Stefano Allievi
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Ceuta, le migrazioni, e la risposta sbagliata dell’Europa (e dell’Italia)

11/08/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

È come la logica dei dazi. Il primo che li mette si sente il più furbo di tutti: incassa denaro e danneggia le economie altrui, proteggendo la propria. O almeno, avendone l’illusione. Fino a che non scopre che il prezzo maggiorato lo pagano le proprie imprese e i propri cittadini. E, soprattutto, gli altri fanno lo stesso. Risultato? I costi e la complessità del sistema sono aumentati per tutti, per ritrovarsi peraltro al punto di partenza, nella stessa situazione di prima, ma a prezzi maggiorati. E con meno fiducia reciproca, meno volontà di collaborazione per risolvere i problemi comuni. Cornuti e mazziati, come si dice meno accademicamente. Ecco, nel dopo Ceuta, e ormai sempre più spesso quando si tratta di migrazioni, è andato in scena lo stesso identico copione.

Nel concreto, cosa è successo a Ceuta? Che una crisi obiettiva, che avrebbe potuto sortire effetti ben più gravi, è stata gestita, in fondo, abbastanza bene. La maggior parte di chi è arrivato dal Marocco è ripartita nel giro di non più di quarant’otto ore, molti già nelle prime ventiquattro. 70mila persone su 72mila, secondo dati ufficiali (in una città che conta appena 85mila abitanti!): piuttosto efficiente, dopo tutto. Rimangono gli strascichi (è vero, pesanti: ma non tutti riconducibili ai fatti del 30 e 31 luglio – molti sono precedenti) della gestione complessa di qualche migliaio di subsahariani irregolari, e di molti minori marocchini, di cui le autorità stanno cercando le famiglie.

Quale sarà il costo per l’Europa? Praticamente nessuno, sul piano pratico. Se va male, in tutta Europa da Ceuta arriveranno, diluite nei prossimi mesi e anni, qualche decina o forse centinaio di persone. Meno di quelle che arrivano in una mattinata sulle sole coste siciliane. Eppure, insieme, in coro, il mondo MAGA e le destre europee hanno gridato all’invasione. Trump, dicendo che se perdesse le elezioni di midterm e non fosse rieletto presidente, e vincessero i democratici, negli USA accadrebbe molto peggio. Musk, tuonando, con la potenza di fuoco dei suoi soldi e dei suoi social, a sostegno delle peggiori forze xenofobe  o francamente razziste europee, di cui caldeggia la vittoria e che sostiene operativamente. E i governi europei, che nell’ansia di perdere voti a loro favore, si buttano al loro inseguimento, regalandogliene a piene mani (ne avevo già parlato in un’intervista a questo stesso giornale, qui).

Pensare che i fatti di Ceuta hanno poco a che fare con i normali flussi migratori: sia nella loro fisiologia che nella loro patologia, come era stato, per fare un parallelo italiano, l’arrivo nel 1991 della nave albanese Vlora con 20mila persone a bordo. Anche allora si gridava all’invasione. Anche allora si temeva il peggio. Ma alla fine, come a Ceuta, furono tutti rimpatriati con il magro bottino di un jeans e una maglietta, e la promessa menzognera di essere portati in nord Italia: e l’emergenza albanese, di cui tutti ora si sono dimenticati, si sgonfiò in pochi mesi. No, Ceuta non ha avuto un granché a che fare con le migrazioni, e ancora meno con una inesistente minaccia terroristica alla nostra sicurezza. Ha avuto invece molto a che fare con la geopolitica, e l’uso cinico dei migranti come “arma di migrazione di massa”, come già fatto da Turchia, Tunisia, Egitto, trafficanti libici, nel frequente ping pong (la pallina sono i migranti) che si svolge sulle frontiere balcaniche, dall’Italia stessa quando lasciava uscire senza controlli i suoi irregolari, nelle ‘restituzioni’ tra Francia e Italia, fino alle mosse odierne, e speculari, di Italia e Spagna (e Germania – ne ho parlato più distesamente in un articolo su Fanpage, che trovate qui, e in un successivo podcast contenente una chiacchierata con Francesco Cancellato). Anche a Ceuta, come altrove, i migranti sono stati la pedina di un gioco più grande, che li usava ma non li riguardava: e muoveva le sue pedine tra Rabat, Tel Aviv e Washington, tutti quanti per motivi diversi nemici contingenti di Madrid. E quelli che si sono illusi, i migranti richiamati da un potente specchietto per le allodole, sono gli unici che hanno pagato un prezzo vero: in questo caso, con oltre un centinaio di morti. Nel caso delle polemiche che sono seguite (tra Italia e Spagna in primis), invece, l’obiettivo più che geopolitico era propagandistico: e a morire è stato solo il buon senso.

A Ceuta, contrariamente a quanto è stato detto, non è quindi morta l’Europa. Ha mostrato di essere morente una parte consistente della classe dirigente delle nazioni che la compongono (in particolare quella oggi maggioritaria, di centro-destra – ma non solo: si pensi alla premier danese in prima linea insieme a quella italiana). Che ha, tutta, il problema della concorrenza della destra-destra. Tra l’altro, nel caso delle forze nazionaliste e sovraniste, si tratta di forze tradizionalmente antieuropeiste non per quello che l’Europa fa, ma per il semplice fatto che esiste: e, quindi, l’attacco non stupisce. Ma il prezzo di queste picconate lo paghiamo tutti. Non solo mostrando l’insipienza di un ministro (quello degli esteri, Tajani), che confonde regolarizzazioni con cittadinanze, che consentono la libera circolazione in Europa. Non solo con la patetica ripicca voluta da Meloni (seguita da analoga patetica ri-ripicca di Sanchez) dei controlli alle frontiere per la Spagna, che nemmeno confina con noi (figuriamoci Ceuta) e che nulla hanno da intercettare (e si rivolgono a un paese che ospita quasi 350mila italiani, in crescita tumultuosa negli ultimi anni, e forse dovremmo domandarci il perché, e cosa trovano là, che qui non c’è: tra qualità della vita, apertura culturale, maggiori opportunità e salari più decenti). Il più sorprendente è il viceministro Cirielli, con delega proprio ai rapporti con la Spagna. Che denuncia il fatto che la Spagna ha voluto una regolarizzazione che ha fatto emergere oltre mezzo milione di persone, che altri paesi europei non volevano. Detto da chi dice che gli stati hanno il sovrano diritto di decidere in autonomia. E, ironicamente, da una destra che ha promosso le due più grandi regolarizzazioni della storia italiana, la prima con la Bossi-Fini e la seconda sotto Berlusconi, e continua a farlo sotto forma di click day annuali: che sono diversi dalla regolarizzazione spagnola solo perché, a causa di un farraginoso meccanismo burocratico che si presta anche a infiltrazioni mafiose, non funzionano se non in numeri limitati. Mentre le regolarizzazioni semplici spagnole producono integrazione, pace sociale, vantaggi per il fisco e per l’economia, che infatti cresce, anche per questo, più della nostra. E noi invece continuiamo a produrre la stessa irregolarità che poi si dice di voler combattere, per via legislativa e amministrativa.

Forse il mismatch vero è tra un problema antico ma nuovo nelle sue forme, quello della mobilità umana, e le risposte vecchie, addirittura stantìe, per chi ha studiato poesia direi gozzaniane (le buone cose di pessimo gusto e, aggiungiamo, di assai dubbia efficacia) offerte dalle nostre classi dirigenti politiche. Che con lo sguardo ostinatamente voltato all’indietro, ma andando avanti a tutta velocità, rischiano di andare a sbattere. Il che non sarebbe così grave, se non fosse che ci portano con loro.

 

Nuove emergenze e vecchie risposte. Ceuta, vince la sfiducia. Costi alti per l’Europa, in “L’Altravoce. Il Quotidiano Nazionale”, 11 agosto 2026, editoriale, pp. 1-7

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/08/images-1.jpg 414 738 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-08-11 08:58:472026-08-11 11:04:29Ceuta, le migrazioni, e la risposta sbagliata dell'Europa (e dell'Italia)

Podcast Fanpage. L’immigrazione che non sappiamo gestire.

08/08/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Audio, Interviste / Interviews, Società / Society /da Augusta

Il podcast di Fanpage. Intervista di Francesco Cancellato. Con il sottoscritto.

https://www.fanpage.it/direct/limmigrazione-non-e-unemergenza-siamo-noi-che-non-sappiamo-gestirla-con-stefano-allievi/

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/08/images.jpg 414 738 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-08-08 10:55:172026-08-08 10:56:02Podcast Fanpage. L'immigrazione che non sappiamo gestire.

Come (non) funzionerà il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo

29/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

L’illusione europea di governare l’immigrazione

Più controlli e più espulsioni, ma ancora nessuna strategia per i canali d’ingresso regolari

Forse l’unico modo per capire come funziona davvero il Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo, è immaginarlo a parti invertite. Facciamo finta che uno di noi decida di andare in un paese dell’Africa: chiamiamolo Nigeria, tanto per dargli un nome non a caso, dato che la Nigeria si avvia a essere il terzo paese più popoloso del mondo, superando gli Stati Uniti, ed è anche una potenza economica di rilievo crescente. A proposito, se credete che i nigeriani appartengano a una società primitiva e a un’economia poco sviluppata, l’Economist documenta che nel Regno Unito il reddito medio dei nigeriani, che sono al centro anche della scena culturale londinese, è superiore al reddito medio degli inglesi. E questo forse è uno dei motivi della rabbia che spinge i britannici a prendersela con gli immigrati, come accaduto nelle recenti cacce al nero di Belfast e d’altrove. Alcuni sono più motivati e più bravi di loro – più integrati nel sistema, paradossalmente. Altri no e si fanno concorrenza nell’uso di un welfare sempre meno finanziato: e, questa sì, è una delle grandi questioni cui la politica, di destra e di sinistra, dovrà dare risposte, prima o poi. Perché il sistema, come è concepito ora, impoverisce gli autoctoni (anche se gli immigrati non esistessero: avrebbero solo un capro espiatorio in meno) tanto quanto gli immigrati a cui pure dà un’opportunità, e riduce le tutele di tutti a beneficio di pochi.

Torniamo a noi. Per entrare in Nigeria occorre un visto: e noi non l’abbiamo chiesto, perché sappiamo che non ce l’avrebbero dato (strano, vero?, per noi che siamo abituati a andare ovunque senza permesso e senza motivo). In Nigeria ci chiedono il motivo (guardarci in giro per vedere se troviamo un’opportunità di lavoro) e il permesso. Peraltro, siamo arrivati al confine con la Nigeria dopo un lungo viaggio, durato più di un anno, che ci è costato molto più di quanto sarebbe costato un volo in business class. E siamo provati nel fisico e nella psiche, a causa delle fatiche e dei (mal)trattamenti subiti durante il viaggio.

Arrivati in Nigeria, ci mettono per un massimo di 7 giorni in un centro di detenzione, da cui non possiamo uscire: che, grazie a una neo-inventata “finzione di non ingresso”, è una specie di terra di nessuno che non è considerato territorio dell’Unione Europea (pardon, Africana) e quindi non valgono le sue tutele. Qui ci prenderanno le impronte digitali, la biometria della retina, si procede allo screening sanitario e alla raccolta dei documenti: informazioni che finiranno in una banca dati dell’Unione Africana. Ma siccome non si tratta né di una stazione di polizia, né di un tribunale, né di una prigione, le procedure non sono pubbliche e la società civile (ma nemmeno la legge) può intervenire. La raccolta di questi dati avrà come effetto che quel dato richiedente asilo, noi, dovrà essere ‘gestito’ per sempre dalla Nigeria, rendendo impossibili i movimenti secondari verso altri paesi. A seguito di questo primo esame si dovrebbe decidere se avviare le persone alla procedura rapida di analisi delle richieste di asilo (detta procedura di frontiera), alla procedura ordinaria, o rimpatriarli. E questo presuppone accordi di rimpatrio che ancora non ci sono. Il rischio, dunque, è che questa norma produca ancora più irregolari presenti sul territorio.

Dopodiché si verrà avviati alle procedure di frontiera, che devono durare tre mesi, appello incluso: tempistica che già ci dice con quanto scrupolo sarà seguita la nostra richiesta. Lo scopo evidente è cercare di esaminare il massimo possibile di domande con procedura accelerata, e usare quella ordinaria solo per i casi residuali. Chi non avrà il diritto a restare dovrà essere rimpatriato entro 6 mesi totali, con obbligo di dimora in un luogo specifico, che se disatteso produrrà decadenza della domanda. E qui si riavvia il meccanismo sui rimpatri di cui sopra, con le relative impasse. Qui si deciderà che nella gran parte dei casi le persone non hanno titolo per entrare legalmente nel paese (e questo vale anche per chi vive nel paese in questione, a Lagos poniamo, magari da anni, ma non può dimostrare di essere entrato legalmente). Le scelte infatti sono o asilo o espulsione: il che, paradossalmente, esclude precisamente le persone che servirebbero alla Nigeria – i migranti economici.

Il regolamento rimpatri, approvato dall’Europarlamento (pardon, l’Afroparlamento) da una maggioranza anomala di popolari e estrema destra al grido di “Send them back” consente, anche nel caso in cui la Nigeria fosse disposta a esaminare la nostra richiesta d’asilo, di essere mandati in un altro stato, anche se si tratta di un paese con cui non abbiamo alcun rapporto (che so, in Pakistan).

La redistribuzione tra paesi, per diminuire la pressione sui paesi di confine della UE (pardon, l’Unione Africana), non ci sarà. La ricollocazione non è obbligatoria, può essere sostituita da un contributo finanziario, e già alcuni paesi hanno dichiarato che non la rispetteranno comunque. Rispetto al passato, cambia poco, e quello che cambia è in peggio per i paesi frontalieri.

In tutto questo, quello che manca è proprio la parte più importante: la gestione di flussi regolari di migranti economici, di cui invece l’economia ha bisogno, pena la chiusura stessa delle aziende nigeriane, di molte attività economiche in agricoltura e nei servizi, nonché la sparizione del lavoro domestico e di cura, cui si aggiunge un danno economico e previdenziale che pagheranno le ultime generazioni, già penalizzate rispetto a chi le precede. Di tutto questo (anche nei commenti, e non a caso), nel dibattito politico e giornalistico nigeriano non c’è praticamente traccia.

 

L’illusione europea di governare l’immigrazione, in “ItalyPost”, 30 giugno 2026, editoriale, p. 1

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/download.jpg 168 300 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-29 22:55:262026-06-29 22:56:48Come (non) funzionerà il Patto europeo sulla migrazione e l'asilo

Il Patto europeo su migrazioni e asilo: nessuna soluzione reale

26/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

giovedì 25 Giugno 2026

Nulla di fatto. Con il Patto europeo sui migranti rispetto a oggi cambierà poco

Non ci sarà la redistribuzione tra Paesi, mentre i tempi stringati per il riconoscimento rischiano di comprimere i diritti. La collocazione in Paesi terzi sarà di fatto irrealizzabile
Stefano Allievi

Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in vigore il 12 giugno, non è un provvedimento singolo (sono nove regolamenti e una direttiva, per un totale di quasi mille pagine), ma un’ambiziosa iniziativa politica, che vorrebbe porre le basi di una azione europea comune intorno a un dossier, quello della gestione delle migrazioni, che finora è stato gelosamente gestito dai singoli Paesi membri dell’Unione. Ma più che una scelta di intervento organico sulle politiche migratorie, è soprattutto una risposta alle pressioni (di una parte) della pubblica opinione e delle forze politiche che la rappresentano e che maggiormente utilizzano le migrazioni come argomento di dibattito politico.
Un primo aspetto riguarda gli accertamenti all’ingresso, qualificati come «rigorosi». Prevedono un fermo di massimo sette giorni (tre per le persone individuate non alla frontiera, ma all’interno del Paese: il che può far presupporre operazioni per individuarli nelle nostre città) nel corso dei quali si provvederà alla raccolta dei dati biometrici per il sistema Eurodac (impronte digitali, biometria della retina per il riconoscimento facciale, screening sanitario, ma anche copia dei documenti). La raccolta di questi dati avrà come effetto che quel dato richiedente asilo dovrà essere “gestito” sempre e obbligatoriamente dal Paese di primo approdo, rendendo più difficili e comunque reversibili i movimenti secondari verso altri Paesi. A seguito di questo primo esame si dovrebbe decidere se avviare le persone alla procedura rapida di analisi delle richieste di asilo (detta procedura di frontiera, di cui parleremo tra poco), alla procedura ordinaria, o rimpatriarli. Solo che di fatto non cambia nulla rispetto al passato, perché il problema non è solo la definizione del diritto all’ingresso, ma il rimpatrio se non lo si ha. E questo – anche prescindendo da qualsiasi valutazione etica – non basta dirlo: presuppone accordi di rimpatrio che ancora non ci sono. Il rischio, dunque, è che paradossalmente questa norma produca ancora più irregolari presenti sul territorio.
Dopodiché si verrà avviati alle procedure di frontiera, o rapide, che devono durare un massimo di dodici settimane (tre mesi). Queste procedure si applicano obbligatoriamente a chi costituisce minaccia per l’integrità nazionale, a chi proviene da Paesi con un tasso di riconoscimento inferiore al 20 per cento, o a chi induce in errore le autorità: criterio come si vede vaghissimo, che può applicarsi alle fattispecie più disparate (anche tenendo in conto la barriera linguistica, basta una informazione anche involontariamente errata per configurare questa ipotesi). Lo scopo evidente è cercare di esaminare il massimo possibile di domande con procedura accelerata, e usare quella ordinaria solo per i casi residuali. Le dodici settimane di cui sopra includono la decisione e l’eventuale appello: e possiamo immaginare dalle tempistiche con quale scrupolo sarà seguito il contenzioso. Chi non avrà il diritto a restare dovrà essere rimpatriato entro 24 settimane (sei mesi), con obbligo di dimora in un luogo specifico, che se disatteso produrrà decadenza della domanda. E qui si riavvia il meccanismo sui rimpatri di cui sopra, con le relative impasse.
La redistribuzione tra Paesi tanto decantata, per diminuire la pressione sui Paesi di confine della Ue, di fatto non si vede. La ricollocazione non è obbligatoria, può essere sostituita da un contributo finanziario, e già due Paesi – altri potrebbero aggiungersi – hanno dichiarato che non la rispetteranno comunque. Rispetto al passato, cambia assai poco.
Se la pressione migratoria fosse eccessiva su un Paese, si potrà attivare il «regolamento crisi», che consente di aumentare ulteriormente la discrezionalità accelerando l’esame, sempre più sommario, delle domande. Ma, come visto, senza solidarietà obbligata degli altri Paesi: e, anzi, la stretta sui movimenti secondari ricadrà proprio sui Paesi già ora più esposti, come l’Italia.
Con il regolamento rimpatri, votato da uno schieramento anomalo – che di fatto prefigura una diversa maggioranza politica a sostegno della Commissione – di popolari e estrema destra, al grido dello slogan «Send them back» (mandateli indietro), è stata introdotta la possibilità di “cessione” di richiedenti a Paesi terzi extra Ue. Infondabile e ingiustificabile sul piano del diritto internazionale, sostanzialmente inapplicabile e comunque estremamente costosa, anche immorale, per quello che vale (come se noi facessimo domanda di ingresso in Usa e ci rispedissero in Nepal: e poi, oltre tutto?), fortissimamente criticata ad esempio da Macron. Sembra la legittimazione dei centri in Albania, ma di fatto dovranno essere rinegoziati tutti gli accordi sulla base delle nuove norme, e non è detto. Come altre cose, finirà probabilmente in un nulla di fatto, ma potrà essere venduto come un successo in campagna elettorale, dai partiti che l’hanno votato.
In tutto questo, quello che manca è proprio la parte più importante: la gestione di flussi regolari di migranti economici, di cui invece abbiamo bisogno, pena la chiusura stessa delle nostre aziende, di molte attività economiche in agricoltura e nei servizi, nonché del lavoro domestico e di cura, e un danno economico e previdenziale che pagheranno le ultime generazioni, già penalizzate rispetto a chi le precede. Di tutto questo, infatti (anche nei commenti, e non a caso), non c’è praticamente traccia.

 

“Difesa del Popolo”, 25 giugno 2026, editoriale

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/migranti-300-e1782234230895.jpg 958 1913 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-26 22:58:482026-06-26 22:58:48Il Patto europeo su migrazioni e asilo: nessuna soluzione reale

Molte parole, poche opere. Il linguaggio della politica che fa male alla società

15/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Politica / Politics /da Augusta

Il vuoto di potere non esiste. Ma esiste il potere del vuoto. Non esiste la mancanza della politica. Ma esiste la politica della mancanza: quella che non fa. Un po’ come essere nominalmente genitore ma non agire il ruolo. Anche questo produce degli effetti: deleteri, e spesso devastanti.

Ecco, la politica, che dovrebbe occuparsi di noi, della nostra cosa e casa pubblica, di cui i politici sono i responsabili, i gestori pro tempore, vive sempre più spesso di questo: di parole che non diventano cose, di enunciati privi di riscontro. Di dichiarazioni, se vogliamo: che a dispetto di un’etimologia impegnativa (dichiarare significa dire con chiarezza), è diventata sinonimo di non fare e spesso nemmeno dire nulla (come mostrano benissimo le dichiarazioni dei politici con cui tuttora si riempiono i telegiornali, in quello che in gergo giornalistico si chiama il ‘panino’: una dichiarazione della maggioranza, in mezzo una dell’opposizione, per chiudere con una del governo). Si tratta di forma, insomma: che non diventa contenuto, o meglio lo sostituisce. Con conseguenze anche sull’economia: che dalla politica dovrebbe essere guidata, perché si occupa dell’oikos (della casa, dei beni di famiglia, del patrimonio), ma che in bocca ai dichiaratori di professione finisce per diventare mero flatus vocis: percentuali all’amatriciana, spesso. E, ancora una volta, per capire che cosa questo significhi, che implicazioni abbia, proviamo a pensare se una famiglia, o un’azienda, funzionasse in questo modo – astratta dalla realtà, basata su parole che non hanno alcuna implicazione reale.

Viviamo in un’epoca caratterizzata da una politica che all’azione ha sostituito la parola: che nelle intenzioni di chi la agita, in particolare il politico di professione, dovrebbe essere priva di conseguenze – dico per non fare (anche per non lavorare, incidentalmente). Solo che il dire senza fare, di conseguenze ne ha lo stesso: e non di rado terribili. Nelle intenzioni di chi parla, il dire non è complemento del fare, ma suo sostituto: si dice per non fare. Solo che le parole hanno una loro autonomia e una loro forza: agiscono. E le conseguenze le producono lo stesso. Perché le parole, come noto, sono pietre, o possono diventarlo. E non vale solo per le parole della politica: comunista, fascista, liberale, moderato, conservatore, radicale, non solo forme più forti come zecche rosse o carogne uscite dalle fogne, sono espressioni usate più per colpire che per definire. Accade in molti altri ambiti. Meno, oggi, in quelli legati alle diseguaglianze, che pure sono in aumento: a quella che una volta si chiamava lotta di classe. Molto di più, invece, in quella che potremmo chiamare lotta di culture: il fantasma del gender, ma ancor più differenze etniche, religiose, razziali persino, improvvisamente riemerse da un passato in cui si credeva di averle in qualche modo sepolte, e di cui l’immigrazione è il terreno d’elezione.

È la logica del capro espiatorio. Del sollievo che ci dà, di fronte all’incertezza e all’angoscia rispetto al futuro, poter dare la colpa a qualcuno: che, tuttavia, non c’entra niente. Il capro espiatorio ha un’origine storica, che gli antropologi conoscono bene. Nasce dalla pratica di alcune tribù semitiche che caricavano ritualmente i peccati, le colpe (le faide, le violenze, i conflitti interni alla società) su un capro, del tutto innocente, che veniva mandato a morire nel deserto, portando con sé queste colpe non sue, liberandone la comunità. Solo che il capro espiatorio della politica non si colloca all’interno di un rituale ben preciso, che ha uno scopo morale, utile alla società. Al contrario, produce effetti in maniera anarchica, random, incontrollata. È frutto di parole in libertà, che finiscono tuttavia per fare male. Non solo al loro target: alla società intera.

 

La politica delle parole fa male alla società, in “ItalyPost”, 15 giugno 2026, editoriale, pp.1-7

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/images.jpg 353 565 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-15 09:40:052026-06-15 09:40:05Molte parole, poche opere. Il linguaggio della politica che fa male alla società

Dopo Belfast. Immigrazione, integrazione, remigrazione: fatti e retoriche

11/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Interviste / Interviews, Società / Society /da Augusta

Allievi: «Sull’immigrazione retoriche opposte e dannose»

MICHELE RICCIOTTI
Stefano Allievi
immigrazioner | remigrazione | interviste | immigrazione | proteste | Belfast

Il sociologo Stefano Allievi commenta le violente proteste anti-immigrati di Belfast e accusa le opposte retoriche sull’immigrazione


Stefano Allievi, sociologo, studia i fenomeni migratori da quasi mezzo secolo. Al tema ha dedicato decine di volumi. In dialogo con l’Altravoce commenta le violenze anti-immigrati di Belfast, scaturite dall’accoltellamento di un cittadino irlandese da parte di un immigrato sudanese.

Professore, quello che è successo a Belfast poteva succedere ovunque o ci sono ragioni sociali per cui è accaduto proprio lì?

«Sono sempre scettico sulle spiegazioni di tipo sociale, pur essendo un sociologo. In questo periodo storico, sarebbe potuto succedere anche altrove in Europa».

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Belfast, rivolte anti-immigrati dopo l’accoltellamento: incendi e scontri in Irlanda del Nord

In Irlanda del Nord, secondo i dati del New York Times, solo il 3,4 % della popolazione appartiene a minoranze etniche. Cosa ci dice questo dato?

«È la dimostrazione che l’argomento secondo cui la gente è esasperata dalla troppa immigrazione non ha fondamento logico né statistico. Già vent’anni fa si parlava di “soglia di tolleranza”, un valore percentuale oltre al quale è impossibile l’integrazione. Anche questi discorsi non hanno senso, perché quello che conta non è il numero, ma la velocità del processo di immigrazione».

E qual è la vera ragione della violenza?

«È l’odio per gli immigrati. Viviamo in un periodo storico in cui l’immigrato, specialmente l’africano nero, è il nuovo volto del capro espiatorio». (in foto Stefano Allievi)

Il capro espiatorio per Girard è chi raccoglie le colpe di una comunità conferendole identità e unità. Le società, sempre più lacerate, individuano capri espiatori per cercare di recuperare un’identità perduta?

«Prima di questo c’è qualcos’altro. Il capro espiatorio non è mai reale, ma sempre simbolico. La parola stessa deriva dal fatto che alcune tribù semitiche usavano caricare le colpe e le violenze della comunità su un capro che veniva mandato a morire nel deserto. Quel capro non ha fatto nulla, ma aiuta la comunità a scaricarsi delle sue colpe, prima ancora che a ritrovare un’identità».

La politica di destra cavalca le rivendicazioni identitarie, ma molti progressisti non riconoscono il problema. Uno potrebbe dire: le proteste sono scoppiate a Belfast dopo che un immigrato ha accoltellato un uomo.

«Va fatta una premessa: non esiste nessun fenomeno sociale, politico o economico che porta solo vantaggi. Il fenomeno dell’immigrazione va osservato come normalmente affrontiamo questi fenomeni: cercando di massimizzare i vantaggi e minimizzare gli svantaggi. Sono d’accordo che ci sia un problema di retoriche contrapposte da entrambi i fronti politici in molti paesi occidentali. Io preferisco parlare di interesse molto più che di valori e non mi piace l’espressione “il dovere dell’accoglienza”. L’accoglienza non è un dovere. Lo spiego di solito con un esempio».

Prego.

«Se mio figlio piccolo dice di aver paura del buio e gli faccio vedere una statistica che dimostra che di buio non è mai morto nessuno, io ho ragione ma non ho risolto il problema di mio figlio. Se gli dico che è uno stupido, non solo non risolvo il problema ma aumento la distanza comunicativa. Dare del razzista a qualcuno è l’equivalente funzionale di questo. Molto progressismo e molto cattolicesimo, in Italia, si sono fermati a questa condanna morale. La paura del buio, come quella dello straniero, è irrazionale. Per risolvere il problema devo dare ascolto a mio figlio e trovare una soluzione, come quella di lasciare la luce accesa in corridoio per qualche notte. Certo, si tratta di una soluzione apparentemente irrazionale e anche costosa».

Fuor di metafora, le destre e le sinistre cosa fanno?

«Il linguaggio progressista, come dicevo, è colpevolizzante: sei cattivo perché non li vuoi accogliere. Quindi non ascolta. Le destre, al contrario, si limitano all’ascolto, senza far niente per risolvere il problema, anzi peggiorandolo, producendo irregolarità e quindi insicurezza, producendo non integrazione ma disintegrazione».

Un esempio?

«Con i decreti Piantedosi l’insegnamento dell’italiano non è rimborsabile come spesa sostenuta dai centri di accoglienza. Forse non ci rendiamo conto della gravità di questa cosa».

Torniamo alla metafora. Cosa fare per accendere la luce in corridoio?

«Tre cose: regolarizzare i flussi, rivedere la distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo e puntare sui sistemi di integrazione».

Partiamo dalla prima.

«Regolarizzare i flussi vuol dire aprire canali regolari, se si vuole anche con elementi di selezione all’origine, ad esempio la conoscenza della lingua. Da quando l’immigrazione è essenzialmente irregolare, e non è sempre stato così, sono aumentati i morti, il livello di istruzione degli immigrati è calato drammaticamente e inoltre sono aumentati i minori stranieri non accompagnati».

Insomma, siamo noi a produrre il tipo di immigrazione che arriva?

«Sì, con le nostre normative. Forse ci converrebbe rivederle».

Veniamo alla distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici.

«Su questo c’è una narrazione distorta, perché noi abbiamo estremo bisogno di quei migranti economici che si dice di voler respingere. Le aziende premono per l’immigrazione regolare per evitare la chiusura. Inoltre, abbiamo distorto le normative internazionali sulle richieste d’asilo: obblighiamo i migranti a fare richiesta d’asilo, altrimenti non verrebbe nemmeno presa in considerazione la richiesta».

Terzo punto: quali sono i sistemi di integrazione?

«Sono sempre i soliti: la scuola, la conoscenza della lingua e, per quanto riguarda le seconde generazioni, la cittadinanza”.

Alcuni partiti estremisti hanno come parola d’ordine “remigrazione”.

«Si tratta, appunto, di una parola d’ordine. Come fai a convincere i paesi d’origine a riprendersi i migranti? E poi, che limiti poni? L’Argentina dovrebbe poter remigrare gli italiani? È evidente che c’è dietro un discorso di tipo razziale».

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/15544543712436761258.jpg 522 1000 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-11 11:14:462026-06-11 11:14:46Dopo Belfast. Immigrazione, integrazione, remigrazione: fatti e retoriche

Perché tanto odio contro il Pride?

03/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Perché il Pride suscita così tanto odio? Sono stato al Pride di Padova, sabato scorso. E, il giorno dopo, ho postato, senza commento, un breve filmato sui miei social, Facebook e Instagram (roba da boomer, lo so). Filmato in cui peraltro la maggior parte della gente inquadrata era gente che sarebbe stata giudicata “normale” in qualunque altra situazione, vestita “normale”, che normalmente camminava, cantava e rideva: mentre qualcuno (pochissimi, peraltro) era vestito in maniera provocante o comunque “diversa” da come ci si presenta normalmente in ufficio. Ebbene, praticamente la totalità degli oltre mille commenti ricevuti solo nelle prime diciotto ore, per la quasi totalità da maschi presunti eterosessuali (dico presunti, perché abbiamo avuto tante disconferme, in questi anni, di persone che passano il tempo a condannare l’omosessualità o altre forme di quella che chiamano perversione, per poi praticarla di nascosto, o almeno desiderarlo), erano messaggi pesantemente carichi di un odio primario, di astio, di disprezzo, di rifiuto, di disgusto, di violenza e di istigazione alla violenza. Apertamente, direi selvaggiamente, tribalmente violenti. C’erano i “mi piace”, certo. Ma chi si prende la briga di perdere tempo a commentare, invece di limitarsi a passare oltre, lo vuole fare in maniera assertiva: vuole proprio dire la sua, e la sua è quella – il vomito, lo stesso che compariva in molti emoji. Perché?

Provo a dire che cosa vede, a un Pride, chi ci va e osserva senza preconcetti. Vede gente contenta di esserci, non arrabbiata (a differenza di chi insulta): che vuole appunto mostrare l’orgoglio (pride) di essere quello che è semplicemente perché lo è non contro qualcun altro, ma per qualcosa, e in primo luogo per sé stessa. Vede giovani, soprattutto, ma non solo: un’età media sicuramente diversa da quella della maggioranza dei leoni da tastiera che commentano negativamente la cosa. Vede corpi diversissimi tra loro, belli e brutti (secondo termini che sono soggettivi anche se ce lo dimentichiamo spesso), accomunati dalla mancanza di giudizio reciproco: ci si accetta per quello che si è – semplicemente, non è un problema. Vede un ambiente inclusivo, dove vengono accolte persone che non lo sono in altre situazioni: persone con disabilità fisiche e specificità psicologiche, persone di colore, una musulmana con tanto di hijab (e con uno spritz in mano, in nome della trasgressione), origini etniche disparate, persone transgender, giovani dal genere indefinito, coppie di gay e lesbiche che si tengono per mano, famiglie arcobaleno con genitori dello stesso sesso e i loro bambini. Insomma, vede l’opposto di quello che legge nei commenti. Poi, certo, vede o sente anche altro: messaggi dal palco che si possono non condividere, collocazioni geopolitiche frettolose (di cui più che le presenze colpiscono le assenze), solidarietà selettive (ma almeno sono solidarietà, in positivo, non quelle del branco che si spalleggia nel bullismo verso altri), vestiti che non sceglieremmo di indossare (ma si sa, i gusti sono gusti). Perché non dovrebbe essere così? Questo sì, è “normale”.

Il Pride è un momento di festa, e un giorno dell’anno in cui si può essere pubblicamente quello che negli altri 364 è meglio essere solo privatamente per non correre rischi – e i rischi vengono dagli altri, i cattivi sono gli altri (non è ancora capitato di sentire di aggressioni di persone eterosessuali da parte di omosessuali, o di cisgender da parte di transgender – mentre il contrario è purtroppo cronaca quotidiana). È, sì, se si vuole, anche un carnevale, come scrivono con disprezzo alcuni commentatori: in cui ci si traveste, si ride, si balla, si fa festa, e ogni scherzo vale. Altri lo fanno in altri momenti dell’anno, e altre situazioni (a Carnevale, appunto, Halloween o nelle feste in costume): chi si incontra qui, in questa – e forse per motivi un po’ più solidi. Ma la rabbia (quella personale: quella politica è presente, eccome, e giustamente, anche al Pride) è in capo agli odiatori. L’insulto anche. Il male di vivere, il bisogno di disprezzare l’altro per sentirsi qualcuno, pure.

Nessuno è obbligato a accettare comportamenti e stili di vita che non si condividono. E ognuno ha giustissimamente il diritto di manifestare il proprio dissenso da quegli stessi stili di vita. Ma le richieste del Pride non impongono niente a nessuno, a differenza di chi le nega: chiedono qualcosa per qualcuno, che non è diverso – ed è persino molto meno – di quanto è concesso ad altri, la maggioranza, di fronte alla quale i partecipanti al Pride sono consapevoli di essere minoranza. Non c’è nulla che non possa essere civilmente discusso. E tutto ha naturalmente il diritto di esserlo. Civilmente, appunto. Negare alla radice le possibili ragioni, se non l’esistenza stessa dell’altro, non va in questa direzione. È uno spaccato dell’Italia istruttivo, quello che emerge. E dà l’idea che chi ha un problema, e grosso, non è il mondo LGBTQ+, ma chi vorrebbe fargli quello che minaccia: anche se, va detto, gli odiatori da social non sono rappresentativi dell’opinione media della società.

Sui temi di genere, è notorio, la polarizzazione è estrema. Ma anche la diversità di ottica generazionale lo è. Ecco, qualche volta si ha la sensazione che nelle polemiche intorno alle questioni di genere la vera posta in gioco sia proprio generazionale. Il che può forse aiutarci a capire chi vincerà nel lungo periodo: se gli odiatori, o gli odiati.

 

Il Pride e il perché dell’odio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 giugno 2026, editoriale, pp. 1-5

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/download-2.jpg 168 300 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-03 07:17:272026-08-04 14:41:40Perché tanto odio contro il Pride?

Un paese contro i giovani

02/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Le parole di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, sono state chiarissime: “Il criterio ultimo del successo sarà la capacità di offrire opportunità e futuro ai giovani”. Peccato che il paese – non solo come scelte politiche, ma anche come tendenze culturali diffuse – continui a andare nella direzione opposta. Per responsabilità, anche, delle sue élite: incluse quelle imprenditoriali.

Storicamente sono i paesi con un eccesso di popolazione a esportare maggiormente manodopera. L’Italia si trova nella situazione, senza precedenti, di un paese in drammatico calo demografico, in cui bambini e giovani sono risorsa rara e preziosa, che continua a esportare i suoi giovani, con percentuali più alte tra quelli con un titolo universitario (e qui dovrebbe fare qualche riflessione anche chi sostiene che l’università non servirebbe più a niente). La propensione alla fuga dall’Italia è tale che, nei prossimi anni, l’emigrazione potrebbe crescere percentualmente addirittura di più dell’immigrazione, nonostante gli occhi della politica, ma anche della società, siano tutti puntati su quest’ultima.

Ora, la domanda corretta non è “perché i giovani laureati partono”, che ha una risposta ovvia: salari anche d’ingresso più elevati, maggiore velocità delle carriere, possibilità di accedere più facilmente a posizioni apicali e posti di responsabilità, meritocrazia e trasparenza (anche nel settore privato, nelle imprese). Ma “perché non tornano”, che ha una risposta meno evidente. Mi è capitato di proporre ai nostri expat un esercizio di fantaeconomia: “se ti offrissero di tornare in Italia allo stesso tuo salario attuale, torneresti?”. La convenienza economica, e forse la propensione affettiva, dovrebbe essere evidente. Eppure, più spesso di quanto non ci si aspetti, al di là della tanta retorica sul Belpaese e la sua qualità della vita, la risposta è negativa. E i motivi sono soprattutto culturali, seppure con conseguenze politiche e istituzionali. Da un lato un welfare più protettivo e servizi diffusi che consentono, in particolare, il lavoro femminile. Il tasso di occupazione delle donne italiane all’estero è superiore all’80%, contro meno del 50% in Italia: soprattutto, mentre da noi le poche donne che lavorano sono spesso costrette a lasciarlo alla nascita del primo figlio, le madri italiane all’estero lavorano in percentuali superiori ai due terzi – non stupisce che le donne rappresentino quasi la metà della fuga giovanile dall’Italia. Ma c’è dell’altro. Altrove i nostri giovani trovano ambienti più aperti, multiculturali (sì, a loro piace), accoglienti rispetto alle diversità di tutti i generi (etniche, di preferenze sessuali, religiose): insomma, se sei gay, di colore, porti i capelli lunghi o un hijab, ti vesti casual e porti sul corpo orecchini strani, piercing e tatuaggi, e hai un partner di altra etnia o religione, hai molte meno probabilità di essere discriminato, anche sul lavoro. E trovi ambienti fuori dal lavoro dove ti senti a casa. Pensiamo ai discorsi correnti nel nostro mondo politico ma anche nei nostri bar, e c’è di che riflettere.

Aggiungiamoci l’attenzione ai beni comuni e agli spazi collettivi (da quelli per bambini a biblioteche pubbliche aperte che sono spesso luoghi belli e frequentati, fino agli spazi dove sperimentare arte e creatività, magari aperti H24), nonché mobilità sostenibile e piste ciclabili, e abbiamo materiale per riflettere sull’attrattiva reale – culturale, non solo economica – dei nostri mondi di partenza. Anche se qui c’è la famiglia: che peraltro rischia di essere, più che protettiva, soffocante, se pensiamo che due terzi dei giovani italiani tra 18 e 35 anni vive ancora con i genitori (nei paesi nordici siamo a meno di un quarto, in più di un caso meno di un quinto). Pensare che l’età mediana di uscita dalla famiglia era di 25 anni per i nati nel dopoguerra, fa riflettere: stiamo progredendo o regredendo? La dice lunga, del resto, che in Italia si continui a ripetere che sì, è vero, i giovani non hanno molte opportunità, ma per fortuna possono contare sull’aiuto dei nonni: come se fosse normale che siano i pensionati inattivi a mantenere i giovani nel pieno del loro potenziale sviluppo, e se non fosse invece questa una parte del problema – che le risorse vanno nella direzione opposta a quella in cui dovrebbero andare, col sostegno entusiasta della politica, che continua a fare gli interessi di pensionati e pensionandi perché sono di più e votano in percentuale maggiore. Col paradosso che il futuro del paese è deciso da chi ne ha meno.

Aggiungiamo al quadro un discorso pubblico tutto fortemente anti-immigrati: quando è proprio Bankitalia, con le sue ricerche (purtroppo assai poco meditate), a dimostrare che nei prossimi decenni meno immigrati vorrà dire più disoccupati italiani (e quindi più emigranti), e non meno – ne consegue che chi è contro gli immigrati è contro i giovani, in maniera diretta (anche perché senza di loro di giovani ce ne sarebbero molti meno). Non c’è che da restare sconsolati e attoniti, nel guardare le priorità della politica. Infine, c’è il problema della gerontocrazia: un paese incapace di offrire posizioni di responsabilità ai giovani (peggio se donne), e che non è nemmeno preparato a accogliere il fatto che un trentenne possa avere ruoli e gestire budget molto più importanti di un cinquantenne assunto prima. Cosa che, non solo nel mondo che frequento (l’università e la ricerca: e lo vedo da valutatore dei progetti ERC, la punta più avanzata della ricerca europea), sta diventando la normalità.

Ricordiamolo. La recessione demografica, in passato, è sempre stata anche recessione economica. Ma è anche regressione culturale: l’innovazione non arriva da chi si chiude nella contemplazione del proprio ombelico.

 

Un paese contro i giovani, in “ItalyPost”, 2 giugno 2026, editoriale, pp. 1-27

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/download-5.jpg 146 345 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-02 10:02:402026-06-02 10:02:40Un paese contro i giovani

Fine vita: la politica che non vuole decidere

16/05/2026/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Va dato atto al presidente Stefani di essere stato trasparente: è a favore di una legge sul fine vita, e se fosse stato in consiglio regionale, anziché in parlamento, avrebbe votato sì alla proposta di legge, che fu invece bocciata dalla maggioranza che lo sostiene nel 2024, contro il volere dello stesso Zaia, allora al posto di Stefani. Insomma, se ci fosse stato, oggi la regione Veneto avrebbe già una legge sui malati terminali che chiedono il suicidio assistito (legge che invece fu bocciata, lo ricordiamo, anche con il voto decisivo di una consigliera del Partito Democratico).

Nel frattempo due regioni (Sardegna e Toscana) hanno legiferato in materia, anche se la Corte Costituzionale è intervenuta su alcuni articoli (non sulle leggi in sé), che toccherebbero competenze nazionali. Non solo: altre regioni, come l’Emilia-Romagna, e proprio in questi giorni la Lombardia, politicamente omologa al Veneto, stanno andando avanti con semplici delibere. È quindi discutibile la giustificazione perenne della politica regionale veneta, usata anche due anni fa come foglia di fico: tocca al legislatore nazionale decidere. Anche perché la maggioranza in regione e la maggioranza in parlamento è la stessa. Per cui se la politica regionale vuole davvero una legge, non ha che da chiederla a sé stessa, dando mandato ai parlamentari veneti di proporla, visto che oltre tutto gran parte dell’opposizione sosterrebbe una legge ragionevole in tal senso. Dove sono gli atti, le dichiarazioni, gli ordini del giorno, che mostrano una pressione in tal senso? Da nessuna parte, perché non esistono. Ed è questo il motivo per cui nascondersi dietro le critiche marginali della Corte Costituzionale a alcuni articoli delle leggi regionali altrui, dimenticando la colossale critica alla mancanza di una legge nazionale che regolamenti un principio che peraltro è già acquisito e approvato, espressa dalla Corte già nel 2019, rischia di apparire come una ipocrisia politica. Ancora di più, dato che il principio del suicidio assistito è già acquisito: sono solo le sue forme e i suoi tempi che devono essere regolamentati.

Peraltro, una calendarizzazione della discussione in parlamento ora c’è: è fissata ai primi di giugno. E, come lo stesso Stefani ha adombrato, le regioni – magari, insieme, quelle governate dal centro-destra e quelle governate dal centro-sinistra – potrebbero fare loro, con la forza che hanno, una proposta che sia anche una richiesta ultimativa al parlamento nazionale. Vedremo cosa faranno e diranno i parlamentari veneti, ma anche i consiglieri regionali che dicono di volere la legge nazionale per non doverne discutere in regione. Come mostrano i sondaggi, il sostegno popolare sarebbe maggioritario e trasversale. E tuttavia, è ragionevole prevedere che nulla di tutto questo accadrà. Anche se, questa sì, sarebbe un’occasione di mostrare la propria capacità di autonomia, così spesso evocata.

Ricordiamo che non parliamo di eutanasia somministrata da altri (su cui, pure, qualche riflessione onesta andrebbe fatta), ma di suicidio assistito, liberamente richiesto e per lo più autosomministrato con farmaco letale da persone affette da sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, o peggio tenute in vita solo grazie alle macchine cui sono attaccati, senza le quali sarebbero già morte. Persone che richiedono una vita e una morte dignitosa. È chi è contro che, con la scusa di difendere la vita (quale? e perché non fidarsi dei diretti interessati, che vengono invece scavalcati nella loro libertà e capacità decisionale?), cancella la nozione di morte naturale. E finisce per sacralizzare non già la vita, ma la tecnica che la prolunga oltre ogni limite naturale e anche di ragionevolezza. Una forma paradossale di idolatria, come accusava un cattolicissimo filosofo morale come Giovanni Reale. E dovrebbero ricordarlo coloro che si autodefiniscono pro vita: espressione di cui andrebbe loro tolto il monopolio, visto che pro vita lo sono tutti, e semmai è diversa l’idea di dignità della vita stessa, dato che il suo allungamento artificiale sempre più spesso produce una sorta di dolorosa agonia prolungata obbligatoria. È il progresso tecnico, infatti, che rende la legge necessaria e urgente, perché è esso a produrre l’allungamento della vita anche di persone gravissimamente malate, allungandone indefinitamente anche il decadimento e le sofferenze. La natura non c’entra nulla: se fosse per lei, il caso sarebbe già chiuso.

 

Fine vita: La legge che si può fare, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 16 maggio 2026, editoriale, pp. 1-3

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/05/download-1.jpg 180 279 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-05-16 08:13:352026-05-16 08:13:35Fine vita: la politica che non vuole decidere

Il 25 aprile che dimentica l’Ucraina

04/05/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Articoli di Società / Society Articles, Politica / Politics, Società / Society /da Augusta

La cosa che più assomiglia – nella nostra Europa – ai motivi profondi che stanno alla radice della festa della Liberazione, che abbiano appena celebrato, è la resistenza ucraina. Un popolo in lotta per la propria indipendenza, contro un invasore assai più potente, che si nasconde dietro l’eufemismo di una ‘operazione militare speciale’, senza neanche il coraggio di chiamarla per quello che è: una guerra di aggressione.

C’è una differenza sostanziale, però, rispetto alla resistenza italiana del periodo 1943-45. Loro, gli ucraini, non provengono direttamente dal totalitarismo: avevano appena imparato a respirare il sapore di una libertà pur giovane, appena conquistata. Erano già un paese democratico, quindi, che aveva acquisito da poco la propria indipendenza. Sapevano e sanno dunque cosa difendere e perché. Chiunque abbia potuto visitare, in questi anni, una città qualsiasi dell’Ucraina, lo ha percepito con chiarezza. L’orgoglio e la fierezza per la battaglia che si sta combattendo si respirano ovunque, a dispetto dei costi umani e economici della guerra.

Non è così per il loro aggressore, che infatti la guerra fa di tutto per nasconderla, anche per occultarne le ragioni più profonde. Che sono quelle di una dittatura oscurantista che temeva proprio il contagio benefico della democrazia e del benessere europeo ai propri confini, che avrebbe reso più fragile e meno giustificabile l’autocrazia putiniana agli occhi del popolo russo. E forse non è così nemmeno per noi. Noi, per i quali la libertà è acquisita, e anche gratis, perché il prezzo l’ha pagato una generazione precedente e ormai lontana, i cui valori molti considerano con superficialità, se non addirittura amabilmente invecchiati e fuori moda.

Dev’essere per questo che non riusciamo nemmeno a accettare la bandiera ucraina quando celebriamo la nostra resistenza e la nostra liberazione. Da qui un paradosso sorprendente. Che coloro che si ritengono gli eredi legittimi del 25 aprile sono troppo spesso incapaci di esprimere una solidarietà esplicita alla resistenza in Ucraina: sostengono giustamente le vittime delle stragi a Gaza, ma sono incapaci di articolare un pensiero capace di sostenere l’una e l’altra lotta, dopo tutto per le medesime ragioni – perché è giusto difendere gli aggrediti dalla violenza degli aggressori. Mentre coloro che il 25 aprile non l’hanno mai festeggiato si sono invece, in questi anni, dimostrati coerenti nel sostenere la resistenza ucraina contro l’invasore russo, indirizzando scelte politiche e risorse in questa direzione (almeno per quel che riguarda la destra moderata e post-fascista; la Lega fa caso a sé, essendo oggi filoputiniana dopo aver tradito l’ispirazione originaria: ai tempi di Bossi, antifascista). Risorse che forse sarebbero mancate, per non parlare del sostegno politico, se a governare fosse stata l’opposizione, visto che metà di essa ha votato contro l’invio di armi in Ucraina, ma non ha neanche mai proposto altre forme di sostegno e di solidarietà.

Dietro questo capovolgimento in politica estera ci sta un pastrocchio di politica interna tutto italico, che viene da lontano. Da una parte gli eredi del post-comunismo che non hanno mai fatto abiura, e che hanno trasformato il loro nostalgico filosovietismo in un atteggiamento filorusso, almeno in quanto antioccidentale e anti-NATO (è la posizione di molti tra cui l’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, oggi soggetto di parte più che partigiano). Dall’altra gli eredi del post-fascismo che, per quel che riguarda l’Italia, cercano di mettere sullo stesso piano la Resistenza e Salò per far finta che anche i loro valori ispiratori lo fossero: dimenticando che se avessero vinto i nostalgici oggi non avremmo alcuna liberazione né alcuna libertà da festeggiare. Capaci, cioè, di riconoscere che le due parti non sono uguali, solo guardando all’estero. E, da tutt’e due le parti, l’ignavia di chi preferisce la tranquillità alla libertà, e non è disposto a pagare il prezzo della pace: che non è un vago richiamo ideale, ma un dividendo di realismo e di impegno.

 

Il 25 aprile che dimentica la resistenza ucraina, in “ItalyPost”, editoriale, pp. 1-7

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/05/download.jpg 183 275 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-05-04 10:27:262026-05-04 10:27:26Il 25 aprile che dimentica l'Ucraina
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Stefano Allievi

E’ autore di oltre un centinaio di pubblicazioni in vari paesi e di numerosi articoli e interviste su dibattiti di attualità. Suoi testi sono stati tradotti in varie lingue europee, in arabo e in turco.

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