Fine vita: la politica che non vuole decidere
Va dato atto al presidente Stefani di essere stato trasparente: è a favore di una legge sul fine vita, e se fosse stato in consiglio regionale, anziché in parlamento, avrebbe votato sì alla proposta di legge, che fu invece bocciata dalla maggioranza che lo sostiene nel 2024, contro il volere dello stesso Zaia, allora al posto di Stefani. Insomma, se ci fosse stato, oggi la regione Veneto avrebbe già una legge sui malati terminali che chiedono il suicidio assistito (legge che invece fu bocciata, lo ricordiamo, anche con il voto decisivo di una consigliera del Partito Democratico).
Nel frattempo due regioni (Sardegna e Toscana) hanno legiferato in materia, anche se la Corte Costituzionale è intervenuta su alcuni articoli (non sulle leggi in sé), che toccherebbero competenze nazionali. Non solo: altre regioni, come l’Emilia-Romagna, e proprio in questi giorni la Lombardia, politicamente omologa al Veneto, stanno andando avanti con semplici delibere. È quindi discutibile la giustificazione perenne della politica regionale veneta, usata anche due anni fa come foglia di fico: tocca al legislatore nazionale decidere. Anche perché la maggioranza in regione e la maggioranza in parlamento è la stessa. Per cui se la politica regionale vuole davvero una legge, non ha che da chiederla a sé stessa, dando mandato ai parlamentari veneti di proporla, visto che oltre tutto gran parte dell’opposizione sosterrebbe una legge ragionevole in tal senso. Dove sono gli atti, le dichiarazioni, gli ordini del giorno, che mostrano una pressione in tal senso? Da nessuna parte, perché non esistono. Ed è questo il motivo per cui nascondersi dietro le critiche marginali della Corte Costituzionale a alcuni articoli delle leggi regionali altrui, dimenticando la colossale critica alla mancanza di una legge nazionale che regolamenti un principio che peraltro è già acquisito e approvato, espressa dalla Corte già nel 2019, rischia di apparire come una ipocrisia politica. Ancora di più, dato che il principio del suicidio assistito è già acquisito: sono solo le sue forme e i suoi tempi che devono essere regolamentati.
Peraltro, una calendarizzazione della discussione in parlamento ora c’è: è fissata ai primi di giugno. E, come lo stesso Stefani ha adombrato, le regioni – magari, insieme, quelle governate dal centro-destra e quelle governate dal centro-sinistra – potrebbero fare loro, con la forza che hanno, una proposta che sia anche una richiesta ultimativa al parlamento nazionale. Vedremo cosa faranno e diranno i parlamentari veneti, ma anche i consiglieri regionali che dicono di volere la legge nazionale per non doverne discutere in regione. Come mostrano i sondaggi, il sostegno popolare sarebbe maggioritario e trasversale. E tuttavia, è ragionevole prevedere che nulla di tutto questo accadrà. Anche se, questa sì, sarebbe un’occasione di mostrare la propria capacità di autonomia, così spesso evocata.
Ricordiamo che non parliamo di eutanasia somministrata da altri (su cui, pure, qualche riflessione onesta andrebbe fatta), ma di suicidio assistito, liberamente richiesto e per lo più autosomministrato con farmaco letale da persone affette da sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, o peggio tenute in vita solo grazie alle macchine cui sono attaccati, senza le quali sarebbero già morte. Persone che richiedono una vita e una morte dignitosa. È chi è contro che, con la scusa di difendere la vita (quale? e perché non fidarsi dei diretti interessati, che vengono invece scavalcati nella loro libertà e capacità decisionale?), cancella la nozione di morte naturale. E finisce per sacralizzare non già la vita, ma la tecnica che la prolunga oltre ogni limite naturale e anche di ragionevolezza. Una forma paradossale di idolatria, come accusava un cattolicissimo filosofo morale come Giovanni Reale. E dovrebbero ricordarlo coloro che si autodefiniscono pro vita: espressione di cui andrebbe loro tolto il monopolio, visto che pro vita lo sono tutti, e semmai è diversa l’idea di dignità della vita stessa, dato che il suo allungamento artificiale sempre più spesso produce una sorta di dolorosa agonia prolungata obbligatoria. È il progresso tecnico, infatti, che rende la legge necessaria e urgente, perché è esso a produrre l’allungamento della vita anche di persone gravissimamente malate, allungandone indefinitamente anche il decadimento e le sofferenze. La natura non c’entra nulla: se fosse per lei, il caso sarebbe già chiuso.
Fine vita: La legge che si può fare, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 16 maggio 2026, editoriale, pp. 1-3










