Fare (ancora) figli oggi. Cosa manca? Cosa occorre?

Di fronte al calo demografico, ci si divide tra chi insiste su questioni materiali (non si hanno più figli perché è economicamente impegnativo) e chi invece su ragioni culturali (non si hanno perché non si vuole più). Un fenomeno complesso ha sempre più ragioni dietro di sé, e quindi necessita di risposte articolate.

Le questioni materiali contano molto. È vero che tutt’ora, nel mondo, a fare più figli sono i paesi più poveri, e all’interno delle città i quartieri più poveri. Ma anche in quest’ambito le cose stanno cambiando, e in talune realtà dove il minimo vitale è garantito, e una dose significativa di welfare pure, si può notare una maggior propensione alla fecondità nelle fasce più ricche: dove la ricchezza va intesa più come livello di istruzione complessivo, e come capitale pubblico (servizi), che come classe sociale di provenienza (in Italia ormai fa più figli il nord del sud: perché ci sono gli immigrati, ma anche una rete di servizi migliore, come mostra il caso di Bolzano). A parità di cultura, per così dire, la Francia ha invertito la rotta quando ha adottato politiche familiste generose, e in tutti i paesi europei in cui la natalità è più alta, oltre che diritti e tutele contrattuali, vi sono reti di servizi funzionanti, che consentono maggiore partecipazione femminile al mondo del lavoro (che oggi, a differenza che nel passato, è in correlazione diretta con il tasso di fecondità: non a caso è più alto tra le italiane all’estero, con più elevato tasso di partecipazione al mercato del lavoro, che tra le italiane in Italia). Quindi una buona combinazione di incentivi (seri, non bonus una tantum), congedi parentali pagati, quozienti familiari, e ancor più servizi strutturali come asili nido e tempo pieno scolastico per tutti (e periodi di vacanza scolare più brevi: una chiusura di tre mesi, in mancanza di servizi alternativi, è ingestibile per una famiglia), sconti famiglia per le vacanze e i trasporti, ecc., darebbe un enorme contributo alla natalità.

Ragioni economiche e culturali peraltro si intrecciano. Si fanno figli quando si è ottimisti sul futuro (non a caso i tassi di natalità sono crollati nel periodo Covid). Negli anni del boom economico e successivi si facevano più figli anche perché si aspirava a uno status migliore (chi non era piccola borghesia, aspirava a diventarlo, e poteva crederci con fondamento). Oggi – e questo è un sottovalutato fattore di crisi – il ceto medio si è largamente impoverito, chi non lo è non ha molte speranze di diventarlo, le diseguaglianze sono aumentate schiacciandolo e minacciandolo, l’orizzonte è oscuro, l’edilizia popolare inesistente, l’accesso al credito pure, il precariato giovanile diffusissimo, l’età media in cui si abbandona la famiglia si sta quindi alzando anziché scendere. Persino gli immigrati, che hanno tassi di fecondità più elevati degli autoctoni, li diminuiscono con rapidità maggiore, adeguandosi rapidamente al contesto.

Ma c’è anche un modo di concepire i servizi che non tiene conto dei cambiamenti avvenuti nella società. La maggiore mobilità (anche solo interna al paese) separa dai nonni come risorsa sostitutiva di welfare: in mancanza di servizi pubblici a prezzi accessibili inevitabilmente questo si riverbera sul tasso di fecondità. Abbiamo già accennato all’assurdità di mantenere un periodo di vacanza estivo così lungo. I nidi dovrebbero offrire orari più lunghi e flessibili (come fa chi lavora fino alle 19, o in turni serali, senza nonni?). Altrove esistono strutture, anche private, come dei nidi serali e notturni, per consentire a una coppia di uscire la sera o passare una notte fuori, per non costringerla all’immobilità e alla perdita totale di socialità se ha figli. Il tempo pieno dovrebbe essere obiettivo cruciale, per consentire ai ragazzi di svolgere anche attività altre (sportive, creative e ricreative, di socializzazione: e anche aprendo le scuole in orari serali ai quartieri). In sovrappiù, l’idea della città dei quindici minuti, a misura d’uomo, di donna e di bambino, in cui anche i minori potrebbero andare da soli (senza essere accompagnati) alle loro attività, in sicurezza, è un aspetto importante. Elemento fondamentale resta comunque la partecipazione al lavoro (garantita, però, e con salari sufficienti): dei giovani, per aiutarli a uscire dalla famiglia, e delle donne. Anche per consentire una più equilibrata divisione dei compiti tra maschi e femmine: solo se accadrà la prima cosa, temiamo, accadrà anche la seconda.

 

Le politiche familiari. Fare (ancora) figli oggi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 26 maggio 2022, editoriale, p.1

Tra erranza e stanzialità: nuovi nomadi, sedentari, migranti

Non si capisce una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo se si guarda una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo. Per capire di cosa si tratta veramente, bisogna guardare al contempo più da lontano e ancora più vicino: guardare cosa succede in Africa e in Europa, a Lagos o a Bruxelles (dal punto di vista demografico, economico, sociale, politico, ambientale…), da un lato, ed entrare nella testa, nel corpo e nei sogni di qualcuno di quei migranti, e nella vita di chi si ritroverà ad avere a che fare con loro, dall’altro. Solo così potremo sperare di capire qualcosa, almeno qualcosa, di quel fenomeno che chiamiamo migrazione (spesso aggiungendovi una caratterizzazione enfatica: emergenza, dramma o quant’altro), considerandolo come un qualcosa di definito e autoesplicativo, mentre invece implica un insieme molto ampio di fattori, tra loro interrelati. È dalle loro interconnessioni, infatti, più che dall’approfondimento di ciascuno di essi, che possiamo sperare di capire qualcosa di quanto sta succedendo intorno a noi, compresa quella barca che galleggia precariamente nel Mediterraneo. Ed è quindi dalla stanchezza per le spiegazioni monocausali, inevitabilmente insoddisfacenti (pur venendo da trent’anni di frequentazione e studi sui movimenti migratori), che sono partito per cercare di costruire un ragionamento più ampio e inevitabilmente complesso, che ho riassunto in Torneremo a percorrere le strade del mondo. Breve saggio sull’umanità in movimento (UTET, 2021), concepito fin dal titolo in pieno lockdown, per cercare di capire come e verso dove ne saremmo usciti.

Non si capiscono infatti le migrazioni se non le intrecciamo ad altre forme di mobilità: delle informazioni, del denaro, delle merci, ma ancora più le tante mobilità umane che ci caratterizzano dalla preistoria ad oggi. Quelle che hanno spinto i nostri antenati Sapiens ad abbandonare l’Africa per mischiarsi in Medio Oriente con i Neanderthal e popolare l’Europa, e che hanno fatto del nomadismo una costante della storia umana – la sua fisiologia, non la sua patologia, la norma, non l’eccezione: se facessimo pari a 24 ore la storia dell’umanità siamo stati nomadi per 23 ore e 55 minuti, secondo più secondo meno (cacciatori e raccoglitori prima, poi pastori, solo recentemente – dalla rivoluzione neolitica – contadini e infine oggi maggioritariamente urbanizzati, e da lì di nuovo potentemente mobili). Quelle che sono così tanta parte del mito e della religione: da Odisseo all’hijra (migrazione) verso Medina di Muhammad, passando per la Bibbia – la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden (il primo potente push factor della storia), Caino ramingo e fuggiasco sulla terra, Abramo, Mosé, la predicazione itinerante di Gesù, l’instancabile attivismo cosmopolita di Paolo, lo spirito missionario, i pellegrinaggi… Quelle che sono tanta parte della storia: invasioni, esplorazioni geografiche, colonizzazioni, imperialismi. Quelle che hanno portato il turismo, almeno fino allo stop indotto dal Covid, ad essere settore trainante dell’economia globale (che da solo produce oltre il dieci per cento del PIL e dell’occupazione, crescendo a ritmi superiori al commercio mondiale). Quelle che ci coinvolgono in tante altre forme di mobilità: per lavoro, studio, eventi globali (mostre, expo, campionati, olimpiadi, concerti…), innescate da fattori di spinta come guerre e carestie, catastrofi naturali e indotte dall’uomo come quelle climatiche, urgenze missionarie o campagne militari, fino ai pendolarismi urbani (ripartiti in più ondate quotidiane, legate al lavoro, allo studio, agli acquisti, alla socialità e ai consumi culturali), agli esodi agostani, ai week-end fuori porta, alle serate itineranti, testimonianza della nostra connaturata irrequietezza.

Ma non si capiscono le migrazioni, in ingresso e in uscita, nemmeno se non le colleghiamo ad altri fenomeni, a cominciare dalla demografia, per continuare con le trasformazioni nel mercato del lavoro, il livello di istruzione, l’ambiente, e altro ancora. Le migrazioni non avvengono nel vuoto pneumatico: sono un pezzo di trasformazioni più ampie, al contempo causa ed effetto di un cambiamento globale in corso.

 

Il Covid è stato una meravigliosa occasione per prendere coscienza di tutto ciò. Nato da un paradosso, allo stesso tempo ironia e nemesi – un virus che ci ha bloccati perché si è messo a circolare lui, costringendo all’immobilità un mondo abituato a correre senza domandarsi perché – ci ha obbligati ad accorgerci di due cose, tra loro contraddittorie ed entrambe assai significative. La prima è stata la scoperta, grazie al lavoro da remoto (chiamarlo smart working è una concessione eccessiva: molto di esso è assai meno smart, o molto più nonsensical, di quanto ci piace pensare), e in fondo anche grazie alla didattica a distanza, che molta della nostra mobilità abituale era perfettamente inutile quando non dannosa e creatrice anziché risolutrice di problemi. La seconda era che, comunque, non vedevamo l’ora di rimetterci in moto, di ripartire, di tornare a percorrere le strade del mondo.

 

Libertà di migrare. Libertà di non essere obbligato a migrare.

 

I fermi obbligatori, i lockdown prolungati, le chiusure delle frontiere, ci hanno costretto a una situazione di immobilità involontaria. Ci siamo accorti che molte delle mobilità cui eravamo abituati, e che consideravamo necessarie, si sono rivelate superflue. Ma anche quanto la mobilità ci sia in sé necessaria. È il paradosso del Covid: il virus si è messo a viaggiare al nostro posto, costringendoci all’immobilità – condizione ideale per riflettere sulle ragioni della mobilità.

Siamo nati nomadi, e lo siamo stati per gran parte della nostra storia. Quando i nostri antenati Sapiens hanno lasciato l’Africa, da cui tutti proveniamo, e una migrazione dopo l’altra hanno abitato il pianeta, eravamo ancora cacciatori e raccoglitori che si procuravano il cibo spostandosi, poi pastori, e solo molto lentamente (e molto recentemente) siamo diventati stanziali, con l’invenzione dell’agricoltura, poi con l’urbanizzazione, che oggi coinvolge oltre la metà della popolazione mondiale. Siamo pronipoti di raccoglitori e cacciatori, e poi di pastori, prima che di contadini e poi di cittadini. Per questo, come diceva Bruce Chatwin, il nomadismo è nel nostro DNA, o almeno nella nostra memoria storica, nel nostro inconscio individuale e collettivo, e nella nostra esperienza passata, presente e futura, se è vero che oggi abbiamo ricominciato ad essere mobili, e lo siamo in misura maggiore rispetto ai nostri genitori e ai nostri nonni.

Partire da questa constatazione può aiutarci a mettere le basi di una teoria della mobilità: che includa il nomadismo, il desiderio di viaggiare, la brama di conoscere, i tanti complessi motivi che ci spingono ad andare altrove (magari solo per un poco, come nel turismo, o nelle serate fuori porta), ma anche le migrazioni, in entrata e uscita, e le loro nuove forme. C’è un filo che lega il ruolo del viaggio nelle mitologie e nelle religioni (pensiamo, nella Bibbia, ad Adamo ed Eva cacciati dall’Eden – il primo push factor – passando per Mosè e l’Esodo, fino all’incessante attività missionaria di Paolo), per arrivare, dopo l’età delle scoperte geografiche e delle colonizzazioni, alle migrazioni moderne, fino agli scambi Erasmus e ai giovani expat che lasciano l’Italia, oggi in numero superiore agli immigrati (non c’è alcuna invasione in corso: semmai un’evasione…): a testimoniare una circolarità globale che riguarda tutti i paesi (la Germania, per dire, primo paese europeo per arrivi di immigrati, è anche il primo per partenze).

Ma non si capisce la spinta all’erranza se non si affronta il suo contrario, il radicamento, la stanzialità: i due poli tra cui continuamente oscilliamo, talvolta scegliendo con decisione uno dei due, più spesso vivendoli entrambi, in momenti diversi della nostra vita, e persino contemporaneamente, vagheggiando l’uno mentre sperimentiamo l’altro. Anche le migrazioni vanno contestualizzate all’interno di questo quadro più ampio, ma comprese nella loro specificità, e quindi gestite – cosa che abbiamo smesso di fare quando abbiamo chiuso le frontiere all’immigrazione regolare, gettando le basi per l’esplodere di quella irregolare. Le frontiere non sono muri, sono modi per controllare i passaggi. Per questo governare le migrazioni si può: dunque si deve, nell’interesse nostro e dei migranti (quelli che vengono, e dovrebbero venire in altro modo, e quelli che vanno). Le analisi e le ricette ci sono. Quella che manca è la lucidità politica di volerlo fare: perché è più facile agitare il problema per acquisire consenso, o non affrontarlo per paura di perderne, senza analizzare vantaggi e svantaggi, costi e benefici, individuali e di sistema. È più semplice immaginare per gli altri respingimenti universali, muri e isolazionismi (per i quali pagheremmo un prezzo enorme), pretendendo al contempo per noi il diritto ad andare liberamente ovunque, senza accorgerci della contraddizione – senza nemmeno percepire quanto, quella relativa al diritto alla mobilità, sia una delle nuove forme della diseguaglianza.

Il Covid ci ha illuminati anche su altro: il nostro stesso rapporto con l’alterità. Il virus è stato anche questo: il nemico che veniva da lontano, l’immigrato indesiderato, l’irregolare da cui proteggersi, il clandestino che mette a repentaglio le nostre sicurezze, l’invasore che devasta a caso. E quindi capace di rinviare alle nostre pulsioni più profonde – e irrisolte – proprio intorno al tema cruciale della diversità, dell’estraneità, dell’alterità. Di cui ci ha aiutato a vedere le contraddizioni. E i modi per scioglierle. Perché, banalmente, se davvero vogliamo garantire la nostra possibilità e libertà di muoverci, di tornare a percorrere le strade del mondo, e incontrare altre persone, dovremo in qualche modo gestire e garantire anche quella altrui: con le regole e le cautele necessarie, come in ogni viaggio, e in ogni incontro con l’altro che esso implica. Peraltro, questo riguarda sia chi viaggia, sia chi incontra i viaggiatori: ormai l’altro si ha sempre più occasione di incontrarlo anche restando fermi. Per questo è indispensabile rifletterci sopra.

 

 

Passato e presente della mobilità umana, in “Vita e pensiero”, n.1, 2022, pp. 53-57

Demografia, famiglie e immigrazioni. Le cose da fare

È il problema principale di questo paese, ma è quello di cui si parla meno. Per inconsapevolezza. Per ignoranza. Perché la politica, quando guarda al futuro, pensa alle prossime elezioni, non alle prossime generazioni. Ma persino quando guarda al passato, si occupa in realtà solo di quanto accaduto ieri, e mai di quanto avvenuto non diciamo nei secoli o nelle decadi passate, ma anche solo l’altro ieri.

Solo questo può spiegare come ci si accorga solo ora dell’inverno demografico, che in realtà è cominciato da un quarto di secolo: è infatti dai primi anni ’90 che l’Italia, primo paese al mondo, è entrato stabilmente in recessione demografica, ovvero conta più morti che nati. Ma mentre negli anni pre-Covid il differenziale era arrivato a circa 200mila persone l’anno (comunque una cifra di tutto riguardo, l’equivalente di una città come Padova evaporata ogni dodici mesi), nel periodo Covid e seguente ha visto il differenziale raddoppiare: 400mila persone l’anno, l’equivalente di una città come Bologna.

Di questo fenomeno – prevedibilissimo, dato che tendenze e percentuali sono dati oggettivi, non ipotesi – ci stiamo accorgendo ora solo perché ne vediamo le conseguenze nel mondo del lavoro (la carenza di manodopera nel turismo e altrove) e nella scuola, dove l’allarme si riverbera nella chiusura di classi, sezioni, interi istituti, a ritmi impensabili (il 10% di iscritti alle prime elementari in meno, solo quest’ultimo anno). Già questo ci rivela un ritardo inaccettabile: in altri paesi se ne parla da tempo – e la politica, come giusto, si divide sulle ricette da attuare, ma almeno si è accorta del problema.

Scopriamo dunque oggi, come emergenza, ciò che avremmo dovuto vedere già un quarto di secolo fa come tendenza strutturale. Tardi, ma meglio tardi che mai. Solo che, quanto a risposte, siamo ancora al mai. Una risposta sono le politiche per la famiglia. Qui, a dispetto della retorica sui family day, chiunque abbia governato, destra o sinistra o tutti insieme appassionatamente, siamo ancora all’abc, ai bonus, alle iniziative una tantum. Niente di sufficientemente strutturale, radicale e permanente in termini di incentivi e defiscalizzazioni, permessi, tutele e contribuzioni a lavoratori/trici e aziende. Poco o niente anche in termini di servizi: nidi per tutti, tempo pieno scolastico diffuso, che favoriscono la partecipazione al lavoro delle donne (che, al contrario di quanto si crede, è correlata positivamente all’indice di natalità). Un’altra risposta è legata all’immigrazione. Ci siamo attardati a considerarla solo un problema e un’emergenza, ma essa è un fatto e un dato strutturale (e spesso la soluzione a un problema, non la sua causa), che peraltro ci accompagna in numeri significativi da mezzo secolo. Se non ci fosse stata l’immigrazione, dagli anni ’70, oggi saremmo poco più di quaranta milioni, molto più anziani, più malati, con ancora meno forza lavoro e ancora meno bambini, e avviluppati in una spirale economica discendente, che la recessione demografica accelera e accentua. Oggi poi si sommano, per la prima volta nella nostra storia, due crisi concomitanti che hanno a che fare con la popolazione: abbiamo più morti che nati, e persino più emigranti che immigrati (mentre in passato di solito uno squilibrio era compensato dall’altro, e c’era emigrazione precisamente perché c’era popolazione eccedentaria).

Bene dunque che se ne accorga anche la scuola. Bene che si capisca che servono politiche per la famiglia. E che gli immigrati non producono disoccupazione, ma semmai creano occupazione e contribuirebbero a salvaguardarla: inclusa quella degli insegnanti, ma anche di tutto l’indotto legato alla loro presenza, che include le varie dimensioni della vita.

Servono tuttavia iniziative pubbliche e piani straordinari. L’Unione Europea indica una soglia minima di 33 posti negli asili nido (un terzo) ogni 100 bambini: in Italia solo 6 regioni hanno raggiunto l’obiettivo (e il Veneto non è tra queste). Per la scuola dell’obbligo, occorre tutelare aree interne e di montagna, insulari o semplicemente marginali: prima che il processo di abbandono si autoalimenti, ciò che avviene rapidissimamente, e in maniera poi difficilmente reversibile.

 

Inverno demografico. Le nascite e i piani anticrisi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 18 maggio 2022, editoriale, p.1

I vantaggi del doppio cognome

La sentenza della Corte Costituzionale che rende possibile l’utilizzazione del doppio cognome, materno e paterno, sta facendo discutere. Soprattutto i tradizionalisti, quelli che potremmo chiamare gli inerziali, e in generale i maschi, che vedono cadere un altro automatico privilegio. Poiché molti di costoro fanno una facile ironia sulla sfilza dei cognomi che ci ritroveremo nelle future carte d’identità, sgombriamo subito il campo da questo falso problema: la Corte ha affermato un principio, che spetterà al Parlamento riempire di contenuto, decidendo come attuarlo. Facciamo semplicemente notare che in moltissimi paesi questo principio esiste già da secoli (tipicamente nei paesi ispanofoni e lusofoni, quindi anche in America Latina) o da epoche più recenti (come nei paesi scandinavi), e anche lì la legge pone dei limiti (di solito si sceglie il primo dei cognomi di entrambi i genitori). Peraltro i criteri scelti dai vari paesi sono i più disparati: si va dal sorteggio all’ordine alfabetico, dall’obbligo all’anagrafe solo del cognome materno (dopotutto, l’unica ascendenza certa, come noto) alla possibilità di scegliere persino un cognome estraneo alla famiglia. Semmai dovrebbe interrogarci il fatto che – come in tanti altri ambiti – sia la Corte a intervenire, in una questione sulla quale, come accaduto altrove, avrebbe dovuto legiferare il Parlamento, se non fosse che ormai esso ha abdicato alla funzione sua propria, appunto quella legislativa.

Di fatto, il doppio cognome non fa che certificare dei cambiamenti già avvenuti nella società. Ai tradizionalisti si può ricordare, per aggravare la loro preoccupazione, che non solo si apre al cognome della madre, ma molto semplicemente a quello del genitore 1 e del genitore 2: parlare solo di cognome paterno e materno è riduttivo. Agli inerziali, tra cui anche tutti coloro che in questi giorni stanno ripetendo il mantra che questa non sarebbe una priorità dell’Italia, come tanti politici e altri difensori a parole di una famiglia tradizionale che spesso loro stessi non sperimentano, si può ricordare che il fatto che si sia sempre fatto così (un solo cognome, quello paterno) non è necessariamente un motivo intelligente per non fare altrimenti.

La società è ben più complessa e variegata, e perciò interessante, e non solo nella modernità. Da sempre i modelli familiari sono articolati: ci sono genitori che riconoscono figli non loro (consapevolmente o a loro insaputa) o al contrario genitori che non riconoscono i loro (padri, di solito: ma anche madri che non informano inconsapevoli padri), adozioni e altre forme di filiazione. In molte società esistono soprannomi e patronimici che possono essere aggiunti, anche formalmente, all’identità di una persona (come nel mondo arabo, dove dopo la nascita del figlio si diventa “padre di” o “madre di”, e il figlio può assumere il nome di “figlio – Ibn – di”, nel mondo russo, aggiungendo la desinenza -vic agli uomini o -vna alle donne, per indicare di quale padre sei figlio, o in Islanda, dove esiste invece il matronimico, e la desinenza indica di quale madre sei figlio).

Più semplicemente, da noi, la possibilità di scegliere potrà interessare e risultare utile – facilitando loro la vita – a famiglie in cui si può includere o scegliere un cognome più o meno prestigioso di un ramo ascendente della famiglia, o opportunamente oscurarne uno degradante (il doppio cognome non è un obbligo, ma una scelta, e quindi offre l’opportunità di rinunciare a quello sgradevole). Per le coppie miste (ormai circa il 15% dei matrimoni) può diventare un utile strumento di integrazione. È provato il peso inerziale del cognome, nella percezione esterna (degli insegnanti, dei datori di lavoro, delle agenzie immobiliari, ecc.). Se il bambino o la persona ha un cognome straniero, verrà percepito come tale, con i pregiudizi conseguenti, spesso pesanti fin dall’infanzia; se il cognome è italiano, tutto questo non accade: la nuova normativa potrà consentire di sceglierne uno (come si fa con la lingua e con la religione), o comunque di accoppiarli, rendendo la vita delle persone coinvolte molto diversa. In generale, la scelta diventerà un modo molto utile, per le coppie e le famiglie, di discutere di un tema importante, senza darne la soluzione per scontata, offrendo una possibilità di contrattazione e rapporti di potere più equilibrati soprattutto al coniuge socialmente più debole (che non è detto sia necessariamente la donna).

 

La scelta del cognome, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, “Corriere di Verona”, 30 aprile 2022, editoriale, p.1

Salari, demografia, immigrazione. Perché nel turismo non si trova manodopera

Il ministro Garavaglia ha denunciato il danno provocato dal reddito di cittadinanza al comparto del turismo, in quanto farebbe concorrenza indiretta ai salari del settore, che non troverebbe – per questa ragione – manodopera disponibile. Prendiamo atto di questa tardiva critica a una legge approvata dal suo partito – la Lega, quando era nel governo Conte 1 con il Movimento 5 Stelle – in cambio della contestuale approvazione di Quota 100: entrambi provvedimenti catastrofici, per i loro costi e le loro conseguenze sul mercato del lavoro, scaricati sulle spalle del paese in cambio del premio dato a una clientela elettorale per ciascuno (leggi già immaginate allora come temporanee precisamente perché se ne conosceva il devastante impatto sui conti dello stato, per l’approvazione delle quali aspetteremo invano una parola di scuse). Il reddito di cittadinanza è stato sicuramente pensato male e applicato peggio: non come idea, ma per aver voluto mischiare due forme di intervento molto diverse (da un lato, la doverosa lotta alla povertà, che si era persino considerata, ipso facto, abolita; dall’altro la gestione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, naufragata nella grottesca vicenda dei navigator), finendo per affrontare male entrambe. Ma attribuirgli la difficoltà di reperimento di manodopera di un intero comparto appare eccessivamente autoindulgente.
Se il reddito di cittadinanza (sicuramente da riformare) è concorrenziale, significa che i salari del settore sono, mediamente, scandalosamente bassi. Ci si era abituati a una manodopera a disposizione abbondante e facilmente ricattabile, tanto più quando immigrata, che non c’è più, per due ragioni. La prima è che si è rimpicciolito il bacino disponibile, per questioni demografiche (è un quarto di secolo che abbiamo più morti che nati, ma ce ne accorgiamo solo oggi vedendone l’effetto nel calo della forza lavoro) e perché sono diminuite le migrazioni anche regolari (contro le quali il partito del ministro si è battuto con successo: ma se non ci sono immigrazioni sostitutive della forza lavoro non nata, la manodopera, semplicemente, non c’è). La seconda è che dopo il lockdown, con l’inaspettata potente spinta alla crescita che c’è stata, molti, sia italiani che immigrati, che prima galleggiavano precariamente nel turismo, con lavori stagionali, hanno cominciato ad essere regolarmente assunti nell’industria, come operai, con salari migliori e maggiori garanzie: il che dovrebbe spingere a domandarsi perché salari e condizioni di lavoro non sono attrattive. Quest’ultimo punto è volentieri omesso dagli operatori del settore. Nel turismo orari e turni sono spesso molto pesanti, ma il riconoscimento economico non è lontanamente proporzionale: in più (e nessuno faccia finta di cadere dalle nuvole) vi sono vasti ambiti di lavoro grigio (alcune ore pagate regolarmente, altre no). Trattandosi di lavoro fatto in trasferta, una parola va spesa sulle condizioni alloggiative del personale: talvolta indecenti perfino per chi le offre (che tuttavia non ha il problema di dovercisi adattare). Certo, non si deve generalizzare: ma il problema è notorio. E in un settore in cui la customer satisfaction è cruciale, non ci si possono aspettare sorrisi ed empatia nei confronti del cliente, se il personale è a sua volta scontento. La sua insoddisfazione, e a maggior ragione la sua mancanza, si pagano anche nel lungo periodo: se il cliente ha ricevuto un cattivo servizio una volta, tenderà ad andare e a fidelizzarsi altrove negli anni successivi.
Questo insieme di scelte è dovuto all’arretratezza di parte del settore, che in origine era a basso valore aggiunto: ma oggi è meno vero, e il capitale umano diventa cruciale. Per questo la parte innovativa del settore, che per fortuna c’è, dovrebbe combattere l’offerta predatoria di alcuni, anche perché ne paga un prezzo in reputazione, che non ricade solo sul singolo albergatore o ristoratore, ma sul territorio. Il Veneto è sicuramente messo meglio rispetto alle altre regioni d’Italia: ma se il termine di confronto si sposta verso altre mete all’estero, si rischia di scoprire che la sempre vantata crescita veneta è percentualmente inferiore a quella di molti concorrenti. E allora qualche riflessione va fatta. Senza tirare in ballo la comoda scusa del reddito di cittadinanza.

Il reddito peggiore del reddito. Il caso stagionali, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 aprile 2022, editoriale, p.1

Contro il pacifismo a parole, per una nonviolenza attiva: una proposta

cliccando di seguito, l’articolo originale: Avvenire1422

La distinzione troppo manichea tra pacifisti e guerrafondai, tra sostenitori delle ragioni delle armi e oppositori del loro uso, tra chi è favorevole all’aumento delle spese militari e chi vorrebbe una loro diminuzione, rischia di essere fuorviante. Bisogna uscire da questa logica binaria, da questa contrapposizione troppo facile. Non è pacifista chi si dice a favore della pace, ma chi fa qualcosa di concreto per produrre pace. Non è guerrafondaio chi sostiene che gli ucraini hanno il diritto di difendersi dall’aggressore anche con le armi, ma chi pensa che le armi siano l’unico modo per reagire all’aggressione russa. E, infine, il problema non è quanto, ma come si spende: se aumentassimo le spese militari per organizzare un esercito di attivisti esperti nelle forme di difesa popolare nonviolenta, di resistenza e di boicottaggio, oltre che nell’uso delle armi come extrema ratio, si tratterebbe di denari spesi bene, utili in tempo di pace e per preparare la pace, oltre che in tempo di guerra.
Chi si considera nonviolento non è un’anima bella che immagina un mondo ideale privo di conflitti, e si sottrae persino all’idea di prendere posizione di fronte ad essi. Il nonviolento vede con chiarezza la dinamica dei conflitti, prende una posizione ferma contro l’ingiustizia, contro l’aggressore e dalla parte dell’aggredito, ma cerca tutti i mezzi possibili per scongiurare un’inutile escalation del conflitto, esplorando le possibili soluzioni precedenti e alternative alla guerra.
Sono un antico obiettore di coscienza. Per me impugnare le armi non è un’opzione. Credo che in molte situazioni (ma ho l’onestà di dire: non in tutte) sia possibile trovare mezzi diversi, e persino più efficaci, per combattere un nemico, un aggressore, rispetto all’uso della stessa forza che sta usando lui. Ma ho sempre pensato che questo valga per la mia coscienza. E non implica che sia sbagliato, o moralmente ingiustificabile, rispondere alla violenza difendendosi anche usando la violenza, da parte di chiunque. Tanto meno presuppone una superiorità morale di chi rifiuta di combattere, rispetto a chi sceglie di lottare: al contrario, bisogna riconoscere la virtù o il coraggio di chi si ribella all’imposizione, pagandone il prezzo, in qualsiasi modo lo faccia.
Credo che di fronte a un’aggressione plateale e ingiustificata come quella russa nei confronti dell’Ucraina sia necessario prendere una posizione chiara ed esplicita a fianco dell’Ucraina. Questo, da fuori, può essere fatto in tre modi, tra loro compatibili e non mutuamente escludentisi: a) inviando armi a chi ritiene di dover combattere contro la prepotenza dell’esercito russo, costringendolo a trattare da una posizione di non totale asservimento e dunque debolezza della parte aggredita; b) aiutando la popolazione civile con supporto materiale e morale, come fanno le ONG e le organizzazioni di cooperazione impegnate nella risposta all’emergenza umanitaria, ma anche come ha fatto l’Unione Europea imponendo sanzioni e sequestrando patrimoni di sostenitori del regime russo, e boicottando attivamente le istituzioni dell’aggressore, come fa Anonymous; c) aiutando tutte le persone sfollate a trovare una nuova casa a casa nostra. Non fare nulla, tanto più in nome del pacifismo, non è accettabile.
Nessuna opposizione alla guerra è credibile se non si paga un prezzo personale e non si attiva una testimonianza diretta. Chi combatte come partigiano lo fa costruendo la resistenza armata, e chi vuole sostenere la resistenza armata senza combattere in prima persona, anche per non allargare il conflitto ad altri fronti, lo fa inviando armi. Chi combatte usando l’arma economica e la moral suasion, lo fa con le risoluzioni dell’ONU, sanzioni che producono un costo anche su chi le dichiara, l’isolamento internazionale dell’aggressore, il supporto al dissenso interno, la promozione di tavoli di trattativa che manifestino un sostegno attivo all’aggredito, aprendo tuttavia a soluzioni praticabili per terminare il conflitto prima possibile, riducendo le sofferenze della popolazione civile e cercando di limitare quelle dei soldati di ambo le parti. Chi aiuta i profughi a trovare una sistemazione, manifestando così concretamente la propria solidarietà, combatte per così dire su un fronte interno, alla propria coscienza e al proprio paese.
Ma forse si può fare un passo ulteriore. I cittadini comuni che vogliono sostenere la causa dell’aggredito in maniera pacifica non hanno altra arma che se stessi. Possono manifestare sostegno alle scelte fatte dai propri governi, anche se implicano un costo pure per sé. Possono impegnarsi attivamente per promuovere discussione e consapevolezza, senza abdicare mai al dovere di sostenere le ragioni dell’aggredito contro l’aggressore: in maniera equilibrata, ma non equidistante. Possono finanziare gli aiuti personalmente, o attivarsi direttamente nella solidarietà e nell’ospitalità. Ma credo che potrebbero fare anche altro.
Siamo contro il conflitto? Ci crediamo davvero? Siamo pronti a pagare un prezzo, a fare dei sacrifici, per questo? Siamo, davvero, credibilmente, contro la guerra e a favore della pace? Testimoniamolo. La sola altra arma che abbiamo – se vogliamo che tacciano altre armi – è il nostro corpo. Usiamolo: non in alternativa alle altre forme di lotta e resistenza, ma al contrario in collegamento e in collaborazione con esse – come un’arma ulteriore a disposizione dei resistenti e, perché no, dei governi. Andiamo a praticarla, questa solidarietà, questo impegno attivo contro la guerra e contro l’ingiustizia: con una grande marcia della pace (ma non a casa propria: troppo facile!) che coinvolga milioni di cittadini europei, che si mettano in cammino verso l’Ucraina, e poi verso la Russia (ma anche dentro l’Ucraina, e dentro la Russia, per quanto possibile). In maniera organizzata. Sostenuti dalla logistica pacifica dei governi e delle organizzazioni della solidarietà transnazionale. Ma disposti a correre dei rischi, come li corre chi combatte. Mettendo in conto la possibilità di essere attaccati: e non fermandosi al primo morto, come non lo fa la resistenza armata. Sfidando le bombe con la civiltà e la forza del dialogo e della testimonianza personale, ma moltiplicata per milioni: una pacifica forza di interposizione, un impegno attivo ma non bellicista e belligerante. Non i caschi blu, ma nemmeno le bandiere bianche di chi si arrende. Il solo pacifismo moralmente accettabile, perché assunto in proprio, non scaricato sulle spalle e sulla pelle degli altri.

Guerrafondai e pacifisti a parole? No, grazie.La nonviolenza attiva faccia un passo avanti, in “Avvenire”, 1 aprile 2022, p.1-3

Il prezzo del pacifismo. In marcia per l’Ucraina. E altre cose necessarie da fare

Idee
Il prezzo del pacifismo
di Stefano Allievi

#pacifismoannozero, l’intervento del sociologo e animatore sociale: «Non è pacifista chi si dice a favore della pace, ma chi fa qualcosa di concreto per produrre pace. Nessuna opposizione alla guerra è credibile se non si paga un prezzo personale e non si attiva una testimonianza diretta. Che rischi siamo disposti a correre?»

La distinzione troppo manichea tra pacifisti e guerrafondai, tra sostenitori delle ragioni delle armi e oppositori del loro uso, tra chi è favorevole all’aumento delle spese militari e chi vorrebbe una loro diminuzione, rischia di essere fuorviante. Bisogna uscire da questa logica binaria, da questa contrapposizione troppo facile. Non è pacifista chi si dice a favore della pace, ma chi fa qualcosa di concreto per produrre pace. Non è guerrafondaio chi sostiene che gli ucraini hanno il diritto di difendersi dall’aggressore anche con le armi, ma chi pensa che le armi siano l’unico modo per reagire all’aggressione russa. E, infine, il problema non è quanto, ma come si spende: se aumentassimo le spese militari per organizzare un esercito di attivisti esperti nelle forme di difesa popolare nonviolenta, di resistenza e di boicottaggio, oltre che nell’uso delle armi come extrema ratio, si tratterebbe di denari spesi bene, utili in tempo di pace e per preparare la pace, oltre che in tempo di guerra.

Chi si considera nonviolento non è un’anima bella che immagina un mondo ideale privo di conflitti, e si sottrae persino all’idea di prendere posizione di fronte ad essi. Il nonviolento vede con chiarezza la dinamica dei conflitti, prende una posizione ferma contro l’ingiustizia, contro l’aggressore e dalla parte dell’aggredito, ma cerca tutti i mezzi possibili per scongiurare un’inutile escalation del conflitto, esplorando le possibili soluzioni precedenti e alternative alla guerra.

Sono un antico obiettore di coscienza. Per me impugnare le armi non è un’opzione. Credo che in molte situazioni (ma ho l’onestà di dire: non in tutte) sia possibile trovare mezzi diversi, e persino più efficaci, per combattere un nemico, un aggressore, rispetto all’uso della stessa forza che sta usando lui. Ma ho sempre pensato che questo valga per la mia coscienza. E non implica che sia sbagliato, o moralmente ingiustificabile, rispondere alla violenza difendendosi anche usando la violenza, da parte di chiunque. Tanto meno presuppone una superiorità morale di chi rifiuta di combattere, rispetto a chi sceglie di lottare: al contrario, bisogna riconoscere la virtù o il coraggio di chi si ribella all’imposizione, pagandone il prezzo, in qualsiasi modo lo faccia.

Credo che di fronte a un’aggressione plateale e ingiustificata come quella russa nei confronti dell’Ucraina sia necessario prendere una posizione chiara ed esplicita a fianco dell’Ucraina. Questo, da fuori, può essere fatto in tre modi, tra loro compatibili e non mutuamente escludentisi:

a) inviando armi a chi ritiene di dover combattere contro la prepotenza dell’esercito russo, costringendolo a trattare da una posizione di non totale asservimento e dunque debolezza della parte aggredita;
b) aiutando la popolazione civile con supporto materiale e morale, come fanno le ONG e le organizzazioni di cooperazione impegnate nella risposta all’emergenza umanitaria, ma anche come ha fatto l’Unione Europea imponendo sanzioni e sequestrando patrimoni di sostenitori del regime russo, e boicottando attivamente le istituzioni dell’aggressore, come fa Anonymous;
c) aiutando tutte le persone sfollate a trovare una nuova casa a casa nostra. Non fare nulla, tanto più in nome del pacifismo, non è accettabile.
Nessuna opposizione alla guerra è credibile se non si paga un prezzo personale e non si attiva una testimonianza diretta. Chi combatte come partigiano lo fa costruendo la resistenza armata, e chi vuole sostenere la resistenza armata senza combattere in prima persona, anche per non allargare il conflitto ad altri fronti, lo fa inviando armi. Chi combatte usando l’arma economica e la moral suasion, lo fa con le risoluzioni dell’ONU, sanzioni che producono un costo anche su chi le dichiara, l’isolamento internazionale dell’aggressore, il supporto al dissenso interno, la promozione di tavoli di trattativa che manifestino un sostegno attivo all’aggredito, aprendo tuttavia a soluzioni praticabili per terminare il conflitto prima possibile, riducendo le sofferenze della popolazione civile e cercando di limitare quelle dei soldati di ambo le parti. Chi aiuta i profughi a trovare una sistemazione, manifestando così concretamente la propria solidarietà, combatte per così dire su un fronte interno, alla propria coscienza e al proprio Paese.

Ma forse si può fare un passo ulteriore. I cittadini comuni che vogliono sostenere la causa dell’aggredito in maniera pacifica non hanno altra arma che se stessi. Possono manifestare sostegno alle scelte fatte dai propri governi, anche se implicano un costo pure per sé. Possono impegnarsi attivamente per promuovere discussione e consapevolezza, senza abdicare mai al dovere di sostenere le ragioni dell’aggredito contro l’aggressore: in maniera equilibrata, ma non equidistante. Possono finanziare gli aiuti personalmente, o attivarsi direttamente nella solidarietà e nell’ospitalità. Ma credo che potrebbero fare anche altro.

Siamo contro il conflitto? Ci crediamo davvero? Siamo pronti a pagare un prezzo, a fare dei sacrifici, per questo? Siamo, davvero, credibilmente, contro la guerra e a favore della pace? Testimoniamolo. La sola altra arma che abbiamo – se vogliamo che tacciano altre armi – è il nostro corpo. Usiamolo: non in alternativa alle altre forme di lotta e resistenza, ma al contrario in collegamento e in collaborazione con esse – come un’arma ulteriore a disposizione dei resistenti e, perché no, dei governi. Andiamo a praticarla, questa solidarietà, questo impegno attivo contro la guerra e contro l’ingiustizia: con una grande marcia della pace (ma non a casa propria: troppo facile!) che coinvolga milioni di cittadini europei, che si mettano in cammino verso l’Ucraina, e poi verso la Russia (ma anche dentro l’Ucraina, e dentro la Russia, per quanto possibile). In maniera organizzata. Sostenuti dalla logistica pacifica dei governi e delle organizzazioni della solidarietà transnazionale. Ma disposti a correre dei rischi, come li corre chi combatte. Mettendo in conto la possibilità di essere attaccati: e non fermandosi al primo morto, come non lo fa la resistenza armata. Sfidando le bombe con la civiltà e la forza del dialogo e della testimonianza personale, ma moltiplicata per milioni: una pacifica forza di interposizione, un impegno attivo ma non bellicista e belligerante. Non i caschi blu, ma nemmeno le bandiere bianche di chi si arrende. Il solo pacifismo moralmente accettabile, perché assunto in proprio, non scaricato sulle spalle e sulla pelle degli altri.

Il prezzo del pacifismo, in “Vita”, 31 marzo 2022

Ucraina: cosa possiamo fare da qui? Contro l’ingiustizia. Per la pace. Nel concreto.

La tragedia è loro, non nostra. Ma qualcosa possiamo fare anche da qui. Innanzitutto uscire dalle contrapposizioni interne, come quella, fasulla, tra pacifisti e guerrafondai. Non è pacifista chi si dice a favore della pace, ma chi fa qualcosa di concreto per produrre pace. Non è guerrafondaio chi sostiene che gli ucraini hanno il diritto di difendersi dall’aggressore anche con le armi, ma chi pensa che le armi siano l’unico modo per reagire all’aggressione russa. Anche chi si ritiene nonviolento non è un’anima bella che immagina un mondo ideale privo di conflitti. Il nonviolento vede con chiarezza la dinamica dei conflitti, prende una posizione ferma contro l’ingiustizia, contro l’aggressore e dalla parte dell’aggredito, ma cerca tutti i mezzi possibili per scongiurare un’inutile escalation del conflitto, esplorando le possibili soluzioni alternative.
Di fronte a un’aggressione plateale e ingiustificata come quella russa nei confronti dell’Ucraina è necessario prendere una posizione chiara ed esplicita. Questo, da fuori, può essere fatto in tre modi, tra loro compatibili e non mutuamente escludentisi: a) inviando armi a chi ritiene di dover combattere contro la prepotenza dell’esercito russo, costringendolo a trattare da una posizione di non totale asservimento e dunque di debolezza; b) aiutando la popolazione civile con supporto materiale e morale, come fanno le ONG e le organizzazioni di cooperazione impegnate nella risposta all’emergenza umanitaria (anche con il nostro personale sostegno), ma anche come ha fatto l’Unione Europea imponendo sanzioni e sequestrando patrimoni di sostenitori del regime russo, e boicottando attivamente le istituzioni dell’aggressore, come fa Anonymous; c) aiutando tutte le persone sfollate a trovare una nuova casa a casa nostra. Non fare nulla, tanto più in nome di un vago e generico pacifismo, che finisce inevitabilmente per assomigliare all’indifferenza morale, e senza pagare di persona, non è un’opzione. Non serve a nulla, e gratifica solo i nostri ideologici solipsismi. Le tre modalità di azione evidenziate hanno il merito di uscire da questa trappola, coinvolgendoci direttamente, attraverso il prezzo che paghiamo.
a) Chi combatte come partigiano lo fa costruendo la resistenza armata, e chi vuole sostenere la resistenza armata senza combattere in prima persona, anche per non allargare il conflitto ad altri fronti, lo fa inviando armi e collaborando logisticamente a questa impresa, ciò che implica dei costi, economici e politici. b) Chi combatte usando l’arma economica e la moral suasion, lo fa con le risoluzioni dell’ONU, sanzioni che producono un costo anche su chi le dichiara, l’isolamento internazionale dell’aggressore, il supporto al dissenso interno, la promozione di tavoli di trattativa che manifestino un sostegno attivo all’aggredito, aprendo tuttavia a soluzioni praticabili per terminare il conflitto prima possibile, riducendo le sofferenze della popolazione civile e cercando di limitare quelle dei soldati di ambo le parti. c) Chi aiuta i profughi a trovare una sistemazione, manifestando così concretamente la propria solidarietà, combatte per così dire su un fronte interno al proprio paese, condividendo con altri, bisognosi di aiuto, le proprie risorse.
Un’ulteriore battaglia che si può combattere, forse, è quella per un’informazione corretta. Immedesimarsi (anche nelle ragioni dell’altro, ma senza farle proprie), prendere parte, assumere posizioni pubbliche, aiutare gli altri a farsi un’idea e sollecitare all’impegno. Collaborando con chi fa. Sostenendo le scelte fatte dai propri governi, anche se implicano un costo pure per sé. Impegnandosi attivamente per promuovere discussione e consapevolezza, senza abdicare mai al dovere di sostenere le ragioni dell’aggredito contro l’aggressore: in maniera equilibrata, ma non equidistante. Non arrendersi all’inutilità dello spettatore, e alla vacuità della discussione da talk show: interessata spesso a esibire narcisisticamente le proprie opinioni, e non veramente a contribuire a risolvere i problemi. Che deve essere la priorità, se crediamo davvero a quello in cui diciamo di credere.

Ucraina, che fare da qui, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 marzo 2022, editoriale, p.1

Accoglienza profughi ucraini: non ripetere gli errori del passato

L’arrivo in poche settimane di quelle che saranno a breve decine di migliaia, e tra non molto forse centinaia di migliaia, di profughi ucraini in fuga, ci costringe a rivedere le nostre modalità di accoglienza: e, forse, anche i principi in base ai quali è stata praticata in passato.
Stavolta conta l’aspetto emotivo: per ora favorevole all’accoglienza, sulla base della drammaticità di quanto sta accadendo, del fatto che ci sentiamo (e siamo) fisicamente vicini alla guerra, del fatto che si tratta di europei (bianchi e cristiani: meglio essere espliciti fino in fondo) e li percepiamo come tali (quindi non è facile inventarsi comode scuse per essere contro o sentirsi diversi da loro), e infine del fatto che la presenza di una radicata comunità ucraina in Italia di 250mila persone ci costringe, in qualche modo, a una vicinanza personale. Può spiacere che in altri casi sia percepita una profonda distanza, ed è giusto indagarne i motivi, ma qui ci limitiamo a prenderne atto. Sapendo che l’emotività accogliente non durerà a lungo: già sono presenti, e si rafforzeranno, le voci critiche di chi dice “ma i nostri? perché questi ci passano davanti?”, da parte di italiani in situazione critica ma anche di stranieri arrivati in precedenti ondate (“perché loro li aiutate e noi no?”).
Detto questo, vediamo cosa fare e soprattutto non fare. Molta di questa migrazione si sente temporanea: le persone sfollate da noi, in gran parte donne e bambini, vorrebbero tornare a casa, appena possibile. Ma molte di queste propensioni al rientro sono illusorie, come per tutte le prime generazioni di migranti, e i più si installeranno definitivamente qui, raggiunti eventualmente, un domani, da coniugi e familiari sopravvissuti ai combattimenti, quando la guerra finirà. Bisogna dunque parlare di integrazione, non di accoglienza. Occorrono luoghi e strumenti per l’emergenza e i bisogni primari: avere un tetto per dormire, da mangiare e di che vestirsi (nonché supporto medico, non solo per le vaccinazioni, e psicologico); ma occorre anche un rapidissimo e professionale insegnamento della lingua italiana e inserimento scolastico per i piccoli, e nel mondo del lavoro per gli adulti (e una rapidissima consegna di documenti di soggiorno: già decisa, ma che la burocrazia delle Questure ritarderà, come sempre successo). Il contrario di quanto accaduto in passato, anche perché – a seguito di una narrazione popolarizzata ai tempi di Salvini al ministero degli interni – il governo Conte 1 ha tagliato i contributi per le spese di integrazione, quasi fossero superflue, abbassando le diarie conseguenti. È lecito esprimere una parola di rammarico anche per aver chiuso in quell’epoca molti SPRAR gestiti dai comuni, così che oggi quegli stessi comuni sono costretti a riattivare frettolosamente dei CAS (i Centri di accoglienza straordinaria) che inevitabilmente funzioneranno peggio.
A vantaggio dell’integrazione gioca il fatto che molti sono accolti in case private, da loro connazionali o da italiani. Questi meccanismi, come accaduto anche per i corridoi umanitari, facilitando l’attivazione di efficaci reti di solidarietà, favoriscono i meccanismi di integrazione, di conoscenza del territorio, di inserimento lavorativo, in tempi più rapidi rispetto all’accoglienza gestita dalle autorità locali o peggio dalle grandi agenzie d’intervento: ma occorre trovare il modo di finanziare e sostenere logisticamente, anche attraverso servizi comuni (ad esempio di apprendimento della lingua) queste reti, in tempi rapidi e con risorse adeguate. Il lavoro dell’integrazione non può essere lasciato sulle spalle di famiglie che già si attivano con generosità, in un contesto peraltro di aumento dei costi e quindi di maggiori difficoltà per tutti.
Un argomento di rilievo, ed è bene spiegarlo sin da ora alla pubblica opinione, è che in realtà questo arrivo, per quanto spiacevole nelle sue motivazioni e drammaticamente rapido nelle sue modalità, si mostrerà nel medio ma anche nel breve termine un vantaggio complessivo per il sistema Italia. Ricordiamo che veniamo da oltre un ventennio di saldo demografico negativo (più morti che nati, con un invecchiamento della popolazione che è il peggiore d’Europa, con contestuale caldo della forza lavoro e del numero di bambini), che ha raggiunto negli ultimi due anni la cifra record di oltre 400mila persone l’anno in meno (l’equivalente di una città come Bologna), aggravato dal fatto che fin dagli ultimi anni pre-Covid era negativa anche la bilancia migratoria, con più partenze che arrivi. La presenza di nuovi membri della società, giovani e pure acculturati (la percentuale di laureati sulla popolazione è maggiore in Ucraina che in Italia), si rivelerà dunque preziosa. Un aspetto che avremmo dovuto capire da molti anni anche con le migrazioni da altrove (con livello di istruzione più basso, è vero: ma per una richiesta di lavoratori in gran parte non professionalizzati, dalle colf ai manovali, dai braccianti agli addetti alle pulizie e magazzinaggio), ma che avremo la possibilità di introiettare oggi, che le sirene della xenofobia, di fronte a questa tragedia (non è stato così per i morti in mare), sono state opportunamente tacitate anche da parte di chi se ne è fatto alfiere in passato.

Più integrazione che accoglienza, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” e “Corriere di Bologna”, 22 marzo 2022, editoriale, p.1

Scuola, social network, e alfabetizzazione digitale. È urgente una formazione specifica. Per i docenti, prima che per gli studenti.

Le storie individuali possono servire ad approfondire un problema più ampio e diffuso. È questo lo spirito con cui va letto il caso dell’insegnante che, dopo aver dato 1 al tema di un alunno che ha copiato da internet, ha pensato bene di postare parte del tema, il voto e le sue considerazioni in proposito, su Facebook.
In questione non è il voto: la preside conferma che il regolamento didattico prevede l’1 in caso di copiatura. Altri insegnanti o istituti avrebbero probabilmente scelto diversamente, e c’è sempre un certo grado di discrezionalità del docente nella scelta del voto, ma quel che conta è lo scopo punitivo, e dissuasivo: in sé comprensibile, anche se ne potremmo opinare l’utilità, in favore di altri strumenti, più pedagogicamente articolati.
Il problema sta nella pubblicizzazione, e nell’uso maldestro dei social network, privi della necessaria minimale alfabetizzazione digitale. Platealmente dimostrata dall’insegnante prima nel difendere la propria scelta, e poi nel reiterare la dose, aggiungendo, per giustificarsi: “l’alunno ha 20 anni e frequenta l’ultimo anno. Tra tre mesi dovrà affrontare l’Esame di Stato e successivamente cercarsi un lavoro. Ebbene, ha copiato un tema svolto da internet. Gli errori di sintassi o di grammatica hanno valore relativo di fronte a fatti di questa gravità. Non stiamo parlando di un adolescente fragile, ma di un adulto incapace di prendersi delle responsabilità”. Con ciò informandoci che l’alunno è pluribocciato, che ha pure fatto errori di sintassi e grammatica, e per giunta è “un adulto incapace di prendersi delle responsabilità”. Giusto per capire la gravità della cosa, immaginiamola a parti invertite: detta di noi da un nostro superiore, o detta di nostro figlio, senza mediazioni. Mostrando una totale mancanza di comprensione del funzionamento del mezzo che si sta usando. Che riguarda molti altri.
È infatti uno sport abbastanza diffuso, anche tra colleghi universitari, quello di usare i social network, e in particolare Facebook (di per sé già un mezzo da boomer, obsoleto e riconducibile a una fascia d’età abbastanza precisa – grosso modo, il mondo degli adulti, dato che i giovani hanno trasmigrato altrove), come sfogatoio, e anche per ironizzare sui ragazzi e le loro performance in classe o agli esami: la quantità di respinti a un appello, una certa maligna soddisfazione nel raccontare un episodio di crassa ignoranza, o nel compilare un intero stupidario delle risposte più ridicole a una domanda di qualche tipo.
Per un insegnante c’è l’ulteriore cautela del ruolo educativo e di riferimento che si svolge, che dovrebbe aiutarlo a contenersi, anche quando non parla di scuola. Ma il problema è più generale: l’incapacità di comprendere che i social network sono pubblici, visibili, non limitati a una cerchia ristretta, e non equivalgono dunque a una chiacchierata tra amici. Persino una chat chiusa di Whatsapp è in realtà aperta: perché un dispositivo può capitare in mano altrui anche senza la volontà che ciò accada, e perché comunque un messaggio può essere facilmente condiviso senza che noi lo sappiamo. Figuriamoci Facebook, Twitter, e altre diavolerie collettive. Non possono e non debbono dunque essere utilizzati come se fossimo tra quattro mura: il tenore dei messaggi, il loro stesso contenuto, andrebbe controllato e misurato con cautela, come se si trattasse di un discorso pubblico, semmai. Invece moltissimi adulti lo usano menando fendenti virtuali – come Napalm 51, il personaggio di Crozza che si indigna con tutti sparando complotti a vanvera sulla tastiera, di cui ridiamo perché in realtà è facile identificarcisi – o con atti di sostanziale bullismo digitale, come nel caso da cui siamo partiti. Senza nemmeno avere consapevolezza che di questo si tratta. L’ironia ulteriore è che sono le stesse critiche di cui facciamo oggetto i ragazzi e il loro uso dei social, senza accorgerci che noi abbiamo spesso ancora meno strumenti di loro, che nel mondo digitale ci sono nati: noi adulti, come tutti gli immigrati in un mondo nuovo, siamo spesso ancora più spaesati, talvolta incapaci di capire le regole di un gioco che pratichiamo senza che nessuno ce l’abbia veramente mai insegnato. Ecco perché l’alfabetizzazione digitale (morale, prima che tecnica) dovrebbe essere materia di studio. In primo luogo per chi insegna.

Anche i docenti a lezione di social, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 marzo 2022, editoriale, p. 1