Il talk show come metafora (preoccupante) della democrazia

Viviamo in una democrazia senza dibattito. E questo mina la democrazia alla radice. Ma come, direte: dalle tv ai social non si fa altro che parlare, parlare, parlare. Appunto: e il problema sta qui. Che si parla: ma non si ascolta mai. Non si discute, non si dibatte, non si dialoga, nemmeno si comunica, e raramente si informa: si dice, si esclama, si urla. Non si approfondisce: si attacca e ci si difende. E quindi non si scava: si resta in superficie.

Ripetiamo sempre che l’origine dell’idea occidentale di democrazia è nell’agorà greca. Vero, anche se la nostra immagine è abbastanza idealizzata. Era una democrazia imperfetta: mancavano le donne, intere categorie sociali non erano rappresentate. Ma lì si affrontavano dibattiti, si decidevano alleanze e guerre, si eleggevano o ostracizzavano persone. Si discuteva, insomma. Si opponevano argomentazioni: tanto che si sono inventate tecniche di persuasione e retoriche, poi transitate nel mondo romano. Non è quello che accade negli odierni parlamenti: dove si parla, sì, ma non per convincere altri delle proprie buone ragioni, visto che non c’è nessuno da convincere, dato che tutti votano seguendo ordini di scuderia pervenuti dall’alto, e mai in dissenso con il proprio gruppo (ed è per questo che si fa carriera, tanto in politica quanto, spesso, nel giornalismo). Ci si schiera, che è altra cosa: sono schieramenti, appunto, non parlamenti. Aprioristici come il tifo calcistico: e non a caso typhos (febbre, offuscamento) è il nome di una malattia, che porta a stati di esaltazione e sovraeccitazione – tutto il contrario del pensiero e della decisione meditata. Una malattia terminale, letteralmente, per le democrazie: porta al loro termine, alla loro morte.

È un meccanismo esemplificato benissimo dai talk show. L’importante è parlare. Talvolta solo esserci. Un meccanismo che colpisce e inquina la democrazia in quanto tale, con effetti devastanti. Ed è falso dire che questi programmi si limitano a rispecchiare la realtà. Non si limitano a dare voce ai mostri presenti nella società: li creano, danno loro visibilità e potere, gli fanno da megafono. Rinunciando al ruolo informativo che sarebbe il loro. A questo aggiungiamo alcuni elementi specifici. Sono un luogo in cui i giornalisti si invitano tra di loro (e questo è molto specificamente italiano). E li si invita precisamente perché si sa già come sono schierati. Sono lì per rappresentare una posizione nello schieramento, non un contenuto informativo. Per cui si diventa opinionisti di mestiere: su tutto, non su qualcosa di cui si sa qualcosa. Gli altri invitati, i politici, peggio che peggio, visto che di professione manifestano opinioni, non contenuti. Altri (esperti, per esempio) sono quasi assenti: o sono preventivamente schierati e quindi sono esperti di una certa parte politica, che è una contraddizione in termini. In più ci si schiaccia sulle estreme, perché in questo gioco emerge chi urla più forte: ci si parla sopra, e si vince a colpi di interruzioni, privilegiando il litigio alla spiegazione (scegliendo gli ospiti proprio con questo criterio, e costruendo le clip successive, che serviranno a alimentare il dibattito sui social, su questi momenti). In una cacofonia, anche effetto del saltabeccare da un argomento all’altro, che finisce per produrre la disaffezione dei non schierati. C’è un ulteriore parallelo tra talk show e democrazia: calano i telespettatori come calano gli elettori, e in entrambi i casi restano i più anziani. Forse per lo stesso motivo.

 

Il sonno del dibattito genera mostri, in “ItalyPost”, 3 marzo 2026, editoriale, pp. 1-29

Il Vannacci che è in noi e il futuro della destra

Il generale ha finalmente il suo esercito: piccolo, per ora anche un po’ abborracciato, ma con buone possibilità, nel tempo, di crescere. Forse è il sogno di ogni generale: comandare le truppe, ma non dover più obbedire alla politica, ovvero decidere lui per cosa combattere (o contro chi: che apparentemente gli viene meglio), non solo come farlo. Stare nell’ombra, del resto, non è nelle sue corde, come abbiamo visto nella sua rapida avventura politica.  Nata dalla pubblicazione autoprodotta di un libro fortunato e redditizio, che l’ha portato rapidamente nella società dello spettacolo (incontri, presentazioni e talk show, che sono una forma di intrattenimento, non di approfondimento), e da lì al salto in politica, che ormai si differenzia dallo spettacolo in maniera minimale. Aiutato, anche in questo caso, da circostanze fortunate: che sono altrettanti errori altrui.

Il primo errore porta il nome di Matteo Salvini. Nato nella Lega autonomista e federalista di Umberto Bossi, da giovane persino leader dei comunisti padani, le ha imposto una svolta sovranista, nazionalista, xenofoba, in perenne inseguimento delle destre più radicali: un vestito non compatibile con l’idea originaria di “sindacato del Nord” produttivo, ma particolarmente adatto alle idee di Vannacci, ancora più radicali in materia. Salvini ha fatto del volto e della divisa del generale un candidato alle europee da mezzo milione di voti, nominandolo persino vicesegretario del partito (forse la scelta più incomprensibile, dato che il generale continuava a tenere i piedi in due scarpe, dove la seconda era il movimento che apertamente cercava di costruire e solidificare). Il secondo errore è tuttavia dell’intera classe dirigente della Lega, inclusi coloro che oggi festeggiano la sua uscita, ma non hanno contestato il suo arrivo al vertice – ci sono stati sussurri di posizionamento, ma non voci autorevoli e pubbliche di dissenso. E la Lega ne pagherà un prezzo in termini di voti: probabilmente più alto di quello che oggi si prevede.

Non è la scissione dell’atomo, in cui la sinistra ha un’expertise storica ineguagliabile, e il centro una altrettanto solida tradizione. Il generale ha in parte creato e in parte assai maggiore intercettato uno spazio politico che esiste e è in crescita in tutta Europa, su cui concorrono anche altri. Lo scenario che possiamo immaginare è quindi quello di un continuum politico in cui Meloni sarà sistematicamente scavalcata a destra da Salvini (già accade, ma accadrà più spesso), che sarà a sua volta scavalcato a destra da Vannacci, che da questo gioco ha tutto da guadagnare, in visibilità e collocamento. Una spirale che potrebbe portare a una radicalizzazione di tutto il centro-destra, almeno su alcuni temi, a meno che la Lega riconquisti la sua posizione storica di partito del Nord, federalista, anticentralista e bossianamente antifascista come era all’origine, e quindi finisca per fare, con i suoi alleati di centrodestra più moderati, una sorta di argine, di blocco, quasi di arco costituzionale che escluda, finché si può, la creatura politica di Vannacci.

Non sarà facile, perché il generale incarna meglio di altri vizi italiani atavici, incrociati con tendenze politiche emergenti. Tra le ultime: l’identitarismo bisognoso di un capro espiatorio (come sempre, scelto tra soggetti deboli o simbolici – immigrati, musulmani, neri, gay, trans, il woke e il gender – mai tra i poteri forti). Tra i primi: il rodomontismo di chi le spara grosse, lanciando il sasso ma nascondendo sistematicamente la mano (per dire, ridimensionando le allusioni a una Paola Egonu non etnicamente italiana trincerandosi dietro alla media statistica: una posizione singolarmente poco coraggiosa, per un uomo d’armi), che si accoppia con il vittimismo di chi lamenta di essere stato male interpretato. È sintomatico che la sua sirena richiami anche improbabili personaggi da commedia dell’arte, che (da Borghezio a Soumahoro, da Adinolfi a Rizzo) sono stati capaci di andare ovunque, venendo da dovunque, un po’ alla qualunque, uniti solo dalla ricerca di una casa e una cassa di risonanza. Altri tuttavia verranno: più solidi, determinati e forse credibili. Perché questa è una politica fatta sui sentimenti, non sulle proposte, e proprio per questo funzionerà. Non si tratta di attuare un progetto, ma di annusare l’aria che tira e limitarsi a cavalcarla, secondo un immortale principio: “je suis leur chef, il faut que je les suive”. In fondo votare Vannacci e progetti inattuabili e immorali come la remigrazione (che, secondo il suo ideologo, Martin Sellner, non è rivolta solo a chi commette reati, ma anche ai cittadini di seconda o terza generazione considerati “non assimilati” rispetto a presunti standard identitari) significa lasciare libero di esprimersi il Vannacci che è in tutti noi. Quello che le spara grosse, il middle man che cerca soluzioni semplici a problemi complessi, l’individualista che si fa i fatti suoi. Come sull’Ucraina, su cui i vannacciani hanno fatto la loro prima uscita parlamentare chiedendo di non mandare più armi. Non chiamatelo pacifismo, che è altra cosa (del resto sarebbe paradossale, da parte di un generale, seppure in aspettativa): è fuga dall’impegno e dalla responsabilità – tengo famiglia, e non voglio spendere un centesimo per la libertà altrui. E infatti, pur cambiando partito, ci si tiene la poltrona: del resto, così fan tutti.

Il Vannacci che è in tutti noi, in “ItalyPost”, 12 febbraio 2026, editoriale, pp. 1-28

Chi ha paura del cimitero islamico? Lettera aperta al mio sindaco

Gentile signor Sindaco (di Cadoneghe), le scrivo da cittadino del suo comune, e da persona che si occupa professionalmente dei problemi di cui qui si parla. Non per le decisioni da lei assunte a proposito del cimitero islamico, in sé legittime, ma per le motivazioni adottate, peraltro diffuse. Lei dice di non poter assegnare un camposanto privato a un’associazione islamica, per rispetto della normativa. In realtà in Italia ce ne sono molte decine, di varie confessioni: dai più antichi (ebraici, protestanti, e pure musulmani, come l’antico cimitero turco di Trieste) ai più recenti, legati all’immigrazione islamica di questi decenni (tra i primi quello di Milano) o recentissimi, nati nel periodo del Covid. Naturalmente, le forme di regolamentazione e di accordo con il comune possono essere le più diverse, inclusa la concessione di aree specifiche nei cimiteri comunali. Nessuna di queste è ovviamente in violazione della legge: tutti gli accordi, firmati da suoi colleghi, sono nel rispetto della normativa.

La possibilità di seppellire i propri morti, possibilmente secondo i propri costumi, è un atto universale di umana pietas: gli antichi dichiaravano delle tregue per permettere persino ai loro nemici di farlo. Impedirlo ai musulmani, e solo a loro, suona increscioso, visto che vanno a scuola con i nostri figli, e lavorano con e per noi: nelle nostre fabbriche, nei nostri servizi anche pubblici, e nelle nostre abitazioni, dove si prendono cura di casa, figli, anziani. In fondo, la loro richiesta di essere sepolti qui, anziché rimandare le salme al paese d’origine, è una forma di integrazione post mortem: che tiene conto del fatto che i loro parenti sono qui, non là. E vivendo qui, muoiono, inevitabilmente, qui.

In maniera interessante, lei evoca il principio di laicità, e il trattare tutti allo stesso modo: forse dovremmo chiedere che fosse così per tutti, in tutta Italia, con normativa obbligatoria e vincolante. Quello che non dovrebbe accadere è che i principi si applichino in maniera selettiva solo a alcuni. La possibilità di avere aree cimiteriali specifiche esiste. Se l’esercizio di un diritto, o la sua impossibilità, vale per tutti, è universale: se vale solo per alcuni e in alcuni luoghi si chiama privilegio, in positivo, o discriminazione, in negativo.

L’articolo 8 della Costituzione temo non c’entri niente. Vincola le comunità religiose al rispetto delle leggi: ed è precisamente quello che stanno chiedendo di fare. Ma vincola anche lo Stato e le sue amministrazioni a trattarle tutte equamente: ed è questo, semmai, che spesso non accade. Lei dice che l’islam non ha un’Intesa con lo Stato, ed è vero. Con altri accademici ho fatto parte del Consiglio per l’Islam Italiano, un organo consultivo di esperti presso il Ministero dell’Interno, dai tempi di Alfano, che ci aveva nominati, a quelli di Piantedosi, in cui ci siamo dimessi collettivamente perché il Ministero non era più interessato ad avvalersi delle nostre consulenze, gratuite e spesso a nostre spese. Posso assicurarle, insieme ai miei colleghi giuristi, che se l’islam non ha un’intesa è per volontà dello Stato, non dei musulmani, che la firmerebbero domani, anche solo per ragioni simboliche: vorrebbe dire che sono finalmente accettati alla pari di tutti gli altri. Ma è precisamente ciò a cui il governo e i partiti che lo esprimono (tra cui il suo, signor Sindaco) sono fieramente contrari. Per cui se vuole un’Intesa, ha ragione: non ha che da porre il problema ai suoi colleghi di partito.

Infine, lei dice che la shari’a contrasta con la legge italiana. Immagino che la conosca bene. La shari’a è semplicemente l’insieme delle norme religiose islamiche, diverse da paese a paese, per periodo storico e interpretazione. E non si applica in Italia. Anche alcune norme del diritto canonico contrastano con il diritto italiano: che, tuttavia, prevale, come giusto. Vale anche per alcuni principi religiosi ebraici o hindu, per dire. L’importante è che tutti rispettino le leggi dello Stato. E se non lo fanno, siano puniti. Che è quello che succede ordinariamente.

Un’ultima cosa le chiedo, rispettosamente. Respingendo legittimamente la domanda, si è posto il problema di come aiutare la comunità islamica a trovare una soluzione alternativa? I morti esistono, e da qualche parte vanno messi. Altrimenti si finisce come con le sale di preghiera: se ne impedisce la costruzione, che pure dipende dai sindaci, e poi si accusano i musulmani di farle abusivamente, il che peraltro non è esatto, né riguarda solo loro. Forse – non nel suo caso – c’entra anche il fatto che si tratta di stranieri, che in maggioranza non votano, e sono poco amati: quindi sono un facile capro espiatorio. Ma esistono anche molti musulmani cittadini: perché hanno acquisito la cittadinanza o l’hanno dalla nascita, come le seconde generazioni e i convertiti italiani.

Mi consenta una considerazione finale, che non riguarda certo lei, ma alcuni tra coloro che sostengono le sue posizioni. Leggendo i loro commenti, è facile notare che molte frasi, se sostituissimo la parola musulmani con la parola ebrei, le considereremmo irricevibili. Se lo pensa anche lei, lo dica. Una sua parola avrebbe un grande valore aggiunto.

Sarò lieto, se lo vorrà, di fare con lei, su questi temi, un confronto, privato o pubblico. Costruttivo, rispettoso e senza pregiudizi. Con il rispetto che le devo per il suo difficile ruolo. E come cittadino del territorio che governa.

Con stima

Stefano Allievi

 

Caro signor sindaco. Perché dire sì al cimitero islamico, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 4 febbraio 2026, editoriale, pp. 1-7

Click day: come non si fa una politica delle migrazioni

Di click day in click day (solo in febbraio ce ne saranno tre: uno per il settore del turismo, uno per lavoratori non stagionali, e uno per colf e badanti, mentre in gennaio se ne è svolto uno per l’agricoltura), il numero di assunzioni potenziali di immigrati dall’estero si avvicina progressivamente a quello delle richieste del mondo del lavoro e delle associazioni datoriali. Sono 194mila le domande precaricate per quest’anno sul sito del ministero dell’Interno, a fronte di 164mila posti allocati dal decreto flussi. Un bagno di realismo, dal punto di vista dei numeri. E uno di surrealismo, quanto alle modalità.

Si può sorridere sul nome stesso: poco linguisticamente sovranista, anche se si tratta di prassi ereditata da governi precedenti. Ma viene da piangere, invece, pensando a cosa significa: la assoluta mancanza di una politica dell’immigrazione seria e di lungo periodo. Cominciamo dal metodo. Nessuno di noi e nessuno dei nostri figli ha mai trovato lavoro nella maniera in cui si pretende, o si finge di pretendere, che lo trovino gli immigrati: con la richiesta di un datore di lavoro di un altro continente, che per motivi misteriosi, non conoscendoci, dovrebbe desiderare di assumere proprio noi. Il fatto che si accetti di ricorrere a questo metodo, o lo si subisca, dà la misura della disperazione dei datori di lavoro, così affamati di manodopera da continuare a perdere tempo e fatica dietro una modalità assurda di assunzione. Non si tratta di migliorare il meccanismo, che peraltro è pieno di incongruenze e si presta persino ad un uso criminale: si tratta di cambiare impostazione e logica, e quindi di abolirlo.

Il fatto che – chissà perché, dato che le aziende stanno al nord – il grosso delle domande fino ad ora sia venuto da alcune province della Campania già dovrebbe dirci qualcosa su chi gestisce questo traffico. Il fatto che moltissime domande non arrivino poi a concretizzarsi in un permesso di soggiorno dovrebbe dirci altro sulla farraginosità del meccanismo e sui suoi effetti perversi, tra i quali c’è quello di produrre irregolarità, anziché diminuirla, per via istituzionale: grazie alle norme e non nonostante esse, il che accentua il paradosso. Ma il punto vero è che bisognerebbe assumere diversamente. Intanto, regolarizzando chi già è qui. Un po’ è stato usato in passato il click day a questo scopo, all’italiana, fingendo di assumere dall’estero, ed è comunque l’unico lato positivo. Ma occorre molto di più. In Spagna, paese con una situazione e un fabbisogno relativamente simile al nostro, si è tenuta aperta per anni una specie di sanatoria ad personam, per cui, senza troppe fanfare, un immigrato che avesse un datore di lavoro disposto ad assumerlo (spesso, per il quale lavorava già in nero) poteva di fatto regolarizzare la propria posizione: in Italia è quasi del tutto impossibile anche per i richiedenti asilo già qui e ospitati per mesi nelle nostre strutture, proprio a causa delle normative e delle prassi sempre più restrittive – e anche in questo caso, producendo per via amministrativa l’irregolarità che a parole si denuncia. Eppure proprio in questi giorni la Spagna ha deciso per decreto la regolarizzazione, in due mesi, stando alle stime, di circa mezzo milione di persone, più o meno quanti sono gli irregolari in Italia: in un paese che, in percentuale, ne ha più di noi, e la cui economia – sorpresa! –, forse anche per questo motivo, cresce più della nostra.

Da noi, tuttavia, la parola regolarizzazione non si può e non si vuole dire per motivi ideologici: perché chi ora governa è arrivato al potere anche grazie all’abbondante propaganda antiimmigrati sparsa a piene mani quando era all’opposizione.

Si continueranno quindi a fare click day, anche se servirebbe altro: l’apertura di veri canali regolari di ingresso. Che finora, checché ne dicano anche esponenti politici che non conoscono nemmeno l’abc della legislazione in materia, sostanzialmente non esistono. Bisognerebbe aprirli, attraverso accordi bilaterali che mettano questo tema al primo punto, e solo dopo, come conseguenza, i rimpatri. E non accade. In realtà basterebbe dare dei permessi biennali di soggiorno per ricerca di lavoro: quello che facciamo noi, se vogliamo lavorare. Volendo, si potrebbero pure aggiungere altre condizioni. Magari il pagamento del biglietto aereo di ritorno, messo nelle mani dello Stato, in caso di comportamento scorretto. Volendo, persino chiedere il pagamento anticipato di due anni di iscrizione al servizio sanitario nazionale. Gli immigrati spenderebbero comunque meno, e ci metterebbero meno, arrivando vivi e in buona salute, rispetto all’affrontare la traversata del Mediterraneo. E noi sapremmo chi sono, dove sono e cosa fanno. Ma è troppo ovvio, troppo poco ideologico. Non aiuta a acquisire consenso. Specie se lo si è ottenuto chiedendo blocchi navali e oggi remigrazioni. E quindi non accadrà.

 

Click day, l’alibi di una non politica, in ItalyPost, 2 febbraio 2026, editoriale, pp. 1-7

Immigrazione: quello che non sappiamo, perché non lo capiamo

Degli immigrati si sa poco. Molto meno di quello che crediamo. Perché si sa già tutto: o si crede di saperlo. Prevale il pregiudizio (qui inteso in senso tecnico: il giudizio dato prima di aver avuto una esperienza diretta) sul giudizio, l’opinione sul fatto, il bisogno di schierarsi sull’analisi. E questo ci condanna all’incomprensione. Non capiremo mai, se il problema è ragionare su una categoria dello spirito anziché su un fatto sociale, soddisfare il nostro bisogno di collocazione partitica, o esprimere il proprio tifo per l’una o l’altra squadra identitaria. È vero per tutto: ma sull’immigrazione – e sulle culture che gli immigrati esprimono – è più vero che mai. L’immigrato di carta, quello che ritroviamo sulle pagine dei giornali e nei discorsi della politica, quasi mai corrisponde all’immigrato di carne: quello che vive, mangia, prega, ama, studia, lavora, si sposa, cresce figli, nel caso commette reati, ha aspettative e progetti. Apparentemente, abbiamo già le risposte: e allora perché farsi fastidiose domande? Soprattutto, perché farle ai diretti interessati? Non a caso il discorso sull’immigrazione è essenzialmente un discorso tra italiani a proposito degli immigrati, che solo di rado sono degli interlocutori: anche perché, non essendo in maggioranza cittadini, non votano, e quindi parlare di loro è per così dire a costo zero per chi lo fa.

Per lo più sono un oggetto, non un soggetto del discorso: malleabile e manipolabile secondo il proprio interesse. Ecco perché non hanno torto le biblioteche del Nord Europa che hanno inventato, insieme al prestito dei libri, il prestito di persone, appartenenti a culture (o semplicemente con esperienze) diverse da quelle maggioritarie e mainstream: che raccontano le storie e le vite di cui sono espressione. In effetti, alle volte basterebbe avere un contatto personale, un rapporto diretto, parlare e soprattutto – esercizio più complicato – ascoltare. Al limite anche per confermarli, i nostri pregiudizi, con qualche fondatezza in più. Spesso per rimetterli in discussione. Come accade nelle coppie, nelle famiglie, nelle amicizie, nelle situazioni (scuola, lavoro, sport, socialità e cultura) ‘miste’, a più vario titolo: per religione, nazionalità, colore della pelle, lingua, orientamento sessuale e identità di genere, o anche solo punto di vista. Pure, anche queste (e la cosa dovrebbe interrogarci) in aumento.

L’altro esercizio che dovremmo fare è invece l’opposto: osservare da più lontano, per cercare di comprendere il fenomeno nel suo complesso – che spesso, da troppo vicino, ci sfugge. Astrarci, da un lato – immedesimarci, dall’altro. Per dire: non si capisce una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo se si guarda una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo. Per capire di cosa si tratta veramente, bisogna guardare al contempo più da lontano e ancora più vicino: guardare cosa succede in Africa e in Europa, a Lagos o a Bruxelles (dal punto di vista demografico, economico, sociale, politico e geopolitico, ambientale…). Ma bisogna anche saper entrare nella testa, nel corpo e nei sogni di qualcuno di quei migranti, e nella vita di chi si ritroverà ad avere a che fare con loro. E poi, complessificare il fenomeno. Molti di quelli che chiamiamo migranti, una barca sul Mediterraneo non l’hanno nemmeno mai vista: sono arrivati in altro modo, da altri luoghi, o sono addirittura nati qui. Solo facendo questo duplice esercizio potremo sperare di capire qualcosa, almeno qualcosa, di quel fenomeno che chiamiamo migrazioni, spesso aggiungendovi una caratterizzazione enfatica: emergenza, dramma o quant’altro – e pensando sempre solo a quelle in entrata, quasi mai a quelle in uscita, che stanno diventando quasi altrettanto rilevanti, o a quelle interne, mai scomparse. Non si capiscono inoltre le migrazioni se non le intrecciamo ad altre forme di mobilità: delle informazioni, del denaro, delle merci, e il nostro stesso essere una specie nomade e intrinsecamente mobile. Infine, non si capiscono le migrazioni, in ingresso e in uscita, nemmeno se non le colleghiamo ad altri fenomeni, a cominciare dalla demografia (siamo all’interno di un calo demografico devastante, che ci porta ad essere il paese più vecchio d’Europa, attualmente con un rapporto tra attivi e inattivi che è di 3 a 2, ma che diventerà intorno al 2040 di 1 a 1, con una perdita annua media di popolazione che è di quasi duecentocinquantamila persone), per continuare con le trasformazioni nel mercato del lavoro, il livello di istruzione, l’ambiente, il quadro geopolitico e altro ancora. È dalle interconnessioni tra questi fenomeni, infatti, più che dall’approfondimento di ciascuno di essi, che possiamo sperare di capire qualcosa di quanto sta succedendo intorno a noi. Ed è per questo che queste interconnessioni vanno capite: cosa che si fa assai poco. Anche perché hanno conseguenze culturali e sociali di lungo periodo (che ho provato a affrontare nel mio ultimo libro, Diversità e convivenza. Le conseguenze culturali delle migrazioni, uscito per Laterza), interessanti e problematiche a un tempo. A seguito anche di esse (non solo: accade all’interno di un processo di complessificazione e polarizzazione della società già in atto) non viviamo più in società omogenee, unificate da una cultura comune. Siamo società plurali. E lo saremo sempre di più. E questo cambiamento non è di poco conto.

È il motivo per cui è necessario cominciare a prendere l’argomento delle migrazioni sul serio. Come fatto sociale che ci coinvolge tutti. E per affrontare il quale è sacrosanto che destre e sinistre propongano soluzioni diverse: ma a partire dalla constatazione che il fatto c’è e va affrontato. Che non può semplicemente essere negato. Sarebbe come negare, e quindi non governare, che so, i trasporti, la sanità o la pubblica istruzione. È per questo che meriterebbe, probabilmente, la costituzione di un Ministero ad hoc, o almeno di un’Agenzia, pensata come luogo di decantazione ideologica, e di proposta di linee guida scaturite da un’analisi seria e pragmatica dei problemi, non viziata da diretti interessi elettorali. Non ci si può più limitare a essere pro o contro. Bisogna dire, da entrambe le parti, che cosa si propone, quale tipo di società si ha in mente. Per fare cosa, e soprattutto con chi: con quali interlocutori. Sapendo che le scelte di oggi avranno conseguenze sulle generazioni future.

 

Il limite di essere solo pro o contro, in “L’Altravoce. Il Quotidiano Nazionale”, editoriale, pp. 1-4

La politica estera come politica interna. Una provinciale tradizione italiana

In Italia la politica estera non ha mai contato né interessato un granché. Tradizionalmente ce n’è poca nella stampa, ancora meno alla TV, e solo occasionalmente ha determinato grandi dibattiti. Soprattutto, raramente è considerata per la sua importanza in sé: il più delle volte, ciò che conta sono i suoi effetti di politica interna. È la posizione su cui ironizzava Henry Kissinger, quando sottolineava che i capi di governo italiani in visita negli Stati Uniti sembrava avessero raggiunto il loro scopo nel momento in cui scendevano dalla scaletta dell’aereo. Una photo opportunity, o poco più, tanto la politica estera e di difesa la facevano, per tutti, gli Usa e la Nato.

Ci sono state eccezioni a questa regola. La più importante e lungimirante è stata l’impegno nell’inserire fin dall’inizio l’Italia nel processo di costruzione della casa europea, con la firma dei Trattati di Roma. Impegno su cui c’è stata una continuità trasversale non scontata, che è proseguita con la decisione di aderire all’accordo di Schengen, a cui l’Italia non era stata inizialmente invitata, e di sostenere la creazione della moneta unica, l’euro. Purtroppo questa scelta di lungo periodo è stata più un’iniziativa – benemerita – di alcune elite, che una vera adesione della classe politica al progetto. Tanto che, maggioranze e opposizioni, hanno continuato a mandare in Europa, mediamente, esponenti politici che non si sapeva dove altro piazzare, ininteressati al loro ruolo, inconsapevoli della sua importanza, quasi sempre impazienti di rientrare. E, non solo a destra, si è fatta crescere, per motivi di consenso interno, una opinione pubblica populisticamente anti-europeista (anche se poi, per fortuna, si è pragmatici nel gestirla: anche chi fino a ieri voleva uscire dall’euro si guarda bene anche solo dal ricordarlo).

Oggi, dopo la globalizzazione, sappiamo che la politica estera conta sempre di più. Per il suo impatto sull’economia, la lotta al cambiamento climatico, le politiche energetiche, l’immigrazione, e per le minacce agli equilibri internazionali. E per questioni valoriali (difesa della libertà, della democrazia e di una ragionevole pace) oggi meno ovvie, o più a rischio, di ieri. Eppure se ne parla quasi solo per giustificare posizionamenti interni e per fare polemica spicciola. Lo mostra il tifo sulla Palestina e l’Ucraina. In cui gli uni accusano gli altri, con molte ragioni, di mobilitarsi solo per una causa e non per l’altra: quando basterebbe un po’ di buon senso e un minimo di coerenza per capire che avremmo molti buoni motivi per sostenere entrambe. Mentre di fronte a chi si impegna, in un caso o nell’altro, c’è sempre qualcuno che dice: “e allora il Sudan?”. Come se dirlo, dopo aver controllato su una carta geografica dove si trova e su wikipedia cosa succede, significasse aver fatto qualcosa. E si continua, senza mai fare nulla, con il “dove sono le femministe sull’Iran?” o “cosa dicono gli amici di Trump sul Venezuela o la Groenlandia?”. Si tifa, ci si schiera, si accusano gli altri (senza nemmeno controllare se le accuse hanno un qualche fondamento: le si dà per scontate) ma non si fa sostanzialmente nulla, e poco si osa dire. Pensiamo al silenzio assordante su quanto accade negli Stati Uniti. Ma anche a quanto avviene in altri scenari, come l’Africa. Dove una strategia a parole seria, come il Piano Mattei, resta più una retorica che un investimento (l’impegno economico è modesto), e chi lo sostiene pensa più al controllo dell’immigrazione da vendere al proprio elettorato che a una strategia diplomatica di largo respiro. Ancora una volta, politica interna.

La miopia sulla politica estera, in “ItalyPost”, 20 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-27

Paradossi dell’autonomismo. Il Trentino alla conquista del Veneto

Quante volte l’abbiamo sentito dire, in Veneto: “facciamo come il Trentino-Alto Adige”. Dimenticando che lo statuto speciale delle cinque regioni che ce l’hanno è sancito dall’articolo 116 della costituzione, non se lo sono autoattribuito. Poi, nei territori di confine tra l’una e l’altra regione, lo slogan si è trasformato, ed è diventato: “andiamo in Trentino”. A colpi di referendum locali: celebrati, e quasi sempre vinti, incluso a Cortina, il gioiello della corona, anche se l’obiettivo non è mai stato centrato. Come noto, solo il comune di Sappada ci è riuscito, nel 2017, lo stesso anno della celebrazione del referendum per l’autonomia in Veneto (e Lombardia), impiegandoci peraltro quasi un decennio: e finito in un’altra regione a statuto speciale, il Friuli. Certo, tutti sceglievano in autonomia e per l’autonomia: anche se la sensazione che hanno dato non era tanto quella di voler essere padroni a casa propria, quanto quella di scegliersi un padrone più ricco e forse più generoso. A parole, tutti per l’autonomia per nobili motivi. Nei fatti, spesso, per comprensibilissime ma meno altisonanti questioni di portafoglio. E infatti, come sempre, c’è tanta discussione sul “cosa” (passare a un’altra regione, avere più risorse): molto meno sul “per fare cosa”.

Ora a tornare alla carica sono alcuni esponenti dello storico partito dell’autonomismo (talvolta del separatismo) altoatesino, la SVP, e il governo della regione che più spesso (almeno per metà: la provincia di Bolzano) ha minacciato di andarsene altrove: in Austria. E la storia si ripete. In forme appena diverse. Con le medesime contraddizioni. In fondo, è una nemesi meritata e non tanto sorprendente. Nella regione, il Veneto, che più ha investito sulla retorica dell’autonomia, dove per decenni è bastato dirla, evocarla, per creare rendite politiche di lungo periodo nonostante gli scarsi successi concreti, dove si è sempre evocato, per l’appunto, il “cosa”, spiegando con molto meno approfondimento (e spesso con nessuna contezza), il “come”, “per fare cosa”, con quale preparazione e quale classe dirigente all’uopo formata, pezzi di Veneto, con la stessa logica, si attivano per raggiungerla, ma altrove, con l’appoggio di altri potenti. Che non hanno necessariamente a cuore il benessere di queste aree più di quanto ce l’abbiano i padroni da cui dipendono ora, ma offrono di più, e al limite si propongono con maggiore forza, anche se siamo ancora lontani da una applicazione in scala minore delle modalità trumpiane oggi di attualità sullo scacchiere geopolitico globale. Qui non è neanche un Risiko, quello a cui si sta giocando: semmai una specie di Monopoli, dove la posta in gioco è costruire un albergo in più in Parco della Vittoria, evitando il destino marginale di Vicolo Corto. Forse perché, anche in questo caso, c’è il desiderio dell’autonomia, ma si vede meno l’emergere di una cultura dell’autonomia, con radici profonde, visibile magari altrove, dalla Catalunya alla Scozia, fino – per stare all’attualità – alla Groenlandia. Qualcosa che dia sostanza a recriminazioni che in mancanza d’altro e più solido nutrimento rischiano di rimanere piccole faide di provincia. Fa eccezione, forse, la potenziale riunificazione delle popolazioni ladine. Che a questo punto, più conseguentemente, potrebbero chiedere, sulla base degli stessi presupposti, una propria autonomia, tanto dal Veneto quanto dal Trentino. Giocare con i confini è un gioco senza fine, dato che tutti, ma proprio tutti, sono artificiali, storicamente mobili, precari, in definitiva insensati. Tanto che la partita vera sarebbe costruire logiche che li superino, non che li riproducano in scala sempre più piccola.

Forse, se davvero volessimo pensare in grande, più che ragionare sullo spostamento qui o là, in una regione o nell’altra, dell’uno o dell’altro paese, dovremmo ripensare lo stesso istituto regionale, incluso il senso attuale delle regioni a statuto speciale, per come il loro sviluppo si è configurato (e non pensiamo solo ai vicini Trentino e Friuli: pensiamo a cosa è diventata l’autonomia regionale in Sicilia, come caso estremo, ma anche in Val d’Aosta, per non evocare solo un facile – nella retorica del Nord – bersaglio meridionale). Altrimenti resterà sempre il loro vantaggio competitivo, anche in termini di attrattività per i paesi al di là del loro confine. E, magari, ripensare il regionalismo nel contesto e in prospettiva europea, più che in quello italiano. Questa sì che sarebbe una richiesta seria, per una causa che varrebbe la pena dibattere e animatamente discutere, e su cui far confliggere proposte diverse di ripensamento. Ma, possiamo metterci la mano sul fuoco, non accadrà. Problema troppo vero, e serio. Meglio discutere di piccole cose, tenendo basso il profilo. Piccolo cabotaggio senza grandi ambizioni.

 

La caccia ai comuni di confine, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-4

Minori e cambio di genere: la vita e la legge

Nei giorni scorsi un tribunale, quello di La Spezia, ha accolto la richiesta di rettifica all’anagrafe del cambio di nome per una ragazzina di tredici anni, oggi legalmente maschio. E la cosa ha naturalmente portato con sé una scia di polemiche. Discussioni legittime, utili e opportune: perché è giusto che la società si interroghi su questi processi, e discuta, e dibatta, e si confronti, e confligga, anche in maniera accesa. Partendo da un dato non controvertibile: che la non identificazione tra il proprio sesso biologico e la propria identità di genere, nota oggi come disforia di genere, esiste, ed è riconosciuta come tale. Potremo non capirla, come tante altre cose che riguardano la psiche e il corpo umani, molto prima che la sessualità. Ma c’è, e dal mito greco dell’androgino in avanti è più antica di quello che crediamo: ha molti precedenti storici, e paralleli in altre culture. Non è, insomma, un’invenzione della modernità.

In Italia si calcola che il tema riguardi qualcosa come 400mila persone, forse di più. Tra queste ci sono anche parecchi minori. Perché, sì, spesso, anche se non necessariamente, la disforia si manifesta molto precocemente. Per una ricerca che sto svolgendo ho intervistato persone transgender, cioè che hanno assunto nella loro vita, o vorrebbero assumere, una identità di genere diversa da quella assegnata alla nascita di età variabile tra gli otto e i sessantacinque anni. Già il fatto che ci siano tante persone in età non più verde testimonia che non si tratta di un capriccio passeggero o una moda recente, come molti sostengono. Ma sia tra i più anziani che tra i più giovani, moltissimi testimoniano di un emergere molto precoce, talvolta già intorno ai tre anni, della loro identificazione di genere. E infatti tutti i centri – compreso, in Veneto, il Centro di riferimento regionale per l’incongruenza di genere e il cambio di sesso, assegnato nel 2023 dalla Regione all’ospedale di Padova – hanno in cura, o meglio accompagnano, molti pazienti minorenni. Che, se non seguiti, vivrebbero molte più sofferenze, problemi, sintomi di ansia e disturbi depressivi, con episodi di autolesionismo e tendenze suicidarie, di quelle che invece vivono se possono esplicitare la loro situazione in un contesto peraltro molto professionale e complesso, che include psicologi, neuropsichiatri, endocrinologi, bioeticisti, e supporto legale, oltre naturalmente alle famiglie: nessuna decisione è quindi presa alla leggera, né in fretta, né tanto meno, in solitaria, da un giudice. L’autorizzazione legale è la fine, o meglio una tappa, di un lungo processo, non certo il suo inizio.

Ecco allora che anche la discussione pubblica potrebbe prendere un’altra forma. Non lo scontro ideologico sulla base di valori presunti immodificabili, o peggio di posizionamenti politici aprioristici, quali che siano. Ma l’osservazione e l’analisi onesta, non pregiudiziale, nel concreto del loro manifestarsi, di diversità che nella società, piaccia o meno, esistono, e con cui dobbiamo confrontarci. La differenza, rispetto al passato, è che oggi lo si può dire, mentre in passato era più complicato. Anche se, quasi sempre, ci accorgiamo dell’esistenza di un fenomeno solo quando lo incontriamo personalmente, incarnato in qualcuno che conosciamo (e questo fa tutta la differenza rispetto a chi ne parla solo per sentito dire, o astrattamente).

In questo momento è in discussione un disegno di legge, presentato dal governo, che il parlamento sembra voler licenziare all’inizio dell’anno, che incide precisamente, in maniera restrittiva, sulle modalità con cui i minori potranno accedere a queste procedure, e i cui criteri sono contestati da molte delle società scientifiche coinvolte. Non si può che auspicare che anche lì, anzi soprattutto lì, in parlamento – che per questo è nato: per parlare – si ascoltino tutte le voci: incluse quelle dei diretti interessati, delle loro famiglie, e di chi di queste faccende si occupa professionalmente e nel concreto. In modo che la discussione non sia, lei sì, viziata.

 

La scelta di cambiare genere, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-3

Il Natale degli altri. E il nostro

Siamo così abituati a pensare che il Natale sia la festa di tutti, siamo così convinti di essere al centro del mondo al punto che non possa essere altrimenti, che nemmeno ci accorgiamo che non è così, o che perlomeno ci sono vaste periferie in cui l’aria di festa non si sente per niente.

Non è Natale – tecnicamente, proprio – per le minoranze religiose, innanzi tutto: per le quali Cristo non è il Figlio di Dio, e quindi il Gesù storico non è il richiamo fondativo di alcuna religione. Vale per gli ebrei, che hanno semmai appena festeggiato, nel dolore di un attentato, la settimana di Chanukkà, la festa dei lumi e della luce. Vale per i musulmani, che pure riconoscono Gesù come profeta e Maria come sua madre, alla quale è dedicata una delle sure principali del Corano; ma per i quali l’uomo che ha dato il nome a una religione, il cristianesimo, non ha alcuna natura divina: è solo un profeta come molti, seppure più importante di altri. Vale a maggior ragione per tutte le altre religioni concettualmente e anche geograficamente più lontane, almeno come nascita (buddhismo, hinduismo, animismo, sikhismo e infinite altre), per le quali semplicemente questa festa, e la persona cui si richiama, è un costume esotico di popolazioni specifiche. Vale persino per alcuni cristiani, come gli ortodossi: che, seguendo il calendario giuliano e non quello gregoriano, festeggeranno il Natale, sì, ma il 7 di gennaio. A maggior ragione vale per non credenti e miscredenti, atei e agnostici di varia estrazione e opinione: che, tendiamo a dimenticarcelo, in Occidente stanno diventando una silente maggioranza, o per lo meno una sempre più cospicua minoranza. Per costoro il Natale sarà una vacanza, non una festa, un laico periodo di riposo, non una ricorrenza religiosa.

C’è, tuttavia, qualcosa che, almeno da noi, accomuna tutti costoro, credenti, non credenti e diversamente credenti. E non è solo il rituale commerciale dei regali (comunque sempre profondamente relazionale e partecipativo, potente costruttore di legame sociale) e degli acquisti per sé o per la casa (che lo è un po’ meno, ma purtuttavia ci vede mettere al centro, degni di essere onorati, noi stessi: non foss’altro perché ci dà motivo di mettere in secondo piano il lavoro). È qualcosa di più. Un clima collettivo. Un’atmosfera diversa. Un coinvolgimento maggiore. Che, certo, è costruito. Anche a tavolino, come necessario: come quando istituzioni, ma anche imprese, e tanti altri attori sociali, pianificano e ordinano gli addobbi mesi prima. E, nel periodo prenatalizio (dell’Avvento, per l’appunto: di qualcosa che sta per avvenire, ma non da sé – grazie all’impegno di tutti), ci si mette insieme a rendere i luoghi diversi e migliori (strade, scuole, negozi, ecc.), addobbandoli: persino quelli della sofferenza, dagli ospedali alle carceri. Grazie a uno sforzo che si fa insieme, e che coinvolge, almeno passivamente, un po’ tutti: volenti o persino nolenti. Per non parlare del ruolo dei media, che dalla tv alla stampa, dai social network al cinema, ci ricordano che non è un periodo dell’anno come gli altri.

In questo, è effettivamente trasformativo: che è il senso profondo del rituale, anche quando vissuto superficialmente. Dà un’altra forma, e quindi un altro contenuto, al tempo. E spinge alcuni a fare qualcosa in più per gli altri: per far sentire anche agli altri – a chi non ha un granché o forse nulla da festeggiare – che questa atmosfera, magica dopo tutto, perché illuminata e colorata più del solito, riguarda anche loro. Ricordandosene per una volta (collaborando a un pranzo di Natale per chi non ha i mezzi materiali per approntarlo, con una donazione a chi di chi soffre si preoccupa e occupa). O con almeno un pensiero di compartecipazione per quella grande parte di mondo che sta soffrendo la guerra (a Gaza, in Ucraina, in Sudan e in tanti altri altrove), la fame, la malattia, il dolore fisico e emotivo disegnato sul proprio volto o su quello dei propri cari, la disoccupazione, le cose che proprio non girano, il non farcela, il non riuscire a stare a galla. Che è anche più difficile quando gli altri sembrano stare bene, o meglio del solito. Ma che può essere persino un po’ lenito dalle briciole di felicità, dagli scampoli di gentilezza, dalla polvere di festa, dall’atmosfera un po’ più gioiosa che in fondo finiamo per respirare. Uno dei rari casi in cui il fumo passivo – il percepire senza essere causa – può persino fare bene.

 

Il valore di questo Natale, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 dicembre 2025, editoriale, pp. 1-3

Educazione affettiva e sessuale: i limiti (e gli errori) del disegno di legge Valditara

Il disegno di legge sull’educazione affettiva e sessuale voluto dalla maggioranza e dal ministro Valditara (per ora approvato dalla camera, ma ancora emendabile al senato) non risolve il problema che dovrebbe affrontare: lo crea.

L’educazione affettiva e sessuale è considerata utile, anzi indispensabile, al punto che interviene il parlamento e se ne fa una legge che ne delimita i confini? Bene. Se l’educazione sessuo-affettiva serve, e serve, serve per tutti: se ne faccia una materia di studio obbligatoria. O, se non si ha il coraggio di intervenire, perché di questo si tratta, la si lasci – in base al principio di sussidiarietà – all’autonomia delle scuole, che conoscono meglio di altri la situazione sociale e educativa in cui sono inserite, e i bisogni educativi dei propri studenti, e possono utilizzare le risorse presenti sul territorio. Invece no: niente iniziativa dall’alto, ma pure gabbie, paletti e divieti su quanto proviene dal basso. Non solo non diventa materia di studio obbligatoria (e siamo uno dei pochi paesi europei in questa situazione: c’è solo un accenno all’educazione alle relazioni e al rispetto nell’ambito del programma di educazione civica – e ci mancherebbe altro, viene da dire). Ci vuole pure il consenso informato, preventivo e scritto dei genitori, per parlarne nelle attività extracurriculari che tappano il buco presente in quelle curriculari. Ora: il problema, e il rischio, diremmo la probabilità, è che chi è contrario sia precisamente chi ne ha più bisogno, ma ne ha meno contezza.

Chi combatte contro l’insegnamento dell’educazione affettiva e sessuale dice di combattere contro una ideologia gender che esiste solo come argomento fantoccio (persino il ministro parla di “cosiddette teorie gender”). La vera, sostanziale, diffusa (e, lo vediamo dai suoi effetti, quella sì potente) ideologia gender è quella che usa il suo nemico retorico per affermare che non c’è bisogno di parlare di questi argomenti o, peggio, pretende di controllarne e censurarne i contenuti nei rari casi in cui – Dio non voglia – se ne parla. La si lasci, si dice, alle famiglie: il che significa, spesso, al silenzio, al non detto. Il problema, purtroppo, in questo come in altri casi, non è l’ideologia sul genere, ma l’ideologia in genere: quella che fa affrontare i temi per prese di posizione ideologiche, appunto, per schieramenti precostituiti, anziché darsi il tempo di un’analisi pacata, pragmatica e seria, che pure il tema richiederebbe.

Il problema non è dare ai genitori i mezzi per tutelare i figli dalla educazione sessuo-affettiva, ma semmai, idealmente, sarebbe coinvolgere anche i genitori nella sua erogazione, ma come utenti, dato che spesso hanno bisogno di saperne quanto e più dei loro figli, anche perché costretti a affrontare sfide diverse – a partire da quelle provenienti dalla diffusione delle tecnologie e dei social – che in passato non esistevano e a cui non sono preparati.

L’idea che le famiglie debbano esprimere un consenso preventivo e scritto, senza il quale l’esclusione dei figli sarà automatica, finirà inoltre per favorire l’incomprensione proprio dei genitori meno attenti o più deprivati, autoctoni e immigrati (e a proposito: in caso di genitori, magari separati, con opinioni opposte che si fa – si tira a sorte?). Che debbano pure visionare i materiali in anticipo non potrà che produrre censura, dato che c’è chi si opporrebbe anche solo a un disegnino stilizzato degli organi genitali. Il tutto, peraltro, in nome di un’alleanza scuola-famiglia che dimentica totalmente la centralità dei diretti interessati: gli studenti, e il loro diritto/dovere a saperne di più. E che, nel nome dell’interesse (o delle paure) delle famiglie dimentica del tutto l’interesse della società, che soffre le conseguenze, spesso drammatiche, della mancanza di educazione sessuo-affettiva. Peccato, perché la società civile è più avanti, e nelle scuole già ci va, grazie all’attivismo di tante organizzazioni, come la benemerita Fondazione voluta da Gino Cecchettin, dedicata alla figlia Giulia. Che, audito in commissione, ha detto l’opposto di quello che prevede il disegno di legge. Inascoltato.

P.S. Il disegno di legge prevede pure l’obbligo di attività alternative (e sappiamo dall’esperienza dell’ora di religione come andrà a finire). Il rischio è che si stanchino anche le scuole, sapendo che per proporre una iniziativa dovranno organizzarne due.

 

Perché è sbagliata la legge sull’educazione affettiva, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 9 dicembre 2025, editoriale, pp. 1-9