Gentile Urbano Cairo… Lettera di un modesto editorialista al suo editore
A chi di interesse: o a chi di dovere.
Sono stato chiamato a collaborare, con i miei editoriali, al “Corriere del Veneto”, nel 2015.
Allora scrivevo per i quotidiani locali di quello che era il gruppo GEDI: “il Mattino” di Padova, “La Nuova Venezia”, “La Tribuna” di Treviso, ma anche “Il Piccolo” di Trieste, il “Messaggero Veneto” di Udine, e “Il Tirreno” di Livorno. Testate per le quali ho scritto oltre 320 articoli in prima pagina, con un incarico regolarmente contrattualizzato e retribuito, e tenevo un blog. Mi è capitato di scrivere commenti e editoriali anche per “La Stampa”, “La Repubblica”, “il Riformista”, “Avvenire”, “il Manifesto”. Dato che ho qualche competenza specifica (testimoniata da una quarantina di libri e ricerche – https://stefanoallievi.it/libro/), vengo inoltre occasionalmente sollecitato e intervistato, come esperto, da diverse testate giornalistiche a stampa, radiofoniche e televisive, incluso lo stesso “Corriere della sera”.
Quando il “Corriere del Veneto” mi ha chiesto di entrare nella squadra dei suoi editorialisti, ne sono stato onorato, per il rispetto che ho sempre avuto per la testata, che leggo da sempre. Ho frequentato la scuola di formazione al giornalismo di Milano (IFG, poi Istituto Carlo De Martino) nel 1980-1981: il “Corsera” è sempre stato un riferimento, e diversi miei compagni di corso sono andati a lavorare al “Corriere” o presso altre testate del gruppo – io stesso ho fatto uno stage all’“Europeo”, rimanendoci come collaboratore per qualche tempo. Anche se poi, pur con in tasca la qualifica di giornalista professionista, ho scelto di fare un altro mestiere.
Da quando ho iniziato la mia collaborazione, ho pubblicato oltre 480 interventi (in maggioranza editoriali, ma anche articoli sul “Corriere Imprese Nordest” o interventi lunghi per gli speciali), diversi dei quali hanno suscitato dibattiti, sia sul quotidiano stesso sia sui social (quindi oltre il mondo dei lettori del giornale), sollecitando risposte e interventi, da parte della classe dirigente e qualche volta del ceto politico (letti in quegli ambiti, insomma), oltre che di comuni cittadini, che spesso mi hanno scritto, anche in privato, o hanno scritto al giornale. Spesso, peraltro, sono stati ripresi anche su altre testate del gruppo (aumentando la platea di riferimento e le economie di scala, dato che l’autore non ne beneficiava minimamente). Tutti, comunque, sono stati scritti con la stessa cura e attenzione, anche relativamente allo stile con cui sono stati presentati, e pensati, avendo a cuore il ruolo e l’autorevolezza della testata. Mai, inoltre, è stato fatto un uso strumentale del giornale, per veicolare opinioni o tutelare interessi diversi da quelli relativi alla sua autorevolezza e posizionamento, e della crescita della capacità riflessiva della sua readership. Con responsabilità civica e intellettuale, diciamolo pure. Immodestamente, credo – come altri, certo – di esserci abbastanza riuscito, a entrare in questo ruolo di public intellectual in relazione con il territorio, e a espletarlo al meglio, anche se su questo potrà testimoniare meglio di me il mio direttore.
Quando ho cominciato a scrivere per il “Corriere del Veneto” e le altre testate del gruppo, mi permetto di ricordarlo, avevo già una visibilità e una professionalità pubblica riconosciuta, che si esplicava anche negli editoriali pubblicati altrove, una minima platea di lettori, e anche una retribuzione conseguente legata al ruolo. Tanto che il “Corriere del Veneto”, per convincermi a entrare nella sua squadra, me ne offerse, allora – cosa di cui sono naturalmente grato – una più alta: tripla, per la precisione, rispetto a quella che mi viene proposta ora, che è anche largamente inferiore a quella che mi dava allora la concorrenza. Solo più tardi, negli ultimi tempi, è scesa di una percentuale fissa quasi ogni anno, sempre con tagli percentuali uguali per tutti, fino ai drastici livelli attuali. Ora, e vengo al dunque, il “Corriere” mi propone di continuare a collaborare, inizialmente alla rimarchevole cifra di .. euro a editoriale, diventati .. dopo il gentile intervento del direttore Russello. Non nascondo che – pur comprendendo le ragioni economiche dietro alla scelta – ho trovato la proposta, diciamo così, problematica. Per l’entità dell’offerta, certo. Che non ricompensa nemmeno del tempo dedicato alla scrittura (almeno se si valuta il tempo dell’editorialista anche solo la metà di quello di un idraulico o di un meccanico). Ma anche perché si tratta di un contributo uguale per tutti (o appena diverso solo dopo autorevoli insistenze interne).
A me pare di ricordare, dai tempi della scuola di giornalismo, che l’editoriale rappresenta la linea del giornale, se viene dai suoi vertici, o il suo desiderio di far riflettere e discutere la società su temi rilevanti, intorno ai quali occorre sollecitare una riflessione civile. O almeno, questo è il ruolo affidato agli editorialisti di riferimento. Davvero vale così poco? E davvero non distingue il valore dei diversi contributi, e non è in grado di riconoscerlo? Peraltro, se i contenuti dei testi sono indifferenti, se la qualità dei contenuti è irrilevante, perché il “Corriere della sera” non paga allo stesso modo anche tutti i suoi giornalisti? Perché ci sono differenze salariali, e non mi pare irrilevanti? È, il giornale, dell’idea che gli editoriali sono tutti uguali? Uno vale l’altro, come un mero riempitivo? Anzi, uno vale uno, anche qui?
Lo dico sinceramente. Sarebbe bello (e credo sarebbe giusto, e pure utile al giornale) che gli editoriali, come gli articoli, fossero valutati anche sulla loro qualità e sul loro valore aggiunto, non solo sulla loro mera esistenza. Forse si capirebbe che alcuni sono più rilevanti di altri. Ci sono editoriali che qualificano il giornale e ne indicano scelte e priorità, ma anche lungimiranza, e capacità di leggere la società del presente e immaginare quella futura: che, insomma, forniscono riflessione utile, e danno prestigio. E altri che un po’ meno. Ci sono editoriali chiaramente meglio scritti, e che dietro hanno un lavoro maggiore (non solo di tempo e attenzione dedicati alla scrittura: anche di bagaglio culturale acquisito negli anni, che ne è la premessa – e che costa tempo e fatica). E altri che un po’ meno. Ci sono editoriali scritti per mettere in luce un problema. E altri che un po’ meno, e servono più per mettere in luce il loro autore. Non sarebbe male spenderci su qualche considerazione: anche da parte di chi un giornale lo amministra. Se il lavoro al suo interno vale così poco, e non è valutato da nessuno, forse significa che vale poco anche l’ambito in cui viene svolto. E questa è del resto l’opinione che si induce. Anche in chi ci scrive, alla fine.
So benissimo che la logica che c’è dietro a questi rimaneggiamenti sotto forma di tagli lineari è che a scrivere gli editoriali ci guadagna l’autore. E, certo, c’è un vantaggio reputazionale per chi questo lavoro lo svolge. Che è, né più né meno, quello che c’è in ogni lavoro, specie se svolto in pubblico. Anche essere professore universitario, nel mio caso, mi dà un vantaggio reputazionale: ma non per questo l’università mi ha tagliato lo stipendio man mano che facevo carriera al suo interno, e il vantaggio reputazionale cresceva. Ma credo che anche il lettore medio si accorga della differenza tra un mero riempitivo o un testo che ti fa riflettere, ti sorprende, o ti fa vedere le cose da una diversa prospettiva. E infatti non tutti gli editorialisti sono recepiti allo stesso modo. Molti, di reputazione pubblica, non ne hanno nessuna. Per non parlare di quando ne hanno una negativa: e si passa direttamente all’articolo successivo.
Non faccio finta di non affrontare la questione economica. Sì, avete ragione: dopo tutto la gente accetta lo stesso, di scrivere. Nei casi migliori (e tra questi, mi permetto di mettere anche il mio), perché crediamo nella funzione civica delle idee che veicoliamo. Poi, certo, c’è il prestigio. E infine ci sono i soldi. Che, almeno nel mio caso, contano. La mia prima reazione, come sa il direttore, era stata quella di chiudere la collaborazione. Con questa motivazione: è necessario che almeno qualcuno dica ‘no’, e rifiuti le condizioni proposte, motivandolo – come sto tentando di fare ora. Ma, non mi vergogno a dirlo, come nella logica di ogni lavoro subordinato, anche pochi soldi sono meglio di nessuno. E mi fanno dopo tutto comodo, dato che, come molti, faccio parte di quel ceto intellettuale, una volta benestante e oggi poco sopra la linea di galleggiamento, che sa campare solo delle proprie idee e delle parole che usa, e ha bisogno con esse di arrotondare le proprie entrate.
Potrei fare come mi è stato autorevolmente suggerito: scriverli più brevi, ma scriverne più spesso – tanto uno vale uno, per l’appunto. Credo che accadrà una cosa diversa. Avendo perso una delle motivazioni, anche se non la più rilevante (anche se sarebbe ipocrita dire che non conta), ne scriverò meno, solo quando lo reputerò davvero indispensabile; forse li scriverò più brevi e più rapidamente, meno attento alla virgola e al refuso; e sarò probabilmente meno pronto a scriverne – come ho invece sempre fatto, spesso e tempestivamente – su richiesta del giornale, quando c’era necessità e urgenza di commentare una notizia. Ci perdo io, ci perde il giornale, mi permetto di dire che ci perde anche il lettore. E, alla fine, anche chi il giornale lo amministra. Prescindere dai contenuti, cioè dalla qualità del prodotto, non è mai una buona politica, quale che sia l’oggetto d’impresa. Anche quando l’obiettivo è, molto giustamente, far tornare i conti, senza i quali tutto il resto non c’è (sono figlio di un piccolo imprenditore: qualcosa, della sua etica professionale, ho introiettato già nell’aria che si respirava in casa).
Ho pertanto, a malincuore, firmato il rinnovo annuale del contratto. Poi si vedrà. Ma ci tenevo a condividere queste riflessioni. Perfettamente consapevole che, se va bene, saranno solo lette, probabilmente nemmeno quello, ma non sortiranno alcun effetto sulle politiche in atto. E, semmai, potrebbero mettermi in cattiva luce rispetto a qualcuno. Una mera testimonianza, diciamo così. Come sta diventando anche lo scrivere editoriali, dopo tutto.
cordialmente
Stefano Allievi










