Abitare le disuguaglianze: la città come specchio e laboratorio sociale

Intervista per “Architetti Notizie”, Padova, 03 2025

 

L’Appunto, a cura di Paolo Simonetto

 

 

Abitare le disuguaglianze: la città come specchio e laboratorio sociale

Intervista al sociologo Stefano Allievi su come le città riflettano e producano tensioni sociali, e sul ruolo che architetti e urbanisti possono avere nel ripensare spazi più inclusivi e umani.

Le città non sono solo insiemi di edifici. Sono organismi vivi, fatti di relazioni, incontri, energie e anche contrasti. Raccontano chi siamo, come viviamo insieme e quali possibilità offriamo a chi le abita. Strade, quartieri e confini, a volte invisibili, segnano differenze di reddito, cultura e opportunità. E la forma stessa dello spazio urbano può favorire l’incontro oppure alimentare le distanze.

Per questo, architettura e urbanistica comportano sempre una responsabilità. Disegnare lo spazio significa scegliere come vogliamo convivere e quale idea di città vogliamo costruire. In un tempo segnato da migrazioni globali, cambiamenti sociali e nuove sfide legate alle disuguaglianze, diventa sempre più importante interrogarsi sul ruolo etico e politico di chi progetta i luoghi in cui viviamo.

Per una rivista come la nostra, che sceglie di guardare oltre la tecnica, è fondamentale ascoltare voci capaci di offrirci prospettive diverse. Tra queste, quella di Stefano Allievi occupa un posto particolare. Sociologo e docente all’Università di Padova, da anni studia le trasformazioni sociali, il fenomeno migratorio, le dinamiche dell’identità e la metamorfosi delle nostre città. Il suo pensiero, libero dai confini rigidi tra le discipline, ci aiuta a vedere lo spazio urbano non solo come forma, ma come luogo dove si intrecciano relazioni, poteri e possibilità.

Con lui abbiamo voluto parlare di città e di differenze, ma anche del ruolo che architetti e urbanisti possono avere nel disegnare spazi più inclusivi, capaci non soltanto di rispondere a bisogni funzionali, ma di generare legami, senso di comunità e futuro.

 

 

Paolo Simonetto_Professore, quando parla di città, dice spesso che riflettono la società. Secondo lei, cosa ci dicono oggi le nostre città sulle disuguaglianze che le attraversano?

 

Stefano Allievi_Gli spazi urbani raccontano moltissimo delle disuguaglianze che attraversano la società contemporanea: ne sono lo specchio, ma anche un amplificatore. Viviamo in un mondo sempre più urbanizzato, e sempre più diseguale, in cui la cultura, i linguaggi e gli immaginari si formano in ambiente metropolitano e si diffondono ovunque, anche oltre i confini fisici delle grandi aree urbane. Le differenze sociali oggi si leggono nei quartieri, nei modi dell’abitare, persino nei luoghi pubblici. Esistono forme di segregazione economica, etnica o generazionale: intere zone abitate prevalentemente da anziani, famiglie giovani o comunità specifiche. Nei centri minori queste fratture si percepiscono meno, ma non per questo sono assenti: il benessere è più diffuso e discreto, non per forza più equo. Le metropoli restano comunque il luogo in cui si definiscono le priorità culturali e simboliche. Sono loro a orientare il dibattito pubblico, a decidere cosa diventa visibile o di successo. Anche quando un fenomeno nasce in provincia, è sempre lo sguardo urbano a consacrarlo. È questo, forse, il motivo del loro fascino: continuano a rappresentare l’orizzonte di riferimento della modernità.

 

PS_Spesso si parla di paura dello spazio pubblico, la paura dell’altro, dello straniero, di chi è diverso. Quanto pensa che questa paura influenzi davvero come usiamo le nostre città e cosa potrebbero fare architetti e urbanisti per aiutare a superarla?

 

SA_La paura incide profondamente sul modo in cui viviamo e costruiamo gli spazi urbani. È diventata un prodotto che si vende bene, economicamente e politicamente. La sicurezza è spesso ridotta a sorveglianza, a una gara di telecamere, come se il controllo potesse sostituire la fiducia. Ma così facendo si alimenta proprio ciò che si vorrebbe combattere: la paura stessa.

Il punto è che le nostre insicurezze reali sono altrove: riguardano il lavoro, la famiglia, il futuro, non la microcriminalità. Tuttavia, lo straniero diventa il capro espiatorio su cui proiettare queste ansie. E questo produce segregazione, svalutazione dei quartieri e, soprattutto, disintegrazione del tessuto sociale.

Per invertire la rotta serve ripensare lo spazio come luogo di relazione. Oggi metà dei nuclei familiari è composta da una sola persona: viviamo una povertà relazionale enorme. Architetti e urbanisti possono e devono intervenire su questo, progettando spazi che favoriscano incontri e comunità: co-housing, coworking, luoghi condivisi che ricostruiscano legami. La sicurezza vera nasce da qui, dalle relazioni, non dal controllo.

 

PS_Lei definisce la città come un laboratorio sociale. Crede che oggi sia ancora possibile usare lo spazio urbano per provare a cambiare le cose? Oppure pensiamo solo a farci i soldi e lasciare tutto com’è?

 

SA_Usare lo spazio urbano per cambiare le cose è possibile, ma manca una vera cultura del cambiamento. Non servono solo innovazioni tecniche, serve una mentalità aperta, capace di mettere in relazione competenze diverse e di imparare da ciò che altrove funziona. In Italia, invece, prevale l’improvvisazione, la chiusura, una certa autosufficienza amministrativa che non dialoga con il sapere disponibile.

Una città-laboratorio presuppone la partecipazione di tutti, esperti e cittadini, studenti e pensionati, architetti e amministratori, perché ogni punto di vista contribuisce a generare soluzioni nuove. Lo spazio, infatti, decide la qualità delle relazioni: un’aula o una piazza progettata in modo rigido produce un pensiero altrettanto rigido.

Serve più coraggio nell’immaginare luoghi flessibili, aperti, condivisi: hub culturali, spazi di incontro, ambienti dove si sperimenta e si apprende insieme. La lentezza e l’ascolto, in questo senso, non sono un ostacolo, ma una condizione del cambiamento. È il tempo delle relazioni che genera innovazione, non la fretta del risultato.

 

 

PS_La gentrificazione è davvero una riqualificazione urbana, o piuttosto un processo di espulsione sociale mascherato?

SA_Direi che è proprio così: un processo di espulsione sociale mascherato da riqualificazione. Oggi basta una sola app, come Airbnb, per cambiare la geografia urbana, spostare popolazioni, alterare l’uso della città. È una gentrificazione diffusa, che non riguarda solo i quartieri centrali ma il modo stesso in cui abitiamo. Il problema non è il fenomeno in sé, ma l’assenza di governo. Come per l’immigrazione o l’overturismo, ciò che manca è la volontà di pianificare. Abbiamo dati, studi, previsioni demografiche chiarissime, ma preferiamo ignorarle. Così lasciamo che siano i fenomeni a governarci, invece di assumerci la responsabilità di orientarli. Le conoscenze ci sono, le competenze anche: ciò che manca è una visione capace di collegare i processi, demografia, lavoro, istruzione, abitare e di leggerli insieme. È questo il nodo della politica e della cultura contemporanea: abbiamo strumenti ricchi, ma meccanismi premiali poveri, che non valorizzano il pensiero critico né la progettualità di lungo periodo. Eppure, la sfida è proprio qui: imparare a governare il cambiamento, non a subirlo. Le città del futuro si costruiscono così, mettendo in relazione i fenomeni e decidendo finalmente di usarne la conoscenza.

 

PS_Viviamo un tempo di crisi della prossimità. ognuno tende a chiudersi nella propria bolla, reale o virtuale. Come si può progettare una città che inviti ancora all’incontro, al confronto tra persone diverse?

 

SA_ Progettandola, concretamente.

La socialità non nasce per decreto, ma si costruisce giorno per giorno attraverso spazi e situazioni che favoriscano l’incontro. A Padova, ad esempio, Prato della Valle è diventata un luogo vissuto da diverse comunità grazie a un evento sportivo: studenti, famiglie, immigrati, giovani appassionati di rollerblade hanno condiviso la piazza, generando una socialità spontanea.

Quel che conta non è solo pianificare, ma offrire occasioni, inneschi che permettano agli abitanti di sentirsi parte attiva della città.

La progettazione urbana efficace non chiude e non regola soltanto: incentiva la vita pubblica. Università e centri culturali che attraggono studenti e professionisti, quartieri che mescolano residenze e servizi, eventi e iniziative che rendono gli spazi vivi e inclusivi, contribuiscono a costruire una città più aperta.

Anche piccoli gesti possono generare grandi effetti: un’area pedonale curata, un parco accessibile, una piazza attrezzata diventano catalizzatori di relazioni.

Guardando ad alcune esperienze internazionali – penso a alcune città olandesi visitate di re4cente –  emerge come la combinazione di progettazione, investimenti e apertura culturale favorisca gli incontri tra persone diverse, stimoli creatività e rafforzi il senso di comunità.

Il messaggio è chiaro: una città che invita al confronto è possibile, purché ci siano visione, coraggio e cura costante. Non è un’utopia, ma una responsabilità: quella di un progetto che non si limita a disegnare spazi, ma a generare relazioni.

Perché ogni architettura, quando è viva, non costruisce solo edifici, costruisce convivenza.

 

 

 

 

 

 

Stefano Allievi (Milano, 1958) è professore ordinario di Sociologia all’Università di Padova. È specializzato nello studio dei fenomeni migratori, in sociologia delle religioni (con particolare attenzione alla presenza dell’islam in Europa), e in studi sul mutamento culturale e politico: temi su cui ha condotto ricerche a livello nazionale e internazionale, pubblicate in varie lingue europee, in arabo e in turco. Svolge anche un’intensa attività di divulgazione, come conferenziere, editorialista, autore, poeta e performer. Tra i suoi libri più recenti Torneremo a percorrere le strade del mondo. Breve saggio sull’umanità in movimento (UTET 2021), Dizionario del Nordest. Contributi per l’analisi di un immaginario (Ronzani 2023), e Il sesto continente. Le migrazioni tra natura e società, biodiversità e pluralismo culturale (con G. Bernardi e P. Vineis, Aboca Edizioni 2023). Per Laterza è autore di: Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione (con G. Dalla Zuanna, 2016); Immigrazione. Cambiare tutto (2018); 5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare) (2018); La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ha futuro (2020); Governare le migrazioni (2023) e l’ultimo Diversità e convivenza. Le conseguenze culturali delle migrazioni (2025).

Il tempo dell’insicurezza esistenziale

Aggiornamenti Sociali, n. 10, 2026, pp. 523-527

 

Il tempo dell’insicurezza esistenziale

Stefano Allievi

Docente di Sociologia, Università di Padova

Il tema dell’insicurezza è sempre più presente nel dibattito pubblico, ma quali elementi ci possono aiutare a mettere meglio a fuoco di che cosa si tratta, al di là dei commenti a caldo a episodi di cronaca?

Oggi, quando si parla di sicurezza si pensa alla microcriminalità; tuttavia, se allarghiamo lo sguardo, ci rendiamo conto che, come singoli e come società, sentiamo insicurezze molto più radicali. I sondaggi danno indicazioni chiare: le paure più diffuse riguardano la sfera economica e il lavoro. A un’osservazione più attenta ci accorgiamo di vivere in un tempo di insicurezza esistenziale, frutto di una serie di lunghi processi giunti a maturazione, che si traducono in un diffuso senso di precarietà molto lontano dal clima che si respirava negli anni ’60, quando l’Italia era molto più povera di oggi, ma come popolo guardavamo con fiducia al futuro. Oggi sappiamo che difficilmente faremo lo stesso lavoro per tutta la vita. L’istruzione non è acquisita una volta per tutte, ma dobbiamo tenerci al corrente, un’espressione che presuppone il correre, una condizione ansiogena perché implica di cercare di raggiungere qualcosa che invece sfugge di continuo.

Anche il matrimonio, la famiglia o le reti di comunità non sono più per sempre; siamo anche portati a spostarci con una frequenza incomparabilmente maggiore che in passato e dobbiamo prendere di continuo le misure ai rapidi e incessanti progressi tecnologici. Questi continui cambiamenti ci obbligano a rinegoziare i nostri rapporti con gli altri, che per questo diventano incerti, e a ridefinire di volta in volta la nostra identità, che negli ultimi due decenni si è indebolita. Da qui nascono le paure.

Vi è un’ulteriore evoluzione da considerare, figlia di questo periodo storico. La questione della sicurezza si è spostata dal piano collettivo a quello individuale: si è attenti alla propria sicurezza e a quella della propria famiglia, meno a quella del quartiere o della città in cui si vive. Questo cambiamento non è scontato, neanche in una cultura liberale e capitalista come la nostra, che favorisce il ruolo e l’azione dell’individuo. Solo pochi decenni fa, la situazione era diversa, perché davanti a un problema personale ci si attivava per risolverlo, ma se il problema era comune ad altri, si cercava insieme una soluzione. Oggi, invece, si tende a ragionare senza tenere conto dei legami, e questo amplifica le paure e il senso di insicurezza.

Queste riflessioni difficilmente trovano spazio in un dibattito molto spesso condizionato dalle percezioni più diffuse a proposito dell’insicurezza.

Il ruolo svolto dalle percezioni in questo ambito è davvero rilevante, soprattutto perché sono in grado di produrre effetti distorsivi. Alcune narrazioni alimentano di proposito sia la percezione di insicurezza su vari temi, sia l’illusione che vi siano soluzioni facili e a portata di mano, che in realtà sono solo apparenti e semplicistiche. Questo aspetto è evidente nelle campagne elettorali: «Vuoi sicurezza? Vota per me che la voglio anch’io e so che cosa va fatto». Ma poi si constata che le ricette proposte sono incoerenti: nel caso degli immigrati, ad esempio, accrescono le situazioni di irregolarità, che alimentano la delinquenza e depotenziano le misure che possono favorire l’inclusione.

Questo è un problema più generale delle nostre democrazie: tendiamo a misurare le opinioni a caldo, nel momento in cui è maggiore la polarizzazione tra schieramenti contrapposti. Ed è curioso, perché in nessun altro settore della nostra vita, che sia familiare o lavorativa, faremmo altrettanto; anzi, in questi ambiti cerchiamo la convergenza, perché sappiamo benissimo che la polarizzazione avrebbe effetti distorsivi e, per di più, comporterebbe una perdita di efficienza. Di fatto, nella vita pubblica, sottovalutiamo quanto le percezioni siano legate al momento: un sondaggio sulla sicurezza realizzato a ridosso di un fatto di cronaca eclatante o in un momento successivo, anche solo una settimana dopo, avendo avuto il tempo di ragionarci sopra e sentire altre opinioni, può fornire risposte molto diverse. L’ultimo aspetto che segnalo è legato al preoccupante dato dell’analfabetismo funzionale nel nostro Paese. Un italiano su tre (la media europea è la metà: il 15%) non capisce quello che legge, non distingue una notizia vera da una falsa, confonde i milioni con i miliardi, non sa calcolare una percentuale. Regolarmente commento i sondaggi ed è incredibile come le domande, prima ancora delle risposte, siano fraintese: l’analfabetismo funzionale finisce con amplificare la percezione dell’insicurezza e le relative paure, divenendo un ostacolo rilevante per avviare una seria riflessione pubblica su temi che meriterebbero di essere trattati diversamente.

Oltre a quello funzionale, c’è un analfabetismo emotivo, che gioca un ruolo importante nell’amplificare le percezioni e rendere più ar- duo comprendere quanto accade?

Su questo fronte c’è un enorme lavoro da fare, perché l’analfabetismo emotivo è molto forte e si concretizza nella difficoltà di comprendere le proprie emozioni e di saperle gestire nelle relazioni, finendo così per amplificare le paure. Quando alla scarsa conoscenza dei fenomeni sociali si aggiunge la difficoltà a leggere le proprie reazioni emotive, è facile aderire a risposte semplificatorie. Una modalità non matura di gestire la paura è ad esempio cercare un capro espiatorio: «È colpa degli immigrati se mio figlio non trova lavoro o se non riesco ad arrivare alla fine del mese». Si può innescare anche la dinamica del complottismo, per cui il senso attribuito ad alcuni eventi è privo di riscontri reali, ma offre una risposta apparentemente sufficiente a placare le angosce.

Qual è l’atteggiamento dei più giovani di fronte all’insicurezza?

Rispetto alle generazioni precedenti, i più giovani hanno maturato un cambiamento nell’approccio alla vita che ha profonde conseguenze. L’idea di poter plasmare il proprio futuro è una merce più rara che in passato, riservata a quanti dispongono di maggiori risorse culturali ed economiche. Faccio un esempio riferito allo studio: non sono d’accordo con quanti affermano che oggi le giovani generazioni non studiano più; in realtà non pensano più che studiare serva a qualcosa, quindi è una questione di fiducia, non di buona volontà. In passato lo studio era parte di un percorso di affermazione di sé ed era evidente il legame tra l’impegno profuso e i risultati che si sarebbero ottenuti. Oggi questo nesso non è più scontato e i giovani se ne sono resi conto. A ciò si aggiunge la consapevolezza dell’impatto dei cambiamenti climatici, che induce molti di loro a non chiedersi che cosa vorrebbero essere nel 2050, perché sono abbastanza convinti o che non ci saranno più o che il mondo sarà completamente diverso. Più in generale, fanno i conti con la crisi delle istituzioni che si occupano di valore: le religioni, il sistema formativo, il sistema produttivo.

Di fronte a questo scenario, i giovani cercano risposte collettive nei neotribalismi metropolitani, cioè in comunità di appartenenza elettive, cementate da un comune tratto identitario o da un impegno condiviso, come ad esempio l’attivismo ambientale, che possono anche avere luoghi fisici (e non) di incontro ben determinati. Forme di neotribalismo sono presenti anche in contesti tradizionali, dove l’elemento aggregatore della superiorità della civiltà occidentale si accompagna a processi di “etichettatura” di quanti sono diversi, contribuendo ad alimentare l’interiorizzazione di queste definizioni stigmatizzanti e producendo fenomeni noti come devianza secondaria.

Come si può affrontare l’insicurezza per non restare prigionieri delle paure?

Il primo passo è riconoscere che esiste un problema e cercare di definirlo con la collaborazione delle persone. Per esemplificare, a un bimbo che ha paura del buio non è di grande aiuto sapere che, statisticamente, nessuno è mai morto per questo; ancor meno essere ridicolizzato per la sua paura, una situazione che non solo non risolve il suo timore, ma aumenta la distanza comunicativa. Per affrontare la sua paura, ha bisogno di essere ascoltato e abbracciato, che è un modo per dirgli che la sua paura è legittima, per poi cercare insieme soluzioni non immediate, come ad esempio quella di lasciare la luce accesa in corridoio la notte. Se trasliamo questi passi ai tanti temi che generano insicurezza, significa innanzi tutto porre domande e mettersi in ascolto delle persone: di che cosa hai paura? Di non trovare lavoro? Di non riuscire a costruirti una famiglia? Di non poter accendere un mutuo? Di non avere la pensione? Dei cambiamenti climatici? Delle guerre? Della microcriminalità? In questo modo, non neghiamo o ridicolizziamo le preoccupazioni delle persone, ma progressivamente e insieme ci rendiamo conto che ci troviamo di fronte a un problema più ampio di quanto si credeva e che le possibili soluzioni sono più numero-se e diverse da quelle inizialmente ipotizzate. Si tratta di un cambio di paradigma: non si controbatte a un’affermazione con un’altra, anche se fondata su dati e informazioni, e non si cerca lo scontro frontale e la delegittimazione dell’altro, perché nessuna di queste modalità è utile quando sono in azione le paure.

L’altra strada da percorrere è rafforzare il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini e tra cittadini, investendo su progetti e iniziative in grado di alimentare la coesione sociale, favorendo la riflessione e il confronto. Lo sport, la musica e le altre arti, la cultura sono ambiti privilegiati in questo senso: fanno già molto, ma si dovrebbe investire molto di più. Così come le scuole, le comunità religiose, gli spazi pubblici curati e resi disponibili per tutti possono essere luoghi generatori di patto sociale quando riescono a infrangere le chiusure tribali, che hanno una forte presa tanto su chi appartiene a una minoranza quanto su chi gode di una posizione di forza.

Le risorse per muoversi in questa direzione sono più di quante immaginiamo: dal cohousing e altre forme di neocomunità con la messa in comune di servizi per giovani e/o anziani alle forme di coworking; dagli spazi culturali semiautogestiti – non serve un museo o una sala da concerto in più, ma uno spazio dove sia possibile fare, sperimentare la creazione artistica, non guardarla o ascoltarla – alle portinerie di quartiere; dalle scuole e oratori aperti che diventano centri di aggregazione a tempo pieno, agli incontri tematici basati su interessi comuni, che includano anche attività pratiche, dove non ci si limita a parlare di inquinamento, ma si ripulisce insieme un giardino pubblico decidendo cosa farne, non si parla della socialità, ma si inventano attività comuni e miste. Oppure luoghi dedicati alla messa in comune di oggetti e materiali, al riciclo, al riuso, che sono anche potenti presidi culturali, al pari di mense di quartiere non per i poveri, e nemmeno per i soli studenti universitari, ma per tutti.

Una biblioteca, un centro sociale, un comitato di quartiere, possono fare tantissimo, se usciamo dalle inerzie del quotidiano. Non ha più senso che una biblioteca sia solo un posto dove si prendono in prestito libri e si legge in silenzio: già vi sono esempi di biblioteche che hanno spazi per il gioco dei bambini e la socialità dei genitori, aree prenotabili dove fare musica e occasioni per farla ascoltare, salette di incontro per lavori di gruppo, punti caffè, l’ascolto di storie di vita, cicli di incontri tematici al di là del classico incontro con l’autore, ecc. Niente di nuovo né di particolarmente originale o costoso, che da noi si fa pochissimo, mentre nel centro-nord Europa è invece comune. Se non si fa abbastanza non è solo per ragioni economiche, ma per mancanza di volontà e di consapevolezza, e di cultura in senso lato, ossia di comprensione di quanto sia oggi decisivo il bisogno di relazionalità per uscire dall’isolamento sociale e dalle paure conseguenti. C’è poi tutta la questione della solidarietà, incluso il mondo del volontariato: aperto, sì, ma spesso difficilmente raggiungibile, persino per chi vorrebbe dare una mano, in una società a compartimenti stagni.

Un cambio di passo è possibile, se non aderiamo a una visione della società basata sulla separazione, ad esempio tra chi può godere in modo pieno di diritti e tutele e chi ne è escluso, in tutto o in parte, a causa della disponibilità economica, del colore della pelle, delle idee, della fede, perché ogni separazione è l’anticamera di povertà, ingiustizie, e in definitiva insicurezze, che a loro volta producono conflitto sociale, difficilmente gestibile, a questo punto. Nascono così imprenditori politici del conflitto e della paura che di essi si alimentano, e che alimentano ulteriormente per garantirsi consenso elettorale. Che è il circolo vizioso in cui siamo immersi ora.

I sociologi e One Piece

Uno spericolato parallelo: i sociologi e One Piece.

Un gioco leggero, per introdurre un tema serissimo.

 

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La camera arbitrale islamica di Padova

Radio Radicale 13 ottobre 2026

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La politica divide, la conoscenza reciproca connette. Il ruolo dell’università nel rapporto tra religioni

People

Stefano Allievi: “La politica divide i popoli, la cultura costruisce incontri e confronto”

Ricerca, religione e umanità alla prima conferenza internazionale della Mohamed Bin Zayed University for Humanities di Abu Dhabi

‘Religione e umanità condivisa: approcci contemporanei alla teologia e agli studi religiosi”. E’ questo il tema sul quale si è concentrata la prima Conferenza internazionale sugli studi religiosi della ‘Mohamed Bin Zayed University for Humanities di Abu Dhabi’, in programma in questi giorni a Padova e organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova e l’Università del Piemonte Orientale. Non solo un ponte accademico tra Italia ed Emirati Arabi Uniti, ma un’occasione per riscoprire e approfondire i valori umani attraverso una prospettiva internazionale e un confronto di alto rigore scientifico. Un invito aperto soprattutto alle nuove generazioni, al fine di riconoscere nella conoscenza reciproca, nel rispetto e nel dialogo, le basi di una convivenza pacifica. L’evento si è aperto con la cerimonia d’inaugurazione nella Sala delle Edicole dello storico Palazzo del Capitanio, in piazza Capitaniato n. 3, a Padova. Ad accogliere studiosi e ricercatori da 5 continenti: Marco Ferrante, Prorettore vicario con delega alla Didattica dell’Università degli Studi di Padova; Omar Habtour Alderei, presidente dell’Autorità Generale per gli Affari Islamici, le Fondazioni e la Zakat, nonché presidente del Consiglio di amministrazione della ‘Mohamed Bin Zayed University for Humanities’; Menico Rizzi, Rettore dell’Università del Piemonte Orientale. La due giorni di lavori è poi proseguita presso l’Aula Magna di Palazzo de Claricini, in via Cesarotti 10/12, sempre in quel di Padova. Tra gli esponenti del mondo accademico che intervervenuti: Stefano Allievi ed Enzo Pace, dell’Università degli Studi di Padova; Antonio Angelucci, dell’Università degli Studi dell’Insubria; Roberto Mazzola, dell’Università del Piemonte Orientale; Mohammed Khalid Brandalise Rhazzali, dell’Università degli Studi di Padova e molti altri studiosi e ricercatori del panorama internazionale. A moderare il confronto: la dott.ssa Mounya Allali, advisor dell’Università del Piemonte Orientale per i rapporti con il mondo arabo e coordinatrice dell’International Master in Religion, Politics and Global Society. Abbiamo dunque cercato di approfondire i contenuti di quest’incontro con uno degli illustri relatori, il professor Stefano Allievi, docente ordinario di sociologia all’Università degli Studi di Padova edirettore del Master internazionale in ‘Religione, politica e società globale’.

Professor Allievi, dal suo lavoro di studioso del pluralismo culturale e religioso, quale significato assume, oggi, la collaborazione tra università italiane e quelle del mondo arabo? E come può rafforzare i rapporti tra l’Italia, l’Europa e gli Emirati Arabi Uniti?

“E’ una necessità e un dovere. Il mondo è diventato multipolare: si viaggia, ci si incontra, ci si muove e ci si ‘mischia’ come non mai in passato. Allo stesso tempo, i conflitti aumentano, sia nella forma della guerra, sia in quella del conflitto culturale all’interno dei singoli Paesi. Il mondo della scienza, dell’istruzione e della cultura sono tra i luoghi di collaborazione e d’incontro più importanti e più fecondi che ci siano, anche se c’è chi strumentalizza le culture per creare divisioni nel proprio interesse personale, mai per quello dei popoli. Laddove la politica tende a distruggere, la cultura cerca di costruire, perché fin dall’origine – e per definizione – essa si nutre di curiosità, di interesse per l’altro, di punti di vista diversi che rendono la nostra comprensione del mondo più ricca e articolata. Occorre, perciò, costruire ‘ponti’ attraverso luoghi e momenti d’incontro tra le persone, prim’ancora che tra le culture. E preservarli diventa, per questo, ancora più importante, poiché sono un importantissimo baluardo di ‘soft diplomacy’ di cui la politica non ha nemmeno contezza, pur avendone un enorme bisogno”.

Quali domande del nostro tempo rendono particolarmente attuale il tema: ‘Religione e umanità condivisa’? E quali risultati concreti auspica da questo confronto tra studiosi provenienti da tutto il mondo?

“La religione viene spesso considerata la più radicale delle differenze, la più irriducibile: quella a causa della quale si dichiarano le guerre. In realtà, non è così: lo vediamo sia nei conflitti del nostro recente passato (le due guerre mondiali del secolo scorso avevano ragioni di tutti i tipi, tranne che religiose), sia nei conflitti post-coloniali e nella maggior parte delle guerre in atto, oggi, nel mondo. Anche quelli che ci sono più vicini. Cosa c’entra la religione con l’invasione dell’Ucraina? Persino nel conflitto israelo-palestinese, nonostante le apparenze, la religione è solo uno strumento, non un fine: il ‘sionismo’ è essenzialmente un movimento politico, recente per giunta, rispetto alla Storia millenaria degli Ebrei. Anche quando trova giustificazioni religiose, minoritarie nello stesso Stato di Israele. Hamas ha una caratterizzazione religiosa, ma un obiettivo territoriale, e in precedenza la resistenza palestinese era essenzialmente laica. In terre dove tre religioni hanno avuto origine dai medesimi racconti, con gli stessi protagonisti e hanno convissuto per molti secoli senza problemi all’interno dei medesimi villaggi, è la nascita di uno Stato ad aver scatenato il conflitto attuale. Anche se la politica si dimostra abile nel mobilitare strumentalizzazioni religiose. Lo stesso accade, oggi, in Europa, in cui gli attivisti del conflitto sui simboli religiosi – intorno o contro l’islam, per esempio – pur utilizzando, talvolta, richiami religiosi, non sono quasi mai esponenti religiosi, nemmeno praticanti, spessissimo neanche credenti. Al contrario, sono proprio le religioni, attraverso le azioni degli uomini e delle donne che a esse si ispirano, a svolgere un ruolo di pacificazione, potente. Anche simbolicamente. L’incontro tra studiosi delle religioni ha questo scopo: preservare spazi di conoscenza reciproca – anche personali, tra persone che si guardano negli occhi – in un mondo, politico soprattutto, che vuole cancellarli. Per ragioni politiche”.

Nella ricerca e nella formazione, quali progetti possono coniugare l’utilizzo delle nuove tecnologie con la riscoperta dei valori umani, aiutando soprattutto i giovani a conoscere e comprendere culture diverse?

“Quello delle tecnologie, in sé, è l’ultimo dei problemi: è il loro utilizzo, quello che conta. Oggi, abbiamo occasioni di incontro enormemente maggiori grazie a esse. E altrettante occasioni di scontro. Ma proprio per questo, bisogna lavorare sulla formazione degli esseri umani e la costruzione di valori comuni. Dopotutto, le somiglianze – e ciò vale per chiunque – sono enormemente maggiori delle differenze. Il resto verrà da sé”.

Intervista di Vittorio Lussana

 

Ceuta: le migrazioni sono il pretesto, non la spiegazione

La crisi di Ceuta: una specie di flash mob geopolitico, il trailer di una guerra ibrida organizzata

https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/la-crisi-di-ceuta-una-specie-di-flash-mob-geopolitico-il-trailer-di-una-guerra-ibrida-organizzata/

81barmxlm0l-_uf10001000_ql80_di Stefano Allievi

“Weapons of mass migration”: armi di migrazione di massa. Non è una trovata giornalistica: si chiamano così anche nella letteratura scientifica, ormai, almeno dall’uscita nel 2010 di un libro molto documentato di Kelly Greenhill, che ne analizza i precedenti storici. L’espressione indica l’uso dei migranti, dei loro spostamenti, per scopi politici e, di fatto, bellici. Le ha usate in passato la Turchia, facendo partire qualche barca al bisogno, per ricordare all’Unione Europea che era l’ora di firmare un altro assegno, in nome dell’accordo, peraltro esplicito, fortissimamente voluto dalla Germania, che prevedeva un ‘tappo’ turco all’immigrazione dall’Asia all’Europa in cambio di denaro. Lo hanno fatto svariate volte i trafficanti libici, come pure il governo tunisino e quello egiziano nei confronti dell’Italia. L’ha fatto la Bielorussia per conto della Russia, per creare problemi ai Paesi europei confinanti che sostengono l’Ucraina. Accade regolarmente, in numeri più modesti ma con messaggi comprensibilissimi, persino ai confini tra Paesi europei. Nel ping pong tra Paesi giocato usando come pallina i migranti che tentano il game, il gioco, cioè l’attraversamento dei confini, sulla rotta balcanica. Nelle ‘restituzioni’ di migranti irregolari tra Francia e Italia, e lungo altri confini.

In fondo, seppure in maniera disorganizzata e con obiettivi limitati, l’ha fatto a lungo anche l’Italia facendo finta di non vedere i flussi in uscita verso altri Paesi europei di irregolari sbarcati sulle nostre coste, di cui faceva comodo liberarsi scaricando il problema su altri: fino a che non ci è stato ricordato che non è cosa. Ed è probabilmente quello che è avvenuto, in maniera più sofisticata e con effetti a catena più visibili, a Ceuta, il 30 e 31 luglio 2026, quando sono entrate nella città, secondo dati ufficiali, oltre 70mila persone (quasi quante gli abitanti della città, che ne conta 85mila!), in maggioranza marocchine, ma provenienti anche dall’Africa subsahariana, che già erano in Marocco come Paese di transito, tappa intermedia per il salto verso l’Europa. Ma non è finita: succederà ancora.

Ceuta, 6 agosto 2026

Ceuta, 30 luglio 2026

Quanto accaduto a Ceuta tuttavia non c’entra con le normali dinamiche migratorie, e nemmeno con eventi eccezionali ad esse legate (come era stato, poniamo, l’arrivo della nave Vlora dall’Albania nel 1991, con più di 20mila migranti a bordo). L’arrivo di così tante persone  – quasi tutti giovani, quasi tutti maschi – che poi in gran parte ritornano indietro senza proteste (secondo i dati forniti ufficialmente da Spagna e Marocco ne sono entrati 72mila e ne sono stati rimpatriati 70mila nel giro di due giorni), non è un flusso migratorio, men che meno spontaneo: è una specie di flash mob geopolitico, la scena clou di un film distopico, il trailer di una guerra ibrida organizzata, costruita a tavolino e prevedibile nei suoi esiti, da utilizzare per costruire le puntate della prossima stagione. Servita ad alcuni, ma non ad altri.

Di certo non è servita agli aspiranti migranti (e in qualche caso presunti tali: non un bagaglio, non una protesta in fase di ritorno – atipici, è il meno che si possa dire). Alcuni portati al confine, anche in camion carichi di giovani, molti altri arrivatici in proprio, mobilitati attraverso i social nei giorni precedenti con l’illusione di una improvvisa apertura delle frontiere in Spagna, come hanno dichiarato loro stessi, illusi di chissà quale miracoloso cambio di politica spagnola: arrivati a Ceuta, qualcuno dopo ore di nuoto, altri via terra incoraggiati dalle guardie di frontiera marocchine, hanno scoperto che niente era vero. E sono tornati docilmente indietro, molti con mezzi messi a disposizione dalle stesse autorità marocchine. Nel frattempo, quasi un centinaio di loro è morto: i cadaveri sono stati recuperati a Ceuta, ma anche sulle spiagge marocchine. Ma questa è la parte che ha fatto meno notizia: rischi del mestiere, hanno pensato in molti. Dovevano metterlo in conto, ragiona il cinismo diffuso ormai abituale quando si tratta di queste tematiche, equiparandoli di fatto a dei rapinatori di banca. E forse l’hanno fatto.

A chi è servito, allora? E quale ne è stata la causa? Molte, certamente: tra cui non è facile districarsi. Molti anche i beneficiari: anche apparentemente lontani, geograficamente, da Ceuta, ma molto interessati al Mediterraneo.

Mettiamo in fila alcuni dati. Il Marocco è una potenza regionale in crescita di influenza: certamente rispetto all’Africa, con una accorta politica culturale, di apertura agli studenti stranieri, e religiosa, oltre che di collaborazione economica e di investimenti. È un fedele alleato degli USA (ha persino aderito, appena un paio di settimane prima degli eventi di Ceuta, alla cosiddetta forza internazionale per Gaza, voluta da Trump): in cambio Washington sostiene apertamente Rabat sulla questione della sovranità sul Sahara Occidentale (territorio, lo ricordiamo, ricchissimo di fosfati e di risorse energetiche ancora da sfruttare, e oggetto di contenzioso con l’Algeria). Ma è anche stretto alleato di Israele, con cui è attiva una collaborazione economica, tecnologica e militare profonda, che si aggiunge al sostegno politico attraverso la sottoscrizione degli accordi di Abramo, ricambiato da Israele con eguale sostegno sulla questione del Sahara che una volta si chiamava spagnolo, identico nelle forme a quello di Trump, inclusa l’idea di aprire un consolato in terra saharawi. Il suo tallone d’Achille tuttavia è la crescente disuguaglianza sociale e una gioventù che per un quarto non studia né lavora (con un quinto dei laureati che è disoccupato), non sa che fare né dove andare, per la quale l’emigrazione è un sogno proibito e una valvola di sfogo.

La Spagna è in qualche forma nemico, e dunque bersaglio, di tutti e tre i Paesi citati. Per quel che riguarda il Marocco, la posizione è in realtà ambivalente. Da un lato c’è una corrente di simpatia popolare, dovuta a un’ampia presenza marocchina in Spagna (quasi un milione i residenti marocchini, che ne fanno la principale comunità straniera, a cui vanno aggiunti coloro che hanno acquisito la cittadinanza spagnola), molto meglio inserita della diaspora marocchina in Italia (dall’interscambio economico ai matrimoni misti, passando per gli sportivi con doppia cittadinanza che giocano in squadre spagnole, i dati e gli esempi lo mostrano visibilmente), e radicata in una nostalgia storica profonda nei confronti di al-Andalus, conquistata dal comandante berbero Tarif ibn Malik, quando gli arabi dominavano buona parte della Spagna, in quella che storicamente è riconosciuta come una sua età dell’oro.

marocco-ceutaTuttavia ci sono problemi più antichi, legati al colonialismo (Ceuta stessa, per la sua sola esistenza, ne è un esempio), che diventano contingenti, legati alla geopolitica. Solo pochi giorni prima della ‘invasione’ di Ceuta il premier Sanchez era stato in visita ufficiale in Algeria, storico nemico del Marocco (le frontiere tra i due Paesi sono chiuse da anni) sulla questione saharawi e il sostegno al Fronte Polisario. E già in una precedente occasione, quando Madrid aveva ospitato e curato in ospedale il leader del Polisario, nel 2021, Rabat aveva orchestrato un altro ingresso di massa a Ceuta: che, del resto, il Marocco considera legittimamente proprio territorio, insieme all’altra exclave di Melilla (in realtà c’è anche una sorta di scoglio abitato di pochi metri quadri, Penón de Vélez de la Gomera, e delle microisolette nel Mediterraneo marocchino). E, in effetti, qualche domanda, gli europei, e gli spagnoli in particolare, potrebbero porsela: se non vogliono un confine di terra con l’Africa non avrebbero che da andarsene da una terra che non è loro.

Sanchez tuttavia – e di conseguenza la Spagna, che finisce per diventare uno Stato nemico – è sgraditissimo anche in Israele: è uno dei pochi leader europei ad avere avuto e mantenere una posizione forte sulla questione palestinese, denunciando i massacri in atto a Gaza (in Spagna si usa comunemente il termine genocidio) e le politiche di occupazione anche in Cisgiordania; è durissimo anche sull’esportazione della guerra in Libano e in Iran; e, con un atto diplomaticamente forte, ha ritirato permanentemente anche la propria ambasciatrice a Tel Aviv. Il governo israeliano ha approfittato della crisi di Ceuta per denunciare alle Nazioni Unite il colonialismo spagnolo: anche se non può che far sorridere amaro una denuncia di insediamenti illegali da parte di Israele (in un’epoca di post-verità tutto è possibile…). Infine gli USA non hanno per niente apprezzato il disimpegno spagnolo sulla questione iraniana, la sua condanna esplicita dell’attacco all’Iran (al punto da negare agli USA l’utilizzo delle basi americane in territorio spagnolo, avendo definito esplicitamente la guerra israelo-americana agli ayatollah come un’operazione illegale), e il rifiuto di collaborare alle operazioni nello stretto di Hormuz.

In questo caso, tre indizi non fanno una prova, che probabilmente non c’è: non stiamo parlando di collaborazione organica, ma sicuramente di una evidente convergenza di interessi. In cui dovremmo inserire forse un quarto attore, e una quarta motivazione. Il quarto attore sono le destre europee, amplificate e sostenute dal mondo MAGA: il presidente Trump stesso ha condiviso le immagini di Ceuta parlando esplicitamente di invasione e sostenendo che negli USA potrebbe andare ancora peggio se i democratici vincessero le elezioni di mid-term e se non fosse più lui il prossimo presidente americano, dato che ha già annunciato che correrà per un terzo mandato. Ma non si tratta solo della galassia conservatrice e illiberale americana, che pure interviene con la sua potenza di fuoco anche mediatica in Europa, a cominciare dal campione dell’autoritarismo tecnocratico, Elon Musk. Sono tutte le destre europee che hanno ampiamente sfruttato l’episodio, non per solidarizzare con Madrid, ma per criticare un governo di sponda politica opposta (e minoritaria, oggi, in Europa), su molte questioni (dalle migrazioni al climate change al riarmo) in controtendenza con il mainstream europeo.

Il perché è semplice: le politiche migratorie non allarmistiche del governo spagnolo, che puntano sull’integrazione e non adottano il capro espiatorio dell’immigrazione per lucrare un consenso elettorale di breve periodo mettendo i penultimi contro gli ultimi, hanno consentito, con una regolarizzazione efficace (e policies orientate all’apertura, nella scuola e a livello micro, locale), l’emergere dal lavoro nero di oltre mezzo milione di irregolari, con un beneficio economico, fiscale e sociale per la Spagna del tutto evidente. Cioè, rischiano di funzionare meglio delle politiche delle destre europee di governo e non, che vanno nella direzione opposta. Da qui la condanna paradossale della Spagna, con una lettera di richiamo promossa dalla premier italiana Meloni (in Spagna alleata del partito di destra e esplicitamente xenofobo Vox) e da quella danese Frederiksen, di sponde politiche opposte, siglata da 22 governi europei.

images-25L’Italia, unico Paese in Europa, è arrivata al punto di sospendere gli accordi di Schengen nei confronti della Spagna, che poco c’entrano con quanto accaduto. Peraltro, l’ha fatto in maniera giuridicamente dubbia (senza le dovute comunicazioni e motivazioni al Parlamento, al Consiglio e alla Commissione europea), senza che ci fossero rischi reali significativi dato che non confiniamo né con la Spagna né con Ceuta, cui peraltro gli accordi di Schengen non si applicano. E il nostro ministro degli esteri, Tajani, con un imbarazzante pastrocchio interpretativo che dà l’idea del livello di conoscenza del tema, è riuscito a confondere le regolarizzazioni in Spagna con la concessione di altrettante cittadinanze, che consentirebbero anche la libera circolazione in Europa. Da qui anche l’escalation di misure di reciproco controllo degli ingressi da parte dei due Paesi (e quelle spagnole, va detto, di pura ripicca diplomatica, essendo palesemente non fondate su alcun elemento specifico).

Quale lo scopo di questa mobilitazione? Usare le immagini da Ceuta per gridare all’invasione e cambiare così l’agenda politica europea sulle migrazioni, sterzando decisamente verso politiche securitarie e l’esternalizzazione degli hub al di fuori dell’Europa. Come poi puntualmente accaduto nella successiva riunione dei ministri dell’interno dell’Unione. Il modello Meloni, se si vuole, anche se i centri in Albania non sono certo un esempio di grande riuscita, né di buon investimento economico: al contrario, restano tuttora privi di base giuridica, continuano all’atto pratico ad essere un unicum europeo, sono stati un fiasco operativo dal punto di vista dei numeri di rimpatri, e sono stati fino ad ora un inutile salasso di bilancio. Ma molti oggi sembrano volerli, al punto da aprire negoziati espliciti con una mezza dozzina di Paesi, in gran parte africani. Non perché siano le scelte più efficaci, appunto: servono anche gestione dei flussi di cui l’Europa e l’Italia hanno bisogno, anche per evidenti e drammatiche questioni demografiche, e politiche di integrazione – sul modello spagnolo, dopo tutto, anche se le modalità potrebbero essere diverse, e nessuna decisione politica è di per sé risolutiva ed efficace, e tutte hanno inevitabilmente dei difetti [1].

Ma queste due cose necessitano di programmazione e investimenti, e sono malviste da una quota crescente della pubblica opinione: per le destre che, a parole, semplicemente non vogliono gli immigrati (e anzi vogliono cacciare anche quelli che ci sono via remigrazione), sono tabù. Anche se poi, se al governo, sono consapevoli del fabbisogno di manodopera, e con l’altra mano promuovono ingressi regolari via click day (mal riusciti, e spesso veicolo di produzione di ulteriore irregolarità per manifesta inefficienza del meccanismo burocratico, nel caso italiano).

Le ‘grida’ all’invasione e le critiche alla debolezza dell’Unione Europea, e in generale l’uso dello straniero come capro espiatorio dei propri mali, danno invece un dividendo elettorale immediato: e molti Paesi, Italia inclusa, sono già in clima di elezioni.

9788858152850_0_0_0_0_0Le immagini di Ceuta già sono usate ora e resteranno a lungo nell’opinione pubblica come ‘prove’ di una invasione dell’Europa dai confini fragili e incapace di gestire i flussi, e quindi conviene cavalcarle colpendo la Spagna come responsabile di un’immigrazione mal gestita, anche se la cosa non ha un solido fondamento: anzi, come abbiamo visto, è proprio perché prova a gestirle, ma in modo diverso dalle facili ricette della destra, e con il rischio che ci riescano meglio, che è attaccata. Anche perché l’invasione paventata e evocata nel tam tam politico e mediatico in realtà non c’è stata, come abbiamo visto. E dei pochi arrivati a Ceuta e non rientrati, per ora nessuno, e in futuro al massimo qualche decina, riusciranno a arrivare in Europa: molti meno, in ogni caso, di quanti sbarcano ogni giorno sulle sole coste italiane. Ecco perché Ceuta, più che una crisi – che prima o poi si ripeterà, lì o altrove – è soprattutto una occasione persa per ripensare le migrazioni, nelle loro cause, nella loro gestione, e soprattutto nelle loro conseguenze trasformative: nella loro fisiologia e nei loro effetti patologici, nei loro vantaggi e nei loro costi. Qualcosa di cui abbiamo un drammatico bisogno [2], ma che si fa pochissimo: preferendo – la politica, i media, i social, insieme, in una suicida convergenza di interessi – la mobilitazione ideologica, lo schieramento, il tifo. Che, certo, per alcuni rende di più, nell’immediato. Ma nel medio e lungo periodo rischia di essere un errore esiziale per le nostre stesse democrazie.

Chi guarda lontano, astraendosi dalle contingenze della cronaca spicciola e dalle polemiche della politica politicante, nonché dal giudicare per schieramenti pregiudiziali, vede tuttavia anche altro, in questa presunta (o comunque immediatamente rientrata senza danni reali, anche se quelli d’immagine sono pesanti) ‘crisi’ di Ceuta. Problemi che con le migrazioni hanno poco a che fare. E certamente di più, in prospettiva, hanno a che fare con il controllo del Mediterraneo, divenuto cruciale anche per l’interscambio e la geopolitica globale ora che lo stretto di Hormuz, grazie alle poco lungimiranti politiche americane, rischia di essere a lungo controllato, meglio e più redditiziamente di prima, dall’Iran, e quello di Bab el-Mandeb, sull’altro lato del Mar Rosso rispetto al canale di Suez (che controlla di fatto l’accesso del Mediterraneo all’Oceano Indiano), è in balìa degli Houti, che sono anch’essi un proxy dell’Iran. Pensando ‘largo’, anziché focalizzandoci sull’episodio in sé, potremmo scoprire, un domani, che quanto accaduto a Ceuta ha più a che fare con il desiderio russo di controllare i porti sul Mar Nero, inclusi quelli ucraini, o quello americano di prendersi la Groenlandia. Tutti questi rimandi hanno in comune un interlocutore che forse non si sta accorgendo di esserlo: l’Europa. La cui classe politica, incentivando le sue divisioni e il suo indebolimento, incapace anche di una posizione più autonoma da Washington, prendendo come scusa le politiche migratorie, rischia di fare il gioco di altri attori geopolitici. Vicini, e anche molto lontani.

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] Mi permetto di rinviare su questo al mio Governare le migrazioni, Laterza, 2023. Dove ci sono proposte e suggerimenti concreti, ma anche nessuna propensione allo schieramento ideologico e nessuna illusione di facili soluzioni, oltre alla consapevolezza che, nel discorso sulle migrazioni, occorre coinvolgere anche chi la pensa diversamente da noi, quale che sia la nostra idea, o non se ne esce.
[2] Ho provato a farlo, alzando lo sguardo dal presente e puntandolo sul futuro immediato e non, nel mio Diversità e convivenza, Laterza, 2025.

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Stefano Allievi, professore di Sociologia e direttore del Master in Religions, Politics and Global Society presso l’Università di Padova, si occupa di migrazioni in Europa e analisi del cambiamento culturale e del pluralismo religioso, con particolare attenzione alla presenza islamica. Tra i suoi libri Torneremo a percorrere le strade del mondo. Breve saggio sull’umanità in movimento (UTET 2021) e Il sesto continente. Le migrazioni tra natura e società, biodiversità e pluralismo culturale (con G. Bernardi e P. Vineis, Aboca Edizioni 2023). Per Laterza è autore di: Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione (con G. Dalla Zuanna, 2016); Immigrazione. Cambiare tutto (2018); 5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare) (2018); La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ha futuro (2020); Governare le migrazioni. Si deve, si può (2023), Diversità e convivenza. Le conseguenze culturali delle migrazioni (2025).

 

 

 

Ceuta, le migrazioni, e la risposta sbagliata dell’Europa (e dell’Italia)

È come la logica dei dazi. Il primo che li mette si sente il più furbo di tutti: incassa denaro e danneggia le economie altrui, proteggendo la propria. O almeno, avendone l’illusione. Fino a che non scopre che il prezzo maggiorato lo pagano le proprie imprese e i propri cittadini. E, soprattutto, gli altri fanno lo stesso. Risultato? I costi e la complessità del sistema sono aumentati per tutti, per ritrovarsi peraltro al punto di partenza, nella stessa situazione di prima, ma a prezzi maggiorati. E con meno fiducia reciproca, meno volontà di collaborazione per risolvere i problemi comuni. Cornuti e mazziati, come si dice meno accademicamente. Ecco, nel dopo Ceuta, e ormai sempre più spesso quando si tratta di migrazioni, è andato in scena lo stesso identico copione.

Nel concreto, cosa è successo a Ceuta? Che una crisi obiettiva, che avrebbe potuto sortire effetti ben più gravi, è stata gestita, in fondo, abbastanza bene. La maggior parte di chi è arrivato dal Marocco è ripartita nel giro di non più di quarant’otto ore, molti già nelle prime ventiquattro. 70mila persone su 72mila, secondo dati ufficiali (in una città che conta appena 85mila abitanti!): piuttosto efficiente, dopo tutto. Rimangono gli strascichi (è vero, pesanti: ma non tutti riconducibili ai fatti del 30 e 31 luglio – molti sono precedenti) della gestione complessa di qualche migliaio di subsahariani irregolari, e di molti minori marocchini, di cui le autorità stanno cercando le famiglie.

Quale sarà il costo per l’Europa? Praticamente nessuno, sul piano pratico. Se va male, in tutta Europa da Ceuta arriveranno, diluite nei prossimi mesi e anni, qualche decina o forse centinaio di persone. Meno di quelle che arrivano in una mattinata sulle sole coste siciliane. Eppure, insieme, in coro, il mondo MAGA e le destre europee hanno gridato all’invasione. Trump, dicendo che se perdesse le elezioni di midterm e non fosse rieletto presidente, e vincessero i democratici, negli USA accadrebbe molto peggio. Musk, tuonando, con la potenza di fuoco dei suoi soldi e dei suoi social, a sostegno delle peggiori forze xenofobe  o francamente razziste europee, di cui caldeggia la vittoria e che sostiene operativamente. E i governi europei, che nell’ansia di perdere voti a loro favore, si buttano al loro inseguimento, regalandogliene a piene mani (ne avevo già parlato in un’intervista a questo stesso giornale, qui).

Pensare che i fatti di Ceuta hanno poco a che fare con i normali flussi migratori: sia nella loro fisiologia che nella loro patologia, come era stato, per fare un parallelo italiano, l’arrivo nel 1991 della nave albanese Vlora con 20mila persone a bordo. Anche allora si gridava all’invasione. Anche allora si temeva il peggio. Ma alla fine, come a Ceuta, furono tutti rimpatriati con il magro bottino di un jeans e una maglietta, e la promessa menzognera di essere portati in nord Italia: e l’emergenza albanese, di cui tutti ora si sono dimenticati, si sgonfiò in pochi mesi. No, Ceuta non ha avuto un granché a che fare con le migrazioni, e ancora meno con una inesistente minaccia terroristica alla nostra sicurezza. Ha avuto invece molto a che fare con la geopolitica, e l’uso cinico dei migranti come “arma di migrazione di massa”, come già fatto da Turchia, Tunisia, Egitto, trafficanti libici, nel frequente ping pong (la pallina sono i migranti) che si svolge sulle frontiere balcaniche, dall’Italia stessa quando lasciava uscire senza controlli i suoi irregolari, nelle ‘restituzioni’ tra Francia e Italia, fino alle mosse odierne, e speculari, di Italia e Spagna (e Germania – ne ho parlato più distesamente in un articolo su Fanpage, che trovate qui, e in un successivo podcast contenente una chiacchierata con Francesco Cancellato). Anche a Ceuta, come altrove, i migranti sono stati la pedina di un gioco più grande, che li usava ma non li riguardava: e muoveva le sue pedine tra Rabat, Tel Aviv e Washington, tutti quanti per motivi diversi nemici contingenti di Madrid. E quelli che si sono illusi, i migranti richiamati da un potente specchietto per le allodole, sono gli unici che hanno pagato un prezzo vero: in questo caso, con oltre un centinaio di morti. Nel caso delle polemiche che sono seguite (tra Italia e Spagna in primis), invece, l’obiettivo più che geopolitico era propagandistico: e a morire è stato solo il buon senso.

A Ceuta, contrariamente a quanto è stato detto, non è quindi morta l’Europa. Ha mostrato di essere morente una parte consistente della classe dirigente delle nazioni che la compongono (in particolare quella oggi maggioritaria, di centro-destra – ma non solo: si pensi alla premier danese in prima linea insieme a quella italiana). Che ha, tutta, il problema della concorrenza della destra-destra. Tra l’altro, nel caso delle forze nazionaliste e sovraniste, si tratta di forze tradizionalmente antieuropeiste non per quello che l’Europa fa, ma per il semplice fatto che esiste: e, quindi, l’attacco non stupisce. Ma il prezzo di queste picconate lo paghiamo tutti. Non solo mostrando l’insipienza di un ministro (quello degli esteri, Tajani), che confonde regolarizzazioni con cittadinanze, che consentono la libera circolazione in Europa. Non solo con la patetica ripicca voluta da Meloni (seguita da analoga patetica ri-ripicca di Sanchez) dei controlli alle frontiere per la Spagna, che nemmeno confina con noi (figuriamoci Ceuta) e che nulla hanno da intercettare (e si rivolgono a un paese che ospita quasi 350mila italiani, in crescita tumultuosa negli ultimi anni, e forse dovremmo domandarci il perché, e cosa trovano là, che qui non c’è: tra qualità della vita, apertura culturale, maggiori opportunità e salari più decenti). Il più sorprendente è il viceministro Cirielli, con delega proprio ai rapporti con la Spagna. Che denuncia il fatto che la Spagna ha voluto una regolarizzazione che ha fatto emergere oltre mezzo milione di persone, che altri paesi europei non volevano. Detto da chi dice che gli stati hanno il sovrano diritto di decidere in autonomia. E, ironicamente, da una destra che ha promosso le due più grandi regolarizzazioni della storia italiana, la prima con la Bossi-Fini e la seconda sotto Berlusconi, e continua a farlo sotto forma di click day annuali: che sono diversi dalla regolarizzazione spagnola solo perché, a causa di un farraginoso meccanismo burocratico che si presta anche a infiltrazioni mafiose, non funzionano se non in numeri limitati. Mentre le regolarizzazioni semplici spagnole producono integrazione, pace sociale, vantaggi per il fisco e per l’economia, che infatti cresce, anche per questo, più della nostra. E noi invece continuiamo a produrre la stessa irregolarità che poi si dice di voler combattere, per via legislativa e amministrativa.

Forse il mismatch vero è tra un problema antico ma nuovo nelle sue forme, quello della mobilità umana, e le risposte vecchie, addirittura stantìe, per chi ha studiato poesia direi gozzaniane (le buone cose di pessimo gusto e, aggiungiamo, di assai dubbia efficacia) offerte dalle nostre classi dirigenti politiche. Che con lo sguardo ostinatamente voltato all’indietro, ma andando avanti a tutta velocità, rischiano di andare a sbattere. Il che non sarebbe così grave, se non fosse che ci portano con loro.

 

Nuove emergenze e vecchie risposte. Ceuta, vince la sfiducia. Costi alti per l’Europa, in “L’Altravoce. Il Quotidiano Nazionale”, 11 agosto 2026, editoriale, pp. 1-7

Podcast Fanpage. L’immigrazione che non sappiamo gestire.

Il podcast di Fanpage. Intervista di Francesco Cancellato. Con il sottoscritto.

https://www.fanpage.it/direct/limmigrazione-non-e-unemergenza-siamo-noi-che-non-sappiamo-gestirla-con-stefano-allievi/

Ceuta: l’Europa come obiettivo. Migrazioni e geopolitica

A Ceuta un’arma di migrazione di massa: chi l’ha usata voleva colpire l’Europa, e ce l’ha fatta
Usare gli spostamenti delle persone migranti per scopi politici e, di fatto, bellici non è una novità. A Ceuta se ne è visto un esempio chiaro. Dietro l’arrivo di 60mila persone non c’era un piano unico di Marocco, Israele e Stati Uniti, probabilmente, ma una convergenza d’interessi. Contro la Spagna e contro l’Europa. Che, però, sembra non essersi accorta del vero significato di ciò che è successo.
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4 Agosto 2026, 13:34 pubblicato su Fanpage

A cura di Stefano Allievi

 

“Weapons of mass migration”: armi di migrazione di massa. Non è una trovata giornalistica: si chiamano così anche nella letteratura scientifica, ormai, almeno dall’uscita nel 2010 di un libro molto documentato di Kelly Greenhill, che ne analizza i precedenti storici. L’espressione indica l’uso dei migranti, dei loro spostamenti, per scopi politici e, di fatto, bellici.

Le ha usate in passato la Turchia, facendo partire qualche barca al bisogno, per ricordare all’Unione Europea che era l’ora di firmare un altro assegno, in nome dell’accordo, peraltro esplicito, che prevedeva un ‘tappo’ turco all’immigrazione dall’Asia all’Europa in cambio di denaro. Lo hanno fatto svariate volte i trafficanti libici, come pure il governo tunisino e quello egiziano nei confronti dell’Italia. L’ha fatto la Bielorussia per conto della Russia, per creare problemi ai paesi europei confinanti che sostengono l’Ucraina. Accade regolarmente, in numeri modesti ma con messaggi comprensibilissimi, persino ai confini tra paesi europei. In fondo, seppure in maniera disorganizzata e con obiettivi limitati, l’ha fatto a lungo anche l’Italia facendo finta di non vedere i flussi in uscita verso altri paesi europei di irregolari sbarcati sulle nostre coste, di cui faceva comodo liberarsi scaricando il problema su altri: fino a che non gli è stato ricordato che non è cosa. Ed è probabilmente quello che è accaduto, in maniera più sofisticata e con effetti a catena più visibili, a Ceuta.

 

Quanto accaduto nei giorni scorsi a Ceuta non c’entra infatti con le normali dinamiche migratorie, e nemmeno con eventi eccezionali ad esse legate (come era stato, poniamo, l’arrivo della nave Vlora dall’Albania nel 1991, con più di 20mila migranti a bordo). L’arrivo di quasi 60mila persone (in una città che ne conta 85mila!), che poi in gran parte ritornano indietro senza proteste nel giro di ventiquattr’ore, non è un flusso migratorio, men che meno spontaneo: è una specie di flash mob geopolitico, la scena clou di un film distopico, il trailer di una guerra ibrida organizzata, costruita a tavolino e prevedibile nei suoi esiti, da utilizzare per costruire le puntate della prossima stagione. Servita ad alcuni, ma non ad altri.

Le vere vittime: gli aspiranti migranti, rientrati o morti
Di certo non è servita agli aspiranti migranti (e in qualche caso presunti tali: non un bagaglio, non una protesta in fase di ritorno – atipici, è il meno che si possa dire). Alcuni portati al confine, anche in camion carichi di giovani, molti altri arrivatici in proprio, mobilitati attraverso i social nei giorni precedenti con l’illusione di una improvvisa apertura, come hanno dichiarato loro stessi, illusi di chissà quale miracoloso cambio di politica spagnola: arrivati a Ceuta, qualcuno dopo ore di nuoto, altri incoraggiati dalle guardie di frontiera marocchine, hanno scoperto che niente era vero. E sono tornati docilmente indietro, molti con mezzi messi a disposizione dalle stesse autorità marocchine. Nel frattempo, quasi un centinaio di loro è morto: i cadaveri sono stati recuperati a Ceuta, ma anche sulle spiagge marocchine. Ma questa è la parte che ha fatto meno notizia: rischi del mestiere, hanno pensato in molti. Dovevano metterlo in conto: e forse l’hanno fatto.

A chi è servito, allora? E quale ne è stata la causa? Molte, certamente: tra cui non è facile districarsi. Molti anche i beneficiari: anche apparentemente lontani, geograficamente, da Ceuta, ma molto interessati al Mediterraneo.

Chi aveva interesse a colpire la Spagna
Mettiamo in fila alcuni dati. Il Marocco è una potenza regionale in crescita di influenza: certamente rispetto all’Africa, con una accorta politica culturale, di apertura agli studenti stranieri, e religiosa, oltre che di collaborazione economica e di investimenti. È un fedele alleato degli USA (ha persino aderito, appena un paio di settimane fa, alla cosiddetta forza internazionale per Gaza, voluta da Trump): in cambio Washington sostiene apertamente Rabat sulla questione della sovranità sul Sahara spagnolo (territorio, lo ricordiamo, ricchissimo di fosfati e di risorse energetiche ancora da sfruttare, e oggetto di contenzioso con l’Algeria). Ma è anche stretto alleato di Israele, con cui è attiva una collaborazione economica, tecnologica e militare profonda, che si aggiunge al sostegno politico attraverso la sottoscrizione degli accordi di Abramo, ricambiato da Israele con eguale sostegno sulla questione del Sahara che una volta si chiamava spagnolo, identico nelle forme a quello di Trump, inclusa l’idea di aprire un consolato in terra saharawi. Il suo tallone d’Achille tuttavia è la crescente disuguaglianza sociale e una gioventù che per un quarto non studia né lavora (con un quinto dei laureati che è disoccupato), non sa che fare né dove andare, per la quale l’emigrazione è un sogno proibito e una valvola di sfogo.

La Spagna è in qualche forma nemico, e dunque bersaglio, di tutti e tre i paesi citati. Per quel che riguarda il Marocco, la posizione è ambivalente. Da un lato c’è, in realtà, una corrente di simpatia popolare, dovuta a un’ampia presenza marocchina in Spagna (quasi un milione i residenti marocchini, che ne fanno la principale comunità straniera, a cui vanno aggiunti coloro che hanno preso la cittadinanza spagnola), molto meglio inserita della diaspora marocchina in Italia (dall’interscambio economico ai matrimoni misti, passando per gli sportivi con doppia cittadinanza che giocano in squadre spagnole, i dati e gli esempi lo mostrano visibilmente), e radicata in una nostalgia storica profonda nei confronti di al-Andalus, conquistata dal comandante berbero Tarif ibn Malik, quando gli arabi dominavano buona parte della Spagna, in quella che storicamente è riconosciuta come una sua età dell’oro.

Tuttavia ci sono problemi più antichi, legati al colonialismo (Ceuta stessa, per la sua sola esistenza, ne è un esempio), che diventano contingenti, legati alla geopolitica. Solo pochi giorni prima della ‘invasione’ di Ceuta il premier Sanchez era stato in visita ufficiale in Algeria, storico nemico del Marocco (le frontiere tra i due paesi sono chiuse da anni) sulla questione saharawi e il sostegno al Fronte Polisario. E già in una precedente occasione, quando Madrid aveva ospitato e curato in ospedale il leader del Polisario, nel 2021, Rabat aveva orchestrato un altro ingresso di massa a Ceuta: che, del resto, il Marocco considera legittimamente proprio territorio, insieme all’altra exclave di Melilla (in realtà c’è anche una sorta di scoglio abitato di pochi metri quadri, Penón de Vélez de la Gomera, e delle microisolette nel Mediterraneo marocchino). E, in effetti, qualche domanda, gli europei, e gli spagnoli in particolare, potrebbero porsela: se non vogliono un confine di terra con l’Africa non avrebbero che da andarsene da una terra che non è loro.

Sanchez tuttavia è sgraditissimo anche in Israele: uno dei pochi leader europei ad avere una posizione forte sulla questione palestinese, da cui ha ritirato permanentemente anche il proprio ambasciatore (poi, certo, possono far sorridere amaro le accuse di Israele al Marocco di colonialismo e di sostenere insediamenti illegali, ma tant’è…). Infine gli USA non hanno per niente apprezzato il disimpegno spagnolo sull’Iran, la sua condanna esplicita dell’attacco all’Iran (al punto da negare agli USA l’utilizzo delle basi americane in territorio spagnolo, avendo definito esplicitamente la guerra israelo-americana agli ayatollah come un’operazione illegale), e il rifiuto di collaborare alle operazioni nello stretto di Hormuz.

Le destre europee gridano all’invasione per guadagnare voti
In questo caso, tre indizi non fanno una prova, che probabilmente non c’è: non stiamo parlando di collaborazione organica, ma sicuramente di una evidente convergenza di interessi. In cui dovremmo inserire forse un quarto attore, e una quarta motivazione. Il quarto attore sono le destre europee, amplificate e sostenute dal mondo MAGA, che hanno ampiamente sfruttato l’episodio non per solidarizzare con Madrid, ma per criticare un governo di sponda politica opposta, su molte questioni in controtendenza con il mainstream europeo, denunciando al contempo le sue politiche migratorie non allarmistiche, sospendendo gli accordi di Schengen che poco c’entrano, come ha fatto l’Italia (ma non la Francia, che pure ha una frontiera in comune con la Spagna, e se ci fossero davvero timori di flussi secondari sarebbe stata in prima linea), e mettendo insieme un gran pastrocchio interpretativo (con il ministro degli esteri italiano che è riuscito a confondere le regolarizzazioni spagnole, che hanno consentito l’emergere di un milione di irregolari, con un beneficio economico, fiscale e sociale evidente, con la concessione di cittadinanza e la possibilità quindi di entrare in altri paesi europei).

Con quale scopo? Usare le immagini da Ceuta per gridare all’invasione e cambiare così l’agenda politica europea sulle migrazioni, sterzando decisamente verso politiche securitarie e l’esternalizzazione degli hub al di fuori dell’Europa (il modello Meloni, se si vuole, anche se i centri in Albania non sono certo un esempio di grande riuscita, né di buon investimento economico). Non perché siano le scelte più efficaci: servono anche gestione dei flussi di cui l’Europa e l’Italia hanno bisogno, e politiche di integrazione – sul modello spagnolo, appunto. Ma queste due cose necessitano di programmazione e investimenti, e sono malviste da una quota crescente della pubblica opinione: per le destre che semplicemente non vogliono gli immigrati (e anzi vogliono cacciare anche quelli che ci sono via remigrazione), sono tabù. Mentre le ‘grida’ all’invasione e le critiche alla debolezza dell’Unione Europea, e in generale l’uso dello straniero come capro espiatorio dei propri mali, danno un dividendo elettorale immediato: e molti paesi, Italia inclusa, sono già in clima di elezioni.

Le immagini di Ceuta già sono usate ora e resteranno a lungo nell’opinione pubblica come ‘prove’ di una invasione dell’Europa dai confini fragili e incapace di gestire i flussi, e quindi conviene cavalcarle colpendo la Spagna come responsabile di un’immigrazione mal gestita, anche se la cosa non ha alcun fondamento: anzi, è proprio perché prova a gestirle, ma in modo diverso dalle facili ricette della destra, e con il rischio che ci riescano meglio, che è attaccata. Anche perché l’invasione paventata e evocata nel tam tam politico e mediatico in realtà non c’è stata: anzi, la gran parte degli arrivati a Ceuta sono rientrati nel giro di 24 ore – segno, dopo tutto, di una crisi gestita con efficacia. E non uno di loro entrerà in Europa (o al massimo, chissà, in futuro, qualche decina: molti meno di quanti sbarcano ogni giorno sulle coste italiane).

I politici europei non hanno capito il vero bersaglio a Ceuta
Chi guarda lontano, astraendosi dalle contingenze della cronaca spicciola e dalle polemiche della politica politicante, e dal giudicare per schieramenti pregiudiziali, vede tuttavia anche altro, in questa presunta (o comunque immediatamente rientrata senza danni reali, anche se quelli d’immagine sono pesanti) ‘crisi’ di Ceuta. Problemi che con le migrazioni hanno poco a che fare. E certamente di più, in prospettiva, hanno a che fare con il controllo del Mediterraneo, divenuto cruciale anche per l’interscambio e la geopolitica globale ora che lo stretto di Hormuz, grazie alle poco lungimiranti politiche americane, rischia di essere a lungo controllato, meglio e più redditiziamente di prima, dall’Iran, e quello di Bab el-Mandeb, sull’altro lato del Mar Rosso rispetto al canale di Suez (che controlla di fatto l’accesso del Mediterraneo all’Oceano Indiano), è in balìa degli Houti, che sono anch’essi un proxy dell’Iran.

Pensando ‘largo’, anziché focalizzandoci sull’episodio in sé, potremmo scoprire, un domani, che quanto accaduto a Ceuta ha più a che fare con il desiderio russo di controllare i porti sul Mar Nero, inclusi quelli ucraini, o quello americano di prendersi la Groenlandia. Tutti questi rimandi hanno in comune un interlocutore che forse non si sta accorgendo di esserlo: l’Europa. La cui classe politica, incentivando le sue divisioni e il suo indebolimento, e attaccando proprio paesi e governi, come quello spagnolo, che hanno una posizione più autonoma da Washington, prendendo come scusa le politiche migratorie, rischia di fare il gioco di altri attori geopolitici.

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