Vivere senza carcere: si può?

Può una società vivere senza carcere? È interessante che questa sia una delle tipiche domande che non ci poniamo. Le diamo per scontate. Come facciamo spesso, in questa società analgesica, che il male e il dolore non li vuole vedere, ci siamo limitati a spostarlo fuori città, come tutte le funzioni infette: occhio non vede, cuore non duole. Ma, ovviamente, non è la soluzione, né la risposta a domande scomode come: quanto è efficace, rispetto alla funzione che gli si attribuisce? e quale è veramente la sua funzione?

Ufficialmente, le funzioni dichiarate sono quella preventiva e di deterrenza (ribadire la norma e la sua sacralità a fronte della sua violazione), la somministrazione della pena (da cui penitenziario), e la riabilitazione. Ma poi scopri che chi va in carcere, troppo spesso ci torna, da recidivo non pentito: cioè vìola nuovamente la norma. Che tra chi va in comunità e affronta pene alternative alla detenzione, che costano infinitamente meno delle carceri, la recidiva è molto più bassa. Che troppa gente ci va in attesa di giudizio anziché per scontarlo. E, infine, che il carcere è sempre più abitato, ma solo per alcune categorie di persone. I prigionieri (da prehensus: preso), i reclusi, i ‘chiusi dentro’ (questo del resto significa carcere: recinto) sono sempre quelli. Come diceva Goffman, c’è “un solo tipo di uomo che non deve mai arrossire”, e che può sperare, nel corso della sua vita, di non finire in galera, e costui “è il giovane, sposato, bianco, abitante nei centri urbani, proveniente dagli Stati del Nord [da noi, senza modifiche geografiche, le Regioni], eterosessuale, protestante [da noi, ovviamente, cattolico], padre, con istruzione universitaria, un buon impiego, una bella carnagione, giusto peso e altezza e dedito a vari sport”. Una società ingiusta in radice: perché si riproduce così, oltre tutto, di generazione in generazione.

In origine erano case di lavoro, ‘lavori forzati’ (mentre oggi, paradossalmente, le occasioni di lavoro sono un raro miraggio), di cui si supponeva una funzione educativa, o quanto meno socialmente utile, correttiva (non a caso quelli per minori si chiamavano anche correzionali, o riformatori, perché dovevano dare nuova forma alle persone). Nel corso della sua storia, dopo tutto relativamente recente, si è posto l’accento, oltre che sulla sua funzione punitiva e repressiva, e su quella preventiva e di deterrenza, anche su quella rieducativa, riabilitativa (negli anni, con pietosa menzogna sociale, l’accento è stato sempre più messo sulle ultime, anche se continuavano a prevalere le prime). Ma ora che prevale la funzione immobilizzativa, priva di qualsiasi utilità individuale e di risvolto sociale, un mero parcheggio umano, a che cosa serve?

Per alcuni svolge un ruolo o quanto meno consente una funzione di re-interrogazione su di sé, un comprendere che c’è o dovrebbe esserci un ordine sociale, che chi l’ha sconvolto deve essere punito, che “chi sbaglia paga”. Per altri è il luogo dell’incontro con le istituzioni: in cui per la prima volta (ma il problema è per l’appunto lì), lo stato, le istituzioni, si fanno presenti in forma – nonostante il fatto fisico della costrizione – positiva: come accade soprattutto al minorile, attraverso educatori, corsi di recupero, di alfabetizzazione, magari uno psicologo, una visita medica più attenta anche al benessere generale dell’individuo e non solo al sintomo, la riflessione sulla parola ‘progetto’ e sulla parola ‘responsabilità’. E la domanda diventa: non poteva accadere prima?

È per questo che, insieme a nuove riflessioni e pratiche sulle forme di mediazione, di riconoscimento della colpa, di incontro guidato tra colpevole e vittima (che nel processo tradizionale non avviene e non rileva), si ricomincia, sempre troppo flebilemente, a riflettere sull’utilità del carcere. Consapevoli che “chiuderli dentro e buttare via la chiave” è una forma di populismo penale che non risolve alcun problema. Anzi, ne crea di nuovi. E si può immaginare allora che il carcere sia altra cosa, extrema ratio, per pochi. E per i molti si inventi un altro tipo di normalità punitiva e davvero riabilitativa. Perché le alternative esistono, come sanno bene le famiglie. Così com’è è soltanto una ferita. E sanguina. E non è sano per un corpo, nemmeno per un corpo sociale, portare con sé la propria malattia senza curarla, lasciando che si aggravi senza prestarle soccorso. Come sappiamo, alla lunga infetta. E a risentirne è tutto il corpo.

 

 

Senza carcere, in “Confronti”, n. 11, 2020, p.35