Solo circenses in un mondo che brucia: se la Rai non fa servizio pubblico, perché pagare il canone?
Non è momento di scadenza del pagamento del canone, non ci sono riforme della Rai in vista, né nomine della sua governance da discutere. Perché, allora, parlare di Rai? Forse per un motivo banale: perché il mondo è cambiato, ma la Rai, a occhio, non se ne è accorta. La terra brucia, viviamo emergenze inimmaginabili pochi anni fa (clima, risorse, guerre interne e esterne), gli equilibri geopolitici in cui siamo cresciuti sono distrutti, innovazione tecnologica e intelligenza artificiale aprono sfide epocali in tutti i campi (lavoro, welfare, controllo sociale, vita materiale), il legame sociale si allenta, dobbiamo inventare un mondo nuovo di cui non conosciamo i contorni. In tutto questo persone disorientate hanno bisogno di orientamento per non perdersi. E la Rai? È sempre la stessa: stessi linguaggi, stessi rituali, spesso stessi immarcescibili protagonisti del mondo di ieri.
Cominciamo da una considerazione pratica: chi guarda la tv pubblica? E in generale la tv? In particolare, senza operare una scelta (come avviene invece nelle piattaforme, inclusa Raiplay), ma adeguandosi a quanto offre il palinsesto quotidiano? Alcune tendenze sono facili da cogliere: i più anziani rispetto ai più giovani, le persone con livello di istruzione più basso rispetto a quelle con livello di istruzione più alto (i due dati peraltro, in parte coincidono). Due categorie che, in un’ottica di servizio pubblico, avrebbero bisogno dunque di elevare il loro livello culturale, dato che votano, e contribuiscono a decidere il nostro futuro: se è per abbassarlo, dovrebbe essere considerato più che sufficiente il mercato. Peraltro, non si tratta più di un pubblico universale, o che si può supporre tale: come invece tentano ancora di vendercelo dirigenti tv e conduttori, quando sbandierano share discutibilmente calcolati, come se riguardassero percentuali di popolazione complessiva, e non la ben più ridotta categoria della audience televisiva.
Il problema non è il canone in quanto introito: ovviamente l’informazione, come tutto, ha bisogno di risorse, e non c’è un criterio unico per procurarsele (tra i paesi che non hanno canone ci sono sia democrazie avanzate che stati autoritari). La via intermedia è quella di alcuni tra i paesi più civili e con tradizione informativa dalla reputazione più elevata (Regno Unito, in parte Francia e diversi paesi scandinavi): che hanno sì un canone, ma proprio per questo nessuna pubblicità, o limitata a alcune fasce orarie. In ogni caso la cosa più ragionevole è pensare che la tv pubblica debba essere finanziata a carico della fiscalità generale, come istruzione e sanità, infrastrutture e difesa, e tanti altri servizi che giustamente chiamiamo pubblici. Il che ne renderebbe il costo progressivo, mentre oggi, grazie al meccanismo del canone, ricchi e poveri pagano uguale, così come pagano uguale giovani che non la guardano e anziani per i quali costituisce la principale se non l’unica pietanza della loro dieta informativa. Ma proprio perché servizio, dovrebbe essere utile, dando il meglio: dovrebbe servire, appunto. E non sta accadendo. Forse per volontà politica, dato che la tentazione del potere è sempre stata quella di dare un po’ di circenses al popolo per consentirgli di sfogarsi e accontentarsi di un poco di panem, invece di pensare criticamente, il che potrebbe portarlo a pretendere di più. O forse per incapacità di pensiero strategico: il che, a osservare la nostra classe dirigente, non stupisce per niente. Il livello culturale e informativo è forse la nostra più grande emergenza, in un mondo dove vincerà la conoscenza, e in un paese dove l’analfabetismo funzionale è doppio rispetto alla media europea: il 30% circa, contro il 15% della media Ocse e Ue. Detta in maniera più brutale, quasi una persona su tre che incrociamo per strada (e non abbiamo motivo di pensare che la percentuale sia diversa in politica) è analfabeta funzionale: ovvero ha imparato più o meno faticosamente a leggere, scrivere e far di conto, ma poi l’ha dimenticato e non è in grado di capire una frase che include una subordinata, distinguere una notizia vera da una evidentemente falsa, calcolare una percentuale, distinguere milioni da miliardi. Figuriamoci interpretare un mondo in rapido cambiamento.
Il risultato è che ci ritroviamo un livello culturale della tv pubblica in drammatica discesa, stipendi o cachet oltre ogni ragionevolezza e merito, iniquità fiscale dato che è pagata uguale da tutti, e per giunta con concorrenti private che talvolta svolgono il core business della tv pubblica (informazione e cultura) di più e meglio. E, in più, trattandosi di risorse pubbliche sfruttabili a piacimento, ci siamo abituati a ingerenze intollerabili della politica, servilismo e familismo amorale (basta prestare un po’ di attenzione ai cognomi che girano, talvolta ereditari). Soldi spesi meglio, per uno scopo più alto, forse calmiererebbero anche questo fenomeno. Ma l’indizio più evidente della scarsa considerazione culturale data alla tv pubblica – in un paese dove pure, storicamente, ha giocato un ruolo fondamentale nell’alfabetizzazione di fette importanti della popolazione, nella loro crescita culturale, e nel formarsi stesso dell’idea di nazione con una lingua comune – è dato precisamente dai passaggi dal mondo dell’informazione (non di rado dalla stessa Rai) a quello della cultura (inclusi i vertici istituzionali di quel mondo, come il Ministero della Cultura: si pensi ai suoi ultimi titolari), e molto meno il contrario, come accadeva un po’ più spesso in passato. Con il risultato di trasformare la cultura in giornalismo anziché il giornalismo in cultura. E non è una buona notizia, se vogliamo pensare il mondo futuro e non solo osservare quello presente.
Il servizio pubblico del panem et circenses, in “ItalyPost”, 8 aprile 2026, editoriale, pp. 1-31










