Parlare delle conseguenze e non delle cause. Perché il Patto sull’Asilo farà del male a molti, ma non servirà a nulla

Il Patto Europeo sulle Migrazioni e l’Asilo non è un compromesso: che sarebbe comprensibile, essendoci in Europa posizioni diverse. È una non scelta, che serve essenzialmente agli uni e agli altri per potersi presentare alle elezioni europee dicendo che si è fatto qualcosa. Solo che non è questa la cura di cui abbiamo bisogno: è un po’ come somministrare a un malato un po’ di farmaci per curare un blando raffreddore, e un po’ contro un invasivo tumore ai polmoni, quando in realtà la malattia in questione è un disturbo al fegato.

I veri nodi non si sono voluti toccare: a partire da quei regolamenti di Dublino – che prevedono che del richiedente asilo si faccia carico il paese di primo approdo – sottoscritti all’epoca, per l’Italia, da un governo di centrodestra, e rinnovati da uno di centrosinistra, tanto per chiarire che nessuno è vergine in materia. Oggi, anzi, con il nuovo patto, il ruolo dei paesi frontalieri, come l’Italia, è addirittura rafforzato.

L’opzione dovrebbe essere una e una sola: poiché i migranti – ovunque arrivino, via mare o via terra, attraverso il Mediterraneo o i Balcani – cercano di entrare in Europa, e raramente vogliono fermarsi nel paese che casualmente si trova alle frontiere esterne dell’Unione, la questione dovrebbe essere gestita centralmente dall’Unione stessa – accogliendo, redistribuendo, integrando, se del caso respingendo. Parliamo di un’Europa che, per capirci, ha un fabbisogno annuo stimato di manodopera – dovuto al differenziale tra pensionamenti e ingressi di giovani nel mercato del lavoro, e alla crescente voragine tra i due – di circa 2,5 milioni di lavoratori (che significa non meno di 50 milioni di persone da qui al 2050). E quindi avrebbe interesse a gestire dei flussi regolari da essa coordinati e promossi, con linee di indirizzo cogenti. Questo invece non lo si fa, lasciando quindi aperto un sostanzialmente unico canale di ingresso, che è quello irregolare. Con l’unica possibilità (le due cose sono strettamente collegate) della richiesta d’asilo: le cui procedure, con il nuovo patto, diventano più veloci ma anche più sommarie e discutibili, e basate sul paese di provenienza più che sulla situazione della singola persona. Di fatto, per accontentare paesi e partiti anti-immigrati (che si lamentano del mancato ruolo dell’Europa, ma rifiutano di darle le competenze in materia, tenendole strettamente nelle mani degli stati nazionali), si incentiva l’esternalizzazione delle frontiere – e quella che potremmo chiamare la frontierizzazione delle migrazioni – anche in dispregio di alcuni diritti umani fondamentali.

Sarà anche vero che l’obiettivo è di arginare le pulsioni xenofobe dell’estrema destra, e si capisce il motivo: anche perché, per evitare di vedersi erodere consenso, le forze moderate e popolari (ma anche quelle progressiste) finiscono per spostarsi progressivamente su posizioni sempre più anti-immigrati, anziché rovesciare la prospettiva e proporre un quadro interpretativo diverso. Evitando di affrontare il nodo dei flussi regolari di ingresso, però (che è quello fondamentale: è la loro mancanza, di fatto, che produce gli arrivi irregolari – la cui regolamentazione dovrebbe quindi, logicamente, venire dopo) si consegna l’egemonia culturale (interpretativa, e dunque politica) proprio a queste destre.

Non ci stanchiamo di ripeterlo (o forse un po’ sì: la sensazione è di dover sempre ricominciare dall’abc): finché non si (ri-)apriranno canali regolari di ingresso per quelli che chiamiamo migranti economici, avremo solo canali irregolari di ingresso per presunti richiedenti asilo. Spesso fasulli, è vero: ma è precisamente la nostra normativa, o la sua mancanza, che trasforma gli uni negli altri, aumentando a dismisura il numero di questi ultimi, con un effetto controdeduttivo. Ma su questo il patto non dice praticamente parola. E occupandosi solo di come gestire (malamente) i richiedenti asilo dà una risposta irrazionale e costosa a un problema che ha altre origini.

Le migrazioni, sempre più frequenti, in ingresso e in uscita sono diventate fisiologia della società, non sua patologia. Dovremmo considerarle come i trasporti, l’istruzione, la sanità, lo sviluppo economico: se non le governi, ovviamente, è un caos. Se le governi, invece, come doveroso fare, quello che a molti suona come un problema diventa un pezzo della soluzione al problema stesso. Ma è precisamente quello che non si vuole fare: per continuare a sfruttare il dividendo politico della logica del capro espiatorio, della xenofobia e della guerra tra poveri, da un lato dello spettro politico; e per ignavia, e incapacità di pensare diversamente, dall’altro.

 

L’Europa non decide sui migranti. Il patto spacca l’UE che rinuncia a gestire i flussi regolari, in “il Riformista”, apertura, p. 1

Minori stranieri a scuola. Qualche domanda al ministro Valditara

Il ministro Valditara ama discettare sui social delle proprie opinioni sugli immigrati e la scuola. Nell’ultimo tweet (o post su X, come lo si vuol chiamare) se ne è venuto fuori con una frase sul tema di sei righe senza un punto, dalla consecutio opinabile e la sintassi zoppicante, seppellita per questo da una valanga di ironie. In essa da un lato ribadisce l’ovvio: che nella scuola si debba insegnare storia, arte, letteratura e musica italiana – speriamo contestualizzate in quella mondiale, tanto per sprovincializzarci un po’. E dall’altro decreta, per fortuna non ancora per decreto, che nelle classi debba esserci una maggioranza di italiani. L’affermazione è di apparente buonsenso: e, peraltro, nella stragrande maggioranza dei casi è già così. Una volta tradotta in pratica burocratica diventa tuttavia un nonsenso. Vediamo perché.

La quantità di italiani presenti in una classe o in una scuola dipende dalla definizione che si dà di italiano. In molti paesi, chi ci nasce è cittadino di quel paese. A seconda di come cambia la legge sulla cittadinanza, cambia il numero di cittadini. Nei paesi con lo ius soli lo sono tutti. In Germania, per esempio, le maglie sono sempre più larghe anche per quel che riguarda la cittadinanza: in passato ci volevano almeno dieci anni per ottenerla, con la legge in vigore ne bastano cinque, e si sta discutendo se portarla a tre – il che significa che tutti i figli di stranieri nati in Germania, fin dall’ingresso in prima elementare sono già cittadini. L’Italia ha una delle leggi sulla cittadinanza più restrittive d’Europa (tranne per i discendenti di italiani all’estero, che anche se i loro antenati sono emigrati a fine Ottocento, possono ottenere la cittadinanza – di solito richiesta non per venire in Italia, ma per avere la libera circolazione in Europa e entrare negli USA senza visto – senza alcun obbligo di conoscenza della lingua): forse il problema, che è più di definizione che sostantivo, sta lì.

Un altro esempio. I figli di coppie miste – sempre più frequenti: oggi sono oltre il 15% su media nazionale, molti di più nelle regioni e città con più immigrati – hanno la cittadinanza per matrimonio. Ma se portano il cognome del coniuge straniero sono percepiti come stranieri, altrimenti no. Quando si dice che in una classe ci sono “troppi” stranieri, di fatto si contano anche loro. E anche i figli adottati di colore diverso da quello maggioritario nella etnia italiana – come direbbe il generale Vannacci, che ignora che tale etnia non esiste – non sono, ma sono percepiti, come stranieri.

Il problema più serio tuttavia è un altro. In città come New York, Londra, Sidney e Toronto, non proprio tra i luoghi più arretrati del globo, quasi la metà dei residenti (con percentuali in crescita: quindi tra poco saranno più della metà) è nata all’estero, e in molti quartieri e scuole sono naturalmente molti di più, anche perché, come in Italia, gli stranieri fanno più figli degli autoctoni: se adottassero il criterio immaginato da Valditara, dovrebbero deportare gli alunni altrove. E qui emerge il punto politico più rilevante, che è proprio quello della gestione di tale percentuale. Intanto, si applica a una scuola o alle sue singole classi, che sarebbe un modo per fare finta di rispettare un criterio violandolo nella sostanza? Ma soprattutto: se la percentuale viene superata che si fa: si deportano i figli di immigrati? E quanto lontano? E a spese di chi? E si darebbe quindi ai loro compagni autoctoni rimasti l’idea che sono privilegiati e superiori perché loro non corrono questo rischio? Non rimanda, tutto ciò, a un immaginario che rievochiamo nella giornata della memoria proprio per sperare che non accada più?

Aggiungo che lavoro in un’istituzione, l’università, la cui qualità è misurata da classifiche globali in cui il livello di internazionalizzazione (numero di studenti e di docenti stranieri) è uno dei fattori qualitativi e di attrazione rilevanti e valutati positivamente. Ora, lo diciamo sommessamente, ma se è vero per l’università, siamo proprio sicuri che non lo sia anche per la scuola dell’obbligo? E che il problema allora non sia il numero, ma il contenuto dei programmi, la formazione degli insegnanti e le risorse a disposizione?

Lo chiediamo a Valditara, consapevoli del suo precedente ruolo di professore ordinario di diritto romano: un impero che dava cittadinanza e pari diritti ai sudditi delle terre che conquistava – e per un lungo periodo persino a tutti gli schiavi liberati –, e ha contato diversi imperatori nati in suolo oggi straniero, seppure “italiani – meglio, italici – nati all’estero”. Tra questi Settimio Severo, nato in Libia e di pelle più scura della media, per così dire. Certo, in gran parte erano di fatto di cultura latina, non di rado anche di nobili famiglie romane. Ma se valesse il criterio geografico odierno, sarebbero “tecnicamente” italiani in molto pochi: solo 43 imperatori (nella sola Turchia ne sono nati 69, quasi una novantina se consideriamo l’intero Medio Oriente e il Nord Africa). Per dire, Costantino, serbo di nascita, figlio di un illirico e di una greca, sarà colui che cristianizzerà l’impero. Il che offre un qualche motivo di riflessione a chi alle radici cristiane ama richiamarsi…

 

Costantino e le classi “italiane”, in “Corriere della sera – Corriere del Trentino” e “Corriere dell’Alto Adige”, 31 marzo, editoriale, p. 1

Dove inciampa il ministro, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 2 aprile 2024, editoriale, pp. 1-3

 

Un tetto agli stranieri nelle scuole? Vediamo cosa significa

Il ministro Salvini – che dovrebbe occuparsi di infrastrutture e trasporti ma ha sempre nostalgia del tema che gli è più a cuore e in passato gli ha fatto guadagnare più consensi, l’immigrazione – propone un tetto del 20% al numero di bambini stranieri presenti in una scuola. La proposta ha un’apparente sensatezza, ed è stata persino illustrata con una moderazione di toni inedita per chi, su questo tema, ha sempre preferito le barricate ideologiche e le politiche muscolari.

Cosa dice Salvini? Che “un 20% di bambini stranieri in una classe è anche stimolante, perché conosci lingue, culture e musiche”: e già ci mettiamo via l’inedita apertura sul fatto che la pluralità culturale sia considerata un arricchimento – in altre occasioni, anche recentissime, da parte sua, del suo partito e dei suoi alleati è sempre stata considerata solo un danno e motivo di polemica. Se fossero di più, in specie se la minoranza fossero gli autoctoni, sarebbe “un caos per tutti”.

Proviamo a prendere sul serio l’affermazione, e vediamo cosa implica. Cominciamo con la definizione di autoctono. Nella scuola italiana ci sono oltre 800mila figli di immigrati, in gran parte nati in Italia. In altri paesi sarebbero e sono considerati cittadini, almeno quelli nati sul suolo patrio. Una percentuale significativa ha come prima lingua l’italiano, anche in famiglia. E in ogni caso gli studi di glottologi e linguisti sono abbastanza concordi nell’affermare che avere un’altra lingua natìa non è un ostacolo all’apprendimento di una seconda lingua, ma anzi un vantaggio, che risulterà peraltro in un vantaggio competitivo dei diretti interessati anche sul mercato del lavoro, e una complessiva utilità anche di sistema, per la società.

Non solo: moltissimi sono figli di coppie miste, in famiglie in cui è dominante la lingua italiana, spesso per scelta concordata tra i coniugi in nome della facilità di integrazione dei figli. Sono tuttavia percepiti come stranieri, anche dagli insegnanti, perché in gran parte dei casi il coniuge maschio è straniero, e solo per un’inerzia culturale, visto che oggi la legge consentirebbe di adottare solo il cognome della madre o comunque quello italiano, li fa credere foresti. Su questo ho un’esperienza personale abbastanza illuminante. Ho cresciuto fin da piccoli due figli nati in un precedente matrimonio di mia moglie, italiana, che di cognome, avendo quello del padre, facevano Mohammed. Anche se in realtà pure il padre era cittadino italiano (nato e vissuto in Italia, parlava solo italiano, ma era figlio a sua volta di una coppia mista), e anche se ai colloqui con i genitori andavamo io e mia moglie, che l’italiano lo conosciamo benino, e lo parliamo discretamente forbito, ai nostri figli chiedevano regolarmente di “portare una filastrocca del tuo paese” (noi, entrambi milanesi, avevamo insegnato loro “ti che te tachet i tac…”), senza contare il sentirsi chiamare “marocchini di m…” da qualche compagno. Poi, durante il loro percorso scolastico, il padre ha cambiato legalmente cognome, e i figli di conseguenza, e questa percezione ‘straniera’ è miracolosamente scomparsa: nonostante, almeno in un caso, il colore della pelle fosse lievemente più scuretto della media.

C’è poi la definizione della soglia: perché il 20%? Ha una qualche base scientifica? No, nessuna. E in ogni caso non ne ha nemmeno una pratica. Facciamo qualche esempio. Ci sono già quartieri, e addirittura città, in cui la percentuale di alunni di origine straniera è superiore: cosa facciamo, li deportiamo in altri quartieri o città? E perché, come, in base a quali criteri, con quali mezzi di trasporto, a spese di chi, producendo quali conseguenze anche nel percepito degli studenti autoctoni, che si sentirebbero superiori e garantiti a spese degli altri, vittime di un comportamento discriminatorio? Non solo: nello stesso istituto possiamo avere classi con una percentuale superiore e altre no: si fa la media o diventa comunque fuorilegge la classe che supera i limiti? Ma è il principio stesso che è problematico. Il problema non è un numero, una percentuale, un limite astratto e definito a priori. Ma come si fa scuola, con che metodi, con quale preparazione e aggiornamento del corpo docente. Già tutto questo fa capire che una affermazione buttata lì come di apparente buon senso rischia invece di avere terribili effetti di nonsenso quando non di controsenso, e di discriminazione esplicita nei confronti di gruppi etnici e religiosi altri – il che dovrebbe forse ricordarci qualcosa di già avvenuto tante volte nella storia, e da cui rifuggire.

Possiamo capire la preoccupazione di qualche genitore, e la loro fuga eventuale verso altre destinazioni: altre scuole pubbliche in altri quartieri, o la scuola privata – quella che in altri paesi, e anche in alcune ricerche da noi, è stata chiamata la “fuga bianca”, perché di questo si tratta, di colore della pelle, più che d’altro (se in una scuola qualsiasi ci fosse una percentuale maggiore di bambini con genitori con reddito modesto e basso livello di istruzione, se non analfabeti, ma di cognome italiano, nessuno semplicemente se ne accorgerebbe, perché si tratta di dati sensibili e non pubblicizzati – e chi se ne accorgesse e desiderasse andarsene lo farebbe in silenzio, magari anche un po’ vergognandosi, e nessuno invocherebbe intollerabili percentuali per gli altri). Se queste famiglie hanno dei timori, tuttavia, è giusto che siano loro ad assumersene il costo, non gli altri, incolpevoli.

Certo, sappiamo dai dati Invalsi che spesso gli immigrati hanno risultati in italiano e in altre materie inferiori agli italiani (ma sarebbe lo stesso se cercassimo i risultati per censo: solo che non si può fare…). In compenso li hanno spesso più alti in lingue straniere e matematica. Così come sappiamo che gli stranieri, per problemi linguistici, specie quando vengono inseriti come neo-arrivati in classi e a livelli scolastici che corrispondono alla loro età anagrafica ma non alla loro preparazione linguistica, hanno percentuali di ritardi e bocciature maggiori. Normale sia così, e il prezzo dopo tutto lo pagano loro. Ma a questo si potrebbe ovviare in altro modo. Personalmente, occupandomi di questioni migratorie da trentacinque anni, e avendo parlato con moltissimi adulti di origine straniera che da bambini sono passati per questo tipo di inserimento scolastico, e ne hanno pagato dei costi psicologici e relazionali spesso pesantissimi, ho maturato un’opinione diversa da quella della media degli insegnanti (o almeno dei loro rappresentanti negli organismi istituzionali e nei sindacati). Non sono affatto sicuro che questa sia l’unica modalità di inserimento possibile, e nemmeno la migliore. Si potrebbero frequentare prima dell’inserimento scolastico vero e proprio dei corsi intensivi di lingua, che aiutino i ragazzi ad avere un inserimento più morbido e produttivo poi. E non si tratta affatto di classi differenziate, come polemicamente vengono definite, ma di un servizio specifico offerto temporaneamente a persone solo in quel momento in condizione di svantaggio – tecnico, in senso stretto. Nessuno stigma e nessun pregiudizio dietro a questa offerta. Le forme possono essere altre (insegnanti e servizi di supporto, in parallelo, ecc.), ma non dovrebbe essere un tabù parlane operativamente anziché ideologicamente.

La scuola fa un lavoro straordinario, ed è senza dubbio la più grande agenzia di integrazione del nostro paese, il principale laboratorio di pluralità culturale che abbiamo. Va ascoltata, rispettata nella sua autonomia, e semmai aiutata con finanziamenti, progetti e sperimentazioni, non imponendole limiti che sarebbero gabbie ulteriori, che renderebbero meno facile il lavoro degli insegnanti e problematico l’obiettivo di una migliore integrazione sociale.

Chiudo con quella che non è una provocazione, ma una semplice constatazione. Lavoro in una istituzione, l’università, che è valutata in base a ranking internazionali, in cui il criterio dell’internazionalizzazione è una variabile importante. Più studenti stranieri hai, e più insegnanti stranieri hai, più vali, più sei appetibile, più questo è considerato un valore aggiunto. Se è vero per l’università (la maggior parte di noi ne è convinta), siamo proprio sicuri che non debba essere altrettanto vero per la scuola dell’obbligo? Sulla base di quali informazioni, studi, ricerche, sperimentazioni ne siamo così profondamente convinti?

 

“Un tetto agli scolari stranieri”. Salvini e il rimedio che fa danni, in “il Riformista”, 29 marzo 2023, pp. 1-9

La società trans. Sulla transizione di genere

Molti lo considerano un lusso inutile, quando non una perversione della modernità. E quando la regione Veneto l’ha istituito, con il sostegno convinto del presidente Zaia, che l’ha definito “una scelta di civiltà” (come per altri temi che riguardano la libertà di scelta, inclusa quella di morire con dignità attraverso il suicidio assistito, la cui regolazione è stata invece bocciata), ci sono stati molti mugugni ed esplicite proteste anche nella sua maggioranza. Parliamo del “Centro di riferimento regionale per l’incongruenza di genere e il cambio di sesso”, assegnato ufficialmente da marzo 2023 all’ospedale di Padova.

Perché non è una fisima né uno scandalo? Perché è doveroso occuparsene? Perché non siamo solo una società in cui ci sono delle persone, che chiamiamo trans, che non si identificano con il proprio corpo e che vorrebbero attivare o almeno vedere riconosciuta una qualche forma di transizione di genere, ed è doveroso tenerne conto. Ma perché siamo una società trans: in perenne transizione, trasformazione, accelerazione. Pensiamo solo a come saremo cambiati non tra dieci anni o tra cinque, ma anche solo tra due, a causa dei giganteschi processi trasformativi innescati dall’intelligenza artificiale: anche sul piano dell’identità, della personalità, dei diritti di ciascuno di noi. Ecco, quello dell’identificazione di genere, che implica quello della transizione, è un pezzo, uno dei tanti, di questa trasformazione. Ma anche uno dei più simbolici e significativi, perché va a toccare non solo degli elementi interiori, ma può anche (non sempre, e in forme molto diverse) toccare l’esteriorità del corpo, la sua visibilità e la sua manipolabilità, la sua riconoscibilità per gli altri (perché sono gli altri che hanno il problema maggiore, non i diretti interessati, che se ne fanno una ragione e vorrebbero solo essere liberi di attivare scelte individuali di cambiamento). Peraltro, questo avviene anche in altri ambiti, anche se ci facciamo meno caso: l’aggiungere al corpo chip, protesi meccaniche, potenziamenti farmacologici, manipolazioni genetiche, è un modo di avvicinarci a quel transumano che è una delle grandi questioni del nostro tempo, e di cui la transizione di genere non è in fondo che un elemento, un caso persino minore. Allo stesso tempo è una formidabile occasione per farci uscire da un binarismo forzato che è sì un potente archetipo culturale, ma anche una evidente forzatura ideologica: che presuppone una coerenza e una linearità di identificazioni che è più difficile trovare nella realtà di quanto si creda. Basti pensare alla fragilità intrinseca, alla rigidità spesso farlocca, di distinzioni e separazioni date per assodate: non solo quella tra maschile e femminile (come vediamo dai casi in oggetto, non evidente e immediata per tutti), ma anche tra eterosessuale e omosessuale (come se non si passasse attraverso fasi, sperimentazioni, identificazioni diversificate, spesso sovrapposte, non di rado ambigue, e cambiamenti), e potremmo ovviamente arrivare a bello e brutto, buono e cattivo, destra e sinistra, oriente e occidente.

Ci sono persone, molte, che fanno fatica a identificarsi con il proprio corpo: con la chirurgia estetica abbiamo sdoganato – e consideriamo lecita – l’idea di modificarlo, che non fa più scandalo ed è anzi sempre più diffusa. La questione dell’identità di genere va molto più nel profondo, tuttavia. Perché la non identificazione tra il proprio sesso biologico e la propria identità di genere (o la messa in discussione del rapporto tra le due cose), tra quello che appare e come ci si sente – conosciuta sotto il nome di disforia di genere – è un malessere, o un problema, che produce una profonda sofferenza, con sintomi di ansia, depressione, autolesionismo, tendenze suicidarie. E se si può uscirne, perché non farlo?

Non si tratta, tra l’altro, dell’invenzione di qualche fantomatico propalatore di una inesistente teoria gender. Il fatto che solo il centro di Padova riceva 14 nuovi pazienti a settimana (che significa oltre 700 l’anno – mentre a livello nazionale si parla di 400mila persone coinvolte) significa che il problema è più diffuso di quel che crediamo. Il fatto poi che tra questi ci siano anche degli over 60 mostra che il problema non è nuovo: nuovo è solo che finalmente se ne possa parlare, e ci sia la possibilità (riconosciuta dalla società attraverso il riconoscimento del servizio sanitario pubblico come livello essenziale di assistenza: un elemento fondamentale per questioni simboliche oltre che economiche) di affrontarlo.

Il luogo dove parlarne e praticarlo, abbiamo visto, c’è: e si occupa di consulenza, accertamento, accompagnamento, assistenza, sostegno, terapia ormonale e chirurgia demolitiva (questi ultimi richiesti solo da una parte delle persone che manifestano una disforia di genere). Si chiede solo di aggiungere l’ultimo tassello, che una quota minoritaria delle persone coinvolte richiede: la chirurgia ricostruttiva, che un altro paio di realtà italiane già riconoscono. Ci sembra un tassello legittimo. Che la regione Veneto, che si è mostrata all’avanguardia nell’affrontare il tema, ed è giusto dargliene atto, potrebbe attivare senza difficoltà. Come in ogni cammino, una volta fatto il primo passo, gli altri vengono da sé.

 

Siamo una società “trans”, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 marzo 2024, editoriale, p. 1-7

La normalità dell’immigrazione, l’ipocrisia di chi è “contro”

Le migrazioni sono come i trasporti, la sanità, il commercio, l’istruzione, l’assistenza sociale, la manutenzione delle strade o del verde pubblico: un dato strutturale della società. Come tale, e come ogni elemento che impatta sulla vita collettiva, va gestito, governato: bisogna, insomma, occuparsene. Se non lo si fa, lo capiamo tutti, è un disastro. Se nessuno programmasse gli orari degli autobus, le prenotazioni delle visite e la gestione del pronto soccorso, gli spazi di mercato e il rilascio delle licenze, la costruzione e la gestione delle scuole, l’aiuto ai disabili o alle vittime di violenza, il rattoppo delle buche e lo sfalcio dell’erba, sarebbe il caos: e infatti, quando non funzionano, ce ne accorgiamo eccome, delle conseguenze, e protestiamo. Mentre, se governati, tutti questi fenomeni, tutti questi processi, sono un aiuto fondamentale per la nostra vita: non un problema, ma una soluzione a un problema. E infatti questo chiediamo a chi ci rappresenta, dai sindaci alle regioni fino al governo nazionale. E questo la politica dovrebbe fare.

Invece, quando si tratta di migrazioni, ci limitiamo a essere “contro”: che è come essere contro i trasporti, la sanità, il commercio, l’istruzione, l’assistenza sociale, la manutenzione, e già che ci siamo anche il maltempo. Nessuno vuole occuparsene: né i sindaci, che infatti, in grandissima maggioranza, evitano accuratamente di farlo, e spesso strumentalizzano i migranti come capro espiatorio di problemi di cui sono la conseguenza e non la causa; né la regione, che non dà indicazioni e non ha alcuna cabina di regia, né per l’accoglienza né per l’integrazione (e quando si è mossa, l’ha fatto più per ostacolare l’integrazione che per gestirla: dalle leggi “prima i veneti” a quelle contro le moschee); mentre il governo è obbligato a farlo, ma lo fa nella stessa logica, cercando di limitare gli arrivi ma senza governarne le conseguenze, con provvedimenti spot e in qualche modo emergenziali anziché con un strategia di lungo periodo. Con il risultato paradossale di ottenere precisamente quello che tutti a parole dicono di voler evitare: il caos.

È un corto circuito che ci coinvolge tutti, non solo chi ci governa, perché i primi complici sono i cittadini e gli elettori. Tu, cittadino, sei contro gli immigrati, quindi dai il voto a chi te lo chiede per lo stesso motivo; una volta eletto questi non farà nulla per risolvere problemi che gli garantiscono una facile rendita elettorale, e dopo tutto rispondono al mandato ricevuto: e così i problemi si incancreniscono, nella comoda complicità di tutti, perché di ogni problema è più facile non occuparsene, ancora meglio se legittimati da qualche semplice slogan ideologico, che tirarsi su le maniche e affrontarli.

Dopodiché tutti quanti vogliamo mangiare al prezzo minore possibile il cibo raccolto dagli immigrati, beviamo il (e ci arricchiamo con) il vino vendemmiato da loro, abitiamo nelle case costruite da loro (che poi ci rifiutiamo di dar loro in affitto) e da loro pulite, acquistiamo merci movimentate da loro (dal carico e scarico in magazzino al camioncino che le consegna fino alla bancarella in piazza), ci vantiamo di record turistici che senza il loro lavoro in hotel e ristoranti non raggiungeremmo mai, affidiamo loro i nostri anziani non autosufficienti, i nostri malati e i nostri bambini perché se ne prendano cura, e nemmeno ci accorgiamo che sono una quota sempre più rilevante di coloro che, come operai, producono le merci che vendiamo, utilizziamo ed esportiamo – e sono nostri clienti come consumatori. Ma siamo “contro”, e quindi non gestiamo il fenomeno, e ci laviamo la coscienza con quello. Possiamo dire che è una intollerabile ipocrisia? Che chiedere il voto, e darlo, per questa ragione è un’impostura, e per giunta una truffa che ci autoinfliggiamo, facendo del male a noi stessi oltre che a loro?

Non c’è esempio migliore che quello dell’accoglienza per dimostrarlo. Non apriamo canali regolari di ingresso, e quindi arrivano irregolarmente e chiedono asilo. Il governo li ridistribuisce sul territorio, ma i comuni, con il sostegno masochistico dei loro cittadini, che sono “contro”, non attivano i SAI (che sono protocolli per l’accoglienza gestiti dalle amministrazioni, con la collaborazione del privato-sociale), e quindi le prefetture finanziano i CAS (centri di accoglienza straordinaria, a scopo di lucro), i cui bandi peraltro spesso finiscono per andare deserti perché offrono cifre ridicolmente basse, e con gli ultimi decreti approvati dal governo escludono esplicitamente proprio le attività che favoriscono l’integrazione, a partire dall’insegnamento dell’italiano. Risultato? L’integrazione funziona male (o funziona comunque, ma con più difficoltà e maggiori costi umani e materiali; e non grazie alla politica, ma nonostante essa), e il ciclo ricomincia. Fino a quando andremo avanti con questa assurda pantomima?

 

L’ipocrisia di quelli che sono “contro” e non se ne occupano, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” 24 marzo 2024, editoriale pp. 1-6

Immigrati: politica senza strategia. Tra nuovi sbarchi e vecchie ossessioni ideologiche.

Gli sbarchi non si fermano, e le morti nel Mediterraneo neppure: è di questi giorni l’ennesima tragedia, con forse una sessantina di morti, a fronte di venticinque sopravvissuti, raccolti e salvati per caso dalla Ocean Viking, la nave dell’organizzazione francese SOS Méditerranée. E questa è la prima notizia d’attualità. La seconda è che la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha ritenuto di non concedere la procedura d’urgenza per l’esame di un aspetto del cosiddetto decreto Cutro: la garanzia finanziaria da quasi cinquemila euro che gli immigrati, anche appena sbarcati, che non vogliono entrare nei CPR, i Centri per il rimpatrio, dovrebbero versare allo stato. È in apparenza un tecnicismo, ma potrebbe avere conseguenze anche sull’applicazione dell’accordo tra Italia e Albania per la gestione in terra albanese delle pratiche dei richiedenti asilo che tentano di arrivare in Italia. Insieme, queste due notizie mostrano l’assenza totale di una strategia seria di gestione delle migrazioni, e il ricorso a sole iniziative di facciata, quasi sempre contraddittorie e prive di un obiettivo pratico reale.

Cominciamo dagli sbarchi. Che, di per sé, non sono certo colpa del governo: né di questo né dei precedenti. Ma che mostrano la mancanza di coraggio degli uni e degli altri nell’affrontare il problema alla radice. La questione è più semplice di quello che sembra. In passato esistevano dei flussi regolari di manodopera immigrata, e una quota percentuale molto più piccola di ingressi irregolari. Da alcuni decenni a questa parte, per rispondere alle paure della pubblica opinione – di per sé comprensibili, ma che andrebbero informate e guidate, non seguite – sono stati progressivamente chiusi la gran parte dei canali regolari di ingresso, in particolare per lavoro. L’inevitabile risultato è stato il rovesciarsi delle percentuali: una maggioranza di immigrazioni irregolari, e una quota percentuale relativamente piccola di ingressi regolari. L’unica cosa seria da fare per combattere le immigrazioni irregolari sarebbe dunque (ri-)aprire canali di immigrazione regolare con gli stessi paesi di origine e di transito da cui arrivano i flussi irregolari, coinvolgendoli nella responsabilità della gestione dell’irregolarità in cambio del vantaggio di canali sicuri, di cui peraltro abbiamo noi stessi un enorme bisogno (quantificabile in almeno duecentomila ingressi l’anno per l’Italia, e due milioni per l’Europa, solo per mantenere in relativo equilibrio la forza lavoro necessaria, a fronte di una demografia completamente squilibrata, in cui calano drammaticamente le nascite e aumentano i pensionati). Per non dover ammettere questa evidente verità, di cui stiamo già pagando il prezzo, ci si limita a ostacolare con provvedimenti improvvisati una immigrazione irregolare che, in mancanza di alternative, non potrà che crescere. Come si fa con i provvedimenti, meramente punitivi, contro le ONG, con l’assegnazione di porti lontani (che produce solo più costi e più morti, senza alcun vantaggio per nessuno), o l’impedimento di salvataggi multipli. La stessa Ocean Viking era appena ripartita dopo un fermo amministrativo di mesi, proprio per questa ragione: che è come se a ciascuno di noi, dopo aver salvato la vittima di un incidente stradale, sulla strada per l’ospedale ci fosse vietato – per legge! – di salvare un altro ferito trovato lungo il percorso.

La seconda questione riguarda la singolare proposta, uscita dal cappello di un consiglio dei ministri dell’autunno scorso e mai discussa prima, di inventarsi una cauzione da 4938 euro che gli immigrati provenienti da paesi detti ‘sicuri’ dovrebbero pagare per non entrare nei CPR. A parte l’inapplicabilità e la totale assenza di senso della realtà (si parla di fidejussioni, trattandosi di persone neosbarcate che difficilmente quella cifra la possiedono, quando anche per un italiano una polizza fidejussoria presuppone dichiarazione dei redditi, proprietà, un lavoro fisso e banalmente una residenza), anche questa norma, come quelle sulle ONG e molte altre, mostra di essere improntata a un inutile cattivismo, che pare ben più reale del buonismo di cui sono accusate, un giorno sì e l’altro pure, le organizzazioni che queste politiche contrastano. E destinata, come del resto l’accordo con l’Albania, non a risolvere un problema, ma solamente a mandare un segnale politico e propagandistico all’opinione pubblica: un modo di dire che si sta facendo qualcosa, tamponando o terziarizzando il fenomeno, senza nemmeno cominciare ad affrontarlo davvero.

Veniamo, per l’appunto, alla ratio degli accordi siglati. Pensare di gestire le richieste d’asilo, rivolte all’Italia, dall’Albania è come pensare di risolvere il problema dei ritardi nella sanità aprendo un ospedale a Tirana, portandoci medici, infermieri e pazienti italiani: sarebbe un costo enorme (non solo le centinaia di milioni di euro per attrezzare una base, ma costi di gestione gonfiati oltre tutto anche dalle indennità di trasferta all’estero…), non velocizzerebbe le pratiche (se lo facesse non si capisce perché le stesse persone non potrebbero analizzarle negli stessi tempi in Italia), creerebbe un sacco di problemi pratici (possiamo immaginare celerità ed efficacia, oltre che rispetto dei diritti, di udienze svolte tramite interprete con giudici e avvocati in videoconferenza). Si tratta di un fallimento annunciato, a cui tuttavia la lentezza di risposta della UE rischia di dare un alibi: se non si riesce a farlo in tempo per le elezioni europee (questa era probabilmente la vera ragione della decisione: raggiungere un elettorato spaventato con un messaggio di furbesca anche se inefficiente protezione), sarà pur sempre possibile dare colpa all’Europa della mancata attuazione.

Non che non si debbano fare accordi con gli altri paesi: al contrario, è la cosa giusta da fare. Ma su altre basi. E, aggiungiamo, con altri obiettivi: selezionare e formare la manodopera in accordo con i bisogni dell’economia, per esempio. Non fare finta che se ne possa fare a meno lanciando segnali generici e anche un po’ obliqui di rifiuto e di esternalizzazione. Prendere in mano, insomma, i problemi, nei loro termini reali. Con più spirito pragmatico e meno vocazione ideologica. Allo scopo di risolverli, non di rilanciare slogan più o meno nazionalistici (che peraltro vanno contro l’interesse nazionale).

 

L’accordo Italia-Albania ha i piedi d’argilla, perciò l’Europa lo boccia, in “Il Riformista”, 16 marzo 2024, p. 6

Uomini contro le donne. Giulia, Sara e le altre.

Un altro femminicidio. Che però è categoria astratta, con un che di giuridico e di impersonale. Diciamola diversamente. Un altro assassinio di una donna da parte di un uomo. Con una sola motivazione: perché lei era una donna e lui un uomo. Se non ragioniamo così, se non ce la diciamo così, l’uccisione di Sara Buratin rischia di essere solo un caso di violenza tra tanti (proprio perché l’ennesimo, sempre meno rilevante in sé), un numero aggiunto a una statistica, e niente più. Non possiamo, oltre tutto, derubricarlo a violenza generica: è violenza di genere, che è cosa diversa. Sono ancora troppo freschi il dolore, l’emozione, la partecipazione, la mobilitazione seguiti all’omicidio di Giulia Cecchettin: che ci hanno fatto ragionare, riflettere, fare autocritica anche (come uomini, anzi, come maschi, in primo luogo). Purtroppo, come si è visto, non tutti, non abbastanza, non sufficientemente a fondo.

Forse il solo modo di capire veramente cosa è successo, è vederlo da dentro, come sanno fare solo l’introspezione e l’empatia, o l’arte, attraverso la capacità di mettersi davvero nei panni degli altri, e dentro le cose. Provare a immaginare, se non capire, quello che avrebbe potuto pensare e sentire Sara nei suoi ultimi istanti. Sapere di avere condiviso con il tuo uomo quasi due decenni di vita in comune, le parole dette, le risate serene, le tenerezze scambiate, l’intimità complice, pelle contro pelle, l’amore dichiaratosi vero e duraturo, la nascita di una figlia, i momenti della sua crescita, le gioie banali ma profonde che sono di tutte le famiglie, un repertorio di avvenimenti, di aneddoti e di ricordi, di pasti consumati insieme, di compleanni, di vacanze. E capire solo all’ultimo, mentre la lama affonda nel collo, che è stato capace di premeditare il tuo omicidio, di usare una scusa banale per venire a casa, di colpirti vigliaccamente alle spalle in maniera efferata, una, due, venti coltellate, lasciandoti lì, nel tuo sangue, e poi scappare, sì, scappare, altrettanto vigliaccamente, senza pensare a te, senza pensare a tua figlia, che adesso hai orrore a pensare vostra, anche sua, la rabbia, la disillusione, lo schifo che proveresti ora, a pensare di essere stata così tanto tempo con un uomo capace di tutto questo – se fossi sopravvissuta…

No, non è un altro caso di omicidio-suicidio. È persino sbagliato definirlo così, perché mette le due cose sullo stesso piano. E non lo sono. Perché l’assassino ha potuto scegliere: la vittima no. E comunque il secondo, il suicidio, non spiega né tanto meno giustifica, o sminuisce, il primo. Anche Filippo, l’assassino di Giulia, ha detto che voleva farla finita, ma non ne ha avuto il coraggio. Alberto ha solo portato a termine il suo proposito, tutto qui. Questo, di certo, non lo rende migliore, non lo scusa, non produce attenuanti o sfumature nel giudizio. No, non è un fatto solo individuale, una storia irripetibile. E lo sappiamo proprio perché si ripete. Con agghiacciante e inesorabile frequenza. È il segno di un modo di pensare specifico, figlio di una cultura e di un’epoca. Che, certo, ha millemila spiegazioni anche individuali. Che, certo, vanno analizzate nella loro soggettività. Ma anche ricondotte alla loro radice (non ragione: non c’è ragione) comune: che è un’idea di donna, e di uomo, e di potere nella relazione tra i due. Che rende la donna proprietà dell’uomo. Di cui può disporre, come un padrone dispone di uno schiavo, che considera oggetto, merce in fondo, e non persona. Perché lei è una donna e tu un uomo, appunto. Senza bisogno di (altre) ragioni.

Poi, certo, si può provare a confrontare, a comparare. Scoprire che in fondo entrambi, Alberto, l’assassino di Sara, e Filippo, il killer di Giulia, differenza d’età (non diciamo di maturità, che non c’era) a parte, erano uomini incapaci di una relazione adulta, consapevole, veramente di scambio, disponibile a valorizzare l’altra persona; anzi svalorizzandola al punto da renderla cosa, priva di individualità e personalità, di cui è possibile e lecito sbarazzarsi. Uomini taciturni, solitari, o meglio soli, anche quando in compagnia. Non perché amanti di una solitudine consapevole e scelta, ma perché incapaci di relazione all’interno delle relazioni che pure instauravano, e da cui dipendevano. Poi, certo, non in tutti i casi è così. Quello che hanno veramente in comune, di fondo, è l’essere uomini contro le donne. Come abbiamo cercato di dire. Come temiamo di dover ripetere ancora.

 

Uomini contro le donne, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 2 marzo 2024, editoriale, p.1-5

Fine vita: modello veneto, modello emiliano

La regione Emilia-Romagna, con una delibera, ha stabilito che chi chiede il suicidio assistito (in cui, lo ricordiamo, è il paziente ad autosomministrarsi il farmaco letale), ha diritto ad ottenerlo entro tempi certi (42 giorni), rispettando determinate condizioni. L’atto recepisce una sentenza della Corte costituzionale del 2019, rimasta finora inapplicata, tanto che l’associazione Luca Coscioni ha raccolto in ogni regione le firme per chiedere l’approvazione di una norma specifica. La sentenza, infatti, dichiara non perseguibile penalmente l’assistenza al suicidio assistito di chi lo chiede; spetta tuttavia alla politica attuarne nella pratica le linee di indirizzo. Ma a livello nazionale – per ignavia, come in molti altri casi – persiste il vuoto legislativo.
Il Veneto aveva scelto la strada dell’approvazione di una legge regionale, ma, nonostante l’appoggio del governatore Zaia, il consiglio regionale l’ha respinta. L’Emilia-Romagna, come si è visto, ha scelto una strada diversa: che è stata criticata sia dall’opposizione di centro-destra che dalla stessa associazione che ha raccolto le firme, che avrebbe preferito una discussione pubblica sul tema.
In termini di metodo non abbiamo una opinione precisa riguardo a quale sia la strada migliore. Visto che il diritto in qualche modo c’è già e si tratta solo di applicarne l’esercizio, evitando l’incongruenza di applicazioni differenziate tra città e città e città e tra ospedale e ospedale, anche all’interno della stessa regione, una discussione pubblica anche locale – in attesa che la faccia il parlamento nazionale – è pleonastica, e una delibera applicativa può benissimo sostituirla: per dirla in sintesi, il meglio (la discussione democratica) rischia di essere nemico del bene, e a volere troppo si rischia di non avere nulla. Anche perché, come si è visto nel caso Veneto, la discussione finisce per non avere nulla a che fare con il caso concreto, e si impaluda nelle nebbie dell’ideologia e di vaghissimi principi mal motivati, ricorrendo a espressioni vuote di contenuto, come un generico diritto alla vita che la norma non mette in alcun modo in questione (semmai, se proprio si pensa sia così, lo fa la sentenza della corte, e su quel piano e a quel livello bisognerebbe discutere). Per spiegare il paradosso in cui siamo, è un po’ come se, una volta approvata una norma sui limiti di velocità, chi non è d’accordo si limitasse a non approvare le delibere applicative: rimarrebbe la norma ma non si avrebbe la sua applicazione. Mentre a chi critica la decisione emiliana da destra, cercando di impedire l’applicazione certa e omogenea del diritto (come è stato fatto anche in Veneto), verrebbe da ricordare che l’unica cosa seria da fare, allora, sarebbe riempire il vuoto legislativo con una norma approvata dal parlamento nazionale: ma è precisamente questa la responsabilità che la politica non vuole assumersi, pur avendocela.
A noi, in un certo senso, l’approccio emiliano, più pragmatico e meno ideologico, ricorda differenze simili in altri ambiti, tra Emilia-Romagna e Veneto. Si pensi all’autonomia. In Veneto un grande squillar di trombe, la celebrazione di un referendum, la pretesa di applicarla a tutte le materie possibili e immaginabili, per principio; in Emilia-Romagna nessun referendum, pochissima retorica, nessun uso elettorale dell’argomento, ma la medesima richiesta, limitata tuttavia ad alcune poche materie in cui si è convinti di poter ragionevolmente far meglio dello stato. E si pensi all’economia: le imprese innovative ci sono dall’una e dall’altra parte, ma in Veneto si dorme ancora sugli allori del non più esistente modello Nordest, ripetendo debolmente la retorica su di esso e una defunta presunzione di essere migliori, mentre in Emilia il pragmatismo e la capacità di costruzione di rapporti con le istituzioni (regione e comuni) e l’università hanno creato un ecosistema il cui effetto è che le imprese crescono di più, fanno più export, producono più occupazione, elaborano più brevetti, offrono salari più elevati, producono meno emigrazione qualificata (anzi, la importano).
Ecco, forse anche nella traduzione dei valori in politica (e la discussione bioetica ne è un ottimo esempio), dovremmo riflettere sul pragmatismo emiliano. Giusto o sbagliato che possa essere, un modello, nella pratica, funziona, producendo un risultato pratico, l’altro no. E forse vale la pena di rifletterci.

in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 febbraio 2024, editoriale, p.1

Giovani migranti e violenza di genere. Una riflessione sui fatti di Catania

Lo stupro di Catania è un fatto spregevole: di cui è doveroso parlare, anche perché ci spinge a prendere posizione, a schierarci. Una parte della politica e della pubblica opinione, anche da noi, è già arrivata alle conclusioni: è la “prova” che gli stranieri non si possono integrare, che c’è in corso una guerra di civiltà, per cui vanno respinti. E se provassimo, invece, a cambiare punto di vista e narrazione?
L’evento è noto. Un gruppo di sette ragazzi, quasi tutti minorenni, di origine egiziana, sbarcati sulle nostre coste come MSNA (così il gergo burocratico definisce i minori stranieri non accompagnati) ha sequestrato una ragazzina di tredici anni nei bagni pubblici di un parco di Catania, ha immobilizzato il suo fidanzato anch’esso minorenne, e l’hanno violentata in due, mentre gli altri stavano a guardare. Un atto schifoso, coraggiosamente denunciato dalla vittima, per il quale tutti noi vogliamo che paghino, e duramente, i colpevoli.
L’immigrazione c’entra e non c’entra (anche se viene facile additarla come capro espiatorio autoevidente): pochi mesi fa, sempre in Sicilia, questa volta a Palermo, sette ragazzi italiani hanno sequestrato una ragazza in un cantiere, e l’hanno violentata in sei, mentre uno, che la conosceva, filmava il tutto. Con la stessa logica, avremmo dovuto lanciare una campagna contro, che so, i palermitani. Estremizzando il paradosso, potremmo dire che gli immigrati si sono integrati così bene che hanno copiato da noi. Naturalmente non è così. Semmai entrambi gli episodi ci fanno riflettere, e ce n’è davvero bisogno, sulla maschilità tossica, la violenza di branco, la logica del potere di genere e le sue perversioni, la povertà e la sopraffazione insiti nell’immaginario sessuale maschile, secoli di prevaricazione diffusa e quotidiana sulle donne, un’idea predatoria del sesso e forse dell’affettività, il ruolo della pornografia, e tante altre cose – sgradevoli, orribili – su cui è effettivamente doveroso riflettere. Prendiamo tuttavia per buona la cornice interpretativa per cui l’immigrazione giochi un ruolo. In che modo? In come la percepiamo, innanzitutto: in come facilmente attribuiamo agli altri, senza conoscerli, i difetti che forse condividiamo con loro. Ma anche, è giusto rilevarlo, per l’arretratezza di certi costumi, che abbiamo ben ragione a stigmatizzare, in cui la sopraffazione misogina è spesso ancora più pervasiva e quotidiana, e la differenza di potere più accentuata: che tuttavia non sono monopolio o esclusiva di nessuno, e hanno a che fare più con l’arretratezza economica e lo sviluppo civile che non con il colore della pelle, la religione, o la banale provenienza da altrove. Ugualmente, prendiamo il caso dei MSNA, categoria di cui fanno parte i ragazzi di Catania. Constatiamo che sono invenzione recente: in passato erano quasi inesistenti (c’erano i minori, sì, ma al seguito delle famiglie). Oggi i canali regolari di ingresso per migranti non ci sono praticamente più (li abbiamo chiusi noi), con gli adulti siamo severi e cerchiamo di respingerli, con i minori – ipocritamente ma giustamente – molto meno, per cui da alcuni anni a questa parte il fenomeno è in tumultuosa crescita, e sta diventando una piccola bomba sociale a carico della collettività. Perché noi giustamente li iscriviamo a scuola e li mettiamo in comunità (o, almeno, lo facevamo, quando i numeri erano modesti), ma loro spesso vengono con un obiettivo diverso, di mantenimento della famiglia, e non di rado – salvo i pochi meritoriamente salvati da chi se ne occupa – finiscono per scappare dall’una e dall’altra. Se va bene, per ingrossare le fila del lavoro minorile e irregolare. Se va male, per entrare nel mercato della prostituzione e dello spaccio. Ecco, forse una domanda è lecito farsela: se prima non esistevano e oggi sì, non è che un ruolo ce l’ha il modo in cui gestiamo i flussi migratori? E la soluzione è persistere nella chiusura dei canali regolari, o al contrario rovesciare la logica, aprendoli e controllandoli? Spendere sempre meno, come si sta facendo, in politiche di integrazione, tagliando persino i corsi di conoscenza della lingua e della cultura (in cui ci sta anche una diversa concezione dei rapporti di genere), o al contrario spendere di più? E ancora, mettere i MSNA in centri invivibili (visitate quelli presenti nella vostra città, anche in Veneto), ammucchiati in condizioni igieniche e di sovraffollamento allucinanti, senza iniziative e senza progetto, allo sbando, alla rinfusa, o farsi finalmente carico del fenomeno? Che vuol dire anche, semplicemente, occuparsene, visto che la Sicilia ne ospita oltre un quinto, seguono Lombardia, Emilia-Romagna, Calabria, Campania, Puglia, Lazio, Toscana, Friuli, Piemonte, Liguria, e solo al dodicesimo posto c’è il Veneto, appena prima di Abruzzo, Marche, Basilicata, Molise…

Giovani migranti e violenze, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 7 febbraio 2024, editoriale, p.1-3

Fine vita: il festival dell’ipocrisia che ha sconfitto Zaia

Bisogna dare atto al governatore Zaia di averci messo la faccia, e di avere avuto il coraggio di andare contro la sua stessa maggioranza: primo e unico presidente di regione, fino ad ora, ad averlo fatto. Prima anche, quindi, dei governatori di centro-sinistra.
Forse ha giocato anche il limite ai mandati. A fine corse è possibile assumere posizioni più coraggiose, tanto, non dovendo essere rieletti, non si è obbligati a corteggiare i propri elettori. Peraltro, in questo caso è una scelta vantaggiosa, che pur facendogli perdere qualche sostegno interno, gli consente di conquistare praterie di consenso personale fuori dal suo recinto politico naturale, visto che i sondaggi sono unanimi nel mostrare che la maggioranza degli italiani, e anche la maggioranza dei veneti (che, da un pezzo, non è più la Vandea italiana), è a favore della regolamentazione del suicidio assistito. Ma la sua posizione non è frutto di calcolo: Luca Zaia ha mostrato in questi anni un’encomiabile coerenza sul tema dei diritti civili – si pensi alle sue posizioni sulle tematiche LGBTQ+. Con questa scelta Zaia diventa anche una figura nazionale di riferimento, e rafforza significativamente un ruolo e una traiettoria politica che ha sempre dichiarato di considerare legata strettamente al territorio, proiettandosi volente o nolente su un palcoscenico molto più ampio.
Il voto contrario di ieri sancisce anche la trasformazione definitiva della Lega da partito laico (quale l’aveva voluto Bossi, che si era inventato solo in un secondo tempo una improbabile consulta cattolica affidandola a Irene Pivetti, che peraltro ha smesso di esistere quasi subito) a ultracattolico. Almeno nominalmente, perché poi, alla maniera del rosario di Salvini (anche lui in origine un laicissimo comunista padano) si tratta di un cristianesimo esibito: quanto vissuto e pregato, è materia di valutazione più complessa e opinabile. Ma è tendenza tipica degli identitaristi di oggi – si pensi a quanto avviene oltreoceano – la propensione a pagare alla religione quello che gli inglesi chiamano lip service, che non è propriamente un attestato di coerenza. Dimenticando peraltro che anche i cattolici – lungi dall’essere rappresentati dai gruppuscoli vociferanti di questi giorni, che tuonano e minacciano sfracelli elettorali ma sono composti da poche manciate di militanti – sono divisi sostanzialmente a metà, così come lo sono i laici, su questi temi.
Quanto accaduto ieri è quindi un’occasione persa della politica regionale: anche di opposizione, visto il voto contrario pure di una consigliera del PD, diventata determinante nell’affossare una legge che non è passata, per l’appunto, per un voto. Il consiglio regionale ha mostrato ancora una volta di interessarsi poco di cose che interessano invece molto gli elettori, e di pensarla diversamente da loro: rendendo vacuo domandarsi perché la fiducia nella politica cali e l’astensionismo cresca.
Il voto contrario in definitiva è ascrivibile a ideologia, ipocrisia, e anche qualche evitabile grettezza. Quest’ultima l’ha mostrata chi è ricorso persino all’argomentazione del costo, e del conseguente risparmio che il respingimento della proposta di legge consente: in realtà modestissimo, perché riguarda pochissimi casi, e irrilevante rispetto al bilancio sanitario della regione, oltre che moralmente discutibile. L’ipocrisia, venata da ideologia, l’ha mostrata chi ha argomentato e votato, apparentemente, senza aver letto nemmeno i dispositivi e le sentenze, evocando un vago diritto alla vita (come se il diritto a disporne in casi drammatici e dolorosissimi non lo fosse: lo è invece di più, perché è il diritto a una vita vivibile) o un’ancor più evanescente difesa della famiglia, che la legge non metteva in questione in nessun modo. Facendo finta di non vedere che le cose resteranno esattamente come stanno, con il diritto al suicidio assistito (che non ha nulla a che fare con l’eutanasia), garantito e non punibile: ma che, semplicemente, sarà di più lunga, incerta e difficile applicazione in termini di tempistica, e diverso da ospedale a ospedale, da città a città. Cosa, naturalmente, insensata.

Il coraggio di Luca, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 18 gennaio 2024, editoriale, p. 1