Le aporie dell’integrazione. Immigrazione e società

Il processo di integrazione è come un matrimonio: funziona solo se lo si vuole in due, se i due potenziali contraenti sono d’accordo, e ci mettono volontà, risorse e, naturalmente, desiderio. Se tali presupposti non sussistono, o coinvolgono solo uno dei due, è evidente che avrà meno possibilità e probabilità di successo, o sarà una potenzialità inespressa, quando non la malriuscita caricatura di un modello ideale.

Il problema è visibile da entrambi i lati. Chi arriva da un altrove qualsiasi in un nuovo contesto si suppone che l’abbia desiderato: tanto più, quanto più alti sono i sacrifici sostenuti per raggiungere l’obiettivo. È ciò che spiegava, nello studio delle migrazioni del passato, quella che si chiamava socializzazione anticipatoria: il prepararsi e l’adattarsi in anticipo, prima ancora della partenza, alla nuova realtà, alla sua cultura (almeno per come la si era immaginata, fondata o meno che fosse l’immagine), adottandone le forme esteriori, studiandone la lingua. Questa propensione viene spesso data per scontata, ma non lo è necessariamente: perché spesso i push factors, i fattori di espulsione, hanno una tale carica di forza drammatica che prevalgono sui pull factors, i fattori di attrazione; perché può capitare di voler tentare la fortuna purchessia, in un altrove qualsiasi (capita anche tra i nostri emigranti); perché oggi, dopo tutto, lo stesso peso statistico degli immigrati, il consolidarsi di comunità che consentono meccanismi di riproduzione culturale (una volta si parlava di soglia etnica, ma anche linguistica, religiosa…), e la crescente apertura anche legislativa alla pluralità (nonostante l’esistenza di visibili dinamiche in senso contrario), offrono maggiori possibilità di non cambiare, e di ridurre le necessità di relazione con la società circostante; perché, infine, si può cercare di voler minimizzare i costi già alti dell’emigrazione rimanendo (illusoriamente) il più possibile uguali a se stessi, cercando di trapiantare nella nuova realtà il proprio mondo culturale di origine (come fanno parte delle prime generazioni, vivendo per così dire con la testa voltata all’indietro), cercando di tramandarlo tale e quale (anche qui illusoriamente) alle nuove generazioni: investendo poco nella nuova realtà anche nella convinzione di un rapido ritorno, che raramente poi avviene (il mito del ritorno, non a caso). Detto questo, da parte degli immigrati, prevalgono forti dinamiche di integrazione, e si attivano strategie per raggiungerla, per quanto talvolta ingenue e precarie: non foss’altro perché ne va della riuscita del progetto migratorio, e spesso della stessa sopravvivenza di individui e famiglie.

E da parte della società di arrivo, invece? Perché anche questa gioca un ruolo decisivo. Non si può chiedere, e talvolta pretendere, una piena integrazione, se poi non si attivano politiche per raggiungerla: che presuppongono la convinzione di volerlo fare, se non per amore almeno per interesse (una componente che – a dispetto del silenzio che avvolge questa dimensione – è tuttora legittimamente presente anche nei matrimoni), e quindi il dispiegamento delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo. Tanto meno si può pensare di ottenere l’integrazione facendo di tutto (a cominciare dalla diffusione di un linguaggio alterizzante che la rifiuta per principio) per ostacolarla: una tendenza fortemente presente e talvolta prevalente nei discorsi veicolati nello spazio pubblico, dalla politica che maggiormente si concentra su questo tema, e dai media che si attivano anche in proprio (come ho provato a mostrare in S. Allievi, Immigrazione. Cambiare tutto, Laterza, 2018).

L’integrazione è multidimensionale, riguarda ambiti diversi (dalla scuola al lavoro, dalla famiglia alla cultura o allo sport), e si pratica a differenti livelli: ha una dimensione individuale (in negativo e in positivo: non subire discriminazioni, attivare azioni di empowerment), e una collettiva, anch’essa in chiave sia negativa che positiva. Presuppone riconoscimento delle specificità, ma al contempo una normativa di riferimento universalistica.

L’elemento socio-economico dell’integrazione non è meno importante di quello culturale (quello su cui maggiormente si attiva il conflitto esplicito: si pensi alle discussioni intorno all’islam, spesso diventato tout court un sostituto discorsivo dell’alterità culturale), ma non lo è necessariamente di più, anche se è quello più facilmente individuabile perché comune a tutti i soggetti deboli (non solo immigrati). Motivo per cui l’integrazione socio-economica dovrebbe essere anche la più facile da rivendicare, dato che si applica a un numero molto più ampio di soggetti: include gli immigrati (non tutti, naturalmente), ma non si limita ad essi. Ma la capacità di affrontare questi temi presuppone competenze più larghe, non sempre disponibili ai soggetti interessati e nemmeno all’associazionismo di supporto. Incidentalmente, è il motivo per cui, nel mio ultimo lavoro – La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ce la può fare, Laterza, 2020 – ho voluto affrontare il tema dell’immigrazione insieme a quello della demografia, dell’emigrazione, dell’istruzione e del lavoro, insistendo sulle connessioni tra questi temi più che sulle loro specificità. Se vogliamo parlare seriamente di integrazione, e ottenere risultati migliori, dobbiamo allargare lo sguardo, non focalizzarlo e per così dire specificizzarlo, fisiologizzarlo in un più ampio discorso sulle diseguaglianze (di questo, in definitiva, si tratta) per evitare che venga da altri patologizzato.

Va tuttavia osservato che l’integrazione è un processo sociale lungo, dotato di logiche proprie, abbastanza forti anche se non inesorabili (niente, del resto, lo è). Va quindi avanti anche a dispetto di un clima e dinamiche non favorevoli, o addirittura volte a ostacolarlo: sarebbe meglio aiutarlo e accelerarlo grazie a (iniziative pensate per favorirla), ma funziona pure nonostante (iniziative in senso contrario). Pensiamo – oltre al mondo del lavoro, naturalmente – anche al ruolo straordinario, nella sua normalità, che ha la scuola, grazie a una tradizione di inclusione che è dopo tutto parte del suo DNA, del suo corredo di base, per come è stato inteso fin dagli albori della scuola pubblica e dell’istruzione universale. Ma pensiamo anche all’integrazione che passa attraverso l’aspetto che potremmo chiamare ‘giurisprudenziale’: nasce sempre da conflitti specifici (è il motivo per cui si va in giudizio), ma in qualche modo, assorbendoli, li risolve; e anche quando la legge va nel senso opposto della discriminazione, è capace di intervenire vincolandola ai suoi limiti costituzionali, dopo tutto molto ‘larghi’ relativamente alle dinamiche di inclusione. O, infine, pensiamo alle logiche sociali di mixité, non solo matrimoniali, e più genericamente socio-culturali: potentissime nell’innescare dinamiche di integrazione per così dire reciproca. Cambiano gli immigrati, infatti; ma cambia anche, a seguito della loro presenza, la società.

 

 

Ho scritto questo testo come Editoriale per la sezione su “Integrazione e pari diritti” del Dossier Statistico Immigrazione 2020 a cura del Centro Studi e Ricerche IDOS, in collaborazione con il Centro Studi Confronti. La versione che precede è lievemente più lunga di quella pubblicata nel Dossier.

“Le aporie dell’integrazione”, in Dossier Statistico Immigrazione 2020, IDOS, p. 179-180