Le aporie dell’integrazione. Immigrazione e società

Il processo di integrazione è come un matrimonio: funziona solo se lo si vuole in due, se i due potenziali contraenti sono d’accordo, e ci mettono volontà, risorse e, naturalmente, desiderio. Se tali presupposti non sussistono, o coinvolgono solo uno dei due, è evidente che avrà meno possibilità e probabilità di successo, o sarà una potenzialità inespressa, quando non la malriuscita caricatura di un modello ideale.

Il problema è visibile da entrambi i lati. Chi arriva da un altrove qualsiasi in un nuovo contesto si suppone che l’abbia desiderato: tanto più, quanto più alti sono i sacrifici sostenuti per raggiungere l’obiettivo. È ciò che spiegava, nello studio delle migrazioni del passato, quella che si chiamava socializzazione anticipatoria: il prepararsi e l’adattarsi in anticipo, prima ancora della partenza, alla nuova realtà, alla sua cultura (almeno per come la si era immaginata, fondata o meno che fosse l’immagine), adottandone le forme esteriori, studiandone la lingua. Questa propensione viene spesso data per scontata, ma non lo è necessariamente: perché spesso i push factors, i fattori di espulsione, hanno una tale carica di forza drammatica che prevalgono sui pull factors, i fattori di attrazione; perché può capitare di voler tentare la fortuna purchessia, in un altrove qualsiasi (capita anche tra i nostri emigranti); perché oggi, dopo tutto, lo stesso peso statistico degli immigrati, il consolidarsi di comunità che consentono meccanismi di riproduzione culturale (una volta si parlava di soglia etnica, ma anche linguistica, religiosa…), e la crescente apertura anche legislativa alla pluralità (nonostante l’esistenza di visibili dinamiche in senso contrario), offrono maggiori possibilità di non cambiare, e di ridurre le necessità di relazione con la società circostante; perché, infine, si può cercare di voler minimizzare i costi già alti dell’emigrazione rimanendo (illusoriamente) il più possibile uguali a se stessi, cercando di trapiantare nella nuova realtà il proprio mondo culturale di origine (come fanno parte delle prime generazioni, vivendo per così dire con la testa voltata all’indietro), cercando di tramandarlo tale e quale (anche qui illusoriamente) alle nuove generazioni: investendo poco nella nuova realtà anche nella convinzione di un rapido ritorno, che raramente poi avviene (il mito del ritorno, non a caso). Detto questo, da parte degli immigrati, prevalgono forti dinamiche di integrazione, e si attivano strategie per raggiungerla, per quanto talvolta ingenue e precarie: non foss’altro perché ne va della riuscita del progetto migratorio, e spesso della stessa sopravvivenza di individui e famiglie.

E da parte della società di arrivo, invece? Perché anche questa gioca un ruolo decisivo. Non si può chiedere, e talvolta pretendere, una piena integrazione, se poi non si attivano politiche per raggiungerla: che presuppongono la convinzione di volerlo fare, se non per amore almeno per interesse (una componente che – a dispetto del silenzio che avvolge questa dimensione – è tuttora legittimamente presente anche nei matrimoni), e quindi il dispiegamento delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo. Tanto meno si può pensare di ottenere l’integrazione facendo di tutto (a cominciare dalla diffusione di un linguaggio alterizzante che la rifiuta per principio) per ostacolarla: una tendenza fortemente presente e talvolta prevalente nei discorsi veicolati nello spazio pubblico, dalla politica che maggiormente si concentra su questo tema, e dai media che si attivano anche in proprio (come ho provato a mostrare in S. Allievi, Immigrazione. Cambiare tutto, Laterza, 2018).

L’integrazione è multidimensionale, riguarda ambiti diversi (dalla scuola al lavoro, dalla famiglia alla cultura o allo sport), e si pratica a differenti livelli: ha una dimensione individuale (in negativo e in positivo: non subire discriminazioni, attivare azioni di empowerment), e una collettiva, anch’essa in chiave sia negativa che positiva. Presuppone riconoscimento delle specificità, ma al contempo una normativa di riferimento universalistica.

L’elemento socio-economico dell’integrazione non è meno importante di quello culturale (quello su cui maggiormente si attiva il conflitto esplicito: si pensi alle discussioni intorno all’islam, spesso diventato tout court un sostituto discorsivo dell’alterità culturale), ma non lo è necessariamente di più, anche se è quello più facilmente individuabile perché comune a tutti i soggetti deboli (non solo immigrati). Motivo per cui l’integrazione socio-economica dovrebbe essere anche la più facile da rivendicare, dato che si applica a un numero molto più ampio di soggetti: include gli immigrati (non tutti, naturalmente), ma non si limita ad essi. Ma la capacità di affrontare questi temi presuppone competenze più larghe, non sempre disponibili ai soggetti interessati e nemmeno all’associazionismo di supporto. Incidentalmente, è il motivo per cui, nel mio ultimo lavoro – La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ce la può fare, Laterza, 2020 – ho voluto affrontare il tema dell’immigrazione insieme a quello della demografia, dell’emigrazione, dell’istruzione e del lavoro, insistendo sulle connessioni tra questi temi più che sulle loro specificità. Se vogliamo parlare seriamente di integrazione, e ottenere risultati migliori, dobbiamo allargare lo sguardo, non focalizzarlo e per così dire specificizzarlo, fisiologizzarlo in un più ampio discorso sulle diseguaglianze (di questo, in definitiva, si tratta) per evitare che venga da altri patologizzato.

Va tuttavia osservato che l’integrazione è un processo sociale lungo, dotato di logiche proprie, abbastanza forti anche se non inesorabili (niente, del resto, lo è). Va quindi avanti anche a dispetto di un clima e dinamiche non favorevoli, o addirittura volte a ostacolarlo: sarebbe meglio aiutarlo e accelerarlo grazie a (iniziative pensate per favorirla), ma funziona pure nonostante (iniziative in senso contrario). Pensiamo – oltre al mondo del lavoro, naturalmente – anche al ruolo straordinario, nella sua normalità, che ha la scuola, grazie a una tradizione di inclusione che è dopo tutto parte del suo DNA, del suo corredo di base, per come è stato inteso fin dagli albori della scuola pubblica e dell’istruzione universale. Ma pensiamo anche all’integrazione che passa attraverso l’aspetto che potremmo chiamare ‘giurisprudenziale’: nasce sempre da conflitti specifici (è il motivo per cui si va in giudizio), ma in qualche modo, assorbendoli, li risolve; e anche quando la legge va nel senso opposto della discriminazione, è capace di intervenire vincolandola ai suoi limiti costituzionali, dopo tutto molto ‘larghi’ relativamente alle dinamiche di inclusione. O, infine, pensiamo alle logiche sociali di mixité, non solo matrimoniali, e più genericamente socio-culturali: potentissime nell’innescare dinamiche di integrazione per così dire reciproca. Cambiano gli immigrati, infatti; ma cambia anche, a seguito della loro presenza, la società.

 

 

Ho scritto questo testo come Editoriale per la sezione su “Integrazione e pari diritti” del Dossier Statistico Immigrazione 2020 a cura del Centro Studi e Ricerche IDOS, in collaborazione con il Centro Studi Confronti. La versione che precede è lievemente più lunga di quella pubblicata nel Dossier.

“Le aporie dell’integrazione”, in Dossier Statistico Immigrazione 2020, IDOS, p. 179-180

“Come si cambia, per non morire…”. Il paradigma evolutivo e l’economia.

L’evoluzione è il prodotto dei caratteri che si trasmettono ereditariamente alle generazioni successive. Nella società, nell’economia, e quindi nell’impresa, la interpretiamo come la dinamica all’incrocio tra continuità e mutamento. Dove quest’ultimo è cruciale: quasi fosse anch’esso parte del patrimonio genetico, inscritto da qualche parte nella doppia elica del vivere sociale.

L’immutabilità della specie non solo non esiste – e non è mai esistita, anche se l’hanno postulata tanto le religioni che la filosofia greca classica – ma sarebbe controproducente. Nella società, nell’economia, e nell’impresa, è ancora più evidente: non ci sarebbe sviluppo, progresso, o anche solo innovazione, senza un mutamento che non è solo dovuto all’interazione con l’ambiente circostante, ma ha anche caratteri che in qualche modo potremmo chiamare genetici, perché incidono sui suoi elementi costitutivi trasmissibili.

Non è un caso che si sia tentato spesso di applicare all’economia il paradigma evoluzionista. La lotta per la vita, il vantaggio riproduttivo (il maggiore successo di alcuni nei processi di filiazione e diffusione), la capacità di adattamento, la selezione naturale, con la sopravvivenza del più forte (o, più correttamente, del più adatto, del più resiliente, del più innovativo). Certo, bisogna distinguere tra caratteri acquisiti ed ereditari: e in economia e nell’impresa è più difficile che in natura. Il mutamento è spesso solo una reazione alle modificazioni nell’ambiente. Ma ci sono periodi – quelli delle varie rivoluzioni industriali, ad esempio – in cui assistiamo a delle vere e proprie mutazioni genetiche (non di rado frutto di un qualche tipo di incroci, storicamente più spesso benefici che negativi) che inducono una modificazione stabile ed ereditabile di quello che potremmo chiamare il patrimonio genetico dell’impresa. Sono i periodi in cui compaiono anche nuove specie, che magari all’inizio sembrano uno scherzo dell’evoluzione, come nell’esempio paradigmatico dell’ornitorinco, una collezione di stranezze che va dal becco d’anatra su un corpo di lontra, alla condizione di unico mammifero che depone le uova e poi allatta i suoi cuccioli (oggi sono forse ornitorinchi i grandi monopoli tecnologici che sono emersi dallo sviluppo estremo dell’economia di mercato). Sono i periodi in cui si determina un vero e proprio salto evolutivo: tanto che mancano anelli di congiunzione con la specie precedente a spiegarlo. Accade, semplicemente: e, dopo, niente è più come prima, e una nuova specie occupa un habitat dove prima era assente, e si diffonde. Un po’ come lo spillover che abbiamo imparato a conoscere a seguito del Covid: il salto improvviso da una specie all’altra di un virus – ma con conseguenze non necessariamente distruttive (del resto, per il virus, non lo sono: al contrario, costituiscono un successo evolutivo, che determina appunto la sua maggiore diffusione). O il salto quantico (salto in quanto repentino, senza stadi intermedi): quando un elettrone in orbita intorno a un atomo, colpito da un fotone (dalla luce), ‘salta’ improvvisamente in un’orbita diversa, con un diverso livello di energia. È interessante che per la fisica classica, basata su grandezze continue, questo fenomeno non sia prevedibile. Alla luce di queste scoperte, forse anche l’economia classica ha bisogno di qualche aggiornamento.

Non sappiamo dove ci porterà il salto evolutivo che probabilmente è in corso, né quale sia il nuovo mondo in cui potremmo essere proiettati, anche se ne intravediamo le probabili maggiori implicazioni in settori che vanno dall’intelligenza artificiale alle biotecnologie, dalla creazione di mondi artificiali all’esplorazione di mondi lontani, fino – nella direzione opposta – allo sviluppo di nuove consapevolezze interiori, e dunque differenti modalità anche di relazione sociale.

Quello che vagamente percepiamo, al contempo con terrore e curiosità, consapevoli dei rischi ma anche curiosi di conoscerne le implicazioni, è che sta per cambiare – di nuovo – tutto. E in ogni ambito, anche nel lavoro e nell’impresa, forse la vera nuova consapevolezza starà nell’essere il cambiamento, e non solo nell’osservarlo o nel produrlo. Più facile a dirsi, naturalmente…

 

Un’evoluzione che ci chiede di essere il cambiamento, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 9 novembre 2020, rubrica “Le parole del Nordest”, p. 3

Vivere senza carcere: si può?

Può una società vivere senza carcere? È interessante che questa sia una delle tipiche domande che non ci poniamo. Le diamo per scontate. Come facciamo spesso, in questa società analgesica, che il male e il dolore non li vuole vedere, ci siamo limitati a spostarlo fuori città, come tutte le funzioni infette: occhio non vede, cuore non duole. Ma, ovviamente, non è la soluzione, né la risposta a domande scomode come: quanto è efficace, rispetto alla funzione che gli si attribuisce? e quale è veramente la sua funzione?

Ufficialmente, le funzioni dichiarate sono quella preventiva e di deterrenza (ribadire la norma e la sua sacralità a fronte della sua violazione), la somministrazione della pena (da cui penitenziario), e la riabilitazione. Ma poi scopri che chi va in carcere, troppo spesso ci torna, da recidivo non pentito: cioè vìola nuovamente la norma. Che tra chi va in comunità e affronta pene alternative alla detenzione, che costano infinitamente meno delle carceri, la recidiva è molto più bassa. Che troppa gente ci va in attesa di giudizio anziché per scontarlo. E, infine, che il carcere è sempre più abitato, ma solo per alcune categorie di persone. I prigionieri (da prehensus: preso), i reclusi, i ‘chiusi dentro’ (questo del resto significa carcere: recinto) sono sempre quelli. Come diceva Goffman, c’è “un solo tipo di uomo che non deve mai arrossire”, e che può sperare, nel corso della sua vita, di non finire in galera, e costui “è il giovane, sposato, bianco, abitante nei centri urbani, proveniente dagli Stati del Nord [da noi, senza modifiche geografiche, le Regioni], eterosessuale, protestante [da noi, ovviamente, cattolico], padre, con istruzione universitaria, un buon impiego, una bella carnagione, giusto peso e altezza e dedito a vari sport”. Una società ingiusta in radice: perché si riproduce così, oltre tutto, di generazione in generazione.

In origine erano case di lavoro, ‘lavori forzati’ (mentre oggi, paradossalmente, le occasioni di lavoro sono un raro miraggio), di cui si supponeva una funzione educativa, o quanto meno socialmente utile, correttiva (non a caso quelli per minori si chiamavano anche correzionali, o riformatori, perché dovevano dare nuova forma alle persone). Nel corso della sua storia, dopo tutto relativamente recente, si è posto l’accento, oltre che sulla sua funzione punitiva e repressiva, e su quella preventiva e di deterrenza, anche su quella rieducativa, riabilitativa (negli anni, con pietosa menzogna sociale, l’accento è stato sempre più messo sulle ultime, anche se continuavano a prevalere le prime). Ma ora che prevale la funzione immobilizzativa, priva di qualsiasi utilità individuale e di risvolto sociale, un mero parcheggio umano, a che cosa serve?

Per alcuni svolge un ruolo o quanto meno consente una funzione di re-interrogazione su di sé, un comprendere che c’è o dovrebbe esserci un ordine sociale, che chi l’ha sconvolto deve essere punito, che “chi sbaglia paga”. Per altri è il luogo dell’incontro con le istituzioni: in cui per la prima volta (ma il problema è per l’appunto lì), lo stato, le istituzioni, si fanno presenti in forma – nonostante il fatto fisico della costrizione – positiva: come accade soprattutto al minorile, attraverso educatori, corsi di recupero, di alfabetizzazione, magari uno psicologo, una visita medica più attenta anche al benessere generale dell’individuo e non solo al sintomo, la riflessione sulla parola ‘progetto’ e sulla parola ‘responsabilità’. E la domanda diventa: non poteva accadere prima?

È per questo che, insieme a nuove riflessioni e pratiche sulle forme di mediazione, di riconoscimento della colpa, di incontro guidato tra colpevole e vittima (che nel processo tradizionale non avviene e non rileva), si ricomincia, sempre troppo flebilemente, a riflettere sull’utilità del carcere. Consapevoli che “chiuderli dentro e buttare via la chiave” è una forma di populismo penale che non risolve alcun problema. Anzi, ne crea di nuovi. E si può immaginare allora che il carcere sia altra cosa, extrema ratio, per pochi. E per i molti si inventi un altro tipo di normalità punitiva e davvero riabilitativa. Perché le alternative esistono, come sanno bene le famiglie. Così com’è è soltanto una ferita. E sanguina. E non è sano per un corpo, nemmeno per un corpo sociale, portare con sé la propria malattia senza curarla, lasciando che si aggravi senza prestarle soccorso. Come sappiamo, alla lunga infetta. E a risentirne è tutto il corpo.

 

 

Senza carcere, in “Confronti”, n. 11, 2020, p.35

Perché è legittimo – e necessario – dissentire

Nessuno di noi può sapere veramente e fino in fondo cosa è giusto e cosa è sbagliato, nelle decisioni del governo. Anche perché non sappiamo su quali basi sono state prese, se è vero – come qualcuno sta cominciando ad ammettere – che anche molti membri del governo hanno assunto decisioni senza avere potuto vedere alcun dato specifico, disaggregato, settoriale, o territoriale, sulla base del quale prendere le decisioni relative ai propri settori di competenza da chiudere o da lasciare aperti. Decisioni che – in mancanza di questa base razionale – rischiano di essere interpretate come una specie di lotteria, che decide, come un’antica divinità priva di pietas, o un’incarnazione del fato, chi può salvarsi e chi no, i sommersi e i salvati, sulla base del proprio cieco volere. Ecco perché una prima doverosa battaglia da vincere, se si vogliono davvero convincere dei cittadini maturi della bontà delle proprie scelte, e non solo imporre a dei sudditi recalcitranti le proprie imperscrutabili volontà, seppure per il bene dei sudditi medesimi, è quella della trasparenza e della qualità delle fonti sulle quali si fonda il processo decisionale. Altrimenti saremo legittimati al sospetto del pressapochismo e dell’incompetenza, a giustificazione della nostra critica e della nostra protesta. Questo vale a livello governativo, regionale, e locale. Occorre contezza delle fonti, degli studi: ma anche dei vari passi compiuti nel processo decisionale. Le riunioni svolte, i tavoli di coordinamento attivati, gli incontri con le parti sociali avvenuti. Per non dover scoprire ex post, come ora sta avvenendo – per esempio nel settore più esposto, e ritenuto più problematico nell’ambito della diffusione del virus, quello dei trasporti – che non ci sono stati, o sono stati tardivi, o inconcludenti, nel senso che non si sono conclusi con decisioni assunte e procedure attivate, o non sufficienti. Ancora una volta: a livello locale, regionale, nazionale.

Non siamo più alla prima ondata, alla novità e alla conseguente impreparazione come scusa. E giustamente, oggi, i cittadini, gli organismi di rappresentanza, i corpi intermedi, non si fidano più: vogliono capire, non necessariamente protestare. Ed è semplicemente giusto che sia così: il consenso va conquistato, e meritato. È per questo che, di fronte alle proteste, la reazione stucchevole e retorica dell’unità patriottica, o del ritrovare lo spirito di marzo, è un disco rotto, senza efficacia, e una veramente troppo comoda scappatoia. Occorre ri-legittimare – è ora – un dibattito aperto, franco e democratico tra opinioni contrapposte: dopo tutto, è il senso ultimo del ruolo dell’opinione pubblica, dei media, e in definitiva della democrazia. È inaccettabile la violenza organizzata, quella del controllo camorrista del territorio, del teppismo e del ribellismo neofascista intrecciato con il tifo organizzato (una malattia che avremmo dovuto debellare da tempo e a prescindere), quella degli antagonismi fini a sé stessi, buoni solo a distruggere. Ma è utile e necessario alla tenuta del sistema democratico che si esprima ora, anche in maniera organizzata e pubblica, e quindi in tutte le forme lecite, piazze incluse, il dissenso, anche, o almeno il diritto a un’informazione dettagliata e non unilaterale e paternalistica, solo dall’alto in basso, top-down: per il bene del governo stesso, occorre molto flusso al contrario, bottom-up, dal basso verso l’alto, se si vuole che le decisioni prese siano condivise e implementate. È questione di efficacia, anche senza voler evocare i sacri princìpi e fondamenti del vivere civile e della democrazia. Occorre legittimare un ampio spazio di commento, di critica, di protesta, di disobbedienza civile anche (che va distinta dal ribellismo facinoroso spontaneo o organizzato) e possibilmente un’arena di socializzazione di dati raccolti in maniera indipendente, e interpretazioni e proposte alternative: facendo diventare tutto questo un vero e anche vivace dibattito pubblico, anche legittimamente conflittuale, su come far uscire il paese dalla crisi. Serve oggi più che mai un’opposizione critica, costruttiva, propositiva, legittimata come tale. Per non lasciare il monopolio dell’opposizione di piazza a camorra, neofascisti e ultras, e il monopolio della rappresentanza del lavoro ferito a delle destre prive quasi sempre di proposta, ma abili nel cavalcare la protesta, e a trasformarla in futuro consenso. E in questo deve fare un passo serio proprio il governo, con le forze politiche che lo sostengono, quasi a contraccambio della richiesta di ulteriori chiusure e sacrifici. Non farlo sarebbe una forma di cecità imperdonabile.

 

Consenso e dissenso, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 ottobre 2020, editoriale, p.1

Non andrà (più) tutto bene

Non andrà (più) tutto bene. Perché non è più la prima volta. Con la prima ondata del virus eravamo tutti inevitabilmente impreparati: governo nazionale, governi locali e cittadini. Si è improvvisato, ci si è contraddetti, si è andato avanti per tentativi ed errori, ma lo si è percepito come accettabile, e lo era, in una situazione obiettivamente eccezionale. E pur tra qualche mugugno si è obbedito, persino con l’entusiasmo iniziale di farlo e di farlo vedere, inventandosi rituali di condivisione a distanza, con una disciplina che persino gli osservatori internazionali (ma anche noi stessi, ammettiamolo) hanno giudicato sorprendente: dagli italiani non ce lo si aspettava.
Ma ora, con la seconda ondata, le cose stanno diversamente. Perché la crisi ha già fatto sentire il suo morso – famelico e ineguale – sui cittadini. A migliaia sono falliti, o hanno visto ridimensionati con drammatica brutalità stili di vita e aspettative sul futuro: obiettivi sfumati, progetti arenati, i sogni – e qualche volta i risparmi – di una vita svaniti, distruzione non solo di ricchezza, ma di tessuto sociale e di speranza. Benessere economico che tramuta rapidamente in malessere anche esistenziale, rabbia, impotenza. Questo per i non garantiti, per molte imprese e lavoro autonomo, per i giovani e per le donne in misura molto maggiore che per altri. Il tutto mentre per un’altra metà del paese le cose andavano esattamente come prima, senza perdita alcuna di reddito, solo le scomodità del lockdown. Producendo così diseguaglianze diffuse mai viste prima in questa entità: tra parenti, famiglie, amici, vicini, all’interno dello stesso stabile, non più solo quelle tradizionali tra quartieri bene e quartieri popolari. Questo ha fatto emergere anche nuove forme di solidarietà, ma soprattutto debolezze e fragilità di sistema.
E poi, ora, c’è la disperazione sociale, e con essa la rabbia inconsulta. Perché l’impoverimento che si prospetta con nuove chiusure va a colpire fasce sociali già ampiamente ridimensionate, impoverite, in qualche settore produttivo decimate. E perché non si può più perdonare l’inefficienza e l’impreparazione: non è più la prima volta. Molte cose hanno cominciato a funzionare molto meglio, in particolare nel comparto sanitario: che, in prima linea, e sottoposto ad alta visibilità, ha subìto la maggiore pressione a cambiare, in meglio e con maggiore efficienza. Non così in altri settori. Non nell’efficienza dei rimborsi, e nella barocca complessità delle richieste di indispensabili prestiti, sussidi o anticipazioni, per aiutare gli operatori economici in difficoltà. Non, soprattutto, in due settori che balzano all’occhio di qualunque cittadino: il trasporto pubblico e la scuola. Nel primo si sta scoprendo solo ora – a scuola e lavoro in presenza già iniziati da un pezzo, e pandemia ripartita – che con l’intero settore del noleggio pullman in ginocchio, e la conseguente larga disponibilità di bus inutilizzati e aziende in crisi, c’era a disposizione un possibile pezzo di soluzione in maniera relativamente semplice: che non si è saputo intravedere prevedendo e organizzando scenari alternativi – con responsabilità ampiamente condivise tra livello nazionale, regionale e locale (una delle cose che il cittadino non sopporta più, peraltro, è il continuo scaricabarile e rimpallo di responsabilità tra istituzioni). Nel secondo è evidente che il pur encomiabile e doveroso sforzo di ripartire in presenza ha oscurato tutta la parte relativa alla didattica a distanza, nel caso ci si dovesse ritornare: non tanto a monte, dove diverse scuole si sono attrezzate acquisendo competenze durante il precedente lockdown e qualche macchinario di supporto dopo, ma soprattutto a valle, approntando misure per i più demuniti (per mancanza di computer e tablet, di capacità di banda e risorse per acquistarla, di accompagnamento e di supporto nelle lezioni e nei compiti per chi – e sono molti – non può essere seguito a sufficienza dalle famiglie, ecc.). Sono settori in cui è evidente, oltre tutto, e si aggrava, la struttura delle diseguaglianze: tra chi può (essere accompagnato a scuola e altrove in auto dai genitori, avere mezzi informatici e supporti familiari o stimoli alternativi nel percorso di istruzione e approfondimento culturale) e chi non può e non ha.
Per questo non andrà più tutto bene, o quanto meno facilmente, con un buon grado di accettazione popolare, e consenso diffuso. Occorrerà ancora più polso, e chiarezza di obiettivi, ed efficienza. Ma anche porre mano con politiche che dovranno essere sostanziose e di lungo termine alla struttura delle diseguaglianze sociali, tra garantiti e non garantiti, tra generi e tra generazioni, mai così elevate e preoccupanti, con conseguenze di lungo periodo devastanti. Indicandole alla pubblica opinione come obiettivi da condividere per equità, giustizia e coesione sociale. In modo che anche i cittadini – e tra questi chi finora ha sofferto di meno – si responsabilizzino. Il problema è di tutti, non solo delle istituzioni. E dovremo farcene carico tutti.

Non andrà tutto bene, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 25 ottobre 2020, editoriale, p.1

Come si trasforma il senso della festa

“Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro”, si legge nel Genesi: e quel giorno lo si festeggia – insieme. È l’insegnamento dello shabbat, e in generale del tempo sacro, festivo appunto. A fronte di un tempo profano che è storico, lineare, e soprattutto irripetibile, il tempo festivo si propone come astorico, ciclico, ripetibile: l’eterno presente, che rappresenta l’inserimento della storia in una storia più grande, il conferimento di senso a un’eternità inspiegabile, proiettando nel futuro la memoria di un evento passato.

Ma tutto questo è possibile se il tempo di ciascuno è il tempo di tutti, e dunque la festa è condivisa, utile a creare occasioni di socialità collettive e ricorrenti: ciò che non è più, e sarà sempre meno in futuro. Un’altra delle grandi rotture introdotte dalla modernità, accentuatasi con l’aumento della mobilità e della pluralità culturale, è proprio questa: non c’è più un tempo profano (feriale) e un tempo sacro (festivo) condiviso, lo stesso per tutti. Innanzitutto perché il tempo del lavoro è diventato “sempre”: come sa bene chi lavora per turni, in attività aperte 7/7 e sempre più spesso H24, e magari fa festa, o semplicemente riposa, in giornate diverse da quelle dei suoi familiari, amici o vicini. E poi perché ogni gruppo sociale ha il suo, di calendario significativo. C’è sì un tempo sociale, ma non condiviso da tutti. Il risultato è che le feste si moltiplicano, ma sembrano perdere di intensità e di significato, con un duplice effetto: o sono condivise da sempre più persone ma banalizzate quanto al loro senso, o ciascuno, e ciascun gruppo, si crea le proprie feste, significative solo per sé.

Il desiderio di festa è troppo evidente per non essere interpretato come la risposta ad un bisogno sociale profondo, ma si è perso il bisogno collettivo di santificarla, o anche solo di rispettarla. La parola stessa si declina al plurale. In mancanza di meglio, ci si accontenta di feste inventate, non legate ad alcuna ciclicità reale – né storica (memoria di un evento collettivo passato e significativo) né naturale (le stagioni, i solstizi, le attività agricole) né tanto meno religiosa –, marcate da una logica di consumo (poco più che una scusa per poter tener aperti i negozi, cioè per lavorare) che le impoverisce di contenuto ma non impedisce il loro successo di pubblico. Eventi direttamente prodotti da un’attenta strategia di marketing (il Black Friday, le notti bianche o rosa), o diffusi in aree lontane da quelle in cui hanno avuto origine, come accaduto per Halloween, fino alle feste mediatizzate, agli appuntamenti sportivi o legati a fiere ed eventi, anch’essi ciclici, e ai parties di tutti i generi, per rispondere alle esigenze e alle mode del momento di ciascuna delle tribù metropolitane, che cadenzano le annualità di chi vi appartiene. Neanche le molte feste recuperate sembrano sottrarsi a questa tendenza: il neo-folklore medievale di paese, le “antiche” feste tradizionali locali, in cui più che essere coinvolti in un evento si assiste a uno spettacolo, in cui ci sono attori (che, dunque, nella festa lavorano) e spettatori (consumatori), con una perdita di fruibilità autentica. Eppure il bisogno resta, come dimostrano le mille feste di quartiere, di scuola, i carnevali, le sagre paesane e le processioni patronali: caratterizzate da un forte elemento di gratuità, di disponibilità, e in un certo senso di consapevolezza dell’effimero.

Una riflessione a parte meritano le feste in declino, recuperate a nuova vita in forma diversa, per scongiurarne la morte, come le feste politiche: dall’8 marzo al 1° maggio, fino ai più recenti Pride, in tempi non lontani potentemente simboliche e oggi sempre meno partecipate, salvate trasformandole in megaconcerti teletrasmessi, in sfilate che puntano sull’esteriorità, o magari in grigliate… Ma anche le feste nazionali: parate in cui l’aumentato numero di telecamere compensa malamente la diminuita partecipazione di pubblico.

La pluralità culturale e religiosa ha fatto il resto: ogni gruppo sociale ha la sua festa, il suo proprio calendario, la sua ciclicità – dal capodanno cinese all’aid al-fitr, da hannukah al Natale – o la propria festa nazionale. Magari rispettata dagli altri, qualche volta osservata come uno spettacolo (si va a vederla), ma evidentemente non partecipata da tutti allo stesso modo. Siamo andati verso una progressiva sincronizzazione e universalizzazione dei tempi (come per gli orari globali dei treni o degli aerei). Ma non esisterà più un tempo sociale condiviso: solo più tempi paralleli e integrabili, che in certa misura potremo scegliere o inventarci.

 

Senza festa, in “Confronti”, n. 10, ottobre 2020, p. 35

Fare opposizione nello Zaiastan

La battuta è stata del leader dell’opposizione, Lorenzoni, quando gli è stato chiesto come commentava le elezioni: “in bulgaro o in italiano?”. È un vecchio vizio di chi non si identifica con i vincitori, e guarda attonito – tra l’allibito e l’invidioso (nel caso di Lorenzoni, forse solo autoironico) – il travolgente successo di Zaia in Veneto, tirare in ballo le “percentuali bulgare”, Lukashenko o lo zar Putin. Ma qui non c’è nessun autoritarismo, nessuna tentazione totalitaria, nessun dominio di partito unico: il consenso sale dal basso, e la leadership di governo qui è purissimo soft power. Carezzevole, persino. Attentissimo a non prender posizione, semmai, non a prenderle forti. Più ascoltare che dire, e magari fare. Se c’è qualcosa di cui non si può proprio accusare Zaia, è di volersi imporre: tanto meno con le maniere forti, o con le percentuali truccate. Non ne ha bisogno.

Tuttavia, il Veneto è davvero lo Zaiastan: fenomeno irripetibile, nemmeno esportabile al resto d’Italia, e che finirà con lui. E in questa landa chi si oppone finisce per essere, o meglio per sentirsi, minoranza etnica: divisa, separata – metà ragionevole e moderata, distaccata e benevolmente scettica, metà invece rancorosa e incattivita. Posizioni tipiche di chi sa di contare poco o nulla, e forse di poterci o saperci fare poco o nulla. Basta vedere le bolle social dell’opposizione: un po’ di autocritica (poca, in realtà, non proporzionale alle dimensioni dell’irrilevanza), molti silenzi (in parte perché non si ha effettivamente niente da dire, non capendo quello che succede), e qualche sfogo caratteriale (qui un insulto o un’interiezione esclamativa, là un’accusa ai veneti di volersela e di meritarsela, la loro sorte ingrata).

Ma forse è il caso che chi fa (o volesse davvero fare, d’ora in poi: finora non c’è stata) opposizione, si guardi dentro, e intorno. Il Partito Democratico, il principale dell’opposizione, fa il peggiore risultato di sempre. Il leader dell’opposizione anche. L’intera coalizione di centrosinistra pure. Gli altri non pervenuti. Il civismo, tanto decantato, e obiettivamente generoso nello spendersi e nel metterci letteralmente la faccia, ha allargato la coalizione di un misero due per cento, all’interno di un calo senza precedenti, dovuto anche al suo mancato radicamento. Una leadership inventata all’ultimo – e provinciale in senso tecnico: conosciuta solo in una provincia, o meglio in una città – non ha saputo e potuto fare di meglio: non c’erano le basi; come del resto le precedenti leadership inventate all’ultimo, ma peggio, nella logica impietosa dei numeri (dal passato non si è evidentemente imparato niente: la storia sarà anche maestra di vita, ma gli uomini sono pessimi scolari). Gli altri partiti di centro-sinistra fanno quasi tutti peggio persino dei no vax. Le illusioni ultraautonomiste, di destra e di sinistra, che reclamano per il Veneto una SVP sul modello altoatesino o una CSU alla bavarese, si scontrano con l’evidenza che c’è già, e si chiama Lista Zaia.

Cosa concluderne? Si è accusato spesso Zaia di non avere una visione, cosa che l’interessato peraltro contesta. La domanda giusta all’opposizione sarebbe: qual è la sua? Dove si è vista? Dove è scritta? In quali programmi, parole d’ordine, simboli, bandiere? Ecco, il problema forse è lì: se il Veneto a trazione Zaia non ha una visione, per l’opposizione è vero al quadrato, o forse al cubo. E non ci si può accontentare di ripetersi stancamente che c’è, ma gli elettori non l’hanno vista. Se è passata inosservata, forse è proprio perché non c’era nulla da vedere. Uno sguardo appena onesto anche solo alle ultime due legislature, quelle in cui il dominus era Zaia, lo dimostra. C’è qualcosa di significativo da ricordarsi, da quelle parti? Forse solo, e non è una medaglia, un pallido e impersonale “sì critico” al referendum sull’autonomia…

È un problema di leadership? Certamente, anche. Il carisma, come il coraggio per don Abbondio, se uno non ce l’ha, non se lo può certo dare. Dalle parti dell’opposizione non se ne vede l’ombra, in nessun partito. Ma il problema è più profondo. Di lettura del reale: e forse proprio di sua conoscenza, di presenza al suo interno. Se non lo riscopre, l’opposizione continuerà ad attraversare il deserto: ma senza risorse, senza bussola, sempre più debole e affaticata, senza un Mosé a guidarla e una terra promessa come orizzonte. Non stupisce che la gente non ci voglia stare, in quella situazione.

 

L’alibi bulgaro di chi perde, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 23 settembre 2020, editoriale, p.1

Contro le forbici della non politica. Il mio appello per il NO.

Sono favorevole a una ragionevole e ragionata riduzione del numero dei parlamentari. Proprio per questo voterò NO al referendum, che propone un irragionevole e controproducente taglio lineare. Per ragioni tecniche, di principio e politiche.

Il sistema non solo rimane altrettanto inefficiente, ma peggiora il suo funzionamento. Resta l’inutile bicameralismo perfetto, in cui le due camere fanno esattamente le stesse cose. Un sistema che esiste solo in Italia: come se un’impresa o un’associazione avesse due consigli di amministrazione con identiche competenze. Né vengono modificati gli antiquati regolamenti parlamentari, con cui invece si sarebbe dovuto cominciare: anche qui, qualunque istituzione o azienda avrebbe cominciato dalle regole, non dal numero. Ma la situazione peggiora ulteriormente, perché stesse competenze in capo a meno persone significa rallentare i lavori parlamentari, anziché accelerarli. Le commissioni, attraverso cui si espleta il grosso dell’attività parlamentare, avranno meno membri (che dovranno far parte di più commissioni, specializzandosi meno), e i partiti più piccoli non potranno essere rappresentati: decideranno le segreterie dei partiti più grandi. Anche perché in collegi elettorali molto più ampi, in cui è difficile per i candidati farsi conoscere, passeranno solo quelli supportati dai partiti perché fedeli al capo, o quelli più ricchi, mentre sarà più difficile il loro controllo da parte dei cittadini: non un guadagno, per la democrazia.

La rappresentanza è alterata. Con oltre un terzo dei parlamentari in meno, da un lato ci saranno piccole regioni pochissimo rappresentate, ma dall’altro verrà ridotto drasticamente il peso proporzionale delle regioni più grandi ed economicamente importanti, con vistose diseguaglianze: i cittadini veneti ad esempio eleggeranno in proporzione molti meno parlamentari (ci vogliono molti più elettori per eleggere un rappresentante) del Trentino-Alto Adige, che manterrà quasi intatto il suo peso, perché il loro voto di scambio era decisivo per far passare questo obbrobrio di legge.

Si fa risparmiare mezzo caffè (l’anno, non al giorno) a cittadino, quando i veri costi della politica, decisamente più alti, sono legati alla sua inefficienza e all’incompetenza dei parlamentari: temi che non vengono proprio toccati dalla riforma. E semmai si poteva risparmiare sui costi fissi di camera e senato, che paradossalmente rimangono inalterati, pesando quindi percentualmente di più. Per dire, solo i soldi buttati nell’ultimo prestito a fondo perduto per Alitalia, che finiranno in pochi mesi, avrebbero mantenuto le camere attuali per un trentennio.

Il problema vero è avere parlamentari migliori, selezionandoli meglio, che è l’opposto di quello che fanno i principali promotori di questa legge, che hanno portato in parlamento i peggiori eletti della storia repubblicana, e continueranno a farlo.

Il simbolo di questo referendum sono le forbici. Non a caso, i promotori della legge hanno già detto che se vincerà il SÌ proporranno anche la riduzione degli stipendi dei parlamentari: e così faranno politica solo persone ancora più incompetenti e persino più incapaci (e meno rappresentative) del ceto politico che ha voluto questa non riforma, solo per prendersi un facile consenso genericamente anticasta.

Per costruire una nuova architettura istituzionale occorre, appunto, un architetto, un progetto, una visione. Tutto quello che qui manca. Restano le forbici. Con cui si può solo distruggere, non costruire.

 

Ma questo taglio è irragionevole, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 19 settembre 2020, editoriale, p.1

La spirale del sottosviluppo. Intervista a Stefano Allievi.

(Intervista a cura di Claudio Paravati)

“La spirale del sottosviluppo” è un titolo impegnativo, per un libro che tratteggia la situazione dell’Italia di oggi. Che cosa intende dire?

Ho cominciato a scrivere il libro quasi due anni fa, ben prima del Covid, e l’ho concluso durante il lockdown. Quello che emergeva, man mano che affrontavo i capitoli di cui si compone il libro – demografia, immigrazione, emigrazione, istruzione e lavoro – è la loro stretta interconnessione: ed è proprio questa che spiega – molto più che l’approfondimento di ogni singolo argomento – il declino italiano. Molte cose le studiavo da anni (i primi tre temi, in particolare); gli altri li ho maggiormente approfonditi in questa occasione. E man mano che li mettevo in correlazione il quadro peggiorava: come se l’uno spingesse l’altro verso il basso. Da qui anche il sottotitolo: “Perché (così) l’Italia non ha futuro”.

Con l’arrivo del Coronavirus, naturalmente, tutti gli indicatori sono peggiorati, e non poteva essere altrimenti. Per questo, pur sapendo di essere in un momento in cui c’era un legittimo bisogno di speranza, d’accordo con l’editore abbiamo mantenuto questo titolo duro: è – volutamente – uno schiaffo dato al lettore, ma a fin di bene. Non per fare del male, ma al contrario per svegliare finalmente alla consapevolezza: un po’ come si fa con le persone svenute, prive di sensi. Perché ho la sensazione – che per me è una certezza, dopo tanti mesi di approfondimento dei fondamentali del nostro paese – che non usciremo dall’emergenza affrontando l’emergenza, ma solo e soltanto affrontando i mali strutturali del sistema Italia, che sono quelli che descrivo nel libro. E che erano presenti già prima del Covid.

In compenso, visto che nel libro sono indicate anche alcune delle ricette necessarie per uscire dalla spirale, e per invertirla, passando da un circolo vizioso ad uno virtuoso, la conferenza-spettacolo che ho tratto dal libro, insieme ai giovani artisti di Fabrica che ne hanno preparato la parte audiovisuale (presentata online durante il lockdown, e che adesso comincia a girare nei teatri e nei festival), ho voluto intitolarla “Ri/partire. L’Italia dopo il Coronavirus”: con un’enfasi sui due significati del termine ripartire – ricominciare, ma anche fare le parti, suddividere, diversamente da come si è fatto fino ad oggi. Perché con il Covid non è solo che stiamo peggio: è che si sono aggravate enormemente le ingiustizie sociali, quelle che chiamo le 3G che dividono il Paese – tra garantiti e non garantiti, tra generi e tra generazioni. E bisogna sanarle.

L’età media della popolazione italiana è sopra i 44 anni; più della media europea (41,6); si pensi che, come dice lei nel libro, quella del mondo è 29,6 e quella africana 19,4. E ancora: nel 1980 – ci dice a p. 11 – in Italia c’erano 17 milioni di under 20, e 10 milioni di over 60; nel 2015 i dati sono rovesciati: abbiamo 10 milioni di under 20, e 17 milioni di over 60. Di fronte a dati come questi, come si fa a immaginare qualsiasi prospettiva futura? Innovazione, nuove tecnologie… ma anche solo, “banalmente”, la forza lavoro che per natura è forte in età giovanile? 

La demografia è uno dei temi fondamentali: per questo sono partito da lì. Siamo il paese più vecchio e messo peggio d’Europa (e tra quelli messi peggio al mondo). I bambini diminuiscono (mai così pochi nati dalla Seconda guerra mondiale), la popolazione attiva cala, aumentano solo gli anziani: i non autosufficienti rischiano di essere un decimo della popolazione tra meno di un decennio. Solo un paio d’anni fa il rapporto tra lavoratori e pensionati era di 3 a 2: sarà di 1 a 1 tra pochi anni. Il gap con il resto d’Europa sta aumentando. Eppure, mentre in altri paesi è oggetto di dibattito – in oggettivo collegamento con le riflessioni sull’immigrazione – da noi non ne parlano né la politica né i media. C’è un silenzio assordante e inquietante, che deriva dall’analfabetismo demografico anche delle classi dirigenti. Mentre dovrebbe essere al centro dell’attenzione, con infuocate discussioni sulle politiche da attuare e i progetti da inventare. Da questo dipende tutto: le politiche sulla famiglia (che non ci sono proprio), quelle sul lavoro, sull’istruzione, la riforma previdenziale, e naturalmente una sana ed equilibrata gestione delle migrazioni. E invece si va avanti senza alcun quadro delle priorità, con provvedimenti spot, nella loro quasi totalità a favore degli anziani: si pensi a Quota 100, tra gli altri. Il motivo c’è, e spiega molte cose: gli anziani sono di più dei giovani, e votano in percentuale maggiore (del resto sono la constituency principale tanto dei partiti che dei sindacati); inoltre hanno una capacità di spesa maggiore, e sono al centro di molti interessi economici, a cominciare da quelli legati alla sanità. I giovani invece hanno un reddito medio che è un quarto in meno di quello che avevano i loro coetanei un quarto di secolo fa, e nessuna speranza di ottenere i benefici di cui godono o godranno i loro genitori e i loro nonni, di cui pagano peraltro il prezzo. Ma nessuno se ne occupa. E infatti hanno ricominciato ad emigrare in numeri sempre più significativi…

Il cortocircuito negativo è complesso, in effetti: non solo più morti che nati, ma anche più emigranti che immigrati.

Sì, è la prima volta nella nostra storia che sono negativi sia il saldo naturale che quello migratorio: più morti che nati, e dal 2018 più emigranti che immigrati. Non è in corso nessuna invasione: un’evasione, semmai. Per dire: l’anno scorso gli emigranti erano stimati in circa 285.000. Sempre nel 2019, gli sbarchi sono stati poco più di 13.000. Con queste cifre davanti, ci rendiamo meglio conto della sproporzione tra l’attenzione dedicata all’uno e all’altro fenomeno.

Ci stiamo svuotando, ma purtroppo partono soprattutto giovani e famiglie, quindi l’invecchiamento della popolazione, il suo squilibrio interno, si accresce. In più il tasso di emigrazione è doppio nella popolazione laureata e diplomata, implicando una grossa perdita anche di capitale umano. Con effetti devastanti per l’economia del paese, per l’equilibrio del sistema previdenziale, ma soprattutto per la società, per i suoi orizzonti di riferimento, e anche per i suoi valori guida. Siamo un paese sempre più impaurito, incattivito, chiuso, culturalmente conservatore: normale, se i portatori di speranza, di innovazione e di futuro diminuiscono, o collocano le loro speranze altrove.

Lei parla di fattore “C”, da conoscenza: ma con la cultura dunque si mangia? A p. 120 scrive: «sarà sempre più importante… è il più potente fattore di sviluppo e moltiplicatore di investimenti e guadagni a disposizione di individui e paesi». Davvero è così? Non servono semmai fabbriche, metalli, grandi aziende? 

L’istruzione è una grande questione nazionale, forse il principale dei problemi del paese. Abbiamo in media la metà dei laureati d’Europa, e il doppio degli analfabeti funzionali: il 30%, contro il 15% che è la media europea. Tra l’altro è una questione collegata alla demografia: più si è anziani e più si abbassano i livelli di istruzione. Ma soprattutto, questo paese (e le sue classi dirigenti, in particolare quelle politiche) non ne capiscono la centralità e l’urgenza: del resto, la selezione, e non solo in politica, quasi mai passa attraverso la meritocrazia e la conoscenza. Siamo un paese di leggendaria immobilità sociale (conta di chi sei figlio, non cosa sai o sai fare). Se poi si è fatta carriera – politica, burocratica, ma non di rado anche nell’economia e nell’impresa – perché si è amici di, figli di, fedeli di, o perché si è vinta la lotteria del voto, senza alcuna capacità, e senza avere studiato, mai o quasi mai si ha la consapevolezza di quanto l’istruzione sia invece importante. Conoscenza chiama conoscenza: ma anche la sua mancanza, purtroppo, si riproduce. E un paese che non la cerca, o non la programma, per definizione non la trova. Il che è un problema enorme, in una knowledge economy che, da sola, produce più ricchezza anche per i meno istruiti: per capirci, nelle città e nei paesi dove ci sono molti impieghi nei settori innovativi, che presuppongono alti livelli di formazione, peraltro ben pagati, guadagnano di più anche baristi, commessi o carpentieri. E ogni posto di lavoro nei settori avanzati ne crea cinque nei settori tradizionali, cosa che non succede nella manifattura, dove il moltiplicatore è molto più basso. Se noi non investiamo in questo, perdiamo competitività nei confronti dei nostri partner europei e dei paesi sviluppati. E non a caso, infatti, siamo in coda in quasi tutti gli indicatori economico-sociali dell’UE e dell’OCSE.

Che cosa intende con l’espressione “paradosso di Ventotene”?

È una metafora che uso nel libro, che prendo da un esempio concreto. L’isola che ha ospitato al confino Altiero Spinelli, padre del federalismo europeo, che proprio lì scrisse il suo manifesto europeista, si è trovata all’incrocio di tutte le variabili di cui tratto nel libro: demografia in calo ed emigrazione hanno portato alla necessità di chiudere la scuola per mancanza di bambini, e al rifiuto di evitarla grazie alla ‘importazione’ di poche famiglie e bambini stranieri, per paura di perdere il lavoro. È una forma possibile di “spirale del sottosviluppo” di cui tratto nel libro, che finisce per impoverire gli autoctoni. E proprio per questo è un esempio efficace: perché le cose, come spiego nel libro, non sarebbero diverse se parlassimo di una regione qualsiasi d’Italia o d’Europa. È un esempio chiaro, direi trasparente – proprio perché lo si vede in un contesto piccolo – di come ci facciamo del male da soli (e soprattutto lo facciamo ai nostri figli, alle generazioni che ci seguiranno), nella totale inconsapevolezza e persino innocenza, se non abbiamo contezza delle connessioni tra i problemi che dobbiamo affrontare.

Nel libro in effetti emerge con chiarezza come la spirale del sottosviluppo passi dalla concatenazione tra questi fenomeni: demografia, istruzione, immigrazione, emigrazione, lavoro. Nel capitolo conclusivo sono azzardate delle conclusioni di tipo concreto, operativo. Cosa si può fare per non arrendersi al processo di decrescita che è in atto? 

Innanzitutto prenderne atto: averne consapevolezza, anche nei dettagli, e con dati a supporto. Farne il centro della propria riflessione, direi anche del proprio impegno, civile e politico. C’è bisogno di una riscossa anche morale, e direi di un risveglio – e di un impegno – di tutti, dalle élite (troppo spesso disincantate: tanto, loro, si salvano) in giù. Dobbiamo volerlo, innanzitutto, un paese migliore: e, francamente, non lo darei per scontato. Ci sono troppe persone a cui la situazione va benissimo così, troppi interessi legati all’immobilismo attuale, al non mettere in discussione gli equilibri raggiunti: e non parlo di oscure lobby, ma di banali contrapposizioni assai quotidiane, che ormai spesso dividono, all’interno delle famiglie, gli interessi dei genitori (o dei nonni) da quelli dei figli e ancor più delle figlie. Poi, sui singoli temi, le ricette ci sono, e sono percorribili, senza fare necessariamente la rivoluzione. Nel libro le elenco capitolo per capitolo, e sono cose pragmatiche, fattibili. Quello che manca ancora è la comprensione dell’ampiezza del disastro, della necessità di rivedere le scale di priorità: una visione lucida, se vogliamo. E di lungo periodo, non di breve momento. Per ritornare a quanto dicevo all’inizio, non usciremo dall’emergenza Covid occupandoci di essa e delle sue conseguenze. O affronteremo i mali strutturali del paese riconoscendoli e chiamandoli con il loro nome, o le emergenze si ripeteranno: sempre più spesso, sempre più gravi. Non voglio assumermi la responsabilità di consegnare un paese così, ai miei figli. È il motivo per cui ho scritto il libro e vado in giro a parlarne. Ma è di una riscossa collettiva, trasversale, quello di cui c’è bisogno. Non basta che lo percepiscano gli svantaggiati, che le cose non vanno bene: loro lo sanno già, lo sperimentano sulla propria pelle (anche se spesso se la prendono con le persone e i capri espiatori sbagliati). Bisogna che anche gli avvantaggiati (o i meno svantaggiati), capiscano che se le cose andranno avanti così, sarà peggio per tutti. Anche per le certezze di chi ne ha ancora qualcuna.

Stefano Allievi

Stefano Allievi

Sociologo, Professore di Sociologia presso l’Università degli studi di Padova.

5 Agosto 2020

Come cambiano le nostre libertà

“La libertà non consiste nello scegliere tra il bianco ed il nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta”. Questa frase di autore ignoto l’ho letta intorno ai quattordici anni, in un testo sul pensiero anarchico. E da allora non mi ha più abbandonato.

Lo so, ci sono frasi assai più famose sulla libertà, e intellettuali di riferimento che ne hanno approfondito i meccanismi, i cui testi non si scrivono sui muri. Ma forse la secchezza di uno slogan da writer ci aiuta a cogliere le dimensioni contraddittorie della libertà nella situazione odierna: intesa come libertà da (dal bisogno, dalle condizioni di fame e sfruttamento: senza le quali ogni altra libertà è più difficile o forse solo virtuale; o dal male, come si recita nel Padre Nostro), come libertà di (la libertà – cioè il potere – di fare delle scelte e perseguire degli obiettivi), ma anche la libertà di sottrarsi alla scelte, di immaginare altri mondi e altre opzioni, o di scegliere di abdicare alla propria libertà per obbedire, servire, annullarsi, tanto magnificata spesso nel mondo religioso (l’adattarsi alla volontà di Dio, comunque e da chicchessia interpretata), utilizzata dai totalitarismi al servizio dello Stato o dell’ideologia, ma anche autonomamente assunta da moltissimi individui, che semplicemente sacrificano spazi significativi di libertà individuale in nome d’altri valori (l’amore, la famiglia, il lavoro, un ideale…), o la conquistano attraverso il servizio liberamente assunto, come nei romanzi di Robert Walser. Senza dimenticare, a proposito di contraddizioni, quanta di quella che crediamo libertà sia invece un asservirsi ad altre schiavitù: come è spesso per la libertà di abbandonarsi a una qualunque dipendenza, o per libertà più ordinarie come quella di lavorare, e persino per la libertà sessuale, quando diventa schiavitù rispetto a una pulsione. La psicanalisi più di altri ci ha fatto vedere i limiti della nostra illusione di libertà.

La modernità ha aumentato a dismisura le possibilità di scelta dell’individuo, la postmodernità le ha estese nelle dimensioni ed estremizzate nelle modalità, internet e il web le hanno trasformate in virtualmente infinite. Dunque se il criterio della libertà fosse quello di poter fare potenzialmente sempre più scelte, e farle individualmente, siamo indubbiamente più liberi di tutte le generazioni precedenti. Il fatto di poterne perseguire, tuttavia, solo un numero molto limitato – risibile, rispetto alle possibilità – trasforma la libertà potenziale in frustrazione reale per ciò che rimane inattuato e inattuabile. E ci ricorda che si può veramente scegliere solo nel novero delle possibilità; o dell’immaginabile altrimenti, per tornare alla frase iniziale.

Di fatto, proprio nella nostra contemporanea condizione di apparente e sempre più estesa libertà potenziale dell’individuo, il credersi liberi si risolve spesso solo nell’essere liberi di crederlo. Tanto più se intendiamo la libertà come una retorica (o un valore con la maiuscola), anziché come una pratica di cui fare buon uso. Mancano gli uomini e le donne interiormente liberi, non la libertà. E mancano i verbi che la declinino in concretezza, non i sostantivi magniloquenti, ormai acquisiti.

Per Rousseau l’uomo nasce libero, ma ovunque è in catene. Per Sartre gli uomini sono liberi, ma la loro maledizione è che non lo sanno. Per noi, che oggi diamo più valore agli aspetti relazionali del vivere, e ci accorgiamo meglio del peso del vincolo ecologico, forse è vero che non siamo davvero liberi come crediamo, nemmeno alla nascita, ma lo siamo più di quanto crediamo e forse vorremmo o sappiamo gestire, e sempre più dovremo abituarci a limiti alla nostra libertà, come quelli che abbiamo per lo più liberamente accettato durante la pandemia: alla mobilità, alle relazioni, persino al diritto a guadagnarci la vita, in nome della salute pubblica, anziché di un ideale astratto. In nome del diritto alla salute, nostro e altrui, abbiamo scoperto che siamo disposti a rinunciarci, a parti della nostra libertà. Forse è l’inizio di una nuova riflessione, popolare prima che intellettuale, nata dalla necessità prima che dal desiderio, su una nuova forma di libertà: la libertà per – sottinteso, la vita. Nostra, altrui e dell’ambiente. Una libertà fatta di vincoli reciproci, liberamente rispettati. Meno io, più noi. Inevitabile, in un mondo globalizzato, interconnesso e plurale.

 

Senza libertà, in “Confronti”, n.9, settembre 2020, rubrica “Il mondo se”, p. 35