“Come si cambia, per non morire…”. Il paradigma evolutivo e l’economia.

L’evoluzione è il prodotto dei caratteri che si trasmettono ereditariamente alle generazioni successive. Nella società, nell’economia, e quindi nell’impresa, la interpretiamo come la dinamica all’incrocio tra continuità e mutamento. Dove quest’ultimo è cruciale: quasi fosse anch’esso parte del patrimonio genetico, inscritto da qualche parte nella doppia elica del vivere sociale.

L’immutabilità della specie non solo non esiste – e non è mai esistita, anche se l’hanno postulata tanto le religioni che la filosofia greca classica – ma sarebbe controproducente. Nella società, nell’economia, e nell’impresa, è ancora più evidente: non ci sarebbe sviluppo, progresso, o anche solo innovazione, senza un mutamento che non è solo dovuto all’interazione con l’ambiente circostante, ma ha anche caratteri che in qualche modo potremmo chiamare genetici, perché incidono sui suoi elementi costitutivi trasmissibili.

Non è un caso che si sia tentato spesso di applicare all’economia il paradigma evoluzionista. La lotta per la vita, il vantaggio riproduttivo (il maggiore successo di alcuni nei processi di filiazione e diffusione), la capacità di adattamento, la selezione naturale, con la sopravvivenza del più forte (o, più correttamente, del più adatto, del più resiliente, del più innovativo). Certo, bisogna distinguere tra caratteri acquisiti ed ereditari: e in economia e nell’impresa è più difficile che in natura. Il mutamento è spesso solo una reazione alle modificazioni nell’ambiente. Ma ci sono periodi – quelli delle varie rivoluzioni industriali, ad esempio – in cui assistiamo a delle vere e proprie mutazioni genetiche (non di rado frutto di un qualche tipo di incroci, storicamente più spesso benefici che negativi) che inducono una modificazione stabile ed ereditabile di quello che potremmo chiamare il patrimonio genetico dell’impresa. Sono i periodi in cui compaiono anche nuove specie, che magari all’inizio sembrano uno scherzo dell’evoluzione, come nell’esempio paradigmatico dell’ornitorinco, una collezione di stranezze che va dal becco d’anatra su un corpo di lontra, alla condizione di unico mammifero che depone le uova e poi allatta i suoi cuccioli (oggi sono forse ornitorinchi i grandi monopoli tecnologici che sono emersi dallo sviluppo estremo dell’economia di mercato). Sono i periodi in cui si determina un vero e proprio salto evolutivo: tanto che mancano anelli di congiunzione con la specie precedente a spiegarlo. Accade, semplicemente: e, dopo, niente è più come prima, e una nuova specie occupa un habitat dove prima era assente, e si diffonde. Un po’ come lo spillover che abbiamo imparato a conoscere a seguito del Covid: il salto improvviso da una specie all’altra di un virus – ma con conseguenze non necessariamente distruttive (del resto, per il virus, non lo sono: al contrario, costituiscono un successo evolutivo, che determina appunto la sua maggiore diffusione). O il salto quantico (salto in quanto repentino, senza stadi intermedi): quando un elettrone in orbita intorno a un atomo, colpito da un fotone (dalla luce), ‘salta’ improvvisamente in un’orbita diversa, con un diverso livello di energia. È interessante che per la fisica classica, basata su grandezze continue, questo fenomeno non sia prevedibile. Alla luce di queste scoperte, forse anche l’economia classica ha bisogno di qualche aggiornamento.

Non sappiamo dove ci porterà il salto evolutivo che probabilmente è in corso, né quale sia il nuovo mondo in cui potremmo essere proiettati, anche se ne intravediamo le probabili maggiori implicazioni in settori che vanno dall’intelligenza artificiale alle biotecnologie, dalla creazione di mondi artificiali all’esplorazione di mondi lontani, fino – nella direzione opposta – allo sviluppo di nuove consapevolezze interiori, e dunque differenti modalità anche di relazione sociale.

Quello che vagamente percepiamo, al contempo con terrore e curiosità, consapevoli dei rischi ma anche curiosi di conoscerne le implicazioni, è che sta per cambiare – di nuovo – tutto. E in ogni ambito, anche nel lavoro e nell’impresa, forse la vera nuova consapevolezza starà nell’essere il cambiamento, e non solo nell’osservarlo o nel produrlo. Più facile a dirsi, naturalmente…

 

Un’evoluzione che ci chiede di essere il cambiamento, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 9 novembre 2020, rubrica “Le parole del Nordest”, p. 3