Femminicidi: il lavoro culturale da fare sui maschi

Se è uno, è un fatto isolato, una notizia, che merita un commento. Se sono una sequenza, ripetuta nel tempo, sono un fatto sociale, che merita un’inchiesta e un approfondimento. Se sono uno stillicidio (oltre 70 da inizio anno, secondo i dati del Viminale, di cui più di 50 per mano del partner o dell’ex-partner), diventano un allarme civile, che pretende un esame di coscienza approfondito. Stiamo parlando dei femminicidi, naturalmente.

Contrariamente a quello che molti pensano, non sono in aumento: al contrario, sono in progressivo ma costante calo, così come gli omicidi. Ma stridono ogni giorno di più con il cambiamento sociale, prendono a pugni una realtà che vorrebbe evolversi nella direzione opposta. Per questo, oltre che per il fatto in sé, fanno sempre più male, e se ne parla di più, con più rabbia, pretendendo con più forza giustizia. E giustizia va fatta. Non solo risarcendo – almeno con le sentenze – le vittime e i loro familiari, quando ormai è troppo tardi. E nemmeno solo proteggendo con maggiore efficacia le vittime potenziali, troppo spesso abbandonate alla mercé degli stalker. Ma discutendo, prevenendo, combattendo su questo tema una battaglia culturale profonda: perché di questo si tratta – di incrostazioni culturali, di assunzioni di ruolo perverse, di meccanismi di potere non affrontati e mal gestiti. Anche quando al femminicidio non si arriva. È un problema di rapporti tra uomini e donne: la base della società. Che ha bisogno di una seria manutenzione straordinaria: e dunque di un dibattito pubblico aperto e onesto.

I cambiamenti nei ruoli femminili, l’indipendenza, l’autonomia, misurate nella scuola (dove le donne riescono meglio degli uomini), conquistate lentamente nel mercato del lavoro, ma ancora faticosamente affrontate nella sfera privata, sono non la causa, ma il segno visibile di una rimessa in discussione dei ruoli di potere tradizionali, maschili. La causa sono gli uomini: è tra loro che bisogno individuare il problema e le sue possibili soluzioni. La violenza del caso individuale, come la logica del branco nel caso dello stupro, hanno origini profonde e lontane: nel maschilismo volgare dei dialoghi a proposito di donne tra amici, a scuola, al bar, al lavoro e negli spogliatoi, nel modo di atteggiarsi, nella complicità quasi omertosa rispetto alle sopraffazioni anche piccole, nella mancanza di critica e di dissociazione interna.

Occorre una ecologia del linguaggio all’altezza del tema. Inaccettabile sentire ancora parlare di amore malato, di gelosia. L’amore non c’entra niente, il potere moltissimo. Ancora più grave la derubricazione al gesto di follia, al raptus: quando tutto è premeditato in maniera minuziosa, fin da quando si decide di mettersi un’arma in tasca per andare a un appuntamento. Eppure lo si sente ancora: in bocca ai giudici e nelle sentenze, dove naturalmente è più grave, sui giornali e tra i cittadini comuni, magari i vicini chiamati a dire la loro davanti a una telecamera.

C’entra uno squilibrio di genere ancora troppo accentuato nelle professioni: troppi maschi tra giudici, poliziotti e giornalisti – che non hanno maturato loro stessi una consapevolezza di ciò di cui parlano. Lo dimostrano le frange negazioniste, ancora molto presenti: quelli che dicono che il femminicidio non esiste, o è fortemente esagerato. Probabilmente, se esistesse un fenomeno a parti invertite, della stessa entità, se fossero i maschi a morire di maschicidio, vittime delle loro partner, se ne parlerebbe molto di più.

C’è dunque un problema di educazione al genere, e di educazione ai sentimenti, all’amore in primo luogo, molto più urgente dell’educazione sessuale o della generica accettazione della diversità. Che spetta alla società, e alla scuola, affrontare. Prima ancora che alla famiglia, essa stessa invischiata più fortemente in ruoli tradizionali, malamente messi in discussione. E ci vuole personale specializzato per farlo: che racconti le trasformazioni della sessualità e della famiglia, la possibilità di fare esperienze e quindi di scegliere, di dire dei no. Che bisogna imparare ad accettare, e a gestire. Il nuovo cameratismo tra sessi che vediamo nei più giovani, la maggiore accettazione della diversità, non solo di orientamento sessuale, la messa in questione dei ruoli, sono il segnale incoraggiante che le cose possono cambiare. Ma se ne riconosciamo l’importanza, non possiamo lasciare a sé stessi questi processi.

 

La battaglia culturale che serve, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 settembre 2021, editoriale, p.1

I prof contro il green pass: sull’appello dei trecento

Il comico americano John Oliver, in una puntata di qualche anno fa del suo show Last Week Tonight, per mostrare le storture mediatiche del dibattito sul cambiamento climatico – che spesso vedeva intervistati un interlocutore a favore e uno che lo negava – ha inscenato una rappresentazione realistica del dibattito. E poiché oltre il 99% degli scienziati sostiene che il processo stia avvenendo e sia causato dall’uomo, ha riempito lo studio di 99 camici bianchi a favore, e uno contro.

Ci piacerebbe che fosse così anche per il dibattito sui vaccini, ma purtroppo i media continuano a riprodurre la stessa logica. Per cui le posizioni antivacciniste, o contrarie alle misure prese per contrastare la diffusione del Covid, ricevono inevitabilmente un’attenzione spropositata. È avvenuto per le manifestazioni no vax davanti alle stazioni, in cui il numero di manifestanti era largamente inferiore a quello di giornalisti e poliziotti (a Padova due persone, tra cui un ex docente del Bo oggi in pensione). Sta avvenendo per gli appelli e i manifesti contro il green pass in università (ma vale anche altrove): come attesta il rumore che sta facendo l’appello dei 300 docenti (su oltre 64.000 professori e ricercatori, esclusi i docenti a contratto: lo 0,46%), e in scala locale i suoi firmatari dell’università in cui insegno, il Bo (17, di cui 10 di ruolo, su quasi 2300: lo 0,43%).

Certo, tra i docenti critici ci sono nomi famosi, come quelli di Cacciari e Barbero. Peccato che la lista dei nomi famosi favorevoli al green pass sarebbe lunga molte pagine, se venisse stilata, ma semplicemente non compare. E forse è anche sorprendente che le voci critiche vengano da una categoria che al momento in cui è stata vaccinata – tra le prime, per indubbio privilegio, nonostante i rischi più modesti corsi rispetto ad altre professioni – pare non aver alzato la voce con la stessa foga contro la corsia preferenziale accordatale. Anzi, in molti abbiamo comunicato della nostra vaccinazione via social, proprio come incentivo anche per gli altri a vaccinarsi.

Quando l’università ha non solo subìto, ma richiesto l’obbligatorietà del green pass, ha fatto una scelta coerente con la sua vocazione scientifica: a molti rifiutare la logica del vaccino apparirebbe altrettanto folcloristico quanto un astrofisico che fosse contrario alla gravità. E infatti non è contro di esso che si scagliano i docenti di cui parliamo, che si limitano a contestare l’obbligatorietà del documento che lo attesta. Che però è coerente con un altro principio, che è quello della tutela della salute pubblica. Suona pretestuoso criticare l’obbligo del green pass per poi accusare di ipocrisia (come fa Barbero, tra gli altri) il decisore pubblico perché non ha il coraggio di imporre direttamente l’obbligatorietà del vaccino. Poiché il green pass è un passo significativo in quella direzione, basterebbe che si ottemperasse al primo per evitare il secondo, che ha implicazioni maggiori, anche al di là della sfera lavorativa, conculcando maggiormente le libertà personali (per non parlare della maggiore complessità politica dell’imposizione del secondo, che i firmatari fanno finta di ignorare). Sembra di sentire il disco rotto di quelli – ci sono sempre – contrari a una riforma in nome di una riforma più radicale, secondo loro facilissima da approvare, e che puntualmente non si farà mai (e contro la quale probabilmente protesterebbero).

Peraltro, poiché come noto la libertà individuale non è assoluta, ma limitata da quella altrui (ci si ricordi delle discussioni sul divieto di fumo, poi accettato e introiettato come misura persino banale di civiltà), stupisce che nell’appello si parli per l’appunto solo della libertà dei non vaccinati, e non di quella altrui (e senza mezza riga di considerazione sulla vaccinazione come atto altruistico di costruzione del bene comune, per evitare non solo di infettare gli altri, ma anche di costringerli a lockdown o didattiche a distanza). E suona semplicemente vergognoso, tanto è implausibile (tanto più da parte di un docente di storia), il richiamo a “precedenti storici che mai avremmo voluto ripercorrere”, peraltro senza nemmeno il coraggio di nominarli per la fondatissima paura di sprofondare nel ridicolo. La parola stessa scelta per rifiutare l’obbligo – discriminazione, con cui si conclude il testo  – ha un suono, in questo quadro, contraddittorio e fastidiosamente unilaterale.

L’unica cosa condivisibile dell’appello è l’auspicio dell’avvio di un serio dibattito sul tema. È vero: c’è molto da discutere, intorno alla vicenda della pandemia e delle misure prese per contrastarla. Ci pare che l’appello non sia propriamente la base migliore per avviare la discussione, ma siamo certi che si troveranno altri modi.

 

L’ipocrisia corre in ateneo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 9 settembre 2021, editoriali, p. 1

L’ipocrisia dei prof no pass, in “Corriere di Bologna”, id.

Il problema della scuola non è solo il vaccino

Riaprono le scuole. Speriamo per sempre, senza future interruzioni. Ma non ne siamo tanto sicuri. Cosa è stato fatto davvero perché non si sia costretti a nuove chiusure? Cosa è cambiato rispetto, diciamo, a un anno fa? Purtroppo non moltissimo, per quel che riguarda le scuole. Tutto o quasi, per fortuna, nel mondo là fuori. Perché nel mondo là fuori c’è stata una campagna vaccinale di massa che ha funzionato abbastanza bene, e molto bene anche nella scuola stessa: dove in assenza di un obbligo vero, che nessuno ha avuto il coraggio di imporre anche se sarebbe stato opportuno e probabilmente doveroso, la gran parte del corpo docente si è vaccinata (come la quasi totalità – salvo percentuali da prefisso telefonico – dei professori universitari, ambito in cui il green pass obbligatorio è stato richiesto e sollecitato, senza resistenze o indecenti coperture sindacali). Non solo: hanno risposto molto bene alla campagna vaccinale anche i giovani e i ragazzi sopra i 12 anni, che pure non avevano nessun obbligo di farlo e correndo soggettivamente meno rischi; mostrando una coscienza civica superiore a quella di oltre tre milioni di over 50 che ancora si sottraggono alla campagna vaccinale, continuando a occupare in larga maggioranza reparti di terapia intensiva che avrebbero invece altro da fare, e altri malati da curare.

Tutto questo, per fortuna, è successo, e riguarda le persone che nelle scuole lavorano o le frequentano. Ma nelle scuole, dentro le scuole, che cosa è cambiato? Ecco, vorremmo saperlo. Ci piacerebbe che la trasparenza che abbiamo imparato ad esigere sui dati vaccinali, la richiedessimo (meglio ancora, ci piacerebbe emergesse senza sollecitazioni) rispetto alle misure adottate dalle scuole: installazione, manutenzione o rinnovo degli impianti di ventilazione meccanica; impianti di di purificazione con filtri Hepa; sensori di rilevazione CO2; organizzazione di più frequenti attività all’aperto; modifiche nell’impostazione delle aule e nella numerosità delle classi; orari d’ingresso e di uscita differenziati; ecc. (disponibilità di gel e mascherine e tentativi di rispetto del distanziamento spaziale nelle mense e negli spazi comuni li diamo per scontati, anche se non siamo particolarmente ottimisti sulla loro fattibilità, in particolare per quel che riguarda questi ultimi). Dalle notizie che arrivano, di circolari scolastiche o di linee guide dagli uffici scolastici regionali e provinciali, poco emerge: si parla delle misure ovvie, ci si affida a raccomandazioni generiche, si aggiungono considerazioni sulla ventilazione naturale (che poi vuol dire finestre sempre aperte: sì, ma fino a quando?). Manca una rilevazione di quel che si è fatto scuola per scuola: una onesta operazione trasparenza di fronte al cittadino utente, che si tratti dei genitori o degli alunni. Così come manca rispetto ai piani trasporti e al loro potenziamento reale: di cui si dice qualcosa (il meno possibile, perché è il settore più difficile da organizzare, e presuppone costi maggiori e soprattutto una capacità logistica che finora non si è vista).

E forse sarebbe il caso di richiederla, invece, questa trasparenza: e che magari anche i media locali indirizzassero la loro attenzione su questo tema. Il timore infatti, in assenza di piani trasporti efficaci e di lavori reali nelle scuole, è che prima o poi, in presenza di cluster monitorati (il tracciamento e le sue modalità all’interno delle scuole è un altro dei temi su cui si sa poco), si sia comunque costretti a un ritorno alla didattica a distanza (DAD), che a parole nessuno vuole, ma che sempre più si mostra come l’ultima opzione disponibile: il capolinea inesorabile che la mancanza di fermate intermedie, di misure d’altro genere, rende inevitabile raggiungere. E qui, naturalmente, si renderebbe necessario un altro approfondimento. Su quello che si è fatto – o non si è fatto – nel frattempo, in caso ci si dovesse arrivare, per aggiornare i docenti e per compensare le diseguaglianze socio-culturali (di disponibilità di computer e tablet, di accesso alla banda, di supporto e di doposcuola per le famiglie che non ce la fanno da sole, anche in accordo con l’associazionismo, specie nelle scuole e nelle zone in cui la presenza di famiglie più povere o con minori risorse culturali è maggiore). Perché la sensazione è che anche in quest’ambito si sia rimasti all’anno scorso…

 

Ma nelle scuole cos’è cambiato?, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 2 settembre 2021, editoriale, p.1

Non ci sono più le classi? Eppure aumentano le diseguaglianze…

La lotta di classe non c’è più. Ma le classi ci sono più di prima. È uno dei tanti paradossi della nostra epoca: le diseguaglianze non sono mai state così grandi (e ci sono tutte le condizioni perché aumentino ulteriormente), ma le vediamo molto meno, o per essere precisi percepiamo molto meno la loro gravità, il loro scandalo. O le chiamiamo diversamente. O ce ne interessano altre.

Più che differenze di classe, si tratta di vere e proprie polarizzazioni di condizione. Una, più visibile perché per certi aspetti è sotto i nostri occhi, riguarda quella che David Rothkopf chiama la superclass: i superricchi (di alcuni dei quali, ma solo alcuni, conosciamo nome e storia), il famoso 1% che possiede più del restante 99%. Nei loro confronti, a differenza che in passato, c’è più invidia e identificazione che rabbia sociale e protesta. Vivono in un mondo a parte, in cui la ricchezza si riproduce quasi da sola ed è tassata molto meno della povertà o della limitatezza altrui: ma non si sentono i clangori di nessuna rivoluzione a contestare questo status quo. Giusto un po’ di allarme sociale, ma niente di più significativo: tanto che si minaccia poco, e ancor meno si usa, la repressione, contro quel po’ di rivendicazione che circola qua e là. L’altro polo si vede ancora meno: è composto dalla underclass, il sottoproletariato globale di cui si è cominciato a parlare già negli anni Sessanta, composto da disoccupati, sottoccupati, lavoratori in nero, marginali, devianti e fuoricasta, che popola le nostre periferie e il backstage di lavori e luoghi anche molto visibili, ma in maniera nascosta, discreta – fa notizia solo quando, di rado, lo si incrocia per le strade del centro, nelle sue forme talvolta folcloristiche e talaltra drammatiche, ma per il resto non ha voce e nemmeno immagine. In mezzo un enorme ceto medio e medio-basso, in parte impoverito o meno garantito, e dunque impaurito, al limite tra in-group e out-group: se non fattualmente, simbolicamente, o come prospettiva possibile. Li dividono muri materiali e immateriali, che separano quartieri, vite, destini, futuri possibili: più visibili laddove le diseguaglianze sono più marchiane e arroganti, come in certe città latino-americane in cui la segregazione spaziale tra favelas e quartieri centrali è sancita da muri di mattoni, filo spinato e guardie private; più solidi e invalicabili ma meno visibili laddove sono mascherati da stili di vita diversi e semplice separatezza tra tribù metropolitane.

Non ci sarà un ritorno della lotta di classe come l’abbiamo conosciuta, e talvolta desiderata, nel Novecento. Perché non ci sono più le sue condizioni necessarie, come le aveva descritte Marx nell’Ottocento: concentrazione anche spaziale della classe operaia,  sua omogeneità interna (in termini di salario e condizione materiale di vita), eterogeneità visibile tra le diverse classi, esistenza di barriere rigide tra di esse (riconducibili a due, come noto, per Marx). Mobilità e quindi possibilità di passaggio dall’una all’altra, eterogeneità delle condizioni, dispersione, non aiutano e forse non consentono proprio più l’elaborazione di una qualche coscienza condivisa di classe. Tuttavia le divisioni resteranno, o aumenteranno. Perché resteranno, e aumenteranno, le diseguaglianze strutturali: sia quelle distributive, legate all’ammontare delle ricompense materiali e simboliche di individui e gruppi, sia quelle relazionali, oggi ancora più cruciali, che hanno a che fare con il patrimonio di relazioni e i rapporti di potere. E forse potrebbero portarci di nuovo vicino all’intuizione marxiana dell’esistenza di due sole classi sostanziali, come ha prefigurato Harari in Homo deus: una elite di superuomini potenziati e una massa di individui progressivamente meno utili, quando non francamente superflui – se non come consumatori – perché tra loro fungibili e sostituibili con maggiore efficacia da una macchina (e non illudiamoci che ci si riferisca solo alla maledizione del lavoro manuale e ripetitivo: anche una diagnosi medica la farà meglio un computer). Ma se anche non ci sarà conflitto tra le classi, resteranno altre forme di ineliminabile conflitto: solo, indirizzato, magari ad arte, in direzione dell’appartenenza etnica, della religione, della cultura. E ammorbidito dalle molte forme di circenses digitali, inventate dai superuomini ma a disposizione anche dei superflui.

 

Senza classi, in “Confronti”, n. 9, settembre 2021, p.38, rubrica “Il mondo se…”

Afghanistan: quel che possiamo fare

L’avventura afghana è finita male, malissimo. Per l’Afghanistan, in primo luogo. E per l’Occidente, che nonostante il tempo impiegato, il cospicuo investimento economico e militare, e nel nostro caso il dignitoso comportamento del contingente italiano, che ha contato i suoi eroi e le sue vittime, vedrà purtroppo crollare la sua credibilità sul piano geopolitico e su quello morale.

È una sconfitta, inutile girarci intorno. C’è un solo modo per salvare il salvabile della nostra dignità, della nostra coscienza, delle ragioni dichiarate della nostra presenza lì: aiutare gli afghani. Per l’Afghanistan come stato non possiamo fare più nulla, almeno nell’immediato. Ma per i singoli cittadini di quel martoriato paese possiamo fare ancora molto.

La prima cosa è far entrare in Italia tutti quelli che hanno collaborato a vario titolo con il contingente italiano, hanno fatto da interpreti ai nostri giornalisti, hanno lavorato con le nostre ONG, e i parenti a rischio di chi è già qui, integrato da noi (come avvenuto nel caso di Zahra Ahmedi, che ha raggiunto il fratello ristoratore a Venezia – e, non ne dubitiamo, si integrerà benissimo – grazie a una mobilitazione e a una solidarietà corale, dal presidente della regione Zaia in giù). Lo abbiamo promesso, e dobbiamo agire di conseguenza, e in fretta: come già si è cominciato encomiabilmente a fare. Di conseguenza occorre sospendere la richiesta dei visti d’ingresso, e implementare il ponte aereo già attivato.

Più in generale, occorre aprire corridoi umanitari mirati, in particolare per le categorie più a rischio: giovani donne, minoranze etniche, attivisti e attiviste. Chi ne ha già esperienza (Sant’Egidio, la chiesa cattolica e quella valdese) si è detto pronto ad agire: dietro di loro c’è un tessuto di volontariato e società civile attivo ed efficiente, che ha già dato ottima prova di sé per le altre persone arrivate in questo modo, meglio e più velocemente integrate di coloro che passano per gli ex-Sprar, e a costo zero per lo stato. Le organizzazioni islamiche in Italia sono pronte a collaborare aggiungendo la loro rete di solidarietà. Si tratta di riprendere idealmente quanto fatto in passato per i boat people vietnamiti, con numeri più ampi (allora, poco più di quarantadue anni fa, furono 907 i profughi salvati dalla Marina Militare, mandata appositamente nelle acque del golfo del Siam), ma comunque sostenibili. L’ANCI (l’associazione dei comuni), e molti sindaci di diverso colore politico, si sono già detti disponibili ad attivarsi, ed è un segnale che va colto: le regioni potrebbero e dovrebbero agire per semplificare loro la vita, aggiungendo risorse proprie. Reti di famiglie, associazioni e ONG sono pronte a mettersi a disposizione per collaborare, con ospitalità, raccolte fondi, corsi di lingua, inclusione in attività associative, ecc. Si tratta di agevolare la gestione di queste iniziative, più che di attivarle.

Per quelli che sono già qui, ci sono poche precise cose da fare: sospendere l’esame delle richieste di asilo pendenti nelle commissioni, approvandole in blocco. E sospendere le espulsioni dei richiedenti asilo afghani non riconosciuti come tali. Anche per loro, famiglie e associazionismo, organizzati, potrebbe dare una grossa mano. Ma c’è spazio anche per altri attori sociali. Le università, che già attivano progetti di accoglienza di studenti rifugiati, possono lanciare un piano straordinario di ospitalità di studenti e studentesse, e anche di docenti, provenienti dall’Afghanistan: il modo migliore per combattere la guerra nel solo modo efficace – con l’istruzione, per ragazzi e ragazze, invece che con le armi. Fondazioni bancarie e mondo delle imprese potrebbero fare la loro parte, in maniera mirata, nel sostenere tali iniziative.

Infine, occorrerà continuare a sostenere i cooperanti e le associazioni italiane presenti nel paese, tra cui gli ospedali di Emergency, e chi lavora nel campo dell’istruzione e dell’empowerment femminile, almeno finché potranno svolgere il proprio ruolo, che oltre a essere prezioso in sé, se non altro riverbera un’immagine positiva dell’Occidente: la migliore diplomazia.

Non spenderemo più soldi in una opinabile missione di pace (solo la parola, peace enforcing, contiene una contraddizione patente). Sarebbe un segnale di maturità dirottarli per attività, come quelle descritte, che la pace aiutano davvero a costruirla.

 

Che cosa possiamo fare noi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 agosto 2021, editoriale, p. 1

Scuola e vaccini: e quello che manca

La categoria degli insegnanti si è già vaccinata in gran parte, quasi all’85%, pur con percentuali fortemente differenziate tra regioni (e polemiche sulle modalità di raccolta dei dati, che spesso non coincidono con quelli regionali): ai primi di agosto in Sicilia i non vaccinati risultavano essere il 43%, e il 37% a Bolzano, mentre sarebbero zero in Friuli e Campania – a testimonianza del fatto che non si tratta di una divisione tra Nord e Sud – con il Veneto che si colloca in alta classifica ma con margini da recuperare, con l’11% di mancanti all’appello. Gli studenti medi e superiori hanno cominciato a vaccinarsi appena hanno potuto, su base volontaria, nonostante non siano nemmeno maggiorenni. L’università, per il tramite della conferenza dei rettori, ha per prima esplicitamente richiesto il green pass obbligatorio per i docenti, il personale tecnico-amministrativo, e pure gli studenti, in questo caso maggiorenni. Con la serissima motivazione che un’istituzione che si basa su presupposti di scientificità non può consentire margini di ambiguità di fronte alla circolazione di posizioni non o anti-scientifiche: e scientificamente ci sono ottimi motivi (foss’anche solo probabilistici e statistici) per sostenere la ragionevolezza di una campagna di vaccinazione di massa, in modo da favorire la didattica in presenza.

C’è poi una motivazione che riguarda tutto il mondo dell’istruzione: che nasce per migliorare il livello di consapevolezza dell’intera nazione, aiutandola a raggiungere livelli sempre più alti di conoscenza. Deve dunque dare l’esempio, e non può permettersi di lasciare alla vaghezza di arbitrarie scelte individuali, dalle motivazioni spesso labili se non inconsistenti, ciò che riguarda il benessere sociale: in particolare dovendo garantire il diritto costituzionalmente statuito all’istruzione. In questo senso non vediamo differenze di merito con il personale sanitario, e semmai vorremmo che tale dibattito (e tale obbligo sostanziale) si allargasse dagli insegnanti ad altri servitori dello stato, pure essi erogatori di servizi pubblici essenziali – dai magistrati agli addetti al trasporto pubblico – di cui invece poco si parla.

Legittimare coloro che non si vogliono vaccinare per tutelare la propria salute individuale – da rischi peraltro largamente immaginari (e che sarebbero molto maggiori senza il vaccino) – significa implicitamente sottovalutare o peggio svilire l’impegno altruistico e civile di chi, pur correndo i medesimi (e peraltro ridottissimi) rischi, si è vaccinato in nome della salute pubblica, e in particolare dei più fragili e di chi non può farlo, che nella scuola sono in primo luogo gli studenti. In questo quadro anche la garanzia di tamponi gratuiti per il personale scolastico non vaccinato (ad oggi, oltre duecentomila persone), richiesta dai sindacati ma impedita da una ferma reazione dei presidi e da una sollevazione corale innanzitutto degli insegnanti vaccinati, sarebbe stata una inaccettabile presa in giro, che speriamo non si cerchi di aggirare con la scusa dei non vaccinabili. Anche perché sarebbe un sovraccarico di costi ingiustificato (una decina di tamponi al mese per ogni non vaccinato) in un settore che ha ben altri problemi e bisogni e necessità di spesa, e a fronte di un vaccino disponibile gratuitamente.

Non si tratta di una punizione, ma di un elementare principio di uguaglianza: anche di fronte alle responsabilità. E quello alla non vaccinazione non è un diritto, ma una scelta individuale, legittima in quanto tale, ma che necessariamente comporta dei costi e delle limitazioni: come, che so, non fare la patente, o non conseguire un titolo di studio, o non richiedere il passaporto.

Dopodiché, lo ripetiamo doverosamente: per la scuola non basta il vaccino. Occorrono investimenti: nuove scuole, meglio strutturate (con impianti di aerazione adeguati), più classi, con meno studenti, con più insegnanti, con maggiore formazione – a questo devono servire i soldi. Perché il gap da superare non è il Covid, ma il dislivello con altri paesi: la metà dei laureati e il doppio degli analfabeti funzionali della media europea (da noi il 30%). Un dato che non è per nulla estraneo al livello del dibattito: anche sui vaccini. Purtroppo l’intesa siglata al Ministero dell’Istruzione, su queste cose, dice ancora troppo poco.

 

La scuola e l’esempio da dare, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 18 agosto 2021, editoriale, p. 1

Di vaccini, tamponi e scuola

La categoria degli insegnanti si è già vaccinata in gran parte, pur con percentuali fortemente differenziate tra regioni. Gli studenti medi e superiori hanno cominciato a vaccinarsi appena hanno potuto, su base volontaria, nonostante non siano nemmeno maggiorenni. L’università, per il tramite della conferenza dei rettori, ha esplicitamente richiesto il green pass obbligatorio per i docenti, il personale tecnico-amministrativo, e pure gli studenti, in questo caso maggiorenni. Con la serissima motivazione che un’istituzione che si basa su presupposti di scientificità non può consentire margini di ambiguità di fronte alla circolazione di posizioni non o anti-scientifiche: e scientificamente ci sono ottimi motivi (foss’anche solo probabilistici e statistici) per sostenere la ragionevolezza di una campagna di vaccinazione di massa.

C’è poi una motivazione che riguarda tutto il mondo dell’istruzione: che nasce per migliorare il livello di consapevolezza dell’intera nazione, aiutandola a raggiungere livelli sempre più alti di conoscenza. Deve dunque dare l’esempio, e non può permettersi di lasciare alle scelte arbitrarie – e spesso alle sciocchezze senza fondamento e alle parole in libertà – individuali ciò che riguarda il benessere sociale: in particolare dovendo garantire il diritto costituzionalmente statuito all’istruzione. In questo senso non vediamo differenze di merito con il personale sanitario, e semmai vorremmo che tale dibattito (e tale obbligo sostanziale) si allargasse dagli insegnanti ad altri servitori dello stato, pure essi erogatori di servizi pubblici essenziali – dai magistrati agli addetti al trasporto pubblico.

Legittimare coloro che non si vogliono vaccinare per tutelare la propria salute individuale – da rischi peraltro largamente immaginari (e che sarebbero molto maggiori senza il vaccino) – significa implicitamente sottovalutare o peggio svilire l’impegno altruistico e civile di chi, pur correndo i medesimi (e peraltro ridottissimi) rischi, si è vaccinato in nome della salute pubblica, e in particolare dei più fragili. In questo quadro anche la garanzia di tamponi gratuiti per coloro che non si vogliono vaccinare è una presa in giro, che finisce per gravare sulle spalle di chi si è vaccinato. Sono oltre duecentomila gli insegnanti e gli operatori scolastici non vaccinati. Per poter lavorare a scuola bisogna avere un tampone che attesti la negatività al Covid nelle 48 ore precedenti – il che significa un tampone ogni tre giorni, dieci al mese o giù di lì. L’associazione dei presidi stima in duecento euro al mese e a persona il costo dei tamponi. Tutto ciò, quando il vaccino è gratuito. Quale che sia il costo, è quindi assolutamente incomprensibile, e inaccettabile, che chi si è vaccinato si debba pure far carico di tale onere: vorrebbe dire cornuti e mazziati. Il servizio sanitario lo garantisca gratuitamente per chi ha serie ragioni mediche per non vaccinarsi: e il resto sia a carico degli individui che liberamente scelgono di non farlo, e non soggetto a contrattazione che oltre tutto, come sempre, va ad avvantaggiare il pubblico impiego, solo perché paga Pantalone (dubitiamo che gli imprenditori privati possano essere costretti a pagare i tamponi ai loro dipendenti no vax, tanto più che l’INAIL riconosce il Covid come possibile infortunio sul lavoro).

Non si tratta di una punizione, ma di un elementare principio di uguaglianza: anche di fronte alle responsabilità. E quello alla non vaccinazione non è un diritto, ma una scelta individuale, legittima in quanto tale, ma che necessariamente comporta dei costi e delle limitazioni: come, che so, non fare la patente, o non conseguire un titolo di studio, o non richiedere il passaporto.

Dopodiché, lo ripetiamo doverosamente: per la scuola non basta il vaccino. Occorrono investimenti: nuove scuole, meglio strutturate (con impianti di aerazione adeguati), più classi, con meno studenti, con più insegnanti, con maggiore formazione – a questo devono servire i soldi. Perché il gap da superare non è il Covid, ma il dislivello con altri paesi: la metà dei laureati e il doppio degli analfabeti funzionali della media europea (da noi il 30%). Un dato che non è per nulla estraneo al livello del dibattito: anche sui vaccini.

Il ruolo educativo di Gino Strada e di Emergency

Catania, incontro nazionale di EMERGENCY, 2019: decine di eventi, centinaia di volontari, migliaia di giovani. L’organizzazione compiva allora 25 anni, ed era al suo 18° incontro nazionale. Poco più che maggiorenne, insomma.
C’è anche questo nella storia di Gino Strada e di Emergency: l’elemento educativo. Non era e non è ‘solo’ (solo?) questione di aiutare chi ha avuto meno privilegi non giustificati da nulla, di salvare – molto concretamente e materialmente – vite umane ferite, non solo nel corpo. È stato ed è anche questione di coinvolgere persone e personaggi, di creare consapevolezza, di motivare azioni e collaborazioni, di far maturare solidarietà collettive.
In questo il carisma di Gino Strada, il suo ‘estremismo’ costruttivo, il suo essere forse suo malgrado personaggio ‘pop’, anche se preferiva di gran lunga tornare in sala operatoria, hanno aiutato molti, proprio sul piano educativo, della maturazione, del convincimento, del cambiamento anche interiore.
In un mondo che ha un disperato bisogno di simboli positivi, di esempi, di eroi anche, Gino Strada ha giocato questo ruolo: soprattutto in ambienti dove forse era meno usuale – dove c’era magari tanta disponibilità umana ma poche occasioni per esercitarla concretamente. E lo ha giocato perché non è stato solo un individuo più in gamba di altri, ma ha fatto nascere un’organizzazione, un marchio del bene se si vuole, un brand positivo, che ha consentito a tanti di sentirsi coinvolti e di coinvolgersi. Che è uno dei ruoli fondamentali dell’educazione propriamente intesa.

Il vaccino come questione generazionale

Le minoranze rumorose hanno – sempre – più visibilità delle maggioranze silenziose. Perché i membri delle prime urlano, e sono ascoltati giocoforza di più, mentre gli altri tacciono o pacatamente ragionano.

A proposito dei vaccini ci troviamo spesso di fronte a posizioni settarie e militanti (parole di derivazione, rispettivamente, ecclesiale e guerresca). Persone che si sentono portatrici di una qualche verità esoterica, nota a pochi eletti, da propagandare muscolarmente: atteggiamento diffuso tra i no vax, e purtroppo condiviso da alcuni pro vax, che si fanno promotori della verità minuscola e provvisoria elaborata dalla scienza, ma con la posa assertiva di chi la scambia con la verità maiuscola. Le due logiche non sono tuttavia uguali nel merito: la seconda ha dietro di sé ragioni e principi, un metodo validabile e prove empiriche a sostegno, vantaggi sociali e interessi collettivi da tutelare, la prima ha soprattutto controverità inaffidabili, prove empiriche improbabili, nessuna proposta di metodi alternativi validabili, e una ideologia di supporto vagamente anarco-libertaria, in cui conta l’ubbia o il dubbio del singolo, mentre l’interesse collettivo non è mai nominato. In mezzo c’è tuttavia il gran numero di chi magari qualche dubbio ce l’ha, timori anche, ma alla fine si convince e disciplinatamente si vaccina, considerando il vaccino (e il green pass che lo rende vincolante per molte necessarie attività) – con ragione – se non il bene assoluto, almeno il male minore e il vantaggio più probabile. A loro vanno indirizzate spiegazioni comprensibili, conferme attendibili, una valutazione pragmatica delle misure adottate e, nel caso, l’ammissione degli errori commessi. È a questi infatti che dobbiamo parlare, perché è all’interno di questa maggioranza silenziosa che ci sono anche coloro che sono ancora da convincere.

Tra costoro, in particolare, i due milioni di ultra-cinquantenni che continuano a posporre la scelta del vaccino. Alcuni, specie tra i più anziani, perché non sono in grado (anche solo materialmente: perché isolati, incapaci di usare un computer…) di organizzarsi, e di essere raggiunti dall’informazione o dalla possibilità concreta di vaccinarsi – e qui devono intervenire le articolazioni dello stato. Molti, invece, per scelta culturale: e qui qualche considerazione in più va fatta. Di procrastinatori (non sempre espliciti no vax) ne ho incontrati molti anch’io. Persone mediamente istruite, spesso over 60 e over 70, soggettivamente privilegiate (senza particolari problemi, quando non benestanti), con una certa abitudine culturale a cercarsi verità alternative per lo più innocue (medicine alternative, religioni alternative, investimenti alternativi, candidati o partiti alternativi…). Anagraficamente, in buona parte figli del ’68: ma come temperie culturale respirata, non come impegno politico diretto (allora, anzi, magari avversato, o vissuto criticamente). Le discussioni avute con loro mi pare facciano emergere soprattutto un dato: l’assoluto individualismo, e l’incapacità di comprendere la dimensione del proprio privilegio. L’individualismo emerge nelle preoccupazioni stesse: i rischi che può avere il vaccino per me, i suoi possibili effetti collaterali sul mio stato di salute. La dimensione sociale, il vaccino come gesto altruistico, come segno di appartenenza, di compartecipazione, di solidarietà, di impegno civile, non compare mai – ognuno pensa solo a sé (in maniera cieca, peraltro: se tutti facessero così e nessuno si vaccinasse, sarei molto più in pericolo anch’io – ma la logica del battitore libero, del free rider, è quella di massimizzare il profitto individuale e minimizzare il costo, come chi non partecipa allo sciopero sapendo che beneficerà comunque dei vantaggi ottenuti in termini di aumento salariale). La dimensione del proprio privilegio ne consegue: la generazione più fortunata della storia, che ha beneficiato dei maggiori e più rapidi progressi, anche in termini di salute e aspettativa di vita, oggi nella grande maggioranza dei casi titolare di pensioni largamente superiori ai contributi versati, dunque di vantaggi che nessuna generazione successiva avrà (altri pagheranno i costi della immeritata fortuna o degli sprechi di chi li ha preceduti), si rifiuta di fare il minimo gesto civile della vaccinazione, a tutela della salute pubblica, per paura di intaccare la propria. Tanto le loro pensioni sono garantite, e il prezzo di un altro lockdown lo pagherebbero le generazioni successive.

La lezione etica maggiore, a loro, la stanno dando i giovani di generazioni che sanno già di essere meno fortunate, che si stanno vaccinando volontariamente a tutela di tutti (e in particolare proprio degli anziani più “egoisti”), pur correndo soggettivamente meno rischi. Non sappiamo se è una lezione che sarà compresa. Ma prima o poi da qualcuno se la sentiranno sbattuta in faccia. E sarà semplicemente giusto.

 

Quel mondo di mezzo “ni” vax, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, 13 agosto 2021, editoriale, p. 1

Quando la burocrazia funziona (inutilmente)

Un professionista padovano di una certa notorietà, la cui onorabilità è oggi giustamente macchiata da quanto diremo, ha ricevuto da un ente pubblico incaricato dei controlli sui versamenti (ma poteva essere un altro ente pubblico qualsiasi) una “nota di rettifica” per aver dichiarato un “importo non corrispondente” ai calcoli dell’ente suddetto. La nota, di cui siamo entrati fortunosamente in possesso e gelosamente conserviamo, e siamo nel caso in grado di produrre, è un documento di estremo interesse per comprendere gli abissi di immoralità che allignano nella società a seguito dell’abitudine alla scorrettezza o anche solo alla sciatteria amministrativa, ma anche la forza morale del riscatto imposto dal ripristino dell’etica pubblica.

L’errore, grave, che la nota evidenziava e che il professionista ha prontamente ammesso, cospargendosi metaforicamente il capo di cenere e provvedendo immantinente agli adempimenti relativi, corrispondeva a un ammontare di 0,01 euro a debito dell’azienda. Ad alcuni potrà sembrare veniale: ma se lasciassimo passare queste indebite violazioni, dove mai andremmo a finire?

Giustamente quindi sono state comminate sanzioni per ritardato versamento (“numero giorni 18 al tasso del 5,50%”) per un ammontare di ben 14,30 euro (con doverosa severità, 1.430 volte il valore dell’incauta violazione), e un conseguente importo totale a debito dell’azienda di 14,31 euro. Magnanimamente l’ente in questione ha offerto al professionista la possibilità di ottemperare al suo debito con la pubblica amministrazione con adeguata rateazione, ma il reo, consapevole della gravità del suo gesto e voglioso di riscatto, con impeto virile e uno scatto di volontà in un sol colpo ha deciso di saldare il suo debito con la giustizia e la sua colpa rispetto alla civile convivenza. A conti fatti, l’impresa che gestisce avrebbe saputo resistere all’imprevisto evento, e il vantaggio della correttezza e della trasparenza nei rapporti con l’ente, e la consapevolezza di avere cancellato un’onta che avrebbe potuto diventare indelebile, ha spinto a procedere per le vie brevi, senza nemmeno ipotizzare alcun tipo di eventuale contenzioso.

Siamo affascianti da questo meraviglioso esempio di acribìa burocratica, di un’efficienza dalle reminiscenze asburgiche, cha ci fa guardare con speranza e fiducia al buon funzionamento della macchina amministrativa. Neanche ci domandiamo quindi quanto è costata la pratica, all’ente e al professionista, anche solo in termini di tempo speso per il controllo e il successivo ravvedimento operoso: l’onestà e la correttezza valgono qualsiasi sacrificio per le casse pubbliche e per quelle private. Magari, soggettivamente – noi che siamo lontani dalle rispettabili e onerose incombenze del pubblico controllore – ci domandiamo quale è la vera motivazione alla base di un comportamento che, in ambiti alieni da queste alte responsabilità (l’economia reale o la famiglia, per dire) suonerebbe irrazionale, antieconomico, e addirittura comicamente assurdo. Ci possiamo soltanto immaginare la reazione dell’integerrimo impiegato di fronte a cotanta violazione. E il timore, forse, che a non rilevarla si rischi il controllo, la valutazione e la sanzione del proprio operato, quando non l’accusa di omissione di atto d’ufficio, e le conseguenti ricadute sul percorso di carriera.

Da cittadini e osservatori esterni, non direttamente coinvolti in questa sordida storia, possiamo solo essere felici: siamo assolutamente certi che l’ente in questione, e tutti gli altri, dedicano lo stesso tempo e le stesse se non maggiori attenzioni alle indagini su violazioni sostanziali e cospicue delle norme, anziché limitarsi a meri controlli formali sulle pratiche in essere. E di questo rispettosamente ringraziamo.

Il puntiglio asburgico per 0,01 euro, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 5 agosto 2021, editoriale, p.1