Profughi che non vogliamo, lavoratori che non ci sono. Tutto si tiene…

Da un lato, a qualche centinaio di chilometri da qui, abbiamo poche migliaia di profughi, usati come strumento di politica estera e interna, picchiati, feriti, morti assiderati, nell’indifferenza dei più e nella conseguente inazione delle cancellerie europee, incluso il governo italiano.

Dall’altro abbiamo la certezza che, volendo, con un minimo di organizzazione e di formazione, queste persone troverebbero lavoro e collocazione tutte quante nel solo Veneto, al massimo allargando un poco l’area di riferimento al di là dei confini regionali, verso Lombardia o Emilia-Romagna – figuriamoci in un’Unione Europea di 450 milioni di abitanti.

È una provocazione, la mia, perché mette insieme argomenti apparentemente diversi, e trattati come tali: una crisi (e una vergogna) umanitaria, e un problema di occupazione e lavoro. Ma è una provocazione voluta, perché i problemi sono davvero collegati, e basterebbe la volontà di approfondirli per accorgersene.

Un quarto di secolo di studi e ricerche sui fenomeni migratori mi ha insegnato che non capiamo una barca con cento immigrati che galleggia precariamente nel Mediterraneo, o i profughi rimpallati tra i confini dei paesi dell’Est Europa, se guardiamo solo la barca in questione, o i confini suddetti. Per capire di cosa si tratta veramente, bisogna guardare al contempo più da lontano e ancora più vicino: guardare cosa succede in Africa o in Medio Oriente e in Europa, a Bruxelles o a casa nostra (dal punto di vista demografico, economico, sociale, politico, ambientale…), ed entrare nella testa e nei sogni di quei migranti, e nella vita di chi si ritroverà ad avere a che fare con loro, lavorativamente e umanamente, persone e imprese.

Non si capiscono infatti le migrazioni se non le intrecciamo ad altre forme di mobilità: delle informazioni, del denaro, delle merci, e le tante mobilità umane (per turismo, studio, lavoro, cultura, oggi magari per smart working, ecc.) che caratterizzano l’attuale modello di sviluppo. Ma ugualmente non si capiscono le migrazioni, in ingresso e in uscita, se non le colleghiamo ad altri fenomeni, a cominciare dalla demografia, per continuare con le trasformazioni nel mercato del lavoro, il livello di istruzione, e altro ancora. Le migrazioni non avvengono nel vuoto: sono un pezzo di trasformazioni più ampie, al contempo causa ed effetto di un cambiamento globale in corso. Basta un esempio, per capirci: siamo all’interno di un calo demografico devastante, che ci porta ad essere il paese più vecchio d’Europa, attualmente con un rapporto tra lavoratori attivi e pensionati che è di 3 a 2, ma che diventerà intorno al 2040 (dopodomani…) di 1 a 1, con una perdita annua media di popolazione che è di oltre duecentomila persone (una città come Padova – e quattrocentomila, una città come Bologna, nell’anno del Covid). Ammesso e non concesso che attuassimo domani le migliori politiche familiste del mondo, e le finanziassimo adeguatamente, queste avrebbero effetto sul mercato del lavoro tra vent’anni: nel frattempo, visto che già oggi abbiamo enormi carenze di manodopera, e tra meno di dieci anni potremmo avere oltre sei milioni di anziani non autosufficienti, che cosa facciamo? Rinunciamo a posti di lavoro e ricchezza prodotta, utile per mantenere anche chi non la produce più, pur di non accettare immigrati?

Non solo, le emigrazioni sono oggi in numero equivalente o superiore alle immigrazioni: non c’è nessuna invasione in corso – semmai, un’evasione. Siamo la regione con più emigranti, e con più emigranti istruiti, dopo la Lombardia, ma l’unica ad avere un saldo netto negativo, per quel che riguarda i laureati, perché le uscite, a differenza di quanto avviene in Lombardia ed Emilia, non sono compensate dagli arrivi di laureati dal sud e dall’estero.

Tutto questo ci mostra quanto demografia, lavoro, emigrazione e immigrazione siano collegati. E finalmente hanno cominciato a dirlo a chiare lettere anche imprenditori del calibro di Leopoldo Destro, Massimo Finco, Marco Stevanato, Mario Moretti Polegato, Laura Dalla Vecchia, Andrea Tomat e altri: ponendo senza tabù, anche alla politica, il tema dell’immigrazione come priorità, e non come slogan giocato al contrario per acquisire consenso. Senza immigrazione ci sarà meno lavoro e meno ricchezza per tutti: e il prezzo lo pagheranno le imprese, dunque l’occupabilità degli italiani, in particolare dei giovani. Chi è contro l’immigrazione – regolata e regolamentata: questo si dovrebbe volere – di oggi, è contro il lavoro e la ricchezza di domani. L’incapacità di volerlo capire manifesta ottusità ideologica: niente di più e niente di meglio.

 

Cosa saremo senza immigrati, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 28 novembre 2021, editoriale, p.1

È giusto porre dei limiti alle manifestazioni no vax?

Il problema dei limiti alle manifestazioni dei ‘no green pass’, ‘no vax’, e qualche altro ‘no qualunque cosa’ che si mischia alle medesime, è mal posto. In una società democratica e civile, le norme non sono e non dovrebbero mai essere ‘ad personam’, o rivolte ad alcune specifiche categorie di persone, ma sempre universali. La questione dunque si pone come segue: è legittimo porre dei limiti, nella situazione attuale, al diritto di manifestare? Di chiunque e per o contro qualunque cosa?

La risposta credo che possa e debba essere affermativa. Fatto salvo il diritto legittimo a manifestare le proprie opinioni, quali che siano – che non si tocca, non solo perché è costituzionalmente garantito, ma perché la sua valenza è anteriore alla stessa costituzione: sta nei principi e diritti fondamentali cui la nostra costituzione si ispira, ma che la precedono, e di molto – si può e si deve discutere delle modalità con cui è lecito farlo, in questa fase. Intanto, e dovrebbe essere ovvio, nel rispetto delle leggi, incluse le normative specifiche approvate in funzione della pandemia, a tutela della salute pubblica: quindi sì, ma rispettando le norme, e cioè chiedendo i permessi relativi, rispettando le indicazioni e i percorsi concordati, accettando gli spazi assegnati in funzione della diminuzione del rischio di contagio, rispettando le forze dell’ordine, non aggredendo giornalisti, e ovviamente mettendosi la mascherina (prevista in caso di assembramento: e le manifestazioni lo sono) e rispettando le norme di distanziamento. In questo senso è legittima anche la richiesta di un servizio d’ordine autorganizzato (di steward, come si dice ora), incaricato di far rispettare le norme: che, storicamente, nei movimenti che più hanno fatto ricorso alla modalità della manifestazione di piazza (partiti, sindacati, ma anche movimenti degli studenti e molti altri), c’è sempre stato, senza neanche bisogno di chiederlo. Se un gruppo non è capace di controllare sé stesso, forse non deve assumersi le responsabilità di una protesta pubblica che non sa come e dove possa degenerare. Se tali basiche norme non vengono rispettate, è lecito (dopo aver dato il permesso di far svolgere le manifestazioni), interromperle, e nel caso – so che la parola spiace, ma ogni norma è tale solo se la sua violazione presuppone una sanzione – reprimerle: dall’ammenda in su.

Naturalmente, dal punto di vista di chi è favorevole tanto al vaccino quanto al green pass (la stragrande maggioranza dei cittadini), si comprende che faccia ancora più rabbia la motivazione delle manifestazioni, ma questo non giustifica una repressione specifica, visto che il diritto di manifestare nasce soprattutto per tutelare le minoranze. Giustifica però un ragionamento specifico: chi non si vaccina contribuisce alla diffusione del virus, le manifestazioni (senza protezioni, come visto finora – troppo a lungo: si sarebbe dovuto intervenire prima, data la plateale violazione delle norme) sono un eccellente veicolo di contagio, come mostrano le impennate di casi e ricoveri nelle città dove si sono svolte. E chi si contagia, se ricoverato, toglie tempo, medici, cure e urgenze ad altri malati, incolpevoli delle loro malattie, che avrebbero altrettanto e forse maggiore bisogno di cura e protezione, e se le vedono togliere, e rinviate le visite e gli interventi, perché si torna a dirottare personale medico e infermieristico, e risorse, per le emergenze, in parte evitabili (con un vaccino messo a disposizione gratuitamente), dovute al Covid.

Crediamo sia legittimo anche un ragionamento riguardante la frequenza stessa delle manifestazioni. Se continue, sempre negli stessi luoghi, comportano un oggettivo disturbo delle attività dei cittadini (non dei soli commercianti, come si tende a sottolineare). È legittimo dunque, senza conculcare il diritto a manifestare, immaginare dislocazioni alternative e rotazioni.

Detto questo, sono così favorevole al diritto di manifestare, che vorrei vedere in piazza, per una volta, i pro vax, pro green pass, pro terza dose, pro scienza, pro salute. Per ricordare che, oltre alle minoranze, esiste anche una maggioranza, in questo paese. E forse è il caso che si veda…

 

In piazza sfilino i sì vax, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, “Corriere di Verona”, “Corriere di Bologna”

Corpi senz’anima, anime senza corpo: verso il transumanismo, tra cyborg e paralimpiadi

Siamo alla vigilia di un mondo in cui, oltre a corpi senz’anima (ma attivi e più performanti della nostra fragile carne), potremo vedere anime o cervelli senza corpo? O almeno con corpi potenziati, trasformati?

Come sempre, è la fantascienza a prefigurare nell’immaginario scenari che la scienza ha già tracciato, e l’impetuoso sviluppo tecnologico rende possibili. L’intelligenza artificiale applicata alla robotica ci mostra già il primo scenario, e le sue applicazioni. Nel suo ultimo romanzo, Klara e il sole, il premio Nobel 2017 Kazuo Ishiguro racconta la storia di una sensibile ‘amica’ artificiale, disponibile nella vetrina di un negozio, oggetto/soggetto di compagnia per adolescenti, che acquistata da una giovane un po’ problematica e bisognosa di affetto, fa di tutto per prendersi cura della sua giovane protetta. Già nel precedente e meraviglioso Non lasciarmi Ishiguro prefigurava un mondo in cui, ad ogni umano sano che possa permetterselo, corrisponde una copia biologica da utilizzare come collezione di organi, pezzi di ricambio da sfruttare in caso di bisogno, man mano che organi e parti del corpo deperiscono o si ammalano. In quest’ultimo romanzo si è passati dalla biologia clonata e riprodotta alla totale artificialità. Inizialmente, come detto, con una creatura artificiale capace di immedesimarsi così tanto nella sua amica reale, da cui è stata acquistata, da amarla e imitarla alla perfezione: al punto da far immaginare alla madre, di fronte alla morte incombente a seguito di malattia della fanciulla reale, che il robot intelligente, dopo averla conosciuta così bene, possa, imitandola, assumerne le fattezze, ricostruite tecnologicamente, e continuare così a vivere con la madre stessa, lenendone il dolore, in uno straordinario incrociarsi di prospettive.

L’altro scenario, quello dei corpi trasformati o potenziati, è quello delineato con la forza dell’immaginario cinematografico in film come RoboCop di Paul Verhoeven, risalente all’ormai lontanissimo 1987, e riprodotto nel genere cyberpunk. È l’idea del cyborg, il corpo potenziato all’estremo, una specie di ibrido tra uomo e macchina, grazie non solo all’aggiunta ma all’innesto di protesi tecnologiche direttamente dentro il corpo umano. Se ne parla dagli anni ’60, immaginando il bisogno del corpo umano di adattarsi a condizioni di vita estreme – pensando soprattutto alle esplorazioni spaziali. La tuta dell’astronauta, come per altri versi lo scafandro di un palombaro, mostrano il potenziamento aggiungendo sopra il corpo le protesi necessarie: il cyborg è il salto evolutivo successivo. E quanto non sia per niente un orizzonte lontano, ma anzi già parte della nostra vita quotidiana, aspetto ormai perfino banale, ce lo hanno mostrato con plastica efficacia – appena a un passo dal cyborg – le paralimpiadi del 2021, con l’enorme varietà di potenziamenti e di innesti aggiungibili a un corpo umano: da carrozzine multiperformanti a gambe bioniche con cui guadagnare un record di velocità, ad altri arti e capacità posticce. L’innesto di chip sottopelle con password e carta di credito è già pronto e sperimentato, sensi potenziati (vista, udito…) grazie ad aggiunte meccaniche nel corpo (altro che realtà aumentata grazie ad occhiali e visori aggiunti al di fuori!) sono in arrivo. Il resto verrà, prima di quanto pensiamo.

In mezzo c’è un mondo: oggetti meccanici parlanti già presenti nelle nostre case o nei nostri cellulari (Alexa, Siri…), capaci di comunicare autonomamente con altri oggetti e guidarli (elettrodomestici e quant’altro), prefigurando un mondo in cui tutto potrà essere connesso con tutto, fino ai cani meccanici da compagnia già disponibili in Giappone per gli anziani, ai robot da compagnia per bambini che già si vedono in alcuni ospedali pediatrici, alle bambole parlanti e sessualmente attive che potranno soddisfare altri piaceri, o vere e proprie intelligenze artificiali dotate di propria volontà, come la Klara del romanzo di Ishiguro da cui siamo partiti, ma che risalgono ai Terminator dell’omonima saga, altri celebri ribelli all’uomo come il terribile HAL 9000 di 2001 Odissea nello spazio, capostipite di un genere, o in maniera ambivalente potenziali ribelli o potenziali alleati e amanti, come ci ha ben mostrato un altro imprescindibile capolavoro rimasto nel nostro immaginario, Blade runner.

È il transumanismo, bellezza. L’incredibile mondo in cui tutto si collega con tutto in forme imprevedibili e inusitate: dopo il quale sappiamo che niente sarà più come prima. Probabilmente nemmeno Dio.

 

Senza corpo, in “Confronti”, anno XLVIII, n. 11, novembre 2021, p. 38

Senza limiti energetici

Siamo una società senza limiti: li superiamo uno per uno. Anche quelli fisici: quelli che fino a ieri consideravamo insuperabili. L’aspettativa di vita si allunga, puntando all’in(de)finito. La disponibilità e la varietà di cibo (per chi può permetterselo: e questo è un altro discorso, anche se forse dovrebbe diventare il discorso), senza quasi più distinzione tra naturale e artificiale, punta anch’essa all’indefinito. Finora il limite principale all’infinità – oltre naturalmente a quello della quantità di superficie utilizzabile, aria e acqua presenti sul pianeta – è stato la disponibilità e il costo dell’energia. Ma se anche questo dovesse cadere?

Le tecnologie legate alle energie rinnovabili – che non consumano direttamente risorse finite, e che quindi possono riprodursi illimitatamente – stanno conoscendo uno sviluppo impressionante. Energia solare, eolica, marina, idroelettrica, geotermica, ma anche quella ricavata dalle biomasse, aggiungendoci la grande scommessa potenziale dell’idrogeno, e persino le nuove tecniche di fusione oggi allo studio, aprono effettivamente a questa possibilità. Certo, hanno comunque un costo produttivo, consumano risorse per essere costruite, hanno come tutto dei costi di gestione, mantengono il problema rilevante dello smaltimento. Ma, potenzialmente, una volta imparato a stoccare l’energia prodotta – e anche qui i progressi sono impressionanti e rapidissimi – potrebbe essere possibile immaginare un mondo in cui l’energia, per la prima volta nella storia, possa essere una risorsa virtualmente inesauribile, indefinitamente riproducibile, non inquinante o quasi (l’inquinamento potrebbe limitarsi alla fase della produzione della tecnologia necessaria, appunto, ma per il resto non ci sarebbe produzione di CO2, responsabile in buona parte del riscaldamento atmosferico), e quasi gratuita (certo, per chi dispone delle tecnologie necessarie, e qui si apre un’altra faglia e un altro tipo di diseguaglianze, e di conflitti potenziali: come sempre tra chi può, chi non può e chi vorrebbe). O, almeno, si potrebbe ipotizzare una quasi totale disponibilità di energia a costi molto ridotti per la maggior parte degli usi ordinari – anche lavorativi e di trasporto – e l’utilizzo transitorio di risorse non rinnovabili (fino a che la tecnologia stessa non troverà altri modi di superare questo problema) per gli usi attuali maggiormente energivori (un’acciaieria, per fare un esempio): ma un paese potrebbe scegliere se e in che misura investire in settori altamente energivori, o al contrario investire per superarne la necessità.

Diciamo tutto ciò da inesperti in materia tecnologica, che vogliono solo provare a delineare gli scenari futuribili che si aprono. Con quali effetti tutto ciò accadrebbe? Proviamo ad andare a tentoni, senza disporre di tendenze o linee guida: si tratta di immaginare il non ancora immaginato.

Due scenari possibili, all’ingrosso – come sempre, quando si parla di futuro, e ci si divide inevitabilmente tra apocalittici ed edenici, tra catastrofisti e costruzionisti, banalmente tra pessimisti e ottimisti. Da un lato spreco ulteriore, iperproduzione, superconsumismo, iperaccumulazione, più diffuse e più profonde diseguaglianze – dentro e tra paesi, città, quartieri – che ci costringerebbero in prospettiva a cercare altri mondi, non (solo) per umana curiosità e desiderio di scoperta, ma per eccesso, sovrabbondanza, occupazione ipertrofica di tutti gli spazi, illimitatezza di rifiuti prodotti, scarti e discariche (come in un bel film di animazione di qualche anno fa, Wall-E), paradossale diminuzione delle (altre) risorse proprio a seguito della disponibilità di una risorsa illimitata. Dall’altro liberazione dal bisogno, minore sfruttamento della terra, riduzione radicale dell’inquinamento e conseguente diminuzione dei rischi da climate change, pratiche di condivisione locale come effetto di politiche di razionalizzazione, investimento in beni relazionali e comunicativi, maggiore disponibilità di tempo per la socialità e le attività di cura, di trasmissione di conoscenze e di cultura – pratiche oggi vagamente alternative come potenzialità di massa.

Ecco, il fatto che non sappiamo che direzione prenderemo, che non abbiamo alcuna idea di quello che succederà – ma che nell’inconscio prevalgano i timori (che la fantascienza si incarica di portare alla luce) – è precisamente il problema: l’inesistenza di questi temi nella politica politicante, il disinteresse culturale che circonda questi dibattiti, avvertiti solo da piccole cerchie di interessati o da grandi interessi in gioco. È qui che si fa chiaro che non dobbiamo lavorare solo sui limiti esterni, ma soprattutto su quelli interiori: che siamo noi a non saper scegliere tra il meglio e il peggio di noi. A dimostrazione che il problema non è fuori, ma dentro di noi.

 

In “Confronti”, n. 10, ottobre 2021, rubrica “Il mondo se…”, p. 37

Femminicidi: il lavoro culturale da fare sui maschi

Se è uno, è un fatto isolato, una notizia, che merita un commento. Se sono una sequenza, ripetuta nel tempo, sono un fatto sociale, che merita un’inchiesta e un approfondimento. Se sono uno stillicidio (oltre 70 da inizio anno, secondo i dati del Viminale, di cui più di 50 per mano del partner o dell’ex-partner), diventano un allarme civile, che pretende un esame di coscienza approfondito. Stiamo parlando dei femminicidi, naturalmente.

Contrariamente a quello che molti pensano, non sono in aumento: al contrario, sono in progressivo ma costante calo, così come gli omicidi. Ma stridono ogni giorno di più con il cambiamento sociale, prendono a pugni una realtà che vorrebbe evolversi nella direzione opposta. Per questo, oltre che per il fatto in sé, fanno sempre più male, e se ne parla di più, con più rabbia, pretendendo con più forza giustizia. E giustizia va fatta. Non solo risarcendo – almeno con le sentenze – le vittime e i loro familiari, quando ormai è troppo tardi. E nemmeno solo proteggendo con maggiore efficacia le vittime potenziali, troppo spesso abbandonate alla mercé degli stalker. Ma discutendo, prevenendo, combattendo su questo tema una battaglia culturale profonda: perché di questo si tratta – di incrostazioni culturali, di assunzioni di ruolo perverse, di meccanismi di potere non affrontati e mal gestiti. Anche quando al femminicidio non si arriva. È un problema di rapporti tra uomini e donne: la base della società. Che ha bisogno di una seria manutenzione straordinaria: e dunque di un dibattito pubblico aperto e onesto.

I cambiamenti nei ruoli femminili, l’indipendenza, l’autonomia, misurate nella scuola (dove le donne riescono meglio degli uomini), conquistate lentamente nel mercato del lavoro, ma ancora faticosamente affrontate nella sfera privata, sono non la causa, ma il segno visibile di una rimessa in discussione dei ruoli di potere tradizionali, maschili. La causa sono gli uomini: è tra loro che bisogno individuare il problema e le sue possibili soluzioni. La violenza del caso individuale, come la logica del branco nel caso dello stupro, hanno origini profonde e lontane: nel maschilismo volgare dei dialoghi a proposito di donne tra amici, a scuola, al bar, al lavoro e negli spogliatoi, nel modo di atteggiarsi, nella complicità quasi omertosa rispetto alle sopraffazioni anche piccole, nella mancanza di critica e di dissociazione interna.

Occorre una ecologia del linguaggio all’altezza del tema. Inaccettabile sentire ancora parlare di amore malato, di gelosia. L’amore non c’entra niente, il potere moltissimo. Ancora più grave la derubricazione al gesto di follia, al raptus: quando tutto è premeditato in maniera minuziosa, fin da quando si decide di mettersi un’arma in tasca per andare a un appuntamento. Eppure lo si sente ancora: in bocca ai giudici e nelle sentenze, dove naturalmente è più grave, sui giornali e tra i cittadini comuni, magari i vicini chiamati a dire la loro davanti a una telecamera.

C’entra uno squilibrio di genere ancora troppo accentuato nelle professioni: troppi maschi tra giudici, poliziotti e giornalisti – che non hanno maturato loro stessi una consapevolezza di ciò di cui parlano. Lo dimostrano le frange negazioniste, ancora molto presenti: quelli che dicono che il femminicidio non esiste, o è fortemente esagerato. Probabilmente, se esistesse un fenomeno a parti invertite, della stessa entità, se fossero i maschi a morire di maschicidio, vittime delle loro partner, se ne parlerebbe molto di più.

C’è dunque un problema di educazione al genere, e di educazione ai sentimenti, all’amore in primo luogo, molto più urgente dell’educazione sessuale o della generica accettazione della diversità. Che spetta alla società, e alla scuola, affrontare. Prima ancora che alla famiglia, essa stessa invischiata più fortemente in ruoli tradizionali, malamente messi in discussione. E ci vuole personale specializzato per farlo: che racconti le trasformazioni della sessualità e della famiglia, la possibilità di fare esperienze e quindi di scegliere, di dire dei no. Che bisogna imparare ad accettare, e a gestire. Il nuovo cameratismo tra sessi che vediamo nei più giovani, la maggiore accettazione della diversità, non solo di orientamento sessuale, la messa in questione dei ruoli, sono il segnale incoraggiante che le cose possono cambiare. Ma se ne riconosciamo l’importanza, non possiamo lasciare a sé stessi questi processi.

 

La battaglia culturale che serve, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 settembre 2021, editoriale, p.1

I prof contro il green pass: sull’appello dei trecento

Il comico americano John Oliver, in una puntata di qualche anno fa del suo show Last Week Tonight, per mostrare le storture mediatiche del dibattito sul cambiamento climatico – che spesso vedeva intervistati un interlocutore a favore e uno che lo negava – ha inscenato una rappresentazione realistica del dibattito. E poiché oltre il 99% degli scienziati sostiene che il processo stia avvenendo e sia causato dall’uomo, ha riempito lo studio di 99 camici bianchi a favore, e uno contro.

Ci piacerebbe che fosse così anche per il dibattito sui vaccini, ma purtroppo i media continuano a riprodurre la stessa logica. Per cui le posizioni antivacciniste, o contrarie alle misure prese per contrastare la diffusione del Covid, ricevono inevitabilmente un’attenzione spropositata. È avvenuto per le manifestazioni no vax davanti alle stazioni, in cui il numero di manifestanti era largamente inferiore a quello di giornalisti e poliziotti (a Padova due persone, tra cui un ex docente del Bo oggi in pensione). Sta avvenendo per gli appelli e i manifesti contro il green pass in università (ma vale anche altrove): come attesta il rumore che sta facendo l’appello dei 300 docenti (su oltre 64.000 professori e ricercatori, esclusi i docenti a contratto: lo 0,46%), e in scala locale i suoi firmatari dell’università in cui insegno, il Bo (17, di cui 10 di ruolo, su quasi 2300: lo 0,43%).

Certo, tra i docenti critici ci sono nomi famosi, come quelli di Cacciari e Barbero. Peccato che la lista dei nomi famosi favorevoli al green pass sarebbe lunga molte pagine, se venisse stilata, ma semplicemente non compare. E forse è anche sorprendente che le voci critiche vengano da una categoria che al momento in cui è stata vaccinata – tra le prime, per indubbio privilegio, nonostante i rischi più modesti corsi rispetto ad altre professioni – pare non aver alzato la voce con la stessa foga contro la corsia preferenziale accordatale. Anzi, in molti abbiamo comunicato della nostra vaccinazione via social, proprio come incentivo anche per gli altri a vaccinarsi.

Quando l’università ha non solo subìto, ma richiesto l’obbligatorietà del green pass, ha fatto una scelta coerente con la sua vocazione scientifica: a molti rifiutare la logica del vaccino apparirebbe altrettanto folcloristico quanto un astrofisico che fosse contrario alla gravità. E infatti non è contro di esso che si scagliano i docenti di cui parliamo, che si limitano a contestare l’obbligatorietà del documento che lo attesta. Che però è coerente con un altro principio, che è quello della tutela della salute pubblica. Suona pretestuoso criticare l’obbligo del green pass per poi accusare di ipocrisia (come fa Barbero, tra gli altri) il decisore pubblico perché non ha il coraggio di imporre direttamente l’obbligatorietà del vaccino. Poiché il green pass è un passo significativo in quella direzione, basterebbe che si ottemperasse al primo per evitare il secondo, che ha implicazioni maggiori, anche al di là della sfera lavorativa, conculcando maggiormente le libertà personali (per non parlare della maggiore complessità politica dell’imposizione del secondo, che i firmatari fanno finta di ignorare). Sembra di sentire il disco rotto di quelli – ci sono sempre – contrari a una riforma in nome di una riforma più radicale, secondo loro facilissima da approvare, e che puntualmente non si farà mai (e contro la quale probabilmente protesterebbero).

Peraltro, poiché come noto la libertà individuale non è assoluta, ma limitata da quella altrui (ci si ricordi delle discussioni sul divieto di fumo, poi accettato e introiettato come misura persino banale di civiltà), stupisce che nell’appello si parli per l’appunto solo della libertà dei non vaccinati, e non di quella altrui (e senza mezza riga di considerazione sulla vaccinazione come atto altruistico di costruzione del bene comune, per evitare non solo di infettare gli altri, ma anche di costringerli a lockdown o didattiche a distanza). E suona semplicemente vergognoso, tanto è implausibile (tanto più da parte di un docente di storia), il richiamo a “precedenti storici che mai avremmo voluto ripercorrere”, peraltro senza nemmeno il coraggio di nominarli per la fondatissima paura di sprofondare nel ridicolo. La parola stessa scelta per rifiutare l’obbligo – discriminazione, con cui si conclude il testo  – ha un suono, in questo quadro, contraddittorio e fastidiosamente unilaterale.

L’unica cosa condivisibile dell’appello è l’auspicio dell’avvio di un serio dibattito sul tema. È vero: c’è molto da discutere, intorno alla vicenda della pandemia e delle misure prese per contrastarla. Ci pare che l’appello non sia propriamente la base migliore per avviare la discussione, ma siamo certi che si troveranno altri modi.

 

L’ipocrisia corre in ateneo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 9 settembre 2021, editoriali, p. 1

L’ipocrisia dei prof no pass, in “Corriere di Bologna”, id.

Il problema della scuola non è solo il vaccino

Riaprono le scuole. Speriamo per sempre, senza future interruzioni. Ma non ne siamo tanto sicuri. Cosa è stato fatto davvero perché non si sia costretti a nuove chiusure? Cosa è cambiato rispetto, diciamo, a un anno fa? Purtroppo non moltissimo, per quel che riguarda le scuole. Tutto o quasi, per fortuna, nel mondo là fuori. Perché nel mondo là fuori c’è stata una campagna vaccinale di massa che ha funzionato abbastanza bene, e molto bene anche nella scuola stessa: dove in assenza di un obbligo vero, che nessuno ha avuto il coraggio di imporre anche se sarebbe stato opportuno e probabilmente doveroso, la gran parte del corpo docente si è vaccinata (come la quasi totalità – salvo percentuali da prefisso telefonico – dei professori universitari, ambito in cui il green pass obbligatorio è stato richiesto e sollecitato, senza resistenze o indecenti coperture sindacali). Non solo: hanno risposto molto bene alla campagna vaccinale anche i giovani e i ragazzi sopra i 12 anni, che pure non avevano nessun obbligo di farlo e correndo soggettivamente meno rischi; mostrando una coscienza civica superiore a quella di oltre tre milioni di over 50 che ancora si sottraggono alla campagna vaccinale, continuando a occupare in larga maggioranza reparti di terapia intensiva che avrebbero invece altro da fare, e altri malati da curare.

Tutto questo, per fortuna, è successo, e riguarda le persone che nelle scuole lavorano o le frequentano. Ma nelle scuole, dentro le scuole, che cosa è cambiato? Ecco, vorremmo saperlo. Ci piacerebbe che la trasparenza che abbiamo imparato ad esigere sui dati vaccinali, la richiedessimo (meglio ancora, ci piacerebbe emergesse senza sollecitazioni) rispetto alle misure adottate dalle scuole: installazione, manutenzione o rinnovo degli impianti di ventilazione meccanica; impianti di di purificazione con filtri Hepa; sensori di rilevazione CO2; organizzazione di più frequenti attività all’aperto; modifiche nell’impostazione delle aule e nella numerosità delle classi; orari d’ingresso e di uscita differenziati; ecc. (disponibilità di gel e mascherine e tentativi di rispetto del distanziamento spaziale nelle mense e negli spazi comuni li diamo per scontati, anche se non siamo particolarmente ottimisti sulla loro fattibilità, in particolare per quel che riguarda questi ultimi). Dalle notizie che arrivano, di circolari scolastiche o di linee guide dagli uffici scolastici regionali e provinciali, poco emerge: si parla delle misure ovvie, ci si affida a raccomandazioni generiche, si aggiungono considerazioni sulla ventilazione naturale (che poi vuol dire finestre sempre aperte: sì, ma fino a quando?). Manca una rilevazione di quel che si è fatto scuola per scuola: una onesta operazione trasparenza di fronte al cittadino utente, che si tratti dei genitori o degli alunni. Così come manca rispetto ai piani trasporti e al loro potenziamento reale: di cui si dice qualcosa (il meno possibile, perché è il settore più difficile da organizzare, e presuppone costi maggiori e soprattutto una capacità logistica che finora non si è vista).

E forse sarebbe il caso di richiederla, invece, questa trasparenza: e che magari anche i media locali indirizzassero la loro attenzione su questo tema. Il timore infatti, in assenza di piani trasporti efficaci e di lavori reali nelle scuole, è che prima o poi, in presenza di cluster monitorati (il tracciamento e le sue modalità all’interno delle scuole è un altro dei temi su cui si sa poco), si sia comunque costretti a un ritorno alla didattica a distanza (DAD), che a parole nessuno vuole, ma che sempre più si mostra come l’ultima opzione disponibile: il capolinea inesorabile che la mancanza di fermate intermedie, di misure d’altro genere, rende inevitabile raggiungere. E qui, naturalmente, si renderebbe necessario un altro approfondimento. Su quello che si è fatto – o non si è fatto – nel frattempo, in caso ci si dovesse arrivare, per aggiornare i docenti e per compensare le diseguaglianze socio-culturali (di disponibilità di computer e tablet, di accesso alla banda, di supporto e di doposcuola per le famiglie che non ce la fanno da sole, anche in accordo con l’associazionismo, specie nelle scuole e nelle zone in cui la presenza di famiglie più povere o con minori risorse culturali è maggiore). Perché la sensazione è che anche in quest’ambito si sia rimasti all’anno scorso…

 

Ma nelle scuole cos’è cambiato?, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 2 settembre 2021, editoriale, p.1

Non ci sono più le classi? Eppure aumentano le diseguaglianze…

La lotta di classe non c’è più. Ma le classi ci sono più di prima. È uno dei tanti paradossi della nostra epoca: le diseguaglianze non sono mai state così grandi (e ci sono tutte le condizioni perché aumentino ulteriormente), ma le vediamo molto meno, o per essere precisi percepiamo molto meno la loro gravità, il loro scandalo. O le chiamiamo diversamente. O ce ne interessano altre.

Più che differenze di classe, si tratta di vere e proprie polarizzazioni di condizione. Una, più visibile perché per certi aspetti è sotto i nostri occhi, riguarda quella che David Rothkopf chiama la superclass: i superricchi (di alcuni dei quali, ma solo alcuni, conosciamo nome e storia), il famoso 1% che possiede più del restante 99%. Nei loro confronti, a differenza che in passato, c’è più invidia e identificazione che rabbia sociale e protesta. Vivono in un mondo a parte, in cui la ricchezza si riproduce quasi da sola ed è tassata molto meno della povertà o della limitatezza altrui: ma non si sentono i clangori di nessuna rivoluzione a contestare questo status quo. Giusto un po’ di allarme sociale, ma niente di più significativo: tanto che si minaccia poco, e ancor meno si usa, la repressione, contro quel po’ di rivendicazione che circola qua e là. L’altro polo si vede ancora meno: è composto dalla underclass, il sottoproletariato globale di cui si è cominciato a parlare già negli anni Sessanta, composto da disoccupati, sottoccupati, lavoratori in nero, marginali, devianti e fuoricasta, che popola le nostre periferie e il backstage di lavori e luoghi anche molto visibili, ma in maniera nascosta, discreta – fa notizia solo quando, di rado, lo si incrocia per le strade del centro, nelle sue forme talvolta folcloristiche e talaltra drammatiche, ma per il resto non ha voce e nemmeno immagine. In mezzo un enorme ceto medio e medio-basso, in parte impoverito o meno garantito, e dunque impaurito, al limite tra in-group e out-group: se non fattualmente, simbolicamente, o come prospettiva possibile. Li dividono muri materiali e immateriali, che separano quartieri, vite, destini, futuri possibili: più visibili laddove le diseguaglianze sono più marchiane e arroganti, come in certe città latino-americane in cui la segregazione spaziale tra favelas e quartieri centrali è sancita da muri di mattoni, filo spinato e guardie private; più solidi e invalicabili ma meno visibili laddove sono mascherati da stili di vita diversi e semplice separatezza tra tribù metropolitane.

Non ci sarà un ritorno della lotta di classe come l’abbiamo conosciuta, e talvolta desiderata, nel Novecento. Perché non ci sono più le sue condizioni necessarie, come le aveva descritte Marx nell’Ottocento: concentrazione anche spaziale della classe operaia,  sua omogeneità interna (in termini di salario e condizione materiale di vita), eterogeneità visibile tra le diverse classi, esistenza di barriere rigide tra di esse (riconducibili a due, come noto, per Marx). Mobilità e quindi possibilità di passaggio dall’una all’altra, eterogeneità delle condizioni, dispersione, non aiutano e forse non consentono proprio più l’elaborazione di una qualche coscienza condivisa di classe. Tuttavia le divisioni resteranno, o aumenteranno. Perché resteranno, e aumenteranno, le diseguaglianze strutturali: sia quelle distributive, legate all’ammontare delle ricompense materiali e simboliche di individui e gruppi, sia quelle relazionali, oggi ancora più cruciali, che hanno a che fare con il patrimonio di relazioni e i rapporti di potere. E forse potrebbero portarci di nuovo vicino all’intuizione marxiana dell’esistenza di due sole classi sostanziali, come ha prefigurato Harari in Homo deus: una elite di superuomini potenziati e una massa di individui progressivamente meno utili, quando non francamente superflui – se non come consumatori – perché tra loro fungibili e sostituibili con maggiore efficacia da una macchina (e non illudiamoci che ci si riferisca solo alla maledizione del lavoro manuale e ripetitivo: anche una diagnosi medica la farà meglio un computer). Ma se anche non ci sarà conflitto tra le classi, resteranno altre forme di ineliminabile conflitto: solo, indirizzato, magari ad arte, in direzione dell’appartenenza etnica, della religione, della cultura. E ammorbidito dalle molte forme di circenses digitali, inventate dai superuomini ma a disposizione anche dei superflui.

 

Senza classi, in “Confronti”, n. 9, settembre 2021, p.38, rubrica “Il mondo se…”

Afghanistan: quel che possiamo fare

L’avventura afghana è finita male, malissimo. Per l’Afghanistan, in primo luogo. E per l’Occidente, che nonostante il tempo impiegato, il cospicuo investimento economico e militare, e nel nostro caso il dignitoso comportamento del contingente italiano, che ha contato i suoi eroi e le sue vittime, vedrà purtroppo crollare la sua credibilità sul piano geopolitico e su quello morale.

È una sconfitta, inutile girarci intorno. C’è un solo modo per salvare il salvabile della nostra dignità, della nostra coscienza, delle ragioni dichiarate della nostra presenza lì: aiutare gli afghani. Per l’Afghanistan come stato non possiamo fare più nulla, almeno nell’immediato. Ma per i singoli cittadini di quel martoriato paese possiamo fare ancora molto.

La prima cosa è far entrare in Italia tutti quelli che hanno collaborato a vario titolo con il contingente italiano, hanno fatto da interpreti ai nostri giornalisti, hanno lavorato con le nostre ONG, e i parenti a rischio di chi è già qui, integrato da noi (come avvenuto nel caso di Zahra Ahmedi, che ha raggiunto il fratello ristoratore a Venezia – e, non ne dubitiamo, si integrerà benissimo – grazie a una mobilitazione e a una solidarietà corale, dal presidente della regione Zaia in giù). Lo abbiamo promesso, e dobbiamo agire di conseguenza, e in fretta: come già si è cominciato encomiabilmente a fare. Di conseguenza occorre sospendere la richiesta dei visti d’ingresso, e implementare il ponte aereo già attivato.

Più in generale, occorre aprire corridoi umanitari mirati, in particolare per le categorie più a rischio: giovani donne, minoranze etniche, attivisti e attiviste. Chi ne ha già esperienza (Sant’Egidio, la chiesa cattolica e quella valdese) si è detto pronto ad agire: dietro di loro c’è un tessuto di volontariato e società civile attivo ed efficiente, che ha già dato ottima prova di sé per le altre persone arrivate in questo modo, meglio e più velocemente integrate di coloro che passano per gli ex-Sprar, e a costo zero per lo stato. Le organizzazioni islamiche in Italia sono pronte a collaborare aggiungendo la loro rete di solidarietà. Si tratta di riprendere idealmente quanto fatto in passato per i boat people vietnamiti, con numeri più ampi (allora, poco più di quarantadue anni fa, furono 907 i profughi salvati dalla Marina Militare, mandata appositamente nelle acque del golfo del Siam), ma comunque sostenibili. L’ANCI (l’associazione dei comuni), e molti sindaci di diverso colore politico, si sono già detti disponibili ad attivarsi, ed è un segnale che va colto: le regioni potrebbero e dovrebbero agire per semplificare loro la vita, aggiungendo risorse proprie. Reti di famiglie, associazioni e ONG sono pronte a mettersi a disposizione per collaborare, con ospitalità, raccolte fondi, corsi di lingua, inclusione in attività associative, ecc. Si tratta di agevolare la gestione di queste iniziative, più che di attivarle.

Per quelli che sono già qui, ci sono poche precise cose da fare: sospendere l’esame delle richieste di asilo pendenti nelle commissioni, approvandole in blocco. E sospendere le espulsioni dei richiedenti asilo afghani non riconosciuti come tali. Anche per loro, famiglie e associazionismo, organizzati, potrebbe dare una grossa mano. Ma c’è spazio anche per altri attori sociali. Le università, che già attivano progetti di accoglienza di studenti rifugiati, possono lanciare un piano straordinario di ospitalità di studenti e studentesse, e anche di docenti, provenienti dall’Afghanistan: il modo migliore per combattere la guerra nel solo modo efficace – con l’istruzione, per ragazzi e ragazze, invece che con le armi. Fondazioni bancarie e mondo delle imprese potrebbero fare la loro parte, in maniera mirata, nel sostenere tali iniziative.

Infine, occorrerà continuare a sostenere i cooperanti e le associazioni italiane presenti nel paese, tra cui gli ospedali di Emergency, e chi lavora nel campo dell’istruzione e dell’empowerment femminile, almeno finché potranno svolgere il proprio ruolo, che oltre a essere prezioso in sé, se non altro riverbera un’immagine positiva dell’Occidente: la migliore diplomazia.

Non spenderemo più soldi in una opinabile missione di pace (solo la parola, peace enforcing, contiene una contraddizione patente). Sarebbe un segnale di maturità dirottarli per attività, come quelle descritte, che la pace aiutano davvero a costruirla.

 

Che cosa possiamo fare noi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 agosto 2021, editoriale, p. 1

Scuola e vaccini: e quello che manca

La categoria degli insegnanti si è già vaccinata in gran parte, quasi all’85%, pur con percentuali fortemente differenziate tra regioni (e polemiche sulle modalità di raccolta dei dati, che spesso non coincidono con quelli regionali): ai primi di agosto in Sicilia i non vaccinati risultavano essere il 43%, e il 37% a Bolzano, mentre sarebbero zero in Friuli e Campania – a testimonianza del fatto che non si tratta di una divisione tra Nord e Sud – con il Veneto che si colloca in alta classifica ma con margini da recuperare, con l’11% di mancanti all’appello. Gli studenti medi e superiori hanno cominciato a vaccinarsi appena hanno potuto, su base volontaria, nonostante non siano nemmeno maggiorenni. L’università, per il tramite della conferenza dei rettori, ha per prima esplicitamente richiesto il green pass obbligatorio per i docenti, il personale tecnico-amministrativo, e pure gli studenti, in questo caso maggiorenni. Con la serissima motivazione che un’istituzione che si basa su presupposti di scientificità non può consentire margini di ambiguità di fronte alla circolazione di posizioni non o anti-scientifiche: e scientificamente ci sono ottimi motivi (foss’anche solo probabilistici e statistici) per sostenere la ragionevolezza di una campagna di vaccinazione di massa, in modo da favorire la didattica in presenza.

C’è poi una motivazione che riguarda tutto il mondo dell’istruzione: che nasce per migliorare il livello di consapevolezza dell’intera nazione, aiutandola a raggiungere livelli sempre più alti di conoscenza. Deve dunque dare l’esempio, e non può permettersi di lasciare alla vaghezza di arbitrarie scelte individuali, dalle motivazioni spesso labili se non inconsistenti, ciò che riguarda il benessere sociale: in particolare dovendo garantire il diritto costituzionalmente statuito all’istruzione. In questo senso non vediamo differenze di merito con il personale sanitario, e semmai vorremmo che tale dibattito (e tale obbligo sostanziale) si allargasse dagli insegnanti ad altri servitori dello stato, pure essi erogatori di servizi pubblici essenziali – dai magistrati agli addetti al trasporto pubblico – di cui invece poco si parla.

Legittimare coloro che non si vogliono vaccinare per tutelare la propria salute individuale – da rischi peraltro largamente immaginari (e che sarebbero molto maggiori senza il vaccino) – significa implicitamente sottovalutare o peggio svilire l’impegno altruistico e civile di chi, pur correndo i medesimi (e peraltro ridottissimi) rischi, si è vaccinato in nome della salute pubblica, e in particolare dei più fragili e di chi non può farlo, che nella scuola sono in primo luogo gli studenti. In questo quadro anche la garanzia di tamponi gratuiti per il personale scolastico non vaccinato (ad oggi, oltre duecentomila persone), richiesta dai sindacati ma impedita da una ferma reazione dei presidi e da una sollevazione corale innanzitutto degli insegnanti vaccinati, sarebbe stata una inaccettabile presa in giro, che speriamo non si cerchi di aggirare con la scusa dei non vaccinabili. Anche perché sarebbe un sovraccarico di costi ingiustificato (una decina di tamponi al mese per ogni non vaccinato) in un settore che ha ben altri problemi e bisogni e necessità di spesa, e a fronte di un vaccino disponibile gratuitamente.

Non si tratta di una punizione, ma di un elementare principio di uguaglianza: anche di fronte alle responsabilità. E quello alla non vaccinazione non è un diritto, ma una scelta individuale, legittima in quanto tale, ma che necessariamente comporta dei costi e delle limitazioni: come, che so, non fare la patente, o non conseguire un titolo di studio, o non richiedere il passaporto.

Dopodiché, lo ripetiamo doverosamente: per la scuola non basta il vaccino. Occorrono investimenti: nuove scuole, meglio strutturate (con impianti di aerazione adeguati), più classi, con meno studenti, con più insegnanti, con maggiore formazione – a questo devono servire i soldi. Perché il gap da superare non è il Covid, ma il dislivello con altri paesi: la metà dei laureati e il doppio degli analfabeti funzionali della media europea (da noi il 30%). Un dato che non è per nulla estraneo al livello del dibattito: anche sui vaccini. Purtroppo l’intesa siglata al Ministero dell’Istruzione, su queste cose, dice ancora troppo poco.

 

La scuola e l’esempio da dare, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 18 agosto 2021, editoriale, p. 1