Gli schieramenti pregiudiziali di Voghera

Da un lato la vittima perfetta: fastidioso, occasionalmente violento o comunque attaccabrighe, spesso alticcio, considerato un pericolo (anche solo perché orinava per strada o faceva apprezzamenti pesanti alle ragazze anche minorenni). La persona che nessuno di noi vorrebbe trovarsi sotto casa o al bar che frequenta. Per giunta straniero, immigrato, marocchino. Tutto, tranne che una figura difendibile, quindi: semmai il prototipo del rompiballe emarginato, ‘contro’ cui è facile identificarsi.

Dall’altro il colpevole che ci viene spontaneo considerare innocente: l’irreprensibile cittadino che vuole solo un po’ più di ordine e migliorare la vita degli altri, avvocato noto in città, con contatti professionali con le forze dell’ordine, seppure con l’abitudine inconsueta di girare armato e col colpo in canna, anche se non ne ha motivo, non correndo rischi personali o avendo subìto minacce. Un po’ giustiziere della notte su dimensione provinciale (gli amici commercianti lo chiamano se ci sono grane), un po’ aspirante supereroe: uno ‘con’ cui, a molti, viene altrettanto facile identificarsi. Figure assimilabili alla sua sono presenti anche dalle nostre parti, con amministratori “sceriffi” (che come lui si compiacciono di considerarsi tali: ignorando che la parola “sharif”, nella lingua della vittima, significa nobile, eletto) che hanno il porto d’armi, amano le ronde, e incidentalmente detestano gli immigrati, specie se importuni.

È questo il quadro che emerge dalle descrizioni di quanto accaduto a Voghera: la morte di un immigrato marocchino a causa di un proiettile sparato dalla pistola di un assessore leghista. Che, detta così, sembra una sceneggiatura persino banale.

Non ci interessa discutere il reato commesso, su cui non sappiamo e non possiamo né dobbiamo dire nulla, perché non è compito nostro. Se si tratti di eccesso colposo di legittima difesa, omicidio volontario o altra fattispecie di reato, lo deciderà la magistratura.

E non ci interessa la strumentalizzazione politica: il partito di appartenenza dell’assessore e la nazionalità della vittima (non a caso i suoi compagni di partito già hanno deciso che è innocente e i suoi oppositori che è colpevole; chi non ama gli immigrati che è innocente, chi li difende che è colpevole). L’essere diventati bandiera, che si tratti dello sparatore o dello ‘sparato’, è in un certo senso una complicazione non necessaria. E anzi, la strumentalizzazione a difesa dell’assessore che già monta finirà per giustificare, inevitabilmente, l’accusa di xenofobia contro di lui: fosse stato un cittadino italiano, nelle condizioni della vittima, la reazione sarebbe stata la stessa?

Altre cose, invece, ci interrogano di più: forse perché vanno oltre i protagonisti della vicenda, o perché sono dettagli che illuminano altre domande. Perché un assessore (che non è minacciato dalla mafia, e in una città che non è certo Los Angeles) gira armato e col colpo in canna, e se ne fa vanto, o almeno ostentata abitudine? Perché questo viene apprezzato dai suoi sostenitori, e non stigmatizzato dai suoi colleghi di governo? Da cosa discende quest’idea – forse questa granitica presunzione – di essere nel giusto perché si colpisce qualcuno che si presume non lo sia? Perché di fronte a un uomo ferito, che sarebbe morto di lì a poco, si sente il bisogno di chiamare la polizia e non anche il pronto soccorso? E come ci si sarebbe comportati a parti invertite: diciamo un marocchino sbandato che spara e uccide un assessore leghista che lo aveva aggredito? Come avrebbe reagito la politica, come se ne parlerebbe nei bar?

E ancora: perché si è arrivati a quest’atto finale? Cosa c’era (o cosa non c’è stato e avrebbe dovuto esserci) nel mezzo, che non ha funzionato? Perché la vittima era solo mal sopportata e non anche presa in carico, magari curata? Cos’hanno fatto o non hanno potuto o saputo fare i servizi sociali della giunta cui l’assessore apparteneva, o altre, poco importa?

Passi pure che sia stata, come si dice spesso in questi casi, una tragica fatalità. Ma forse uscire dalle estremizzazioni e dagli ideologismi, dalle difese e dalle accuse d’ufficio, ci aiuterebbe a farci almeno delle buone domande, senza pretendere di trovare subito delle soddisfacenti risposte.

 

Gli eserciti schierati a Voghera, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 25 luglio 2021, editoriale, p.1

Perché gli insegnanti (e altri) si devono vaccinare

Sono un insegnante, e un dipendente pubblico. Sono vaccinato. E credo dovremmo esserlo tutti. È per me motivo di orgoglio sapere che la stragrande maggioranza dei miei colleghi ha fatto la stessa scelta. E motivo di scandalo che una quota ancora troppo ampia non la faccia. Per questo trovo corretto ragionare su forme di incentivazione e di obbligo vaccinale.

La scuola è un servizio pubblico essenziale, indispensabile, ma prima ancora è un diritto, faticosamente acquisito nel tempo e costituzionalmente garantito. Ma è anche il settore (e bambini e ragazzi, la fascia di età) che ha pagato il prezzo più alto, in termini di chiusure, a seguito della pandemia. È impensabile che gli insegnanti, potendo (quindi esclusi coloro che hanno seri e dimostrabili problemi di salute), non si vaccinino. Tanto più nella scuola dell’obbligo, dove non si può pensare di vaccinare i ragazzi (non esistono ancora nemmeno vaccini per gli under 12); ma vale anche per ragazzi di altra età e nelle scuole di altro ordine e grado (anche se molti già si stanno vaccinando, avendo maturato contezza del problema: io stesso ho un figlio di quindici anni che ha scelto consapevolmente di vaccinarsi, e come genitori abbiamo condiviso la sua volontà).

Gli operatori sanitari, come noto, sono già obbligati a vaccinarsi. Credo che non solo gli insegnanti, ma tutte le categorie a contatto stretto con il pubblico – e tanto più se in servizi pubblici o pagati con denaro pubblico (dai magistrati agli addetti ai trasporti agli impiegati) – dovrebbero essere sottoposti a un trattamento simile, visto che siamo in presenza di un problema di salute pubblica. E che il servizio pubblico si fa carico di tutti, senza distinzioni e senza sovrapprezzi, come giusto che sia, quando si tratta di affrontare la diffusione della malattia e le sue conseguenze, oltre a farsi carico gratuitamente del vaccino. Se non con l’obbligo vaccinale esplicito, a cui non sarei contrario per principio, con altri mezzi cogenti e stringenti.

Sono abituato a rispettare forme di pensiero divergente e obiezioni di coscienza. Fin da quando ho scelto di essere – molti anni orsono – obiettore di coscienza al servizio militare. Ma sono abituato a pensare che le scelte di principio abbiano un prezzo, e valgano precisamente per questo. Nel mio caso, il rischio era di passare un equivalente periodo in carcere militare: allora avevo pensato di correrlo (anche se poi il ministero della difesa ha accettato la mia motivatissima domanda, e ho svolto un servizio civile, di lunghezza maggiore). Nel caso di cui stiamo parlando, il prezzo è inferiore. Essere destinato ad altre mansioni, se possibile: cercarsi un altro lavoro, se non possibile. O almeno accettare un periodo di sospensione dal lavoro senza stipendio e senza la maturazione di altri diritti collegati (anzianità, progressione di carriera, ecc.), finché la pandemia non sarà passata. Peraltro, penso che questo principio dovrebbe valere anche per altre forme di obiezione di coscienza (ad esempio, l’esclusione dai concorsi negli ospedali pubblici dei medici obiettori all’aborto, se servono ginecologi per i quali l’aborto è uno dei compiti). Del resto, chi non si vaccinerà pagherà comunque consapevolmente un prezzo, e accetta di farlo: nell’esclusione da eventi specifici, viaggi, residenze, vacanze, paesi, e dal moltiplicarsi della necessità di tamponi a pagamento (mentre il vaccino è gratis…) – non si capisce perché questa logica, accettata in altri settori, dovrebbe escludere la sfera lavorativa, tanto più in servizi pubblici essenziali.

Detto questo, per la scuola si aprono altre questioni. È giusto responsabilizzare i docenti (e indirettamente genitori e ragazzi) sulla vaccinazione. Ma ci si aspettano doverosi interventi almeno negli ambiti in cui la scuola ha competenza diretta: sugli impianti di ventilazione e di filtraggio dell’aria (o davvero immaginiamo che i ragazzi potranno stare in aula tutto l’inverno con le finestre aperte?), e sul potenziamento degli strumenti legati alla didattica a distanza (e la relativa formazione dei docenti, nonché la distribuzione di pc e tablet agli studenti che non ne dispongono) nel malaugurato caso in cui si sia obbligati a rinunciare, per qualche periodo, alla didattica in presenza. Ambiti in cui si è fatto ancora troppo poco: da parte delle scuole e delle istituzioni di governo nazionale e locale.

 

Perché non si può dire di no, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, “Corriere di Verona”, 9 luglio 2021, editoriale, p. 1

 

Fedi e politiche. Per rinnovare un dibattito invecchiato male

Il Forum di Limena mi ha chiesto una riflessione sul rapporto tra fede e politica.

Di seguito la mia risposta.

 

FEDI E POLITICHE

Per provare a rinnovare un dibattito invecchiato male

 

 

Ho fatto in tempo a vivere il fervore delle discussioni su “fede e politica” negli anni ’70 e ‘80. Conservo ancora un po’ di testi su questo tema, con questo esatto titolo (che non ho mai più sentito il bisogno di prendere in mano, e non lo farò ora). E non riesco a sfuggire alla sensazione che si tratti di un dibattito – come molti di quei tempi – irrimediabilmente datato. Non vecchio di quarant’anni, ma proprio di un altro evo (del resto, di un altro secolo si tratta). Lontanissimo…

Datato nella terminologia, nella solidità quasi ‘rocciosa’ che attribuisce presuntivamente alle categorie in questione. E anche per l’essere un tema quasi esclusivamente declinato al maschile. Che è il genere tuttora dominante nel mondo cattolico (inteso come gerarchia e funzionariato), nella teologia che pensa la politica, e anche nella politica (poca e poco profonda) che pensa la religione. Lo è statisticamente, percentualmente. Ma ho anche la sensazione che lo sia nella predilezione per temi totalmente astratti e quasi sempre disincarnati – cartesiani, mi viene da dire (“fede e politica” è tipicamente uno di questi temi). Ma Cartesio era quello che diceva cogito ergo sum quando sappiamo che nella vita è esattamente il contrario, per dire. Un filosofo, anche lui, tutto al maschile, oltre che maschio.

Dico questo per spiegare perché, quando sono stato invitato a riflettere su questo tema, ho subito accettato, ma anche contemporaneamente pensato che non avrei avuto molto da dire. O che, almeno, la pars destruens avrebbe preso decisamente il sopravvento sulla pars construens.

 

Cominciamo dai termini. Usare il singolare significa usare il retrovisore. Non posso riassumere qui lunghi processi in poche frasi (ho scritto parecchio di queste cose, visto che l’essere un sociologo delle religioni è uno dei miei mestieri). Ma possiamo e dobbiamo almeno dire che secolarizzazione, privatizzazione del religioso e pluralizzazione dell’offerta non sono passati invano. Né per la fede né per la politica, che è bene a questo punto cominciare a declinare entrambe al plurale.

 

Le fedi: perché il pluralismo interno al mondo cristiano, e ancora di più quello esterno, insieme alla soggettivizzazione del rapporto con il religioso, hanno di fatto reso sempre più frequenti nella nostra vita pratiche che non si riducono alla scelta tra essere credenti oppure no. Si può credere senza appartenere (e persino il contrario…), ci si può costruire di fatto, senza nemmeno accorgersene, la propria religione sulla base di elementi disparati raccolti lungo la strada (supermarket delle religioni, fai da te: un po’ di reminiscenze cattoliche, l’oroscopo, lo yoga, i cristalli, la guarigione attraverso l’imposizione delle mani, la cristalloterapia, la meditazione zen, il guru orientale e il santo cristiano…), si possono adottare processi di inclusione o di contaminazione (sono cattolico ma credo anche nella reincarnazione, o qualcos’altro), e ci si può convertire (e de-convertire) anche più volte (tanto per far capire che non è così strano, un venerato maestro della chiesa come sant’Agostino si è convertito al manichesimo e poi al neoplatonismo prima di approdare al cristianesimo) – e tutto questo lo si può fare in maniera intermittente e reversibile, e di fatto caratterizza la vita di molti noi, e sempre più dei nostri figli.

 

Le politiche: perché si comportano allo stesso modo, se sono “fedi laiche”, e finiscono per essere ancor più soggette alla logica della frammentazione se non lo sono (e di solito non lo sono più). Il rapporto del cittadino con le forze politiche è più debole, comunque meno fideistico (c’è meno credenza, e ancor meno appartenenza), spesso è mediato dal leader e passa attraverso di lui (e come ci si innamora, magari intensamente, con la stessa frequenza ci si disamora), c’è una notevole volubilità di opinioni, da parte delle stesse leadership, senza che questo incrini minimamente l’appartenenza, per i militanti, ma anche sempre meno militanza (una quota sempre più ampia di votanti oltre tutto decide in cabina elettorale). Dunque, anche in politica tutto vive uno statuto provvisorio e reversibile: a cominciare dalle stesse forze politiche, che hanno una durata sempre più breve, con ovvie conseguenze sulla fidelizzazione del voto (io per esempio nella mia vita sono stato iscritto a tre partiti, per lo più tuttavia non sono stato iscritto a nessuno, e ho simpatizzato e votato per almeno un paio d’altri – la stragrande maggioranza delle persone, di “fede” o meno, non si iscriverà mai a nessuno).

 

Non che non ci sia motivo di collegarle, allora, fede e politica: c’è sempre. Ma bisogna prendere atto che vanno declinate al plurale, e il cambiamento di opinioni è la nuova normalità, come lo è la mancanza di appartenenze stabili e dunque di comunità significative di riferimento. E non sono affatto convinto che sia necessariamente un male, un regresso, un passo indietro. Non solo, fedi e politiche pesano meno nella vita delle persone: tranne in quelle che hanno scelto professionalmente l’uno o l’altra, o tutt’e due. Perché ciascuno ha altre identità e appartenenze di riferimento significative (il sociale, la famiglia, la professione, il volontariato, i gruppi di simili perché interessati alle stesse cose, che siano hobbies, sport, ecologia o quant’altro). E quelli per cui sono determinanti le due di cui stiamo parlando sono una minoranza, di fatto un ceto di specialisti: con il rischio che il gergo con cui ci si esprime sia poco appetibile per il resto del volgo. Di fatto, è spesso più interessante coniugare le fedi con altre cose (prendiamo ad esempio la preoccupazione per l’ambiente) o le politiche con altre cose, che non fede e politica tra loro.

Di più, l’esperienza che tutti oramai facciamo, fin dai banchi di scuola o dai luoghi di lavoro, della pluralità (esperienze che fanno meno proprio le identità religiose e politiche, che tendono ad essere escludenti e a chiedere una militanza totalizzante, anche se pochi poi la praticano effettivamente), ci ha resi meno inclini a credere che i “nostri” siano necessariamente migliori degli altri, e che il semplice fatto di essere dei “nostri” non è per nulla una garanzia di comportamento migliore. Troppe controtestimonianze non ci consentono più una fiducia cieca, e neanche miope: occorre mettersi gli occhiali, se del caso, e non fidarsi di nessuno a scatola chiusa.

 

Faccio due esempi. Uno sul lato della politica: la Banca d’Italia – che è stata ed è per fortuna ancora un’istanza etica e una fondamentale riserva valoriale della repubblica (probabilmente la principale del nostro paese), dalla quale abbiamo attinto diversi tra i migliori nostri politici (ed è indicativo: gente cresciuta a fare conti, non a disquisire di valori). Direi che i momenti migliori li ha vissuti in mano a laici laicissimi, o a cattolici assai discreti: quando è finita in mano a pii teoreti, che amavano farsi vedere in compagnia di porporati, ha dato il peggio di sé e ha avuto uno sbandamento che ha rischiato di minarne radicalmente la credibilità. L’altro, sul lato della fede: penso ai ‘cappellani del parlamento’ – bravissimi nelle pubbliche relazioni e nell’organizzare incontri e pellegrinaggi in cui soprattutto i laici potevano ostentare la loro vicinanza, salvo la totale incapacità di aver fatto crescere una leadership cattolica presentabile, per non parlare di qualcosa che potesse assomigliare a una politica cristiana, qualunque, ma proprio qualunque cosa possa voler dire quest’espressione.

 

Quanto precede probabilmente spiega perché vivo una lontananza radicale da questo dibattito, e riesco a suggerire solo una soluzione individuale. Sia cattolico (o altro) chi lo è o si sente di esserlo, faccia politica chi vuole o pensa di poter dare un contributo, la faccia con chi c’è cercando di incrociarle come meglio riesce la sua attività con il fondamento delle sue radici valoriali. E addio nominalismi, addio retorica, basta ambigui pseudoriconoscimenti sulla base di un’appartenenza che, anche per i praticanti (e molti di noi lo sono a periodi alterni, peraltro – e trovo non ci sia nulla di male in ciò), non è più solida come in passato. E i luoghi di incontro, a prevalenza laica o cattolica (preziosissimi: tra questi anche quello che ci ospita) siano un contributo alla costruzione di un supplemento d’anima: meglio per temi che per princìpi. Esercitandosi empiricamente a fornire soluzioni. Che, si scoprirà, sono fondate anche su valori. Ma il confronto avvenga lì, non sui valori in sé.

 

Nel concreto. Ogni tentativo di creare una forza politica centrista, qualunque cosa significhi, per iniziativa di una rete di cattolici trasversali alle appartenenze partitiche, è in quanto tale destinato a fallire. Qualunque progetto potrà nascere solo in presenza di una qualche leadership carismatica – che in questo momento nel mondo cattolico impegnato in politica non si vede, domani può darsi, ma non è detto – e del sostegno di una base di interessi che per definizione non potrà coagularsi intorno a un’appartenenza fortemente modificata nelle sue architetture organizzative e men che meno intorno a una fede inevitabilmente evanescente. Tradotto: dubito che in futuro si potranno eleggere persone in un ipotetico partito “valoriale” o nei vari partiti esistenti solo perché vicine al vescovo o a una qualche associazione. Dati molti precedenti in cui ho avuto occasione di incocciare, meglio così. Basta con l’essere cattolico come rendita, anzi sinecura, magari per fare meno fatica nel trovare consensi per la propria piattaforma politica. Non abbiamo nessuna garanzia che gli altri siano meglio, certo, ma almeno non avremo alcuna complicità nell’aver scelto il peggio.

Credo sia utile impegnarsi in politica (io lo faccio) – ognuno rispondendo al proprio foro interiore, non certo alla curia (o alla parrocchia, a livello locale), né al movimento di turno – dove ci si trova a proprio agio (e cambiando ‘parrocchia’ – l’espressione è significativa – se non ci si sente più a proprio agio: ho fatto anche questo). Nessuna predilezione particolare per nessuna forza politica, quindi nessuna cogente indicazione di voto (che tanto non sarebbe rispettata), direi quasi nessuna esclusione, salvo alcune nette barriere valoriali (per dire, pur collocandomi personalmente in un campo che potremmo definire liberal-progressista, non vedrei affatto male la presenza di persone valorialmente solide nello schieramento di centro-destra: con cui collaborare non in quanto cattoliche, ma in quanto ragionevoli e che hanno maturato capacità dialogiche). E per il resto, buon lavoro, buona fortuna, con i compagni di viaggio che ciascuno troverà sul proprio cammino.

 

Stefano Allievi

Provvisorietà: cosa significa vivere senza legami stabili

Eravamo abituati a pensarci all’interno di storie di lungo periodo. L’amore di una vita, il lavoro stabile, la passione che ci accompagna – e con essi, una memoria storica sedimentata. Ma cosa succederebbe se le cose cambiassero, se vivessimo dentro percorsi meno lineari, rapporti più instabili, percorsi interrotti, maggiori discontinuità? E succederà?

È già successo, in realtà. Prendiamo la relazione per eccellenza, quella che dà il nome alle altre, e ne è l’idealtipo: l’amore di lungo periodo, e con esso la sua istituzionalizzazione – il matrimonio. Significativa, se non altro, perché è l’unica (a parte alcune adesioni di tipo religioso, come i voti) in cui ci si promette reciprocamente – o si lascia credere – che durerà indefinitamente (non così nei rapporti professionali, nell’appartenenza a una tribù metropolitana, nella pratica sportiva, e nemmeno nelle amicizie, o nelle passioni intellettuali).

Nel 1970, anno dell’introduzione della legge sul divorzio, il 98% dei matrimoni si celebrava religiosamente, con una formula che esplicita una promessa di fedeltà che solo la morte può spezzare. Dal 2018 i matrimoni religiosi calano per la prima volta al di sotto di quelli civili, nei quali la formula della promessa di durata non è esplicitata. E ogni anno il gap aumenta, con grosse differenze territoriali: nel Centro-Nord, che è anche l’area più abitata del paese, i matrimoni religiosi sono circa un terzo, al Sud le percentuali si invertono. Senza contare che questo avviene nel contesto di un calo complessivo della nuzialità (il più basso d’Europa) e un aumento delle coppie e delle convivenze di fatto, in cui non c’è alcun elemento contrattuale esplicitato.

Certo, c’è di mezzo un massiccio processo di secolarizzazione, e la diffusione di forme di religiosità non (o meno) istituzionalizzata. Ma anche una visibile ritrosia ad impegnarsi in percorsi di lungo termine, o addirittura di lunghezza indefinita. Lo stesso processo che è avvenuto nel mondo del lavoro, dove la linearità e il posto fisso hanno lasciato spazio ad un’ampia diversificazione di percorsi, un alternarsi di progetti, la possibilità (o l’obbligo, ma non va sottovalutato l’approccio culturale positivo rispetto a questa tendenza) di cambiare. L’innovazione tecnologica, il rapido succedersi delle mode, hanno del resto introdotto questo abito mentale nella nostra vita quotidiana, negli oggetti che acquistiamo e nella loro più rapida obsolescenza (eventualmente anche programmata – ma in complicità con una nostra già esistente propensione a cambiare), nelle nostre scelte, nei nostri hobby, negli sport che pratichiamo, nelle nostre opzioni valoriali, nelle opinioni politiche (non a caso cresce la percentuale di persone che sceglie chi votare direttamente in cabina elettorale, o comunque all’ultimo, e diminuisce la membership partitica, che si è fatta peraltro infedele – così come si è abbreviata la durata delle leadership e degli stessi contenitori politici): potevano rimanere escluse le nostre relazioni?

A questo aggiungiamo la mobilità sociale, la mobilità professionale e ancor più quella geografica, che ci spingono ad abbandonare e ri-creare nuove forme di relazioni, magari intense e coinvolgenti ma stabili solo finché serve o finché piace, fino al prossimo spostamento e al prossimo radicamento.

Infine, va tenuto presente il ruolo che in tutto questo ha il progressivo aumento della durata della vita. Che da un lato spinge in avanti nel tempo biografico alcune esperienze: prolungamento dell’obbligo scolastico e degli anni dedicati all’istruzione (finché non si capirà che deve diventare lifelong learning e intrecciarsi con l’attività professionale e altri tipi di esperienze, anziché costituire fasi successive e separate), e innalzamento dell’età del primo matrimonio (che ha raggiunto nel Centro-Nord i 37 anni per gli uomini e i 34 per le donne) che a sua volta spinge in alto quella della riproduzione. Dall’altro pone un interrogativo (che spesso rimane nel non detto, ma si insinua sottilmente nel nostro vissuto) sulla desiderabilità stessa di mantenere – in una vita che si avvia ad avere una lunghezza sempre maggiore – lo/la stesso/a partner, la stessa religione, lo stesso mestiere, la stessa meta per le vacanze, ecc.

Non è la fine dei rapporti stabili e di lungo periodo, delle scelte definitive, delle fedeltà inscalfibili: che continueranno ad esistere per una quota di popolazione, anche come elemento di desiderabilità sociale e culturale. Ma l’inizio della constatazione che si potrà scegliere tra l’una e l’altra cosa, e al limite praticare l’uno e l’altra in fasi diverse della propria vita. La constatazione – che è un fatto – che non c’è più un modello sociale unico da perseguire.

 

Senza legami stabili, in “Confronti”, luglio/agosto 2021, p. 38, rubrica “Il mondo se…”

“Torneremo a percorrere le strade del mondo” – Presentazione

Sabato 3 luglio, ore 18,30

Libreria Tarantola

Nell’ambito del Festival Vicino Lontano

“Torneremo a percorrere le strade del mondo” – Recensione Robinson

Robinson, “Repubblica”, 19 giugno 2021 . recensione di Marino Niola

robinson-recensione

 

https://www.utetlibri.it/libri/torneremo-a-percorrere-le-strade-del-mondo/

Torneremo a percorrere le strade del mondo – Recensione Marino Niola

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Robinson – supplemento Repubblica, 19 giugno 2021, pp.14-15

 

https://www.utetlibri.it/libri/torneremo-a-percorrere-le-strade-del-mondo/

Dopo il Covid. Appunti per una teoria della mobilità

Corriere Fiorentino___17-06-2021

 

I fermi obbligatori, i lockdown prolungati, le chiusure delle frontiere, ci hanno costretto a una situazione di immobilità involontaria. Ci siamo accorti che molte delle mobilità cui eravamo abituati, e che consideravamo necessarie, si sono rivelate superflue. Ma anche quanto la mobilità ci sia in sé necessaria. È il paradosso del Covid: il virus si è messo a viaggiare al nostro posto, costringendoci all’immobilità – condizione ideale per riflettere sulle ragioni della mobilità.

Siamo nati nomadi, e lo siamo stati per gran parte della nostra storia. Quando i nostri antenati Sapiens hanno lasciato l’Africa, da cui tutti proveniamo, e una migrazione dopo l’altra hanno abitato il pianeta, eravamo ancora cacciatori e raccoglitori che si procuravano il cibo spostandosi, poi pastori, e solo molto lentamente (e molto recentemente) siamo diventati stanziali, con l’invenzione dell’agricoltura, poi con l’urbanizzazione, che oggi coinvolge oltre la metà della popolazione mondiale. Siamo pronipoti di raccoglitori e cacciatori, e poi di pastori, prima che di contadini e poi di cittadini. Per questo, come diceva Bruce Chatwin, il nomadismo è nel nostro DNA, o almeno nella nostra memoria storica, nel nostro inconscio individuale e collettivo, e nella nostra esperienza passata, presente e futura, se è vero che oggi abbiamo ricominciato ad essere mobili, e lo siamo in misura maggiore rispetto ai nostri genitori e ai nostri nonni.

Partire da questa constatazione può aiutarci a mettere le basi di una teoria della mobilità: che includa il nomadismo, il desiderio di viaggiare, la brama di conoscere, i tanti complessi motivi che ci spingono ad andare altrove (magari solo per un poco, come nel turismo, o nelle serate fuori porta), ma anche le migrazioni, in entrata e uscita, e le loro nuove forme. C’è un filo che lega il ruolo del viaggio nelle mitologie e nelle religioni (pensiamo, nella Bibbia, ad Adamo ed Eva cacciati dall’Eden – il primo push factor – passando per Mosè e l’Esodo, fino all’incessante attività missionaria di Paolo), per arrivare, dopo l’età delle scoperte geografiche e delle colonizzazioni, alle migrazioni moderne, fino agli scambi Erasmus e ai giovani expat che lasciano l’Italia, oggi in numero superiore agli immigrati (non c’è alcuna invasione in corso: semmai un’evasione…): a testimoniare una circolarità globale che riguarda tutti i paesi (la Germania, per dire, primo paese europeo per arrivi di immigrati, è anche il primo per partenze).

Ma non si capisce la spinta all’erranza se non si affronta il suo contrario, il radicamento, la stanzialità: i due poli tra cui continuamente oscilliamo, talvolta scegliendo con decisione uno dei due, più spesso vivendoli entrambi, in momenti diversi della nostra vita, e persino contemporaneamente, vagheggiando l’uno mentre sperimentiamo l’altro. Anche le migrazioni vanno contestualizzate all’interno di questo quadro più ampio, ma comprese nella loro specificità, e quindi gestite – cosa che abbiamo smesso di fare quando abbiamo chiuso le frontiere all’immigrazione regolare, gettando le basi per l’esplodere di quella irregolare. Le frontiere non sono muri, sono modi per controllare i passaggi. Per questo governare le migrazioni si può: dunque si deve, nell’interesse nostro e dei migranti (quelli che vengono, e dovrebbero venire in altro modo, e quelli che vanno). Le analisi e le ricette ci sono. Quella che manca è la lucidità politica di volerlo fare: perché è più facile agitare il problema per acquisire consenso, o non affrontarlo per paura di perderne, senza analizzare vantaggi e svantaggi, costi e benefici, individuali e di sistema. È più semplice immaginare per gli altri respingimenti universali, muri e isolazionismi (per i quali pagheremmo un prezzo enorme), pretendendo al contempo per noi il diritto ad andare liberamente ovunque, senza accorgerci della contraddizione – senza nemmeno percepire quanto, quella relativa al diritto alla mobilità, sia una delle nuove forme della diseguaglianza.

Il Covid ci ha illuminati anche su altro: il nostro stesso rapporto con l’alterità. Il virus è stato anche questo: il nemico che veniva da lontano, l’immigrato indesiderato, l’irregolare da cui proteggersi, il clandestino che mette a repentaglio le nostre sicurezze, l’invasore che devasta a caso. E quindi capace di rinviare alle nostre pulsioni più profonde – e irrisolte – proprio intorno al tema cruciale della diversità, dell’estraneità, dell’alterità. Di cui ci ha aiutato a vedere le contraddizioni. E i modi per scioglierle. Perché, banalmente, se davvero vogliamo garantire la nostra possibilità e libertà di muoverci, di tornare a percorrere le strade del mondo, e incontrare altre persone, dovremo in qualche modo gestire e garantire anche quella altrui: con le regole e le cautele necessarie, come in ogni viaggio, e in ogni incontro con l’altro che esso implica. Peraltro, questo riguarda sia chi viaggia, sia chi incontra i viaggiatori: ormai l’altro si ha sempre più occasione di incontrarlo anche restando fermi. Per questo è indispensabile rifletterci sopra.

 

Dopo il Covid, una nuova Teoria della mobilità, “Corriere della sera – Corriere Fiorentino”, 17 giugno 2021, p. 1-14

Testo di presentazione di “Torneremo a percorrere le strade del mondo”, UTET, 2021  https://www.utetlibri.it/libri/torneremo-a-percorrere-le-strade-del-mondo/

La società aconflittuale: un’illusione non necessaria

Qualcuno la sogna, la società senza conflitti. Alcune utopie del passato la ipotizzano come orizzonte benefico, da costruire. La cultura cui apparteniamo sembra considerare la parola stessa ‘conflitto’ come impronunciabile: un tabù, che è meglio evitare di nominare. Come se ne andasse della felicità personale: il mondo ideale come mondo aconflittuale.

La vita dell’individuo, il suo processo di crescita, la vita familiare, i rapporti di coppia, tutto ci insegna, o dovrebbe insegnarci, che non solo il conflitto è inevitabile, per maturare, per crescere, ma che esso è positivo: ci arricchisce delle posizioni altre (è combattendole che le conosciamo, e talvolta le incorporiamo), ci rafforza. “Il conflitto è il senso originale dell’essere-per-altri”, ha scritto Sartre, molti anni fa. C’è pure un’estetica del conflitto, una tensione conflittuale verso l’altro, che può essere una proiezione del meglio dei nostri sentimenti, senza il quale non ci sarebbe molta consapevolezza, molta arte, forse persino molto amore. Già, perché anche l’amore è un sentimento conflittuale: per costruirsi si mette contro ciò che è non amore, a cominciare dagli ostacoli che si frappongono ad esso.

Dopo tutto c’è un conflitto tra il bene e il male, uno sforzo, che è dentro di noi, ma anche fuori, che è il senso proprio e profondo della vita e del combattimento spirituale, come della parola jihad: al quale dobbiamo il meglio della capacità dell’uomo di elevarsi al di sopra della condizione animale, in cui il conflitto è solo lotta per la sopravvivenza. È anche il motivo vero per cui amiamo il genere fantasy e i supereroi, Il signore degli anelli, Harry Potter e Star wars, i film western e quelli di guerra, e i polizieschi, almeno finché vincevano i buoni: Sherlock Holmes o la signora in giallo, il tenente Colombo o Hercule Poirot. In cui, a costo naturalmente di forzare la realtà, il bene e il male sono chiaramente definiti, e combattono tra loro. E, di solito, nel nostro immaginario vince il bene.

Anche l’equilibrio sociale è conflittuale. La sociologia ci insegna che le teorie del conflitto, da Marx, passando per Max Weber, fino a Simmel, costituiscono uno dei modi fondamentali per interpretare le società umane, per comprenderne l’evoluzione e lo sviluppo. La spinta a fare politica ha la stessa origine: un combattimento tra visioni diverse del bene comune (o nei casi peggiori del bene proprio). Che è al contempo l’innesco delle nostre migliori energie e la sentina dei vizi peggiori: ma non è, il conflitto, il problema. Il problema è l’incapacità di passarci attraverso.

Il conflitto è persino etico, fondativo, ineliminabile: “occorre sapere che la giustizia è conflitto”, dice un frammento di Eraclito. La democrazia stessa è conflittuale, e dunque anche instabile, per definizione. Sia la democrazia parlamentare che la democrazia industriale sono precisamente modi di gestire il conflitto senza che degenerino fino alle estreme conseguenze: per limitarlo, dunque – attraverso il gioco conflittuale dei partiti e delle rappresentanze sindacali. In questi casi il conflitto non è la prima fase di una escalation il cui esito è la guerra, ma l’unico modo di evitarla: riconoscendolo, e quindi gestendolo, non negandolo, non reprimendolo. Come ci ha insegnato Gandhi, che il conflitto sociale lo porta a galla, lo va persino a cercare, lo crea, lo inventa, sfidando niente meno che un impero, l’Inghilterra – in maniera non violenta. Il problema è dunque semmai di trovare i metodi (tra cui vanno incluse le istituzioni) per risolverli, i conflitti. Per rimanere a Gandhi: “il fine sta nei mezzi come l’albero nel seme”. Anche il padre e la madre dobbiamo ucciderli, per emanciparci da loro e diventare adulti consapevoli: ma non significa farlo in senso letterale…

Non spariranno, dunque, i conflitti. E non ha senso sognare che accada: sarebbe controproducente. Semmai, ne vivremo più spesso. Anche perché dovuti a sempre più frequenti dissonanze culturali e divergenze nell’allocazione delle risorse materiali. Ma risolverli diventerà un’abitudine sociale e culturale. Proprio perché più frequenti, saranno meno distruttivi. Un po’ come già oggi accade con le separazioni e i divorzi. Sempre conflitti sono, ma se impariamo a gestirli fanno meno male. Lasceranno meno cicatrici. Anche se resteremo perennemente insoddisfatti, perché ci saremo sempre in mezzo.

 

Senza conflitti, in “Confronti”, rubrica “Il mondo se…”, giugno 2021, p. 38

Capirsi al di là delle barriere linguistiche. La Pentecoste tecnologica

La metà delle lingue esistenti potrebbe sparire nei prossimi cinquant’anni. Intanto la tecnologia sta facendo passi avanti per conservare e rivificare le lingue morenti, ma soprattutto per perfezionare i traduttori automatici e consentire così una comunicazione istantanea. Ma come sarebbe il mondo se…

 

Difficile definire una lingua e i suoi confini: tanto che i repertori mondiali che cercano di catalogarle variano tra le 4mila e le 11mila, e la stima più diffusa sta ovviamente nel mezzo – Languages of the world ne calcola quasi 7mila, 5mila delle quasi stanno in soli 22 paesi (Papua-Nuova Guinea, il paese che ne ha di più, ne conta 820). Il problema è innanzitutto di definizione, visto che anche noi tendiamo a dire, con qualche fondamento, che un dialetto è una lingua che ha perso sul piano storico, e viceversa una lingua è un dialetto dotato di esercito. Soprattutto, la variabilità linguistica è un continuum (o un insieme di continua) nel quale è difficile distinguere gli elementi discreti: per motivi storici che ne determinano il diverso destino nel tempo, e perché oltre agli elementi di separazione e distinzione ci sono quelli di somiglianza che consentono reciproca comprensione (il caso più noto è forse quello di hindi e urdu perché scritte con alfabeti diversi, per ragioni che rimandano a una diversa appartenenza religiosa, eppure perfettamente intercomprensibili nell’oralità – ma vale anche per altre, in giro per l’Europa e per il mondo).

Quale che sia il numero stimato, e i motivi per cui si è sviluppata la diversità linguistica, assistiamo oggi a un processo di progressiva estinzione linguistica: oltre la metà delle lingue esistenti, circa 3.800, conta meno di 10mila locutori, quando la soglia di ragionevole sopravvivenza è di 100mila (che mantengono solo 1.239 lingue, meno del 18% del totale). Il che significa che la metà di esse potrebbe sparire nei prossimi cinquant’anni, secondo l’Atlante delle lingue in pericolo dell’UNESCO: per l’estinzione o la migrazione dei parlanti di una lingua, o per il cedimento progressivo a una lingua dominante, in caso di bilinguismo.

Come per la biodiversità, perdere una lingua – magari perché, sempre in analogia con la natura, sono stati distrutti i suoi ecosistemi – è certamente una perdita culturale. Al contempo c’è un elemento di selezione naturale, di competizione darwiniana, di sopravvivenza del più adatto. Le lingue si possono tuttavia rivivificare, come accade per nazionalismi, etnicismi e identitarismi (spesso con effetti collaterali problematici: ma se lo sono, lo si decide sempre sul piano storico): è quanto accaduto ad alcune lingue minoritarie anche europee, laddove se ne è reso obbligatorio l’utilizzo come lingue scritte, peraltro irrigidendole e limitandone le varianti (ogni lingua è imperialista su qualche altra…). E si possono pure inventare, come accaduto all’ebraico moderno, l’ivrit.

La variabile interveniente più interessante, oggi, che potrebbe cambiare molti scenari, è però la tecnologia. Non solo per la possibilità di conservazione delle lingue morenti in memorie esterne (scritte e audiovisuali), che potrebbero sempre essere rivivificate all’occorrenza: a somiglianza di quanto può accadere in botanica, o come immaginato dalla fantasy per gli animali estinti (ma più ordinariamente, non è quanto già accade nella contraddittoria vitalità delle cosiddette lingue morte?). La vera novità è l’efficacia sempre maggiore, che a brevissimo potrebbe superare gli standard della traduzione umana qualificata, dei traduttori automatici, sia per lo scritto che per il parlato. Questo consentirebbe una comunicazione istantanea, a prescindere dalle lingue di appartenenza: Babele e Pentecoste insieme, riunendo il meglio di entrambe – consentendo la possibilità di parlare e dunque mantenere le proprie lingue, ma capendosi ugualmente, senza bisogno di un occasionale miracolo dall’alto. E questo sia nella vita quotidiana che nel mondo della produzione e della comunicazione. Penso a cosa vorrebbe dire in ambito accademico e scientifico, dove oggi se non pubblichi in inglese non esisti: da un lato il formarsi di un mercato globale della conoscenza, in un’unica lingua, al prezzo (modesto) di una sua semplificazione in una sorta di Basic English, dall’altro il vantaggio immenso di poter essere tradotti nelle lingue più diffuse a partire appunto dall’inglese, e soprattutto di poter leggere materiale accademico di lingue che non conosciamo. Non più solo la necessità di una lingua comune, come oggi, ma la possibilità di rendere più visibili i prodotti scientifici e letterari delle periferie del mondo, nelle lingue più disparate, salvaguardandole tutte. E forse creandone di nuove.

 

Senza barriere linguistiche, in “Confronti”, maggio 2021, rubrica “Il mondo se…”