Molte parole, poche opere. Il linguaggio della politica che fa male alla società
Il vuoto di potere non esiste. Ma esiste il potere del vuoto. Non esiste la mancanza della politica. Ma esiste la politica della mancanza: quella che non fa. Un po’ come essere nominalmente genitore ma non agire il ruolo. Anche questo produce degli effetti: deleteri, e spesso devastanti.
Ecco, la politica, che dovrebbe occuparsi di noi, della nostra cosa e casa pubblica, di cui i politici sono i responsabili, i gestori pro tempore, vive sempre più spesso di questo: di parole che non diventano cose, di enunciati privi di riscontro. Di dichiarazioni, se vogliamo: che a dispetto di un’etimologia impegnativa (dichiarare significa dire con chiarezza), è diventata sinonimo di non fare e spesso nemmeno dire nulla (come mostrano benissimo le dichiarazioni dei politici con cui tuttora si riempiono i telegiornali, in quello che in gergo giornalistico si chiama il ‘panino’: una dichiarazione della maggioranza, in mezzo una dell’opposizione, per chiudere con una del governo). Si tratta di forma, insomma: che non diventa contenuto, o meglio lo sostituisce. Con conseguenze anche sull’economia: che dalla politica dovrebbe essere guidata, perché si occupa dell’oikos (della casa, dei beni di famiglia, del patrimonio), ma che in bocca ai dichiaratori di professione finisce per diventare mero flatus vocis: percentuali all’amatriciana, spesso. E, ancora una volta, per capire che cosa questo significhi, che implicazioni abbia, proviamo a pensare se una famiglia, o un’azienda, funzionasse in questo modo – astratta dalla realtà, basata su parole che non hanno alcuna implicazione reale.
Viviamo in un’epoca caratterizzata da una politica che all’azione ha sostituito la parola: che nelle intenzioni di chi la agita, in particolare il politico di professione, dovrebbe essere priva di conseguenze – dico per non fare (anche per non lavorare, incidentalmente). Solo che il dire senza fare, di conseguenze ne ha lo stesso: e non di rado terribili. Nelle intenzioni di chi parla, il dire non è complemento del fare, ma suo sostituto: si dice per non fare. Solo che le parole hanno una loro autonomia e una loro forza: agiscono. E le conseguenze le producono lo stesso. Perché le parole, come noto, sono pietre, o possono diventarlo. E non vale solo per le parole della politica: comunista, fascista, liberale, moderato, conservatore, radicale, non solo forme più forti come zecche rosse o carogne uscite dalle fogne, sono espressioni usate più per colpire che per definire. Accade in molti altri ambiti. Meno, oggi, in quelli legati alle diseguaglianze, che pure sono in aumento: a quella che una volta si chiamava lotta di classe. Molto di più, invece, in quella che potremmo chiamare lotta di culture: il fantasma del gender, ma ancor più differenze etniche, religiose, razziali persino, improvvisamente riemerse da un passato in cui si credeva di averle in qualche modo sepolte, e di cui l’immigrazione è il terreno d’elezione.
È la logica del capro espiatorio. Del sollievo che ci dà, di fronte all’incertezza e all’angoscia rispetto al futuro, poter dare la colpa a qualcuno: che, tuttavia, non c’entra niente. Il capro espiatorio ha un’origine storica, che gli antropologi conoscono bene. Nasce dalla pratica di alcune tribù semitiche che caricavano ritualmente i peccati, le colpe (le faide, le violenze, i conflitti interni alla società) su un capro, del tutto innocente, che veniva mandato a morire nel deserto, portando con sé queste colpe non sue, liberandone la comunità. Solo che il capro espiatorio della politica non si colloca all’interno di un rituale ben preciso, che ha uno scopo morale, utile alla società. Al contrario, produce effetti in maniera anarchica, random, incontrollata. È frutto di parole in libertà, che finiscono tuttavia per fare male. Non solo al loro target: alla società intera.
La politica delle parole fa male alla società, in “ItalyPost”, 15 giugno 2026, editoriale, pp.1-7














