti che l’hanno votato.
In tutto questo, quello che manca è proprio la parte più importante: la gestione di flussi regolari di migranti economici, di cui invece abbiamo bisogno, pena la chiusura stessa delle nostre aziende, di molte attività economiche in agricoltura e nei servizi, nonché del lavoro domestico e di cura, e un danno economico e previdenziale che pagheranno le ultime generazioni, già penalizzate rispetto a chi le precede. Di tutto questo, infatti (anche nei commenti, e non a caso), non c’è praticamente traccia.

 

“Difesa del Popolo”, 25 giugno 2026, editoriale

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/migranti-300-e1782234230895.jpg 958 1913 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-26 22:58:482026-06-26 22:58:48Il Patto europeo su migrazioni e asilo: nessuna soluzione reale

Dopo Belfast. Immigrazione, integrazione, remigrazione: fatti e retoriche

11/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Interviste / Interviews, Società / Society /da Augusta

Allievi: «Sull’immigrazione retoriche opposte e dannose»

MICHELE RICCIOTTI
Stefano Allievi
immigrazioner | remigrazione | interviste | immigrazione | proteste | Belfast

Il sociologo Stefano Allievi commenta le violente proteste anti-immigrati di Belfast e accusa le opposte retoriche sull’immigrazione


Stefano Allievi, sociologo, studia i fenomeni migratori da quasi mezzo secolo. Al tema ha dedicato decine di volumi. In dialogo con l’Altravoce commenta le violenze anti-immigrati di Belfast, scaturite dall’accoltellamento di un cittadino irlandese da parte di un immigrato sudanese.

Professore, quello che è successo a Belfast poteva succedere ovunque o ci sono ragioni sociali per cui è accaduto proprio lì?

«Sono sempre scettico sulle spiegazioni di tipo sociale, pur essendo un sociologo. In questo periodo storico, sarebbe potuto succedere anche altrove in Europa».

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In Irlanda del Nord, secondo i dati del New York Times, solo il 3,4 % della popolazione appartiene a minoranze etniche. Cosa ci dice questo dato?

«È la dimostrazione che l’argomento secondo cui la gente è esasperata dalla troppa immigrazione non ha fondamento logico né statistico. Già vent’anni fa si parlava di “soglia di tolleranza”, un valore percentuale oltre al quale è impossibile l’integrazione. Anche questi discorsi non hanno senso, perché quello che conta non è il numero, ma la velocità del processo di immigrazione».

E qual è la vera ragione della violenza?

«È l’odio per gli immigrati. Viviamo in un periodo storico in cui l’immigrato, specialmente l’africano nero, è il nuovo volto del capro espiatorio». (in foto Stefano Allievi)

Il capro espiatorio per Girard è chi raccoglie le colpe di una comunità conferendole identità e unità. Le società, sempre più lacerate, individuano capri espiatori per cercare di recuperare un’identità perduta?

«Prima di questo c’è qualcos’altro. Il capro espiatorio non è mai reale, ma sempre simbolico. La parola stessa deriva dal fatto che alcune tribù semitiche usavano caricare le colpe e le violenze della comunità su un capro che veniva mandato a morire nel deserto. Quel capro non ha fatto nulla, ma aiuta la comunità a scaricarsi delle sue colpe, prima ancora che a ritrovare un’identità».

La politica di destra cavalca le rivendicazioni identitarie, ma molti progressisti non riconoscono il problema. Uno potrebbe dire: le proteste sono scoppiate a Belfast dopo che un immigrato ha accoltellato un uomo.

«Va fatta una premessa: non esiste nessun fenomeno sociale, politico o economico che porta solo vantaggi. Il fenomeno dell’immigrazione va osservato come normalmente affrontiamo questi fenomeni: cercando di massimizzare i vantaggi e minimizzare gli svantaggi. Sono d’accordo che ci sia un problema di retoriche contrapposte da entrambi i fronti politici in molti paesi occidentali. Io preferisco parlare di interesse molto più che di valori e non mi piace l’espressione “il dovere dell’accoglienza”. L’accoglienza non è un dovere. Lo spiego di solito con un esempio».

Prego.

«Se mio figlio piccolo dice di aver paura del buio e gli faccio vedere una statistica che dimostra che di buio non è mai morto nessuno, io ho ragione ma non ho risolto il problema di mio figlio. Se gli dico che è uno stupido, non solo non risolvo il problema ma aumento la distanza comunicativa. Dare del razzista a qualcuno è l’equivalente funzionale di questo. Molto progressismo e molto cattolicesimo, in Italia, si sono fermati a questa condanna morale. La paura del buio, come quella dello straniero, è irrazionale. Per risolvere il problema devo dare ascolto a mio figlio e trovare una soluzione, come quella di lasciare la luce accesa in corridoio per qualche notte. Certo, si tratta di una soluzione apparentemente irrazionale e anche costosa».

Fuor di metafora, le destre e le sinistre cosa fanno?

«Il linguaggio progressista, come dicevo, è colpevolizzante: sei cattivo perché non li vuoi accogliere. Quindi non ascolta. Le destre, al contrario, si limitano all’ascolto, senza far niente per risolvere il problema, anzi peggiorandolo, producendo irregolarità e quindi insicurezza, producendo non integrazione ma disintegrazione».

Un esempio?

«Con i decreti Piantedosi l’insegnamento dell’italiano non è rimborsabile come spesa sostenuta dai centri di accoglienza. Forse non ci rendiamo conto della gravità di questa cosa».

Torniamo alla metafora. Cosa fare per accendere la luce in corridoio?

«Tre cose: regolarizzare i flussi, rivedere la distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo e puntare sui sistemi di integrazione».

Partiamo dalla prima.

«Regolarizzare i flussi vuol dire aprire canali regolari, se si vuole anche con elementi di selezione all’origine, ad esempio la conoscenza della lingua. Da quando l’immigrazione è essenzialmente irregolare, e non è sempre stato così, sono aumentati i morti, il livello di istruzione degli immigrati è calato drammaticamente e inoltre sono aumentati i minori stranieri non accompagnati».

Insomma, siamo noi a produrre il tipo di immigrazione che arriva?

«Sì, con le nostre normative. Forse ci converrebbe rivederle».

Veniamo alla distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici.

«Su questo c’è una narrazione distorta, perché noi abbiamo estremo bisogno di quei migranti economici che si dice di voler respingere. Le aziende premono per l’immigrazione regolare per evitare la chiusura. Inoltre, abbiamo distorto le normative internazionali sulle richieste d’asilo: obblighiamo i migranti a fare richiesta d’asilo, altrimenti non verrebbe nemmeno presa in considerazione la richiesta».

Terzo punto: quali sono i sistemi di integrazione?

«Sono sempre i soliti: la scuola, la conoscenza della lingua e, per quanto riguarda le seconde generazioni, la cittadinanza”.

Alcuni partiti estremisti hanno come parola d’ordine “remigrazione”.

«Si tratta, appunto, di una parola d’ordine. Come fai a convincere i paesi d’origine a riprendersi i migranti? E poi, che limiti poni? L’Argentina dovrebbe poter remigrare gli italiani? È evidente che c’è dietro un discorso di tipo razziale».

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Perché tanto odio contro il Pride?

03/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Perché il Pride suscita così tanto odio? Sono stato al Pride di Padova, sabato scorso. E, il giorno dopo, ho postato, senza commento, un breve filmato sui miei social, Facebook e Instagram (roba da boomer, lo so). Filmato in cui peraltro la maggior parte della gente inquadrata era gente che sarebbe stata giudicata “normale” in qualunque altra situazione, vestita “normale”, che normalmente camminava, cantava e rideva: mentre qualcuno (pochissimi, peraltro) era vestito in maniera provocante o comunque “diversa” da come ci si presenta normalmente in ufficio. Ebbene, praticamente la totalità degli oltre mille commenti ricevuti solo nelle prime diciotto ore, per la quasi totalità da maschi presunti eterosessuali (dico presunti, perché abbiamo avuto tante disconferme, in questi anni, di persone che passano il tempo a condannare l’omosessualità o altre forme di quella che chiamano perversione, per poi praticarla di nascosto, o almeno desiderarlo), erano messaggi pesantemente carichi di un odio primario, di astio, di disprezzo, di rifiuto, di disgusto, di violenza e di istigazione alla violenza. Apertamente, direi selvaggiamente, tribalmente violenti. C’erano i “mi piace”, certo. Ma chi si prende la briga di perdere tempo a commentare, invece di limitarsi a passare oltre, lo vuole fare in maniera assertiva: vuole proprio dire la sua, e la sua è quella – il vomito, lo stesso che compariva in molti emoji. Perché?

Provo a dire che cosa vede, a un Pride, chi ci va e osserva senza preconcetti. Vede gente contenta di esserci, non arrabbiata (a differenza di chi insulta): che vuole appunto mostrare l’orgoglio (pride) di essere quello che è semplicemente perché lo è non contro qualcun altro, ma per qualcosa, e in primo luogo per sé stessa. Vede giovani, soprattutto, ma non solo: un’età media sicuramente diversa da quella della maggioranza dei leoni da tastiera che commentano negativamente la cosa. Vede corpi diversissimi tra loro, belli e brutti (secondo termini che sono soggettivi anche se ce lo dimentichiamo spesso), accomunati dalla mancanza di giudizio reciproco: ci si accetta per quello che si è – semplicemente, non è un problema. Vede un ambiente inclusivo, dove vengono accolte persone che non lo sono in altre situazioni: persone con disabilità fisiche e specificità psicologiche, persone di colore, una musulmana con tanto di hijab (e con uno spritz in mano, in nome della trasgressione), origini etniche disparate, persone transgender, giovani dal genere indefinito, coppie di gay e lesbiche che si tengono per mano, famiglie arcobaleno con genitori dello stesso sesso e i loro bambini. Insomma, vede l’opposto di quello che legge nei commenti. Poi, certo, vede o sente anche altro: messaggi dal palco che si possono non condividere, collocazioni geopolitiche frettolose (di cui più che le presenze colpiscono le assenze), solidarietà selettive (ma almeno sono solidarietà, in positivo, non quelle del branco che si spalleggia nel bullismo verso altri), vestiti che non sceglieremmo di indossare (ma si sa, i gusti sono gusti). Perché non dovrebbe essere così? Questo sì, è “normale”.

Il Pride è un momento di festa, e un giorno dell’anno in cui si può essere pubblicamente quello che negli altri 364 è meglio essere solo privatamente per non correre rischi – e i rischi vengono dagli altri, i cattivi sono gli altri (non è ancora capitato di sentire di aggressioni di persone eterosessuali da parte di omosessuali, o di cisgender da parte di transgender – mentre il contrario è purtroppo cronaca quotidiana). È, sì, se si vuole, anche un carnevale, come scrivono con disprezzo alcuni commentatori: in cui ci si traveste, si ride, si balla, si fa festa, e ogni scherzo vale. Altri lo fanno in altri momenti dell’anno, e altre situazioni (a Carnevale, appunto, Halloween o nelle feste in costume): chi si incontra qui, in questa – e forse per motivi un po’ più solidi. Ma la rabbia (quella personale: quella politica è presente, eccome, e giustamente, anche al Pride) è in capo agli odiatori. L’insulto anche. Il male di vivere, il bisogno di disprezzare l’altro per sentirsi qualcuno, pure.

Nessuno è obbligato a accettare comportamenti e stili di vita che non si condividono. E ognuno ha giustissimamente il diritto di manifestare il proprio dissenso da quegli stessi stili di vita. Ma le richieste del Pride non impongono niente a nessuno, a differenza di chi le nega: chiedono qualcosa per qualcuno, che non è diverso – ed è persino molto meno – di quanto è concesso ad altri, la maggioranza, di fronte alla quale i partecipanti al Pride sono consapevoli di essere minoranza. Non c’è nulla che non possa essere civilmente discusso. E tutto ha naturalmente il diritto di esserlo. Civilmente, appunto. Negare alla radice le possibili ragioni, se non l’esistenza stessa dell’altro, non va in questa direzione. È uno spaccato dell’Italia istruttivo, quello che emerge. E dà l’idea che chi ha un problema, e grosso, non è il mondo LGBTQ+, ma chi vorrebbe fargli quello che minaccia: anche se, va detto, gli odiatori da social non sono rappresentativi dell’opinione media della società.

Sui temi di genere, è notorio, la polarizzazione è estrema. Ma anche la diversità di ottica generazionale lo è. Ecco, qualche volta si ha la sensazione che nelle polemiche intorno alle questioni di genere la vera posta in gioco sia proprio generazionale. Il che può forse aiutarci a capire chi vincerà nel lungo periodo: se gli odiatori, o gli odiati.

 

Il Pride e il perché dell’odio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 giugno 2026, editoriale, pp. 1-5

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Stefano Allievi

E’ autore di oltre un centinaio di pubblicazioni in vari paesi e di numerosi articoli e interviste su dibattiti di attualità. Suoi testi sono stati tradotti in varie lingue europee, in arabo e in turco.

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