Stefano Allievi
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Ceuta, le migrazioni, e la risposta sbagliata dell’Europa (e dell’Italia)

11/08/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

È come la logica dei dazi. Il primo che li mette si sente il più furbo di tutti: incassa denaro e danneggia le economie altrui, proteggendo la propria. O almeno, avendone l’illusione. Fino a che non scopre che il prezzo maggiorato lo pagano le proprie imprese e i propri cittadini. E, soprattutto, gli altri fanno lo stesso. Risultato? I costi e la complessità del sistema sono aumentati per tutti, per ritrovarsi peraltro al punto di partenza, nella stessa situazione di prima, ma a prezzi maggiorati. E con meno fiducia reciproca, meno volontà di collaborazione per risolvere i problemi comuni. Cornuti e mazziati, come si dice meno accademicamente. Ecco, nel dopo Ceuta, e ormai sempre più spesso quando si tratta di migrazioni, è andato in scena lo stesso identico copione.

Nel concreto, cosa è successo a Ceuta? Che una crisi obiettiva, che avrebbe potuto sortire effetti ben più gravi, è stata gestita, in fondo, abbastanza bene. La maggior parte di chi è arrivato dal Marocco è ripartita nel giro di non più di quarant’otto ore, molti già nelle prime ventiquattro. 70mila persone su 72mila, secondo dati ufficiali (in una città che conta appena 85mila abitanti!): piuttosto efficiente, dopo tutto. Rimangono gli strascichi (è vero, pesanti: ma non tutti riconducibili ai fatti del 30 e 31 luglio – molti sono precedenti) della gestione complessa di qualche migliaio di subsahariani irregolari, e di molti minori marocchini, di cui le autorità stanno cercando le famiglie.

Quale sarà il costo per l’Europa? Praticamente nessuno, sul piano pratico. Se va male, in tutta Europa da Ceuta arriveranno, diluite nei prossimi mesi e anni, qualche decina o forse centinaio di persone. Meno di quelle che arrivano in una mattinata sulle sole coste siciliane. Eppure, insieme, in coro, il mondo MAGA e le destre europee hanno gridato all’invasione. Trump, dicendo che se perdesse le elezioni di midterm e non fosse rieletto presidente, e vincessero i democratici, negli USA accadrebbe molto peggio. Musk, tuonando, con la potenza di fuoco dei suoi soldi e dei suoi social, a sostegno delle peggiori forze xenofobe  o francamente razziste europee, di cui caldeggia la vittoria e che sostiene operativamente. E i governi europei, che nell’ansia di perdere voti a loro favore, si buttano al loro inseguimento, regalandogliene a piene mani (ne avevo già parlato in un’intervista a questo stesso giornale, qui).

Pensare che i fatti di Ceuta hanno poco a che fare con i normali flussi migratori: sia nella loro fisiologia che nella loro patologia, come era stato, per fare un parallelo italiano, l’arrivo nel 1991 della nave albanese Vlora con 20mila persone a bordo. Anche allora si gridava all’invasione. Anche allora si temeva il peggio. Ma alla fine, come a Ceuta, furono tutti rimpatriati con il magro bottino di un jeans e una maglietta, e la promessa menzognera di essere portati in nord Italia: e l’emergenza albanese, di cui tutti ora si sono dimenticati, si sgonfiò in pochi mesi. No, Ceuta non ha avuto un granché a che fare con le migrazioni, e ancora meno con una inesistente minaccia terroristica alla nostra sicurezza. Ha avuto invece molto a che fare con la geopolitica, e l’uso cinico dei migranti come “arma di migrazione di massa”, come già fatto da Turchia, Tunisia, Egitto, trafficanti libici, nel frequente ping pong (la pallina sono i migranti) che si svolge sulle frontiere balcaniche, dall’Italia stessa quando lasciava uscire senza controlli i suoi irregolari, nelle ‘restituzioni’ tra Francia e Italia, fino alle mosse odierne, e speculari, di Italia e Spagna (e Germania – ne ho parlato più distesamente in un articolo su Fanpage, che trovate qui, e in un successivo podcast contenente una chiacchierata con Francesco Cancellato). Anche a Ceuta, come altrove, i migranti sono stati la pedina di un gioco più grande, che li usava ma non li riguardava: e muoveva le sue pedine tra Rabat, Tel Aviv e Washington, tutti quanti per motivi diversi nemici contingenti di Madrid. E quelli che si sono illusi, i migranti richiamati da un potente specchietto per le allodole, sono gli unici che hanno pagato un prezzo vero: in questo caso, con oltre un centinaio di morti. Nel caso delle polemiche che sono seguite (tra Italia e Spagna in primis), invece, l’obiettivo più che geopolitico era propagandistico: e a morire è stato solo il buon senso.

A Ceuta, contrariamente a quanto è stato detto, non è quindi morta l’Europa. Ha mostrato di essere morente una parte consistente della classe dirigente delle nazioni che la compongono (in particolare quella oggi maggioritaria, di centro-destra – ma non solo: si pensi alla premier danese in prima linea insieme a quella italiana). Che ha, tutta, il problema della concorrenza della destra-destra. Tra l’altro, nel caso delle forze nazionaliste e sovraniste, si tratta di forze tradizionalmente antieuropeiste non per quello che l’Europa fa, ma per il semplice fatto che esiste: e, quindi, l’attacco non stupisce. Ma il prezzo di queste picconate lo paghiamo tutti. Non solo mostrando l’insipienza di un ministro (quello degli esteri, Tajani), che confonde regolarizzazioni con cittadinanze, che consentono la libera circolazione in Europa. Non solo con la patetica ripicca voluta da Meloni (seguita da analoga patetica ri-ripicca di Sanchez) dei controlli alle frontiere per la Spagna, che nemmeno confina con noi (figuriamoci Ceuta) e che nulla hanno da intercettare (e si rivolgono a un paese che ospita quasi 350mila italiani, in crescita tumultuosa negli ultimi anni, e forse dovremmo domandarci il perché, e cosa trovano là, che qui non c’è: tra qualità della vita, apertura culturale, maggiori opportunità e salari più decenti). Il più sorprendente è il viceministro Cirielli, con delega proprio ai rapporti con la Spagna. Che denuncia il fatto che la Spagna ha voluto una regolarizzazione che ha fatto emergere oltre mezzo milione di persone, che altri paesi europei non volevano. Detto da chi dice che gli stati hanno il sovrano diritto di decidere in autonomia. E, ironicamente, da una destra che ha promosso le due più grandi regolarizzazioni della storia italiana, la prima con la Bossi-Fini e la seconda sotto Berlusconi, e continua a farlo sotto forma di click day annuali: che sono diversi dalla regolarizzazione spagnola solo perché, a causa di un farraginoso meccanismo burocratico che si presta anche a infiltrazioni mafiose, non funzionano se non in numeri limitati. Mentre le regolarizzazioni semplici spagnole producono integrazione, pace sociale, vantaggi per il fisco e per l’economia, che infatti cresce, anche per questo, più della nostra. E noi invece continuiamo a produrre la stessa irregolarità che poi si dice di voler combattere, per via legislativa e amministrativa.

Forse il mismatch vero è tra un problema antico ma nuovo nelle sue forme, quello della mobilità umana, e le risposte vecchie, addirittura stantìe, per chi ha studiato poesia direi gozzaniane (le buone cose di pessimo gusto e, aggiungiamo, di assai dubbia efficacia) offerte dalle nostre classi dirigenti politiche. Che con lo sguardo ostinatamente voltato all’indietro, ma andando avanti a tutta velocità, rischiano di andare a sbattere. Il che non sarebbe così grave, se non fosse che ci portano con loro.

 

Nuove emergenze e vecchie risposte. Ceuta, vince la sfiducia. Costi alti per l’Europa, in “L’Altravoce. Il Quotidiano Nazionale”, 11 agosto 2026, editoriale, pp. 1-7

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/08/images-1.jpg 414 738 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-08-11 08:58:472026-08-11 11:04:29Ceuta, le migrazioni, e la risposta sbagliata dell'Europa (e dell'Italia)

Podcast Fanpage. L’immigrazione che non sappiamo gestire.

08/08/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Audio, Interviste / Interviews, Società / Society /da Augusta

Il podcast di Fanpage. Intervista di Francesco Cancellato. Con il sottoscritto.

https://www.fanpage.it/direct/limmigrazione-non-e-unemergenza-siamo-noi-che-non-sappiamo-gestirla-con-stefano-allievi/

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/08/images.jpg 414 738 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-08-08 10:55:172026-08-08 10:56:02Podcast Fanpage. L'immigrazione che non sappiamo gestire.

Ceuta: l’Europa come obiettivo. Migrazioni e geopolitica

06/08/2026/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles /da Augusta

A Ceuta un’arma di migrazione di massa: chi l’ha usata voleva colpire l’Europa, e ce l’ha fatta
Usare gli spostamenti delle persone migranti per scopi politici e, di fatto, bellici non è una novità. A Ceuta se ne è visto un esempio chiaro. Dietro l’arrivo di 60mila persone non c’era un piano unico di Marocco, Israele e Stati Uniti, probabilmente, ma una convergenza d’interessi. Contro la Spagna e contro l’Europa. Che, però, sembra non essersi accorta del vero significato di ciò che è successo.
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4 Agosto 2026, 13:34 pubblicato su Fanpage

A cura di Stefano Allievi

 

“Weapons of mass migration”: armi di migrazione di massa. Non è una trovata giornalistica: si chiamano così anche nella letteratura scientifica, ormai, almeno dall’uscita nel 2010 di un libro molto documentato di Kelly Greenhill, che ne analizza i precedenti storici. L’espressione indica l’uso dei migranti, dei loro spostamenti, per scopi politici e, di fatto, bellici.

Le ha usate in passato la Turchia, facendo partire qualche barca al bisogno, per ricordare all’Unione Europea che era l’ora di firmare un altro assegno, in nome dell’accordo, peraltro esplicito, che prevedeva un ‘tappo’ turco all’immigrazione dall’Asia all’Europa in cambio di denaro. Lo hanno fatto svariate volte i trafficanti libici, come pure il governo tunisino e quello egiziano nei confronti dell’Italia. L’ha fatto la Bielorussia per conto della Russia, per creare problemi ai paesi europei confinanti che sostengono l’Ucraina. Accade regolarmente, in numeri modesti ma con messaggi comprensibilissimi, persino ai confini tra paesi europei. In fondo, seppure in maniera disorganizzata e con obiettivi limitati, l’ha fatto a lungo anche l’Italia facendo finta di non vedere i flussi in uscita verso altri paesi europei di irregolari sbarcati sulle nostre coste, di cui faceva comodo liberarsi scaricando il problema su altri: fino a che non gli è stato ricordato che non è cosa. Ed è probabilmente quello che è accaduto, in maniera più sofisticata e con effetti a catena più visibili, a Ceuta.

 

Quanto accaduto nei giorni scorsi a Ceuta non c’entra infatti con le normali dinamiche migratorie, e nemmeno con eventi eccezionali ad esse legate (come era stato, poniamo, l’arrivo della nave Vlora dall’Albania nel 1991, con più di 20mila migranti a bordo). L’arrivo di quasi 60mila persone (in una città che ne conta 85mila!), che poi in gran parte ritornano indietro senza proteste nel giro di ventiquattr’ore, non è un flusso migratorio, men che meno spontaneo: è una specie di flash mob geopolitico, la scena clou di un film distopico, il trailer di una guerra ibrida organizzata, costruita a tavolino e prevedibile nei suoi esiti, da utilizzare per costruire le puntate della prossima stagione. Servita ad alcuni, ma non ad altri.

Le vere vittime: gli aspiranti migranti, rientrati o morti
Di certo non è servita agli aspiranti migranti (e in qualche caso presunti tali: non un bagaglio, non una protesta in fase di ritorno – atipici, è il meno che si possa dire). Alcuni portati al confine, anche in camion carichi di giovani, molti altri arrivatici in proprio, mobilitati attraverso i social nei giorni precedenti con l’illusione di una improvvisa apertura, come hanno dichiarato loro stessi, illusi di chissà quale miracoloso cambio di politica spagnola: arrivati a Ceuta, qualcuno dopo ore di nuoto, altri incoraggiati dalle guardie di frontiera marocchine, hanno scoperto che niente era vero. E sono tornati docilmente indietro, molti con mezzi messi a disposizione dalle stesse autorità marocchine. Nel frattempo, quasi un centinaio di loro è morto: i cadaveri sono stati recuperati a Ceuta, ma anche sulle spiagge marocchine. Ma questa è la parte che ha fatto meno notizia: rischi del mestiere, hanno pensato in molti. Dovevano metterlo in conto: e forse l’hanno fatto.

A chi è servito, allora? E quale ne è stata la causa? Molte, certamente: tra cui non è facile districarsi. Molti anche i beneficiari: anche apparentemente lontani, geograficamente, da Ceuta, ma molto interessati al Mediterraneo.

Chi aveva interesse a colpire la Spagna
Mettiamo in fila alcuni dati. Il Marocco è una potenza regionale in crescita di influenza: certamente rispetto all’Africa, con una accorta politica culturale, di apertura agli studenti stranieri, e religiosa, oltre che di collaborazione economica e di investimenti. È un fedele alleato degli USA (ha persino aderito, appena un paio di settimane fa, alla cosiddetta forza internazionale per Gaza, voluta da Trump): in cambio Washington sostiene apertamente Rabat sulla questione della sovranità sul Sahara spagnolo (territorio, lo ricordiamo, ricchissimo di fosfati e di risorse energetiche ancora da sfruttare, e oggetto di contenzioso con l’Algeria). Ma è anche stretto alleato di Israele, con cui è attiva una collaborazione economica, tecnologica e militare profonda, che si aggiunge al sostegno politico attraverso la sottoscrizione degli accordi di Abramo, ricambiato da Israele con eguale sostegno sulla questione del Sahara che una volta si chiamava spagnolo, identico nelle forme a quello di Trump, inclusa l’idea di aprire un consolato in terra saharawi. Il suo tallone d’Achille tuttavia è la crescente disuguaglianza sociale e una gioventù che per un quarto non studia né lavora (con un quinto dei laureati che è disoccupato), non sa che fare né dove andare, per la quale l’emigrazione è un sogno proibito e una valvola di sfogo.

La Spagna è in qualche forma nemico, e dunque bersaglio, di tutti e tre i paesi citati. Per quel che riguarda il Marocco, la posizione è ambivalente. Da un lato c’è, in realtà, una corrente di simpatia popolare, dovuta a un’ampia presenza marocchina in Spagna (quasi un milione i residenti marocchini, che ne fanno la principale comunità straniera, a cui vanno aggiunti coloro che hanno preso la cittadinanza spagnola), molto meglio inserita della diaspora marocchina in Italia (dall’interscambio economico ai matrimoni misti, passando per gli sportivi con doppia cittadinanza che giocano in squadre spagnole, i dati e gli esempi lo mostrano visibilmente), e radicata in una nostalgia storica profonda nei confronti di al-Andalus, conquistata dal comandante berbero Tarif ibn Malik, quando gli arabi dominavano buona parte della Spagna, in quella che storicamente è riconosciuta come una sua età dell’oro.

Tuttavia ci sono problemi più antichi, legati al colonialismo (Ceuta stessa, per la sua sola esistenza, ne è un esempio), che diventano contingenti, legati alla geopolitica. Solo pochi giorni prima della ‘invasione’ di Ceuta il premier Sanchez era stato in visita ufficiale in Algeria, storico nemico del Marocco (le frontiere tra i due paesi sono chiuse da anni) sulla questione saharawi e il sostegno al Fronte Polisario. E già in una precedente occasione, quando Madrid aveva ospitato e curato in ospedale il leader del Polisario, nel 2021, Rabat aveva orchestrato un altro ingresso di massa a Ceuta: che, del resto, il Marocco considera legittimamente proprio territorio, insieme all’altra exclave di Melilla (in realtà c’è anche una sorta di scoglio abitato di pochi metri quadri, Penón de Vélez de la Gomera, e delle microisolette nel Mediterraneo marocchino). E, in effetti, qualche domanda, gli europei, e gli spagnoli in particolare, potrebbero porsela: se non vogliono un confine di terra con l’Africa non avrebbero che da andarsene da una terra che non è loro.

Sanchez tuttavia è sgraditissimo anche in Israele: uno dei pochi leader europei ad avere una posizione forte sulla questione palestinese, da cui ha ritirato permanentemente anche il proprio ambasciatore (poi, certo, possono far sorridere amaro le accuse di Israele al Marocco di colonialismo e di sostenere insediamenti illegali, ma tant’è…). Infine gli USA non hanno per niente apprezzato il disimpegno spagnolo sull’Iran, la sua condanna esplicita dell’attacco all’Iran (al punto da negare agli USA l’utilizzo delle basi americane in territorio spagnolo, avendo definito esplicitamente la guerra israelo-americana agli ayatollah come un’operazione illegale), e il rifiuto di collaborare alle operazioni nello stretto di Hormuz.

Le destre europee gridano all’invasione per guadagnare voti
In questo caso, tre indizi non fanno una prova, che probabilmente non c’è: non stiamo parlando di collaborazione organica, ma sicuramente di una evidente convergenza di interessi. In cui dovremmo inserire forse un quarto attore, e una quarta motivazione. Il quarto attore sono le destre europee, amplificate e sostenute dal mondo MAGA, che hanno ampiamente sfruttato l’episodio non per solidarizzare con Madrid, ma per criticare un governo di sponda politica opposta, su molte questioni in controtendenza con il mainstream europeo, denunciando al contempo le sue politiche migratorie non allarmistiche, sospendendo gli accordi di Schengen che poco c’entrano, come ha fatto l’Italia (ma non la Francia, che pure ha una frontiera in comune con la Spagna, e se ci fossero davvero timori di flussi secondari sarebbe stata in prima linea), e mettendo insieme un gran pastrocchio interpretativo (con il ministro degli esteri italiano che è riuscito a confondere le regolarizzazioni spagnole, che hanno consentito l’emergere di un milione di irregolari, con un beneficio economico, fiscale e sociale evidente, con la concessione di cittadinanza e la possibilità quindi di entrare in altri paesi europei).

Con quale scopo? Usare le immagini da Ceuta per gridare all’invasione e cambiare così l’agenda politica europea sulle migrazioni, sterzando decisamente verso politiche securitarie e l’esternalizzazione degli hub al di fuori dell’Europa (il modello Meloni, se si vuole, anche se i centri in Albania non sono certo un esempio di grande riuscita, né di buon investimento economico). Non perché siano le scelte più efficaci: servono anche gestione dei flussi di cui l’Europa e l’Italia hanno bisogno, e politiche di integrazione – sul modello spagnolo, appunto. Ma queste due cose necessitano di programmazione e investimenti, e sono malviste da una quota crescente della pubblica opinione: per le destre che semplicemente non vogliono gli immigrati (e anzi vogliono cacciare anche quelli che ci sono via remigrazione), sono tabù. Mentre le ‘grida’ all’invasione e le critiche alla debolezza dell’Unione Europea, e in generale l’uso dello straniero come capro espiatorio dei propri mali, danno un dividendo elettorale immediato: e molti paesi, Italia inclusa, sono già in clima di elezioni.

Le immagini di Ceuta già sono usate ora e resteranno a lungo nell’opinione pubblica come ‘prove’ di una invasione dell’Europa dai confini fragili e incapace di gestire i flussi, e quindi conviene cavalcarle colpendo la Spagna come responsabile di un’immigrazione mal gestita, anche se la cosa non ha alcun fondamento: anzi, è proprio perché prova a gestirle, ma in modo diverso dalle facili ricette della destra, e con il rischio che ci riescano meglio, che è attaccata. Anche perché l’invasione paventata e evocata nel tam tam politico e mediatico in realtà non c’è stata: anzi, la gran parte degli arrivati a Ceuta sono rientrati nel giro di 24 ore – segno, dopo tutto, di una crisi gestita con efficacia. E non uno di loro entrerà in Europa (o al massimo, chissà, in futuro, qualche decina: molti meno di quanti sbarcano ogni giorno sulle coste italiane).

I politici europei non hanno capito il vero bersaglio a Ceuta
Chi guarda lontano, astraendosi dalle contingenze della cronaca spicciola e dalle polemiche della politica politicante, e dal giudicare per schieramenti pregiudiziali, vede tuttavia anche altro, in questa presunta (o comunque immediatamente rientrata senza danni reali, anche se quelli d’immagine sono pesanti) ‘crisi’ di Ceuta. Problemi che con le migrazioni hanno poco a che fare. E certamente di più, in prospettiva, hanno a che fare con il controllo del Mediterraneo, divenuto cruciale anche per l’interscambio e la geopolitica globale ora che lo stretto di Hormuz, grazie alle poco lungimiranti politiche americane, rischia di essere a lungo controllato, meglio e più redditiziamente di prima, dall’Iran, e quello di Bab el-Mandeb, sull’altro lato del Mar Rosso rispetto al canale di Suez (che controlla di fatto l’accesso del Mediterraneo all’Oceano Indiano), è in balìa degli Houti, che sono anch’essi un proxy dell’Iran.

Pensando ‘largo’, anziché focalizzandoci sull’episodio in sé, potremmo scoprire, un domani, che quanto accaduto a Ceuta ha più a che fare con il desiderio russo di controllare i porti sul Mar Nero, inclusi quelli ucraini, o quello americano di prendersi la Groenlandia. Tutti questi rimandi hanno in comune un interlocutore che forse non si sta accorgendo di esserlo: l’Europa. La cui classe politica, incentivando le sue divisioni e il suo indebolimento, e attaccando proprio paesi e governi, come quello spagnolo, che hanno una posizione più autonoma da Washington, prendendo come scusa le politiche migratorie, rischia di fare il gioco di altri attori geopolitici.

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Ceuta, Schengen, l’immigrazione, le regolarizzazioni: facciamo un po’ di ordine

01/08/2026/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles /da Augusta

Qui la mia intervista per il quotidiano “L’Altravoce” sui fatti di Ceuta e il dibattito che ne è seguito:

01 08 026 Allievi

 

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/08/01-08-026-Allievi-1-pdf.jpg 1497 1058 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-08-01 11:54:142026-08-01 12:02:58Ceuta, Schengen, l'immigrazione, le regolarizzazioni: facciamo un po' di ordine

Come (non) funzionerà il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo

29/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

L’illusione europea di governare l’immigrazione

Più controlli e più espulsioni, ma ancora nessuna strategia per i canali d’ingresso regolari

Forse l’unico modo per capire come funziona davvero il Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo, è immaginarlo a parti invertite. Facciamo finta che uno di noi decida di andare in un paese dell’Africa: chiamiamolo Nigeria, tanto per dargli un nome non a caso, dato che la Nigeria si avvia a essere il terzo paese più popoloso del mondo, superando gli Stati Uniti, ed è anche una potenza economica di rilievo crescente. A proposito, se credete che i nigeriani appartengano a una società primitiva e a un’economia poco sviluppata, l’Economist documenta che nel Regno Unito il reddito medio dei nigeriani, che sono al centro anche della scena culturale londinese, è superiore al reddito medio degli inglesi. E questo forse è uno dei motivi della rabbia che spinge i britannici a prendersela con gli immigrati, come accaduto nelle recenti cacce al nero di Belfast e d’altrove. Alcuni sono più motivati e più bravi di loro – più integrati nel sistema, paradossalmente. Altri no e si fanno concorrenza nell’uso di un welfare sempre meno finanziato: e, questa sì, è una delle grandi questioni cui la politica, di destra e di sinistra, dovrà dare risposte, prima o poi. Perché il sistema, come è concepito ora, impoverisce gli autoctoni (anche se gli immigrati non esistessero: avrebbero solo un capro espiatorio in meno) tanto quanto gli immigrati a cui pure dà un’opportunità, e riduce le tutele di tutti a beneficio di pochi.

Torniamo a noi. Per entrare in Nigeria occorre un visto: e noi non l’abbiamo chiesto, perché sappiamo che non ce l’avrebbero dato (strano, vero?, per noi che siamo abituati a andare ovunque senza permesso e senza motivo). In Nigeria ci chiedono il motivo (guardarci in giro per vedere se troviamo un’opportunità di lavoro) e il permesso. Peraltro, siamo arrivati al confine con la Nigeria dopo un lungo viaggio, durato più di un anno, che ci è costato molto più di quanto sarebbe costato un volo in business class. E siamo provati nel fisico e nella psiche, a causa delle fatiche e dei (mal)trattamenti subiti durante il viaggio.

Arrivati in Nigeria, ci mettono per un massimo di 7 giorni in un centro di detenzione, da cui non possiamo uscire: che, grazie a una neo-inventata “finzione di non ingresso”, è una specie di terra di nessuno che non è considerato territorio dell’Unione Europea (pardon, Africana) e quindi non valgono le sue tutele. Qui ci prenderanno le impronte digitali, la biometria della retina, si procede allo screening sanitario e alla raccolta dei documenti: informazioni che finiranno in una banca dati dell’Unione Africana. Ma siccome non si tratta né di una stazione di polizia, né di un tribunale, né di una prigione, le procedure non sono pubbliche e la società civile (ma nemmeno la legge) può intervenire. La raccolta di questi dati avrà come effetto che quel dato richiedente asilo, noi, dovrà essere ‘gestito’ per sempre dalla Nigeria, rendendo impossibili i movimenti secondari verso altri paesi. A seguito di questo primo esame si dovrebbe decidere se avviare le persone alla procedura rapida di analisi delle richieste di asilo (detta procedura di frontiera), alla procedura ordinaria, o rimpatriarli. E questo presuppone accordi di rimpatrio che ancora non ci sono. Il rischio, dunque, è che questa norma produca ancora più irregolari presenti sul territorio.

Dopodiché si verrà avviati alle procedure di frontiera, che devono durare tre mesi, appello incluso: tempistica che già ci dice con quanto scrupolo sarà seguita la nostra richiesta. Lo scopo evidente è cercare di esaminare il massimo possibile di domande con procedura accelerata, e usare quella ordinaria solo per i casi residuali. Chi non avrà il diritto a restare dovrà essere rimpatriato entro 6 mesi totali, con obbligo di dimora in un luogo specifico, che se disatteso produrrà decadenza della domanda. E qui si riavvia il meccanismo sui rimpatri di cui sopra, con le relative impasse. Qui si deciderà che nella gran parte dei casi le persone non hanno titolo per entrare legalmente nel paese (e questo vale anche per chi vive nel paese in questione, a Lagos poniamo, magari da anni, ma non può dimostrare di essere entrato legalmente). Le scelte infatti sono o asilo o espulsione: il che, paradossalmente, esclude precisamente le persone che servirebbero alla Nigeria – i migranti economici.

Il regolamento rimpatri, approvato dall’Europarlamento (pardon, l’Afroparlamento) da una maggioranza anomala di popolari e estrema destra al grido di “Send them back” consente, anche nel caso in cui la Nigeria fosse disposta a esaminare la nostra richiesta d’asilo, di essere mandati in un altro stato, anche se si tratta di un paese con cui non abbiamo alcun rapporto (che so, in Pakistan).

La redistribuzione tra paesi, per diminuire la pressione sui paesi di confine della UE (pardon, l’Unione Africana), non ci sarà. La ricollocazione non è obbligatoria, può essere sostituita da un contributo finanziario, e già alcuni paesi hanno dichiarato che non la rispetteranno comunque. Rispetto al passato, cambia poco, e quello che cambia è in peggio per i paesi frontalieri.

In tutto questo, quello che manca è proprio la parte più importante: la gestione di flussi regolari di migranti economici, di cui invece l’economia ha bisogno, pena la chiusura stessa delle aziende nigeriane, di molte attività economiche in agricoltura e nei servizi, nonché la sparizione del lavoro domestico e di cura, cui si aggiunge un danno economico e previdenziale che pagheranno le ultime generazioni, già penalizzate rispetto a chi le precede. Di tutto questo (anche nei commenti, e non a caso), nel dibattito politico e giornalistico nigeriano non c’è praticamente traccia.

 

L’illusione europea di governare l’immigrazione, in “ItalyPost”, 30 giugno 2026, editoriale, p. 1

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/download.jpg 168 300 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-29 22:55:262026-06-29 22:56:48Come (non) funzionerà il Patto europeo sulla migrazione e l'asilo

Il Patto europeo su migrazioni e asilo: nessuna soluzione reale

26/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

giovedì 25 Giugno 2026

Nulla di fatto. Con il Patto europeo sui migranti rispetto a oggi cambierà poco

Non ci sarà la redistribuzione tra Paesi, mentre i tempi stringati per il riconoscimento rischiano di comprimere i diritti. La collocazione in Paesi terzi sarà di fatto irrealizzabile
Stefano Allievi

Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in vigore il 12 giugno, non è un provvedimento singolo (sono nove regolamenti e una direttiva, per un totale di quasi mille pagine), ma un’ambiziosa iniziativa politica, che vorrebbe porre le basi di una azione europea comune intorno a un dossier, quello della gestione delle migrazioni, che finora è stato gelosamente gestito dai singoli Paesi membri dell’Unione. Ma più che una scelta di intervento organico sulle politiche migratorie, è soprattutto una risposta alle pressioni (di una parte) della pubblica opinione e delle forze politiche che la rappresentano e che maggiormente utilizzano le migrazioni come argomento di dibattito politico.
Un primo aspetto riguarda gli accertamenti all’ingresso, qualificati come «rigorosi». Prevedono un fermo di massimo sette giorni (tre per le persone individuate non alla frontiera, ma all’interno del Paese: il che può far presupporre operazioni per individuarli nelle nostre città) nel corso dei quali si provvederà alla raccolta dei dati biometrici per il sistema Eurodac (impronte digitali, biometria della retina per il riconoscimento facciale, screening sanitario, ma anche copia dei documenti). La raccolta di questi dati avrà come effetto che quel dato richiedente asilo dovrà essere “gestito” sempre e obbligatoriamente dal Paese di primo approdo, rendendo più difficili e comunque reversibili i movimenti secondari verso altri Paesi. A seguito di questo primo esame si dovrebbe decidere se avviare le persone alla procedura rapida di analisi delle richieste di asilo (detta procedura di frontiera, di cui parleremo tra poco), alla procedura ordinaria, o rimpatriarli. Solo che di fatto non cambia nulla rispetto al passato, perché il problema non è solo la definizione del diritto all’ingresso, ma il rimpatrio se non lo si ha. E questo – anche prescindendo da qualsiasi valutazione etica – non basta dirlo: presuppone accordi di rimpatrio che ancora non ci sono. Il rischio, dunque, è che paradossalmente questa norma produca ancora più irregolari presenti sul territorio.
Dopodiché si verrà avviati alle procedure di frontiera, o rapide, che devono durare un massimo di dodici settimane (tre mesi). Queste procedure si applicano obbligatoriamente a chi costituisce minaccia per l’integrità nazionale, a chi proviene da Paesi con un tasso di riconoscimento inferiore al 20 per cento, o a chi induce in errore le autorità: criterio come si vede vaghissimo, che può applicarsi alle fattispecie più disparate (anche tenendo in conto la barriera linguistica, basta una informazione anche involontariamente errata per configurare questa ipotesi). Lo scopo evidente è cercare di esaminare il massimo possibile di domande con procedura accelerata, e usare quella ordinaria solo per i casi residuali. Le dodici settimane di cui sopra includono la decisione e l’eventuale appello: e possiamo immaginare dalle tempistiche con quale scrupolo sarà seguito il contenzioso. Chi non avrà il diritto a restare dovrà essere rimpatriato entro 24 settimane (sei mesi), con obbligo di dimora in un luogo specifico, che se disatteso produrrà decadenza della domanda. E qui si riavvia il meccanismo sui rimpatri di cui sopra, con le relative impasse.
La redistribuzione tra Paesi tanto decantata, per diminuire la pressione sui Paesi di confine della Ue, di fatto non si vede. La ricollocazione non è obbligatoria, può essere sostituita da un contributo finanziario, e già due Paesi – altri potrebbero aggiungersi – hanno dichiarato che non la rispetteranno comunque. Rispetto al passato, cambia assai poco.
Se la pressione migratoria fosse eccessiva su un Paese, si potrà attivare il «regolamento crisi», che consente di aumentare ulteriormente la discrezionalità accelerando l’esame, sempre più sommario, delle domande. Ma, come visto, senza solidarietà obbligata degli altri Paesi: e, anzi, la stretta sui movimenti secondari ricadrà proprio sui Paesi già ora più esposti, come l’Italia.
Con il regolamento rimpatri, votato da uno schieramento anomalo – che di fatto prefigura una diversa maggioranza politica a sostegno della Commissione – di popolari e estrema destra, al grido dello slogan «Send them back» (mandateli indietro), è stata introdotta la possibilità di “cessione” di richiedenti a Paesi terzi extra Ue. Infondabile e ingiustificabile sul piano del diritto internazionale, sostanzialmente inapplicabile e comunque estremamente costosa, anche immorale, per quello che vale (come se noi facessimo domanda di ingresso in Usa e ci rispedissero in Nepal: e poi, oltre tutto?), fortissimamente criticata ad esempio da Macron. Sembra la legittimazione dei centri in Albania, ma di fatto dovranno essere rinegoziati tutti gli accordi sulla base delle nuove norme, e non è detto. Come altre cose, finirà probabilmente in un nulla di fatto, ma potrà essere venduto come un successo in campagna elettorale, dai partiti che l’hanno votato.
In tutto questo, quello che manca è proprio la parte più importante: la gestione di flussi regolari di migranti economici, di cui invece abbiamo bisogno, pena la chiusura stessa delle nostre aziende, di molte attività economiche in agricoltura e nei servizi, nonché del lavoro domestico e di cura, e un danno economico e previdenziale che pagheranno le ultime generazioni, già penalizzate rispetto a chi le precede. Di tutto questo, infatti (anche nei commenti, e non a caso), non c’è praticamente traccia.

 

“Difesa del Popolo”, 25 giugno 2026, editoriale

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/migranti-300-e1782234230895.jpg 958 1913 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-26 22:58:482026-06-26 22:58:48Il Patto europeo su migrazioni e asilo: nessuna soluzione reale

Dopo Belfast. Immigrazione, integrazione, remigrazione: fatti e retoriche

11/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Interviste / Interviews, Società / Society /da Augusta

Allievi: «Sull’immigrazione retoriche opposte e dannose»

MICHELE RICCIOTTI
Stefano Allievi
immigrazioner | remigrazione | interviste | immigrazione | proteste | Belfast

Il sociologo Stefano Allievi commenta le violente proteste anti-immigrati di Belfast e accusa le opposte retoriche sull’immigrazione


Stefano Allievi, sociologo, studia i fenomeni migratori da quasi mezzo secolo. Al tema ha dedicato decine di volumi. In dialogo con l’Altravoce commenta le violenze anti-immigrati di Belfast, scaturite dall’accoltellamento di un cittadino irlandese da parte di un immigrato sudanese.

Professore, quello che è successo a Belfast poteva succedere ovunque o ci sono ragioni sociali per cui è accaduto proprio lì?

«Sono sempre scettico sulle spiegazioni di tipo sociale, pur essendo un sociologo. In questo periodo storico, sarebbe potuto succedere anche altrove in Europa».

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In Irlanda del Nord, secondo i dati del New York Times, solo il 3,4 % della popolazione appartiene a minoranze etniche. Cosa ci dice questo dato?

«È la dimostrazione che l’argomento secondo cui la gente è esasperata dalla troppa immigrazione non ha fondamento logico né statistico. Già vent’anni fa si parlava di “soglia di tolleranza”, un valore percentuale oltre al quale è impossibile l’integrazione. Anche questi discorsi non hanno senso, perché quello che conta non è il numero, ma la velocità del processo di immigrazione».

E qual è la vera ragione della violenza?

«È l’odio per gli immigrati. Viviamo in un periodo storico in cui l’immigrato, specialmente l’africano nero, è il nuovo volto del capro espiatorio». (in foto Stefano Allievi)

Il capro espiatorio per Girard è chi raccoglie le colpe di una comunità conferendole identità e unità. Le società, sempre più lacerate, individuano capri espiatori per cercare di recuperare un’identità perduta?

«Prima di questo c’è qualcos’altro. Il capro espiatorio non è mai reale, ma sempre simbolico. La parola stessa deriva dal fatto che alcune tribù semitiche usavano caricare le colpe e le violenze della comunità su un capro che veniva mandato a morire nel deserto. Quel capro non ha fatto nulla, ma aiuta la comunità a scaricarsi delle sue colpe, prima ancora che a ritrovare un’identità».

La politica di destra cavalca le rivendicazioni identitarie, ma molti progressisti non riconoscono il problema. Uno potrebbe dire: le proteste sono scoppiate a Belfast dopo che un immigrato ha accoltellato un uomo.

«Va fatta una premessa: non esiste nessun fenomeno sociale, politico o economico che porta solo vantaggi. Il fenomeno dell’immigrazione va osservato come normalmente affrontiamo questi fenomeni: cercando di massimizzare i vantaggi e minimizzare gli svantaggi. Sono d’accordo che ci sia un problema di retoriche contrapposte da entrambi i fronti politici in molti paesi occidentali. Io preferisco parlare di interesse molto più che di valori e non mi piace l’espressione “il dovere dell’accoglienza”. L’accoglienza non è un dovere. Lo spiego di solito con un esempio».

Prego.

«Se mio figlio piccolo dice di aver paura del buio e gli faccio vedere una statistica che dimostra che di buio non è mai morto nessuno, io ho ragione ma non ho risolto il problema di mio figlio. Se gli dico che è uno stupido, non solo non risolvo il problema ma aumento la distanza comunicativa. Dare del razzista a qualcuno è l’equivalente funzionale di questo. Molto progressismo e molto cattolicesimo, in Italia, si sono fermati a questa condanna morale. La paura del buio, come quella dello straniero, è irrazionale. Per risolvere il problema devo dare ascolto a mio figlio e trovare una soluzione, come quella di lasciare la luce accesa in corridoio per qualche notte. Certo, si tratta di una soluzione apparentemente irrazionale e anche costosa».

Fuor di metafora, le destre e le sinistre cosa fanno?

«Il linguaggio progressista, come dicevo, è colpevolizzante: sei cattivo perché non li vuoi accogliere. Quindi non ascolta. Le destre, al contrario, si limitano all’ascolto, senza far niente per risolvere il problema, anzi peggiorandolo, producendo irregolarità e quindi insicurezza, producendo non integrazione ma disintegrazione».

Un esempio?

«Con i decreti Piantedosi l’insegnamento dell’italiano non è rimborsabile come spesa sostenuta dai centri di accoglienza. Forse non ci rendiamo conto della gravità di questa cosa».

Torniamo alla metafora. Cosa fare per accendere la luce in corridoio?

«Tre cose: regolarizzare i flussi, rivedere la distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo e puntare sui sistemi di integrazione».

Partiamo dalla prima.

«Regolarizzare i flussi vuol dire aprire canali regolari, se si vuole anche con elementi di selezione all’origine, ad esempio la conoscenza della lingua. Da quando l’immigrazione è essenzialmente irregolare, e non è sempre stato così, sono aumentati i morti, il livello di istruzione degli immigrati è calato drammaticamente e inoltre sono aumentati i minori stranieri non accompagnati».

Insomma, siamo noi a produrre il tipo di immigrazione che arriva?

«Sì, con le nostre normative. Forse ci converrebbe rivederle».

Veniamo alla distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici.

«Su questo c’è una narrazione distorta, perché noi abbiamo estremo bisogno di quei migranti economici che si dice di voler respingere. Le aziende premono per l’immigrazione regolare per evitare la chiusura. Inoltre, abbiamo distorto le normative internazionali sulle richieste d’asilo: obblighiamo i migranti a fare richiesta d’asilo, altrimenti non verrebbe nemmeno presa in considerazione la richiesta».

Terzo punto: quali sono i sistemi di integrazione?

«Sono sempre i soliti: la scuola, la conoscenza della lingua e, per quanto riguarda le seconde generazioni, la cittadinanza”.

Alcuni partiti estremisti hanno come parola d’ordine “remigrazione”.

«Si tratta, appunto, di una parola d’ordine. Come fai a convincere i paesi d’origine a riprendersi i migranti? E poi, che limiti poni? L’Argentina dovrebbe poter remigrare gli italiani? È evidente che c’è dietro un discorso di tipo razziale».

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/15544543712436761258.jpg 522 1000 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-11 11:14:462026-06-11 11:14:46Dopo Belfast. Immigrazione, integrazione, remigrazione: fatti e retoriche

Perché tanto odio contro il Pride?

03/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Perché il Pride suscita così tanto odio? Sono stato al Pride di Padova, sabato scorso. E, il giorno dopo, ho postato, senza commento, un breve filmato sui miei social, Facebook e Instagram (roba da boomer, lo so). Filmato in cui peraltro la maggior parte della gente inquadrata era gente che sarebbe stata giudicata “normale” in qualunque altra situazione, vestita “normale”, che normalmente camminava, cantava e rideva: mentre qualcuno (pochissimi, peraltro) era vestito in maniera provocante o comunque “diversa” da come ci si presenta normalmente in ufficio. Ebbene, praticamente la totalità degli oltre mille commenti ricevuti solo nelle prime diciotto ore, per la quasi totalità da maschi presunti eterosessuali (dico presunti, perché abbiamo avuto tante disconferme, in questi anni, di persone che passano il tempo a condannare l’omosessualità o altre forme di quella che chiamano perversione, per poi praticarla di nascosto, o almeno desiderarlo), erano messaggi pesantemente carichi di un odio primario, di astio, di disprezzo, di rifiuto, di disgusto, di violenza e di istigazione alla violenza. Apertamente, direi selvaggiamente, tribalmente violenti. C’erano i “mi piace”, certo. Ma chi si prende la briga di perdere tempo a commentare, invece di limitarsi a passare oltre, lo vuole fare in maniera assertiva: vuole proprio dire la sua, e la sua è quella – il vomito, lo stesso che compariva in molti emoji. Perché?

Provo a dire che cosa vede, a un Pride, chi ci va e osserva senza preconcetti. Vede gente contenta di esserci, non arrabbiata (a differenza di chi insulta): che vuole appunto mostrare l’orgoglio (pride) di essere quello che è semplicemente perché lo è non contro qualcun altro, ma per qualcosa, e in primo luogo per sé stessa. Vede giovani, soprattutto, ma non solo: un’età media sicuramente diversa da quella della maggioranza dei leoni da tastiera che commentano negativamente la cosa. Vede corpi diversissimi tra loro, belli e brutti (secondo termini che sono soggettivi anche se ce lo dimentichiamo spesso), accomunati dalla mancanza di giudizio reciproco: ci si accetta per quello che si è – semplicemente, non è un problema. Vede un ambiente inclusivo, dove vengono accolte persone che non lo sono in altre situazioni: persone con disabilità fisiche e specificità psicologiche, persone di colore, una musulmana con tanto di hijab (e con uno spritz in mano, in nome della trasgressione), origini etniche disparate, persone transgender, giovani dal genere indefinito, coppie di gay e lesbiche che si tengono per mano, famiglie arcobaleno con genitori dello stesso sesso e i loro bambini. Insomma, vede l’opposto di quello che legge nei commenti. Poi, certo, vede o sente anche altro: messaggi dal palco che si possono non condividere, collocazioni geopolitiche frettolose (di cui più che le presenze colpiscono le assenze), solidarietà selettive (ma almeno sono solidarietà, in positivo, non quelle del branco che si spalleggia nel bullismo verso altri), vestiti che non sceglieremmo di indossare (ma si sa, i gusti sono gusti). Perché non dovrebbe essere così? Questo sì, è “normale”.

Il Pride è un momento di festa, e un giorno dell’anno in cui si può essere pubblicamente quello che negli altri 364 è meglio essere solo privatamente per non correre rischi – e i rischi vengono dagli altri, i cattivi sono gli altri (non è ancora capitato di sentire di aggressioni di persone eterosessuali da parte di omosessuali, o di cisgender da parte di transgender – mentre il contrario è purtroppo cronaca quotidiana). È, sì, se si vuole, anche un carnevale, come scrivono con disprezzo alcuni commentatori: in cui ci si traveste, si ride, si balla, si fa festa, e ogni scherzo vale. Altri lo fanno in altri momenti dell’anno, e altre situazioni (a Carnevale, appunto, Halloween o nelle feste in costume): chi si incontra qui, in questa – e forse per motivi un po’ più solidi. Ma la rabbia (quella personale: quella politica è presente, eccome, e giustamente, anche al Pride) è in capo agli odiatori. L’insulto anche. Il male di vivere, il bisogno di disprezzare l’altro per sentirsi qualcuno, pure.

Nessuno è obbligato a accettare comportamenti e stili di vita che non si condividono. E ognuno ha giustissimamente il diritto di manifestare il proprio dissenso da quegli stessi stili di vita. Ma le richieste del Pride non impongono niente a nessuno, a differenza di chi le nega: chiedono qualcosa per qualcuno, che non è diverso – ed è persino molto meno – di quanto è concesso ad altri, la maggioranza, di fronte alla quale i partecipanti al Pride sono consapevoli di essere minoranza. Non c’è nulla che non possa essere civilmente discusso. E tutto ha naturalmente il diritto di esserlo. Civilmente, appunto. Negare alla radice le possibili ragioni, se non l’esistenza stessa dell’altro, non va in questa direzione. È uno spaccato dell’Italia istruttivo, quello che emerge. E dà l’idea che chi ha un problema, e grosso, non è il mondo LGBTQ+, ma chi vorrebbe fargli quello che minaccia: anche se, va detto, gli odiatori da social non sono rappresentativi dell’opinione media della società.

Sui temi di genere, è notorio, la polarizzazione è estrema. Ma anche la diversità di ottica generazionale lo è. Ecco, qualche volta si ha la sensazione che nelle polemiche intorno alle questioni di genere la vera posta in gioco sia proprio generazionale. Il che può forse aiutarci a capire chi vincerà nel lungo periodo: se gli odiatori, o gli odiati.

 

Il Pride e il perché dell’odio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 giugno 2026, editoriale, pp. 1-5

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/download-2.jpg 168 300 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-03 07:17:272026-08-04 14:41:40Perché tanto odio contro il Pride?

Un paese contro i giovani

02/06/2026/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da Augusta

Le parole di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, sono state chiarissime: “Il criterio ultimo del successo sarà la capacità di offrire opportunità e futuro ai giovani”. Peccato che il paese – non solo come scelte politiche, ma anche come tendenze culturali diffuse – continui a andare nella direzione opposta. Per responsabilità, anche, delle sue élite: incluse quelle imprenditoriali.

Storicamente sono i paesi con un eccesso di popolazione a esportare maggiormente manodopera. L’Italia si trova nella situazione, senza precedenti, di un paese in drammatico calo demografico, in cui bambini e giovani sono risorsa rara e preziosa, che continua a esportare i suoi giovani, con percentuali più alte tra quelli con un titolo universitario (e qui dovrebbe fare qualche riflessione anche chi sostiene che l’università non servirebbe più a niente). La propensione alla fuga dall’Italia è tale che, nei prossimi anni, l’emigrazione potrebbe crescere percentualmente addirittura di più dell’immigrazione, nonostante gli occhi della politica, ma anche della società, siano tutti puntati su quest’ultima.

Ora, la domanda corretta non è “perché i giovani laureati partono”, che ha una risposta ovvia: salari anche d’ingresso più elevati, maggiore velocità delle carriere, possibilità di accedere più facilmente a posizioni apicali e posti di responsabilità, meritocrazia e trasparenza (anche nel settore privato, nelle imprese). Ma “perché non tornano”, che ha una risposta meno evidente. Mi è capitato di proporre ai nostri expat un esercizio di fantaeconomia: “se ti offrissero di tornare in Italia allo stesso tuo salario attuale, torneresti?”. La convenienza economica, e forse la propensione affettiva, dovrebbe essere evidente. Eppure, più spesso di quanto non ci si aspetti, al di là della tanta retorica sul Belpaese e la sua qualità della vita, la risposta è negativa. E i motivi sono soprattutto culturali, seppure con conseguenze politiche e istituzionali. Da un lato un welfare più protettivo e servizi diffusi che consentono, in particolare, il lavoro femminile. Il tasso di occupazione delle donne italiane all’estero è superiore all’80%, contro meno del 50% in Italia: soprattutto, mentre da noi le poche donne che lavorano sono spesso costrette a lasciarlo alla nascita del primo figlio, le madri italiane all’estero lavorano in percentuali superiori ai due terzi – non stupisce che le donne rappresentino quasi la metà della fuga giovanile dall’Italia. Ma c’è dell’altro. Altrove i nostri giovani trovano ambienti più aperti, multiculturali (sì, a loro piace), accoglienti rispetto alle diversità di tutti i generi (etniche, di preferenze sessuali, religiose): insomma, se sei gay, di colore, porti i capelli lunghi o un hijab, ti vesti casual e porti sul corpo orecchini strani, piercing e tatuaggi, e hai un partner di altra etnia o religione, hai molte meno probabilità di essere discriminato, anche sul lavoro. E trovi ambienti fuori dal lavoro dove ti senti a casa. Pensiamo ai discorsi correnti nel nostro mondo politico ma anche nei nostri bar, e c’è di che riflettere.

Aggiungiamoci l’attenzione ai beni comuni e agli spazi collettivi (da quelli per bambini a biblioteche pubbliche aperte che sono spesso luoghi belli e frequentati, fino agli spazi dove sperimentare arte e creatività, magari aperti H24), nonché mobilità sostenibile e piste ciclabili, e abbiamo materiale per riflettere sull’attrattiva reale – culturale, non solo economica – dei nostri mondi di partenza. Anche se qui c’è la famiglia: che peraltro rischia di essere, più che protettiva, soffocante, se pensiamo che due terzi dei giovani italiani tra 18 e 35 anni vive ancora con i genitori (nei paesi nordici siamo a meno di un quarto, in più di un caso meno di un quinto). Pensare che l’età mediana di uscita dalla famiglia era di 25 anni per i nati nel dopoguerra, fa riflettere: stiamo progredendo o regredendo? La dice lunga, del resto, che in Italia si continui a ripetere che sì, è vero, i giovani non hanno molte opportunità, ma per fortuna possono contare sull’aiuto dei nonni: come se fosse normale che siano i pensionati inattivi a mantenere i giovani nel pieno del loro potenziale sviluppo, e se non fosse invece questa una parte del problema – che le risorse vanno nella direzione opposta a quella in cui dovrebbero andare, col sostegno entusiasta della politica, che continua a fare gli interessi di pensionati e pensionandi perché sono di più e votano in percentuale maggiore. Col paradosso che il futuro del paese è deciso da chi ne ha meno.

Aggiungiamo al quadro un discorso pubblico tutto fortemente anti-immigrati: quando è proprio Bankitalia, con le sue ricerche (purtroppo assai poco meditate), a dimostrare che nei prossimi decenni meno immigrati vorrà dire più disoccupati italiani (e quindi più emigranti), e non meno – ne consegue che chi è contro gli immigrati è contro i giovani, in maniera diretta (anche perché senza di loro di giovani ce ne sarebbero molti meno). Non c’è che da restare sconsolati e attoniti, nel guardare le priorità della politica. Infine, c’è il problema della gerontocrazia: un paese incapace di offrire posizioni di responsabilità ai giovani (peggio se donne), e che non è nemmeno preparato a accogliere il fatto che un trentenne possa avere ruoli e gestire budget molto più importanti di un cinquantenne assunto prima. Cosa che, non solo nel mondo che frequento (l’università e la ricerca: e lo vedo da valutatore dei progetti ERC, la punta più avanzata della ricerca europea), sta diventando la normalità.

Ricordiamolo. La recessione demografica, in passato, è sempre stata anche recessione economica. Ma è anche regressione culturale: l’innovazione non arriva da chi si chiude nella contemplazione del proprio ombelico.

 

Un paese contro i giovani, in “ItalyPost”, 2 giugno 2026, editoriale, pp. 1-27

https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2026/06/download-5.jpg 146 345 Augusta https://stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2019/12/logo.png Augusta2026-06-02 10:02:402026-06-02 10:02:40Un paese contro i giovani

Bakari Sako? Già dimenticato. La società duale, e dove ci porta

19/05/2026/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles /da Augusta

La morte di Bakari Sako, l’immigrato trentacinquenne del Mali (regolare, incensurato, padre di famiglia, lavoratore) ucciso da un gruppetto di giovani in gran parte minorenni mentre andava al lavoro come bracciante alle cinque del mattino (un’ora in cui i suoi assassini dovevano ancora andare a letto e tiravano tardi tanto per fare qualcosa, illudendosi di dare in questo modo un senso alle loro esistenze), non è solo un fatto locale: cronaca nera, triste ma non esemplificativa della società nella suo complesso. Ci dice qualcosa di più, e di più istruttivo, su dove stiamo andando.

Bakari Sako non è stato ucciso per futili motivi. Molto peggio: è stato ucciso per un motivo preciso. Non per qualcosa che ha fatto, ma per qualcosa che era e non poteva non essere: persona di colore, nero, come si dice, con significativa ma accettata imprecisione (loro non sono neri come noi non siamo bianchi, in tutta evidenza: ma questa logica binaria e oppositiva contribuisce al formarsi delle nostre idee, preconcetti, pregiudizi, e al loro radicalizzarsi). Non era importante lui, ma la sua categoria di appartenenza, quella in cui poteva essere incasellato: e infatti avrebbe potuto essere un altro, qualsiasi.

Per capire come siamo arrivati a questo non serve tuttavia una facile indignazione, che ci aiuterebbe al massimo a autocollocarci, in maniera molto presunta, dalla parte dei buoni che mai farebbero una cosa simile. Partiamo da una considerazione generale: non accade solo in ambito razziale. Tutte le forme di binarismo rigido (noi/loro, destra/sinistra, maschio/femmina, superiore/inferiore, buono/cattivo, bianco/nero) spingono alla deumanizzazione della categoria alter rispetto alla categoria ego. Specie se vissute collettivamente: dove il branco può essere anche solo il gruppo di tifosi, del calcio o della politica (typhos è una parola greca che significa febbre, offuscamento: il nome di una malattia, non a caso; ma in latino, istruttivamente, ha anche il significato di superbia). Una logica in cui l’altro è nemico a prescindere: non per quello che fa, ma, appunto, per quello che è, o meglio per quello che rappresenta ai miei occhi.

È interessante notare che se un singolo individuo ripetesse continuamente “io sono il migliore di tutti”, lo prenderemmo per uno sciroccato, degno di commiserazione più che di considerazione, e ne decreteremmo la modesta capacità di giudizio. Ma se passiamo dalla prima persona singolare alla prima persona plurale, e diciamo “noi” anziché “io”, considerazioni simili ci sembrano plausibili, le ripetiamo ordinariamente con convinzione, e votiamo chi ce le ripropone: come quando paragoniamo culture, civiltà, costumi, religioni, legislazioni, sistemi economici, ma anche solo squadre di calcio e piatti tipici.

È significativo che ormai, di fronte a ogni fatto di violenza, la prima cosa che fanno molti italiani sia andare a vedere la nazionalità del reo. Quelli che detestano gli immigrati, per confermare il proprio bias che costoro (le ‘risorse’, come irridono) siano un peso, un danno e un pericolo: delle vittime non interessa alcunché, purché si possa gioire della nazionalità del colpevole. Specularmente, quelli che invece non li odiano a prescindere, e magari li aiutano in qualche modo, sperano che il colpevole sia italiano, in modo da non doversi mettere sulla difensiva: e, anche loro, con la stessa mancanza di empatia per le vittime, sono lieti di veder confermata la loro tesi che il problema della violenza esiste a prescindere, non ha necessariamente nazionalità, finendo magari per sottovalutarne la serietà. Questo è il frutto di decenni di conflitto culturale e ideologico, a base di parole d’ordine anziché di argomenti, di slogan anziché ragionamenti: che hanno sostituito la discussione, il calcolo costi/benefici, e anche un minimo di accettabile umanità, intorno a questi temi.

Il risultato è che ci stiamo progressivamente abituando a vivere in una società divisa precisamente in ‘noi’ e ‘loro’, qualunque sia il loro e il noi con cui ci identifichiamo, alle volte anche senza che ci riguardi davvero (come quando rivendichiamo l’appartenenza a una identità cristiana che non pratichiamo e ancora meno conosciamo, come provano da decenni le ricerche sulle conoscenze religiose degli italiani). In particolare, ci stiamo abituando a percepire che viviamo in una società duale, radicalmente separata, con divisioni ancora più profonde di quelle tra classi: ma non ci turba più di tanto. Lo sappiamo benissimo, quando facciamo la spesa, che certi prodotti costano poco perché c’è qualcuno, dei loro, che li raccoglie a poco prezzo per noi. Sappiamo benissimo che in certi lavori (braccianti, colf, badanti, pulizie, rider e tanti altri) vige una quasi sostanziale segregazione etnica, talvolta operata da altri membri delle medesime etnie, che implica salari molto più bassi. Lo sappiamo, ma ci stiamo abituando che sia normale che sia così, e poco facciamo per risolvere i problemi connessi. Che sono di sopravvivenza per loro, ma anche di livello di giustizia sociale per il sistema, e pure di benessere percepito per noi. Perché sapere di poter vivere (apparentemente) meglio, perché altri pagano il prezzo del nostro benessere, in realtà ci fa stare peggio, e ci incattivisce.

Con molta più radicalità di quanto sto facendo io, lo ha espresso con molta nettezza uno studioso liberale, economista serio, certo non sospetto di simpatie per un progressismo vacuo che ha sempre criticato in maniera tagliente, Luca Ricolfi, che parla esplicitamente di “sovrastruttura paraschiavistica”. Ci sarebbe utile accorgerci che questo rischia di far marcire il sistema dall’interno, oltre che renderlo, alla lunga, economicamente e socialmente, dunque umanamente, insostenibile.

La società duale che ci sta incattivendo, in “ItalyPost”, 19 maggio 2026, p. 29

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Stefano Allievi

E’ autore di oltre un centinaio di pubblicazioni in vari paesi e di numerosi articoli e interviste su dibattiti di attualità. Suoi testi sono stati tradotti in varie lingue europee, in arabo e in turco.

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