Solo circenses in un mondo che brucia: se la Rai non fa servizio pubblico, perché pagare il canone?

Non è momento di scadenza del pagamento del canone, non ci sono riforme della Rai in vista, né nomine della sua governance da discutere. Perché, allora, parlare di Rai? Forse per un motivo banale: perché il mondo è cambiato, ma la Rai, a occhio, non se ne è accorta. La terra brucia, viviamo emergenze inimmaginabili pochi anni fa (clima, risorse, guerre interne e esterne), gli equilibri geopolitici in cui siamo cresciuti sono distrutti, innovazione tecnologica e intelligenza artificiale aprono sfide epocali in tutti i campi (lavoro, welfare, controllo sociale, vita materiale), il legame sociale si allenta, dobbiamo inventare un mondo nuovo di cui non conosciamo i contorni. In tutto questo persone disorientate hanno bisogno di orientamento per non perdersi. E la Rai? È sempre la stessa: stessi linguaggi, stessi rituali, spesso stessi immarcescibili protagonisti del mondo di ieri.

Cominciamo da una considerazione pratica: chi guarda la tv pubblica? E in generale la tv? In particolare, senza operare una scelta (come avviene invece nelle piattaforme, inclusa Raiplay), ma adeguandosi a quanto offre il palinsesto quotidiano? Alcune tendenze sono facili da cogliere: i più anziani rispetto ai più giovani, le persone con livello di istruzione più basso rispetto a quelle con livello di istruzione più alto (i due dati peraltro, in parte coincidono). Due categorie che, in un’ottica di servizio pubblico, avrebbero bisogno dunque di elevare il loro livello culturale, dato che votano, e contribuiscono a decidere il nostro futuro: se è per abbassarlo, dovrebbe essere considerato più che sufficiente il mercato. Peraltro, non si tratta più di un pubblico universale, o che si può supporre tale: come invece tentano ancora di vendercelo dirigenti tv e conduttori, quando sbandierano share discutibilmente calcolati, come se riguardassero percentuali di popolazione complessiva, e non la ben più ridotta categoria della audience televisiva.

Il problema non è il canone in quanto introito: ovviamente l’informazione, come tutto, ha bisogno di risorse, e non c’è un criterio unico per procurarsele (tra i paesi che non hanno canone ci sono sia democrazie avanzate che stati autoritari). La via intermedia è quella di alcuni tra i paesi più civili e con tradizione informativa dalla reputazione più elevata (Regno Unito, in parte Francia e diversi paesi scandinavi): che hanno sì un canone, ma proprio per questo nessuna pubblicità, o limitata a alcune fasce orarie. In ogni caso la cosa più ragionevole è pensare che la tv pubblica debba essere finanziata a carico della fiscalità generale, come istruzione e sanità, infrastrutture e difesa, e tanti altri servizi che giustamente chiamiamo pubblici. Il che ne renderebbe il costo progressivo, mentre oggi, grazie al meccanismo del canone, ricchi e poveri pagano uguale, così come pagano uguale giovani che non la guardano e anziani per i quali costituisce la principale se non l’unica pietanza della loro dieta informativa. Ma proprio perché servizio, dovrebbe essere utile, dando il meglio: dovrebbe servire, appunto. E non sta accadendo. Forse per volontà politica, dato che la tentazione del potere è sempre stata quella di dare un po’ di circenses al popolo per consentirgli di sfogarsi e accontentarsi di un poco di panem, invece di pensare criticamente, il che potrebbe portarlo a pretendere di più. O forse per incapacità di pensiero strategico: il che, a osservare la nostra classe dirigente, non stupisce per niente. Il livello culturale e informativo è forse la nostra più grande emergenza, in un mondo dove vincerà la conoscenza, e in un paese dove l’analfabetismo funzionale è doppio rispetto alla media europea: il 30% circa, contro il 15% della media Ocse e Ue. Detta in maniera più brutale, quasi una persona su tre che incrociamo per strada (e non abbiamo motivo di pensare che la percentuale sia diversa in politica) è analfabeta funzionale: ovvero ha imparato più o meno faticosamente a leggere, scrivere e far di conto, ma poi l’ha dimenticato e non è in grado di capire una frase che include una subordinata, distinguere una notizia vera da una evidentemente falsa, calcolare una percentuale, distinguere milioni da miliardi. Figuriamoci interpretare un mondo in rapido cambiamento.

Il risultato è che ci ritroviamo un livello culturale della tv pubblica in drammatica discesa, stipendi o cachet oltre ogni ragionevolezza e merito, iniquità fiscale dato che è pagata uguale da tutti, e per giunta con concorrenti private che talvolta svolgono il core business della tv pubblica (informazione e cultura) di più e meglio. E, in più, trattandosi di risorse pubbliche sfruttabili a piacimento, ci siamo abituati a ingerenze intollerabili della politica, servilismo e familismo amorale (basta prestare un po’ di attenzione ai cognomi che girano, talvolta ereditari). Soldi spesi meglio, per uno scopo più alto, forse calmiererebbero anche questo fenomeno. Ma l’indizio più evidente della scarsa considerazione culturale data alla tv pubblica – in un paese dove pure, storicamente, ha giocato un ruolo fondamentale nell’alfabetizzazione di fette importanti della popolazione, nella loro crescita culturale, e nel formarsi stesso dell’idea di nazione con una lingua comune – è dato precisamente dai passaggi dal mondo dell’informazione (non di rado dalla stessa Rai) a quello della cultura (inclusi i vertici istituzionali di quel mondo, come il Ministero della Cultura: si pensi ai suoi ultimi titolari), e molto meno il contrario, come accadeva un po’ più spesso in passato. Con il risultato di trasformare la cultura in giornalismo anziché il giornalismo in cultura. E non è una buona notizia, se vogliamo pensare il mondo futuro e non solo osservare quello presente.

 

Il servizio pubblico del panem et circenses, in “ItalyPost”, 8 aprile 2026, editoriale, pp. 1-31

Matrimoni gay, adozioni, diritti transgender: l’evoluzione della società, le contraddizioni della politica

Per una volta il Nordest detta l’agenda – grazie alla cronaca, non per una specifica volontà politica – nel campo dei diritti. Con tre casi distinti, ma collegabili in un unico ragionamento.

Il primo è la notizia che due sindaci friulani di centrodestra – uno di Fratelli d’Italia l’altro della Lega – convoleranno felicemente a nozze. La notizia non è che siano entrambi uomini: la cosa ormai è acquisita e irrilevante. Né che possano farlo grazie a una legge a cui i loro partiti hanno votato contro: è lecito, e anzi meritorio, cambiare idea, e evolvere. Di più: la loro testimonianza, nei loro ambienti, avrà effetti positivi, e porterà a un maggiore riconoscimento dei diritti dei gay e delle lesbiche e a una minore omofobia per tutti, a cominciare dai loro partiti di appartenenza: per cui sbaglia, e di molto, chi, da parte progressista, li critica o peggio li irride. Detto questo, spiace che, invece di riconoscere un dissenso con la propria parte politica, e positivamente rivendicarlo (il che è una qualità rara e preziosa, in un ambiente, la politica, composto in buona parte da yesmen e yeswomen capaci solo di obbedire, spesso servilmente, perché è il modo migliore per garantirsi una carriera), si sentano in dovere di accompagnare la loro scelta con una riaffermazione del valore della famiglia tradizionale, e la sottolineatura di una opinione contraria alle adozioni da parte di genitori dello stesso sesso. Argomento, questo, che ci introduce al secondo punto.

Il tribunale dei minori di Venezia ha rimesso alla Consulta il giudizio su una possibile eccezione di incostituzionalità riguardante la legge sulle adozioni, che le consente solo alle coppie sposate, e non a quelle unite civilmente, come solo possono essere le coppie dello stesso sesso: il che produce “effetti irragionevoli, discriminanti e ingiustificati”. Anche perché, paradosso nel paradosso, anche i single possono adottare, ovviamente a prescindere dal loro orientamento sessuale: per cui, per ipotesi, se i due coniugi uniti civilmente divorziassero, potrebbero adottate un bimbo a testa, e poi regolarmente ri-registrare la loro unione. Ciò che, senza aspettare il pronunciamento della Corte, appare non solo irragionevole e palesemente discriminatorio, ma anche contrario al buon senso e all’interesse dei bambini che potrebbero avere una famiglia.

Il terzo caso riguarda una donna transgender bulgara che vive in Veneto. E che ha ottenuto dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea il riconoscimento del diritto a vedersi consegnato dalla Bulgaria – paese che, insieme a Ungheria e Slovacchia, non riconosce il cambio di sesso – un passaporto corrispondente alla sua attuale identità sessuale, acquisita in Italia. Il motivo è che la sua negazione cozza contro un principio fondamentale dell’Unione, di cui noi italiani facciamo ampio uso dati i nostri tassi di emigrazione, che è quello della libera circolazione, uno dei punti cardine a fondamento dei trattati. Si tratta, tuttavia, anche della conferma implicita, oggi rimessa in discussione da varie forze politiche, del fatto in sé: ovvero che il cambio di sesso è un diritto individuale, che come tale deve essere riconosciuto.

Sono casi diversi, quelli qui analizzati. Che tuttavia ci mostrano, per così dire in progressione, che ciò che in passato era considerato irricevibile è oggi progressivamente diventato senso comune. Come mostrano proprio le unioni civili omosessuali da cui siamo partiti: che suscitavano lo stesso grado di riprovazione che suscitano oggi, negli stessi ambienti, l’affermazione di genere e il cambio di sesso all’anagrafe. Del resto, sempre negli stessi ambienti (e anche altrove, a onor del vero), suscitavano riprovazione gli stessi diritti delle donne, a cominciare dal voto e dall’accesso alle professioni dette maschili: e si tratta delle stesse correnti politiche che oggi esprimono la presidente del consiglio. Il prossimo passo? Unioni regolari e riconosciute tra persone transgender e persone che non lo sono, eterosessuali o omosessuali, anche negli ambienti che per principio le rifiutano (diciamo, per brevità a destra), esistono già. Prima o poi verranno alla luce, e sanciranno un dato acquisito. Come il matrimonio tra i due sindaci da cui siamo partiti. Ai quali facciamo i nostri migliori auguri.

 

Dai sindaci sposi alle adozioni, lo strano Nordest dei diritti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 21 marzo 2026, editoriale, pp. 1-9

L’impotenza di una Europa impaurita

Sta succedendo di tutto. Eppure siamo convinti che a noi non succederà niente. Ma non sarà esattamente così.

Sono passati quattro anni dall’invasione dell’Ucraina. Due e mezzo dall’attacco di Hamas che ha scatenato la reazione di Israele, con la distruzione di Gaza e le violenze in Cisgiordania (e attacchi qua e là, dallo Yemen al Libano). Poco più di una settimana dall’attacco all’Iran, con le conseguenze a cascata che stiamo vedendo sotto i nostri occhi. E, in parallelo, altre azioni violente, altre guerre, meno rovinose, o semplicemente meno vicine, altre minacce, in cui ci sentiamo sempre meno coinvolti (dal Sudan al Venezuela, passando per la Groenlandia – che pure è Europa – o Cuba, domani Taiwan e chissà cos’altro). Non è la terza guerra mondiale a pezzi. Non è nemmeno, apparentemente, un nostro coinvolgimento diretto in teatri bellici. È una lenta, inesorabile erosione: di sicurezza, di valori morali, e presto – ci accorgeremo – anche economica. Di cui però non siamo attori, ma spettatori: nemmeno plaudenti – solo passivi.

Come europei, abbiamo scoperto di non saperci veramente difendere da una aggressione evidente e ingiustificabile (in Ucraina): e, anzi, ci siamo accorti di avere una cospicua quinta colonna interna favorevole alle ragioni dell’aggressore. Abbiamo cancellato ogni senso del limite di fronte al comportamento di Israele, peraltro inizialmente sorretto da una profonda corrente di simpatia giustificata dal vergognoso attacco a civili di cui era stato oggetto da parte di Hamas, lasciando che in Palestina accadesse quello che è accaduto senza spiccicare parola (non una condanna, non una sanzione, non una critica). Non stiamo dicendo nulla su una guerra neanche dichiarata in Iran, di cui non siamo stati nemmeno preventivamente informati, non diciamo consultati, che già solo nei primi giorni sta coinvolgendo l’intero Medio Oriente e persino l’Europa, con l’attacco alle basi a Cipro, e conseguenze economiche ancora tutte da misurare, che non pagheremo solo sulla bolletta energetica. Sì, certo, si è decapitato un regime teocratico odioso e pericoloso, ma che non attacchiamo certo per amore della libertà (si è già detto che non si vuole una democrazia: basta un leader ‘amico’), e che non siamo affatto certi che lasceremo in condizioni migliori (i precedenti di Afghanistan, Iraq e Libia non sono incoraggianti, in questo senso).

Di fatto, abbiamo adottato una sistematica logica di due pesi e due misure, e un regime di doppia verità, di fronte agli accadimenti globali, senza nemmeno renderci conto delle conseguenze strategiche di questa scelta: che, incidentalmente, indebolisce lo stesso nostro sostegno all’Ucraina (non foss’altro perché offre un alibi alla Russia – così fan tutti). E ci fa scoprire di essere solo la periferia – sempre più impotente e sempre più marginale, politicamente e militarmente – di un mondo di cui continuiamo, contro ogni evidenza, a crederci il centro. Certo, gli altri non sono da meno. Ma, appunto, questo ci fa perdere la presunzione di unicità, e di superiorità morale, in cui ci piaceva crogiolarci, e con essa la nostra capacità di seduzione, credibilità, reputazione: il più importante dei capitali. Attrattivi lo siamo ancora, per il nostro modo di vita e la nostra cultura: dopo tutto se qualcuno decide di emigrare è da noi, Occidente sviluppato, che cerca di venire – non va certo in Russia o in Cina, anche se comincia invece ad andare verso altre piccole e medie potenze regionali e sub-regionali (dove peraltro andiamo volentieri anche noi, se si possono fare affari o anche solo svernare piacevolmente). Ma la maggior parte viene per denaro, ricerca di lavoro, welfare – qualità della vita materiale, insomma. Sempre meno per condivisione dei valori a cui diciamo di ispirarci ma di cui siamo più testimoni rassegnati del loro declino che orgogliosi attori della loro affermazione: libertà, democrazia, parità di diritti.

Quanto siamo isolati lo si vede bene sulle grandi questioni della geopolitica: dove sempre più spesso, anche all’assemblea generale delle Nazioni Unite, quasi tutto il resto del mondo (Africa, Asia, America Latina) vota – e in ogni caso pensa – in maniera diversa da noi, e preferisce stare con Russia e Cina, pur non amandone il modello di sviluppo e non abbracciandone i valori: è l’Europa a scoprirsi piccola e isolata, per quanto (e proprio perché) alleata ai grandi Stati Uniti. In un mondo sempre più multipolare, le cui grandi sfide, in termini di sostenibilità economica, sociale e ambientale, necessiterebbero di una visione larga, di una leadership forte, e di collaborazione, ci ripieghiamo e richiudiamo sempre più su noi stessi, riuscendo a dividerci persino all’interno dell’Occidente. Con una sua parte, gli USA, che ha ideologicamente scelto un paradossale isolazionismo interventista, in nome solo dei propri egoistici interessi, e solo quelli misurabili in denaro (non di un Paese, peraltro, ma di una ristretta oligarchia al suo interno). E l’altra parte, l’Europa, che si è scoperta debole, impaurita, incapace di azione, spesso anche servile rispetto al suo fratello maggiore: sulla difensiva, e mai invece all’attacco, come pure fino a poco tempo fa è stata, persino inconsapevolmente, quando macinava traguardi economici e raggiungeva standard di benessere mai visti. Potrebbe andare diversamente? Potrebbe. Le condizioni materiali ci sarebbero ancora. Manca, per ora, la volontà politica di credere davvero in noi stessi, nel nostro potenziale di immaginazione, trasformazione e costruzione.

 

Un’Europa sempre più impaurita e impotente, in “ItalyPost”, 12 marzo 2026, editoriale, pp. 1-29

La chiesa sì, la moschea no. Quando a discriminare siamo noi

A Padova, in via Longhin, verrà costruita una chiesa ortodossa con capienza da 800 persone, con annessi patronato, centro culturale, auditorium, impianti sportivi e alloggi per i sacerdoti. Il complesso fa capo all’associazione cristiana moldava di Padova, che a sua volta dipende dal Patriarcato di Mosca. È un bel segnale di rispetto religioso (non mi piace parlare di tolleranza: “per la tolleranza, c’erano le case” diceva Paul Claudel), a sua volta peraltro semplicemente rispettoso del diritto alla libertà religiosa presente nella nostra costituzione, ma è anche un segnale di intelligenza politica, di dialogo culturale, e di integrazione sociale, che non può che fare bene alla città.

Ma facciamo un po’ di fantapolitica. Immaginiamo per un attimo che la richiesta fosse venuta dai musulmani. Che fine avrebbe fatto il progetto? Ecco, in realtà non serve immaginare il futuro: basta guardare al passato recente, attraverso la cronaca cittadina. Perché il progetto c’era: e riguardava proprio un terreno in via Longhin. E ne emerse un conflitto culturale così interessante che ne ho fatto, con i miei studenti, un case study, realizzando con loro un libro (intitolato “Ma la moschea no…”) e un documentario (“Fuori dal ghetto. Storia controversa della moschea di Padova”).

Correva l’anno 2008. L’associazione Rahma, a prevalenza marocchina, che già aveva aperto nel 2001 una sala di preghiera in via Anelli (probabilmente il luogo più dignitoso e l’unico in cui non si commettevano reati – e, anzi, dove si predicava il rispetto della legge, l’integrazione, e il miglioramento di sé attraverso i precetti religiosi – dell’intero e notoriamente problematico complesso di palazzine, poi chiuso) chiede di costruire su un terreno di proprietà del comune, che include una fattoria mezzo diroccata, una moschea (ma anche un patronato, con biblioteca e possibilmente campetto di calcio, a servizio del quartiere). Il terreno sarebbe peraltro solo in locazione, seppure a lungo termine, con un canone annuo di oltre ventimila euro, e le spese tutte a carico della comunità islamica. Un luogo ideale anche perché (e i musulmani sono consapevoli dell’umore della pubblica opinione), lì, in una zona non residenziale, lontana da abitazioni, con ampi spazi di parcheggio, non darebbe fastidio a nessuno. Apriti cielo! L’opposizione di centrodestra (Lega e AN) insieme a una associazione cittadina costituisce un comitato referendario contro la moschea (di cui fanno parte esponenti politici tutt’ora in auge, tra cui un futuro sindaco di Padova, a riprova che sì, prendersela con il capro espiatorio dei musulmani avvelena il clima sociale ma aiuta a fare carriera politica), che indirà effettivamente un referendum autogestito senza alcun valore legale. Seguiranno polemiche politiche, roboanti dichiarazioni, vibranti comizi (usando il repertorio tutt’ora in auge sulla presunta islamizzazione dell’Europa), risibili attestazioni di priorità (si dirà che è più importante un asilo nido: in una zona dove non ci sono bambini…), intoppi legali, cavilli amministrativi, manifestazioni e contromanifestazioni (incluso un “Moschea Day”: anche i sovranisti avevano la fissa dell’inglese già allora), persino la elegante passeggiata con un maiale al seguito – in segno di disprezzo – di una nota esponente leghista (su suggerimento di un attuale ministro leghista che si occupa di autonomie), con conseguente indignazione della chiesa, del presidente della comunità ebraica, che pure si dice a favore del progetto, e persino dell’allora ministro dell’Interno, il leghista Maroni. Nonostante tutta questa mobilitazione, un sondaggio di questo giornale attesta che poco più della metà dei cittadini padovani è a favore della moschea, solo un quarto è esplicitamente contro, e un altro quarto è indeciso o non convinto. Tutto ciò dura fino a che i musulmani, stanchi delle polemiche e del continuo gioco al rialzo, anche economico da parte del comune, si compreranno, a molto meno, una sede altrove. Risultato? Niente moschea, ovviamente, con tutti i crismi e riconoscimenti urbanistici. E apertura di un luogo di preghiera che chi ha lottato contro la moschea considera abusivo e illegale. Problema: se non c’è una via legale, perché i sindaci e i politici sono contro, che alternativa c’è? E, peraltro, così sono costrette a fare spesso altre comunità religiose, come pentecostali e testimoni di Geova.

Ora, cosa ci insegna questa doppia storia? Qualcosa su di noi, di molto serio, temo. Che siamo noi a non rispettare i nostri stessi principi, valoriali e costituzionali. Che siamo noi a adottare due pesi e due misure. Che siamo noi, senza nemmeno avere il coraggio di ammetterlo, a discriminare i non bianchi, i non cristiani, i non europei. Con ciò ostacolando, anziché favorire, i processi di integrazione. E facendoci, quindi, del male.

 

Chiese e moschee. Due pesi e due misure, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 marzo 2026, editoriale, pp. 1-3

Il talk show come metafora (preoccupante) della democrazia

Viviamo in una democrazia senza dibattito. E questo mina la democrazia alla radice. Ma come, direte: dalle tv ai social non si fa altro che parlare, parlare, parlare. Appunto: e il problema sta qui. Che si parla: ma non si ascolta mai. Non si discute, non si dibatte, non si dialoga, nemmeno si comunica, e raramente si informa: si dice, si esclama, si urla. Non si approfondisce: si attacca e ci si difende. E quindi non si scava: si resta in superficie.

Ripetiamo sempre che l’origine dell’idea occidentale di democrazia è nell’agorà greca. Vero, anche se la nostra immagine è abbastanza idealizzata. Era una democrazia imperfetta: mancavano le donne, intere categorie sociali non erano rappresentate. Ma lì si affrontavano dibattiti, si decidevano alleanze e guerre, si eleggevano o ostracizzavano persone. Si discuteva, insomma. Si opponevano argomentazioni: tanto che si sono inventate tecniche di persuasione e retoriche, poi transitate nel mondo romano. Non è quello che accade negli odierni parlamenti: dove si parla, sì, ma non per convincere altri delle proprie buone ragioni, visto che non c’è nessuno da convincere, dato che tutti votano seguendo ordini di scuderia pervenuti dall’alto, e mai in dissenso con il proprio gruppo (ed è per questo che si fa carriera, tanto in politica quanto, spesso, nel giornalismo). Ci si schiera, che è altra cosa: sono schieramenti, appunto, non parlamenti. Aprioristici come il tifo calcistico: e non a caso typhos (febbre, offuscamento) è il nome di una malattia, che porta a stati di esaltazione e sovraeccitazione – tutto il contrario del pensiero e della decisione meditata. Una malattia terminale, letteralmente, per le democrazie: porta al loro termine, alla loro morte.

È un meccanismo esemplificato benissimo dai talk show. L’importante è parlare. Talvolta solo esserci. Un meccanismo che colpisce e inquina la democrazia in quanto tale, con effetti devastanti. Ed è falso dire che questi programmi si limitano a rispecchiare la realtà. Non si limitano a dare voce ai mostri presenti nella società: li creano, danno loro visibilità e potere, gli fanno da megafono. Rinunciando al ruolo informativo che sarebbe il loro. A questo aggiungiamo alcuni elementi specifici. Sono un luogo in cui i giornalisti si invitano tra di loro (e questo è molto specificamente italiano). E li si invita precisamente perché si sa già come sono schierati. Sono lì per rappresentare una posizione nello schieramento, non un contenuto informativo. Per cui si diventa opinionisti di mestiere: su tutto, non su qualcosa di cui si sa qualcosa. Gli altri invitati, i politici, peggio che peggio, visto che di professione manifestano opinioni, non contenuti. Altri (esperti, per esempio) sono quasi assenti: o sono preventivamente schierati e quindi sono esperti di una certa parte politica, che è una contraddizione in termini. In più ci si schiaccia sulle estreme, perché in questo gioco emerge chi urla più forte: ci si parla sopra, e si vince a colpi di interruzioni, privilegiando il litigio alla spiegazione (scegliendo gli ospiti proprio con questo criterio, e costruendo le clip successive, che serviranno a alimentare il dibattito sui social, su questi momenti). In una cacofonia, anche effetto del saltabeccare da un argomento all’altro, che finisce per produrre la disaffezione dei non schierati. C’è un ulteriore parallelo tra talk show e democrazia: calano i telespettatori come calano gli elettori, e in entrambi i casi restano i più anziani. Forse per lo stesso motivo.

 

Il sonno del dibattito genera mostri, in “ItalyPost”, 3 marzo 2026, editoriale, pp. 1-29

Il Vannacci che è in noi e il futuro della destra

Il generale ha finalmente il suo esercito: piccolo, per ora anche un po’ abborracciato, ma con buone possibilità, nel tempo, di crescere. Forse è il sogno di ogni generale: comandare le truppe, ma non dover più obbedire alla politica, ovvero decidere lui per cosa combattere (o contro chi: che apparentemente gli viene meglio), non solo come farlo. Stare nell’ombra, del resto, non è nelle sue corde, come abbiamo visto nella sua rapida avventura politica.  Nata dalla pubblicazione autoprodotta di un libro fortunato e redditizio, che l’ha portato rapidamente nella società dello spettacolo (incontri, presentazioni e talk show, che sono una forma di intrattenimento, non di approfondimento), e da lì al salto in politica, che ormai si differenzia dallo spettacolo in maniera minimale. Aiutato, anche in questo caso, da circostanze fortunate: che sono altrettanti errori altrui.

Il primo errore porta il nome di Matteo Salvini. Nato nella Lega autonomista e federalista di Umberto Bossi, da giovane persino leader dei comunisti padani, le ha imposto una svolta sovranista, nazionalista, xenofoba, in perenne inseguimento delle destre più radicali: un vestito non compatibile con l’idea originaria di “sindacato del Nord” produttivo, ma particolarmente adatto alle idee di Vannacci, ancora più radicali in materia. Salvini ha fatto del volto e della divisa del generale un candidato alle europee da mezzo milione di voti, nominandolo persino vicesegretario del partito (forse la scelta più incomprensibile, dato che il generale continuava a tenere i piedi in due scarpe, dove la seconda era il movimento che apertamente cercava di costruire e solidificare). Il secondo errore è tuttavia dell’intera classe dirigente della Lega, inclusi coloro che oggi festeggiano la sua uscita, ma non hanno contestato il suo arrivo al vertice – ci sono stati sussurri di posizionamento, ma non voci autorevoli e pubbliche di dissenso. E la Lega ne pagherà un prezzo in termini di voti: probabilmente più alto di quello che oggi si prevede.

Non è la scissione dell’atomo, in cui la sinistra ha un’expertise storica ineguagliabile, e il centro una altrettanto solida tradizione. Il generale ha in parte creato e in parte assai maggiore intercettato uno spazio politico che esiste e è in crescita in tutta Europa, su cui concorrono anche altri. Lo scenario che possiamo immaginare è quindi quello di un continuum politico in cui Meloni sarà sistematicamente scavalcata a destra da Salvini (già accade, ma accadrà più spesso), che sarà a sua volta scavalcato a destra da Vannacci, che da questo gioco ha tutto da guadagnare, in visibilità e collocamento. Una spirale che potrebbe portare a una radicalizzazione di tutto il centro-destra, almeno su alcuni temi, a meno che la Lega riconquisti la sua posizione storica di partito del Nord, federalista, anticentralista e bossianamente antifascista come era all’origine, e quindi finisca per fare, con i suoi alleati di centrodestra più moderati, una sorta di argine, di blocco, quasi di arco costituzionale che escluda, finché si può, la creatura politica di Vannacci.

Non sarà facile, perché il generale incarna meglio di altri vizi italiani atavici, incrociati con tendenze politiche emergenti. Tra le ultime: l’identitarismo bisognoso di un capro espiatorio (come sempre, scelto tra soggetti deboli o simbolici – immigrati, musulmani, neri, gay, trans, il woke e il gender – mai tra i poteri forti). Tra i primi: il rodomontismo di chi le spara grosse, lanciando il sasso ma nascondendo sistematicamente la mano (per dire, ridimensionando le allusioni a una Paola Egonu non etnicamente italiana trincerandosi dietro alla media statistica: una posizione singolarmente poco coraggiosa, per un uomo d’armi), che si accoppia con il vittimismo di chi lamenta di essere stato male interpretato. È sintomatico che la sua sirena richiami anche improbabili personaggi da commedia dell’arte, che (da Borghezio a Soumahoro, da Adinolfi a Rizzo) sono stati capaci di andare ovunque, venendo da dovunque, un po’ alla qualunque, uniti solo dalla ricerca di una casa e una cassa di risonanza. Altri tuttavia verranno: più solidi, determinati e forse credibili. Perché questa è una politica fatta sui sentimenti, non sulle proposte, e proprio per questo funzionerà. Non si tratta di attuare un progetto, ma di annusare l’aria che tira e limitarsi a cavalcarla, secondo un immortale principio: “je suis leur chef, il faut que je les suive”. In fondo votare Vannacci e progetti inattuabili e immorali come la remigrazione (che, secondo il suo ideologo, Martin Sellner, non è rivolta solo a chi commette reati, ma anche ai cittadini di seconda o terza generazione considerati “non assimilati” rispetto a presunti standard identitari) significa lasciare libero di esprimersi il Vannacci che è in tutti noi. Quello che le spara grosse, il middle man che cerca soluzioni semplici a problemi complessi, l’individualista che si fa i fatti suoi. Come sull’Ucraina, su cui i vannacciani hanno fatto la loro prima uscita parlamentare chiedendo di non mandare più armi. Non chiamatelo pacifismo, che è altra cosa (del resto sarebbe paradossale, da parte di un generale, seppure in aspettativa): è fuga dall’impegno e dalla responsabilità – tengo famiglia, e non voglio spendere un centesimo per la libertà altrui. E infatti, pur cambiando partito, ci si tiene la poltrona: del resto, così fan tutti.

Il Vannacci che è in tutti noi, in “ItalyPost”, 12 febbraio 2026, editoriale, pp. 1-28

Chi ha paura del cimitero islamico? Lettera aperta al mio sindaco

Gentile signor Sindaco (di Cadoneghe), le scrivo da cittadino del suo comune, e da persona che si occupa professionalmente dei problemi di cui qui si parla. Non per le decisioni da lei assunte a proposito del cimitero islamico, in sé legittime, ma per le motivazioni adottate, peraltro diffuse. Lei dice di non poter assegnare un camposanto privato a un’associazione islamica, per rispetto della normativa. In realtà in Italia ce ne sono molte decine, di varie confessioni: dai più antichi (ebraici, protestanti, e pure musulmani, come l’antico cimitero turco di Trieste) ai più recenti, legati all’immigrazione islamica di questi decenni (tra i primi quello di Milano) o recentissimi, nati nel periodo del Covid. Naturalmente, le forme di regolamentazione e di accordo con il comune possono essere le più diverse, inclusa la concessione di aree specifiche nei cimiteri comunali. Nessuna di queste è ovviamente in violazione della legge: tutti gli accordi, firmati da suoi colleghi, sono nel rispetto della normativa.

La possibilità di seppellire i propri morti, possibilmente secondo i propri costumi, è un atto universale di umana pietas: gli antichi dichiaravano delle tregue per permettere persino ai loro nemici di farlo. Impedirlo ai musulmani, e solo a loro, suona increscioso, visto che vanno a scuola con i nostri figli, e lavorano con e per noi: nelle nostre fabbriche, nei nostri servizi anche pubblici, e nelle nostre abitazioni, dove si prendono cura di casa, figli, anziani. In fondo, la loro richiesta di essere sepolti qui, anziché rimandare le salme al paese d’origine, è una forma di integrazione post mortem: che tiene conto del fatto che i loro parenti sono qui, non là. E vivendo qui, muoiono, inevitabilmente, qui.

In maniera interessante, lei evoca il principio di laicità, e il trattare tutti allo stesso modo: forse dovremmo chiedere che fosse così per tutti, in tutta Italia, con normativa obbligatoria e vincolante. Quello che non dovrebbe accadere è che i principi si applichino in maniera selettiva solo a alcuni. La possibilità di avere aree cimiteriali specifiche esiste. Se l’esercizio di un diritto, o la sua impossibilità, vale per tutti, è universale: se vale solo per alcuni e in alcuni luoghi si chiama privilegio, in positivo, o discriminazione, in negativo.

L’articolo 8 della Costituzione temo non c’entri niente. Vincola le comunità religiose al rispetto delle leggi: ed è precisamente quello che stanno chiedendo di fare. Ma vincola anche lo Stato e le sue amministrazioni a trattarle tutte equamente: ed è questo, semmai, che spesso non accade. Lei dice che l’islam non ha un’Intesa con lo Stato, ed è vero. Con altri accademici ho fatto parte del Consiglio per l’Islam Italiano, un organo consultivo di esperti presso il Ministero dell’Interno, dai tempi di Alfano, che ci aveva nominati, a quelli di Piantedosi, in cui ci siamo dimessi collettivamente perché il Ministero non era più interessato ad avvalersi delle nostre consulenze, gratuite e spesso a nostre spese. Posso assicurarle, insieme ai miei colleghi giuristi, che se l’islam non ha un’intesa è per volontà dello Stato, non dei musulmani, che la firmerebbero domani, anche solo per ragioni simboliche: vorrebbe dire che sono finalmente accettati alla pari di tutti gli altri. Ma è precisamente ciò a cui il governo e i partiti che lo esprimono (tra cui il suo, signor Sindaco) sono fieramente contrari. Per cui se vuole un’Intesa, ha ragione: non ha che da porre il problema ai suoi colleghi di partito.

Infine, lei dice che la shari’a contrasta con la legge italiana. Immagino che la conosca bene. La shari’a è semplicemente l’insieme delle norme religiose islamiche, diverse da paese a paese, per periodo storico e interpretazione. E non si applica in Italia. Anche alcune norme del diritto canonico contrastano con il diritto italiano: che, tuttavia, prevale, come giusto. Vale anche per alcuni principi religiosi ebraici o hindu, per dire. L’importante è che tutti rispettino le leggi dello Stato. E se non lo fanno, siano puniti. Che è quello che succede ordinariamente.

Un’ultima cosa le chiedo, rispettosamente. Respingendo legittimamente la domanda, si è posto il problema di come aiutare la comunità islamica a trovare una soluzione alternativa? I morti esistono, e da qualche parte vanno messi. Altrimenti si finisce come con le sale di preghiera: se ne impedisce la costruzione, che pure dipende dai sindaci, e poi si accusano i musulmani di farle abusivamente, il che peraltro non è esatto, né riguarda solo loro. Forse – non nel suo caso – c’entra anche il fatto che si tratta di stranieri, che in maggioranza non votano, e sono poco amati: quindi sono un facile capro espiatorio. Ma esistono anche molti musulmani cittadini: perché hanno acquisito la cittadinanza o l’hanno dalla nascita, come le seconde generazioni e i convertiti italiani.

Mi consenta una considerazione finale, che non riguarda certo lei, ma alcuni tra coloro che sostengono le sue posizioni. Leggendo i loro commenti, è facile notare che molte frasi, se sostituissimo la parola musulmani con la parola ebrei, le considereremmo irricevibili. Se lo pensa anche lei, lo dica. Una sua parola avrebbe un grande valore aggiunto.

Sarò lieto, se lo vorrà, di fare con lei, su questi temi, un confronto, privato o pubblico. Costruttivo, rispettoso e senza pregiudizi. Con il rispetto che le devo per il suo difficile ruolo. E come cittadino del territorio che governa.

Con stima

Stefano Allievi

 

Caro signor sindaco. Perché dire sì al cimitero islamico, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 4 febbraio 2026, editoriale, pp. 1-7

Click day: come non si fa una politica delle migrazioni

Di click day in click day (solo in febbraio ce ne saranno tre: uno per il settore del turismo, uno per lavoratori non stagionali, e uno per colf e badanti, mentre in gennaio se ne è svolto uno per l’agricoltura), il numero di assunzioni potenziali di immigrati dall’estero si avvicina progressivamente a quello delle richieste del mondo del lavoro e delle associazioni datoriali. Sono 194mila le domande precaricate per quest’anno sul sito del ministero dell’Interno, a fronte di 164mila posti allocati dal decreto flussi. Un bagno di realismo, dal punto di vista dei numeri. E uno di surrealismo, quanto alle modalità.

Si può sorridere sul nome stesso: poco linguisticamente sovranista, anche se si tratta di prassi ereditata da governi precedenti. Ma viene da piangere, invece, pensando a cosa significa: la assoluta mancanza di una politica dell’immigrazione seria e di lungo periodo. Cominciamo dal metodo. Nessuno di noi e nessuno dei nostri figli ha mai trovato lavoro nella maniera in cui si pretende, o si finge di pretendere, che lo trovino gli immigrati: con la richiesta di un datore di lavoro di un altro continente, che per motivi misteriosi, non conoscendoci, dovrebbe desiderare di assumere proprio noi. Il fatto che si accetti di ricorrere a questo metodo, o lo si subisca, dà la misura della disperazione dei datori di lavoro, così affamati di manodopera da continuare a perdere tempo e fatica dietro una modalità assurda di assunzione. Non si tratta di migliorare il meccanismo, che peraltro è pieno di incongruenze e si presta persino ad un uso criminale: si tratta di cambiare impostazione e logica, e quindi di abolirlo.

Il fatto che – chissà perché, dato che le aziende stanno al nord – il grosso delle domande fino ad ora sia venuto da alcune province della Campania già dovrebbe dirci qualcosa su chi gestisce questo traffico. Il fatto che moltissime domande non arrivino poi a concretizzarsi in un permesso di soggiorno dovrebbe dirci altro sulla farraginosità del meccanismo e sui suoi effetti perversi, tra i quali c’è quello di produrre irregolarità, anziché diminuirla, per via istituzionale: grazie alle norme e non nonostante esse, il che accentua il paradosso. Ma il punto vero è che bisognerebbe assumere diversamente. Intanto, regolarizzando chi già è qui. Un po’ è stato usato in passato il click day a questo scopo, all’italiana, fingendo di assumere dall’estero, ed è comunque l’unico lato positivo. Ma occorre molto di più. In Spagna, paese con una situazione e un fabbisogno relativamente simile al nostro, si è tenuta aperta per anni una specie di sanatoria ad personam, per cui, senza troppe fanfare, un immigrato che avesse un datore di lavoro disposto ad assumerlo (spesso, per il quale lavorava già in nero) poteva di fatto regolarizzare la propria posizione: in Italia è quasi del tutto impossibile anche per i richiedenti asilo già qui e ospitati per mesi nelle nostre strutture, proprio a causa delle normative e delle prassi sempre più restrittive – e anche in questo caso, producendo per via amministrativa l’irregolarità che a parole si denuncia. Eppure proprio in questi giorni la Spagna ha deciso per decreto la regolarizzazione, in due mesi, stando alle stime, di circa mezzo milione di persone, più o meno quanti sono gli irregolari in Italia: in un paese che, in percentuale, ne ha più di noi, e la cui economia – sorpresa! –, forse anche per questo motivo, cresce più della nostra.

Da noi, tuttavia, la parola regolarizzazione non si può e non si vuole dire per motivi ideologici: perché chi ora governa è arrivato al potere anche grazie all’abbondante propaganda antiimmigrati sparsa a piene mani quando era all’opposizione.

Si continueranno quindi a fare click day, anche se servirebbe altro: l’apertura di veri canali regolari di ingresso. Che finora, checché ne dicano anche esponenti politici che non conoscono nemmeno l’abc della legislazione in materia, sostanzialmente non esistono. Bisognerebbe aprirli, attraverso accordi bilaterali che mettano questo tema al primo punto, e solo dopo, come conseguenza, i rimpatri. E non accade. In realtà basterebbe dare dei permessi biennali di soggiorno per ricerca di lavoro: quello che facciamo noi, se vogliamo lavorare. Volendo, si potrebbero pure aggiungere altre condizioni. Magari il pagamento del biglietto aereo di ritorno, messo nelle mani dello Stato, in caso di comportamento scorretto. Volendo, persino chiedere il pagamento anticipato di due anni di iscrizione al servizio sanitario nazionale. Gli immigrati spenderebbero comunque meno, e ci metterebbero meno, arrivando vivi e in buona salute, rispetto all’affrontare la traversata del Mediterraneo. E noi sapremmo chi sono, dove sono e cosa fanno. Ma è troppo ovvio, troppo poco ideologico. Non aiuta a acquisire consenso. Specie se lo si è ottenuto chiedendo blocchi navali e oggi remigrazioni. E quindi non accadrà.

 

Click day, l’alibi di una non politica, in ItalyPost, 2 febbraio 2026, editoriale, pp. 1-7

Immigrazione: quello che non sappiamo, perché non lo capiamo

Degli immigrati si sa poco. Molto meno di quello che crediamo. Perché si sa già tutto: o si crede di saperlo. Prevale il pregiudizio (qui inteso in senso tecnico: il giudizio dato prima di aver avuto una esperienza diretta) sul giudizio, l’opinione sul fatto, il bisogno di schierarsi sull’analisi. E questo ci condanna all’incomprensione. Non capiremo mai, se il problema è ragionare su una categoria dello spirito anziché su un fatto sociale, soddisfare il nostro bisogno di collocazione partitica, o esprimere il proprio tifo per l’una o l’altra squadra identitaria. È vero per tutto: ma sull’immigrazione – e sulle culture che gli immigrati esprimono – è più vero che mai. L’immigrato di carta, quello che ritroviamo sulle pagine dei giornali e nei discorsi della politica, quasi mai corrisponde all’immigrato di carne: quello che vive, mangia, prega, ama, studia, lavora, si sposa, cresce figli, nel caso commette reati, ha aspettative e progetti. Apparentemente, abbiamo già le risposte: e allora perché farsi fastidiose domande? Soprattutto, perché farle ai diretti interessati? Non a caso il discorso sull’immigrazione è essenzialmente un discorso tra italiani a proposito degli immigrati, che solo di rado sono degli interlocutori: anche perché, non essendo in maggioranza cittadini, non votano, e quindi parlare di loro è per così dire a costo zero per chi lo fa.

Per lo più sono un oggetto, non un soggetto del discorso: malleabile e manipolabile secondo il proprio interesse. Ecco perché non hanno torto le biblioteche del Nord Europa che hanno inventato, insieme al prestito dei libri, il prestito di persone, appartenenti a culture (o semplicemente con esperienze) diverse da quelle maggioritarie e mainstream: che raccontano le storie e le vite di cui sono espressione. In effetti, alle volte basterebbe avere un contatto personale, un rapporto diretto, parlare e soprattutto – esercizio più complicato – ascoltare. Al limite anche per confermarli, i nostri pregiudizi, con qualche fondatezza in più. Spesso per rimetterli in discussione. Come accade nelle coppie, nelle famiglie, nelle amicizie, nelle situazioni (scuola, lavoro, sport, socialità e cultura) ‘miste’, a più vario titolo: per religione, nazionalità, colore della pelle, lingua, orientamento sessuale e identità di genere, o anche solo punto di vista. Pure, anche queste (e la cosa dovrebbe interrogarci) in aumento.

L’altro esercizio che dovremmo fare è invece l’opposto: osservare da più lontano, per cercare di comprendere il fenomeno nel suo complesso – che spesso, da troppo vicino, ci sfugge. Astrarci, da un lato – immedesimarci, dall’altro. Per dire: non si capisce una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo se si guarda una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo. Per capire di cosa si tratta veramente, bisogna guardare al contempo più da lontano e ancora più vicino: guardare cosa succede in Africa e in Europa, a Lagos o a Bruxelles (dal punto di vista demografico, economico, sociale, politico e geopolitico, ambientale…). Ma bisogna anche saper entrare nella testa, nel corpo e nei sogni di qualcuno di quei migranti, e nella vita di chi si ritroverà ad avere a che fare con loro. E poi, complessificare il fenomeno. Molti di quelli che chiamiamo migranti, una barca sul Mediterraneo non l’hanno nemmeno mai vista: sono arrivati in altro modo, da altri luoghi, o sono addirittura nati qui. Solo facendo questo duplice esercizio potremo sperare di capire qualcosa, almeno qualcosa, di quel fenomeno che chiamiamo migrazioni, spesso aggiungendovi una caratterizzazione enfatica: emergenza, dramma o quant’altro – e pensando sempre solo a quelle in entrata, quasi mai a quelle in uscita, che stanno diventando quasi altrettanto rilevanti, o a quelle interne, mai scomparse. Non si capiscono inoltre le migrazioni se non le intrecciamo ad altre forme di mobilità: delle informazioni, del denaro, delle merci, e il nostro stesso essere una specie nomade e intrinsecamente mobile. Infine, non si capiscono le migrazioni, in ingresso e in uscita, nemmeno se non le colleghiamo ad altri fenomeni, a cominciare dalla demografia (siamo all’interno di un calo demografico devastante, che ci porta ad essere il paese più vecchio d’Europa, attualmente con un rapporto tra attivi e inattivi che è di 3 a 2, ma che diventerà intorno al 2040 di 1 a 1, con una perdita annua media di popolazione che è di quasi duecentocinquantamila persone), per continuare con le trasformazioni nel mercato del lavoro, il livello di istruzione, l’ambiente, il quadro geopolitico e altro ancora. È dalle interconnessioni tra questi fenomeni, infatti, più che dall’approfondimento di ciascuno di essi, che possiamo sperare di capire qualcosa di quanto sta succedendo intorno a noi. Ed è per questo che queste interconnessioni vanno capite: cosa che si fa assai poco. Anche perché hanno conseguenze culturali e sociali di lungo periodo (che ho provato a affrontare nel mio ultimo libro, Diversità e convivenza. Le conseguenze culturali delle migrazioni, uscito per Laterza), interessanti e problematiche a un tempo. A seguito anche di esse (non solo: accade all’interno di un processo di complessificazione e polarizzazione della società già in atto) non viviamo più in società omogenee, unificate da una cultura comune. Siamo società plurali. E lo saremo sempre di più. E questo cambiamento non è di poco conto.

È il motivo per cui è necessario cominciare a prendere l’argomento delle migrazioni sul serio. Come fatto sociale che ci coinvolge tutti. E per affrontare il quale è sacrosanto che destre e sinistre propongano soluzioni diverse: ma a partire dalla constatazione che il fatto c’è e va affrontato. Che non può semplicemente essere negato. Sarebbe come negare, e quindi non governare, che so, i trasporti, la sanità o la pubblica istruzione. È per questo che meriterebbe, probabilmente, la costituzione di un Ministero ad hoc, o almeno di un’Agenzia, pensata come luogo di decantazione ideologica, e di proposta di linee guida scaturite da un’analisi seria e pragmatica dei problemi, non viziata da diretti interessi elettorali. Non ci si può più limitare a essere pro o contro. Bisogna dire, da entrambe le parti, che cosa si propone, quale tipo di società si ha in mente. Per fare cosa, e soprattutto con chi: con quali interlocutori. Sapendo che le scelte di oggi avranno conseguenze sulle generazioni future.

 

Il limite di essere solo pro o contro, in “L’Altravoce. Il Quotidiano Nazionale”, editoriale, pp. 1-4

La politica estera come politica interna. Una provinciale tradizione italiana

In Italia la politica estera non ha mai contato né interessato un granché. Tradizionalmente ce n’è poca nella stampa, ancora meno alla TV, e solo occasionalmente ha determinato grandi dibattiti. Soprattutto, raramente è considerata per la sua importanza in sé: il più delle volte, ciò che conta sono i suoi effetti di politica interna. È la posizione su cui ironizzava Henry Kissinger, quando sottolineava che i capi di governo italiani in visita negli Stati Uniti sembrava avessero raggiunto il loro scopo nel momento in cui scendevano dalla scaletta dell’aereo. Una photo opportunity, o poco più, tanto la politica estera e di difesa la facevano, per tutti, gli Usa e la Nato.

Ci sono state eccezioni a questa regola. La più importante e lungimirante è stata l’impegno nell’inserire fin dall’inizio l’Italia nel processo di costruzione della casa europea, con la firma dei Trattati di Roma. Impegno su cui c’è stata una continuità trasversale non scontata, che è proseguita con la decisione di aderire all’accordo di Schengen, a cui l’Italia non era stata inizialmente invitata, e di sostenere la creazione della moneta unica, l’euro. Purtroppo questa scelta di lungo periodo è stata più un’iniziativa – benemerita – di alcune elite, che una vera adesione della classe politica al progetto. Tanto che, maggioranze e opposizioni, hanno continuato a mandare in Europa, mediamente, esponenti politici che non si sapeva dove altro piazzare, ininteressati al loro ruolo, inconsapevoli della sua importanza, quasi sempre impazienti di rientrare. E, non solo a destra, si è fatta crescere, per motivi di consenso interno, una opinione pubblica populisticamente anti-europeista (anche se poi, per fortuna, si è pragmatici nel gestirla: anche chi fino a ieri voleva uscire dall’euro si guarda bene anche solo dal ricordarlo).

Oggi, dopo la globalizzazione, sappiamo che la politica estera conta sempre di più. Per il suo impatto sull’economia, la lotta al cambiamento climatico, le politiche energetiche, l’immigrazione, e per le minacce agli equilibri internazionali. E per questioni valoriali (difesa della libertà, della democrazia e di una ragionevole pace) oggi meno ovvie, o più a rischio, di ieri. Eppure se ne parla quasi solo per giustificare posizionamenti interni e per fare polemica spicciola. Lo mostra il tifo sulla Palestina e l’Ucraina. In cui gli uni accusano gli altri, con molte ragioni, di mobilitarsi solo per una causa e non per l’altra: quando basterebbe un po’ di buon senso e un minimo di coerenza per capire che avremmo molti buoni motivi per sostenere entrambe. Mentre di fronte a chi si impegna, in un caso o nell’altro, c’è sempre qualcuno che dice: “e allora il Sudan?”. Come se dirlo, dopo aver controllato su una carta geografica dove si trova e su wikipedia cosa succede, significasse aver fatto qualcosa. E si continua, senza mai fare nulla, con il “dove sono le femministe sull’Iran?” o “cosa dicono gli amici di Trump sul Venezuela o la Groenlandia?”. Si tifa, ci si schiera, si accusano gli altri (senza nemmeno controllare se le accuse hanno un qualche fondamento: le si dà per scontate) ma non si fa sostanzialmente nulla, e poco si osa dire. Pensiamo al silenzio assordante su quanto accade negli Stati Uniti. Ma anche a quanto avviene in altri scenari, come l’Africa. Dove una strategia a parole seria, come il Piano Mattei, resta più una retorica che un investimento (l’impegno economico è modesto), e chi lo sostiene pensa più al controllo dell’immigrazione da vendere al proprio elettorato che a una strategia diplomatica di largo respiro. Ancora una volta, politica interna.

La miopia sulla politica estera, in “ItalyPost”, 20 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-27