Urbino. All’inaugurazione dell’anno accademico, imprevedibilmente, fa capolino un libro…

 CORRIERE ADRIATICO

Cipolletta all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Urbino:
«Innovazione dalla pandemia»

 

Mercoledì 20 Ottobre 2021 di Eugenio Gulini

URBINO – Con la sollecitazione “They call us dreamers but we are the ones who never sleeps” (“Ci chiamano sognatori ma siamo quelli che non dormono mai”) si è aperto ieri, al Teatro Sanzio, l’anno accademico 2021 – 2022 dell’università Carlo Bo di Urbino al 516esimo anno dalla fondazione. Ospite d’onore, con la sua personale lectio magistralis, Innocenzo Cipolletta. Il tema dello statistico ed economista, già direttore generale di Confindustria, era attualissimo e a lui molto caro: “La fatica di innovare”.

La ripartenza
Prima di lui il rettore Giorgio Calcagnini si è rivolto agli studenti con «l’augurio che ci si possa avviare verso una normalizzazione che consenta di accogliervi in aule confortevoli piuttosto che in un dialogo a distanza che, pur utile in determinate circostanze, è sicuramente meno rispondente alla mission di una Università come luogo di relazioni. Il nostro obiettivo prefigura una speranza: ripartenza. Forniti di una consapevolezza nuova, di nuove precauzioni, di nuove forme di socialità, dobbiamo essere pronti, con progetti sostenibili, a ripartire per nuove destinazioni, facendo emergere le difformità dei contesti in cui viviamo, annullando le distanze culturali e sanando le disuguaglianze sociali ed economiche. Magari, in questo viaggio, saremo ancora costretti ad esibire un passaporto sanitario piuttosto che uno anagrafico – ha concluso Calcagnini – ma sicuramente, per esemplificare il titolo di un recente e fortunato saggio del sociologo Stefano Allievi , “torneremo a percorrere le strade del mondo”».

Il personale amministrativo
Alessandro Gambarara, in rappresentanza del personale tecnico amministrativo, ha evidenziato come quest’ultimo «è sempre stato ed è tuttora in prima linea per profondere le proprie capacità per un proficuo funzionamento dell’istituzione universitaria, rappresentando un collante fondamentale tra docenti e studenti per tornare a vivere, in condivisione, gli spazi e le attività». Federica Titas, presidente del Consiglio degli studenti, ha auspicato «che si rafforzi sempre più l’attenzione dei docenti nei nostri riguardi, essendo noi l’anima di questa città. E, nel contempo, vorrei dai miei colleghi una maggiore partecipazione alla vita universitaria e cittadina, che è molto più dinamica di quel che ci si immagina».

Il progresso tecnologico
Infine Innocenzo Cipolletta con una risposta alla domanda “dove andremo”: «Un mondo aperto, collaborativo, retto da regole condivise, inclusivo e attento ai più deboli, ma favorevole al progresso tecnologico e sociale è la risposta ai molti quesiti che stanno sorgendo a fronte dei cambiamenti sociali e climatici che caratterizzano la nostra epoca. Sta a noi, anche a noi contribuire a costruirlo, se sapremo guardare con spirito aperto ai grandi cambiamenti che ci attendono e se sapremo volgerli a vantaggio di tutti, senza rimanere centrati sui nostri interessi di breve termine e senza cedere alla paura del nuovo e di ciò che ci è straniero».

I costi e la fatica
«Non sono un accademico di professione pur avendo svolto attività didattica per alcuni periodi – così ha esordito Innocenzo Cipolletta – Ho passato gran parte della mia vita ad osservare l’economia partendo dai numeri. In effetti, sono uno statistico che ha iniziato a lavorare sulla congiuntura economica, ossia studiando come evolve l’economia nel breve termine. Ma avendola osservata ormai per quasi 60 anni, alla fine ho finito per avere sotto gli occhi una storia lunga, di evoluzioni e di cambiamenti previsti e non previsti. La pandemia che ci ha colpiti ha generato un processo di reazione che spinge verso nuovi e più profondi cambiamenti. Investire nell’innovazione rappresenta la via principale per crescere. Ma l’investimento nell’innovazione è costoso e faticoso».

 

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Femminicidi: il lavoro culturale da fare sui maschi

Se è uno, è un fatto isolato, una notizia, che merita un commento. Se sono una sequenza, ripetuta nel tempo, sono un fatto sociale, che merita un’inchiesta e un approfondimento. Se sono uno stillicidio (oltre 70 da inizio anno, secondo i dati del Viminale, di cui più di 50 per mano del partner o dell’ex-partner), diventano un allarme civile, che pretende un esame di coscienza approfondito. Stiamo parlando dei femminicidi, naturalmente.

Contrariamente a quello che molti pensano, non sono in aumento: al contrario, sono in progressivo ma costante calo, così come gli omicidi. Ma stridono ogni giorno di più con il cambiamento sociale, prendono a pugni una realtà che vorrebbe evolversi nella direzione opposta. Per questo, oltre che per il fatto in sé, fanno sempre più male, e se ne parla di più, con più rabbia, pretendendo con più forza giustizia. E giustizia va fatta. Non solo risarcendo – almeno con le sentenze – le vittime e i loro familiari, quando ormai è troppo tardi. E nemmeno solo proteggendo con maggiore efficacia le vittime potenziali, troppo spesso abbandonate alla mercé degli stalker. Ma discutendo, prevenendo, combattendo su questo tema una battaglia culturale profonda: perché di questo si tratta – di incrostazioni culturali, di assunzioni di ruolo perverse, di meccanismi di potere non affrontati e mal gestiti. Anche quando al femminicidio non si arriva. È un problema di rapporti tra uomini e donne: la base della società. Che ha bisogno di una seria manutenzione straordinaria: e dunque di un dibattito pubblico aperto e onesto.

I cambiamenti nei ruoli femminili, l’indipendenza, l’autonomia, misurate nella scuola (dove le donne riescono meglio degli uomini), conquistate lentamente nel mercato del lavoro, ma ancora faticosamente affrontate nella sfera privata, sono non la causa, ma il segno visibile di una rimessa in discussione dei ruoli di potere tradizionali, maschili. La causa sono gli uomini: è tra loro che bisogno individuare il problema e le sue possibili soluzioni. La violenza del caso individuale, come la logica del branco nel caso dello stupro, hanno origini profonde e lontane: nel maschilismo volgare dei dialoghi a proposito di donne tra amici, a scuola, al bar, al lavoro e negli spogliatoi, nel modo di atteggiarsi, nella complicità quasi omertosa rispetto alle sopraffazioni anche piccole, nella mancanza di critica e di dissociazione interna.

Occorre una ecologia del linguaggio all’altezza del tema. Inaccettabile sentire ancora parlare di amore malato, di gelosia. L’amore non c’entra niente, il potere moltissimo. Ancora più grave la derubricazione al gesto di follia, al raptus: quando tutto è premeditato in maniera minuziosa, fin da quando si decide di mettersi un’arma in tasca per andare a un appuntamento. Eppure lo si sente ancora: in bocca ai giudici e nelle sentenze, dove naturalmente è più grave, sui giornali e tra i cittadini comuni, magari i vicini chiamati a dire la loro davanti a una telecamera.

C’entra uno squilibrio di genere ancora troppo accentuato nelle professioni: troppi maschi tra giudici, poliziotti e giornalisti – che non hanno maturato loro stessi una consapevolezza di ciò di cui parlano. Lo dimostrano le frange negazioniste, ancora molto presenti: quelli che dicono che il femminicidio non esiste, o è fortemente esagerato. Probabilmente, se esistesse un fenomeno a parti invertite, della stessa entità, se fossero i maschi a morire di maschicidio, vittime delle loro partner, se ne parlerebbe molto di più.

C’è dunque un problema di educazione al genere, e di educazione ai sentimenti, all’amore in primo luogo, molto più urgente dell’educazione sessuale o della generica accettazione della diversità. Che spetta alla società, e alla scuola, affrontare. Prima ancora che alla famiglia, essa stessa invischiata più fortemente in ruoli tradizionali, malamente messi in discussione. E ci vuole personale specializzato per farlo: che racconti le trasformazioni della sessualità e della famiglia, la possibilità di fare esperienze e quindi di scegliere, di dire dei no. Che bisogna imparare ad accettare, e a gestire. Il nuovo cameratismo tra sessi che vediamo nei più giovani, la maggiore accettazione della diversità, non solo di orientamento sessuale, la messa in questione dei ruoli, sono il segnale incoraggiante che le cose possono cambiare. Ma se ne riconosciamo l’importanza, non possiamo lasciare a sé stessi questi processi.

 

La battaglia culturale che serve, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 settembre 2021, editoriale, p.1

I prof contro il green pass: sull’appello dei trecento

Il comico americano John Oliver, in una puntata di qualche anno fa del suo show Last Week Tonight, per mostrare le storture mediatiche del dibattito sul cambiamento climatico – che spesso vedeva intervistati un interlocutore a favore e uno che lo negava – ha inscenato una rappresentazione realistica del dibattito. E poiché oltre il 99% degli scienziati sostiene che il processo stia avvenendo e sia causato dall’uomo, ha riempito lo studio di 99 camici bianchi a favore, e uno contro.

Ci piacerebbe che fosse così anche per il dibattito sui vaccini, ma purtroppo i media continuano a riprodurre la stessa logica. Per cui le posizioni antivacciniste, o contrarie alle misure prese per contrastare la diffusione del Covid, ricevono inevitabilmente un’attenzione spropositata. È avvenuto per le manifestazioni no vax davanti alle stazioni, in cui il numero di manifestanti era largamente inferiore a quello di giornalisti e poliziotti (a Padova due persone, tra cui un ex docente del Bo oggi in pensione). Sta avvenendo per gli appelli e i manifesti contro il green pass in università (ma vale anche altrove): come attesta il rumore che sta facendo l’appello dei 300 docenti (su oltre 64.000 professori e ricercatori, esclusi i docenti a contratto: lo 0,46%), e in scala locale i suoi firmatari dell’università in cui insegno, il Bo (17, di cui 10 di ruolo, su quasi 2300: lo 0,43%).

Certo, tra i docenti critici ci sono nomi famosi, come quelli di Cacciari e Barbero. Peccato che la lista dei nomi famosi favorevoli al green pass sarebbe lunga molte pagine, se venisse stilata, ma semplicemente non compare. E forse è anche sorprendente che le voci critiche vengano da una categoria che al momento in cui è stata vaccinata – tra le prime, per indubbio privilegio, nonostante i rischi più modesti corsi rispetto ad altre professioni – pare non aver alzato la voce con la stessa foga contro la corsia preferenziale accordatale. Anzi, in molti abbiamo comunicato della nostra vaccinazione via social, proprio come incentivo anche per gli altri a vaccinarsi.

Quando l’università ha non solo subìto, ma richiesto l’obbligatorietà del green pass, ha fatto una scelta coerente con la sua vocazione scientifica: a molti rifiutare la logica del vaccino apparirebbe altrettanto folcloristico quanto un astrofisico che fosse contrario alla gravità. E infatti non è contro di esso che si scagliano i docenti di cui parliamo, che si limitano a contestare l’obbligatorietà del documento che lo attesta. Che però è coerente con un altro principio, che è quello della tutela della salute pubblica. Suona pretestuoso criticare l’obbligo del green pass per poi accusare di ipocrisia (come fa Barbero, tra gli altri) il decisore pubblico perché non ha il coraggio di imporre direttamente l’obbligatorietà del vaccino. Poiché il green pass è un passo significativo in quella direzione, basterebbe che si ottemperasse al primo per evitare il secondo, che ha implicazioni maggiori, anche al di là della sfera lavorativa, conculcando maggiormente le libertà personali (per non parlare della maggiore complessità politica dell’imposizione del secondo, che i firmatari fanno finta di ignorare). Sembra di sentire il disco rotto di quelli – ci sono sempre – contrari a una riforma in nome di una riforma più radicale, secondo loro facilissima da approvare, e che puntualmente non si farà mai (e contro la quale probabilmente protesterebbero).

Peraltro, poiché come noto la libertà individuale non è assoluta, ma limitata da quella altrui (ci si ricordi delle discussioni sul divieto di fumo, poi accettato e introiettato come misura persino banale di civiltà), stupisce che nell’appello si parli per l’appunto solo della libertà dei non vaccinati, e non di quella altrui (e senza mezza riga di considerazione sulla vaccinazione come atto altruistico di costruzione del bene comune, per evitare non solo di infettare gli altri, ma anche di costringerli a lockdown o didattiche a distanza). E suona semplicemente vergognoso, tanto è implausibile (tanto più da parte di un docente di storia), il richiamo a “precedenti storici che mai avremmo voluto ripercorrere”, peraltro senza nemmeno il coraggio di nominarli per la fondatissima paura di sprofondare nel ridicolo. La parola stessa scelta per rifiutare l’obbligo – discriminazione, con cui si conclude il testo  – ha un suono, in questo quadro, contraddittorio e fastidiosamente unilaterale.

L’unica cosa condivisibile dell’appello è l’auspicio dell’avvio di un serio dibattito sul tema. È vero: c’è molto da discutere, intorno alla vicenda della pandemia e delle misure prese per contrastarla. Ci pare che l’appello non sia propriamente la base migliore per avviare la discussione, ma siamo certi che si troveranno altri modi.

 

L’ipocrisia corre in ateneo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 9 settembre 2021, editoriali, p. 1

L’ipocrisia dei prof no pass, in “Corriere di Bologna”, id.

Afghanistan: quel che possiamo fare

L’avventura afghana è finita male, malissimo. Per l’Afghanistan, in primo luogo. E per l’Occidente, che nonostante il tempo impiegato, il cospicuo investimento economico e militare, e nel nostro caso il dignitoso comportamento del contingente italiano, che ha contato i suoi eroi e le sue vittime, vedrà purtroppo crollare la sua credibilità sul piano geopolitico e su quello morale.

È una sconfitta, inutile girarci intorno. C’è un solo modo per salvare il salvabile della nostra dignità, della nostra coscienza, delle ragioni dichiarate della nostra presenza lì: aiutare gli afghani. Per l’Afghanistan come stato non possiamo fare più nulla, almeno nell’immediato. Ma per i singoli cittadini di quel martoriato paese possiamo fare ancora molto.

La prima cosa è far entrare in Italia tutti quelli che hanno collaborato a vario titolo con il contingente italiano, hanno fatto da interpreti ai nostri giornalisti, hanno lavorato con le nostre ONG, e i parenti a rischio di chi è già qui, integrato da noi (come avvenuto nel caso di Zahra Ahmedi, che ha raggiunto il fratello ristoratore a Venezia – e, non ne dubitiamo, si integrerà benissimo – grazie a una mobilitazione e a una solidarietà corale, dal presidente della regione Zaia in giù). Lo abbiamo promesso, e dobbiamo agire di conseguenza, e in fretta: come già si è cominciato encomiabilmente a fare. Di conseguenza occorre sospendere la richiesta dei visti d’ingresso, e implementare il ponte aereo già attivato.

Più in generale, occorre aprire corridoi umanitari mirati, in particolare per le categorie più a rischio: giovani donne, minoranze etniche, attivisti e attiviste. Chi ne ha già esperienza (Sant’Egidio, la chiesa cattolica e quella valdese) si è detto pronto ad agire: dietro di loro c’è un tessuto di volontariato e società civile attivo ed efficiente, che ha già dato ottima prova di sé per le altre persone arrivate in questo modo, meglio e più velocemente integrate di coloro che passano per gli ex-Sprar, e a costo zero per lo stato. Le organizzazioni islamiche in Italia sono pronte a collaborare aggiungendo la loro rete di solidarietà. Si tratta di riprendere idealmente quanto fatto in passato per i boat people vietnamiti, con numeri più ampi (allora, poco più di quarantadue anni fa, furono 907 i profughi salvati dalla Marina Militare, mandata appositamente nelle acque del golfo del Siam), ma comunque sostenibili. L’ANCI (l’associazione dei comuni), e molti sindaci di diverso colore politico, si sono già detti disponibili ad attivarsi, ed è un segnale che va colto: le regioni potrebbero e dovrebbero agire per semplificare loro la vita, aggiungendo risorse proprie. Reti di famiglie, associazioni e ONG sono pronte a mettersi a disposizione per collaborare, con ospitalità, raccolte fondi, corsi di lingua, inclusione in attività associative, ecc. Si tratta di agevolare la gestione di queste iniziative, più che di attivarle.

Per quelli che sono già qui, ci sono poche precise cose da fare: sospendere l’esame delle richieste di asilo pendenti nelle commissioni, approvandole in blocco. E sospendere le espulsioni dei richiedenti asilo afghani non riconosciuti come tali. Anche per loro, famiglie e associazionismo, organizzati, potrebbe dare una grossa mano. Ma c’è spazio anche per altri attori sociali. Le università, che già attivano progetti di accoglienza di studenti rifugiati, possono lanciare un piano straordinario di ospitalità di studenti e studentesse, e anche di docenti, provenienti dall’Afghanistan: il modo migliore per combattere la guerra nel solo modo efficace – con l’istruzione, per ragazzi e ragazze, invece che con le armi. Fondazioni bancarie e mondo delle imprese potrebbero fare la loro parte, in maniera mirata, nel sostenere tali iniziative.

Infine, occorrerà continuare a sostenere i cooperanti e le associazioni italiane presenti nel paese, tra cui gli ospedali di Emergency, e chi lavora nel campo dell’istruzione e dell’empowerment femminile, almeno finché potranno svolgere il proprio ruolo, che oltre a essere prezioso in sé, se non altro riverbera un’immagine positiva dell’Occidente: la migliore diplomazia.

Non spenderemo più soldi in una opinabile missione di pace (solo la parola, peace enforcing, contiene una contraddizione patente). Sarebbe un segnale di maturità dirottarli per attività, come quelle descritte, che la pace aiutano davvero a costruirla.

 

Che cosa possiamo fare noi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 agosto 2021, editoriale, p. 1

Il ruolo educativo di Gino Strada e di Emergency

Catania, incontro nazionale di EMERGENCY, 2019: decine di eventi, centinaia di volontari, migliaia di giovani. L’organizzazione compiva allora 25 anni, ed era al suo 18° incontro nazionale. Poco più che maggiorenne, insomma.
C’è anche questo nella storia di Gino Strada e di Emergency: l’elemento educativo. Non era e non è ‘solo’ (solo?) questione di aiutare chi ha avuto meno privilegi non giustificati da nulla, di salvare – molto concretamente e materialmente – vite umane ferite, non solo nel corpo. È stato ed è anche questione di coinvolgere persone e personaggi, di creare consapevolezza, di motivare azioni e collaborazioni, di far maturare solidarietà collettive.
In questo il carisma di Gino Strada, il suo ‘estremismo’ costruttivo, il suo essere forse suo malgrado personaggio ‘pop’, anche se preferiva di gran lunga tornare in sala operatoria, hanno aiutato molti, proprio sul piano educativo, della maturazione, del convincimento, del cambiamento anche interiore.
In un mondo che ha un disperato bisogno di simboli positivi, di esempi, di eroi anche, Gino Strada ha giocato questo ruolo: soprattutto in ambienti dove forse era meno usuale – dove c’era magari tanta disponibilità umana ma poche occasioni per esercitarla concretamente. E lo ha giocato perché non è stato solo un individuo più in gamba di altri, ma ha fatto nascere un’organizzazione, un marchio del bene se si vuole, un brand positivo, che ha consentito a tanti di sentirsi coinvolti e di coinvolgersi. Che è uno dei ruoli fondamentali dell’educazione propriamente intesa.

Torneremo a percorrere le strade del mondo – Recensione Marino Niola

robinson-recensione

Robinson – supplemento Repubblica, 19 giugno 2021, pp.14-15

 

https://www.utetlibri.it/libri/torneremo-a-percorrere-le-strade-del-mondo/

Dopo il Covid. Appunti per una teoria della mobilità

Corriere Fiorentino___17-06-2021

 

I fermi obbligatori, i lockdown prolungati, le chiusure delle frontiere, ci hanno costretto a una situazione di immobilità involontaria. Ci siamo accorti che molte delle mobilità cui eravamo abituati, e che consideravamo necessarie, si sono rivelate superflue. Ma anche quanto la mobilità ci sia in sé necessaria. È il paradosso del Covid: il virus si è messo a viaggiare al nostro posto, costringendoci all’immobilità – condizione ideale per riflettere sulle ragioni della mobilità.

Siamo nati nomadi, e lo siamo stati per gran parte della nostra storia. Quando i nostri antenati Sapiens hanno lasciato l’Africa, da cui tutti proveniamo, e una migrazione dopo l’altra hanno abitato il pianeta, eravamo ancora cacciatori e raccoglitori che si procuravano il cibo spostandosi, poi pastori, e solo molto lentamente (e molto recentemente) siamo diventati stanziali, con l’invenzione dell’agricoltura, poi con l’urbanizzazione, che oggi coinvolge oltre la metà della popolazione mondiale. Siamo pronipoti di raccoglitori e cacciatori, e poi di pastori, prima che di contadini e poi di cittadini. Per questo, come diceva Bruce Chatwin, il nomadismo è nel nostro DNA, o almeno nella nostra memoria storica, nel nostro inconscio individuale e collettivo, e nella nostra esperienza passata, presente e futura, se è vero che oggi abbiamo ricominciato ad essere mobili, e lo siamo in misura maggiore rispetto ai nostri genitori e ai nostri nonni.

Partire da questa constatazione può aiutarci a mettere le basi di una teoria della mobilità: che includa il nomadismo, il desiderio di viaggiare, la brama di conoscere, i tanti complessi motivi che ci spingono ad andare altrove (magari solo per un poco, come nel turismo, o nelle serate fuori porta), ma anche le migrazioni, in entrata e uscita, e le loro nuove forme. C’è un filo che lega il ruolo del viaggio nelle mitologie e nelle religioni (pensiamo, nella Bibbia, ad Adamo ed Eva cacciati dall’Eden – il primo push factor – passando per Mosè e l’Esodo, fino all’incessante attività missionaria di Paolo), per arrivare, dopo l’età delle scoperte geografiche e delle colonizzazioni, alle migrazioni moderne, fino agli scambi Erasmus e ai giovani expat che lasciano l’Italia, oggi in numero superiore agli immigrati (non c’è alcuna invasione in corso: semmai un’evasione…): a testimoniare una circolarità globale che riguarda tutti i paesi (la Germania, per dire, primo paese europeo per arrivi di immigrati, è anche il primo per partenze).

Ma non si capisce la spinta all’erranza se non si affronta il suo contrario, il radicamento, la stanzialità: i due poli tra cui continuamente oscilliamo, talvolta scegliendo con decisione uno dei due, più spesso vivendoli entrambi, in momenti diversi della nostra vita, e persino contemporaneamente, vagheggiando l’uno mentre sperimentiamo l’altro. Anche le migrazioni vanno contestualizzate all’interno di questo quadro più ampio, ma comprese nella loro specificità, e quindi gestite – cosa che abbiamo smesso di fare quando abbiamo chiuso le frontiere all’immigrazione regolare, gettando le basi per l’esplodere di quella irregolare. Le frontiere non sono muri, sono modi per controllare i passaggi. Per questo governare le migrazioni si può: dunque si deve, nell’interesse nostro e dei migranti (quelli che vengono, e dovrebbero venire in altro modo, e quelli che vanno). Le analisi e le ricette ci sono. Quella che manca è la lucidità politica di volerlo fare: perché è più facile agitare il problema per acquisire consenso, o non affrontarlo per paura di perderne, senza analizzare vantaggi e svantaggi, costi e benefici, individuali e di sistema. È più semplice immaginare per gli altri respingimenti universali, muri e isolazionismi (per i quali pagheremmo un prezzo enorme), pretendendo al contempo per noi il diritto ad andare liberamente ovunque, senza accorgerci della contraddizione – senza nemmeno percepire quanto, quella relativa al diritto alla mobilità, sia una delle nuove forme della diseguaglianza.

Il Covid ci ha illuminati anche su altro: il nostro stesso rapporto con l’alterità. Il virus è stato anche questo: il nemico che veniva da lontano, l’immigrato indesiderato, l’irregolare da cui proteggersi, il clandestino che mette a repentaglio le nostre sicurezze, l’invasore che devasta a caso. E quindi capace di rinviare alle nostre pulsioni più profonde – e irrisolte – proprio intorno al tema cruciale della diversità, dell’estraneità, dell’alterità. Di cui ci ha aiutato a vedere le contraddizioni. E i modi per scioglierle. Perché, banalmente, se davvero vogliamo garantire la nostra possibilità e libertà di muoverci, di tornare a percorrere le strade del mondo, e incontrare altre persone, dovremo in qualche modo gestire e garantire anche quella altrui: con le regole e le cautele necessarie, come in ogni viaggio, e in ogni incontro con l’altro che esso implica. Peraltro, questo riguarda sia chi viaggia, sia chi incontra i viaggiatori: ormai l’altro si ha sempre più occasione di incontrarlo anche restando fermi. Per questo è indispensabile rifletterci sopra.

 

Dopo il Covid, una nuova Teoria della mobilità, “Corriere della sera – Corriere Fiorentino”, 17 giugno 2021, p. 1-14

Testo di presentazione di “Torneremo a percorrere le strade del mondo”, UTET, 2021  https://www.utetlibri.it/libri/torneremo-a-percorrere-le-strade-del-mondo/

Torneremo a percorrere le strade del mondo

Indice

 

Introduzione: Neanche il virus prossimo venturo ci fermerà

 

            Il Covid e noi

            Shut-in economy?

            Rivoluzione mobiletica e nuove diseguaglianze

 

Una storia che viene da lontano. Le ragioni della mobilità umana

 

            Piedi e radici

            Mitologia e religione

            Il caso europeo

           Le ragioni della mobilità…

           …e quelle delle migrazioni

 

Circolarità globale. Al di là di emigrazione e immigrazione

 

            Non aut aut: et et

            Nuove emigrazioni

            Tecnologie e mobilità

            Una fisiologica complessità

            Uno sguardo dall’alto

 

Tra erranza e radicamento. Appunti per una possibile teoria della mobilità

 

            Una premessa biografica

            Metafore della contemporaneità

           Ridiventare nomadi?

          La viandanza e la restanza

          Nel segno di Hermes 

 

Per una politica della mobilità e delle migrazioni. Proposte

 

            Governarle si può. Dunque, si deve.

            Se fossi ministro… Il coraggio della complessità

            Demografia, immigrazione, emigrazione

            Quali politiche sull’immigrazione: linee guida

            Le cose da fare, in dettaglio

 

Conclusione: Il virus, l’altro, l’altrove. Approssimazioni

 

Nota. La sociologia come genere letterario

Ringraziamenti

Bibliografia raccontata

 

Senza radici

Siamo come zattere nella corrente. È la condizione umana d’oggi. Il mondo cambia a una velocità sempre maggiore, e noi non riusciamo a stargli dietro. Anche quando stiamo fermi, ci muoviamo: inconsapevolmente, ineluttabilmente. Solo, ci muoviamo più lenti del nostro tempo. E non potrebbe essere altrimenti. La corrente profonda è più veloce: noi, in superficie, veniamo trascinati piano, ma ci muoviamo lo stesso, volenti o nolenti. Ogni tanto, trasportati dalla corrente, ci tocca un breve tratto in una rapida, talvolta ci fermiamo in un’ansa quieta o in qualche gora, ma poi la corrente ci riprende, e ci trascina. E così vediamo il paesaggio, lentamente o a tratti anche in fretta, cambiare intorno a noi: perdiamo punti di riferimento familiari, ne guadagniamo altri, talvolta ci perdiamo.

Il paesaggio cambia perché cambia il mondo intorno a noi, in tutti sensi: cambiano le mode, soggette alla tirannia della novità a tutti i costi, del nuovismo, cambia la tecnologia – e ci cambia – obbligandoci a un suo utilizzo sempre diverso, cambiano i valori di riferimento delle persone, cambia la loro situazione personale e familiare, cambiano i partiti e la politica, cambiano gli abitanti del quartiere, e alcuni nuovi vicini parlano vestono e pregano diversamente da noi, cambia la proprietà del negozio all’angolo, la panetteria lascia il posto a un negozio di abbigliamento…

Il paesaggio che noi immaginiamo fisso, in realtà muta. Qual è il problema? In un paesaggio fisso mi familiarizzo e ho molte certezze: le case intorno, il giardino, la chiesa, il negozio trasmesso di padre in figlio – e le persone che incontro, più o meno sono quelle, capita spesso di ritrovare volti familiari. Nella vita di prima, era tutto abbastanza prevedibile e certo. Oggi non è più così: non riusciamo più a familiarizzarci a lungo – e se ci riusciamo, o lo vorremmo, ci pensa la realtà, con i suoi cambiamenti, a de-familiarizzarci.

Difficile mettere radici, in una società riflessiva, come la chiama Giddens: che potenzialmente ha mille risposte ad ogni domanda, e proprio per questo ci costringe a farci molte più domande, a restringere l’orizzonte del mondo che possiamo dare per scontato.

In una società ipoteticamente immobile (che non esiste: oggi è persino un’impossibilità tecnica), non hai bisogno di farti molte domande perché hai quasi solo certezze. Non devi cercare delle risposte, perché le hai già: il mondo è quello che è, o almeno quello che sembra. Oggi non è più così.

Vale per tutto: per i processi educativi, per le trasformazioni economiche, per l’innovazione tecnologica, per le cure, pensate oggi ai vaccini… Come si fa a vivere in una società così? Forse solo in un modo: se il paesaggio cambia, e non ho più punti di riferimento terrestri a disposizione, devo imparare a collocarmi, come facevano già dall’antichità i marinai o i nomadi del deserto, cercando punti di riferimento altrove, in alto, tra le stelle. Ancorandosi lì anziché sulla terra. Utilizzando, per farlo, strumenti inventati allo scopo: la bussola, il sestante, le mappe astronomiche.

È curioso e significativo che un’epoca che parla continuamente di radici (le radici etniche di un popolo, le radici cristiane dell’Europa…) – e di identità, facendo finta che siano immutabili, musealizzandole, creandoci intorno degli assessorati ad hoc – sia poi costretta a cercarsele in alto, nel mondo dei valori, a riprova di quanto diceva Paul Claudel: che sono due le cose che sorreggono un albero, le radici in terra, e la vastità del cielo che lo circonda. Per certi versi più la seconda che le prime: o almeno l’una dà un senso all’altra, la proiezione alla stabilità. E forse anche questo spiega la relativa sottovalutazione delle radici da parte dei Vangeli, che dopo tutto ci ammoniscono: “dai loro frutti li riconoscerete…”. Da quello che viene, non da dove si viene.

Radici significa anche memoria, e dunque conoscenza, è vero. Ma che le radici si limitino a scavare nella terra, facendo vivere l’albero nel proprio solipsismo, è un mito, una nostra distorsione percettiva dovuta a un immaginario individualista che potremmo qualificare di ideologico. Là sotto c’è un’intensa attività di scambio, di incontro, di arricchimento reciproco, di mutuo sostegno, con altre radici e altre forme di vita: proprio come là sopra. È una forma di vita simbiotica, quella degli alberi: come tutto, in natura. E con tutto si intreccia, si trasforma, cambia. Per noi, che nasciamo bipedi, il territorio di riferimento (e non solo in senso fisico, geografico) non è più necessariamente quello in cui nasciamo: è dove decidiamo di mettere radici. Salvo la possibilità di toglierle da lì, se lo vogliamo.

 

Senza radici, in “Confronti”, rubrica ‘Il mondo se…’, aprile 2021, p. 38

Rischio, sicurezza, garanzie: che idea ne abbiamo, come ci comportiamo

Di fronte ai rischi, assumiamo un atteggiamento ambivalente. Da un lato ci piace correrli, e ci piacciono gli eroi (anche negativi: banditi, criminali, terroristi, oltre che poliziotti e soldati) che li affrontano, delle cui avventure ci nutriamo nella letteratura, nel cinema, nel binge watching bulimico delle serie televisive. E dalla fiction passiamo volentieri a seguire le gesta ben sponsorizzate dei protagonisti di sport estremi, lasciandoci ammaliare dalla retorica del no limits, con i suoi martiri occasionali. Fino a che non la viviamo personalmente, questa voglia di toccare il pericolo, di andare oltre l’ordinario – occasionalmente, e specificamente in alcune età della vita: nell’azzardo di un sorpasso, nell’esaltazione dell’alcol o di una sostanza psicotropa che altera il nostro stato psichico, illusoriamente facendoci diventare altro dai più prudenti noi stessi dei giorni e dei mondi feriali, o infine nel rischio mal calcolato del gioco d’azzardo, che forse spiega la diffusione delle ludopatie di massa, dalle forme apparentemente innocue e casalinghe del lotto e delle lotterie fino all’atmosfera più glamour dei casinò.

D’altro canto, passiamo la vita – per obbligo o personale cautela – ad assicurarci su tutto: non solo l’automobile, ma la casa, gli infortuni, i rischi professionali (dai medici ai legali a molti altri non possono semplicemente più prescinderne), la vita stessa, nostra e dei nostri cari. E a proteggerci in tutti i modi: dalle ginocchiere e gomitiere dei giochi dei bambini e di sempre più numerosi sport, al casco diventato oggetto onnipresente per proteggere sé stessi e soprattutto i propri rari e perciò preziosissimi ragazzi (prima solo in motorino, poi, retrocedendo, in bici, sugli sci, in triciclo, e persino a casa, non sia mai dovessero incocciare in uno spigolo, peraltro ammorbidito da specifiche arrotondate protezioni), dalle cinture di sicurezza di seggiolini e seggioloni agli airbag moltiplicatisi sulle nostre auto e che oggi ci accompagnano anche sulle giacche sportive.

È lo stesso atteggiamento ambivalente che ci ha accompagnato durante la pandemia. Da un lato ci mettiamo mascherine e ci copriamo di gel antisettico, ma soggettivamente sfidiamo (alcuni di noi, o forse tutti, un momento o l’altro) la sorte, incontrando qualcuno senza precauzioni, sperando in bene. E dallo stato vorremmo che ci tutelasse, proteggesse e curasse nel momento del bisogno, nonché vaccinasse in via preventiva, salvo ribellarci ai vincoli – precauzionali o appunto vaccinali – che ci impone: e nel mentre ci sfoghiamo con un “dalli all’untore” di fronte al primo solitario sportivo, salvo assumerne il ruolo se e quando si manifesta l’occasione.

Ma si tratta di un processo lungo della storia nel quale siamo immersi. L’uscita dall’incertezza, dall’imprevedibilità, dai capricci della natura e della disponibilità delle sue risorse, è una parte fondamentale dell’impresa umana: disporre di cibo anche per il domani e non solo per l’oggi è ciò che ci ha spinto dalla originaria vita in tribù di cacciatori e raccoglitori all’allevamento, poi all’agricoltura, quindi alla sedentarizzazione e infine all’urbanizzazione. E nell’ultimo secolo e mezzo è la storia del diffondersi dei diritti (soprattutto, a questo proposito, quelli sociali) e delle garanzie, del welfare state, l’universalizzazione dell’idea di un diritto alla pensione, cioè a un reddito, anche se non si produce e non si lavora più. Una storia recente, peraltro, che non è detto sia irreversibile: anche nelle società sviluppate ci si sta dividendo sempre più tra garantiti e non garantiti, tra chi è dentro e chi è fuori dai sistemi di protezione. Con alcune fasce di popolazione, e anche fasce d’età, meno protette: e con tendenze che lasciano presagire una transitoria inversione di rotta, visto che i meno garantiti, oggi, sono i giovani. Che, rispetto alle generazioni che li hanno preceduti, entrano tardi, a prezzo di lunghe teorie di stage, apprendistati, mansioni sottopagate, o regolarizzate solo in parte, nel mondo del lavoro, e non necessariamente in quello protetto, e quindi con meno garanzie future, anche previdenziali.

Ma la richiesta di protezione continuerà. All’interno delle singole nazioni, e tra nazioni: le migrazioni si spiegano anche con questo motivo. Quello di essere come gli uccelli del cielo e i gigli del campo resterà un richiamo ai veri valori della vita: e solo per alcuni una proposta di come condurla.

 

Senza garanzie, in “Confronti”, marzo 2021, p. 38, rubrica ‘Il mondo se’