Dietro la benda. Insegnamento e valutazione

La foto della ragazza bendata mentre viene interrogata da un’insegnante durante una lezione a distanza è ovviamente indifendibile. Ma per spiegare perché, vorrei provare ad allargare lo sguardo.

L’insegnamento, come la vita in famiglia, e qualsiasi gruppo o società, si basa su un patto fiduciario: se la fiducia non c’è, il patto non regge. Non si possono minare i presupposti del patto, postulando che le persone vogliano tradirlo: in questo caso il patto va ridefinito nei suoi presupposti, o non regge (e infatti è pieno di famiglie, gruppi e classi disfunzionali – pensate alle coppie che si basano sula paura dell’altrui tradimento!). Ma sappiamo tutti che in ogni classe, famiglia, gruppo, impresa o società c’è qualcuno che effettivamente tradisce la fiducia, cioè il patto, una volta o l’altra. A tutti noi, anche solo come genitori o figli, è capitato di farlo o di vederlo fare (basta una piccola bugia). Come comportarsi in questi casi?

Additare al pubblico ludibrio è naturalmente la cosa più inefficace e meno educativa, anche se è una risposta abbastanza istintiva, e questo dovrebbe dirci qualcosa sull’arretratezza complessiva delle nostre competenze relazionali. Anche perché creerebbe un problema comunque. Immaginiamo, nel caso, che la ragazza non sappia rispondere: sarebbe smascherata; ma se rispondesse correttamente, sarebbe smascherata la mancanza di fiducia (il tradimento del patto) dell’insegnante. Un errore educativo in ogni caso.

Comincerei dalle risposte pratiche. Quando uno studente legge (cioè copia) durante un’interrogazione – a me è capitato durante gli esami universitari a distanza – nella gran parte dei casi si vede benissimo: di più, si sente. Basta un minimo di accortezza: se non lo si capisce, è un problema basilare di professionalità e prima ancora di sensibilità. Se non si riesce a intervenire, anche solo con domande trasversali, approfondimenti o, come mi è capitato di fare (ma io ho di fronte dei maggiorenni, che tratto come adulti), con qualche ironica allusione che l’interessato comprende benissimo (o assumendosi le proprie responsabilità e dicendolo esplicitamente), pure è un problema di professionalità. Basta pensarci come genitori in contesto simile per capire che la soluzione non è la benda, tanto meno la pubblica umiliazione: se lo sappiamo come genitori, perché non riusciamo a farlo in contesti lavorativi? Temo che in questo caso non aiuterebbero nemmeno i comunissimi software antiplagio, o i programmi che dal cellulare posizionato lateralmente consentono di vedere sia lo studente che il suo schermo di computer, che si usano in alcuni esami universitari scritti. Nella scuola basta un po’ di minima professionalità, e la capacità banale di riformulare le questioni: tanto più che c’è sempre l’arma della valutazione, che può tener conto dell’eventuale copiatura.

Credo sia un problema che ci si deve porre insieme, insegnanti e studenti. Anche perché pure questi ultimi, che giustamente si indignano per metodi primitivi di controllo, sanno benissimo che il problema esiste, visto che in molte classi ci sono scambi di sms e gruppi whatsapp – o anche tecnologie più raffinate – creati allo scopo. Un’equa valutazione è nel loro interesse: il non coinvolgerli nell’analisi e nella soluzione del problema è esso stesso un problema, un modo di intendere la scuola – e la vita – ormai tremendamente inefficiente, oltre che sbagliato. La risposta non sarà in ogni caso più controlli, magari un microdrone sulla testa di ogni studente, ma un diverso patto educativo e fiduciario (questo anche nella didattica in presenza, incidentalmente – e a qualunque età: si può e si deve fare fin dalle elementari).

Ci sono tuttavia alcuni problemi strutturali da porre. L’età media degli insegnanti è di 55 anni (la più alta d’Europa) nelle scuole di ogni ordine e grado – se gli strumenti acquisiti sono vecchi di decenni e nel frattempo non c’è stata formazione pedagogica e metodologica adeguata, non se ne esce. Inoltre la didattica a distanza ha le sue specificità rispetto a quella in presenza – e la porteremo con noi a lungo: è semplicemente inaudito che dopo un anno abbondante la maggior parte dei docenti non abbia ricevuto alcuna formazione specifica – della cui mancanza sono responsabili tutti i livelli decisionali, dal ministero ai distretti passando per le regioni. Infine: l’immagine da cui siamo partiti esiste perché siamo nell’era dei social, a cui la didattica a distanza, come tutto, è sottoposta. Bisogna saperlo e tenerne conto. E anche a questo bisogna essere formati. Ma questo aprirebbe un altro capitolo.

 

Cosa c’è dietro a quella benda, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 aprile 2021, editoriale, p.1

Da uomo a uomo (a proposito di donne)

Tempo fa stavo dando una mano a dei colleghi nell’organizzazione di un convegno internazionale. All’invito che avevo avanzato a una studiosa spagnola che stimo e con cui ho lavorato, mi sono sentito rispondere che non avrebbe partecipato, perché non c’erano altre donne presenti: e non tra i relatori (ce n’erano, e alcune le avevo invitate io), ma tra i membri del comitato scientifico della fondazione organizzatrice (che neanche avevo guardato da chi era composto…).

Quel “no” è stato utile. Mi ha segnato. Perché ho dato d’istinto ragione alla mia collega, e l’ho ringraziata per la segnalazione. Perché da allora ci ho badato eccome: segno che le polemiche servono, e che il conflitto – peraltro educatissimo – è qualcosa attraverso cui è necessario passare. Ma anche perché, se non ci fosse stato, non me ne sarei accorto io stesso. E invece penso che lì ci sia un problema vero, serio. Non di political correctness, ma di sostanza.

Ci sono stati precedenti illustri di questa discussione. Uno di cui si è parlato molto è stato, l’anno scorso, il Festival della bellezza di Verona: con una sola donna presente su ventidue appuntamenti, e una lunga scia di polemiche. Anche a Padova c’è stato recentemente un “Forum Padova 2030” in cui c’erano solo relatori maschi (come se si potesse immaginare il futuro anche solo urbanistico e architettonico di una città, come nel caso di specie, senza tenere in nessun conto oltre la metà dei suoi abitanti, e il loro modo di vedere le cose). Tanto che il consiglio comunale stesso ha chiesto di rimediare deliberando che, almeno per i convegni organizzati o patrocinati dal comune, ci fosse un adeguato bilanciamento di genere.

So che a molti queste discussioni sembrano noiose, speciose, ideologiche. Che talvolta tutto si riduce a una ridicola “caccia alla donna” in extremis, quando ci si accorge che non ce ne sono. Che molti di più (anche tra le donne) pensano che la questione sia solo meritocratica: e se ci sono solo maschi a un tavolo sarà perché sono più bravi. Ma sarebbe facile dimostrare, anche solo attraverso un po’ di sociologia delle reti, che più che lo specchio della società e una misura della sua meritocrazia, le scelte maggioritariamente quando non esclusivamente al maschile sono legate a chi ha il potere decisionale e il capitale relazionale, e al fatto che alcuni mestieri – persino, talvolta, con una predominanza femminile – vedono nei ruoli di maggiore visibilità soprattutto maschi. E quindi c’entrano più le inerzie della storia e delle culture che il merito delle persone.

Tutto questo per dire che è semplicemente giusto affrontare l’argomento, e protestare quando si manifestano squilibri evidenti (che non sono solo gli uomini a reiterare: anche molte donne hanno la stessa mentalità), cercando di forzare le prassi e le inerzie, anche attraverso forme di imposizione legislativa di minimi che potremmo chiamare sindacali di presenza. Tutti noi però possiamo fare qualcosa: e la prima cosa è pretendere che da ora in poi non succeda più. Che si tratti di convegni, trasmissioni tv, incontri politici, rassegne di concerti, mostre d’arte, festival, ecc. E, se succede, si accetti di correggere le storture più evidenti anche in corso d’opera: un po’ di umiltà e la capacità di chiedere scusa sono molto più apprezzabili del far finta di niente o dell’imposizione.

La mia collega spagnola mi ha insegnato con il suo “no” una lezione che non dimenticherò più. Ma non sono solo le donne a dover reagire. Sarebbe bello vedere anche degli uomini rifiutare di partecipare a panel solo maschili, spiegando il motivo: si può fare, si comincia a fare, a me è successo, e anche queste tensioni sono positive perché aiutano a far riflettere sullo stato delle cose (quando lo segnali, spesso molti se ne accorgono solo in quel momento e accettano di buon grado di cambiare le cose – è un inizio…). E potrebbe farlo anche il pubblico: rifiutando di partecipare – esplicitandone le ragioni – o segnalando le iniziative in cui gli squilibri sono più evidenti. Il problema non è creare per le donne un recinto protetto: molte donne sarebbero le prime a rifiutarlo. Ma creare attenzione dopo secoli di distrazione. In modo che domani non ci sia più necessità nemmeno di parlarne.

 

Da uomo a uomo a donna, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 4 aprile 2021, editoriale, p. 1

Senza radici

Siamo come zattere nella corrente. È la condizione umana d’oggi. Il mondo cambia a una velocità sempre maggiore, e noi non riusciamo a stargli dietro. Anche quando stiamo fermi, ci muoviamo: inconsapevolmente, ineluttabilmente. Solo, ci muoviamo più lenti del nostro tempo. E non potrebbe essere altrimenti. La corrente profonda è più veloce: noi, in superficie, veniamo trascinati piano, ma ci muoviamo lo stesso, volenti o nolenti. Ogni tanto, trasportati dalla corrente, ci tocca un breve tratto in una rapida, talvolta ci fermiamo in un’ansa quieta o in qualche gora, ma poi la corrente ci riprende, e ci trascina. E così vediamo il paesaggio, lentamente o a tratti anche in fretta, cambiare intorno a noi: perdiamo punti di riferimento familiari, ne guadagniamo altri, talvolta ci perdiamo.

Il paesaggio cambia perché cambia il mondo intorno a noi, in tutti sensi: cambiano le mode, soggette alla tirannia della novità a tutti i costi, del nuovismo, cambia la tecnologia – e ci cambia – obbligandoci a un suo utilizzo sempre diverso, cambiano i valori di riferimento delle persone, cambia la loro situazione personale e familiare, cambiano i partiti e la politica, cambiano gli abitanti del quartiere, e alcuni nuovi vicini parlano vestono e pregano diversamente da noi, cambia la proprietà del negozio all’angolo, la panetteria lascia il posto a un negozio di abbigliamento…

Il paesaggio che noi immaginiamo fisso, in realtà muta. Qual è il problema? In un paesaggio fisso mi familiarizzo e ho molte certezze: le case intorno, il giardino, la chiesa, il negozio trasmesso di padre in figlio – e le persone che incontro, più o meno sono quelle, capita spesso di ritrovare volti familiari. Nella vita di prima, era tutto abbastanza prevedibile e certo. Oggi non è più così: non riusciamo più a familiarizzarci a lungo – e se ci riusciamo, o lo vorremmo, ci pensa la realtà, con i suoi cambiamenti, a de-familiarizzarci.

Difficile mettere radici, in una società riflessiva, come la chiama Giddens: che potenzialmente ha mille risposte ad ogni domanda, e proprio per questo ci costringe a farci molte più domande, a restringere l’orizzonte del mondo che possiamo dare per scontato.

In una società ipoteticamente immobile (che non esiste: oggi è persino un’impossibilità tecnica), non hai bisogno di farti molte domande perché hai quasi solo certezze. Non devi cercare delle risposte, perché le hai già: il mondo è quello che è, o almeno quello che sembra. Oggi non è più così.

Vale per tutto: per i processi educativi, per le trasformazioni economiche, per l’innovazione tecnologica, per le cure, pensate oggi ai vaccini… Come si fa a vivere in una società così? Forse solo in un modo: se il paesaggio cambia, e non ho più punti di riferimento terrestri a disposizione, devo imparare a collocarmi, come facevano già dall’antichità i marinai o i nomadi del deserto, cercando punti di riferimento altrove, in alto, tra le stelle. Ancorandosi lì anziché sulla terra. Utilizzando, per farlo, strumenti inventati allo scopo: la bussola, il sestante, le mappe astronomiche.

È curioso e significativo che un’epoca che parla continuamente di radici (le radici etniche di un popolo, le radici cristiane dell’Europa…) – e di identità, facendo finta che siano immutabili, musealizzandole, creandoci intorno degli assessorati ad hoc – sia poi costretta a cercarsele in alto, nel mondo dei valori, a riprova di quanto diceva Paul Claudel: che sono due le cose che sorreggono un albero, le radici in terra, e la vastità del cielo che lo circonda. Per certi versi più la seconda che le prime: o almeno l’una dà un senso all’altra, la proiezione alla stabilità. E forse anche questo spiega la relativa sottovalutazione delle radici da parte dei Vangeli, che dopo tutto ci ammoniscono: “dai loro frutti li riconoscerete…”. Da quello che viene, non da dove si viene.

Radici significa anche memoria, e dunque conoscenza, è vero. Ma che le radici si limitino a scavare nella terra, facendo vivere l’albero nel proprio solipsismo, è un mito, una nostra distorsione percettiva dovuta a un immaginario individualista che potremmo qualificare di ideologico. Là sotto c’è un’intensa attività di scambio, di incontro, di arricchimento reciproco, di mutuo sostegno, con altre radici e altre forme di vita: proprio come là sopra. È una forma di vita simbiotica, quella degli alberi: come tutto, in natura. E con tutto si intreccia, si trasforma, cambia. Per noi, che nasciamo bipedi, il territorio di riferimento (e non solo in senso fisico, geografico) non è più necessariamente quello in cui nasciamo: è dove decidiamo di mettere radici. Salvo la possibilità di toglierle da lì, se lo vogliamo.

 

Senza radici, in “Confronti”, rubrica ‘Il mondo se…’, aprile 2021, p. 38

Rischio, sicurezza, garanzie: che idea ne abbiamo, come ci comportiamo

Di fronte ai rischi, assumiamo un atteggiamento ambivalente. Da un lato ci piace correrli, e ci piacciono gli eroi (anche negativi: banditi, criminali, terroristi, oltre che poliziotti e soldati) che li affrontano, delle cui avventure ci nutriamo nella letteratura, nel cinema, nel binge watching bulimico delle serie televisive. E dalla fiction passiamo volentieri a seguire le gesta ben sponsorizzate dei protagonisti di sport estremi, lasciandoci ammaliare dalla retorica del no limits, con i suoi martiri occasionali. Fino a che non la viviamo personalmente, questa voglia di toccare il pericolo, di andare oltre l’ordinario – occasionalmente, e specificamente in alcune età della vita: nell’azzardo di un sorpasso, nell’esaltazione dell’alcol o di una sostanza psicotropa che altera il nostro stato psichico, illusoriamente facendoci diventare altro dai più prudenti noi stessi dei giorni e dei mondi feriali, o infine nel rischio mal calcolato del gioco d’azzardo, che forse spiega la diffusione delle ludopatie di massa, dalle forme apparentemente innocue e casalinghe del lotto e delle lotterie fino all’atmosfera più glamour dei casinò.

D’altro canto, passiamo la vita – per obbligo o personale cautela – ad assicurarci su tutto: non solo l’automobile, ma la casa, gli infortuni, i rischi professionali (dai medici ai legali a molti altri non possono semplicemente più prescinderne), la vita stessa, nostra e dei nostri cari. E a proteggerci in tutti i modi: dalle ginocchiere e gomitiere dei giochi dei bambini e di sempre più numerosi sport, al casco diventato oggetto onnipresente per proteggere sé stessi e soprattutto i propri rari e perciò preziosissimi ragazzi (prima solo in motorino, poi, retrocedendo, in bici, sugli sci, in triciclo, e persino a casa, non sia mai dovessero incocciare in uno spigolo, peraltro ammorbidito da specifiche arrotondate protezioni), dalle cinture di sicurezza di seggiolini e seggioloni agli airbag moltiplicatisi sulle nostre auto e che oggi ci accompagnano anche sulle giacche sportive.

È lo stesso atteggiamento ambivalente che ci ha accompagnato durante la pandemia. Da un lato ci mettiamo mascherine e ci copriamo di gel antisettico, ma soggettivamente sfidiamo (alcuni di noi, o forse tutti, un momento o l’altro) la sorte, incontrando qualcuno senza precauzioni, sperando in bene. E dallo stato vorremmo che ci tutelasse, proteggesse e curasse nel momento del bisogno, nonché vaccinasse in via preventiva, salvo ribellarci ai vincoli – precauzionali o appunto vaccinali – che ci impone: e nel mentre ci sfoghiamo con un “dalli all’untore” di fronte al primo solitario sportivo, salvo assumerne il ruolo se e quando si manifesta l’occasione.

Ma si tratta di un processo lungo della storia nel quale siamo immersi. L’uscita dall’incertezza, dall’imprevedibilità, dai capricci della natura e della disponibilità delle sue risorse, è una parte fondamentale dell’impresa umana: disporre di cibo anche per il domani e non solo per l’oggi è ciò che ci ha spinto dalla originaria vita in tribù di cacciatori e raccoglitori all’allevamento, poi all’agricoltura, quindi alla sedentarizzazione e infine all’urbanizzazione. E nell’ultimo secolo e mezzo è la storia del diffondersi dei diritti (soprattutto, a questo proposito, quelli sociali) e delle garanzie, del welfare state, l’universalizzazione dell’idea di un diritto alla pensione, cioè a un reddito, anche se non si produce e non si lavora più. Una storia recente, peraltro, che non è detto sia irreversibile: anche nelle società sviluppate ci si sta dividendo sempre più tra garantiti e non garantiti, tra chi è dentro e chi è fuori dai sistemi di protezione. Con alcune fasce di popolazione, e anche fasce d’età, meno protette: e con tendenze che lasciano presagire una transitoria inversione di rotta, visto che i meno garantiti, oggi, sono i giovani. Che, rispetto alle generazioni che li hanno preceduti, entrano tardi, a prezzo di lunghe teorie di stage, apprendistati, mansioni sottopagate, o regolarizzate solo in parte, nel mondo del lavoro, e non necessariamente in quello protetto, e quindi con meno garanzie future, anche previdenziali.

Ma la richiesta di protezione continuerà. All’interno delle singole nazioni, e tra nazioni: le migrazioni si spiegano anche con questo motivo. Quello di essere come gli uccelli del cielo e i gigli del campo resterà un richiamo ai veri valori della vita: e solo per alcuni una proposta di come condurla.

 

Senza garanzie, in “Confronti”, marzo 2021, p. 38, rubrica ‘Il mondo se’

Allievi: “I garantiti si sono tenuti stretti i privilegi, gli altri ne hanno pagato il prezzo”

Un’intervista a Venezie Post – 6 marzo 2021

ANALISI & COMMENTI

Allievi: “I garantiti si sono tenuti stretti i privilegi, gli altri ne hanno pagato il prezzo” – VeneziePost

Il suicidio di Omar Rizzato è il disperato grido di una intera categoria di lavoratori dimenticati. Citando Durkheim, anche l’atto individuale per eccellenza ha determinanti sociali: e la totale mancanza di solidarietà e attenzione rispetto al prossimo a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi ne è la dimostrazione. Parla Stefano Allievi, professore di sociologia all’Università di Padova e acuto osservatore delle trasformazioni economico, sociali e culturali del Paese

 

Prof. Allievi, martedì scorso è uscito sul Corriere del Veneto un suo articolo su “I dimenticati della cultura”. Da cosa è scaturito il bisogno di scriverne?

“Mi sento molto vicino alle persone che sono state direttamente colpite dalle situazioni di forte ingiustizia causate non tanto dalla pandemia in sé, ma piuttosto dalle misure che sono state messe in atto per contrastarla. Il suicidio di Omar Rizzato, imprenditore dello spettacolo che si è tolto la vita all’interno della sua azienda ferma da un anno, è il disperato grido di una intera categoria di lavoratori, appunto, dimenticati. Citando Durkheim, anche l’atto individuale per eccellenza ha determinanti sociali: e la totale mancanza di solidarietà e attenzione rispetto al prossimo a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi ne è la dimostrazione. Le categorie più garantite si sono tenute strette i propri privilegi, e tutti gli altri ne hanno pagato un caro prezzo. Ad Omar Rizzato, così come a tutti i lavoratori della cultura e dello spettacolo, è stato tolto persino il diritto di affogare i propri dispiaceri nel lavoro. E così, come molti altri prima di lui, non ha avuto alcuna valvola di sfogo per i propri dispiaceri.”

Ritiene che i lavoratori della cultura siano stati abbandonati a sé stessi?

“In questi mesi si è parlato molto di alcune categorie lavorative, come quelle della ristorazione e del turismo, ma quella della cultura sembra non interessare nessuno. Tutto ciò che questa categoria di lavoratori ha ricevuto, in un anno di silenzio, sono stati dei ristori a dir poco ridicoli. Ma si tratta di persone che per anni hanno pagato un prezzo di precariato già molto alto: chi fa questi lavori spesso lo fa per passione e senza alcuna garanzia di successo, ma da un anno a questa parte non è permesso fare nemmeno questo. E le conseguenze di questo disinteressamento si vedono: nella città in cui io lavoro, Padova, c’è un potenziale di creatività straordinario dovuto alla presenza di moltissimi giovani studenti; ma l’apertura è poca e l’immobilità si fa sentire. Questo è uno dei motivi che portano al tanto discusso fenomeno della fuga dei cervelli.”

Crede che il disinteressamento sistematico rispetto alla categoria dei lavoratori dello spettacolo possa essere un sintomo della tendenza, tutta italiana, a sminuire il valore della cultura?

“Non ho dubbi su questo. Il nostro è il Paese con il più alto tasso di patrimonio storico e culturale del mondo, eppure non lo tuteliamo. La cultura è il petrolio della nostra economia, ma non la valorizziamo. Allo stesso modo, invece di dare valore ai nostri giovani laureati, mettiamo loro i bastoni tra le ruote e li costringiamo a prendere la decisione di emigrare all’estero. In testa alle classiche sull’emigrazione non ci sono le regioni del sud, ma quelle del nord produttivo: l’Emilia-Romagna costituisce una felice eccezione, in quanto è riuscita a ridurre la cosiddetta emigrazione intellettuale grazie a degli investimenti ad hoc nei settori produttivi e nei distretti. La Lombardia, pur prima regione come emigrazione, ha comunque un saldo positivo. La situazione del Veneto, invece, è agghiacciante: esportiamo verso l’estero e le regioni connanti più laureati di quanti ne importiamo dall’estero o dal sud, e siamo così l’unica grande regione del nord ad avere un saldo negativo. Nonostante la tragicità di tutto ciò, però, l’unico fenomeno che sembra interessare il dibattito politico è quello dell’immigrazione, che per inciso, se confrontiamo gli sbarchi con gli emigranti, riguarda numeri di circa venti volte più piccoli rispetto a quelli dell’emigrazione. Il nostro è un Paese che disprezza l’istruzione: l’analfabetismo funzionale colpisce quasi un italiano su tre, il doppio della media europea, e abbiamo la metà dei laureati, ma il dibattito pubblico non sembra considerarlo un problema. Da un tessuto sociale di questo tipo, che non comprende l’importanza di un investimento massivo in cultura, istruzione, ricerca, non ci si può aspettare che la politica comprenda i benefici collettivi che questo potrebbe apportare all’intera società.”

La crisi dell’ultimo anno non ha colpito tutte le categorie demografiche allo stesso modo. Ha fatto scalpore il dato Istat di dicembre 2020: 101 mila posti di lavoro persi in un solo mese, 99 mila dei quali occupati da donne. Cosa pensa rispetto al divario di genere e alla sua relazione con quello generazionale?

“Le discriminazioni di quelle che io chiamo le “3 G” si intersecano in continuazione: i divari di genere e generazionali si incrociano con quello tra garantiti e non garantiti. E così il discorso sul divario di genere non può prescindere da quello del conitto generazionale, né tantomeno da quello del lavoro precario o invisibile. Soprattutto in un momento di profonda crisi come quello attuale. La nostra è una società a misura di anziani: i pensionati rappresentano la metà degli iscritti a sindacati e parte preponderante degli iscritti e della constituency dei partiti, per cui non sorprende che si facciano sempre più leggi a favore di categorie che già possiedono molte garanzie. Giovani e donne dovranno anche fare i conti con l’immobilismo e la mancanza di meritocrazia, le piaghe moderne che afiggono la nostra società. La lotta per la meritocrazia da parte di tutte le categorie svantaggiate non può che giovare all’intero sistema Paese, ma credo sarebbe salubre anche una maggiore dose di conitto intergenerazionale e di genere rispetto all’attuale allocazione delle risorse.”

 

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I dimenticati della cultura. In morte di Omar Rizzato.

Ognuno è infelice a modo suo. E non c’è mai una sola causa, una sola variabile, che possa spiegare la decisione di dare l’addio al mondo, di uccidersi, di spararsi: come ha fatto Omar Rizzato, appena quarantunenne, imprenditore dello spettacolo. Uno di quelli che il mondo della cultura lo aiuta concretamente ad andare avanti, non solo con le idee, ma a supporto di chi le ha: impianti audio, video e luci, palchi, che umilmente si chiamano “service” ma sono molto di più – la concretezza delle tecniche che le idee le fanno diventare realtà, e che sono esse stesse apporto creativo.

Il suicidio è la prova che ci sono cose peggiori della morte: tra queste il vuoto, la mancanza di senso, la perdita di ogni prospettiva. Che non sono mai solo problemi individuali, drammi personali, sofferenze sepolte nell’inconscio. Anche l’atto individuale per eccellenza, infatti, ha delle cause sociali. Durkheim, oltre un secolo fa, ci ha costruito sopra la ricerca fondativa di una disciplina, la sociologia: dimostrando che il suicidio non è mai “casuale”, ma che ci sono tante determinanti sociali possibili, che aiutano a spiegarlo, legate al genere, alla classe sociale, al livello di istruzione, all’età, alla religione, al tasso di urbanizzazione, alla professione…

Di fronte alla morte di Omar – non lo conoscevo, eppure mi viene da chiamarlo per nome – non possiamo non pensare anche a questo: a ciò che lo ha spinto. E che non sono solo difficoltà personali. C’entra la società. C’entriamo noi.

Tutti quelli tra noi che hanno vissuto una separazione lacerante, un lutto doloroso, sanno cosa vuol dire trovare una via d’uscita: e spesso, l’abbiamo sperimentato in tanti, la via d’uscita è potersi buttare sul lavoro, per dimenticare, e dimenticarsi. Quanti, nei momenti difficili, tragici, si sono salvati così… Questo, Omar, e tanti lavoratori della cultura, non l’hanno potuto fare. Gli è stato tolto. Non dalla pandemia, ma dalle misure che abbiamo preso per contrastarla. Profondamente ingiuste, che hanno creato squilibri enormi: tra garantiti e non garantiti, in primo luogo. Tra professioni, tra categorie, tra settori. Ma anche in tanti altri modi.

Senza dimenticare che i lavoratori della cultura sono tali, quasi sempre, perché amano il loro lavoro: non gli è capitato, non lo fanno per caso. Non sono gli unici, certo. Ma spesso fanno grandi sacrifici per seguire le loro passioni, rinunciando a lavori più sicuri, e meglio pagati, o semplicemente più stabili e garantiti, per inseguire – precariamente: sono pochi i divi e le star – i loro sogni, il loro bisogno di trasmettere, di comunicare, di essere. Quindi per loro non lavorare è come non amare, non poter manifestare concretamente il loro essere nel mondo. Non solo non guadagnare, che pure è importante, in certi momenti preponderante: ma non sapere più che fare, non avere ragioni per andare avanti.

Ma se questo è accaduto, è una cosa che ci riguarda tutti. Anche perché il mondo della cultura è percepito da troppi come lontano, in fondo inutile, superfluo: al massimo, quelli che “ci fanno tanto divertire”, come in un indimenticato, terribile lapsus del precedente presidente del consiglio. È uno dei paradossi di questo settore: e di come lo percepiamo. Mai, come durante i lockdown, ci siamo nutriti tutti così tanto di cultura (non foss’altro che ascoltando musica, ingozzandoci di serie Netflix e pay tv, consultando compulsivamente le fonti di informazione più disparate). Ma mai come in questo periodo, nella totale inconsapevolezza e colpevole distrazione: tanto che, se richiesti – come dimostrato da tanti sondaggi di questi mesi – classificavamo il settore tra quelli inutili, o meno importanti. Di fatto, dunque, i lavoratori di questo settore, che spesso dichiariamo retoricamente come indispensabile, il vero petrolio (e lo è) della knowledge society, li abbiamo dimenticati: e sono stati tra le categorie che hanno pagato il prezzo più alto in assoluto – non solo economicamente – e che hanno ricevuto le compensazioni più basse.

Facile, adesso, dare addosso al Ministro della Cultura, per non aver difeso per nulla o quasi il comparto della produzione culturale: cosa che è possibile e giusto fare, con molte buone ragioni. Ma la cosa riguarda tutti noi. I garantiti, gli stabilizzati, i meno o per nulla colpiti, hanno mostrato poca attenzione a chi lo era, invece, maggiormente: poca solidarietà personale, nessuna protesta pubblica. Come se non fossero, anche gli operatori della cultura e dello spettacolo, imprenditori “veri”: peraltro con un tasso di autoimprenditoria, e un numero di partite IVA, più elevato che in altri settori. Eppure anche Omar Rizzato si è ucciso negli uffici della sua azienda a Cinto Euganeo: come altri, che avevano fatto più rumore, durante crisi precedenti. Mandandoci, con questo ultimo suo gesto, un segnale. E una richiesta d’aiuto: che forse – se ascoltata – potrà almeno salvare qualcun altro.

 

Omar, e i troppi dimenticati, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 23 febbraio 2021, editoriale, p.1

Il governo Draghi: discontinuità e zavorre. Il ruolo del Nord.

I cittadini, e in particolare i mondi produttivi (nel Nord dove si concentra il grosso della capacità produttiva del Paese, più che altrove), avevano e hanno aspettative molto alte, sul governo Draghi; e una gran voglia di uscire dalla fase di stallo determinata da un governo indeciso a tutto, bloccato da veti reciproci, complessivamente poco efficiente e competente proprio sui dossier principali, e in particolare nella scrittura di quello più importante di tutti, il Recovery Plan (e anche nella gestione del piano vaccinale). Proprio per questo motivo, è probabile che parte di queste aspettative siano state deluse, all’annuncio della lista dei ministri. Le novità ci sono, molte, e positive. Il problema di percezione sta nelle continuità, non nelle discontinuità; nelle zavorre del passato, non nelle proiezioni sul futuro.

In molti speravano in un governo più tecnico. Così non è stato: 15 ministri su 23 sono politici, e troppi tra essi sono volti noti della politica politicante che ci ha portato nella situazione che ha reso necessario Draghi. Con esempi di capacità di galleggiamento clamorosi: come l’unico che è riuscito ad avere ruoli cruciali sia nel Conte 1 che nel Conte 2 che nel Draghi punto zero, cioè Di Maio (depotenziato tuttavia dal fatto che la vera politica estera sarà il nome, la faccia e la reputazione del presidente del consiglio). Tre ministri per partito, tra quelli importanti (addirittura quattro per il meno apprezzato di tutti nel Nord, il Movimento 5 Stelle), sono sembrati troppi da mandare giù: anche perché, incapaci di innovazione al loro interno, quasi tutti hanno mandato i notabili di sempre. Ma sono anche la polizza assicurativa della lealtà delle forze politiche, ben centellinate anche nelle rispettive correnti interne (vale per tutti, dal Partito Democratico a Forza Italia alla Lega). E proprio perché i partiti ci sono tutti, sono tutti ugualmente impossibilitati ad esercitare un potere di ricatto reciproco – nessuno, infatti, è indispensabile: la maggioranza ci sarebbe comunque, e solidissima. I ministeri più importanti, in particolare i portafogli economici, sono tutti in mano a tecnici capaci di collaborare tra loro e con il presidente del consiglio, e al più moderato dei politici, a garanzia di rappresentanza di un’area politico-territoriale (è il caso di Giorgetti).

Il Nord non potrà più lamentarsi di una sottorappresentazione territoriale: con 18 ministri su 23, di cui 9 ministri lombardi e 4 veneti, le aree produttive del Nord sono quelle che fanno la parte del leone. Al Sud sono stati dati solo 4 ministeri, e al centro 1 più il presidente del consiglio (che ha peraltro anche radici venete): l’opposto esatto del Conte 2, che era quello con la maggiore presenza del Sud, 12 ministri su 22. Vuol dire che sono rovesciati completamente i rapporti di forza territoriali: un’opportunità e una responsabilità, per il Nord, che non potrà più dare la colpa al meridione in caso di fallimento.

Dispiace invece la sottorappresentazione femminile: solo un terzo, invece della metà auspicata, 8 su 23, e mediamente con dicasteri non troppo pesanti, spesso senza portafoglio. Né la politica né la tecnica hanno mostrato coraggio sufficiente, nonostante circolassero nomi di economiste autorevolissime che avrebbero potuto giocare un ruolo importante. La politica poi è significativamente squilibrata: come sta succedendo da tempo, è la destra a dare maggiore spazio e visibilità alle donne (tra i partiti maggiori, Forza Italia è l’unica ad esprimere una delegazione maggiormente al femminile, ma ci sono donne anche nella Lega, nel M5S, e solo femminile è la rappresentanza di Italia Viva), ed è invece la sinistra a proporre e sostenere un personale politico rigorosamente ed esclusivamente maschile, come quello del PD e di LEU. Poiché si tratta dei partiti che sostengono di essere stati i promotori e difensori dei diritti delle donne, si spera che questa plateale contraddizione possa aprire qualche discussione interna.

Più elevata del governo precedente è l’età media: 54 anni – del resto Draghi stesso ne ha 73. Ma bisogna ammettere che il Conte 2, sensibilmente più giovane, non ha brillato per aver messo in mostra le capacità dei suoi membri junior.

Infine, ci sono alcuni sensibili salti di qualità in luoghi cruciali per il funzionamento del Paese, come la giustizia e la scuola, dove sarà difficile dover rimpiangere qualcosa, e possibile avviare gli investimenti necessari. Così come è cruciale che si ristabilisca il ministero del turismo, con un proprio portafoglio, in un settore tanto importante quanto colpito dalle misure anti-pandemia, ma che sarà fondamentale nella ricostruzione.

 

La chance (e gli oneri) del Nord, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, “Corriere di Verona”, 14 febbraio 2021, editoriale, p. 1

Che cosa significa “ripresa”: in economia e altrove

Ri-prendere: prendere di nuovo, un’altra volta. Ri-occupare o ri-conquistare: un luogo, una città. Ricominciare, dopo un periodo di pausa, un rallentamento. Dare nuova vita, riproducendo il reale in altro modo: come in una ripresa cinematografica, capace di mantenere nella durata, nel tempo, e ripetere, ciò che per sua caratteristica sarebbe effimero, evanescente, irripetibile. Poi c’è il riprendersi da: una malattia (che a sua volta può riprendere, ricominciare), una dipendenza, un dolore, uno scoramento, una difficoltà, un lutto, un abbandono, una situazione negativa, una crisi, non solo economica. E naturalmente la ripresa come la intendiamo oggi nel linguaggio d’impresa: del mercato, finanziaria, occupazionale, con l’economia che ricomincia a girare veloce, a produrre, a consumare, dopo un periodo di stagnazione, o di regresso, come avvenuto – drammaticamente, in proporzioni che hanno impressionato, oltre che per la loro entità, per la loro imprevedibilità – a seguito della pandemia, e delle misure prese per contrastarla.

La parola “ripresa” ha dunque tanti significati: e quelli con cui la utilizziamo normalmente in economia sono forse i meno interessanti – anche per l’economia. Oggi, dopo la crisi che abbiamo attraversato, e anche in previsione di quelle future, che per gli stessi motivi o per ragioni analoghe – ci avvertono gli scienziati – già si manifestano sul nostro orizzonte, ci è utile fare tesoro anche di altre sfumature della ripresa.

Quando eravamo meno ricchi e consumisti si riprendeva un abito per farlo durare di più, aggiustando un orlo, ricucendo uno strappo, una slabbratura, modificandolo quanto necessario per farlo stare decentemente su un corpo diverso: quando passavano di padre in figlio o da un fratello all’altro e da una sorella all’altra. E lo si faceva a più riprese… Una ripresa, a teatro, è una messa in scena ulteriore: una riproposizione in altro tempo di ciò che quando è stato prodotto non è stato magari còlto nella sua importanza. Nello sport, nel calcio ad esempio, la ripresa è il secondo tempo, quello decisivo, in cui davvero si vede come andrà a finire; e nel pugilato ogni tempo, perché – con una similitudine molto pertinente per descrivere il mondo e le economie d’oggi – ogni tempo è decisivo, e può far finire l’incontro, anche drammaticamente, per KO.

Riprendere fiato, animo, coraggio, forza: è una qualità – oggi diremmo resiliente – che dobbiamo avere per non arrenderci alle difficoltà e ai fallimenti. Vuol dire anche ritornare a una situazione precedente, di normalità: si riprende un figlio dopo la scuola, dopo un’interruzione vacanziera, un periodo altrove, anche solo un pomeriggio a casa di amici. Si riprende una conversazione, o una trattativa: che ricomincia dopo una pausa che può essere un utile, necessario, talvolta indispensabile momento di riflessione e sedimentazione.

Riprendere è anche compiere un atto forte, assertivo, in caso di bisogno: riprendere il comando, ad esempio (come è successo anche a più di un capitano d’industria – ne abbiamo anche in Veneto degli esempi illustri – se dopo un abbandono meditato e la transizione prevista le cose non andavano come sperato). E più in generale è l’atto forte, non di rado generoso, e come tale ancora più forte, di tornare su una decisione passata, revocandola: riprendere una persona in famiglia, dopo un litigio o una separazione che l’ha esclusa, o un collaboratore o un dipendente al lavoro, dopo un licenziamento o un dissapore professionale. Alle volte è giusto, utile, opportuno, chiarificatore, anche simbolicamente, riprendere nel senso di prendere indietro: riprendersi ciò che è stato dato, prestato, un regalo non piaciuto o non meditato, la fiducia concessa alla persona sbagliata – non a caso in passato capitava di dire che ci si riprendeva (si toglieva) il saluto a chi non lo meritava più…

Ma è anche la capacità di un nuovo scatto, di cui oggi c’è bisogno: non a caso di un’auto si dice che ha una buona ripresa se accelera velocemente. E, infine, riprendere è anche ammonire, castigare, o meglio spiegare (nel processo educativo, a un bambino; sul lavoro, a un collaboratore o a un sottoposto), dove ha sbagliato, di modo che gli sia di monito per il futuro.

Quante cose nascoste in una parola così piccola…

 

Quante riprese ci attendono. E più di tutto ci serve lo scatto, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, rubrica ‘La parola chiave’, 8 febbraio 2021, pp. 1-3

Scuole chiuse, socialità mancata: le ferite dei giovani che dureranno nel tempo

La scuola, per fortuna, è ripartita: e c’è solo da sperare che duri… È un pezzo, il primo, del lento recupero di normalità che dobbiamo ai giovani. Gli effetti della chiusura sono stati infatti, per alcune fasce di ragazzi, devastanti: e, nella maggioranza dei casi, dobbiamo ancora accorgerci della loro gravità. Le conseguenze sul livello di istruzione si vedranno infatti solo negli anni a venire: i drop-out scolastici (gli espulsi o autoespulsi dalla scuola superiore che non rientreranno, o quelli che dopo una lunga lontananza dai banchi, abbandonati malamente con una promozione regalata in terza media, faticheranno a proseguire); i ‘buchi’ in materie importanti che difficilmente saranno recuperati, o a caro prezzo; i passaggi problematici all’università dopo un biennio finale delle superiori passato più a casa che a scuola; e pure gli abbandoni per attività per così dire più lucrative, in direzione del lavoro precoce se va bene – a cui vanno aggiunti gli effetti dell’impoverimento delle famiglie, l’aumento della frattura che separa chi ha e chi non ha (incluso l’accesso alla e la dimestichezza con la tecnologia che ha supportato la didattica a distanza), che diventa tra chi sa e chi non sa.

Ma ci sono altri effetti della pandemia, anche loro di lungo termine, che in parte vediamo già oggi, che sono stati una conseguenza della chiusura delle scuole e della perdita di socialità conseguente, amplificata dalla chiusura di altri spazi di interazione sociale, come quelli dello sport, del divertimento, della cultura.

Gli psicologi lo sanno per esperienza. Le loro agende sono strapiene, e si allargano a occupare i fine settimana, per tamponare una richiesta crescente: mostrata da atti più gravi, come l’aumento diffuso di atti di autolesionismo e di tentati suicidi tra i giovani e giovanissimi, o meno gravi e quindi meno visibili, come un aumento delle tendenze solipsistiche, della chiusura in se stessi, delle timidezze che diventano croniche per mancanza di occasioni di incontro, della socialità spostata tutta sul web, che li e ci trasforma tutti, progressivamente, in hikikomori appena meno gravi (gli adolescenti giapponesi che si chiudono nelle loro stanze senza più uscirne, limitando la loro interazione con il mondo a uno schermo e una tastiera). Una solitudine diversa da quella ricercata da monaci e spiriti solitari: perché “beata solitudo, sola beatitudo” è vero solo in riferimento a una “moltitudo” da cui si può andare e venire – solo se l’hai scelta, non se ti ci sei ritrovato, o se l’hai subìta.

Si sta elaborando nell’inconsapevolezza, senza un progetto, senza averla veramente scelta, una nuova prossemica, fatta di incontri a distanza, o in presenza ma senza contatto, senza trasmettere le emozioni attraverso i volti, senza il calore che passa anche solo tra una mano e l’altra, dove una spalla su cui appoggiarti o piangere è privilegio riservato ai rapporti più stretti. Un adolescente mi diceva qualche giorno fa, senza alcuna autocommiserazione, che piange quasi ogni sera, prima di dormire: ma non per un motivo specifico. Quasi come se fosse il corpo stesso a piangere, come per un’attitudine spontanea delle membra, una pulsione, una memoria che non è riuscito ad elaborare in altro modo, nell’incontro e nella relazione che aiutano ad esprimere le emozioni. Ed è commovente che oggi gli atti della nuova trasgressione diventino l’abbracciarsi di nascosto dagli adulti: come cominciano a fare anche i bambini, magari nascondendosi nei bagni della scuola.

Ne usciremo, certo. Recupereremo una nuova normalità. Anche per questo, oltre che per ovvi motivi di salute, è urgente arrivare a una vaccinazione rapida che ci aiuti in questo processo. Ma è bene avere consapevolezza delle ferite del corpo sociale. In modo da aiutarlo a rimarginarle prima, e a superarle. Creando quanto prima le occasione per farlo.

 

Scuola, le ferite dei giovani, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 4 febbraio 2021, editoriale, p.1

Senza stranieri, tutti stranieri

Sembra paradossale dirlo, in una fase storica in cui la paura degli “altri” fa moltiplicare le richieste di barriere, di muri, fisici e simbolici, e apparentemente i gruppi umani, le società, tendono a separarsi, a frazionarsi in isole identitarie – nelle bolle dei social come in politica, nelle religioni come nei micronazionalismi e in geopolitica, nelle tribù sociali come nei quartieri urbani – alla ricerca di un’impossibile omogeneità o nel vano desiderio di rimarcare l’inesistente purezza di un indefinibile e ineffabile “noi”: ma ci avviamo verso una condizione in cui ci saranno sempre meno stranieri – o, meglio, lo saremo tutti, in qualche modo, per qualcuno, in qualche momento della nostra vita, ma con sempre meno drammatiche conseguenze.

I due processi sono del resto direttamente correlati: ricerchiamo identificazioni forti, ed è aumentata la domanda sociale in tal senso, proprio perché esse sono in realtà indebolite dalla possibilità che abbiamo di rifiutarle. Desideriamo confini più evidenti, proprio perché abbiamo la possibilità di attraversarli sempre più spesso. Vogliamo che ci dicano con certezza chi siamo, proprio perché abbiamo la possibilità di essere altro.

Viviamo nel segno di Hermes, il veloce dai calzari alati, dio degli incroci, delle porte della città, messaggero degli dei, tra il mondo e l’oltremondo, protettore dei mercanti (che per definizione scambiano e uniscono attraverso il commercio), ma significativamente anche dei ladri e dei bugiardi, capace di decifrare i significati (l’ermeneutica) superando la barriera delle lingue, della cui scrittura è l’inventore, e di interpretare i sogni, altro modo di mettere in comunicazione sfere diverse del vivere, e forse altri mondi. Mai come oggi, inoltre, la cifra interpretativa delle culture non è la loro manutenzione ordinaria affinché rimangano illusoriamente uguali a sé stesse, ma molto più radicalmente la loro trasformazione continua, anche grazie al meticciamento, alle forme di mixité personali, alla creolizzazione, a quella che a proposito di mode, cibi, stili e prodotti chiamiamo fusion. Ci si mischia nelle carni, perché ci si mischia nelle scuole, al lavoro, nei quartieri, nell’attività sportiva, nelle affinità elettive che spesso si manifestano maggiormente attraverso le diversità: anche perché abbiamo una scelta sempre maggiore tra opzioni differenti a disposizione, accompagnata dalla libertà stessa di scegliere. Mai come oggi tradizione, secondo una notissima frase di Mahler, significa custodire il fuoco (che è trasformazione continua e impetuosa), non adorare le ceneri (ormai morte e quindi sterili). E del resto il costruzionismo ci insegna da tempo che le tradizioni sono più spesso inventate che tramandate (The Invention of Tradition è il titolo di un libro seminale curato da Hobsbawm e Ranger) e le comunità più spesso immaginate che osservate (Imagined Communities è quello di un altrettanto famoso testo di Anderson).

Le tendenze a una mobilità sempre maggiore sono evidenti, e neanche la pandemia prossima ventura riuscirà ad arrestarle: del denaro, delle informazioni e delle merci, ma anche delle persone, dato che viviamo in un mondo in cui appena un anno fa il solo turismo – che è un pezzo soltanto della mobilità globale, che include le migrazioni – produceva oltre il dieci per cento della ricchezza e dell’occupazione mondiale. Sempre più persone vivono in maniera intermittente, o in periodi diversi della loro vita, in città in cui non sono residenti o in Paesi di cui non sono cittadini, cambiando progressivamente la nozione stessa di estraneità e alterità, di out-group, ma anche quella di in-group (che, tuttavia, se ne accorge meno), dimettendosi da identità e acquisendone di nuove. Un numero sempre maggiore di diritti viene attribuito anche a quelli che vengono “da fuori”: dai diritti civili a quelli sociali fino a quelli politici (in molte realtà il diritto di voto amministrativo viene attribuito anche ai non cittadini, purché residenti da un certo tempo, e di converso molti cittadini non lo esercitano). Gli stranieri dunque saranno tecnicamente sempre di più, ma grazie anche alle tecnologie e ai cambiamenti nella sfera dei diritti, si sentiranno (ci sentiremo) sempre meno tali. Tutti un po’ stranieri perché cittadini solo fino a un certo punto e anche cittadini di qualcos’altro – e al contempo meno estranei perché in fondo lo saremo tutti, nella misura in cui aumenta il senso di estraneità a un mondo complesso e in continua trasformazione, a prescindere dal luogo in cui ci si trova.

 

Senza stranieri, in “Confronti”, n.2, febbraio 2021, p.37