Paradossi dell’autonomismo. Il Trentino alla conquista del Veneto

Quante volte l’abbiamo sentito dire, in Veneto: “facciamo come il Trentino-Alto Adige”. Dimenticando che lo statuto speciale delle cinque regioni che ce l’hanno è sancito dall’articolo 116 della costituzione, non se lo sono autoattribuito. Poi, nei territori di confine tra l’una e l’altra regione, lo slogan si è trasformato, ed è diventato: “andiamo in Trentino”. A colpi di referendum locali: celebrati, e quasi sempre vinti, incluso a Cortina, il gioiello della corona, anche se l’obiettivo non è mai stato centrato. Come noto, solo il comune di Sappada ci è riuscito, nel 2017, lo stesso anno della celebrazione del referendum per l’autonomia in Veneto (e Lombardia), impiegandoci peraltro quasi un decennio: e finito in un’altra regione a statuto speciale, il Friuli. Certo, tutti sceglievano in autonomia e per l’autonomia: anche se la sensazione che hanno dato non era tanto quella di voler essere padroni a casa propria, quanto quella di scegliersi un padrone più ricco e forse più generoso. A parole, tutti per l’autonomia per nobili motivi. Nei fatti, spesso, per comprensibilissime ma meno altisonanti questioni di portafoglio. E infatti, come sempre, c’è tanta discussione sul “cosa” (passare a un’altra regione, avere più risorse): molto meno sul “per fare cosa”.

Ora a tornare alla carica sono alcuni esponenti dello storico partito dell’autonomismo (talvolta del separatismo) altoatesino, la SVP, e il governo della regione che più spesso (almeno per metà: la provincia di Bolzano) ha minacciato di andarsene altrove: in Austria. E la storia si ripete. In forme appena diverse. Con le medesime contraddizioni. In fondo, è una nemesi meritata e non tanto sorprendente. Nella regione, il Veneto, che più ha investito sulla retorica dell’autonomia, dove per decenni è bastato dirla, evocarla, per creare rendite politiche di lungo periodo nonostante gli scarsi successi concreti, dove si è sempre evocato, per l’appunto, il “cosa”, spiegando con molto meno approfondimento (e spesso con nessuna contezza), il “come”, “per fare cosa”, con quale preparazione e quale classe dirigente all’uopo formata, pezzi di Veneto, con la stessa logica, si attivano per raggiungerla, ma altrove, con l’appoggio di altri potenti. Che non hanno necessariamente a cuore il benessere di queste aree più di quanto ce l’abbiano i padroni da cui dipendono ora, ma offrono di più, e al limite si propongono con maggiore forza, anche se siamo ancora lontani da una applicazione in scala minore delle modalità trumpiane oggi di attualità sullo scacchiere geopolitico globale. Qui non è neanche un Risiko, quello a cui si sta giocando: semmai una specie di Monopoli, dove la posta in gioco è costruire un albergo in più in Parco della Vittoria, evitando il destino marginale di Vicolo Corto. Forse perché, anche in questo caso, c’è il desiderio dell’autonomia, ma si vede meno l’emergere di una cultura dell’autonomia, con radici profonde, visibile magari altrove, dalla Catalunya alla Scozia, fino – per stare all’attualità – alla Groenlandia. Qualcosa che dia sostanza a recriminazioni che in mancanza d’altro e più solido nutrimento rischiano di rimanere piccole faide di provincia. Fa eccezione, forse, la potenziale riunificazione delle popolazioni ladine. Che a questo punto, più conseguentemente, potrebbero chiedere, sulla base degli stessi presupposti, una propria autonomia, tanto dal Veneto quanto dal Trentino. Giocare con i confini è un gioco senza fine, dato che tutti, ma proprio tutti, sono artificiali, storicamente mobili, precari, in definitiva insensati. Tanto che la partita vera sarebbe costruire logiche che li superino, non che li riproducano in scala sempre più piccola.

Forse, se davvero volessimo pensare in grande, più che ragionare sullo spostamento qui o là, in una regione o nell’altra, dell’uno o dell’altro paese, dovremmo ripensare lo stesso istituto regionale, incluso il senso attuale delle regioni a statuto speciale, per come il loro sviluppo si è configurato (e non pensiamo solo ai vicini Trentino e Friuli: pensiamo a cosa è diventata l’autonomia regionale in Sicilia, come caso estremo, ma anche in Val d’Aosta, per non evocare solo un facile – nella retorica del Nord – bersaglio meridionale). Altrimenti resterà sempre il loro vantaggio competitivo, anche in termini di attrattività per i paesi al di là del loro confine. E, magari, ripensare il regionalismo nel contesto e in prospettiva europea, più che in quello italiano. Questa sì che sarebbe una richiesta seria, per una causa che varrebbe la pena dibattere e animatamente discutere, e su cui far confliggere proposte diverse di ripensamento. Ma, possiamo metterci la mano sul fuoco, non accadrà. Problema troppo vero, e serio. Meglio discutere di piccole cose, tenendo basso il profilo. Piccolo cabotaggio senza grandi ambizioni.

 

La caccia ai comuni di confine, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-4

Minori e cambio di genere: la vita e la legge

Nei giorni scorsi un tribunale, quello di La Spezia, ha accolto la richiesta di rettifica all’anagrafe del cambio di nome per una ragazzina di tredici anni, oggi legalmente maschio. E la cosa ha naturalmente portato con sé una scia di polemiche. Discussioni legittime, utili e opportune: perché è giusto che la società si interroghi su questi processi, e discuta, e dibatta, e si confronti, e confligga, anche in maniera accesa. Partendo da un dato non controvertibile: che la non identificazione tra il proprio sesso biologico e la propria identità di genere, nota oggi come disforia di genere, esiste, ed è riconosciuta come tale. Potremo non capirla, come tante altre cose che riguardano la psiche e il corpo umani, molto prima che la sessualità. Ma c’è, e dal mito greco dell’androgino in avanti è più antica di quello che crediamo: ha molti precedenti storici, e paralleli in altre culture. Non è, insomma, un’invenzione della modernità.

In Italia si calcola che il tema riguardi qualcosa come 400mila persone, forse di più. Tra queste ci sono anche parecchi minori. Perché, sì, spesso, anche se non necessariamente, la disforia si manifesta molto precocemente. Per una ricerca che sto svolgendo ho intervistato persone transgender, cioè che hanno assunto nella loro vita, o vorrebbero assumere, una identità di genere diversa da quella assegnata alla nascita di età variabile tra gli otto e i sessantacinque anni. Già il fatto che ci siano tante persone in età non più verde testimonia che non si tratta di un capriccio passeggero o una moda recente, come molti sostengono. Ma sia tra i più anziani che tra i più giovani, moltissimi testimoniano di un emergere molto precoce, talvolta già intorno ai tre anni, della loro identificazione di genere. E infatti tutti i centri – compreso, in Veneto, il Centro di riferimento regionale per l’incongruenza di genere e il cambio di sesso, assegnato nel 2023 dalla Regione all’ospedale di Padova – hanno in cura, o meglio accompagnano, molti pazienti minorenni. Che, se non seguiti, vivrebbero molte più sofferenze, problemi, sintomi di ansia e disturbi depressivi, con episodi di autolesionismo e tendenze suicidarie, di quelle che invece vivono se possono esplicitare la loro situazione in un contesto peraltro molto professionale e complesso, che include psicologi, neuropsichiatri, endocrinologi, bioeticisti, e supporto legale, oltre naturalmente alle famiglie: nessuna decisione è quindi presa alla leggera, né in fretta, né tanto meno, in solitaria, da un giudice. L’autorizzazione legale è la fine, o meglio una tappa, di un lungo processo, non certo il suo inizio.

Ecco allora che anche la discussione pubblica potrebbe prendere un’altra forma. Non lo scontro ideologico sulla base di valori presunti immodificabili, o peggio di posizionamenti politici aprioristici, quali che siano. Ma l’osservazione e l’analisi onesta, non pregiudiziale, nel concreto del loro manifestarsi, di diversità che nella società, piaccia o meno, esistono, e con cui dobbiamo confrontarci. La differenza, rispetto al passato, è che oggi lo si può dire, mentre in passato era più complicato. Anche se, quasi sempre, ci accorgiamo dell’esistenza di un fenomeno solo quando lo incontriamo personalmente, incarnato in qualcuno che conosciamo (e questo fa tutta la differenza rispetto a chi ne parla solo per sentito dire, o astrattamente).

In questo momento è in discussione un disegno di legge, presentato dal governo, che il parlamento sembra voler licenziare all’inizio dell’anno, che incide precisamente, in maniera restrittiva, sulle modalità con cui i minori potranno accedere a queste procedure, e i cui criteri sono contestati da molte delle società scientifiche coinvolte. Non si può che auspicare che anche lì, anzi soprattutto lì, in parlamento – che per questo è nato: per parlare – si ascoltino tutte le voci: incluse quelle dei diretti interessati, delle loro famiglie, e di chi di queste faccende si occupa professionalmente e nel concreto. In modo che la discussione non sia, lei sì, viziata.

 

La scelta di cambiare genere, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-3

Il Natale degli altri. E il nostro

Siamo così abituati a pensare che il Natale sia la festa di tutti, siamo così convinti di essere al centro del mondo al punto che non possa essere altrimenti, che nemmeno ci accorgiamo che non è così, o che perlomeno ci sono vaste periferie in cui l’aria di festa non si sente per niente.

Non è Natale – tecnicamente, proprio – per le minoranze religiose, innanzi tutto: per le quali Cristo non è il Figlio di Dio, e quindi il Gesù storico non è il richiamo fondativo di alcuna religione. Vale per gli ebrei, che hanno semmai appena festeggiato, nel dolore di un attentato, la settimana di Chanukkà, la festa dei lumi e della luce. Vale per i musulmani, che pure riconoscono Gesù come profeta e Maria come sua madre, alla quale è dedicata una delle sure principali del Corano; ma per i quali l’uomo che ha dato il nome a una religione, il cristianesimo, non ha alcuna natura divina: è solo un profeta come molti, seppure più importante di altri. Vale a maggior ragione per tutte le altre religioni concettualmente e anche geograficamente più lontane, almeno come nascita (buddhismo, hinduismo, animismo, sikhismo e infinite altre), per le quali semplicemente questa festa, e la persona cui si richiama, è un costume esotico di popolazioni specifiche. Vale persino per alcuni cristiani, come gli ortodossi: che, seguendo il calendario giuliano e non quello gregoriano, festeggeranno il Natale, sì, ma il 7 di gennaio. A maggior ragione vale per non credenti e miscredenti, atei e agnostici di varia estrazione e opinione: che, tendiamo a dimenticarcelo, in Occidente stanno diventando una silente maggioranza, o per lo meno una sempre più cospicua minoranza. Per costoro il Natale sarà una vacanza, non una festa, un laico periodo di riposo, non una ricorrenza religiosa.

C’è, tuttavia, qualcosa che, almeno da noi, accomuna tutti costoro, credenti, non credenti e diversamente credenti. E non è solo il rituale commerciale dei regali (comunque sempre profondamente relazionale e partecipativo, potente costruttore di legame sociale) e degli acquisti per sé o per la casa (che lo è un po’ meno, ma purtuttavia ci vede mettere al centro, degni di essere onorati, noi stessi: non foss’altro perché ci dà motivo di mettere in secondo piano il lavoro). È qualcosa di più. Un clima collettivo. Un’atmosfera diversa. Un coinvolgimento maggiore. Che, certo, è costruito. Anche a tavolino, come necessario: come quando istituzioni, ma anche imprese, e tanti altri attori sociali, pianificano e ordinano gli addobbi mesi prima. E, nel periodo prenatalizio (dell’Avvento, per l’appunto: di qualcosa che sta per avvenire, ma non da sé – grazie all’impegno di tutti), ci si mette insieme a rendere i luoghi diversi e migliori (strade, scuole, negozi, ecc.), addobbandoli: persino quelli della sofferenza, dagli ospedali alle carceri. Grazie a uno sforzo che si fa insieme, e che coinvolge, almeno passivamente, un po’ tutti: volenti o persino nolenti. Per non parlare del ruolo dei media, che dalla tv alla stampa, dai social network al cinema, ci ricordano che non è un periodo dell’anno come gli altri.

In questo, è effettivamente trasformativo: che è il senso profondo del rituale, anche quando vissuto superficialmente. Dà un’altra forma, e quindi un altro contenuto, al tempo. E spinge alcuni a fare qualcosa in più per gli altri: per far sentire anche agli altri – a chi non ha un granché o forse nulla da festeggiare – che questa atmosfera, magica dopo tutto, perché illuminata e colorata più del solito, riguarda anche loro. Ricordandosene per una volta (collaborando a un pranzo di Natale per chi non ha i mezzi materiali per approntarlo, con una donazione a chi di chi soffre si preoccupa e occupa). O con almeno un pensiero di compartecipazione per quella grande parte di mondo che sta soffrendo la guerra (a Gaza, in Ucraina, in Sudan e in tanti altri altrove), la fame, la malattia, il dolore fisico e emotivo disegnato sul proprio volto o su quello dei propri cari, la disoccupazione, le cose che proprio non girano, il non farcela, il non riuscire a stare a galla. Che è anche più difficile quando gli altri sembrano stare bene, o meglio del solito. Ma che può essere persino un po’ lenito dalle briciole di felicità, dagli scampoli di gentilezza, dalla polvere di festa, dall’atmosfera un po’ più gioiosa che in fondo finiamo per respirare. Uno dei rari casi in cui il fumo passivo – il percepire senza essere causa – può persino fare bene.

 

Il valore di questo Natale, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 dicembre 2025, editoriale, pp. 1-3

Educazione affettiva e sessuale: i limiti (e gli errori) del disegno di legge Valditara

Il disegno di legge sull’educazione affettiva e sessuale voluto dalla maggioranza e dal ministro Valditara (per ora approvato dalla camera, ma ancora emendabile al senato) non risolve il problema che dovrebbe affrontare: lo crea.

L’educazione affettiva e sessuale è considerata utile, anzi indispensabile, al punto che interviene il parlamento e se ne fa una legge che ne delimita i confini? Bene. Se l’educazione sessuo-affettiva serve, e serve, serve per tutti: se ne faccia una materia di studio obbligatoria. O, se non si ha il coraggio di intervenire, perché di questo si tratta, la si lasci – in base al principio di sussidiarietà – all’autonomia delle scuole, che conoscono meglio di altri la situazione sociale e educativa in cui sono inserite, e i bisogni educativi dei propri studenti, e possono utilizzare le risorse presenti sul territorio. Invece no: niente iniziativa dall’alto, ma pure gabbie, paletti e divieti su quanto proviene dal basso. Non solo non diventa materia di studio obbligatoria (e siamo uno dei pochi paesi europei in questa situazione: c’è solo un accenno all’educazione alle relazioni e al rispetto nell’ambito del programma di educazione civica – e ci mancherebbe altro, viene da dire). Ci vuole pure il consenso informato, preventivo e scritto dei genitori, per parlarne nelle attività extracurriculari che tappano il buco presente in quelle curriculari. Ora: il problema, e il rischio, diremmo la probabilità, è che chi è contrario sia precisamente chi ne ha più bisogno, ma ne ha meno contezza.

Chi combatte contro l’insegnamento dell’educazione affettiva e sessuale dice di combattere contro una ideologia gender che esiste solo come argomento fantoccio (persino il ministro parla di “cosiddette teorie gender”). La vera, sostanziale, diffusa (e, lo vediamo dai suoi effetti, quella sì potente) ideologia gender è quella che usa il suo nemico retorico per affermare che non c’è bisogno di parlare di questi argomenti o, peggio, pretende di controllarne e censurarne i contenuti nei rari casi in cui – Dio non voglia – se ne parla. La si lasci, si dice, alle famiglie: il che significa, spesso, al silenzio, al non detto. Il problema, purtroppo, in questo come in altri casi, non è l’ideologia sul genere, ma l’ideologia in genere: quella che fa affrontare i temi per prese di posizione ideologiche, appunto, per schieramenti precostituiti, anziché darsi il tempo di un’analisi pacata, pragmatica e seria, che pure il tema richiederebbe.

Il problema non è dare ai genitori i mezzi per tutelare i figli dalla educazione sessuo-affettiva, ma semmai, idealmente, sarebbe coinvolgere anche i genitori nella sua erogazione, ma come utenti, dato che spesso hanno bisogno di saperne quanto e più dei loro figli, anche perché costretti a affrontare sfide diverse – a partire da quelle provenienti dalla diffusione delle tecnologie e dei social – che in passato non esistevano e a cui non sono preparati.

L’idea che le famiglie debbano esprimere un consenso preventivo e scritto, senza il quale l’esclusione dei figli sarà automatica, finirà inoltre per favorire l’incomprensione proprio dei genitori meno attenti o più deprivati, autoctoni e immigrati (e a proposito: in caso di genitori, magari separati, con opinioni opposte che si fa – si tira a sorte?). Che debbano pure visionare i materiali in anticipo non potrà che produrre censura, dato che c’è chi si opporrebbe anche solo a un disegnino stilizzato degli organi genitali. Il tutto, peraltro, in nome di un’alleanza scuola-famiglia che dimentica totalmente la centralità dei diretti interessati: gli studenti, e il loro diritto/dovere a saperne di più. E che, nel nome dell’interesse (o delle paure) delle famiglie dimentica del tutto l’interesse della società, che soffre le conseguenze, spesso drammatiche, della mancanza di educazione sessuo-affettiva. Peccato, perché la società civile è più avanti, e nelle scuole già ci va, grazie all’attivismo di tante organizzazioni, come la benemerita Fondazione voluta da Gino Cecchettin, dedicata alla figlia Giulia. Che, audito in commissione, ha detto l’opposto di quello che prevede il disegno di legge. Inascoltato.

P.S. Il disegno di legge prevede pure l’obbligo di attività alternative (e sappiamo dall’esperienza dell’ora di religione come andrà a finire). Il rischio è che si stanchino anche le scuole, sapendo che per proporre una iniziativa dovranno organizzarne due.

 

Perché è sbagliata la legge sull’educazione affettiva, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 9 dicembre 2025, editoriale, pp. 1-9

Non si vota più divisi per genere: perché è una piccola rivoluzione di costume

Quando andremo a votare, ci troveremo davanti a una piccola, minuscola, impercepita, eppure grande novità. Una innovazione apparentemente banale, meramente burocratica: ma anche una significativa, per quanto inconsapevole, rivoluzione di costume.

La novità non è legata al risultato elettorale, che di innovativo, e tanto meno rivoluzionario, non avrà nulla: in alcune regioni, come in Veneto, si conosce in anticipo il vincitore, che sarà nel segno della continuità, e le eventuali sorprese saranno al massimo legate al peso dei singoli partiti all’interno delle coalizioni, o a qualche illustre promosso o bocciato. Sta invece tutta nelle modalità di voto: nelle sezioni, infatti, troveremo per la prima volta le file divise non per genere, maschi e femmine, ma per ordine alfabetico.

Talvolta il nuovo, senza essere veramente pensato e progettato come tale, semplicemente accade. È il caso di questa riforma, che, per via amministrativa, pone fine al binarismo di genere, superandolo. Ed è tanto più significativo che accada in un periodo in cui un certo revanscismo, oggi particolarmente popolare negli Stati Uniti ma assai visibile anche da noi, rivendica, con il ritorno alle tradizioni del passato, il tradizionalismo delle divisioni di ruolo, e se la prende con fasce iperminoritarie di popolazione, assurte al ruolo improbabile di pericolo pubblico e nemico politico, come le persone transgender, e più in generale con la composita galassia LGBTQ, accusata di confondere le acque (peraltro mai state cristalline), delle identità sessuali e di genere. Ancora più significativo è che questo accada proprio mentre governano, e appaiono più visibili nello spazio pubblico, i paladini della differenza radicale, anche di ruoli, tra maschi e femmine (questa sì, una ideologia gender, probabilmente più concreta di quella contro cui alcuni si scagliano). Che tra l’altro, in maniera benemerita, ne violano alla radice i presupposti, portando alla presidenza del consiglio e alla guida del paese, per la prima volta, una donna. E al contempo mischiano e confondono i ruoli, laddove le suddette presidentesse del consiglio rivendicano di farsi chiamare presidente, le direttrici d’orchestra si fanno chiamare direttore, mentre le rettrici, a capo di istituzioni spesso accusate di prestare troppa attenzione alle multiformi dimensioni del genere, sono felici di essere chiamate tali.

Non si sottovaluti la portata implicita di questa piccola/grande innovazione di costume. Il voto per ordine alfabetico alle elezioni ha lo stesso significato simbolico dell’introduzione dell’otto per mille nella dichiarazione dei redditi. Il primo seppellisce senza accorgersene il binarismo laddove non si rende più necessario, superandolo. Il secondo ha sdoganato a livello simbolico e popolare (con riferimento anche alle tasche dei contribuenti, sempre sensibili) il nuovo pluralismo religioso del paese, il suo non essere più omogeneamente cattolico, e basta. Sono novità che vanno nella stessa direzione: il riconoscimento esplicito di diversità non più incasellabili nei paradigmi tradizionali; o che non c’è più bisogno di ribadire ovunque senza necessità. Piccoli passi di un lungo cammino. Che, forse, potremmo semplicemente chiamare civiltà.

 

Che bello l’ordine alfabetico, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 novembre 2025, editoriale, pp. 1-7

Bambini stranieri a scuola: governare il fenomeno. Il caso Mestre

Prima o poi doveva succedere. Se non si governa un fenomeno, se lo si lascia semplicemente accadere, se addirittura ci si dice ‘contro’ per evitare di occuparsene (cosa che ha lo stesso senso di essere contro la globalizzazione, il maltempo, il trasporto pubblico o i servizi sociali, che effettivamente portano e comportano – anche – grane, e costi), lasciandolo alle logiche del mercato, come spesso accade quando si tratta di migrazioni, esso si trova da solo le sue strade per emergere. Se non si studiano le tendenze e i dati, se non si affrontano i fenomeni di cambiamento della composizione demografica e sociale delle città, se non si attivano politiche (di edilizia popolare, di integrazione, di dialogo tra neoarrivati e autoctoni, o arrivati precedentemente), se non si fanno previsioni, se non ci si confronta con lo stato d’animo della popolazione, accade che la realtà si mostri da sola all’evidenza: come è accaduto con la scuola primaria “Cesare Battisti” di Mestre, che si è trovata con 60 iscritti stranieri su 61 iscritti al primo anno, suddivisi in tre classi, di cui una sola vedrà un bambino italiano. O almeno, questa è l’immagine che passa. In realtà diversi bambini di cognome straniero sono di cittadinanza italiana, come i loro genitori, che l’hanno acquisita dopo molti anni di residenza nel nostro paese (mediamente almeno 15-20), e per lo più sono nati in Italia: quindi, stranieri solo all’apparenza – nell’inerzia della percezione, non nei fatti, e nemmeno nell’estraneità alla cultura italiana.

Non dobbiamo pensare alle scuole diversificate per lingua: come lo sono le scuole inglesi, in cui si mischiano stranieri e autoctoni per lo più privilegiati, o le scuole cinesi, come quella di Padova, che peraltro non suscitano scandalo in nessuno. Sono iniziative private, dove si insegna ovviamente l’italiano, e dove si scopre, come la ricerca ha dimostrato da decenni (chiedere a glottologi e linguisti, ma anche psicologi), che le persone bilingui, che parlano in casa o a scuola una lingua che non è quella del paese in cui vivono, al contrario di quel che si crede, hanno spesso un vantaggio competitivo, e mettono a disposizione della società una competenza linguistica e culturale in più, che può venire buona anche nel mondo del lavoro.

Qui si tratta di scuola italiana: in italiano. E di istruzione pubblica. In cui il tema è quello proprio, da sempre, della scuola in quanto istituzione universalistica: come integrare le diversità? Cominciamo da una constatazione. Le università sono valutate in classifiche di cui uno dei criteri di valorizzazione importanti è proprio il livello di internazionalizzazione: più studenti stranieri hai, più professori stranieri hai, più vali. Ora, se questo è vero per l’università, siamo proprio sicuri che non valga anche per la scuola dell’obbligo, e più in generale per l’istruzione, dal nido alle superiori? Il problema è la diversità in sé, o il fatto che non siamo attrezzati ad affrontarla, e il nostro modo di insegnare è poco aggiornato ai cambiamenti in corso?

Certo, è comprensibile una prima reazione di “fuga bianca”, come la chiama la letteratura internazionale, ovvero di iscrizione dei bambini autoctoni altrove. Ma il fatto che sia comprensibile non significa che sia la più adeguata, o la più giusta, e nemmeno necessariamente la più vantaggiosa per i diretti interessati. Nessuna catastrofe, quindi. Magari, un utile segnale che dei problemi è necessario occuparsene prima che sviluppino tutte le loro conseguenze, anziché dopo. Ma è possibile comunque attrezzarsi, come molte scuole già fanno da anni, in tutto il mondo e anche da noi. Con insegnanti di supporto per l’apprendimento della lingua. Con iniziative specifiche e mirate. Con un certo livello di sperimentazione, naturalmente monitorata (di cui avrebbe un enorme bisogno la scuola nella sua interezza, in un momento di colossali cambiamenti, tecnologici, culturali e sociali – e quelli demografici sono tra questi): è la rigidità (di programmi, metodi, ecc.) e l’inerzia (il fare come si è sempre fatto, o ‘come si faceva una volta’), che uccide, non l’elasticità, l’innovazione, la creatività.

Si colga la sfida. La si rivendichi. Si consideri il vantaggio di sperimentare l’integrazione di popolazioni maggioritariamente musulmane in una scuola pubblica, laica e pluralista: e quanto questo sia utile al paese e alle stesse comunità di appartenenza. La si faccia diventare un esempio di collaborazione costruttiva e collettiva. Si coinvolgano le buone energie della società, che ci sono: dal terzo settore alle associazioni industriali, dalle polisportive ai luoghi di produzione culturale, dalle fondazioni alle sagre, dagli oratori alle moschee e alle comunità d’origine. E ci si occupi del contorno e del contesto, non solo della singola classe o istituto. E allora la scuola continuerà a essere quello che è sempre stata, con successo, di fronte a sfide man mano differenti, spesso senza aiuti o addirittura tra gli ostacoli della società e della politica: un’agenzia di integrazione. Delle classi sociali fin dall’origine (genitori dal sud magari analfabeti, autoctoni che parlano solo dialetto, differenti livelli di reddito e di istruzione), delle diversità poi (disabilità, genere), delle etnie, delle culture e delle religioni oggi.

 

Governare il fenomeno superando le diversità, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 26 settembre 2025, editoriale, pp.1-3

Governi e società civile di fronte a Gaza. Tra Riviera e Flotilla, l’importanza dei simboli

Gaza è entrata a far parte del nostro orizzonte e del nostro immaginario, piaccia o meno. Ci unisce nell’attenzione. E ci divide nelle posizioni che prendiamo. Non ci divide solo politicamente, e per così dire orizzontalmente: destra e sinistra, filo-Israele o pro-Palestina. Ci divide anche verticalmente: alto e basso, governi e società civile.

La politica è divisa, come ovvio. Si schiera con gli uni o con gli altri, o più precisamente contro gli uni o contro gli altri: dimenticando che potrebbe stare con l’uno e con l’altro quando sono nel giusto, contro l’uno e l’altro quando non lo sono, ma dovrebbe innanzitutto stare con le vittime (tutte), gli innocenti, i violentati, i massacrati, i deportati, gli affamati, i perdenti e i perduti, ovunque siano. Complessivamente, tuttavia, appare inattiva, inefficace, incapace. Anche quando prende (finalmente e tardivamente) posizione, e comincia a riconoscere i torti dell’aggressore, smettendo di fare distinguo insostenibili tra morti e morti, tra bambini e bambini, lo fa timidamente, con parole insopportabilmente neutre, con diplomatica cautela, con perbenistica condiscendenza, evitando di dire pane al pane, di nominare ciò che accade con il suo nome, per evitare parole sgradevoli. Pochi, pochissimi, se hanno potere, hanno anche il coraggio di dire che Israele, con questa guerra, è andato oltre tutti i limiti possibili e immaginabili dell’orrore, che le sue azioni non hanno più giustificazioni, essendo la sua reazione (ammesso e non concesso che sia solo una reazione al 7 ottobre) incommensurabile. Che pagherà esso stesso un prezzo immenso, avendo in buona misura già dilapidato un credito enorme: di reputazione, di simpatia, di consenso, di dignità morale. La parte peggiore della politica e del potere occidentale (perché, sì, è l’Occidente che si è autoisolato nel sostegno incondizionato – o ancora troppo poco condizionato – a Israele) fa anche di peggio, immaginando una oscena Riviera di speculazioni immobiliari e finanziarie miliardarie su una terra rubata ad altri con la forza, deportando intere popolazioni.

Ecco allora che la società civile, di fronte a uno spettacolo indecoroso e inguardabile, reagisce: la Global Sumud Flotilla è parte, solo una parte, di questa reazione globale e diffusa, insieme a manifestazioni di solidarietà, controinformazione, richieste di boicottaggio, o semplicemente di uscita dal silenzio e dall’indifferenza. Sì, certo, c’è un elemento spesso ideologico e non solo umanitario, in questa azione. Sì, certo, c’è un’attenzione geopolitica selettiva (“e allora il Sud Sudan, dove è in corso un genocidio anche peggiore?”, si dice: come se chi lo dice, invece, se ne interessasse…). Sì, certo, c’è anche una quota di partigianeria politica, più interessata allo schieramento che al merito. Sì, certo, c’è anche tanta ingenuità. E sì, certo, ci sarà anche un po’ di protagonismo in favore di telecamere. Ma è la prima e unica iniziativa veramente transnazionale (quasi cinquanta i paesi coinvolti), e con una valenza simbolica forte, che si è vista, in quasi due anni: i governi non hanno saputo fare di meglio – e la vita collettiva ha invece bisogno anche di simboli, di emozioni, di spinte valoriali incarnate. È, anche, una iniziativa dal basso, che nasce da un impegno diffuso, ramificato, diversificato nelle sue motivazioni (politiche, religiose, umanitarie): che coinvolge enti locali che sostengono ufficialmente l’iniziativa, prese di posizione di sindacati dei lavoratori (con minacce di chiudere i porti in caso di blocco della missione) e, lo vedremo con l’inizio dell’anno scolastico e accademico, mobilitazioni di studenti. Con gente che è disposta a correre dei rischi, e a pagare un prezzo personale (cosa che non si può dire dei governanti del mondo). E, soprattutto, è qualcosa di reale: c’è, esiste, è in campo. Mentre la cautela intollerabile della realpolitik finora non ha prodotto nulla di concreto: anzi, con la sua sostanziale ignavia ha consentito il proseguimento e addirittura l’aumento di intensità del massacro.

Ancora una volta, sono le generazioni più giovani che ci mandano un segnale. Sta a noi coglierlo, o meglio accoglierlo, o rifiutarlo con supponenza e degnazione: dall’alto (o dal basso) del nostro cinismo, della nostra pigrizia anche intellettuale, della nostra incapacità di immaginare un’azione, e un pensiero che la supporti. Come se la cosa non ci riguardasse. Non è così. Ce ne accorgeremo presto.

 

L’orrore oltre i limiti. La tragedia di Gaza, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 settembre 2025, editoriale, pp. 1-5

Dieci anni fa, Aylan Kurdi. Le cose sono cambiate? Sì: in peggio

Stefano Allievi: “Canali regolari e istruzione unica via all’integrazione”

di 

Il 2 settembre del 2015, il corpicino di Alan Kurdi riverso sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, diventò il drammatico simbolo della crisi migratoria. Abbiamo chiesto a Stefano Allievi, professore di sociologia all’università di Padova ed esperto di politiche migratorie, a che punto siamo oggi dopo dieci anni. «La situazione è peggiorata. Quell’immagine convinse Angela Merkel ad aprire la Germania a un milione e mezzo di persone: furono accolte dai tedeschi alle stazioni con cibo, vestiti e giocattoli. Oggi una scena del genere è impensabile».

«Chi scappa dalla sua casa non ha quasi mai altra scelta», disse allora Tima Kurdi, la zia di Alan. È ancora così?

«Sì. Chi affronta questo percorso sa che cosa rischia e non pensa di avere alternative. E non serve una minaccia drammatica, una persecuzione o una carestia: basta non avere grandi aspettative.»

L’integrazione dei turchi in Germania è stata un successo?

«Sì. La Germania ha recuperato sul piano economico e demografico ciò che ha investito. Gli immigrati di allora si sono integrati bene. Dopodiché con l’aumento dell’immigrazione aumenta anche il rifiuto dell’immigrazione. Oggi il vento va in direzione diversa dall’integrazione. Quell’esperienza non è ripetibile.»

Nel Regno Unito Nigel Farage chiede la deportazione degli stranieri. In Germania l’Afd promette la “remigrazione” degli immigrati, anche regolari. Un filo rosso unisce i populismi europei: perché?

«Le persone diverse aumentano e diventano più visibili. Poi c’è il meccanismo del capro espiatorio che, come fu per la Brexit, ritorna con risultati devastanti. In Inghilterra i ceti impoveriti trovano negli immigrati un nuovo obiettivo. Il caso britannico è clamoroso: un governo laburista che attua politiche di respingimento e non riesce a costruire una narrazione e una metodologia di gestione.»

Che cosa si dovrebbe fare?

«Come per tutte le cose: se non le governi producono caos. Invece prevale il rifiuto degli immigrati: non me ne occupo perché voglio che vadano via. Manca una proposta di governo. Ma le migrazioni sono la fisiologia della storia umana. Siamo una specie nomade: 50 milioni di europei sono andati via dall’Europa tra ‘800 e ‘900.»

La deportazione degli irregolari da rimpatriare – in Ruanda, nel caso inglese, o in Albania, nel caso italiano – è una soluzione?

«Sono dei palliativi costosissimi. Le politiche di respingimento costano più dell’integrazione. Sarebbe meglio fare accordi con i paesi di origine, non per sparare ma per gestire le fila. Anche perché l’Italia ha un fabbisogno superiore agli arrivi.»

A che cosa si riferisce?

«Viviamo una transizione demografica dai primi anni ’90. Ogni anno vanno in pensione più persone di quante ne entrano nel mercato del lavoro. Un dato drammatico: non ci sono i giovani. Come fai a non averlo in mente? Oltre al bracciantato e alle badanti, nei servizi, nelle Rsa, negli uffici, nelle pulizie e in altri mestieri c’è un enorme fabbisogno che resta scoperto. Anche se i salari fossero più alti. Da noi si aggiunge pure l’emigrazione degli italiani, destinata ad aumentare: un paese così è un paese in declino. Viviamo in un gerontocomio: le innovazioni non vengono dagli anziani.»

Che cosa bisogna fare?

«Invece di pagare i paesi di partenza per sparare sui migranti che si imbarcano, dovremmo riaprire i canali regolari e far venire quelli giusti. Così arrivano solo quelli che non sono alfabetizzati: ci mettono un anno e mezzo per venire e arrivano devastati.»

E invece questo governo che fa?

«Non rimborsa più i comuni e non spende più per l’insegnamento dell’italiano. Non paghiamo la scuola – che è un investimento, non un costo – però li vogliamo formati. Questo fa rabbia, ma non se ne parla. Se facciamo mera accoglienza e non spendiamo niente per l’integrazione, otteniamo la disintegrazione. Purtroppo se chiedi ai leader progressisti di parlare dell’argomento preferiscono evitare per non perdere voti. Ma se se ne parlasse seriamente con proposte ragionate, ci sarebbe margine per far capire le cose. Sono sicuro che l’elettorato comprenderebbe.»

Qualche esempio di “proposta ragionata”?

«Primo: canali regolari e controllati d’ingresso. Hanno vantaggi enormi. Offriamo permessi regolari di due anni per la ricerca del lavoro, non perché il lavoro ce l’hanno già. Questa misura permetterebbe di combattere l’irregolarità e diminuirebbe i finti richiedenti asilo, un fenomeno che abbiamo creato noi.»

Poi?

«Politiche di integrazione vere: formazione professionale, conoscenza linguistica e culturale, in accordo con datori di lavoro e associazionismo. Si lamentano che non c’è formazione, ma nessuno la fa. Infine, serve puntare sui processi di contatto e rapporto già esistenti: la scuola e i matrimoni misti sono luoghi molto interessanti che mostrano nella pratica che la gente può convivere. Ricordo che un terzo dei bambini che frequentano gli oratori milanesi sono musulmani.»

Bisognerebbe anche allargare le maglie della cittadinanza per chi è in Italia da tempo?

«Certo che sì. Se un ragazzo immigrato che parla italiano con accento dialettale si sente dire che non è uguale non favoriamo la sua integrazione. C’è da stupirsi che non siano più arrabbiati. In passato, i governi di centrosinistra hanno perso un’occasione storica. In politica si vince in attacco: loro hanno avuto paura.»

L’anima perduta dell’Occidente

…………………………………………………………………

Occidente

1670481019-pota-1-142188di Stefano Allievi

Quando è successo, che l’Occidente ha smesso di essere quello che diceva e credeva di essere – l’avamposto della democrazia e dei diritti universali – generalizzando un regime di doppia verità, per cui ciò che vale per noi e al nostro interno (a cominciare dal rispetto del diritto alla vita e alla dignità della persona umana) non può e non deve valere per gli altri?

Dove è stato discusso e deciso, che tutto ciò che era un valore prima (solidarietà, apertura, libertà anche per gli altri e non solo per noi, umanità) oggi sia considerato una debolezza e un disvalore?

Come è successo, che abbiamo perso l’anima?

Ecco, non sappiamo quando, dove e come è successo, ma molti di noi, sempre più spesso, hanno netta la sensazione che sia successo.

Eravamo visti come la meta da raggiungere: e fisicamente, visto che continuiamo a essere più ricchi e sviluppati di altri, lo siamo ancora. Ma in passato dettavamo anche gli standard valoriali, o avevamo la presunzione di farlo. Oggi, da questo punto di vista, siamo sempre più lontani dal resto del mondo: un po’ perché gli altri non sono più sicuri che valga la pena essere come noi, e un po’ perché siamo noi ad allontanarci da noi stessi e a respingere gli altri.

Lo si vede bene sulle grandi questioni della geopolitica: dove sempre più spesso, anche all’assemblea generale delle Nazioni Unite, quasi tutto il resto del mondo (Africa, Asia, America Latina) vota in maniera diversa da noi (è la piccola Europa, con gli Stati Uniti, a essere isolata), e preferisce votare con Russia e Cina, pur non amandone il modello di sviluppo e non abbracciandone i valori.

95Siamo apertamente dileggiati per la nostra incoerenza, e non di rado disprezzati dal resto del mondo, isolati nella nostra antica e coloniale presunzione di centralità. Il nostro plateale doppio standard nei confronti di Israele ne è l’immagine più forte: basta immaginare una banale inversione di ruoli (con i palestinesi che fanno agli israeliani il dieci per cento di quanto gli israeliani hanno fatto ai palestinesi, e non da oggi), per cogliere la nostra evidente contraddizione – quanto ci saremmo indignati, e quanto prima avremmo agito, a parti invertite! Ma anche rispetto all’Ucraina, in fondo, ci preoccupiamo di più di programmare la sua futura ricostruzione, dopo tutto nel nostro interesse, che di evitare che venga distrutta.

Ma vale anche per le nostre questioni interne. Come lo sdoganamento di linguaggi civilmente e persino giuridicamente offensivi e apertamente ostili (anche qui: basta immaginarli a parti invertite), che ci erano almeno istituzionalmente estranei, a proposito di diversi, immigrati, musulmani, gay, transgender, o quale che sia il nemico di turno. E non si tratta solo degli Stati Uniti. Loro stanno tracciando la strada. Ma l’abbiamo imboccata, in parte, anche noi: non foss’altro perché assistiamo a questa mutazione senza stigmatizzarla, in pavido e complice silenzio.

Quando è successo che il nostro storico alleato si è trasformato, da faro e avamposto della nostra (e sottolineo: nostra) comune civiltà, a luogo da non frequentare e esempio da non seguire? Quando ha smesso di essere il fratello maggiore da imitare, quello avanti di vent’anni su quello che sarebbe stato anche il nostro futuro, per diventare il cugino imbarazzante da evitare, salvo giusto nelle ricorrenze familiari che ci obbligano a incontrarci, ma di cui tolleriamo e sostanzialmente appoggiamo le mattane, perché è grande e grosso e potrebbe farci del male?

tramonto-occidente-notteCome è stato possibile che la terra delle libertà e delle opportunità, da cui avevamo creduto di imparare la democrazia, e che la nostra libertà l’hanno difesa e ce l’hanno restituita pagando un pesante tributo di sangue, diventasse un luogo di un conformismo e di un servilismo istituzionale imbarazzante? Dove scene di individui armati, col viso nascosto dai passamontagna, che oltre e contro ogni regola innescano raid contro innocenti messi in carcere o deportati senza processo, diventassero immagini quotidiane e familiari nelle città, in fondo accettate nell’indifferenza dei più? Quando esattamente è diventato normale diminuire platealmente le tasse ai ricchi per aumentarle ai poveri? E, del resto, anche noi, quando esattamente abbiamo discusso e deciso di spendere il 5% del nostro prodotto interno lordo in armi (o almeno di dire che lo faremo), quando spendiamo il 4% in educazione e istruzione?

Non sappiamo dove è stato discusso. Sappiamo che tutto questo qualcuno l’ha deciso, e molti lo mettono in pratica. E ne pagheremo il prezzo, tutti noi. Con un progressivo e imprevedibile isolamento internazionale (certo: tanto continuiamo a essere i più ricchi – ma le cose, gli equilibri, stanno cambiando anche da questo punto di vista, e più rapidamente di quel che crediamo). Con una drammatica caduta reputazionale, di cui ancora non ci rendiamo conto. E con il disprezzo delle nostre stesse generazioni più giovani, quelle dei nostri figli e nipoti, che ci giudicheranno (hanno già cominciato a farlo) per quello che hanno visto, o meglio non hanno visto da parte nostra, dalla lotta (quasi abbandonata) contro il climate change al nostro continuo voltarci dall’altra parte a Gaza (e in Cisgiordania, peraltro, dove non ci sono nemmeno gli alibi che si pretendono validi altrove). 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
__________________________________________________________________________________
Stefano Allievi, professore di Sociologia e direttore del Master in Religions, Politics and Global Society presso l’Università di Padova, si occupa di migrazioni in Europa e analisi del cambiamento culturale e del pluralismo religioso, con particolare attenzione alla presenza islamica. Tra i suoi libri Torneremo a percorrere le strade del mondo. Breve saggio sull’umanità in movimento (UTET 2021) e Il sesto continente. Le migrazioni tra natura e società, biodiversità e pluralismo culturale (con G. Bernardi e P. Vineis, Aboca Edizioni 2023). Per Laterza è autore di: Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione (con G. Dalla Zuanna, 2016); Immigrazione. Cambiare tutto (2018); 5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare) (2018); La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ha futuro (2020); Governare le migrazioni. Si deve, si può (2023), Diversità e convivenza. Le conseguenze culturali delle migrazioni (2025).

Maschilità malata: il gruppo Facebook “Mia moglie”

La storia del gruppo Facebook “Mia moglie”, in cui oltre trentamila uomini, tra cui molti veneti, commentavano reciprocamente le foto, spesso rubate (fatte di nascosto e diffuse senza consenso), di mogli, fidanzate e altre parenti, può darci qualche spunto di riflessione.

Sgombriamo il campo dal moralismo facile, dal prurito dello scandalo, dalla sindrome da ditino alzato, dall’afflato censorio un tanto al chilo. I social network si prestano a potenziare questa sgradevole propensione al bigottismo (esiste anche un bigottismo progressista), anche e soprattutto quando chi attacca si sente dalla parte dei buoni. Ma, come ricordava François de La Rochefoucauld in un’epoca libertina e moralista insieme (come forse è la nostra), “l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù”. Molte delle frasi e dei giudizi estetici (chiamiamoli educatamente così) espressi in quel gruppo, ora chiuso, sono stomachevoli, ma non troppo diversi (o la diversità è per così dire di grado, ma non di qualità: si colloca su un continuum, non da un’altra parte) da quello che si dice ordinariamente nei gruppi amicali, al tavolino di un bar davanti a uno spritz, o può capitare di ascoltare in una scuola durante l’intervallo, in un luogo di lavoro, o negli spogliatoi di una palestra – peraltro, non solo in quelli maschili, anche se in questi con enfasi certamente maggiore. Sono dunque il contenuto quotidiano di una cultura diffusa, che passa dai testi delle canzoni per arrivare al consumo compulsivo di pornografia. Questo lo giustifica? No, ma lo contestualizza. E mostra che il male non è solo lì dove lo si sta giudicando (sarebbe facile: troppo facile), ma da qualche parte molto più nel profondo.

Certo, i leoni da tastiera maschi e voyeuristi di quello e di altri gruppi non sono rappresentativi della maschilità come categoria. E quindi sono più facili da additare come reprobi. Ma la differenza è solo che lì, sui social, i messaggi sono scritti, e restano in memoria: mentre i commenti detti, come noto, si perdono nel vento – verba volant. Ma non troppo: qualcosa resta, e si accumula, si sedimenta, si solidifica, e costruisce. Costruisce cosa? Il tema non è tanto il tenore dei commenti. Ma l’istinto proprietario che mostrano: e che si manifesta innanzitutto con l’idea praticata (che peraltro è un reato) che l’immagine di lei, chiunque sia, è mia, me ne approprio senza chiedere il permesso, la rendo oggetto da commentare o peggio su cui sbavare, cosa e non persona, e quindi senza nemmeno il diritto al consenso. È solo un esempio, un primo livello, di quella maschilità che abbiamo imparato a chiamare tossica, e con molte ragioni: perché inquina la persona ma anche l’ambiente, e fa pagare il prezzo del proprio esistere a vittime innocenti. All’altro sesso in primo luogo, certo: umiliato in quanto spersonalizzato e cosificato. Ma anche a un ambiente culturale e sociale, largamente interclassista e variabilmente istruito, di cui contribuisce a creare le premesse e i fondamenti: e di cui finiscono per essere vittima anche i maschi che lo riproducono e lo fanno proprio. Che invece di essere capaci di godere di una emotività e di una sessualità liberate e soddisfacenti, liberano solo il peggio di sé, mostrando la povertà del proprio immaginario, più pornografico che erotico, e anche la standardizzazione quasi burocratica del proprio linguaggio, che dell’immaginario è la voce e lo specchio. Mostrando così una drammatica incapacità di vivere il sesso, e lo sguardo su di esso, senza pruderie e senza la pulizia della semplicità dello sguardo, anche di quello onestamente curioso. Tutto diventa oggettivazione e possesso, a cominciare dal nome del gruppo: “Mia moglie”.

Una considerazione aggiuntiva. Gran parte dei membri (e, sì, possiamo pure giocare con l’ambiguità del termine: questo sono e con questo ragionano) del gruppo sono regolarmente sposati e spesso padri di famiglia. E questo getta una luce rivelatrice su quello che è davvero – spesso (lo ricordiamo, non sono rappresentativi, ma un sintomo su cui riflettere) – la coppia coniugale eterosessuale monogamica e la famiglia nucleare. Non quel paradiso ideale, da presidiare a colpi di normative bigotte e escludenti nei confronti di altre forme di orientamento di genere e modelli di convivenza, che qualche difensore della famiglia tradizionale racconta. Più che un modello educativo da riprodurre e riproporre tale e quale, un modello a sua volta da educare, e da mettere in questione.

 

Quei ‘poveri’ uomini, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 agosto 2025, editoriale, pp. 1-5