Fine vita: la politica che non vuole decidere

Va dato atto al presidente Stefani di essere stato trasparente: è a favore di una legge sul fine vita, e se fosse stato in consiglio regionale, anziché in parlamento, avrebbe votato sì alla proposta di legge, che fu invece bocciata dalla maggioranza che lo sostiene nel 2024, contro il volere dello stesso Zaia, allora al posto di Stefani. Insomma, se ci fosse stato, oggi la regione Veneto avrebbe già una legge sui malati terminali che chiedono il suicidio assistito (legge che invece fu bocciata, lo ricordiamo, anche con il voto decisivo di una consigliera del Partito Democratico).

Nel frattempo due regioni (Sardegna e Toscana) hanno legiferato in materia, anche se la Corte Costituzionale è intervenuta su alcuni articoli (non sulle leggi in sé), che toccherebbero competenze nazionali. Non solo: altre regioni, come l’Emilia-Romagna, e proprio in questi giorni la Lombardia, politicamente omologa al Veneto, stanno andando avanti con semplici delibere. È quindi discutibile la giustificazione perenne della politica regionale veneta, usata anche due anni fa come foglia di fico: tocca al legislatore nazionale decidere. Anche perché la maggioranza in regione e la maggioranza in parlamento è la stessa. Per cui se la politica regionale vuole davvero una legge, non ha che da chiederla a sé stessa, dando mandato ai parlamentari veneti di proporla, visto che oltre tutto gran parte dell’opposizione sosterrebbe una legge ragionevole in tal senso. Dove sono gli atti, le dichiarazioni, gli ordini del giorno, che mostrano una pressione in tal senso? Da nessuna parte, perché non esistono. Ed è questo il motivo per cui nascondersi dietro le critiche marginali della Corte Costituzionale a alcuni articoli delle leggi regionali altrui, dimenticando la colossale critica alla mancanza di una legge nazionale che regolamenti un principio che peraltro è già acquisito e approvato, espressa dalla Corte già nel 2019, rischia di apparire come una ipocrisia politica. Ancora di più, dato che il principio del suicidio assistito è già acquisito: sono solo le sue forme e i suoi tempi che devono essere regolamentati.

Peraltro, una calendarizzazione della discussione in parlamento ora c’è: è fissata ai primi di giugno. E, come lo stesso Stefani ha adombrato, le regioni – magari, insieme, quelle governate dal centro-destra e quelle governate dal centro-sinistra – potrebbero fare loro, con la forza che hanno, una proposta che sia anche una richiesta ultimativa al parlamento nazionale. Vedremo cosa faranno e diranno i parlamentari veneti, ma anche i consiglieri regionali che dicono di volere la legge nazionale per non doverne discutere in regione. Come mostrano i sondaggi, il sostegno popolare sarebbe maggioritario e trasversale. E tuttavia, è ragionevole prevedere che nulla di tutto questo accadrà. Anche se, questa sì, sarebbe un’occasione di mostrare la propria capacità di autonomia, così spesso evocata.

Ricordiamo che non parliamo di eutanasia somministrata da altri (su cui, pure, qualche riflessione onesta andrebbe fatta), ma di suicidio assistito, liberamente richiesto e per lo più autosomministrato con farmaco letale da persone affette da sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, o peggio tenute in vita solo grazie alle macchine cui sono attaccati, senza le quali sarebbero già morte. Persone che richiedono una vita e una morte dignitosa. È chi è contro che, con la scusa di difendere la vita (quale? e perché non fidarsi dei diretti interessati, che vengono invece scavalcati nella loro libertà e capacità decisionale?), cancella la nozione di morte naturale. E finisce per sacralizzare non già la vita, ma la tecnica che la prolunga oltre ogni limite naturale e anche di ragionevolezza. Una forma paradossale di idolatria, come accusava un cattolicissimo filosofo morale come Giovanni Reale. E dovrebbero ricordarlo coloro che si autodefiniscono pro vita: espressione di cui andrebbe loro tolto il monopolio, visto che pro vita lo sono tutti, e semmai è diversa l’idea di dignità della vita stessa, dato che il suo allungamento artificiale sempre più spesso produce una sorta di dolorosa agonia prolungata obbligatoria. È il progresso tecnico, infatti, che rende la legge necessaria e urgente, perché è esso a produrre l’allungamento della vita anche di persone gravissimamente malate, allungandone indefinitamente anche il decadimento e le sofferenze. La natura non c’entra nulla: se fosse per lei, il caso sarebbe già chiuso.

 

Fine vita: La legge che si può fare, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 16 maggio 2026, editoriale, pp. 1-3

Il 25 aprile che dimentica l’Ucraina

La cosa che più assomiglia – nella nostra Europa – ai motivi profondi che stanno alla radice della festa della Liberazione, che abbiano appena celebrato, è la resistenza ucraina. Un popolo in lotta per la propria indipendenza, contro un invasore assai più potente, che si nasconde dietro l’eufemismo di una ‘operazione militare speciale’, senza neanche il coraggio di chiamarla per quello che è: una guerra di aggressione.

C’è una differenza sostanziale, però, rispetto alla resistenza italiana del periodo 1943-45. Loro, gli ucraini, non provengono direttamente dal totalitarismo: avevano appena imparato a respirare il sapore di una libertà pur giovane, appena conquistata. Erano già un paese democratico, quindi, che aveva acquisito da poco la propria indipendenza. Sapevano e sanno dunque cosa difendere e perché. Chiunque abbia potuto visitare, in questi anni, una città qualsiasi dell’Ucraina, lo ha percepito con chiarezza. L’orgoglio e la fierezza per la battaglia che si sta combattendo si respirano ovunque, a dispetto dei costi umani e economici della guerra.

Non è così per il loro aggressore, che infatti la guerra fa di tutto per nasconderla, anche per occultarne le ragioni più profonde. Che sono quelle di una dittatura oscurantista che temeva proprio il contagio benefico della democrazia e del benessere europeo ai propri confini, che avrebbe reso più fragile e meno giustificabile l’autocrazia putiniana agli occhi del popolo russo. E forse non è così nemmeno per noi. Noi, per i quali la libertà è acquisita, e anche gratis, perché il prezzo l’ha pagato una generazione precedente e ormai lontana, i cui valori molti considerano con superficialità, se non addirittura amabilmente invecchiati e fuori moda.

Dev’essere per questo che non riusciamo nemmeno a accettare la bandiera ucraina quando celebriamo la nostra resistenza e la nostra liberazione. Da qui un paradosso sorprendente. Che coloro che si ritengono gli eredi legittimi del 25 aprile sono troppo spesso incapaci di esprimere una solidarietà esplicita alla resistenza in Ucraina: sostengono giustamente le vittime delle stragi a Gaza, ma sono incapaci di articolare un pensiero capace di sostenere l’una e l’altra lotta, dopo tutto per le medesime ragioni – perché è giusto difendere gli aggrediti dalla violenza degli aggressori. Mentre coloro che il 25 aprile non l’hanno mai festeggiato si sono invece, in questi anni, dimostrati coerenti nel sostenere la resistenza ucraina contro l’invasore russo, indirizzando scelte politiche e risorse in questa direzione (almeno per quel che riguarda la destra moderata e post-fascista; la Lega fa caso a sé, essendo oggi filoputiniana dopo aver tradito l’ispirazione originaria: ai tempi di Bossi, antifascista). Risorse che forse sarebbero mancate, per non parlare del sostegno politico, se a governare fosse stata l’opposizione, visto che metà di essa ha votato contro l’invio di armi in Ucraina, ma non ha neanche mai proposto altre forme di sostegno e di solidarietà.

Dietro questo capovolgimento in politica estera ci sta un pastrocchio di politica interna tutto italico, che viene da lontano. Da una parte gli eredi del post-comunismo che non hanno mai fatto abiura, e che hanno trasformato il loro nostalgico filosovietismo in un atteggiamento filorusso, almeno in quanto antioccidentale e anti-NATO (è la posizione di molti tra cui l’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, oggi soggetto di parte più che partigiano). Dall’altra gli eredi del post-fascismo che, per quel che riguarda l’Italia, cercano di mettere sullo stesso piano la Resistenza e Salò per far finta che anche i loro valori ispiratori lo fossero: dimenticando che se avessero vinto i nostalgici oggi non avremmo alcuna liberazione né alcuna libertà da festeggiare. Capaci, cioè, di riconoscere che le due parti non sono uguali, solo guardando all’estero. E, da tutt’e due le parti, l’ignavia di chi preferisce la tranquillità alla libertà, e non è disposto a pagare il prezzo della pace: che non è un vago richiamo ideale, ma un dividendo di realismo e di impegno.

 

Il 25 aprile che dimentica la resistenza ucraina, in “ItalyPost”, editoriale, pp. 1-7

La politica estera come bullismo. E la nostra (in)coscienza

Se un nostro amico, per colpire un contadino malvagio che tratta male la sua famiglia, bruciasse i suoi campi di grano, affamando così i suoi familiari innocenti, ma rendendo anche, per conseguenza, meno disponibile il pane nei villaggi vicini, facendone salire enormemente i prezzi, che cosa penseremmo? Gli daremmo man forte? Lo ringrazieremmo per quello che ha fatto? O lo condanneremmo e gli chiederemmo i danni? Soprattutto se scoprissimo che le ragioni del suo attacco sono meno filantropiche di quel che ci ha raccontato?

Ecco, ci sembra che quanto sta accadendo oggi con l’attacco israelo-statunitense all’Iran assomigli un po’ a questo esempio. Il regime è sicuramente cattivo nei confronti del suo popolo, e minaccioso nei confronti di altri. Ma non sembra che sia per motivi umanitari che il nostro amico, e nostro alleato – gli Stati Uniti, in parte per nome e conto di un altro nostro amico, Israele – lo ha attaccato: tanto che ha detto che gli basta sostituire il padre cattivo con un patrigno (nella realtà, un figlio della guida suprema, peraltro dichiaratamente più radicale del padre, e non diverso nelle idee e nei metodi) per essere contento. Nel frattempo, la famiglia – il popolo iraniano – soffre più di prima, i danni economici e ecologici ai villaggi vicini (gli altri paesi dell’area) sono già ingentissimi, i prezzi dell’energia rischiano di salire oltre ogni sostenibilità, facendo pagare un prezzo enorme anche a paesi e villaggi molto più lontani (noi, e il mondo intero), alle loro imprese, che poi vuol dire ai lavoratori, alle loro famiglie, alle loro speranze, alle loro vite. Staremo tutti peggio, per colpa di questo conflitto, peraltro nemmeno dichiarato. E noi, gli amici – l’Europa – cosa facciamo? Dobbiamo stare zitti? Far finta di non vedere? O dovremmo protestare, dire che non è questo il metodo, e agire di conseguenza, proponendone altri, ma soprattutto smettendola di rimanere ossequienti con i nostri amici? In fondo, nella vita reale, lo sappiamo, che gli amici sono tali solo quando ci dicono quello che davvero pensano su di noi e sulle nostre azioni. Perché in politica tutto ciò non lo applichiamo?

Eppure, è questo che ci serve: una operazione verità e onestà. Su noi stessi e le nostre parole e azioni (finora mancate clamorosamente entrambe). Ma anche su quelle altrui. Dopo tutto, i nostri amici sono stati e sono ancora gli Stati Uniti e Israele, come paesi, non i loro provvisori governanti Trump e Netanyahu. Prima o poi, loro non conteranno più nulla. Mentre i popoli che governano, e noi, dovremo contare e scontare per molti anni i danni che hanno fatto e che continuano a fare. Possibile non si sia, come Europa e come Italia, davvero capaci di dire nulla e fare ancora meno? A meno di accettare la triste condizione non di amici, e nemmeno di alleati, ma di sottoposti, acquiescenti e servili. Tutto quello che non insegneremmo mai ai nostri figli di essere. Ma che noi siamo, oggi. Sotto gli occhi anche dei nostri figli: che ci giudicano, al pari delle nostre coscienze.

Siamo amici di un bullo. O di due. O meglio di due che una volta erano amici sinceri, ma poi crescendo sono diventati altra cosa: arroganti, presuntuosi, violenti. A cui non interessa veramente né la nostra opinione né il nostro destino, che in passato avevano a cuore. Come nei film che ci piace vedere, ambientati nei college, possiamo scegliere: diventare la loro corte, i loro spalleggiatori, silenti e ignavi o peggio attivamente complici. Oppure stare dalla parte delle vittime, dei bullizzati: avere uno scatto di dignità, di resipiscenza, di orgoglio, di rivendicazione dei nostri valori e delle nostre azioni passate. E farci valere, o almeno farci sentire. Quello, appunto, che ci piacerebbe insegnare ai nostri figli. Ma che non stiamo più facendo noi.

 

Se il nostro amico è un bullo. Noi, Trump, Israele, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 aprile 2026, editoriale, pp. 1-3

Matrimoni gay, adozioni, diritti transgender: l’evoluzione della società, le contraddizioni della politica

Per una volta il Nordest detta l’agenda – grazie alla cronaca, non per una specifica volontà politica – nel campo dei diritti. Con tre casi distinti, ma collegabili in un unico ragionamento.

Il primo è la notizia che due sindaci friulani di centrodestra – uno di Fratelli d’Italia l’altro della Lega – convoleranno felicemente a nozze. La notizia non è che siano entrambi uomini: la cosa ormai è acquisita e irrilevante. Né che possano farlo grazie a una legge a cui i loro partiti hanno votato contro: è lecito, e anzi meritorio, cambiare idea, e evolvere. Di più: la loro testimonianza, nei loro ambienti, avrà effetti positivi, e porterà a un maggiore riconoscimento dei diritti dei gay e delle lesbiche e a una minore omofobia per tutti, a cominciare dai loro partiti di appartenenza: per cui sbaglia, e di molto, chi, da parte progressista, li critica o peggio li irride. Detto questo, spiace che, invece di riconoscere un dissenso con la propria parte politica, e positivamente rivendicarlo (il che è una qualità rara e preziosa, in un ambiente, la politica, composto in buona parte da yesmen e yeswomen capaci solo di obbedire, spesso servilmente, perché è il modo migliore per garantirsi una carriera), si sentano in dovere di accompagnare la loro scelta con una riaffermazione del valore della famiglia tradizionale, e la sottolineatura di una opinione contraria alle adozioni da parte di genitori dello stesso sesso. Argomento, questo, che ci introduce al secondo punto.

Il tribunale dei minori di Venezia ha rimesso alla Consulta il giudizio su una possibile eccezione di incostituzionalità riguardante la legge sulle adozioni, che le consente solo alle coppie sposate, e non a quelle unite civilmente, come solo possono essere le coppie dello stesso sesso: il che produce “effetti irragionevoli, discriminanti e ingiustificati”. Anche perché, paradosso nel paradosso, anche i single possono adottare, ovviamente a prescindere dal loro orientamento sessuale: per cui, per ipotesi, se i due coniugi uniti civilmente divorziassero, potrebbero adottate un bimbo a testa, e poi regolarmente ri-registrare la loro unione. Ciò che, senza aspettare il pronunciamento della Corte, appare non solo irragionevole e palesemente discriminatorio, ma anche contrario al buon senso e all’interesse dei bambini che potrebbero avere una famiglia.

Il terzo caso riguarda una donna transgender bulgara che vive in Veneto. E che ha ottenuto dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea il riconoscimento del diritto a vedersi consegnato dalla Bulgaria – paese che, insieme a Ungheria e Slovacchia, non riconosce il cambio di sesso – un passaporto corrispondente alla sua attuale identità sessuale, acquisita in Italia. Il motivo è che la sua negazione cozza contro un principio fondamentale dell’Unione, di cui noi italiani facciamo ampio uso dati i nostri tassi di emigrazione, che è quello della libera circolazione, uno dei punti cardine a fondamento dei trattati. Si tratta, tuttavia, anche della conferma implicita, oggi rimessa in discussione da varie forze politiche, del fatto in sé: ovvero che il cambio di sesso è un diritto individuale, che come tale deve essere riconosciuto.

Sono casi diversi, quelli qui analizzati. Che tuttavia ci mostrano, per così dire in progressione, che ciò che in passato era considerato irricevibile è oggi progressivamente diventato senso comune. Come mostrano proprio le unioni civili omosessuali da cui siamo partiti: che suscitavano lo stesso grado di riprovazione che suscitano oggi, negli stessi ambienti, l’affermazione di genere e il cambio di sesso all’anagrafe. Del resto, sempre negli stessi ambienti (e anche altrove, a onor del vero), suscitavano riprovazione gli stessi diritti delle donne, a cominciare dal voto e dall’accesso alle professioni dette maschili: e si tratta delle stesse correnti politiche che oggi esprimono la presidente del consiglio. Il prossimo passo? Unioni regolari e riconosciute tra persone transgender e persone che non lo sono, eterosessuali o omosessuali, anche negli ambienti che per principio le rifiutano (diciamo, per brevità a destra), esistono già. Prima o poi verranno alla luce, e sanciranno un dato acquisito. Come il matrimonio tra i due sindaci da cui siamo partiti. Ai quali facciamo i nostri migliori auguri.

 

Dai sindaci sposi alle adozioni, lo strano Nordest dei diritti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 21 marzo 2026, editoriale, pp. 1-9

Il talk show come metafora (preoccupante) della democrazia

Viviamo in una democrazia senza dibattito. E questo mina la democrazia alla radice. Ma come, direte: dalle tv ai social non si fa altro che parlare, parlare, parlare. Appunto: e il problema sta qui. Che si parla: ma non si ascolta mai. Non si discute, non si dibatte, non si dialoga, nemmeno si comunica, e raramente si informa: si dice, si esclama, si urla. Non si approfondisce: si attacca e ci si difende. E quindi non si scava: si resta in superficie.

Ripetiamo sempre che l’origine dell’idea occidentale di democrazia è nell’agorà greca. Vero, anche se la nostra immagine è abbastanza idealizzata. Era una democrazia imperfetta: mancavano le donne, intere categorie sociali non erano rappresentate. Ma lì si affrontavano dibattiti, si decidevano alleanze e guerre, si eleggevano o ostracizzavano persone. Si discuteva, insomma. Si opponevano argomentazioni: tanto che si sono inventate tecniche di persuasione e retoriche, poi transitate nel mondo romano. Non è quello che accade negli odierni parlamenti: dove si parla, sì, ma non per convincere altri delle proprie buone ragioni, visto che non c’è nessuno da convincere, dato che tutti votano seguendo ordini di scuderia pervenuti dall’alto, e mai in dissenso con il proprio gruppo (ed è per questo che si fa carriera, tanto in politica quanto, spesso, nel giornalismo). Ci si schiera, che è altra cosa: sono schieramenti, appunto, non parlamenti. Aprioristici come il tifo calcistico: e non a caso typhos (febbre, offuscamento) è il nome di una malattia, che porta a stati di esaltazione e sovraeccitazione – tutto il contrario del pensiero e della decisione meditata. Una malattia terminale, letteralmente, per le democrazie: porta al loro termine, alla loro morte.

È un meccanismo esemplificato benissimo dai talk show. L’importante è parlare. Talvolta solo esserci. Un meccanismo che colpisce e inquina la democrazia in quanto tale, con effetti devastanti. Ed è falso dire che questi programmi si limitano a rispecchiare la realtà. Non si limitano a dare voce ai mostri presenti nella società: li creano, danno loro visibilità e potere, gli fanno da megafono. Rinunciando al ruolo informativo che sarebbe il loro. A questo aggiungiamo alcuni elementi specifici. Sono un luogo in cui i giornalisti si invitano tra di loro (e questo è molto specificamente italiano). E li si invita precisamente perché si sa già come sono schierati. Sono lì per rappresentare una posizione nello schieramento, non un contenuto informativo. Per cui si diventa opinionisti di mestiere: su tutto, non su qualcosa di cui si sa qualcosa. Gli altri invitati, i politici, peggio che peggio, visto che di professione manifestano opinioni, non contenuti. Altri (esperti, per esempio) sono quasi assenti: o sono preventivamente schierati e quindi sono esperti di una certa parte politica, che è una contraddizione in termini. In più ci si schiaccia sulle estreme, perché in questo gioco emerge chi urla più forte: ci si parla sopra, e si vince a colpi di interruzioni, privilegiando il litigio alla spiegazione (scegliendo gli ospiti proprio con questo criterio, e costruendo le clip successive, che serviranno a alimentare il dibattito sui social, su questi momenti). In una cacofonia, anche effetto del saltabeccare da un argomento all’altro, che finisce per produrre la disaffezione dei non schierati. C’è un ulteriore parallelo tra talk show e democrazia: calano i telespettatori come calano gli elettori, e in entrambi i casi restano i più anziani. Forse per lo stesso motivo.

 

Il sonno del dibattito genera mostri, in “ItalyPost”, 3 marzo 2026, editoriale, pp. 1-29

Chi ha paura del cimitero islamico? Lettera aperta al mio sindaco

Gentile signor Sindaco (di Cadoneghe), le scrivo da cittadino del suo comune, e da persona che si occupa professionalmente dei problemi di cui qui si parla. Non per le decisioni da lei assunte a proposito del cimitero islamico, in sé legittime, ma per le motivazioni adottate, peraltro diffuse. Lei dice di non poter assegnare un camposanto privato a un’associazione islamica, per rispetto della normativa. In realtà in Italia ce ne sono molte decine, di varie confessioni: dai più antichi (ebraici, protestanti, e pure musulmani, come l’antico cimitero turco di Trieste) ai più recenti, legati all’immigrazione islamica di questi decenni (tra i primi quello di Milano) o recentissimi, nati nel periodo del Covid. Naturalmente, le forme di regolamentazione e di accordo con il comune possono essere le più diverse, inclusa la concessione di aree specifiche nei cimiteri comunali. Nessuna di queste è ovviamente in violazione della legge: tutti gli accordi, firmati da suoi colleghi, sono nel rispetto della normativa.

La possibilità di seppellire i propri morti, possibilmente secondo i propri costumi, è un atto universale di umana pietas: gli antichi dichiaravano delle tregue per permettere persino ai loro nemici di farlo. Impedirlo ai musulmani, e solo a loro, suona increscioso, visto che vanno a scuola con i nostri figli, e lavorano con e per noi: nelle nostre fabbriche, nei nostri servizi anche pubblici, e nelle nostre abitazioni, dove si prendono cura di casa, figli, anziani. In fondo, la loro richiesta di essere sepolti qui, anziché rimandare le salme al paese d’origine, è una forma di integrazione post mortem: che tiene conto del fatto che i loro parenti sono qui, non là. E vivendo qui, muoiono, inevitabilmente, qui.

In maniera interessante, lei evoca il principio di laicità, e il trattare tutti allo stesso modo: forse dovremmo chiedere che fosse così per tutti, in tutta Italia, con normativa obbligatoria e vincolante. Quello che non dovrebbe accadere è che i principi si applichino in maniera selettiva solo a alcuni. La possibilità di avere aree cimiteriali specifiche esiste. Se l’esercizio di un diritto, o la sua impossibilità, vale per tutti, è universale: se vale solo per alcuni e in alcuni luoghi si chiama privilegio, in positivo, o discriminazione, in negativo.

L’articolo 8 della Costituzione temo non c’entri niente. Vincola le comunità religiose al rispetto delle leggi: ed è precisamente quello che stanno chiedendo di fare. Ma vincola anche lo Stato e le sue amministrazioni a trattarle tutte equamente: ed è questo, semmai, che spesso non accade. Lei dice che l’islam non ha un’Intesa con lo Stato, ed è vero. Con altri accademici ho fatto parte del Consiglio per l’Islam Italiano, un organo consultivo di esperti presso il Ministero dell’Interno, dai tempi di Alfano, che ci aveva nominati, a quelli di Piantedosi, in cui ci siamo dimessi collettivamente perché il Ministero non era più interessato ad avvalersi delle nostre consulenze, gratuite e spesso a nostre spese. Posso assicurarle, insieme ai miei colleghi giuristi, che se l’islam non ha un’intesa è per volontà dello Stato, non dei musulmani, che la firmerebbero domani, anche solo per ragioni simboliche: vorrebbe dire che sono finalmente accettati alla pari di tutti gli altri. Ma è precisamente ciò a cui il governo e i partiti che lo esprimono (tra cui il suo, signor Sindaco) sono fieramente contrari. Per cui se vuole un’Intesa, ha ragione: non ha che da porre il problema ai suoi colleghi di partito.

Infine, lei dice che la shari’a contrasta con la legge italiana. Immagino che la conosca bene. La shari’a è semplicemente l’insieme delle norme religiose islamiche, diverse da paese a paese, per periodo storico e interpretazione. E non si applica in Italia. Anche alcune norme del diritto canonico contrastano con il diritto italiano: che, tuttavia, prevale, come giusto. Vale anche per alcuni principi religiosi ebraici o hindu, per dire. L’importante è che tutti rispettino le leggi dello Stato. E se non lo fanno, siano puniti. Che è quello che succede ordinariamente.

Un’ultima cosa le chiedo, rispettosamente. Respingendo legittimamente la domanda, si è posto il problema di come aiutare la comunità islamica a trovare una soluzione alternativa? I morti esistono, e da qualche parte vanno messi. Altrimenti si finisce come con le sale di preghiera: se ne impedisce la costruzione, che pure dipende dai sindaci, e poi si accusano i musulmani di farle abusivamente, il che peraltro non è esatto, né riguarda solo loro. Forse – non nel suo caso – c’entra anche il fatto che si tratta di stranieri, che in maggioranza non votano, e sono poco amati: quindi sono un facile capro espiatorio. Ma esistono anche molti musulmani cittadini: perché hanno acquisito la cittadinanza o l’hanno dalla nascita, come le seconde generazioni e i convertiti italiani.

Mi consenta una considerazione finale, che non riguarda certo lei, ma alcuni tra coloro che sostengono le sue posizioni. Leggendo i loro commenti, è facile notare che molte frasi, se sostituissimo la parola musulmani con la parola ebrei, le considereremmo irricevibili. Se lo pensa anche lei, lo dica. Una sua parola avrebbe un grande valore aggiunto.

Sarò lieto, se lo vorrà, di fare con lei, su questi temi, un confronto, privato o pubblico. Costruttivo, rispettoso e senza pregiudizi. Con il rispetto che le devo per il suo difficile ruolo. E come cittadino del territorio che governa.

Con stima

Stefano Allievi

 

Caro signor sindaco. Perché dire sì al cimitero islamico, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 4 febbraio 2026, editoriale, pp. 1-7

Click day: come non si fa una politica delle migrazioni

Di click day in click day (solo in febbraio ce ne saranno tre: uno per il settore del turismo, uno per lavoratori non stagionali, e uno per colf e badanti, mentre in gennaio se ne è svolto uno per l’agricoltura), il numero di assunzioni potenziali di immigrati dall’estero si avvicina progressivamente a quello delle richieste del mondo del lavoro e delle associazioni datoriali. Sono 194mila le domande precaricate per quest’anno sul sito del ministero dell’Interno, a fronte di 164mila posti allocati dal decreto flussi. Un bagno di realismo, dal punto di vista dei numeri. E uno di surrealismo, quanto alle modalità.

Si può sorridere sul nome stesso: poco linguisticamente sovranista, anche se si tratta di prassi ereditata da governi precedenti. Ma viene da piangere, invece, pensando a cosa significa: la assoluta mancanza di una politica dell’immigrazione seria e di lungo periodo. Cominciamo dal metodo. Nessuno di noi e nessuno dei nostri figli ha mai trovato lavoro nella maniera in cui si pretende, o si finge di pretendere, che lo trovino gli immigrati: con la richiesta di un datore di lavoro di un altro continente, che per motivi misteriosi, non conoscendoci, dovrebbe desiderare di assumere proprio noi. Il fatto che si accetti di ricorrere a questo metodo, o lo si subisca, dà la misura della disperazione dei datori di lavoro, così affamati di manodopera da continuare a perdere tempo e fatica dietro una modalità assurda di assunzione. Non si tratta di migliorare il meccanismo, che peraltro è pieno di incongruenze e si presta persino ad un uso criminale: si tratta di cambiare impostazione e logica, e quindi di abolirlo.

Il fatto che – chissà perché, dato che le aziende stanno al nord – il grosso delle domande fino ad ora sia venuto da alcune province della Campania già dovrebbe dirci qualcosa su chi gestisce questo traffico. Il fatto che moltissime domande non arrivino poi a concretizzarsi in un permesso di soggiorno dovrebbe dirci altro sulla farraginosità del meccanismo e sui suoi effetti perversi, tra i quali c’è quello di produrre irregolarità, anziché diminuirla, per via istituzionale: grazie alle norme e non nonostante esse, il che accentua il paradosso. Ma il punto vero è che bisognerebbe assumere diversamente. Intanto, regolarizzando chi già è qui. Un po’ è stato usato in passato il click day a questo scopo, all’italiana, fingendo di assumere dall’estero, ed è comunque l’unico lato positivo. Ma occorre molto di più. In Spagna, paese con una situazione e un fabbisogno relativamente simile al nostro, si è tenuta aperta per anni una specie di sanatoria ad personam, per cui, senza troppe fanfare, un immigrato che avesse un datore di lavoro disposto ad assumerlo (spesso, per il quale lavorava già in nero) poteva di fatto regolarizzare la propria posizione: in Italia è quasi del tutto impossibile anche per i richiedenti asilo già qui e ospitati per mesi nelle nostre strutture, proprio a causa delle normative e delle prassi sempre più restrittive – e anche in questo caso, producendo per via amministrativa l’irregolarità che a parole si denuncia. Eppure proprio in questi giorni la Spagna ha deciso per decreto la regolarizzazione, in due mesi, stando alle stime, di circa mezzo milione di persone, più o meno quanti sono gli irregolari in Italia: in un paese che, in percentuale, ne ha più di noi, e la cui economia – sorpresa! –, forse anche per questo motivo, cresce più della nostra.

Da noi, tuttavia, la parola regolarizzazione non si può e non si vuole dire per motivi ideologici: perché chi ora governa è arrivato al potere anche grazie all’abbondante propaganda antiimmigrati sparsa a piene mani quando era all’opposizione.

Si continueranno quindi a fare click day, anche se servirebbe altro: l’apertura di veri canali regolari di ingresso. Che finora, checché ne dicano anche esponenti politici che non conoscono nemmeno l’abc della legislazione in materia, sostanzialmente non esistono. Bisognerebbe aprirli, attraverso accordi bilaterali che mettano questo tema al primo punto, e solo dopo, come conseguenza, i rimpatri. E non accade. In realtà basterebbe dare dei permessi biennali di soggiorno per ricerca di lavoro: quello che facciamo noi, se vogliamo lavorare. Volendo, si potrebbero pure aggiungere altre condizioni. Magari il pagamento del biglietto aereo di ritorno, messo nelle mani dello Stato, in caso di comportamento scorretto. Volendo, persino chiedere il pagamento anticipato di due anni di iscrizione al servizio sanitario nazionale. Gli immigrati spenderebbero comunque meno, e ci metterebbero meno, arrivando vivi e in buona salute, rispetto all’affrontare la traversata del Mediterraneo. E noi sapremmo chi sono, dove sono e cosa fanno. Ma è troppo ovvio, troppo poco ideologico. Non aiuta a acquisire consenso. Specie se lo si è ottenuto chiedendo blocchi navali e oggi remigrazioni. E quindi non accadrà.

 

Click day, l’alibi di una non politica, in ItalyPost, 2 febbraio 2026, editoriale, pp. 1-7

Immigrazione: quello che non sappiamo, perché non lo capiamo

Degli immigrati si sa poco. Molto meno di quello che crediamo. Perché si sa già tutto: o si crede di saperlo. Prevale il pregiudizio (qui inteso in senso tecnico: il giudizio dato prima di aver avuto una esperienza diretta) sul giudizio, l’opinione sul fatto, il bisogno di schierarsi sull’analisi. E questo ci condanna all’incomprensione. Non capiremo mai, se il problema è ragionare su una categoria dello spirito anziché su un fatto sociale, soddisfare il nostro bisogno di collocazione partitica, o esprimere il proprio tifo per l’una o l’altra squadra identitaria. È vero per tutto: ma sull’immigrazione – e sulle culture che gli immigrati esprimono – è più vero che mai. L’immigrato di carta, quello che ritroviamo sulle pagine dei giornali e nei discorsi della politica, quasi mai corrisponde all’immigrato di carne: quello che vive, mangia, prega, ama, studia, lavora, si sposa, cresce figli, nel caso commette reati, ha aspettative e progetti. Apparentemente, abbiamo già le risposte: e allora perché farsi fastidiose domande? Soprattutto, perché farle ai diretti interessati? Non a caso il discorso sull’immigrazione è essenzialmente un discorso tra italiani a proposito degli immigrati, che solo di rado sono degli interlocutori: anche perché, non essendo in maggioranza cittadini, non votano, e quindi parlare di loro è per così dire a costo zero per chi lo fa.

Per lo più sono un oggetto, non un soggetto del discorso: malleabile e manipolabile secondo il proprio interesse. Ecco perché non hanno torto le biblioteche del Nord Europa che hanno inventato, insieme al prestito dei libri, il prestito di persone, appartenenti a culture (o semplicemente con esperienze) diverse da quelle maggioritarie e mainstream: che raccontano le storie e le vite di cui sono espressione. In effetti, alle volte basterebbe avere un contatto personale, un rapporto diretto, parlare e soprattutto – esercizio più complicato – ascoltare. Al limite anche per confermarli, i nostri pregiudizi, con qualche fondatezza in più. Spesso per rimetterli in discussione. Come accade nelle coppie, nelle famiglie, nelle amicizie, nelle situazioni (scuola, lavoro, sport, socialità e cultura) ‘miste’, a più vario titolo: per religione, nazionalità, colore della pelle, lingua, orientamento sessuale e identità di genere, o anche solo punto di vista. Pure, anche queste (e la cosa dovrebbe interrogarci) in aumento.

L’altro esercizio che dovremmo fare è invece l’opposto: osservare da più lontano, per cercare di comprendere il fenomeno nel suo complesso – che spesso, da troppo vicino, ci sfugge. Astrarci, da un lato – immedesimarci, dall’altro. Per dire: non si capisce una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo se si guarda una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo. Per capire di cosa si tratta veramente, bisogna guardare al contempo più da lontano e ancora più vicino: guardare cosa succede in Africa e in Europa, a Lagos o a Bruxelles (dal punto di vista demografico, economico, sociale, politico e geopolitico, ambientale…). Ma bisogna anche saper entrare nella testa, nel corpo e nei sogni di qualcuno di quei migranti, e nella vita di chi si ritroverà ad avere a che fare con loro. E poi, complessificare il fenomeno. Molti di quelli che chiamiamo migranti, una barca sul Mediterraneo non l’hanno nemmeno mai vista: sono arrivati in altro modo, da altri luoghi, o sono addirittura nati qui. Solo facendo questo duplice esercizio potremo sperare di capire qualcosa, almeno qualcosa, di quel fenomeno che chiamiamo migrazioni, spesso aggiungendovi una caratterizzazione enfatica: emergenza, dramma o quant’altro – e pensando sempre solo a quelle in entrata, quasi mai a quelle in uscita, che stanno diventando quasi altrettanto rilevanti, o a quelle interne, mai scomparse. Non si capiscono inoltre le migrazioni se non le intrecciamo ad altre forme di mobilità: delle informazioni, del denaro, delle merci, e il nostro stesso essere una specie nomade e intrinsecamente mobile. Infine, non si capiscono le migrazioni, in ingresso e in uscita, nemmeno se non le colleghiamo ad altri fenomeni, a cominciare dalla demografia (siamo all’interno di un calo demografico devastante, che ci porta ad essere il paese più vecchio d’Europa, attualmente con un rapporto tra attivi e inattivi che è di 3 a 2, ma che diventerà intorno al 2040 di 1 a 1, con una perdita annua media di popolazione che è di quasi duecentocinquantamila persone), per continuare con le trasformazioni nel mercato del lavoro, il livello di istruzione, l’ambiente, il quadro geopolitico e altro ancora. È dalle interconnessioni tra questi fenomeni, infatti, più che dall’approfondimento di ciascuno di essi, che possiamo sperare di capire qualcosa di quanto sta succedendo intorno a noi. Ed è per questo che queste interconnessioni vanno capite: cosa che si fa assai poco. Anche perché hanno conseguenze culturali e sociali di lungo periodo (che ho provato a affrontare nel mio ultimo libro, Diversità e convivenza. Le conseguenze culturali delle migrazioni, uscito per Laterza), interessanti e problematiche a un tempo. A seguito anche di esse (non solo: accade all’interno di un processo di complessificazione e polarizzazione della società già in atto) non viviamo più in società omogenee, unificate da una cultura comune. Siamo società plurali. E lo saremo sempre di più. E questo cambiamento non è di poco conto.

È il motivo per cui è necessario cominciare a prendere l’argomento delle migrazioni sul serio. Come fatto sociale che ci coinvolge tutti. E per affrontare il quale è sacrosanto che destre e sinistre propongano soluzioni diverse: ma a partire dalla constatazione che il fatto c’è e va affrontato. Che non può semplicemente essere negato. Sarebbe come negare, e quindi non governare, che so, i trasporti, la sanità o la pubblica istruzione. È per questo che meriterebbe, probabilmente, la costituzione di un Ministero ad hoc, o almeno di un’Agenzia, pensata come luogo di decantazione ideologica, e di proposta di linee guida scaturite da un’analisi seria e pragmatica dei problemi, non viziata da diretti interessi elettorali. Non ci si può più limitare a essere pro o contro. Bisogna dire, da entrambe le parti, che cosa si propone, quale tipo di società si ha in mente. Per fare cosa, e soprattutto con chi: con quali interlocutori. Sapendo che le scelte di oggi avranno conseguenze sulle generazioni future.

 

Il limite di essere solo pro o contro, in “L’Altravoce. Il Quotidiano Nazionale”, editoriale, pp. 1-4

Paradossi dell’autonomismo. Il Trentino alla conquista del Veneto

Quante volte l’abbiamo sentito dire, in Veneto: “facciamo come il Trentino-Alto Adige”. Dimenticando che lo statuto speciale delle cinque regioni che ce l’hanno è sancito dall’articolo 116 della costituzione, non se lo sono autoattribuito. Poi, nei territori di confine tra l’una e l’altra regione, lo slogan si è trasformato, ed è diventato: “andiamo in Trentino”. A colpi di referendum locali: celebrati, e quasi sempre vinti, incluso a Cortina, il gioiello della corona, anche se l’obiettivo non è mai stato centrato. Come noto, solo il comune di Sappada ci è riuscito, nel 2017, lo stesso anno della celebrazione del referendum per l’autonomia in Veneto (e Lombardia), impiegandoci peraltro quasi un decennio: e finito in un’altra regione a statuto speciale, il Friuli. Certo, tutti sceglievano in autonomia e per l’autonomia: anche se la sensazione che hanno dato non era tanto quella di voler essere padroni a casa propria, quanto quella di scegliersi un padrone più ricco e forse più generoso. A parole, tutti per l’autonomia per nobili motivi. Nei fatti, spesso, per comprensibilissime ma meno altisonanti questioni di portafoglio. E infatti, come sempre, c’è tanta discussione sul “cosa” (passare a un’altra regione, avere più risorse): molto meno sul “per fare cosa”.

Ora a tornare alla carica sono alcuni esponenti dello storico partito dell’autonomismo (talvolta del separatismo) altoatesino, la SVP, e il governo della regione che più spesso (almeno per metà: la provincia di Bolzano) ha minacciato di andarsene altrove: in Austria. E la storia si ripete. In forme appena diverse. Con le medesime contraddizioni. In fondo, è una nemesi meritata e non tanto sorprendente. Nella regione, il Veneto, che più ha investito sulla retorica dell’autonomia, dove per decenni è bastato dirla, evocarla, per creare rendite politiche di lungo periodo nonostante gli scarsi successi concreti, dove si è sempre evocato, per l’appunto, il “cosa”, spiegando con molto meno approfondimento (e spesso con nessuna contezza), il “come”, “per fare cosa”, con quale preparazione e quale classe dirigente all’uopo formata, pezzi di Veneto, con la stessa logica, si attivano per raggiungerla, ma altrove, con l’appoggio di altri potenti. Che non hanno necessariamente a cuore il benessere di queste aree più di quanto ce l’abbiano i padroni da cui dipendono ora, ma offrono di più, e al limite si propongono con maggiore forza, anche se siamo ancora lontani da una applicazione in scala minore delle modalità trumpiane oggi di attualità sullo scacchiere geopolitico globale. Qui non è neanche un Risiko, quello a cui si sta giocando: semmai una specie di Monopoli, dove la posta in gioco è costruire un albergo in più in Parco della Vittoria, evitando il destino marginale di Vicolo Corto. Forse perché, anche in questo caso, c’è il desiderio dell’autonomia, ma si vede meno l’emergere di una cultura dell’autonomia, con radici profonde, visibile magari altrove, dalla Catalunya alla Scozia, fino – per stare all’attualità – alla Groenlandia. Qualcosa che dia sostanza a recriminazioni che in mancanza d’altro e più solido nutrimento rischiano di rimanere piccole faide di provincia. Fa eccezione, forse, la potenziale riunificazione delle popolazioni ladine. Che a questo punto, più conseguentemente, potrebbero chiedere, sulla base degli stessi presupposti, una propria autonomia, tanto dal Veneto quanto dal Trentino. Giocare con i confini è un gioco senza fine, dato che tutti, ma proprio tutti, sono artificiali, storicamente mobili, precari, in definitiva insensati. Tanto che la partita vera sarebbe costruire logiche che li superino, non che li riproducano in scala sempre più piccola.

Forse, se davvero volessimo pensare in grande, più che ragionare sullo spostamento qui o là, in una regione o nell’altra, dell’uno o dell’altro paese, dovremmo ripensare lo stesso istituto regionale, incluso il senso attuale delle regioni a statuto speciale, per come il loro sviluppo si è configurato (e non pensiamo solo ai vicini Trentino e Friuli: pensiamo a cosa è diventata l’autonomia regionale in Sicilia, come caso estremo, ma anche in Val d’Aosta, per non evocare solo un facile – nella retorica del Nord – bersaglio meridionale). Altrimenti resterà sempre il loro vantaggio competitivo, anche in termini di attrattività per i paesi al di là del loro confine. E, magari, ripensare il regionalismo nel contesto e in prospettiva europea, più che in quello italiano. Questa sì che sarebbe una richiesta seria, per una causa che varrebbe la pena dibattere e animatamente discutere, e su cui far confliggere proposte diverse di ripensamento. Ma, possiamo metterci la mano sul fuoco, non accadrà. Problema troppo vero, e serio. Meglio discutere di piccole cose, tenendo basso il profilo. Piccolo cabotaggio senza grandi ambizioni.

 

La caccia ai comuni di confine, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-4

Minori e cambio di genere: la vita e la legge

Nei giorni scorsi un tribunale, quello di La Spezia, ha accolto la richiesta di rettifica all’anagrafe del cambio di nome per una ragazzina di tredici anni, oggi legalmente maschio. E la cosa ha naturalmente portato con sé una scia di polemiche. Discussioni legittime, utili e opportune: perché è giusto che la società si interroghi su questi processi, e discuta, e dibatta, e si confronti, e confligga, anche in maniera accesa. Partendo da un dato non controvertibile: che la non identificazione tra il proprio sesso biologico e la propria identità di genere, nota oggi come disforia di genere, esiste, ed è riconosciuta come tale. Potremo non capirla, come tante altre cose che riguardano la psiche e il corpo umani, molto prima che la sessualità. Ma c’è, e dal mito greco dell’androgino in avanti è più antica di quello che crediamo: ha molti precedenti storici, e paralleli in altre culture. Non è, insomma, un’invenzione della modernità.

In Italia si calcola che il tema riguardi qualcosa come 400mila persone, forse di più. Tra queste ci sono anche parecchi minori. Perché, sì, spesso, anche se non necessariamente, la disforia si manifesta molto precocemente. Per una ricerca che sto svolgendo ho intervistato persone transgender, cioè che hanno assunto nella loro vita, o vorrebbero assumere, una identità di genere diversa da quella assegnata alla nascita di età variabile tra gli otto e i sessantacinque anni. Già il fatto che ci siano tante persone in età non più verde testimonia che non si tratta di un capriccio passeggero o una moda recente, come molti sostengono. Ma sia tra i più anziani che tra i più giovani, moltissimi testimoniano di un emergere molto precoce, talvolta già intorno ai tre anni, della loro identificazione di genere. E infatti tutti i centri – compreso, in Veneto, il Centro di riferimento regionale per l’incongruenza di genere e il cambio di sesso, assegnato nel 2023 dalla Regione all’ospedale di Padova – hanno in cura, o meglio accompagnano, molti pazienti minorenni. Che, se non seguiti, vivrebbero molte più sofferenze, problemi, sintomi di ansia e disturbi depressivi, con episodi di autolesionismo e tendenze suicidarie, di quelle che invece vivono se possono esplicitare la loro situazione in un contesto peraltro molto professionale e complesso, che include psicologi, neuropsichiatri, endocrinologi, bioeticisti, e supporto legale, oltre naturalmente alle famiglie: nessuna decisione è quindi presa alla leggera, né in fretta, né tanto meno, in solitaria, da un giudice. L’autorizzazione legale è la fine, o meglio una tappa, di un lungo processo, non certo il suo inizio.

Ecco allora che anche la discussione pubblica potrebbe prendere un’altra forma. Non lo scontro ideologico sulla base di valori presunti immodificabili, o peggio di posizionamenti politici aprioristici, quali che siano. Ma l’osservazione e l’analisi onesta, non pregiudiziale, nel concreto del loro manifestarsi, di diversità che nella società, piaccia o meno, esistono, e con cui dobbiamo confrontarci. La differenza, rispetto al passato, è che oggi lo si può dire, mentre in passato era più complicato. Anche se, quasi sempre, ci accorgiamo dell’esistenza di un fenomeno solo quando lo incontriamo personalmente, incarnato in qualcuno che conosciamo (e questo fa tutta la differenza rispetto a chi ne parla solo per sentito dire, o astrattamente).

In questo momento è in discussione un disegno di legge, presentato dal governo, che il parlamento sembra voler licenziare all’inizio dell’anno, che incide precisamente, in maniera restrittiva, sulle modalità con cui i minori potranno accedere a queste procedure, e i cui criteri sono contestati da molte delle società scientifiche coinvolte. Non si può che auspicare che anche lì, anzi soprattutto lì, in parlamento – che per questo è nato: per parlare – si ascoltino tutte le voci: incluse quelle dei diretti interessati, delle loro famiglie, e di chi di queste faccende si occupa professionalmente e nel concreto. In modo che la discussione non sia, lei sì, viziata.

 

La scelta di cambiare genere, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-3