La società della prevenzione (del vino e d’altro)

Viviamo in una società che sente di doversi e doverci proteggere da tutto, e che spesso ci impone di farlo. Preventivamente. Ragionevole, all’apparenza: salvo che la deriva comincia a sembrare un po’ estremista. Tra poco il casco protettivo, che è l’immagine simbolica che meglio riassume la nostra ossessiva ricerca di sicurezza, e che abbiamo giustamente introdotto nelle più svariate attività, diventerà una consuetudine, se non un obbligo, anche in casa, per proteggere i nostri bimbi dagli spigoli e gli anziani dalla caduta dalle scale. Una metaforica cintura di sicurezza ci avvolge in un numero sempre maggiore di attività. Tutto giusto, tutto comprensibile, tutto spesso necessario e in alcuni casi doverosissimo: pensiamo alle precauzioni, purtroppo ancora mal rispettate e quindi insufficienti, che ci proteggono dagli incidenti sul lavoro, o all’obbligo vaccinale, che ho difeso strenuamente proprio su queste pagine. E tuttavia, a volte, quando se ne estende troppo l’ambito di applicazione, più che la cura o la soluzione, questo atteggiamento mentale comincia ad assomigliare pericolosamente alla malattia, o a una sua caricatura.

Pensiamo alla attuale discussione sull’introduzione, anche sulle bottiglie di vino, di apposite minacciose etichette tipo quelle che ci sono sui pacchetti di sigarette. E sulla sua supposta pericolosità intrinseca, cancerogenicità o quant’altro. È una mentalità che sembra figlia della ossessione di cui sopra. Tutto, potenzialmente, fa male. Tutto è pericoloso. Tutto può essere persino mortale. Il fumo. Il vino e gli alcolici bevuti in eccesso. Ma anche il caffè, o le bevande zuccherate. Persino l’acqua, volendo, in quantità eccessive si usa in uno specifico tipo di tortura (sì, lo so, è un paradosso: ma spesso ci aiutano a comprendere meglio la realtà). Poi si comincia con i cibi, e se si eccede non so quanti se ne salvano: a cominciare naturalmente dal cibo spazzatura, per il quale tuttavia non si parla di etichettatura (dovremmo etichettare interi scaffali di supermercato). Si prosegue con gli attrezzi con cui li prepariamo (il terribile coltello). Si continua con l’automobile. Ma anche la bicicletta, si sa. Persino l’inventore del jogging, attività salutista per eccellenza, Jim Fixx, diventato ricco e famoso con i suoi libri e i suoi insegnamenti, è morto di infarto a soli 52 anni, proprio al termine della sua corsa giornaliera. Mentre Winston Churchill, che quando gli si chiedeva il segreto della sua longevità rispondeva “Lo sport. Mai fatto”, è campato 91 anni. Non arriviamo a dedurne che la corsa fa male e invece vino bianco e sigaro a colazione, per poi proseguire con whisky e un debole per lo champagne, come pare fosse la giornata del primo ministro britannico, facciano bene. Ma qualcosa, anche questo, ci dice.

Per farla breve: tutto, potenzialmente, fa male. Tutto, in dosi eccessive, è pericoloso. E il comportamento di chi è pericoloso anche per altri va doverosamente disincentivato e punito (ad esempio chi guida in stato di ubriachezza o sotto gli effetti della droga). Dubitiamo tuttavia che la soluzione sia riempirci di etichette minacciose: in frigo, sulle posate, sulla portiera dell’auto. Tanto varrebbe che lo Stato, o l’Unione Europea, o il necessario – a questo punto – Ministero della Prevenzione, presupposto del Grande Fratello (l’originale, quello di Orwell, non la boiata televisiva) incoraggiassero una campagna permanente di pubblicità progresso con una sola frase: “Memento mori”.

Il vino, per dire, ha una storia millenaria, legata alla religione, alla cultura, alla socialità (attività in sé lodevoli, necessarie, e pure notoriamente curative). Dal “Symposion” di Platone a “In vino veritas” di Kierkegaard, passando per l’ubriacatura di Noé e il miracolo delle nozze di Cana (dove dubitiamo ci si sia fermati alla modica quantità di un bicchiere), esso è parte costitutiva di un processo di civilizzazione. Possiamo imparare a bere meno e meglio. Ma non sarà il terrorismo psicologico un po’ infantile di una stupida etichetta a migliorarci. Semmai un raffinamento progressivo del gusto: che si impara con la pratica, con l’educazione guidata, non con le minacce o i divieti.

Forse dovremmo imparare dal dibattito bioetico: in cui, di fronte all’accanimento terapeutico (non è forse lodevole far vivere le persone più a lungo possibile?), ci si comincia a interrogare se quello che ci occorre sia dare tempo alla vita o vita al tempo. Io propendo per la seconda ipotesi.

 

La società della prevenzione. Il vino (e non solo), in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 gennaio 2023, editoriale, p. 1

Jacinda Ardern, la politica come professione e la religione del lavoro

Jacinda Ardern, la politica come professione e la religione del lavoro. Una questione di genere. Una riflessione per tutti.

Le dimissioni anticipate, per sua volontà e scelta, della premier neozelandese Jacinda Ardern, sono un potente messaggio anche per noi, che viviamo dall’altra parte dell’emisfero. Ci dicono due cose importanti, e (ri-)aprono una questione che ci accompagnerà a lungo.

La prima considerazione, il primo messaggio, riguarda naturalmente la politica: le condizioni in cui si svolge, il coinvolgimento che richiede. Fare il politico (non c’è bisogno di essere primo ministro, lo sa anche un sindaco) è un mestiere totalizzante. Non è il solo, certo: dall’imprenditore al parroco, dall’operatore umanitario allo sportivo, lo possono essere molti altri, che tendono a mangiare tutto il tempo disponibile, se non si è capaci di porre loro dei limiti. A differenza di altri, tuttavia, un politico, specie di altissimo livello, non può scegliere: deve farsi coinvolgere, perché sono le urgenze, più che l’ordinaria amministrazione, a travolgere. In questi casi il limite è difficile da porre, nel corso dell’espletamento dell’incarico. Da qui il grande insegnamento delle cariche a termine, la saggezza del limite nel numero di mandati. E, anche, la diffidenza che dovremmo avere – e che invece ci manca totalmente – nei confronti di chi questi mestieri li pratica troppo a lungo, o peggio non sa farne a meno. Eppure il fatto che gesti come quelli di chi lascia in anticipo perché sente di non farcela più (da Jacinda Ardern a Benedetto XVI) ci facciano simpatia, dovrebbe farci capire la stortura e anche l’innaturalità diremmo patologica del comportamento opposto.

La seconda considerazione riguarda tutti noi: specialmente le culture e i luoghi in cui il lavoro è considerato alla stregua di una religione (come da noi). Noi crediamo di esserci liberati progressivamente dal lavoro, immaginiamo che le nostre società siano più avanzate e progredite perché ci consentono di guadagnare di più, e con questo di concederci lussi impossibili altrimenti. Il problema è che i veri lussi sono altri, e il primo di essi è precisamente quello di non dipendere più dal lavoro, non esserne schiavi. Che è un insegnamento che ci accompagna dall’inizio del mondo. Noi abbiamo un’idea distorta delle popolazioni dette primitive, quelle che vivevano di caccia e raccolta. Le compiangiamo, perché costrette a procurarsi il cibo tutti i giorni, altrimenti non avevano, letteralmente, di che vivere. Il problema, come ci insegnano da un lato le testimonianze di archeologi e paleontologi, dall’altro gli studi antropologici su popolazioni ancora esistenti in qualche landa del nostro mondo, e su culture diverse dalla nostra (come ‘L’economia dell’età della pietra’ dello studioso americano Marshall Sahlins), è che la nostra interpretazione della loro vita si fonda su un grande equivoco: è vero che la durata della loro vita era ed è minore, ma la qualità della medesima prevedeva di dedicare solo alcune ore alla ricerca di cibo, e il resto della giornata spenderlo, letteralmente, in chiacchiere, rituali, decorazioni, creazione di gioielli e ornamenti, feste, danze, giochi, riposo, stati alterati e ubriacature di qualche tipo, attività effimere come acconciarsi i capelli, truccarsi e tatuarsi, grattarsi e godere un qualche tipo di vita sessuale, di solito precoce e spesso promiscua. Non è un caso che il pensiero utopistico degli ultimi due secoli, accompagnato da molti tentativi di metterlo in pratica, dai primi anarchici alle comuni hippy, fino ai pragmatici cohousing urbani e alla progettazione di smart cities odierni, abbia dedicato molta attenzione (dal modo di lavorare ai trasporti, dalle concezioni del lavoro di cura alla vivibilità degli spazi collettivi e alla salubrità dell’ambiente) a lavorare meno e meglio (Keynes un secolo fa suggeriva che sarebbero potute bastare tre ore al giorno per soddisfare i bisogni dell’Adamo che è in noi…), e a dedicare più tempo a coltivare e favorire le relazioni, intese come piacere condiviso, con tempi e luoghi dedicati.

La questione che si (ri-)apre e che ci accompagnerà a lungo è invece, naturalmente, quella di genere. Sono più spesso le donne che si pongono (anche perché costrette a farlo dai ruoli così come concepiti nella nostra cultura attuale) il problema della conciliazione tra famiglia e professione, tra soddisfazione lavorativa e coltivazione di relazioni significative, tra ben-essere e guadagnare. Il problema è che non faremo sufficienti passi avanti se non diventerà una condizione comune, una aspettativa condivisa, trasversale ai generi.

Cosa c’è di emergenziale nell’emergenza migranti?

La cosiddetta “emergenza migranti” in Veneto ri-alimenta purtroppo i problemi di sempre, senza aumentare di un pollice la nostra comprensione del problema, e senza quindi avvicinarci nemmeno per sbaglio a una soluzione. La stessa esistenza di questa presunta emergenza dimostra la totale inconsapevolezza e dunque incapacità della politica a comprendere le ragioni di quello che definiamo problema, e che è innanzitutto un fatto, con cui dovremmo confrontarci ordinariamente, e non in una logica perennemente emergenziale (non è più tale un qualcosa che si ripete identico da un paio di decenni).

Cominciamo dai dati. Gli sbarchi sono ripresi in maniera significativa (a margine: gli sbarchi sono ciò di cui la politica e i media parlano, ma sono lungi dal rappresentare la totalità degli arrivi): a dimostrazione del fatto che non conta e non cambia nulla chi è al governo – conta quello che si fa e soprattutto non si fa. Sarebbe stato stupefacente il contrario, peraltro, dopo il fermo della mobilità umana, a tutti i livelli, nel periodo Covid (anche le emigrazioni, per capirci, sono ricominciate in maniera massiccia). Oggi in Veneto ci sono poco più di seimila persone nella rete di ospitalità regionale, e si parla di emergenza. Poiché il Veneto rappresenta un decimo del PIL e della popolazione italiana, vorrebbe dire che l’Italia, un grande paese di sessanta milioni di abitanti che si picca di essere una grande potenza industriale e politica, non sarebbe in grado di ospitare sessantamila persone di cui sta esaminando i documenti (in realtà sono molte di più, ma suddivise in maniera sperequata tra le regioni, e il Veneto è tra quelle avvantaggiate). Magra figura, rispetto ai paesi con cui ci compariamo abitualmente. Solo nel 2021 in Europa sono state presentate oltre seicentotrentamila richieste di asilo, un quarto delle quali in Germania, un decimo in Francia, e più che da noi anche in Spagna. Ma stiamo parlando di cifre assolute: in percentuale sulla loro popolazione, moltissimi paesi ne hanno molte più di noi (e noi precipitiamo al quindicesimo posto in Europa).

Peraltro il Veneto ha contrattato di ricevere solo il 6% del totale dei richiedenti asilo ospitati nelle strutture gestite dal pubblico, in Italia: praticamente, in percentuale, la metà delle sue potenzialità (che dovrebbero corrispondere alle sue responsabilità), e pure, all’ingrosso, la metà della percentuale di migranti che ci vivono e la metà della percentuale di PIL che producono in regione.

Per giunta, l’Italia per l’accoglienza dei richiedenti asilo va al risparmio. Le cifre pagate dallo stato (molto inferiori agli investimenti di altri paesi) sono insufficienti per una decente ospitalità: figuriamoci per attivare politiche di integrazione (insegnamento di lingua e cultura, formazione professionale, orientamento al lavoro). Ma il costo della non integrazione è di molto superiore. Come per l’istruzione, se pensi che sia costosa, prova l’ignoranza…

Come si può notare, siamo di nuovo a parlare dell’anello finale, l’accoglienza, senza un cenno a tutta la filiera che la precede, a cominciare dalle procedure di ingresso e dalla legislazione complessiva sulle migrazioni (oggi entrare legalmente in Italia e in Europa è praticamente impossibile: l’unico modo per farlo è farsi passare per richiedenti asilo anche quando non lo si è, ed ecco spiegati i numeri di richieste e pure gli sbarchi, con le implicazioni in termini di accoglienza, in un circolo vizioso di cui non possiamo lamentarci, perché l’abbiamo creato noi: semmai potremmo finalmente modificarlo, ma dalla politica non giungono segnali in tal senso).

Infine, il dato più clamoroso di tutti, con cui dovremmo confrontarci. Se consideriamo poco più di seimila persone in accoglienza un’emergenza, ci sarebbe un modo molto semplice per risolverla, svuotando i centri. Seimila persone è in grado di assorbirle, senza costi e aiuti pubblici, il mercato del lavoro di una sola delle province venete, in non più di ventiquattr’ore: gli imprenditori farebbero a gara. Se ciò non avviene, vuol dire che il problema, e l’emergenza, sta altrove: nella legislazione, nella burocrazia, nella totale incomprensione della posta in gioco demografica, economica e politica. Potremmo risolvere il problema a vantaggio di tutti in poco tempo. Se non lo si fa, guardiamoci in faccia, e domandiamoci il perché.

 

I migranti e la vera emergenza, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 15 gennaio 2023, editoriale, p.1

Il paese dove non si nasce, muore

L’ultima edizione del Corriere del Veneto dell’anno appena passato citava, in articoli e a proposito di argomenti diversi, quello che sarà il principale e al contempo il più sottovalutato e meno discusso problema degli anni futuri: la demografia, di cui ancora fatichiamo a cogliere le implicazioni.

La provincia di Rovigo già oggi ha un record di cui non si coglie la drammaticità: la più alta differenza, in negativo, tra occupati e pensionati, con questi ultimi a prevalere nettamente. Segue Belluno, anch’essa in negativo. Mentre le altre province venete hanno per ora un saldo positivo. Questi numeri anticipano, di poco, un indicatore ancora più terribile: relativo a quando il totale delle persone in età lavorativa verrà superato dal numero di pensionati. Un problematico sorpasso stimato dal Fondo Monetario Internazionale, qualche tempo fa, per l’Italia, intorno al 2045, ma che verrà certamente anticipato (anche a seguito delle sciagurate scelte dei governi Conte 1 e Meloni, che hanno abbassato ulteriormente l’età della pensione per alcune categorie, e a quelle che si faranno in futuro, per compiacere quella che ormai è la più ampia platea elettorale e comunità di interessi presente nel paese). Scelte che avrebbero dovuto vedere in prima fila – contro – proprio i governanti delle province e regioni messe demograficamente peggio. Se non fosse che la politica, impegnata a gestire il quotidiano, delle tendenze, di ciò che accadrà in futuro, non sa nulla, né si preoccupa di sapere nulla. Ormai si improvvisa, invece di pro-gettare, proiettarsi in avanti, guardare il futuro per decidere come e in che condizioni arrivarci. Si bada al consenso (al tornaconto elettorale immediato) invece che al senso (profondo, e con conseguenze di lungo termine) delle decisioni da prendere.

Eppure il campanello d’allarme è in realtà una gigantesca sonora campana, il cui suono annuncia una accelerata e inesorabile morte civile e sociale futura. Cosa significa infatti, nel concreto, calo demografico, e diversa composizione della popolazione, con prevalenza di anziani? Lavoro che non si trova, non perché non c’è, ma perché mancano i lavoratori, e dunque le imprese non lo creano, e vanno altrove. Il che costituisce un ulteriore poderoso incentivo alla fuga, già in atto, anche di quei pochi giovani, da una società a misura di anziani, da un paese per vecchi. E non solo per questioni occupazionali, ma di opportunità di crescita, di sviluppo culturale, di occasioni di relazione e divertimento, in definitiva di significato. Nelle aree e paesi dove la popolazione cala, si atrofizza tutta la struttura delle opportunità, dai commerci ai servizi, i giovani e le famiglie tendono quindi ad andarsene, in un circolo vizioso che nel tempo si accelera: una “spirale del sottosviluppo” i cui cerchi si allargano con rapidità.

Pensare il futuro vorrebbe dire leggere con consapevolezza adeguata i problemi, e agire per invertire le tendenze, cogliendo le opportunità che ci sono. Investendo e arricchendo non solo di lavoro, ma anche di cultura, di opportunità, di diversificazione e di senso, la nostra società. Aiutando così i giovani a rimanere con iniziative a loro dedicate (se la realtà è a misura di vecchi, inevitabilmente i giovani se ne andranno, a ritmi sempre più veloci). Incentivando le nascite, con servizi adeguati alla conciliazione di lavoro e famiglia, facendo in modo che le donne entrino e restino nel mercato del lavoro, invece di essere costrette a scegliere tra la prigionia delle mura domestiche (che sono anche mura culturali e di senso) e la presenza nel mondo del lavoro, che è anche partecipazione al mondo là fuori. Investendo in programmi forti e coraggiosi di incentivazione e organizzazione dell’immigrazione, dall’estero ma non solo. Senza tutto questo, anche le occasioni offerte dalla silver economy, l’economia che ruota intorno alla terza età, saranno solo un’illusione.

 

Il paese dove non si nasce, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 gennaio 2023, editoriale, p. 1

Il senso delle feste

Ho passato la notte di Natale al pronto soccorso. Da accompagnatore. Per problemi di una persona a me vicina rivelatisi, per fortuna, non gravi. E ho capito meglio quello che avrei dovuto capire anche stando a casa, ma accade di rado: quale è il senso del Natale, il senso di ogni festa. Ringraziare. Per la nascita, nel caso del Natale: di Qualcuno in particolare, per chi ci crede; e della nostra, dopo tutto. Ma in realtà per tutte le nostre ri-nascite, nel caso di tutte le feste.

Ringraziare che siamo al mondo, tanto per cominciare. Ringraziare che c’è un mondo, di cui siamo parte. Un mondo, anche, che si prende cura di noi, persino non conoscendoci, pur non avendo contezza di chi siamo – a prescindere, per così dire. Un mondo, nel caso di specie, di giovani dottoresse e infermieri indaffarati, un’istituzione e un’organizzazione, che è lì per occuparsi di noi: che mentre gli altri fanno festa in famiglia – tra un vecchio che ha passato il Natale da solo, bevendo troppo vino scadente, e ora si lamenta contro tutti pisciandosi addosso, un ragazzo incidentato senza colpa, un tossico abituale a cui non si riesce nemmeno a trovare, nelle vene, un posto dove introdurre un ago per una volta benefico, un’anziana anonima portata in ambulanza per un male più immaginario che reale, o forse più interiore che fisico, e riportata dopo un paio d’ore a casa con la stessa ambulanza e gli stessi volontari, un senza fissa dimora che approfitta per un poco del caldo della sala d’aspetto – comunque c’è, con le sue difficoltà ma c’è, ti fa gli esami del caso, anche quando non può veramente curarti, si prende cura di te, anche se non ha un legame affettivo con te. Di solito ne parliamo quando c’è un problema, di questo mondo: una lista d’attesa troppo lunga, un caso di malasanità. Ma c’è anche il resto, il quotidiano, per il quale dovremmo ringraziare. Anche chi questo sistema l’ha pensato. La politica buona, mi verrebbe da dire, di cui non parliamo quasi mai, sovrastati come siamo dalla notiziabilità – che ci appassiona più del dovuto – di quella cattiva.

Ringraziare che insieme a questo mondo, a questa istituzione, ce ne sono altre. La tanto bistrattata istruzione, per esempio, fatta anche lei di qualche parassita e di molti protagonisti silenti che cercano di fare il proprio meglio. Non eroi: troppa retorica, troppa enfasi. Ma persone (possiamo dire impiegati dei fini alti della società, burocrati dei valori collettivi, sottoposti di quel che ci tiene insieme?), che ci sono e fanno andare avanti le cose, nonostante tutto, e spesso nonostante noi e nonostante i loro stessi difetti e quelli delle organizzazioni per cui lavorano.

Ringraziare per tutti gli altri testimoni silenziosi dell’essere società, del creare tessuto collettivo, senza secondi o terzi fini, semplicemente facendolo, ognuno nel proprio ruolo, seguendo anche, oltre ai propri egoistici interessi (una parola bella e sottovalutata: inter-esse, esistere fra, stare con, partecipare, fare società senza saperlo), anche un qualche tipo di senso del dovere, forse persino di appartenenza a qualcosa di più alto, largo e numeroso di noi stessi e della nostra ristretta cerchia di relazioni.

Ringraziare, infine, per le feste stesse. Che ci ricordano di fare pausa. E che il senso della vita non sta nel correre di qua e di là, ma precisamente nel fermarsi (o nel sano, ciclico alternarsi tra l’una e l’altra cosa), nell’assaporare gli interstizi della vita come momenti significativi, dirimenti, spesso illuminanti. Godendosela di più, persino nel dolore e nella difficoltà. Perché c’è vita, c’è gente, e c’è mondo. E, di questo, non saremo mai grati abbastanza.

 

Il senso delle feste, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 dicembre 2022, editoriale, p.1

Il sogno del Marocco: immagini di un mondo multipolare

Il sogno del Marocco si è fermato. Non è riuscito a salire sul podio. Ma la sua cavalcata in questo mondiale, di cui si sono già viste (qui: https://stefanoallievi.it/articoli/fifa-2022-in-qatar-il-marocco-e-i-nuovi-equilibri-mondiali/) le implicazioni per l’immagine del mondo arabo, dell’islam e dell’Africa, oltre che degli immigrati, rende visibile un mondo in cui gli equilibri stanno cambiando: multipolare e multiculturale più di quanto percepiamo. Ancora una volta, il calcio mette in luce dei cambiamenti più profondi, che descrivono una società soggetta a trasformazioni tumultuose. Mettiamone in fila alcune.

Intanto, si è giocato in Qatar. Un paese senza una tradizione calcistica, ma ricchissimo, che grazie a una impressionante capacità di lobbying, senza disdegnare un’opera di corruzione di cui cominciano a emergere inquietanti segnali persino ai vertici delle istituzioni europee, si è imposto sul palcoscenico mondiale a colpi di petrodollari, mostrando anche nuovi equilibri globali. Il fatto che gli scandali coinvolgano anche, per altri motivi, il Marocco, conferma in fondo il suo ruolo tra le nazioni che contano, oltre al fatto che, di fronte alla corruzione, tutto il mondo è paese.

La squadra del Marocco ci mostra tuttavia anche altre novità, più sociali che politiche: quasi la prefigurazione di un mondo nuovo. Ben 16 su 26 dei suoi membri sono nati all’estero, moltissimi posseggono due cittadinanze e addirittura hanno giocato, nella loro carriera, in entrambe le rappresentative nazionali, dunque sotto due bandiere diverse, ma per la biografia di questi ragazzi assolutamente complementari, entrambe parte della loro identità. Molti inoltre giocano in squadre europee (dal Chelsea al Paris Saint-Germain, dal Siviglia al Liegi, dall’Angers al Bayern, per finire con Fiorentina, Sampdoria e Bari) o di altri paesi (lo stesso Qatar, o il turco Besiktas). E, se il Marocco non fosse stato presente ai mondiali, avrebbero tifato per la nazionale del paese in cui vivono o in cui sono nati, a testimonianza di una fluidità di appartenenze che una loro visione troppo rigida tende a cancellare.

La squadra nazionale del Marocco è una testimonianza anche del ruolo sempre più importante, nel mondo di oggi, delle diaspore. A dispetto di un immaginario europeo ancora schiacciato sul lavoratore marocchino come immigrato di prima generazione, operaio quando non venditore ambulante, magari poco integrato e a stento capace di maneggiare la lingua del paese in cui vive, la diaspora marocchina, come altre, si distende ormai su tre generazioni, è comparativamente ricca e colta, e gioca un ruolo economico e culturale importante: grazie alle rimesse degli emigrati, all’import-export, ai feedback culturali, alla collaborazione scientifica e accademica. L’Université Internationale de Rabat, per esempio, un avveniristico campus ecosostenibile, con cui i sociologi dell’Università di Padova gestiscono Master in arabo e inglese e corsi Erasmus+, è figlia proprio di questa diaspora, e il suo nucleo fondativo è composto da docenti universitari marocchini che prima insegnavano nelle università occidentali, che hanno deciso di dare una mano allo sviluppo del loro paese d’origine, senza per questo rinnegare (anzi, valorizzandoli) i legami con i paesi che li hanno accolti.

Ma l’équipe del Marocco ci mostra anche l’importanza crescente della diversità culturale. Potrà dare fastidio a qualcuno, ma l’immagine del portiere (del Siviglia e del Marocco) Yassine Bounou, che decide di rispondere solo in arabo alla conferenza stampa, pur parlando correntemente inglese, francese e spagnolo (meglio di tanti corrispondenti dei media), ci mostra che il problema della difficoltà di comunicazione – e anche una certa pretesa di essere al centro di tutto – è più nostro che loro. Ma anche Sofiane Boufal che ha celebrato la vittoria col Portogallo danzando in campo con la madre, o Hakym Zayech che dona quel che guadagna dalla nazionale ad organizzazioni caritative, un po’ come i giocatori e i tifosi giapponesi che ripuliscono gli spogliatoi e lo stadio lasciandoli immacolati, ci ricordano che non siamo i monopolisti dei valori del mondo, e che forse varrebbe la pena, ogni tanto, guardarsi intorno, con qualche pregiudizio in meno, consapevoli che tutti abbiamo un contributo da dare allo sviluppo globale.

 

Il sogno del Marocco, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 18 dicembre 2022, editoriale, p.1

FIFA 2022 in Qatar: il Marocco e i nuovi equilibri mondiali

Comunque vada a finire la coppa del mondo del Qatar, la presenza in semifinale del Marocco, prima volta per una squadra africana, rappresenta un cambiamento storico, non rubricabile a un evento solamente sportivo.

È innanzitutto il simbolo del riscatto di un continente. Non a caso l’Africa tifa compatta per il Marocco, come anni fa aveva tifato Camerun, Senegal o Ghana quando erano arrivati ai quarti di finale. È un segno di equilibri mondiali che si modificano, e che peseranno sempre di più in futuro, economicamente, demograficamente (la Nigeria si avvia a superare gli USA come terzo paese più popoloso del mondo…) e anche politicamente.

Più in specifico, è un riscatto anche del mondo arabo, dove pure si gioca il mondiale, anche contro i paesi suoi ex-colonizzatori: nel caso dell’ex-colonizzato Marocco, battendo direttamente la Spagna, che nel territorio marocchino mantiene le enclaves neo-coloniali di Ceuta e Melilla, il Portogallo (proprio a Ceuta ebbero inizio le guerre marocchino-portoghesi, 600 anni fa), e andando ad affrontare la Francia, il colonizzatore più recente, il cui protettorato sul Marocco ha retto fino a settant’anni fa. Questa solidarietà interna al mondo arabo si è vista anche con la bandiera palestinese esibita dalla nazionale marocchina e da molti tifosi, a ricordare una ferita ancora aperta, che in occidente si tende a dimenticare, ma che nel mondo arabo è vivissima. Non stupisce che ovunque, nei paesi arabi, si tifi Marocco.

È un riscatto anche, in certo modo, dell’islam. I giocatori del Marocco hanno pregato sul terreno erboso dei campi di calcio mondiali, in direzione della Mecca, e anche questo fattore gioca un ruolo sullo scacchiere globale, nei paesi musulmani ma anche tra gli emigrati in paesi occidentali, dove l’islam è spesso malvisto, e non solo a causa del terrorismo. Re Mohamed VI appartiene a una dinastia che reclama una discendenza diretta dalla famiglia del Profeta, e questo è parte importante della sua legittimazione, che si sta attuando anche con una accorta politica di finanziamento di luoghi di culto e di formazione religiosa rivolta a imam e predicatori di tutta l’Africa (e della diaspora occidentale), in concorrenza e contrapposizione con l’islam radicale e salafita.

Riscatto, inoltre, del Marocco stesso, che da molto tempo persegue, con sempre maggiore successo, un ruolo di leadership – innanzitutto economica, attraverso oculati investimenti in sviluppo e infrastrutture – per tutta l’Africa, con particolare attenzione a quella subsahariana. Un ruolo da grande potenza regionale, al contempo in dialogo e collaborazione con l’Unione Europea. Quello che noi chiamiamo Marocco, in arabo maghrib, vuol dire occidente, e questa è dopo tutto la sua collocazione geografica, ma anche il ruolo di tramite che si è scelto, come paese in tumultuosa crescita economica, ma anche attore di una transizione politica che lo porta verso una sempre maggiore democratizzazione e libertà sostanziale.

Riscatto, infine, degli immigrati marocchini in Europa, della cui presenza straniera costituiscono una parte importante (in Italia sono oltre 400mila, terza componente dopo rumeni e albanesi). Non stupisce che sia così. Anche quando l’Italia vinceva contro altri paesi europei in cui erano stati accolti ma anche spesso maltrattati, gli italiani in essi emigrati avevano un motivo in più per gioire. Certo, qua e là c’è stata qualche inaccettabile intemperanza di troppo nel manifestare la propria soddisfazione (anche se, come in Italia, molto inferiore alle intemperanze contro i marocchini). Un surplus di rabbia, o un segnale di malessere, che in paesi come Francia o Belgio è anche una comprensibile protesta contro una integrazione non sempre riuscita, e una marginalizzazione di fatto che questi paesi hanno lasciato crescere nelle loro banlieues, pur in mezzo a evidenti successi di integrazione (a Bruxelles il nome più diffuso, alla nascita, è Muhammad). Ma l’argomento lanciato da qualche politico di destra, come Eric Zemmour, “in Marocco sono scesi nelle piazze pacificamente, in Francia ci sono stati tafferugli” (anche se risibili rispetto alla grande maggioranza di gioia civilmente espressa) rischia di essere scivoloso: più una constatazione di incapacità e impotenza della Francia rispetto al Marocco, dopo tutto. E peraltro le stesse persone, se non ci fosse stato il Marocco a giocare, avrebbero tifato per il paese in cui vivono. Come gli emigranti italiani all’estero quando non gioca l’Italia, dopo tutto.

 

Il riscatto del mondo arabo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 dicembre 2022, editoriale, p.1

Quella strana idea di libertà – Su POS e contante

Le discussioni intorno all’innalzamento del limite per pagare in contanti, e ancor più rispetto al diritto di non accettare pagamenti con il POS, ci dicono molto, su chi siamo e chi vogliamo essere.
Sgombriamo il campo dall’aspetto politico-elettorale, che forse è il meno interessante. Certo, le clientele vanno risarcite: la possibilità di rifiutare il POS sotto i 30 euro soddisfaceva in particolare i taxisti (la maggior parte delle corse è al di sotto di quella cifra), e i negozi di prossimità, l’averlo portato a 60 soddisfa anche i ristoratori, i balneari (già graziati dal non dover sopportare una fastidiosa libera concorrenza) e qualche altro, mentre l’innalzamento del tetto al contante, in generale, chi lavora più facilmente in nero. Peraltro, queste misure vanno incontro a delle minoranze nelle categorie citate, e non tengono conto degli onesti che si sono adeguati alla normativa e che il POS lo usano volentieri, perché semplifica la vita e la contabilità di chi non ha alcuna intenzione di evadere, diminuisce il rischio di rapine, ecc. E sgombriamo il campo anche dall’aspetto tecnico: se le commissioni bancarie sono eccessive, ci sono mille modi per intervenire su questo e farle scendere.
No, l’aspetto più interessante è, diremmo, antropologico. Parla della libertà di alcuni, e non di altri: per dire, se il commerciante ha diritto di non accettare pagamenti con il POS, questo equivale a impedire l’esercizio della libertà del cliente di scegliere lui quale mezzo di pagamento usare. Ma la libertà del cliente pare meno rilevante… Tra l’altro, la battaglia diventa ideologica, e quindi fuorviante: tra chi teme, ovviamente a torto, che l’obbligo per le attività economiche di avere un POS impedisca alle persone di usare il contante, piangendo sui destini di poveri anziani incapaci di usare il bancomat (cosa risolvibile con un minimo di alfabetizzazione digitale, e che dà l’idea di quanto questo sia un paese quasi solo per vecchi), e chi giura di rifiutare di entrare in un esercizio dove non lo si accetta, e pretende l’obbligo per gli esercenti di apporre un cartello all’esterno, minacciando di girare solo con banconote da 100 euro anche solo per pagare un caffé. Per forza si finisce alle accuse estremiste: agli uni di essere servi delle banche con un chip nel cervello, agli altri di essere tutti evasori.
Poco importa il merito. Ad esempio che nel mondo sviluppato il contante sia in corso di sparizione, e che – senza andar lontano (a Singapore o in Corea) – in tutto il nord Europa non solo qualsiasi baracchino di street food e persino musicista di strada abbia il POS, ma che addirittura nei musei e in molti uffici pubblici sia possibile “solo” pagare con una carta, facendo risparmiare e semplificando anche la vita delle stesse strutture amministrative coinvolte, a vantaggio di tutti (a noi invece tocca ancora uscire dall’ufficio, pagare in contanti la marca da bollo dal tabaccaio, poi in posta il bollettino, infine tornare in ufficio se non ha chiuso nel frattempo). O che sia davvero dura spiegare ai turisti stranieri la ratio di queste restrizioni all’uso delle carte, alle prossime vacanze (e bisognerà vedere se torneranno, o se non preferiranno andare dove gli si rende la vita più facile).
Inutile anche elencare i vantaggi del denaro elettronico: non dover continuamente far rifornimento al bancomat (che anche quello ha le commissioni, peraltro, cosa che dimentica chi condanna le commissioni delle carte), non rischiare furti e smarrimenti, tenere comoda traccia delle spese. È diventata una battaglia di principio, astratta, quasi del tutto priva di fondamento empirico. Lo dimostra anche la frequente sovrapposizione tra profili anti bancomat e pro contante, e profili no vax e no tutto. Dietro c’è la stessa malsana, malintesa, infantile idea di libertà: non come virtù civica, da contemperare con il bene di tutti, ma come libertà di fare quello che aggrada, in fondo di menefreghismo. Un po’ come la libertà di costruire dove si vuole, anche in zona a rischio: tanto poi arriva la sanatoria, e se succede qualcosa, magari anche il finanziamento per ricostruire nello stesso posto. Ricchi o poveri, a quanto pare, ci sentiamo tutti come il rivoluzionario Guy Fawkes, ma siamo invece tutti Marchesi del Grillo.

 

Una strana idea di libertà, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 1 dicembre 2022, editoriale, p.1

Vent’anni di cambiamenti tecnologici e sociali

Il nostro mondo, il mondo in cui viviamo, è interamente figlio degli ultimi vent’anni. Per accorgersene basta mettere in fila un po’ di date. L’oggetto che usiamo per un maggior numero di ore ogni giorno, e il più indispensabile, lo smartphone, ha giusto un ventennio (il suo modello più iconico, l’iPhone, è del 2007), e dal 2014 il numero di telefoni mobili in circolazione supera quello della popolazione mondiale (nel frattempo arrivata a 8 miliardi). Il principale motore di ricerca del mondo, Google, è del 1997, ma è diventato tale nel 2000, e ha introdotto i suoi servizi più popolari, da Gmail a Google Maps, negli anni successivi. Il principale e più consultato, nonché gratuito, deposito di sapere esistente, Wikipedia, è del 2001. La comunicazione a distanza cambia con Skype nel 2003. Facebook inventa il primo grande social network nel 2004, Twitter è del 2006, Whatsapp del 2009, Instagram e Pinterest vengono lanciate nel 2010. Del 2010 è anche il primo tablet, con iPad. Il più grande negozio del mondo, l’everything store Amazon, è sì fondato nel 1994, ma ha trasformato davvero le nostre vite nell’ultimo ventennio, ed è del resto sbarcato in Italia solo nel 2010. Pensiamo alle piattaforme globali che trasformano produzione e consumo di video, musica e film: YouTube è del 2005, Netflix è del 1997 ma introduce lo streaming dal 2007, Spotify del 2006 ma è lanciata internazionalmente dal 2010. Tripadvisor, che ha cambiato il modo di viaggiare, è diventata operativa nel 2000. Airbnb, una app che da sola ha cambiato la configurazione delle nostre città più di ogni altra cosa, è del 2008. Uber, che ha un impatto simile nel trasporto, è del 2009. Tinder, che trasforma il modo di incontrarsi, è del 2012. Persino la consegna del cibo a domicilio, un’attività antica quanto l’uomo, si trasforma completamente con le prime compagnie di food delivery globali: Deliveroo nel 2013, Glovo nel 2015. Continuiamo, in altri ambiti. Del 2008 è l’invenzione della Blockchain, e la prima criptovaluta (che ne costituisce il principale effetto), il Bitcoin, è del 2009. Il computer quantico, che dovrebbe farci fare un salto interstellare nella rapidità e complessità di calcolo, è del 2019. Con le implicazioni che conseguono. Anche qui basta un elenco casuale di parole spesso nuove, per comprendere l’entità del cambiamento in cui siamo immersi: intelligenza artificiale, 3D, esoscheletri e protesi tecnologiche al corpo, realtà virtuale, riconoscimento facciale, internet delle cose, crowdfunding, cloud, touchscreen, e le rispettive applicazioni, dalla mobilità all’energia, dalla ricerca spaziale alla medicina. La durata media della vita viaggia verso l’indefinitezza (ha già superato abbondantemente i novant’anni per chi nasce quest’anno), allontanando progressivamente la morte – il tutto, naturalmente, solo per le società ricche, e al loro interno per le fasce più ricche di popolazione. Ma pensiamo a fenomeni trasformativi puramente sociali: il riconoscimento dei matrimoni omosessuali (il primo paese a farlo è stato l’Olanda nel 2001) e dell’eutanasia (sempre in Olanda nel 2002), i passi da gigante nella parità di genere a tutti i livelli, le trasformazioni stesse dell’idea di famiglia, la progressiva fluidità di identificazioni – come quelle di genere – una volta percepite come univoche, la separazione dell’idea di fecondazione da quella di corpo e natura.

È cambiato tutto, in poco tempo. E si sono costruite le premesse per cui tutto possa cambiare ancora di più, sempre più rapidamente. Abbiamo persino acquisito una meta-abitudine al cambiamento, che è il contrario di quanto avvenuto fino ad ora, nelle ‘epoche lente’, in cui l’evoluzione anche tecnologica era rallentata e controllabile. Con il risultato che oggi persino la trasmissione di conoscenze e il processo di socializzazione passano sempre meno di generazione in generazione, dai padri ai figli e dalle madri alle figlie, attraverso l’imitazione, e sempre più sono il prodotto del confronto tra pari, o provengono da altre agenzie di socializzazione, esterne ai legami primari e lontane da esse.

Certo, non tutto il mondo cambia allo stesso modo, alla stessa velocità, e con le stesse opportunità (anzi, le diseguaglianze si stanno approfondendo: tra stati, e interne agli stati – di fatto, anche tra individui e imprese). E tutto questo ci coinvolge come utenti e come spettatori, ma solo in minima parte il nostro piccolo pezzo di mondo è parte attiva di questo processo. Nondimeno le conseguenze dei processi globali sono comunque locali, anche in quelle che credevamo le nostre radicate specificità culturali: per dire, il ruolo della chiesa nell’orientare i valori e il comportamento delle persone (di fatto, ormai residuale, o comunque in condominio con molte altre agenzie valoriali), le trasformazioni della famiglia (ormai non più stabile, indefinita nei suoi confini, ridotta in dimensioni al punto che la metà dei nuclei familiari è composta da una persona sola), la presentificazione degli orizzonti (con la perdita del collante sociale e dell’impegno politico, ma anche della propensione al risparmio, che qui era un valore radicato), le traiettorie lavorative, i comportamenti sessuali, la maggiore mobilità, ecc.

Viviamo nell’epoca della scelta, della riflessività radicale, dell’opportunità, anche: tutto può sempre essere diverso da come è, in potenza, sempre meno cose provengono dal passato e dalla tradizione, ogni percorso è autonomamente progettabile, non lineare e reversibile. In questi processi ci siamo immersi, e ci trasformano, anche quando non ne siamo parte attiva. Naturalmente, la sfida vera che abbiamo di fronte è tra il subirli, l’indirizzarli e il produrli. Vale per tutti: famiglia, impresa, sistema dell’istruzione, politica, sociale. E per tutto.

 

Negli ultimi decenni è nato il mondo nuovo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, inserto speciale ‘Corriere del Veneto – 20 anni’, p. 5

L’errore di imporre il dialetto a scuola

Con un tempismo che sembra fatto apposta per mettere in difficoltà i promotori dell’autonomia differenziata, proprio mentre se ne sta finalmente discutendo operativamente, c’è chi ripropone l’insegnamento obbligatorio (non facoltativo, obbligatorio) del dialetto veneto nelle scuole fin dalla materna, la possibilità di sottoscrivere accordi con la Rai, e la sua introduzione nelle “emittenti radiotelevisive locali, anche a tal fine appositamente costituite” (e già ci immaginiamo a quali clientele e sperpero di denaro pubblico apre tutto ciò).

Ora, non solo si tratta di una battaglia di retroguardia, ma è proprio sbagliata nel merito, e controdeduttiva nelle sue conseguenze.

La lingua veneta (chiamiamola pure così, con tutta la dignità che l’espressione comporta: siamo consapevoli che un dialetto è una lingua che ha perso sul piano storico, e una lingua è un dialetto dotato di un esercito) è vivissima. Si tratta della lingua minoritaria più diffusa e più parlata in Italia. La usano tanto i ceti popolari che le classi colte, come in passato plebe e aristocrazia, la si sente parlare dagli operai e dai loro datori di lavoro, fa capolino tra i liberi professionisti e tra gli studenti, e naturalmente in politica. È una forma di riconoscimento, e una cultura, che si tramanda di generazione in generazione, e riesce a trasmettersi perfino agli immigrati e ai loro figli, oltre che a permanere tra i nostri emigranti. A testimonianza del fatto che è una lingua forte, fortissima. Il tutto, senza essere mai stata insegnata a scuola: il che probabilmente significa che non ne ha bisogno. Anche perché – e non è un dettaglio insignificante – permea la cultura orale, che è la vera sorgente della sua forza e ricchezza, ma non è quasi mai utilizzata nello scritto, né ha una vera e diffusa tradizione in proposito: la maggior parte dei veneti che la parlano non la sa scrivere, non sente il bisogno di farlo, e se la scrivesse lo farebbe in forme tanto diverse da risultare non omologabili (per ironia della sorte, fu proprio l’umanista veneziano Pietro Bembo a far propendere per la scelta del toscano di Petrarca e Boccaccio come lingua scritta nazionale). Per inciso: non esiste un dialetto veneto, ma molti, non solo con inflessioni, ma persino con un lessico diverso (e in più ci sono varianti che contengono prestiti dal lombardo o dal ladino). Renderlo obbligatorio, imponendo una forma scritta omogenea e uguale per tutti, significherebbe di fatto operare un falso storico: inventare una lingua che non c’è, irrigidire in uno scritto implausibile un orale che è invece dinamico e in continuo movimento, e persino impoverirlo. Poi, naturalmente, ci sono i piccoli ma costosissimi dettagli pratici dell’operazione. Bisognerebbe, una volta inventato il veneto standard, assumere gli insegnanti, formarli, creare i libri di testo: il tutto, a che pro? Questa ossessione per il dialetto (che sarebbe al contempo, come visto, una sua mortificazione) rischia di trasformarsi in una eterogenesi dei fini: per usare la definizione di fanatismo di George Santayana, “raddoppiare gli sforzi quando si è dimenticato lo scopo”.

C’è un altro dettaglio non insignificante. L’insegnamento del veneto sarebbe una forma di discriminazione (e una inutile fatica in più) per tutti i figli di persone che in regione non lo parlano e non lo vogliono parlare: residenti da altre regioni, immigrati da altri paesi, ma anche i moltissimi veneti che non sentono il bisogno di farne uso (si stima che i parlanti una qualche variante del veneto siano meno della metà della popolazione regionale).

Ragioniamo anche un po’ più largo: questo renderebbe più attrattivo venire in Veneto a vivere e a lavorare? Sarebbe utile, vantaggioso? Forse la cosa migliore sarebbe chiederlo ai veneti, invece di pretendere di parlare a nome loro. Scopriremmo probabilmente che i diretti interessati non sono affatto d’accordo: le famiglie, il mondo della scuola, le categorie professionali, i mass media (tranne quelli che volentieri si adatterebbero a far marchette con i soldi dei contribuenti). Più costi (possiamo dire anche schei invece che denaro, il succo è lo stesso), più burocrazia, più clientelismo: siamo sicuri che è quello che vogliamo? Tutelare l’identità culturale (dal paesaggio alle tradizioni, dall’arte alla cucina, dai centri storici alla lingua) è sacrosanto. Ma non si fa con obblighi antistorici: semmai con politiche culturali che sappiano coinvolgere e invogliare. Come sempre, funziona assai meglio la seduzione che l’imposizione: solo che, per metterla in atto, bisogna essere capaci di esercitarla. Il Veneto come regione, e il veneto come lingua e come cultura, sono forti di loro: non hanno bisogno di stampelle che assomigliano pericolosamente a gabbie. Semmai, avrebbero da guadagnare in apertura e in proiezione verso il mondo (anche portando la cultura veneta, oltre che le sue eccellenze produttive, all’estero), piuttosto che in contemplazione del proprio ombelico.

 

Dialetto a scuola, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 19 ottobre 2022, editoriale, p.1