Gli schieramenti pregiudiziali di Voghera

Da un lato la vittima perfetta: fastidioso, occasionalmente violento o comunque attaccabrighe, spesso alticcio, considerato un pericolo (anche solo perché orinava per strada o faceva apprezzamenti pesanti alle ragazze anche minorenni). La persona che nessuno di noi vorrebbe trovarsi sotto casa o al bar che frequenta. Per giunta straniero, immigrato, marocchino. Tutto, tranne che una figura difendibile, quindi: semmai il prototipo del rompiballe emarginato, ‘contro’ cui è facile identificarsi.

Dall’altro il colpevole che ci viene spontaneo considerare innocente: l’irreprensibile cittadino che vuole solo un po’ più di ordine e migliorare la vita degli altri, avvocato noto in città, con contatti professionali con le forze dell’ordine, seppure con l’abitudine inconsueta di girare armato e col colpo in canna, anche se non ne ha motivo, non correndo rischi personali o avendo subìto minacce. Un po’ giustiziere della notte su dimensione provinciale (gli amici commercianti lo chiamano se ci sono grane), un po’ aspirante supereroe: uno ‘con’ cui, a molti, viene altrettanto facile identificarsi. Figure assimilabili alla sua sono presenti anche dalle nostre parti, con amministratori “sceriffi” (che come lui si compiacciono di considerarsi tali: ignorando che la parola “sharif”, nella lingua della vittima, significa nobile, eletto) che hanno il porto d’armi, amano le ronde, e incidentalmente detestano gli immigrati, specie se importuni.

È questo il quadro che emerge dalle descrizioni di quanto accaduto a Voghera: la morte di un immigrato marocchino a causa di un proiettile sparato dalla pistola di un assessore leghista. Che, detta così, sembra una sceneggiatura persino banale.

Non ci interessa discutere il reato commesso, su cui non sappiamo e non possiamo né dobbiamo dire nulla, perché non è compito nostro. Se si tratti di eccesso colposo di legittima difesa, omicidio volontario o altra fattispecie di reato, lo deciderà la magistratura.

E non ci interessa la strumentalizzazione politica: il partito di appartenenza dell’assessore e la nazionalità della vittima (non a caso i suoi compagni di partito già hanno deciso che è innocente e i suoi oppositori che è colpevole; chi non ama gli immigrati che è innocente, chi li difende che è colpevole). L’essere diventati bandiera, che si tratti dello sparatore o dello ‘sparato’, è in un certo senso una complicazione non necessaria. E anzi, la strumentalizzazione a difesa dell’assessore che già monta finirà per giustificare, inevitabilmente, l’accusa di xenofobia contro di lui: fosse stato un cittadino italiano, nelle condizioni della vittima, la reazione sarebbe stata la stessa?

Altre cose, invece, ci interrogano di più: forse perché vanno oltre i protagonisti della vicenda, o perché sono dettagli che illuminano altre domande. Perché un assessore (che non è minacciato dalla mafia, e in una città che non è certo Los Angeles) gira armato e col colpo in canna, e se ne fa vanto, o almeno ostentata abitudine? Perché questo viene apprezzato dai suoi sostenitori, e non stigmatizzato dai suoi colleghi di governo? Da cosa discende quest’idea – forse questa granitica presunzione – di essere nel giusto perché si colpisce qualcuno che si presume non lo sia? Perché di fronte a un uomo ferito, che sarebbe morto di lì a poco, si sente il bisogno di chiamare la polizia e non anche il pronto soccorso? E come ci si sarebbe comportati a parti invertite: diciamo un marocchino sbandato che spara e uccide un assessore leghista che lo aveva aggredito? Come avrebbe reagito la politica, come se ne parlerebbe nei bar?

E ancora: perché si è arrivati a quest’atto finale? Cosa c’era (o cosa non c’è stato e avrebbe dovuto esserci) nel mezzo, che non ha funzionato? Perché la vittima era solo mal sopportata e non anche presa in carico, magari curata? Cos’hanno fatto o non hanno potuto o saputo fare i servizi sociali della giunta cui l’assessore apparteneva, o altre, poco importa?

Passi pure che sia stata, come si dice spesso in questi casi, una tragica fatalità. Ma forse uscire dalle estremizzazioni e dagli ideologismi, dalle difese e dalle accuse d’ufficio, ci aiuterebbe a farci almeno delle buone domande, senza pretendere di trovare subito delle soddisfacenti risposte.

 

Gli eserciti schierati a Voghera, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 25 luglio 2021, editoriale, p.1

Perché gli insegnanti (e altri) si devono vaccinare

Sono un insegnante, e un dipendente pubblico. Sono vaccinato. E credo dovremmo esserlo tutti. È per me motivo di orgoglio sapere che la stragrande maggioranza dei miei colleghi ha fatto la stessa scelta. E motivo di scandalo che una quota ancora troppo ampia non la faccia. Per questo trovo corretto ragionare su forme di incentivazione e di obbligo vaccinale.

La scuola è un servizio pubblico essenziale, indispensabile, ma prima ancora è un diritto, faticosamente acquisito nel tempo e costituzionalmente garantito. Ma è anche il settore (e bambini e ragazzi, la fascia di età) che ha pagato il prezzo più alto, in termini di chiusure, a seguito della pandemia. È impensabile che gli insegnanti, potendo (quindi esclusi coloro che hanno seri e dimostrabili problemi di salute), non si vaccinino. Tanto più nella scuola dell’obbligo, dove non si può pensare di vaccinare i ragazzi (non esistono ancora nemmeno vaccini per gli under 12); ma vale anche per ragazzi di altra età e nelle scuole di altro ordine e grado (anche se molti già si stanno vaccinando, avendo maturato contezza del problema: io stesso ho un figlio di quindici anni che ha scelto consapevolmente di vaccinarsi, e come genitori abbiamo condiviso la sua volontà).

Gli operatori sanitari, come noto, sono già obbligati a vaccinarsi. Credo che non solo gli insegnanti, ma tutte le categorie a contatto stretto con il pubblico – e tanto più se in servizi pubblici o pagati con denaro pubblico (dai magistrati agli addetti ai trasporti agli impiegati) – dovrebbero essere sottoposti a un trattamento simile, visto che siamo in presenza di un problema di salute pubblica. E che il servizio pubblico si fa carico di tutti, senza distinzioni e senza sovrapprezzi, come giusto che sia, quando si tratta di affrontare la diffusione della malattia e le sue conseguenze, oltre a farsi carico gratuitamente del vaccino. Se non con l’obbligo vaccinale esplicito, a cui non sarei contrario per principio, con altri mezzi cogenti e stringenti.

Sono abituato a rispettare forme di pensiero divergente e obiezioni di coscienza. Fin da quando ho scelto di essere – molti anni orsono – obiettore di coscienza al servizio militare. Ma sono abituato a pensare che le scelte di principio abbiano un prezzo, e valgano precisamente per questo. Nel mio caso, il rischio era di passare un equivalente periodo in carcere militare: allora avevo pensato di correrlo (anche se poi il ministero della difesa ha accettato la mia motivatissima domanda, e ho svolto un servizio civile, di lunghezza maggiore). Nel caso di cui stiamo parlando, il prezzo è inferiore. Essere destinato ad altre mansioni, se possibile: cercarsi un altro lavoro, se non possibile. O almeno accettare un periodo di sospensione dal lavoro senza stipendio e senza la maturazione di altri diritti collegati (anzianità, progressione di carriera, ecc.), finché la pandemia non sarà passata. Peraltro, penso che questo principio dovrebbe valere anche per altre forme di obiezione di coscienza (ad esempio, l’esclusione dai concorsi negli ospedali pubblici dei medici obiettori all’aborto, se servono ginecologi per i quali l’aborto è uno dei compiti). Del resto, chi non si vaccinerà pagherà comunque consapevolmente un prezzo, e accetta di farlo: nell’esclusione da eventi specifici, viaggi, residenze, vacanze, paesi, e dal moltiplicarsi della necessità di tamponi a pagamento (mentre il vaccino è gratis…) – non si capisce perché questa logica, accettata in altri settori, dovrebbe escludere la sfera lavorativa, tanto più in servizi pubblici essenziali.

Detto questo, per la scuola si aprono altre questioni. È giusto responsabilizzare i docenti (e indirettamente genitori e ragazzi) sulla vaccinazione. Ma ci si aspettano doverosi interventi almeno negli ambiti in cui la scuola ha competenza diretta: sugli impianti di ventilazione e di filtraggio dell’aria (o davvero immaginiamo che i ragazzi potranno stare in aula tutto l’inverno con le finestre aperte?), e sul potenziamento degli strumenti legati alla didattica a distanza (e la relativa formazione dei docenti, nonché la distribuzione di pc e tablet agli studenti che non ne dispongono) nel malaugurato caso in cui si sia obbligati a rinunciare, per qualche periodo, alla didattica in presenza. Ambiti in cui si è fatto ancora troppo poco: da parte delle scuole e delle istituzioni di governo nazionale e locale.

 

Perché non si può dire di no, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, “Corriere di Verona”, 9 luglio 2021, editoriale, p. 1

 

Provvisorietà: cosa significa vivere senza legami stabili

Eravamo abituati a pensarci all’interno di storie di lungo periodo. L’amore di una vita, il lavoro stabile, la passione che ci accompagna – e con essi, una memoria storica sedimentata. Ma cosa succederebbe se le cose cambiassero, se vivessimo dentro percorsi meno lineari, rapporti più instabili, percorsi interrotti, maggiori discontinuità? E succederà?

È già successo, in realtà. Prendiamo la relazione per eccellenza, quella che dà il nome alle altre, e ne è l’idealtipo: l’amore di lungo periodo, e con esso la sua istituzionalizzazione – il matrimonio. Significativa, se non altro, perché è l’unica (a parte alcune adesioni di tipo religioso, come i voti) in cui ci si promette reciprocamente – o si lascia credere – che durerà indefinitamente (non così nei rapporti professionali, nell’appartenenza a una tribù metropolitana, nella pratica sportiva, e nemmeno nelle amicizie, o nelle passioni intellettuali).

Nel 1970, anno dell’introduzione della legge sul divorzio, il 98% dei matrimoni si celebrava religiosamente, con una formula che esplicita una promessa di fedeltà che solo la morte può spezzare. Dal 2018 i matrimoni religiosi calano per la prima volta al di sotto di quelli civili, nei quali la formula della promessa di durata non è esplicitata. E ogni anno il gap aumenta, con grosse differenze territoriali: nel Centro-Nord, che è anche l’area più abitata del paese, i matrimoni religiosi sono circa un terzo, al Sud le percentuali si invertono. Senza contare che questo avviene nel contesto di un calo complessivo della nuzialità (il più basso d’Europa) e un aumento delle coppie e delle convivenze di fatto, in cui non c’è alcun elemento contrattuale esplicitato.

Certo, c’è di mezzo un massiccio processo di secolarizzazione, e la diffusione di forme di religiosità non (o meno) istituzionalizzata. Ma anche una visibile ritrosia ad impegnarsi in percorsi di lungo termine, o addirittura di lunghezza indefinita. Lo stesso processo che è avvenuto nel mondo del lavoro, dove la linearità e il posto fisso hanno lasciato spazio ad un’ampia diversificazione di percorsi, un alternarsi di progetti, la possibilità (o l’obbligo, ma non va sottovalutato l’approccio culturale positivo rispetto a questa tendenza) di cambiare. L’innovazione tecnologica, il rapido succedersi delle mode, hanno del resto introdotto questo abito mentale nella nostra vita quotidiana, negli oggetti che acquistiamo e nella loro più rapida obsolescenza (eventualmente anche programmata – ma in complicità con una nostra già esistente propensione a cambiare), nelle nostre scelte, nei nostri hobby, negli sport che pratichiamo, nelle nostre opzioni valoriali, nelle opinioni politiche (non a caso cresce la percentuale di persone che sceglie chi votare direttamente in cabina elettorale, o comunque all’ultimo, e diminuisce la membership partitica, che si è fatta peraltro infedele – così come si è abbreviata la durata delle leadership e degli stessi contenitori politici): potevano rimanere escluse le nostre relazioni?

A questo aggiungiamo la mobilità sociale, la mobilità professionale e ancor più quella geografica, che ci spingono ad abbandonare e ri-creare nuove forme di relazioni, magari intense e coinvolgenti ma stabili solo finché serve o finché piace, fino al prossimo spostamento e al prossimo radicamento.

Infine, va tenuto presente il ruolo che in tutto questo ha il progressivo aumento della durata della vita. Che da un lato spinge in avanti nel tempo biografico alcune esperienze: prolungamento dell’obbligo scolastico e degli anni dedicati all’istruzione (finché non si capirà che deve diventare lifelong learning e intrecciarsi con l’attività professionale e altri tipi di esperienze, anziché costituire fasi successive e separate), e innalzamento dell’età del primo matrimonio (che ha raggiunto nel Centro-Nord i 37 anni per gli uomini e i 34 per le donne) che a sua volta spinge in alto quella della riproduzione. Dall’altro pone un interrogativo (che spesso rimane nel non detto, ma si insinua sottilmente nel nostro vissuto) sulla desiderabilità stessa di mantenere – in una vita che si avvia ad avere una lunghezza sempre maggiore – lo/la stesso/a partner, la stessa religione, lo stesso mestiere, la stessa meta per le vacanze, ecc.

Non è la fine dei rapporti stabili e di lungo periodo, delle scelte definitive, delle fedeltà inscalfibili: che continueranno ad esistere per una quota di popolazione, anche come elemento di desiderabilità sociale e culturale. Ma l’inizio della constatazione che si potrà scegliere tra l’una e l’altra cosa, e al limite praticare l’uno e l’altra in fasi diverse della propria vita. La constatazione – che è un fatto – che non c’è più un modello sociale unico da perseguire.

 

Senza legami stabili, in “Confronti”, luglio/agosto 2021, p. 38, rubrica “Il mondo se…”

“Torneremo a percorrere le strade del mondo” – Presentazione

Sabato 3 luglio, ore 18,30

Libreria Tarantola

Nell’ambito del Festival Vicino Lontano

“Torneremo a percorrere le strade del mondo” – Recensione Robinson

Robinson, “Repubblica”, 19 giugno 2021 . recensione di Marino Niola

robinson-recensione

 

https://www.utetlibri.it/libri/torneremo-a-percorrere-le-strade-del-mondo/

Dopo il Covid. Appunti per una teoria della mobilità

Corriere Fiorentino___17-06-2021

 

I fermi obbligatori, i lockdown prolungati, le chiusure delle frontiere, ci hanno costretto a una situazione di immobilità involontaria. Ci siamo accorti che molte delle mobilità cui eravamo abituati, e che consideravamo necessarie, si sono rivelate superflue. Ma anche quanto la mobilità ci sia in sé necessaria. È il paradosso del Covid: il virus si è messo a viaggiare al nostro posto, costringendoci all’immobilità – condizione ideale per riflettere sulle ragioni della mobilità.

Siamo nati nomadi, e lo siamo stati per gran parte della nostra storia. Quando i nostri antenati Sapiens hanno lasciato l’Africa, da cui tutti proveniamo, e una migrazione dopo l’altra hanno abitato il pianeta, eravamo ancora cacciatori e raccoglitori che si procuravano il cibo spostandosi, poi pastori, e solo molto lentamente (e molto recentemente) siamo diventati stanziali, con l’invenzione dell’agricoltura, poi con l’urbanizzazione, che oggi coinvolge oltre la metà della popolazione mondiale. Siamo pronipoti di raccoglitori e cacciatori, e poi di pastori, prima che di contadini e poi di cittadini. Per questo, come diceva Bruce Chatwin, il nomadismo è nel nostro DNA, o almeno nella nostra memoria storica, nel nostro inconscio individuale e collettivo, e nella nostra esperienza passata, presente e futura, se è vero che oggi abbiamo ricominciato ad essere mobili, e lo siamo in misura maggiore rispetto ai nostri genitori e ai nostri nonni.

Partire da questa constatazione può aiutarci a mettere le basi di una teoria della mobilità: che includa il nomadismo, il desiderio di viaggiare, la brama di conoscere, i tanti complessi motivi che ci spingono ad andare altrove (magari solo per un poco, come nel turismo, o nelle serate fuori porta), ma anche le migrazioni, in entrata e uscita, e le loro nuove forme. C’è un filo che lega il ruolo del viaggio nelle mitologie e nelle religioni (pensiamo, nella Bibbia, ad Adamo ed Eva cacciati dall’Eden – il primo push factor – passando per Mosè e l’Esodo, fino all’incessante attività missionaria di Paolo), per arrivare, dopo l’età delle scoperte geografiche e delle colonizzazioni, alle migrazioni moderne, fino agli scambi Erasmus e ai giovani expat che lasciano l’Italia, oggi in numero superiore agli immigrati (non c’è alcuna invasione in corso: semmai un’evasione…): a testimoniare una circolarità globale che riguarda tutti i paesi (la Germania, per dire, primo paese europeo per arrivi di immigrati, è anche il primo per partenze).

Ma non si capisce la spinta all’erranza se non si affronta il suo contrario, il radicamento, la stanzialità: i due poli tra cui continuamente oscilliamo, talvolta scegliendo con decisione uno dei due, più spesso vivendoli entrambi, in momenti diversi della nostra vita, e persino contemporaneamente, vagheggiando l’uno mentre sperimentiamo l’altro. Anche le migrazioni vanno contestualizzate all’interno di questo quadro più ampio, ma comprese nella loro specificità, e quindi gestite – cosa che abbiamo smesso di fare quando abbiamo chiuso le frontiere all’immigrazione regolare, gettando le basi per l’esplodere di quella irregolare. Le frontiere non sono muri, sono modi per controllare i passaggi. Per questo governare le migrazioni si può: dunque si deve, nell’interesse nostro e dei migranti (quelli che vengono, e dovrebbero venire in altro modo, e quelli che vanno). Le analisi e le ricette ci sono. Quella che manca è la lucidità politica di volerlo fare: perché è più facile agitare il problema per acquisire consenso, o non affrontarlo per paura di perderne, senza analizzare vantaggi e svantaggi, costi e benefici, individuali e di sistema. È più semplice immaginare per gli altri respingimenti universali, muri e isolazionismi (per i quali pagheremmo un prezzo enorme), pretendendo al contempo per noi il diritto ad andare liberamente ovunque, senza accorgerci della contraddizione – senza nemmeno percepire quanto, quella relativa al diritto alla mobilità, sia una delle nuove forme della diseguaglianza.

Il Covid ci ha illuminati anche su altro: il nostro stesso rapporto con l’alterità. Il virus è stato anche questo: il nemico che veniva da lontano, l’immigrato indesiderato, l’irregolare da cui proteggersi, il clandestino che mette a repentaglio le nostre sicurezze, l’invasore che devasta a caso. E quindi capace di rinviare alle nostre pulsioni più profonde – e irrisolte – proprio intorno al tema cruciale della diversità, dell’estraneità, dell’alterità. Di cui ci ha aiutato a vedere le contraddizioni. E i modi per scioglierle. Perché, banalmente, se davvero vogliamo garantire la nostra possibilità e libertà di muoverci, di tornare a percorrere le strade del mondo, e incontrare altre persone, dovremo in qualche modo gestire e garantire anche quella altrui: con le regole e le cautele necessarie, come in ogni viaggio, e in ogni incontro con l’altro che esso implica. Peraltro, questo riguarda sia chi viaggia, sia chi incontra i viaggiatori: ormai l’altro si ha sempre più occasione di incontrarlo anche restando fermi. Per questo è indispensabile rifletterci sopra.

 

Dopo il Covid, una nuova Teoria della mobilità, “Corriere della sera – Corriere Fiorentino”, 17 giugno 2021, p. 1-14

Testo di presentazione di “Torneremo a percorrere le strade del mondo”, UTET, 2021  https://www.utetlibri.it/libri/torneremo-a-percorrere-le-strade-del-mondo/

La società aconflittuale: un’illusione non necessaria

Qualcuno la sogna, la società senza conflitti. Alcune utopie del passato la ipotizzano come orizzonte benefico, da costruire. La cultura cui apparteniamo sembra considerare la parola stessa ‘conflitto’ come impronunciabile: un tabù, che è meglio evitare di nominare. Come se ne andasse della felicità personale: il mondo ideale come mondo aconflittuale.

La vita dell’individuo, il suo processo di crescita, la vita familiare, i rapporti di coppia, tutto ci insegna, o dovrebbe insegnarci, che non solo il conflitto è inevitabile, per maturare, per crescere, ma che esso è positivo: ci arricchisce delle posizioni altre (è combattendole che le conosciamo, e talvolta le incorporiamo), ci rafforza. “Il conflitto è il senso originale dell’essere-per-altri”, ha scritto Sartre, molti anni fa. C’è pure un’estetica del conflitto, una tensione conflittuale verso l’altro, che può essere una proiezione del meglio dei nostri sentimenti, senza il quale non ci sarebbe molta consapevolezza, molta arte, forse persino molto amore. Già, perché anche l’amore è un sentimento conflittuale: per costruirsi si mette contro ciò che è non amore, a cominciare dagli ostacoli che si frappongono ad esso.

Dopo tutto c’è un conflitto tra il bene e il male, uno sforzo, che è dentro di noi, ma anche fuori, che è il senso proprio e profondo della vita e del combattimento spirituale, come della parola jihad: al quale dobbiamo il meglio della capacità dell’uomo di elevarsi al di sopra della condizione animale, in cui il conflitto è solo lotta per la sopravvivenza. È anche il motivo vero per cui amiamo il genere fantasy e i supereroi, Il signore degli anelli, Harry Potter e Star wars, i film western e quelli di guerra, e i polizieschi, almeno finché vincevano i buoni: Sherlock Holmes o la signora in giallo, il tenente Colombo o Hercule Poirot. In cui, a costo naturalmente di forzare la realtà, il bene e il male sono chiaramente definiti, e combattono tra loro. E, di solito, nel nostro immaginario vince il bene.

Anche l’equilibrio sociale è conflittuale. La sociologia ci insegna che le teorie del conflitto, da Marx, passando per Max Weber, fino a Simmel, costituiscono uno dei modi fondamentali per interpretare le società umane, per comprenderne l’evoluzione e lo sviluppo. La spinta a fare politica ha la stessa origine: un combattimento tra visioni diverse del bene comune (o nei casi peggiori del bene proprio). Che è al contempo l’innesco delle nostre migliori energie e la sentina dei vizi peggiori: ma non è, il conflitto, il problema. Il problema è l’incapacità di passarci attraverso.

Il conflitto è persino etico, fondativo, ineliminabile: “occorre sapere che la giustizia è conflitto”, dice un frammento di Eraclito. La democrazia stessa è conflittuale, e dunque anche instabile, per definizione. Sia la democrazia parlamentare che la democrazia industriale sono precisamente modi di gestire il conflitto senza che degenerino fino alle estreme conseguenze: per limitarlo, dunque – attraverso il gioco conflittuale dei partiti e delle rappresentanze sindacali. In questi casi il conflitto non è la prima fase di una escalation il cui esito è la guerra, ma l’unico modo di evitarla: riconoscendolo, e quindi gestendolo, non negandolo, non reprimendolo. Come ci ha insegnato Gandhi, che il conflitto sociale lo porta a galla, lo va persino a cercare, lo crea, lo inventa, sfidando niente meno che un impero, l’Inghilterra – in maniera non violenta. Il problema è dunque semmai di trovare i metodi (tra cui vanno incluse le istituzioni) per risolverli, i conflitti. Per rimanere a Gandhi: “il fine sta nei mezzi come l’albero nel seme”. Anche il padre e la madre dobbiamo ucciderli, per emanciparci da loro e diventare adulti consapevoli: ma non significa farlo in senso letterale…

Non spariranno, dunque, i conflitti. E non ha senso sognare che accada: sarebbe controproducente. Semmai, ne vivremo più spesso. Anche perché dovuti a sempre più frequenti dissonanze culturali e divergenze nell’allocazione delle risorse materiali. Ma risolverli diventerà un’abitudine sociale e culturale. Proprio perché più frequenti, saranno meno distruttivi. Un po’ come già oggi accade con le separazioni e i divorzi. Sempre conflitti sono, ma se impariamo a gestirli fanno meno male. Lasceranno meno cicatrici. Anche se resteremo perennemente insoddisfatti, perché ci saremo sempre in mezzo.

 

Senza conflitti, in “Confronti”, rubrica “Il mondo se…”, giugno 2021, p. 38

Capirsi al di là delle barriere linguistiche. La Pentecoste tecnologica

La metà delle lingue esistenti potrebbe sparire nei prossimi cinquant’anni. Intanto la tecnologia sta facendo passi avanti per conservare e rivificare le lingue morenti, ma soprattutto per perfezionare i traduttori automatici e consentire così una comunicazione istantanea. Ma come sarebbe il mondo se…

 

Difficile definire una lingua e i suoi confini: tanto che i repertori mondiali che cercano di catalogarle variano tra le 4mila e le 11mila, e la stima più diffusa sta ovviamente nel mezzo – Languages of the world ne calcola quasi 7mila, 5mila delle quasi stanno in soli 22 paesi (Papua-Nuova Guinea, il paese che ne ha di più, ne conta 820). Il problema è innanzitutto di definizione, visto che anche noi tendiamo a dire, con qualche fondamento, che un dialetto è una lingua che ha perso sul piano storico, e viceversa una lingua è un dialetto dotato di esercito. Soprattutto, la variabilità linguistica è un continuum (o un insieme di continua) nel quale è difficile distinguere gli elementi discreti: per motivi storici che ne determinano il diverso destino nel tempo, e perché oltre agli elementi di separazione e distinzione ci sono quelli di somiglianza che consentono reciproca comprensione (il caso più noto è forse quello di hindi e urdu perché scritte con alfabeti diversi, per ragioni che rimandano a una diversa appartenenza religiosa, eppure perfettamente intercomprensibili nell’oralità – ma vale anche per altre, in giro per l’Europa e per il mondo).

Quale che sia il numero stimato, e i motivi per cui si è sviluppata la diversità linguistica, assistiamo oggi a un processo di progressiva estinzione linguistica: oltre la metà delle lingue esistenti, circa 3.800, conta meno di 10mila locutori, quando la soglia di ragionevole sopravvivenza è di 100mila (che mantengono solo 1.239 lingue, meno del 18% del totale). Il che significa che la metà di esse potrebbe sparire nei prossimi cinquant’anni, secondo l’Atlante delle lingue in pericolo dell’UNESCO: per l’estinzione o la migrazione dei parlanti di una lingua, o per il cedimento progressivo a una lingua dominante, in caso di bilinguismo.

Come per la biodiversità, perdere una lingua – magari perché, sempre in analogia con la natura, sono stati distrutti i suoi ecosistemi – è certamente una perdita culturale. Al contempo c’è un elemento di selezione naturale, di competizione darwiniana, di sopravvivenza del più adatto. Le lingue si possono tuttavia rivivificare, come accade per nazionalismi, etnicismi e identitarismi (spesso con effetti collaterali problematici: ma se lo sono, lo si decide sempre sul piano storico): è quanto accaduto ad alcune lingue minoritarie anche europee, laddove se ne è reso obbligatorio l’utilizzo come lingue scritte, peraltro irrigidendole e limitandone le varianti (ogni lingua è imperialista su qualche altra…). E si possono pure inventare, come accaduto all’ebraico moderno, l’ivrit.

La variabile interveniente più interessante, oggi, che potrebbe cambiare molti scenari, è però la tecnologia. Non solo per la possibilità di conservazione delle lingue morenti in memorie esterne (scritte e audiovisuali), che potrebbero sempre essere rivivificate all’occorrenza: a somiglianza di quanto può accadere in botanica, o come immaginato dalla fantasy per gli animali estinti (ma più ordinariamente, non è quanto già accade nella contraddittoria vitalità delle cosiddette lingue morte?). La vera novità è l’efficacia sempre maggiore, che a brevissimo potrebbe superare gli standard della traduzione umana qualificata, dei traduttori automatici, sia per lo scritto che per il parlato. Questo consentirebbe una comunicazione istantanea, a prescindere dalle lingue di appartenenza: Babele e Pentecoste insieme, riunendo il meglio di entrambe – consentendo la possibilità di parlare e dunque mantenere le proprie lingue, ma capendosi ugualmente, senza bisogno di un occasionale miracolo dall’alto. E questo sia nella vita quotidiana che nel mondo della produzione e della comunicazione. Penso a cosa vorrebbe dire in ambito accademico e scientifico, dove oggi se non pubblichi in inglese non esisti: da un lato il formarsi di un mercato globale della conoscenza, in un’unica lingua, al prezzo (modesto) di una sua semplificazione in una sorta di Basic English, dall’altro il vantaggio immenso di poter essere tradotti nelle lingue più diffuse a partire appunto dall’inglese, e soprattutto di poter leggere materiale accademico di lingue che non conosciamo. Non più solo la necessità di una lingua comune, come oggi, ma la possibilità di rendere più visibili i prodotti scientifici e letterari delle periferie del mondo, nelle lingue più disparate, salvaguardandole tutte. E forse creandone di nuove.

 

Senza barriere linguistiche, in “Confronti”, maggio 2021, rubrica “Il mondo se…”

Le due facce dell’integrazione: Nelson, Saman, Seid e noi

Un medico padovano viene mandato per conto dell’INPS a Chioggia per una visita fiscale a un lavoratore che risulta in malattia, e che invece rientra proprio in quel momento in ciabatte e costume. Viene aggredito, insultato, minacciato di morte, inseguito. Il caso è già vergognoso in sé, e naturalmente da stigmatizzare e perseguire a norma di legge. Lo è ancora di più perché il medico in questione è originario del Camerun, e questo è sufficiente all’aggressore per sentirsi autorizzato ad aggiungere, alle minacce, delle considerazioni, chiamiamole così, più contestuali: “Negro di merda, da qui non esci vivo”, “Non puoi venire in Italia a fare quel cazzo che ti pare” e altri insulti razzisti. Il medico in questione ha una compagna italiana, una figlia di due anni, un lavoro con il quale in quel momento rappresenta proprio l’Italia, la legge, la correttezza del cittadino, il rispetto della norma – cioè tutti noi. Chi era fuori e contro il consesso civile, la legge, l’idea stessa di cittadinanza, era proprio il suo aggressore. Può darsi che la reazione aggressiva ci sarebbe stata comunque, anche se il medico fosse stato “bianco”: la cronaca è lì a testimoniarci che il mondo è pieno di cittadini non riusciti, e di violenti – il male esiste, dopo tutto.  Quella che non ci sarebbe stata è la sostanziale legittimazione del suo comportamento che, agli occhi dell’aggressore, era dovuta al fatto che il medico era nero – altro da sé, inferiore, nemico. Legittimazione che forse è leggibile in quella che appare come la sostanziale connivenza, o comunque la mancata reazione, di vicini e spettatori della scenata. Il fatto che la moglie del medico testimoni come spesso lo scambino per un ambulante o un ladro, e denunci un quotidiano stillicidio di minacce e preoccupazioni (fino a questa che “non è più ignoranza, maleducazione o stupidità” – che già sarebbe grave – ma “violenza del branco”) significa che nella cultura diffusa – che è frutto di anni di martellamento in tal senso – sembri proprio impossibile che un nero possa essere un medico (uno degli eroi di quest’ultimo anno), o magari un poliziotto. Motivazione che ci fa capire a contrario quanto sia importante, anche simbolicamente, che l’inclusione nei lavori “normali” si moltiplichi.

Non è un caso isolato, purtroppo. Nello stesso giorno si uccideva (anche se per altri motivi, come la famiglia ha dignitosamente e responsabilmente sottolineato), un ragazzo di vent’anni, di origine africana, adottato. In una lettera straziante e lucidissima, mandata tempo prima ad alcuni amici e alla psicoterapeuta, e letta durante il suo funerale, denunciava lucidamente il razzismo quotidiano, strisciante e diffuso, le accuse continue subìte – o per essere nero, o per non esserlo abbastanza, tanto da “rubare” il lavoro ai bianchi. C’è un passo terribile nella sua ordinarietà: “Ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro”. Diciamoci la verità: in quanti pensiamo queste stesse cose, come se – al di là della perversione dell’argomentazione in sé – non potessero esistere italiani non bianchi?

Oltre a ricordare questi fatti in sé, anche per contrastare la leggerezza con cui evitiamo di interrogarci seriamente su di essi, vale la pena avanzare due ulteriori considerazioni. La prima sulle aggravanti legislative: di fronte al razzismo, all’omofobia, ad altre forme di bullismo contro categorie già deboli in quanto minoritarie e con meno potere (dai disabili fino alle donne in quanto tali), capiamo quanto queste aggravanti legislative siano giustificate, in quanto educative. Perché molte forme di violenza, anche solo verbale, non ci sarebbero, o sarebbero di molto attenuate, se gli aggrediti non fossero portatori dell’una o dell’altra diversità. E ci sarebbe meno tolleranza e permissivismo da parte dei testimoni di queste forme di aggressione.

La seconda è legata alla tendenza – di fronte a questi fatti, figli di una società ormai plurale che tuttavia non si è accorta di esserlo – a schierarsi, incentivata da una propaganda politica colpevolmente ideologica, e da un giornalismo da talk show superficiale e distratto, che lascia passare troppe parole in libertà. Nei giorni scorsi – e tuttora – si dibatte della vicenda di Saman Abbas, la giovane pachistana con tutta probabilità uccisa dalla famiglia perché non voleva sottostare a un matrimonio forzato. La cosa terribile è che, in molti casi, chi si occupa di Saman lo fa non per pietas, ma come scusa per attaccare immigrati e musulmani, e mette in ombra gli episodi da cui siamo partiti. Viceversa, chi è sensibile al razzismo, spesso mette in secondo piano o sottovaluta i casi come quello di Saman, per non danneggiare la causa: anche qui senza vera pietas umana. È una deriva tristissima. Che deve farci riflettere. O siamo capaci di reagire di fronte a questi eventi allo stesso modo, e con la stessa forza e indignazione, e per gli stessi motivi, o abbiamo davvero un problema molto grosso. Di umanità, prima che di civiltà.

 

Serve uno scatto di civiltà, in “Corriere della sera – corriere del Veneto”, 8 giugno 2021, editoriale, p.1

qui il mio precedente articolo sul caso di Saman: https://stefanoallievi.it/articoli/saman-cosa-pensarne-cosa-fare/

 

https://www.utetlibri.it/libri/torneremo-a-percorrere-le-strade-del-mondo/

Saman: cosa pensarne, cosa fare

Saman Abbas: 18 anni e una vita davanti. Che una famiglia bigotta e la minaccia di un matrimonio imposto hanno cambiato per sempre. Come, lo sapremo alla conclusione delle indagini.

È una storia comune, quella del conflitto che ha vissuto. Che si presenta spesso nelle famiglie “tradizionaliste”, quale che sia la tradizione di riferimento (religiosa, etnica, tribale, in ogni caso popolare, da qualche parte, e tramandata come si tramandano le tradizioni, per inerzia e imitazione), ma che normalmente si risolve in altro modo: passando attraverso conflitti familiari dopo tutto fisiologici, che servono a inghiottire la novità, la libertà e il riconoscimento dei diritti individuali, non a rifiutarli o conculcarli fino alla soppressione della vita.

Le tradizioni che vanno contro la legge vanno denunciate. Con forza. Quelle che vanno contro la morale diffusa e il senso comune vanno ingaggiate in una discussione senza reticenze. Ma serve pensiero, non retorica. E pratiche di integrazione, non capri espiatori.

Il problema non è denunciare l’immigrazione, o l’islam (come se fosse pratica abituale tra immigrati e musulmani uccidere le figlie! E il matrimonio combinato non fosse presente alle più diverse latitudini, e peraltro come pratica ancestrale prima che come costume religioso). Mettere sotto attacco le culture in quanto tali porta spesso a una chiusura intracomunitaria ancora più ferrea. Il cammino giusto è fare l’opposto: bisogna incontrare le comunità, parlare, dialogare, coinvolgere – in una parola, integrare. Mettendole di fronte all’orrore di casi come questo, collaborando a trovare mezzi e vie d’uscita, combattendo insieme un’omertà comunitaria difensiva che è essa stessa parte del problema. Coinvolgendo come attori privilegiati proprio le nuove generazioni, i figli degli immigrati, che sono in prima linea in questo confronto/scontro culturale.

In altri paesi europei, quando è emersa la piaga dei matrimoni forzati, è aumentato l’impegno e l’investimento in attività di integrazione, non diminuito. E lo si è fatto non contro le comunità, ma con loro, coinvolgendone i vertici nazionali e locali, sia etnici che religiosi (di molte etnie e religioni: la piaga è diffusa, e il confine tra matrimonio combinato e matrimonio forzato non sempre facilmente discernibile), in concrete iniziative sul territorio, nei quartieri e nelle scuole a rischio, facendo iniziative congiunte di educazione, cioè prevenzione, cioè integrazione, cioè il bene di tutti.

In passato altri casi (e purtroppo altri omicidi) si sono visti, soprattutto in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, cioè le regioni più sviluppate e avanzate del paese. Non è una contraddizione. Non potrebbe essere che così, visto che qui vivono la maggior parte degli immigrati, dando un contributo percentualmente assai superiore al loro numero alla produzione di ricchezza di queste aree, in cui si sono spesso inseriti bene. Tanto bene da fare famiglia – cioè proiezione (anche se inconsapevole) sul futuro – qui. È in questa realtà che si trovano a vivere i loro figli, e una delle contraddizioni (e delle occasioni di litigio familiare) è che i genitori vivono spesso voltati all’indietro: la loro cultura è quella d’origine, e il paese dove sperano di ritornare anche. Per i loro figli e figlie (ché le donne – il corpo e la volontà delle donne – sono sempre il terreno privilegiato di scontro delle culture che non a caso definiamo patriarcali) le cose stanno in maniera completamente diversa: sono proiettati qui, e questo è il loro paese, di cui a giusto titolo vorrebbero la cittadinanza (che, incidentalmente, aiuterebbe nell’affermazione di una consapevolezza e di una volontà autonoma, anche simbolicamente diversa e slegata da quella dei genitori).

È dunque questo paese – il loro – che deve reagire. Denunciando senza ambigue comprensioni e tolleranze l’inaccettabilità e persino l’indicibilità di comportamenti che coartano la volontà individuale, e ogni e qualsiasi tipo di violenza e sopraffazione. Reagendo con fermezza, forza e autorevolezza contro le discriminazioni interne alle comunità (nei confronti delle donne, in primo luogo) – e, per coerenza e maggiore legittimazione di questo suo sforzo, quelle esterne (nei confronti degli immigrati stessi). E dando una mano, anche e proprio rafforzando i soggetti deboli (le donne e i figli) con pratiche di empowerment e di integrazione diffusa. Solo così si risolvono i conflitti attuali. E si prevengono quelli futuri.

 

Saman e lo scontro culturale, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 2 giugno 2021, editoriale, p.1