La politica divide, la conoscenza reciproca connette. Il ruolo dell’università nel rapporto tra religioni
Stefano Allievi: “La politica divide i popoli, la cultura costruisce incontri e confronto”
Ricerca, religione e umanità alla prima conferenza internazionale della Mohamed Bin Zayed University for Humanities di Abu Dhabi
‘Religione e umanità condivisa: approcci contemporanei alla teologia e agli studi religiosi”. E’ questo il tema sul quale si è concentrata la prima Conferenza internazionale sugli studi religiosi della ‘Mohamed Bin Zayed University for Humanities di Abu Dhabi’, in programma in questi giorni a Padova e organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova e l’Università del Piemonte Orientale. Non solo un ponte accademico tra Italia ed Emirati Arabi Uniti, ma un’occasione per riscoprire e approfondire i valori umani attraverso una prospettiva internazionale e un confronto di alto rigore scientifico. Un invito aperto soprattutto alle nuove generazioni, al fine di riconoscere nella conoscenza reciproca, nel rispetto e nel dialogo, le basi di una convivenza pacifica. L’evento si è aperto con la cerimonia d’inaugurazione nella Sala delle Edicole dello storico Palazzo del Capitanio, in piazza Capitaniato n. 3, a Padova. Ad accogliere studiosi e ricercatori da 5 continenti: Marco Ferrante, Prorettore vicario con delega alla Didattica dell’Università degli Studi di Padova; Omar Habtour Alderei, presidente dell’Autorità Generale per gli Affari Islamici, le Fondazioni e la Zakat, nonché presidente del Consiglio di amministrazione della ‘Mohamed Bin Zayed University for Humanities’; Menico Rizzi, Rettore dell’Università del Piemonte Orientale. La due giorni di lavori è poi proseguita presso l’Aula Magna di Palazzo de Claricini, in via Cesarotti 10/12, sempre in quel di Padova. Tra gli esponenti del mondo accademico che intervervenuti: Stefano Allievi ed Enzo Pace, dell’Università degli Studi di Padova; Antonio Angelucci, dell’Università degli Studi dell’Insubria; Roberto Mazzola, dell’Università del Piemonte Orientale; Mohammed Khalid Brandalise Rhazzali, dell’Università degli Studi di Padova e molti altri studiosi e ricercatori del panorama internazionale. A moderare il confronto: la dott.ssa Mounya Allali, advisor dell’Università del Piemonte Orientale per i rapporti con il mondo arabo e coordinatrice dell’International Master in Religion, Politics and Global Society. Abbiamo dunque cercato di approfondire i contenuti di quest’incontro con uno degli illustri relatori, il professor Stefano Allievi, docente ordinario di sociologia all’Università degli Studi di Padova edirettore del Master internazionale in ‘Religione, politica e società globale’.
Professor Allievi, dal suo lavoro di studioso del pluralismo culturale e religioso, quale significato assume, oggi, la collaborazione tra università italiane e quelle del mondo arabo? E come può rafforzare i rapporti tra l’Italia, l’Europa e gli Emirati Arabi Uniti?
“E’ una necessità e un dovere. Il mondo è diventato multipolare: si viaggia, ci si incontra, ci si muove e ci si ‘mischia’ come non mai in passato. Allo stesso tempo, i conflitti aumentano, sia nella forma della guerra, sia in quella del conflitto culturale all’interno dei singoli Paesi. Il mondo della scienza, dell’istruzione e della cultura sono tra i luoghi di collaborazione e d’incontro più importanti e più fecondi che ci siano, anche se c’è chi strumentalizza le culture per creare divisioni nel proprio interesse personale, mai per quello dei popoli. Laddove la politica tende a distruggere, la cultura cerca di costruire, perché fin dall’origine – e per definizione – essa si nutre di curiosità, di interesse per l’altro, di punti di vista diversi che rendono la nostra comprensione del mondo più ricca e articolata. Occorre, perciò, costruire ‘ponti’ attraverso luoghi e momenti d’incontro tra le persone, prim’ancora che tra le culture. E preservarli diventa, per questo, ancora più importante, poiché sono un importantissimo baluardo di ‘soft diplomacy’ di cui la politica non ha nemmeno contezza, pur avendone un enorme bisogno”.
Quali domande del nostro tempo rendono particolarmente attuale il tema: ‘Religione e umanità condivisa’? E quali risultati concreti auspica da questo confronto tra studiosi provenienti da tutto il mondo?
“La religione viene spesso considerata la più radicale delle differenze, la più irriducibile: quella a causa della quale si dichiarano le guerre. In realtà, non è così: lo vediamo sia nei conflitti del nostro recente passato (le due guerre mondiali del secolo scorso avevano ragioni di tutti i tipi, tranne che religiose), sia nei conflitti post-coloniali e nella maggior parte delle guerre in atto, oggi, nel mondo. Anche quelli che ci sono più vicini. Cosa c’entra la religione con l’invasione dell’Ucraina? Persino nel conflitto israelo-palestinese, nonostante le apparenze, la religione è solo uno strumento, non un fine: il ‘sionismo’ è essenzialmente un movimento politico, recente per giunta, rispetto alla Storia millenaria degli Ebrei. Anche quando trova giustificazioni religiose, minoritarie nello stesso Stato di Israele. Hamas ha una caratterizzazione religiosa, ma un obiettivo territoriale, e in precedenza la resistenza palestinese era essenzialmente laica. In terre dove tre religioni hanno avuto origine dai medesimi racconti, con gli stessi protagonisti e hanno convissuto per molti secoli senza problemi all’interno dei medesimi villaggi, è la nascita di uno Stato ad aver scatenato il conflitto attuale. Anche se la politica si dimostra abile nel mobilitare strumentalizzazioni religiose. Lo stesso accade, oggi, in Europa, in cui gli attivisti del conflitto sui simboli religiosi – intorno o contro l’islam, per esempio – pur utilizzando, talvolta, richiami religiosi, non sono quasi mai esponenti religiosi, nemmeno praticanti, spessissimo neanche credenti. Al contrario, sono proprio le religioni, attraverso le azioni degli uomini e delle donne che a esse si ispirano, a svolgere un ruolo di pacificazione, potente. Anche simbolicamente. L’incontro tra studiosi delle religioni ha questo scopo: preservare spazi di conoscenza reciproca – anche personali, tra persone che si guardano negli occhi – in un mondo, politico soprattutto, che vuole cancellarli. Per ragioni politiche”.
Nella ricerca e nella formazione, quali progetti possono coniugare l’utilizzo delle nuove tecnologie con la riscoperta dei valori umani, aiutando soprattutto i giovani a conoscere e comprendere culture diverse?
“Quello delle tecnologie, in sé, è l’ultimo dei problemi: è il loro utilizzo, quello che conta. Oggi, abbiamo occasioni di incontro enormemente maggiori grazie a esse. E altrettante occasioni di scontro. Ma proprio per questo, bisogna lavorare sulla formazione degli esseri umani e la costruzione di valori comuni. Dopotutto, le somiglianze – e ciò vale per chiunque – sono enormemente maggiori delle differenze. Il resto verrà da sé”.
Intervista di Vittorio Lussana


