Il virus della xenofobia. Covid-19: il vizio di dare la colpa agli stranieri

È il virus stesso ad essere uno straniero: un alieno, anzi proprio la creatura malvagia che viene da fuori per mangiarci dall’interno, come nella saga dei film di Alien. Come tutto ciò che non conosciamo – straniero, estraneo, strano si equivalgono un po’ in tutte le lingue – ci fa paura. E come sempre la paura ci fa rispolverare tutto l’armamentario (anche linguistico) bellicista del nemico da combattere. Se poi si sommano due estraneità (il virus che viene da fuori, lo straniero che viene da altrove), ecco che si crea una specie di chimica delle emozioni che produce un inevitabile risultato: il capro espiatorio. L’equazione è semplice, efficace retoricamente e forse politicamente: peccato che sia falsa.
La stragrande maggioranza di chi è stato contagiato, come ovvio che sia, lo è stato da un autoctono, spesso un familiare, un collega o un amico: altro che nemico esterno. Anche gli stranieri che se lo sono preso, magari portandolo dentro una caserma dove – convivendo a stretto contatto, e non per propria volontà – se lo sono poi passato tra di loro, se lo sono preso fuori: in Italia, per così dire, presumibilmente da italiani, magari al lavoro (come normale che sia: nessuno il virus ce l’ha innato, dunque tutti lo prendiamo da qualche parte, fuori da noi).
Del resto, sono più gli stranieri che siamo andati a infettare a casa loro che quelli che hanno infettato noi. E quando il virus è venuto da fuori, è venuto spesso con stranieri al di sopra di ogni sospetto come imprenditori, turisti e sportivi, non certo ospiti dei centri d’accoglienza, o magari (citiamo dalla cronaca locale) da imprenditori italiani comportatisi incautamente all’estero prima di rientrare. Di cui non si chiede tuttavia l’espulsione, o la chiusura delle case, perché non è possibile, e non ha senso. Tutto ciò, semplicemente perché il virus è un apolide che non conosce frontiere, né differenze etniche o religiose, o di opinioni politiche. Viaggia come capita, distingue certo tra comportamenti cauti e incauti, ma per il resto è questione anche di fortuna, diciamocelo francamente: o di condizioni di vita (certo, una villetta con giardino è meglio delle camerate di una caserma o di un carcere).
Tutto ciò lo capisce anche un bambino. Ma non chi usa il virus per scopi ideologici o elettoralistici. In questo senso, più che accusare gli immigrati dei centri di accoglienza, che vivono nelle caserme in condizioni di promiscuità che non hanno certo scelto, di essere degli untori, incitando alla loro espulsione, ci si dovrebbe forse interrogare, e magari fare un qualche mea culpa, sul fatto di aver impedito per anni l’accoglienza diffusa, dove queste cose non accadono: segno che non è l’essere stranieri la caratteristica problematica, ma il vivere in determinate condizioni.
La situazione è anche il frutto dei mancati controlli. E qui dovrebbe farsi qualche domanda anche chi si è lamentato per anni per il costo eccessivo dell’ospitalità degli immigrati: i famosi 35 euro al giorno, ridotti drasticamente con Salvini ministro dell’interno a poco più di 20, erano in realtà uno dei costi più bassi d’Europa in assoluto. E il problema è proprio quello: con quei soldi si fa, malamente, l’accoglienza, non si fa certo l’integrazione insegnando lingua, cultura e formazione professionale, figuriamoci i controlli sanitari.
Poi, certo, i centri vanno monitorati, controllati, i contratti vanno revocati se mal gestiti. Ma bisogna anche creare le condizioni perché funzionino.
A fronte dello stesso problema si possono fare scelte diverse. Il Portogallo, a inizio crisi Covid, ha voluto una regolarizzazione generalizzata degli immigrati proprio per motivi sanitari, per controllarli meglio. Da noi, onestamente, a chi è mai fregato qualcosa della salute degli immigrati? Si sa che pesano meno sul servizio sanitario perché lo usano meno? Che sono sovrarappresentati nei pronto soccorso perché vanno in ospedale all’ultimo, proprio quando stanno male, e sottorappresentati in tutti gli altri settori? Che l’unico ambito in cui c’è una presenza maggiore è anche quello che ci serve per salvare la nostra tragica demografia (quasi un bimbo su cinque ha almeno un genitore immigrato)? E allora, ben venga il monitoraggio oggi: ma, magari, pensarci prima?
Dopodiché l’atteggiamento giusto non è fare gli incendiari, a colpi di polemiche. Ma dare una mano a risolvere i problemi. È questo che giustifica ruolo, onori ed oneri di chi governa. A livello nazionale, regionale e locale.

Untori e memoria corta
, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 7 agosto 2020, editoriale, p.1

Scuola, università, didattica a distanza: cosa c’è da salvare

Gli esiti degli esami di maturità sono stati vissuti da molti come una specie di regalo agli studenti. L’esame solo orale, la decisione di non bocciare sostanzialmente nessuno, l’aumentato numero di ‘centini’ (gli studenti che hanno ottenuto il massimo dei voti) rischierebbero così di costituire un handicap per il loro futuro universitario.

Il ragionamento in realtà andrebbe meglio circostanziato. È senza dubbio vero che un lockdown mal gestito, sostanzialmente affidato alle sole capacità e disponibilità dei docenti (e delle famiglie), ha lasciato indietro molti: quelli che stavano in scuole o avevano docenti che non si sono attrezzati e non erano capaci di fare didattica a distanza, i moltissimi che non avevano i mezzi materiali (computer personale, banda sufficiente) o culturali (famiglie che sostenevano e aiutavano i figli) per seguire i programmi. Questo è un dramma che lascerà cicatrici pesanti sul prosieguo degli studi di soggetti spesso già deboli, in termini di capitale sociale e culturale.

Ma le cose sono state diverse man mano che saliva l’età degli studenti. Gli impedimenti materiali di alcuni sono rimasti: la capacità di cogliere le opportunità didattiche è tuttavia proporzionale alla maturità degli studenti. Già alle superiori la capacità di seguire le lezioni ha potuto consentire un apprendimento abbastanza efficace, nonostante tutto. Certo, l’esame solo orale di per sé produce mediamente voti più alti: come so anche per esperienza personale, avendo fatto, a seconda del numero di iscritti agli appelli, esami orali o scritti a studenti della medesima materia. Se ho un numero fisso di domande, a cui a ciascuna corrisponde un punteggio, l’errore scritto produce un calo immediato del voto (pensiamo a un test di matematica): nell’orale invece si tende a favorire la capacità di ragionamento dello studente. Certo, dipende dalle materie, ma certamente in quelle umanistiche (talvolta anche in quelle legate alle scienze hard), la valutazione può essere più completa nell’orale: pur nella consapevolezza che c’è sempre, in ogni valutazione, un inevitabile elemento soggettivo (ma c’è anche nell’apparente oggettività dello scritto, o persino di un quiz a risposte chiuse).

Aggiungo tuttavia una riflessione: che, certo, si applica a studenti adulti. Lo scorso semestre, non potendo fare lezione in presenza, ho scelto la cosiddetta modalità asincrona: invece di utilizzare piattaforme come zoom, ho videoregistrato le mie lezioni e le ho caricate sul sito dell’università, per un totale di quasi una cinquantina di video. Bene: quest’anno ho avuto i risultati degli esami migliori di sempre. Sia nella capacità creativa di chi ha scelto (come è possibile nel mio esame) l’elaborazione di un testo, un video o altro, sia in chi ha fatto il tradizionale colloquio orale, seppure a distanza. Un risultato controdeduttivo, anche un po’ sorprendente e che non contribuisce all’amor proprio, per un docente che si reputa bravo e ottiene buone valutazioni dai propri studenti.

Me lo spiego con diversi fattori. Il maggiore tempo a disposizione degli studenti, per quelli che l’hanno saputo usare bene: chiusi in casa, non avevano molto altro da fare. La continuità di attenzione che consente il video rispetto alla lezione in presenza: se, da studente, mi distraggo o voglio fare una pausa, interrompo, mi faccio un caffè e poi ricomincio – in più posso rivedere ciò che mi ha interessato maggiormente o al contrario non ho ben compreso (ho video che sono stati visti di più, e persino discussi con altri, cosa che non si può fare a lezione). Infine, mi sembra, la vicinanza, via schermo, del volto del docente (e dello studente, all’esame) produce una paradossale intimità e familiarità: vero, attraverso uno schermo, ma i nostri volti sono a venti centimetri l’uno dall’altro. Se si riesce a creare contatto, e fiducia, si è insomma paradossalmente vicini, e capaci di trasmettere molto, anche attraverso il linguaggio non verbale. Alla fine di un corso, lo studente finisce per conoscere abbastanza a fondo il docente, e ciò che ha detto: persino più che in presenza.

Non vuole essere, il mio, un panegirico della didattica a distanza. Al contrario, non vedo l’ora di tornare in presenza. Perché si è persa comunque la dimensione della socialità, da cui pure si apprende moltissimo, è parte fondamentale dell’esperienza didattica e maieutica, ed è tanto più importante quanto più scende l’età dello studente. Ma forse è il caso di leggere anche l’esperienza che abbiamo forzosamente dovuto fare con occhi diversi. Abbiamo scoperto anche cose che non ci aspettavamo. E di cui dovremo imparare a tenere conto.

 

Rivalutare la didattica a distanza, in “Corriere della sera – Corriere veneto”, 28 luglio 2020, editoriale, p.1

La nostra estate autarchica. Il futuro del turismo in Italia

Il Covid – evento globale per eccellenza – ha avuto come contraccolpo di rendere di nuovo reale ciò che la globalizzazione aveva tentato di superare e smaterializzare: i confini. E non si tratta di parole d’ordine ideologiche, frutto di un sovranismo di ritorno; ma della ricerca – fisica, corporea – di un qualcosa che possiamo considerare spazio intimo, rassicurante: casa, e i suoi immediati dintorni. Quella che in inglese si chiama non a caso homeland, e che in italiano più che allo spazio tende a riferirsi alle relazioni primarie, domestiche: come nel concetto di patria, e ancora più di madrepatria, che richiama le relazioni fondative di ciascuno di noi.

Siamo stati obbligati a rimanere a casa a lungo, forzosamente: e a riscoprirla, nel bene e nel male. È significativo tuttavia che, adesso che ci possiamo muovere, tendiamo a farlo senza troppi strappi, rimanendo nella casa più ampia rappresentata dagli ambienti familiari, e in primo luogo tra chi parla la nostra lingua, e possiamo quindi riconoscere come affine, di cui ci sembra di poterci fidare.

Non è solo una questione economica: anche se le ragioni di portafoglio pesano, per una parte enorme di italiani (i non garantiti), le cui tasche si sono svuotate più o meno significativamente in questi mesi. Temiamo che non sia nemmeno, principalmente – anche se l’argomento esiste – una questione di solidarietà, di altruismo: voler aiutare chi è rimasto colpito dalla crisi, in un “prima gli italiani”, anche questo, non ideologico, ma di cuore, forse di pancia. È proprio una questione di senso di sicurezza, e di familiarità. L’idea che non vorremmo – se dovesse succedere qualcosa – essere troppo lontani da casa, dai nostri affetti, e anche dal nostro sistema sanitario nazionale, che abbiamo imparato a rivalutare. Qualcuno ha già vissuto questo strappo nel periodo del lockdown: gli altri vogliono evitarselo d’istinto.

E così tornano le vacanze vicino a casa, possibilmente a portata d’automobile, che per gli italiani è sempre stata associata alla sicurezza prima ancora che alla libertà: una piccola casa mobile, uno spazio familiare che fa parte dei ricordi e del vissuto di ciascuno.

Non è una sensazione che vivono solo gli italiani. Tutte le previsioni ci dicono che quella che negli anni scorsi sembrava una spinta alla mobilità inesorabile e perfino nevrotica, che ogni anno infrangeva i record dell’anno precedente su viaggi d’affari, turismo e voli aerei transnazionali, ha subìto una battuta d’arresto che non sarà di breve momento. Anche perché pure la corporate money, che per non poche aziende rappresentava una delle prime poste di bilancio, e che ha dato origine a un pezzo di mercato della mobilità importante e ricco in tutte le città globali, subirà una contrazione significativa, ora che molte imprese hanno capìto che una parte significativa dei contatti personali e delle riunioni di lavoro è sostituibile da un investimento sullo smart working e il lavoro a distanza. Il Covid ci ha costretto a un salto tecnologico da cui non torneremo indietro, anche in questo.

L’Italia, paese a forte vocazione turistica, naturalmente ci perde più di quanto ci possa guadagnare dalle vacanze italiane di un popolo molto vocato all’esterofilia anche in materia di viaggi. Guadagniamo turismo autoctono: ma ne perdiamo molto di più dall’estero. Il settore sarà quindi soggetto a una contrazione. Ma anche a una trasformazione, che potrà essere subìta o guidata. E qui entrerà in gioco la capacità di resilienza degli imprenditori del settore, e loro capacità di investire nei turismi specialistici, capaci di attrarre nuove figure e di allungare la stagione della ricettività.

La botta sarà pesante per il settore, ma anche utile a vederne le debolezze, che erano già presenti e strutturali, ma rese meno visibili dai successi del passato, dovuti spesso più alle trasformazioni globali (banalmente, l’aumento dei turisti e della mobilità mondiale) che a capacità attrattiva propria. Per troppi anni nel Nordest – in particolare in Veneto, prima regione turistica d’Italia – ci si è cullati sui successi (l’aumento annuale delle percentuali di turisti), come se fossero effetto della propria bravura. Il confronto con aree simili – che crescevano più di noi, lasciandoci comparativamente indietro – avrebbe dovuto suggerirci invece che le persone non avevano un irrefrenabile desiderio di venire in Italia perché erano meglio servite, ma solo perché abbiamo cose che altri non hanno: ciò che non è stato merito degli operatori del settore, ma di una storia, di una cultura e di un paesaggio che poco è stato fatto per valorizzare.

Il Covid non ha fatto che mostrare le debolezze strutturali del mondo di prima, aggravandole. Ma non potremo uscire dall’emergenza occupandoci di essa. È alla struttura antecedente e alle sue fragilità che bisogna guardare, sanandole, e ripartire da lì.

 

La nostra estate autarchica e il ritorno dei confini, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 20 luglio 2020, editoriale, p.1

Ripartire, ma come? A teatro con Allievi

Corriere del Veneto, 24 luglio 2020, p. 14

La cultura dell’emergenza. E perché è un problema

La discussione sulla proroga dello stato di emergenza in Italia mostra quanto la cultura dell’eccezionalità sia ormai diventata pervasiva e potente, al punto che ci siamo sostanzialmente assuefatti ad essa.

Il presidente del consiglio butta lì, con sconfortante nonchalance, in una chiacchierata con la stampa, che chiederà la proroga dei suoi poteri fino al 31 dicembre – altri 5 mesi! – senza che nemmeno gli passi per la testa che dovrebbe doverosamente informare, prima, il parlamento. E i più si adeguano. I partiti sostenitori del governo, ovviamente, buona parte dei media, ma soprattutto dei cittadini. E si è lasciata la protesta in mano ai partiti di centro-destra e alla Lega (ironicamente, la stessa Lega che giusto un anno fa, senza nemmeno la plausibile motivazione del Covid, chiedeva i pieni poteri per il proprio uomo forte, e leader di tutto il centro-destra), come se la cosa non avesse alcuna rilevanza di metodo e di principio. E invece ce l’ha eccome.

È evidente che lo stato d’emergenza italiano non ha nulla a che fare con i golpe, gli Orban o le dittature sudamericane, e può avere una funzione in caso di recrudescenza della pandemia. È altrettanto evidente, tuttavia, che la sensibilità democratica conta. In Europa alcuni paesi non l’hanno mai introdotto, altri l’hanno introdotto con limiti cogenti, e quasi ovunque è terminato in aprile, in Spagna il premier Sanchez andava ogni 15 giorni a farselo rinnovare davanti al parlamento, giustificandone l’utilità finché è stato necessario. Solo da noi, tra i paesi civili, è ininterrottamente in vigore dall’inizio dell’emergenza e se ne chiede l’estensione fino a fine anno. Oltre tutto, trattandosi di un provvedimento che, volendo, potrebbe essere reintrodotto in un quarto d’ora di consiglio dei ministri, in caso di necessità.

Perché allora, da noi, questa vistosa eccezione? Per molti motivi. Cominciamo da quelli davvero funzionali: per abbreviare la catena di comando e aumentare la rapidità di decisione. Il che la dice lunga sulla fiducia che gli stessi governanti (i governati lo sanno per esperienza) hanno sulla loro capacità di gestire i processi: essendo abituati al fatto che la normalità non funziona, ci affidiamo all’eccezionalità (purtroppo, solo illusoriamente, come si è visto con l’incapacità dei commissari nazionali anche solo di procurarci delle mascherine, non parliamo di una efficace e generalizzata gestione di tracciamenti e tamponi). Le ragioni vere, di comodo, però sono altre: lo stato d’emergenza dà una vastissima vetrina a chi governa, una certa condiscendenza degli opinion leaders, e un consenso generalizzato da parte della pubblica opinione maggiormente impaurita; ecco perché, dichiarato esplicitamente o meno, ne hanno fatto grande uso i governanti sia a livello nazionale che regionale. In più, questo stato di cose silenzia sostanzialmente le opinioni contrarie, e soprattutto mette in ombra, sotto la visibilità delle grandi questioni (come è appunto lo stato di emergenza), i piccoli malfunzionamenti della macchina che l’emergenza dovrebbe gestirla: in Italia, senza riuscirci un granché. Tanto che potremmo dire che la situazione di emergenza sia anche conseguenza dell’incapacità di gestire l’emergenza: che produce la necessità di strumenti speciali come lo stato di emergenza. Stessa logica di chi, in altro ambito, non gestendo l’immigrazione fin dalla regolarità degli arrivi, produce irregolarità e di conseguenza insicurezza, cui risponde chiedendo consenso per leggi speciali e decreti sicurezza.

Infine, chi governa sa bene che la logica del nemico esterno funziona benissimo per convincere la polis ad unirsi sotto la guida dei governanti, contro la minaccia che viene da fuori (dal mondo minaccioso della foresta: i forestieri, i foresti, appunto). Da Tucidide a Carl Schmitt, passando per Machiavelli e Hobbes, questa logica è quella che, da che mondo è mondo, spinge a dichiarare una guerra per silenziare l’opposizione interna e guadagnare consenso tra i sudditi. Il fatto che il nemico esterno, oggi, non sia uno stato, un esercito straniero, una minoranza interna da usare come capro espiatorio, ma un virus, non cambia la sostanza e l’efficacia del meccanismo.

 

Emergenza infinita e democrazia, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 luglio 2020, editoriale, p. 1

Il potere dei senza potere

Non c’è più il potere di una volta: quello ostentato, visibile, terribile, presente nella mitologia, nella nostra immagine del Medio Evo, nelle gesta delle popolazioni guerriere, nelle tragedie di Shakespeare. Quello lo cerchiamo nella fiction, ma lo vediamo meno spesso nella realtà. Non che non esista. Ma per i nati nella parte più fortunata del mondo assume forme meno potentemente barbariche. E più di frequente in ambiti lontani dalla politica, piuttosto che al suo centro.

Certo, il potere pervade ogni cosa: sta alla società come l’energia sta alla fisica. Non c’è relazione, a cominciare da quelle di coppia, e di amicizia, che non ne sia intrisa. Eppure proprio a cominciare dalla coppia, dall’amicizia, dalla famiglia, possiamo imparare che si può suddividere diversamente da come si è fatto tradizionalmente, che non c’è nulla di ineluttabile nelle sue attribuzioni così come nelle sue modalità di esercizio. Nei rapporti di forza, oggi, c’è sempre qualcuno che ricava più dell’altro, ma raramente l’altro è del tutto disarmato, e a poco a poco lo si impara.

Lo sappiamo dalla solitudine di re e potenti quando scoprono che il mondo, nonostante tutto, gira da solo. Come in un personaggio raccontato nel Piccolo principe, il re che ordina al sole di tramontare pur di sentirsi obbedito, facendo finta di non sapere che il sole lo avrebbe fatto comunque. Ma c’è una trasformazione più recente del potere, che potrebbe avere conseguenze importanti in futuro: la sua perdita di efficacia – di potere, appunto… Sempre più il problema non è quello di conquistare il potere, ma di riuscire a fare davvero quello che si vuole o si è promesso di fare una volta che lo si è conquistato. È la scoperta amara che fanno oggi i politici, dai presidenti degli Stati Uniti ai presidenti del consiglio nostrani: una volta che ci sei arrivato, a quella che è considerata l’incarnazione suprema del potere, non è detto che tu possa davvero attuare le politiche che ti sei proposto. Semplicemente perché esistono innumerevoli soggetti che hanno anche loro un potere: non foss’altro che un potere di interdizione, di rallentamento dei processi, se non di loro boicottaggio – dalle burocrazie alle magistrature, dai sindacati a comitati di ogni tipo, passando per la forza d’inerzia, che per Tolstoj era la forza più grande della storia. Processo evidentemente più visibile nelle democrazie, ma che riguarda anche altre forme di governo, perché è dovuto alla complessità delle relazioni e alla numerosità dei soggetti, non solo agli strumenti della rappresentatività e alla trasparenza dei meccanismi. In un certo senso, la società complessa produce i suoi propri limiti. E scopriamo l’esistenza del potere diffuso, di sottopoteri e contropoteri, oltre che l’efficacia del soft power, cioè la capacità di persuadere, di convincere, di sedurre, o magari di cooptare, rispetto all’idea più grossolana degli hard powers, basati su indici quantitativi, a cominciare dal numero di armi e armigeri (lo diceva già Talleyrand a Napoleone: “Con le baionette, sire, si può far tutto, tranne una cosa: sedervisi sopra”; e comandare è tranquillo esercizio del potere, è sedersi, per così dire). È dunque il passaggio dall’hard power al soft power che caratterizza la società plurale e complessa: meno bisognoso di ricorrere alla violenza primigenia del potere, ma più efficace. O forse, tout court, “la fine del potere”, come titola un libro del politologo Moisès Naím, che descrive appunto questo progressivo indebolimento.

Questa idea del potere, che ne denuncia i limiti di efficacia, ha anche sottili implicazioni per l’idea stessa di democrazia: non tutte positive, dato che mette in questione anche la sua efficacia in termini di “democrazia decidente”, e dunque di azione capace di produrre conseguenze reali. Da un lato abbiamo scoperto i limiti del potere: che non ha più nemmeno una sede, un palazzo d’inverno che possa essere conquistato – ma molte e diffuse. Ed è buona cosa. Dall’altro, se il potere è innanzitutto potere di fare, di produrre il reale, dobbiamo toglierci anche molte illusioni sulla sua efficacia. Da questo, naturalmente, può venire anche un bene. Diceva Lao-Tse: “È meglio essere una guida che un padrone”. Cristo si servirà del potere rinunciandoci. Forme di cittadinanza sociale, e di organizzazione dal basso, territoriale o comunitaria, oggi, provano a organizzare nuove forme del potere: e a praticarle.

 

Senza potere, in Confronti, n. 7/8, luglio-agosto 2020, p. 37, rubrica “Il mondo se…”

Contro la perfezione

In sociologia – e più in generale nel dibattito sociale – non ci si imbatte frequentemente nella dicotomia perfetto/imperfetto. Se ne può parlare di una persona, quando si è innamorati (salvo autoaccusarsi di cecità, quando la fase dell’innamoramento passa – e passa…); di un’opera d’arte, per motivazioni estetiche, quando ci si lascia andare ad espressioni enfatiche (anche questo tipo di perfezione è sempre relativo a un’epoca – poi anche questa passa); pure di una società, quando ci si esercita nell’immaginarla, la società perfetta: e qui siamo nel campo dell’utopia (come anche nei due ambiti precedenti, probabilmente), o dell’ideologia, certo non della sociologia, o banalmente dell’osservazione realistica. La perfezione, insomma, per riprendere una frase non a caso proverbiale, non è di questo mondo. Dell’altro, non abbiamo testimonianze dirette.

Nessuno si azzarda a immaginare di vivere in una società perfetta. Qualcuno – sempre meno persone, sempre meno spesso, con sempre meno convincimento – afferma di volerla costruire: fondamentalismi politici e religiosi, per esempio. In ogni caso, la perfezione non è mai immaginata nel presente: è sempre qualcosa che caratterizza un ipotetico futuro (noi homines novi – guarda caso, quasi mai si tratta di donne – noi avanguardia, noi eletti, costruiremo la società perfetta, la Gerusalemme celeste in terra, ecc.), o un altrettanto ipotetico passato, nostalgicamente romanticizzato e mitizzato (l’età dell’oro – di solito quella delle origini, degli inizi, della fondazione: di un movimento, di una religione, di uno stato…). Già questo dovrebbe insospettirci. Ed è quello che probabilmente insospettisce i contemporanei, che vivono sempre di più nel presente, e sono sempre meno capaci di proiettarsi sul futuro quanto di conoscere il passato.

Di solito se ne parla male, della presentificazione degli orizzonti, testimoniata tanto dalla diminuita propensione al risparmio o a procreare o a impegnarsi in legami e lavori di lungo periodo, quanto dal minor investimento in utopie politiche e in fedi religiose che proiettano il loro orizzonte troppo nell’aldilà – in altre generazioni (socialismo realizzato) o dopo la propria morte (cristianesimo incluso, che tuttora troppo spesso dimentica la parte del messaggio che riguarda “il centuplo quaggiù” in favore di quella relativa alla “vita eterna”). Ma questo ‘presentismo’ ha probabilmente anche un lato positivo: siamo meno disponibili a farci coinvolgere, a fare sacrifici (vulgo: a farci fregare), in nome di un obiettivo alto e altro, e quasi sempre altrui, lontano (mentre siamo ancora relativamente disponibili a farlo per le persone vicine e cause più prossime). Lo fa meno la gente comune, almeno. Lo fanno ancora i fondamentalisti, appunto – minoranza pericolosa, ma pur sempre minoranza.

Ora, quello che crediamo è quello che percepiamo, e quello che percepiamo è quello che accade: “Se una cosa è percepita come reale, essa sarà reale nelle sue conseguenze”, come recita il teorema sociologico di Thomas. Da qui la perdita di importanza della dicotomia perfetto/imperfetto. Non la percepiamo: dunque non è reale nelle sue conseguenze.

Contano invece, continuano a contare, altre dicotomie: puro/impuro (su cui si fondano alcune religioni – non tutte – e la stessa sociologia delle religioni, basti pensare a Durkheim), e superiore/inferiore, ad esempio – peraltro tra loro legate. Proviamo a dedicare loro qualche breve considerazione: poco più di un cenno, molto meno di un approfondimento.

C’è un inquietante ritorno sulla scena pubblica e politica del linguaggio relativo al puro e all’impuro, applicato ad esempio alle comunità etniche, che per definizione pure non lo sono mai: non esiste una cosa che si possa chiamare razza (o etnia) pura, ed è quindi impossibile e velleitario qualsiasi tentativo di purificazione etnica e razziale. Ma il loro richiamo è una sirena seducente: che sé-duce, che conduce a sé. Questo richiamo non è identico alla dicotomia tra perfetto e imperfetto. Purificare è un tentativo, un mezzo, per recuperare uno stato di perfezione: ma sempre provvisorio, di efficacia assai temporanea. L’impurità si insinua sempre e inesorabilmente nel quotidiano, e occorre ricorrere nuovamente al rituale della purificazione. Da qui però la tentazione di provarci, anche in maniera simbolica, rituale, appunto: ricorrendo a rituali certo semplificati, ma che hanno questo identico obiettivo. Trasformando il diverso in capro espiatorio, per esempio: da punire o espellere ritualmente. Eccezionalizzando la sua presenza sottoponendolo a legislazioni specifiche (dagli immigrati alle minoranze religiose, abbiamo numerosi esempi a supporto). Ma vale anche nei confronti per esempio dei gay e del mondo LGBT, e di altri fastidiosi tipi di diversi e di diversità.

Questa dicotomia si richiama a quella superiore/inferiore. È la razza, civiltà, etnia, religione, modello familiare, cultura (e quant’altro) che si autodefinisce superiore che tende a eterodefinire l’altra come inferiore, e nel caso a purificarsi dalla sua presenza, espellendola da sé, o a purificarla per renderla meritevole di accedere al mondo dei puri.

Qui c’è un altro aspetto che differenzia purezza e perfezione. La perfezione è uno stato che costa fatica raggiungere (si tende alla perfezione – e non la si raggiunge mai): la purezza è uno stato che uno ha o non ha, per nascita, o perché l’ha acquisito in maniera relativamente facile, praticando ‘magicamente’ un rituale di purificazione, appunto, quale che sia – un’abluzione, o l’ingestione di un cibo puro e purificante, o una benedizione. Dunque è alla portata dei più. E garantisce più facilmente quell’autodefinizione in termini di superiorità così psicologicamente tranquillizzante…

Sono, questi fenomeni – probabilmente – una reazione ai processi di globalizzazione percepita, che ci rende esposti all’insignificanza e dunque al ritorno a – alla ricerca di – nuovi orizzonti identitari, nuove collettività di riferimento (elettive, tuttavia, raramente ascritte) – gli identitarismi, appunto: fondamentalismi, razzismi, etnicismi, tribalismi metropolitani (dal tifo calcistico alle mode identitarie che ci definiscono – e separano dagli altri – per modi di vestirsi, tipi di musica ascoltata, modalità di utilizzo del tempo e frequentazione di luoghi particolari e caratterizzati). L’individualizzazione di massa, che pure ha i suoi lati positivi, inclusa una democratizzazione dell’aspirazione ad avere un significato, porta a un’affermazione di massa dei (propri) diritti, ma anche la paura di non farcela, da cui il rancore nei confronti degli altri (impuri, inferiori, se del caso) a seguito della propria perdita di posizioni (sociali, culturali, di status) acquisite, un’insularità crescente delle opinioni, e la chiusura – o il tentativo di chiusura – nella cerchia dell’identificazione in tribù omogenee, come avviene trasparentemente anche nei social network. Ma questa tensione non è un destino. La verità, dopo tutto, è che non ci riusciamo davvero, a fare quello cui aspiriamo. Le caratteristiche strutturali stesse di una società complessa e plurale ce lo impediscono. Le identità sono fragili, i confini permeabili, possiamo acquisirle ma anche rifiutarle, trasformarle, ibridarle, meticciarle, sostituirle…

Alla fine, ci tocca accontentarci di noi stessi, di come siamo. E per tentativi ed errori, passando inevitabilmente attraverso conflitti che sono la fisiologia sana, e non la patologia, della società plurale, siamo costretti a moderare le nostre aspirazioni: incluse quelle identitarie.

La tensione si riduce a fare bene, a fare meglio, a stare meglio. Alla perfezione ci abbiamo rinunciato. E probabilmente è una buona notizia.

 

Dicotomia oerfetto/imperfetto, in “Servitium”, n. 248, aprile/giugno 2020, pp.107-110 (numero monografico: perfezione/imperfezione)

Covid e dintorni: i musulmani e il diritto alla sepoltura

https://ilbolive.unipd.it/it/news/dove-seppelliamo-nostri-morti?fbclid=IwAR19bvbozOgD2NrMDIKrSHkH_TFndeWFLpzVK6GM2EfhwtJisOti82LybIY

 

Dove seppelliamo i nostri morti?

“Dove seppelliamo i nostri morti?” In questo periodo di emergenza sanitaria è un interrogativo non privo di inquietudine tanto per i cattolici quanto per i credenti di minoranze religiose. Tra queste, la comunità musulmana è particolarmente toccata dal problema e sono mesi che i giornali ne parlano. In realtà però, è da tempo che si discute per trovare una soluzione: dall’inizio degli anni Duemila si tenta di trovare un’intesa tra comunità islamica e stato italiano, ma ad oggi non sono stati raggiunti grandi risultati. Su circa 8 mila comuni italiani sono presenti solo 58 cimiteri islamici – destinati peraltro ai residenti nel comune in cui si trova il cimitero – e dovrebbero far fronte alle esigenze di una comunità di circa 2 milioni di credenti.

È evidente che anche senza Covid-19 il problema presto o tardi si sarebbe dovuto affrontare e risolvere in maniera definitiva.

L’attuale situazione, rendendo impossibile il rimpatrio delle salme a causa della chiusura di rotte aeree e marittime, non ha fatto altro che acuire una problematica già presente, creando emergenza nell’emergenza.

Per comprendere meglio la necessità di realizzare aree cimiteriali islamiche, abbiamo intervistato il professor Stefano Allievi, docente di sociologia dell’università di Padova.

“Noi diciamo che i migranti tendono a rimandare i corpi dei defunti nel paese di origine, ma questo accade solo in una prima fase, ovvero quando si sentono migranti temporanei. Man mano che risiedono per periodi più lunghi nel paese di immigrazione, e tanto più se ci fanno famiglia, la loro proiezione diventa il luogo in cui vivono. È quindi normale che desiderino essere seppelliti nel territorio dove hanno vissuto e dove si trovano i loro parenti più stretti” spiega il professor Allievi.

Ne consegue che questo vale anche per i musulmani e non bisogna dunque stupirsi se il loro obiettivo diventi quello di realizzare cimiteri islamici.

“Tuttavia in Italia sono ancora pochi e spesso i defunti vengono deposti in aree acattoliche; ma via via che la comunità cresce diventa necessario, banale, fisiologico, aprire spazi a loro dedicati. Questo produce opposizione da parte dei sindaci o delle amministrazioni perché il diritto alla sepoltura, che è un diritto umano, è sentito come un processo di invasione. In definitiva, il desiderio di essere sepolti nella terra in cui si è vissuto per la maggior parte della propria vita non è altro che un processo di integrazione post mortem”.

Intervista al professor Stefano Allievi, docente di sociologia dell’università di Padova sul problema delle sepolture dei musulmani in Italia

Dunque, quella che sembra essere un’esigenza specifica dei musulmani assume un carattere universale che abbraccia tutte le minoranze religiose. La richiesta di aree riservate dove seppellire i propri morti “è tipica delle comunità religiose sia minoritarie che maggioritarie”. Il fatto è, che nei confronti dei musulmani si è creata l’idea che il professor Allievi definisce con l’espressione “processo di eccezionalismo dell’islam”, ovvero “pensare sempre che questa religione rappresenti un caso eccezionale; in realtà non lo è affatto. Bisogna calcolare che alcune identificazioni più forti sono legate al fatto di essere una minoranza e quindi valgono anche per le altre. Le comunità minoritarie soffrono di non essere riconosciute, mentre quelle maggioritarie lo sono di fatto dalle leggi, dalle istituzioni, dal paesaggio, dall’urbanistica, dalla politica”. La mancanza di questo riconoscimento per le prime si esplica nel “bisogno di sancire in maniera più forte gli obblighi, ma questo vale per tutte le minoranze”. In Italia l’esigenza della comunità musulmana viene intesa come esclusiva rivendicazione di un non-diritto (ovvero il diritto alla sepoltura), quando ad altre minoranze religiose (valdesi, ebrei) la medesima necessità non solo è riconosciuta, ma è anche garantita.

Dunque, se non c’è niente di strano in questa richiesta da parte dei musulmani, perché loro “vogliono” e “chiedono” come fanno esattamente gli altri gruppi minoritari, qual è il problema?

Facciamoci aiutare da una notizia e da qualche numero (in costante aumento). La notizia riguarda il progetto di realizzare un cimitero islamico nel comune di Fiumicino su un terreno di 400 ettari. I numeri, invece, sono relativi all’appartenenza religiosa degli immigrati presenti in Italia (stimati di poco superiori ai 5 milioni). Secondo le stime del Dossier statistico immigrazione relative all’anno 2019, gli ortodossi sono circa 1,5 milioni; i protestanti 232 mila; gli induisti 158 mila; i buddhisti 120 mila; atei e agnostici 248 mila.

Se si uniscono le due informazioni, ci si rende ben conto che nel momento in cui tutti giustamente “chiedono”, viene a crearsi un problema di spazio. A questa problematica se ne lega un’altra: le sepolture permanenti. “All’inizio venivano negate per motivi di spazio” spiega il professor Allievi “ma poi sono state autorizzate, poiché la popolazione europea è in decrescita e il bisogno di aree cimiteriali non è così impellente. Tuttavia, le richieste di comunità religiose minoritarie come quella musulmana, ha innescato una richiesta anche in quelle maggioritarie, tra cui i cattolici”.

La società aperta e la spirale del sottosviluppo

una società aperta ci salverà (leggi qui l’intervista)

Post-Covid: la grande diseguaglianza. Le “3G” che dividono l’Italia

Non si uscirà dall’emergenza occupandosi solo dell’emergenza. Perché la crisi economico-sociale indotta dal Covid non ha fatto altro che far vedere meglio i mali strutturali dell’Italia.

In particolare, si sono manifestate in pieno le tre grandi disuguaglianze su cui si fonda il nostro paese, quelle che potremmo chiamare “le 3 G”: tra garantiti e non garantiti, tra generi e tra generazioni.

Il possesso o meno di garanzie ha diviso radicalmente l’Italia: tra titolari di un reddito fisso (un salario pubblico e pensioni, in particolare), e tutti gli altri. C’è chi ha potuto mantenere un reddito sostanzialmente inalterato, continuando a lavorare in presenza o a distanza, nel privato come nel pubblico (ma in qualche caso anche in assenza di un decente corrispettivo lavorativo, nella parte di pubblico impiego che non ha saputo o voluto reagire, diciamo pure quella parassitaria), e chi invece l’ha perso in tutto o in parte. La divisione si è vista benissimo nel tipo di reazione predominante al virus. I garantiti avevano e hanno tuttora in testa solo il problema sanitario, e la sua soluzione, privilegiando l’aspetto di prevenzione della diffusione del virus a scapito di tutto il resto: con elementi di sovrastima del pericolo, di sottostima delle conseguenze delle decisioni adottate, di evidente egoismo sociale. E hanno monopolizzato per lunghe settimane il discorso e la produzione di conoscenza (o presunta tale), quasi senza contraddittorio, a scapito delle tragedie che stavano avvenendo nell’economia e nella società, dove i non garantiti sono stati a lungo degli invisibili: una platea larghissima, ma quasi senza voce. Composta da tutti coloro che hanno perso lavori e lavoretti temporanei e a termine, i licenziati, i cassintegrati, gli imprenditori, artigiani e commercianti che sono stati obbligati a chiudere, senza più guadagni mentre le spese correnti si mantenevano quasi inalterate, i settori a contatto con il pubblico, dal turismo al mondo dell’arte e della cultura, ma anche le fasce tradizionalmente deboli e marginali della società, che vivono di lavoretti, di espedienti, di lavoro nero (e quindi non tutelato né quando c’è né quando non c’è più), gli immigrati (tra i quali il tasso di povertà era già prima quadruplo rispetto alle famiglie italiane), tutta quella fascia di società che sopravvive a cavallo tra emerso e sommerso, un po’ in regola e un po’ no. Se è vero che ci siamo impoveriti tutti di almeno il dieci per cento (ma crediamo che la percentuale finale sarà molto più alta – il peggio deve ancora venire), tutto ciò è avvenuto in maniera profondamente diseguale, e ha aggravato ulteriormente la già drammaticamente diseguale struttura delle opportunità nel nostro paese.

La seconda “G” riguarda le diseguaglianze di genere. Anche queste già ben visibili (prima della crisi eravamo all’82° posto nel Global gender gap index), ora si sono amplificate in maniera così evidente da rendere precarie anche le conquiste ottenute di recente. Come sempre, il costo vero delle scelte fatte e ancor più non fatte (si pensi al disinteresse per la scuola e i bambini) si è scaricato soprattutto sulle donne, costrette a rinunciare a redditi già prima più bassi per occuparsi della prole, di cui improvvisamente non si è occupato più nessun altro, né istituzioni né servizi. Gli studi cominciano a denunciarlo adesso, ma il problema ancora una volta era antecedente, con ritardi enormi su indicatori che non riguardano solo il benessere delle donne – che poi è il benessere delle famiglie e della società – ma anche le prospettive demografiche, che già erano una cappa cupa sul nostro futuro (in Italia si dimentica che i tassi di partecipazione al lavoro delle donne e i tassi di fecondità sono intrecciati in positivo: per cui meno le donne lavorano, meno fanno figli, non il contrario). Ma i passi indietro sono stati anche in altri ambiti, dalla divisione dei ruoli alla violenza di genere: condannando metà dei membri della società a sostenere l’altra metà, implementando discriminazioni già impressionanti e mal comprese.

La terza “G” tocca le diseguaglianze generazionali. Queste erano già gravissime prima, in un paese con la natalità più bassa d’Europa, il maggior disequilibrio negativo tra nati e morti, l’età media più elevata, le proiezioni più drammatiche nel rapporto tra popolazione attiva e pensionati (che potrebbe diventare di uno a uno tra poco più di vent’anni), la permanenza crescente dei giovani nelle famiglie d’origine (la più alta d’Europa: due terzi nella fascia 18-34 anni). Queste diseguaglianze sono aumentate drammaticamente in pochi mesi. O qualcuno crede che la colossale perdita di ricchezza e l’immenso debito pubblico che abbiamo deciso di accollarci con le scelte emergenziali successive non li pagherà davvero nessuno? Il problema è che i garantiti, che sono soprattutto maschi e anziani, si sono effettivamente abituati così: a vivere nell’irrealtà di un privilegio già oggi pagato dalle generazioni che seguono, e domani pagato ancora più salato proprio da chi sa già di essere destinato ad essere meno garantito di loro.

Ecco perché se non si affrontano questi nodi strutturali, non ne usciremo. O si costruisce una visione capace di guardare oltre l’emergenza, o ci si resta. E l’arrivo delle risorse europee è forse l’ultima occasione per farlo.

 

L’epidemia diseguale. Le “3G” dello choc economico, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 21 giugno 2020, editoriale, p.1