Gentile Urbano Cairo… Lettera di un modesto editorialista al suo editore

A chi di interesse: o a chi di dovere.

 

Sono stato chiamato a collaborare, con i miei editoriali, al “Corriere del Veneto”, nel 2015.

Allora scrivevo per i quotidiani locali di quello che era il gruppo GEDI: “il Mattino” di Padova, “La Nuova Venezia”, “La Tribuna” di Treviso, ma anche “Il Piccolo” di Trieste, il “Messaggero Veneto” di Udine, e “Il Tirreno” di Livorno. Testate per le quali ho scritto oltre 320 articoli in prima pagina, con un incarico regolarmente contrattualizzato e retribuito, e tenevo un blog. Mi è capitato di scrivere commenti e editoriali anche per “La Stampa”, “La Repubblica”, “il Riformista”, “Avvenire”, “il Manifesto”. Dato che ho qualche competenza specifica (testimoniata da una quarantina di libri e ricerche – https://stefanoallievi.it/libro/), vengo inoltre occasionalmente sollecitato e intervistato, come esperto, da diverse testate giornalistiche a stampa, radiofoniche e televisive, incluso lo stesso “Corriere della sera”.

Quando il “Corriere del Veneto” mi ha chiesto di entrare nella squadra dei suoi editorialisti, ne sono stato onorato, per il rispetto che ho sempre avuto per la testata, che leggo da sempre. Ho frequentato la scuola di formazione al giornalismo di Milano (IFG, poi Istituto Carlo De Martino) nel 1980-1981: il “Corsera” è sempre stato un riferimento, e diversi miei compagni di corso sono andati a lavorare al “Corriere” o presso altre testate del gruppo – io stesso ho fatto uno stage all’“Europeo”, rimanendoci come collaboratore per qualche tempo. Anche se poi, pur con in tasca la qualifica di giornalista professionista, ho scelto di fare un altro mestiere.

Da quando ho iniziato la mia collaborazione, ho pubblicato oltre 480 interventi (in maggioranza editoriali, ma anche articoli sul “Corriere Imprese Nordest” o interventi lunghi per gli speciali), diversi dei quali hanno suscitato dibattiti, sia sul quotidiano stesso sia sui social (quindi oltre il mondo dei lettori del giornale), sollecitando risposte e interventi, da parte della classe dirigente e qualche volta del ceto politico (letti in quegli ambiti, insomma), oltre che di comuni cittadini, che spesso mi hanno scritto, anche in privato, o hanno scritto al giornale. Spesso, peraltro, sono stati ripresi anche su altre testate del gruppo (aumentando la platea di riferimento e le economie di scala, dato che l’autore non ne beneficiava minimamente). Tutti, comunque, sono stati scritti con la stessa cura e attenzione, anche relativamente allo stile con cui sono stati presentati, e pensati, avendo a cuore il ruolo e l’autorevolezza della testata. Mai, inoltre, è stato fatto un uso strumentale del giornale, per veicolare opinioni o tutelare interessi diversi da quelli relativi alla sua autorevolezza e posizionamento, e della crescita della capacità riflessiva della sua readership. Con responsabilità civica e intellettuale, diciamolo pure. Immodestamente, credo – come altri, certo – di esserci abbastanza riuscito, a entrare in questo ruolo di public intellectual in relazione con il territorio, e a espletarlo al meglio, anche se su questo potrà testimoniare meglio di me il mio direttore.

Quando ho cominciato a scrivere per il “Corriere del Veneto” e le altre testate del gruppo, mi permetto di ricordarlo, avevo già una visibilità e una professionalità pubblica riconosciuta, che si esplicava anche negli editoriali pubblicati altrove, una minima platea di lettori, e anche una retribuzione conseguente legata al ruolo. Tanto che il “Corriere del Veneto”, per convincermi a entrare nella sua squadra, me ne offerse, allora – cosa di cui sono naturalmente grato – una più alta: tripla, per la precisione, rispetto a quella che mi viene proposta ora, che è anche largamente inferiore a quella che mi dava allora la concorrenza. Solo più tardi, negli ultimi tempi, è scesa di una percentuale fissa quasi ogni anno, sempre con tagli percentuali uguali per tutti, fino ai drastici livelli attuali. Ora, e vengo al dunque, il “Corriere” mi propone di continuare a collaborare, inizialmente alla rimarchevole cifra di .. euro a editoriale, diventati .. dopo il gentile intervento del direttore Russello. Non nascondo che – pur comprendendo le ragioni economiche dietro alla scelta – ho trovato la proposta, diciamo così, problematica. Per l’entità dell’offerta, certo. Che non ricompensa nemmeno del tempo dedicato alla scrittura (almeno se si valuta il tempo dell’editorialista anche solo la metà di quello di un idraulico o di un meccanico). Ma anche perché si tratta di un contributo uguale per tutti (o appena diverso solo dopo autorevoli insistenze interne).

A me pare di ricordare, dai tempi della scuola di giornalismo, che l’editoriale rappresenta la linea del giornale, se viene dai suoi vertici, o il suo desiderio di far riflettere e discutere la società su temi rilevanti, intorno ai quali occorre sollecitare una riflessione civile. O almeno, questo è il ruolo affidato agli editorialisti di riferimento. Davvero vale così poco? E davvero non distingue il valore dei diversi contributi, e non è in grado di riconoscerlo? Peraltro, se i contenuti dei testi sono indifferenti, se la qualità dei contenuti è irrilevante, perché il “Corriere della sera” non paga allo stesso modo anche tutti i suoi giornalisti? Perché ci sono differenze salariali, e non mi pare irrilevanti? È, il giornale, dell’idea che gli editoriali sono tutti uguali? Uno vale l’altro, come un mero riempitivo? Anzi, uno vale uno, anche qui?

Lo dico sinceramente. Sarebbe bello (e credo sarebbe giusto, e pure utile al giornale) che gli editoriali, come gli articoli, fossero valutati anche sulla loro qualità e sul loro valore aggiunto, non solo sulla loro mera esistenza. Forse si capirebbe che alcuni sono più rilevanti di altri. Ci sono editoriali che qualificano il giornale e ne indicano scelte e priorità, ma anche lungimiranza, e capacità di leggere la società del presente e immaginare quella futura: che, insomma, forniscono riflessione utile, e danno prestigio. E altri che un po’ meno. Ci sono editoriali chiaramente meglio scritti, e che dietro hanno un lavoro maggiore (non solo di tempo e attenzione dedicati alla scrittura: anche di bagaglio culturale acquisito negli anni, che ne è la premessa – e che costa tempo e fatica). E altri che un po’ meno. Ci sono editoriali scritti per mettere in luce un problema. E altri che un po’ meno, e servono più per mettere in luce il loro autore. Non sarebbe male spenderci su qualche considerazione: anche da parte di chi un giornale lo amministra. Se il lavoro al suo interno vale così poco, e non è valutato da nessuno, forse significa che vale poco anche l’ambito in cui viene svolto. E questa è del resto l’opinione che si induce. Anche in chi ci scrive, alla fine.

So benissimo che la logica che c’è dietro a questi rimaneggiamenti sotto forma di tagli lineari è che a scrivere gli editoriali ci guadagna l’autore. E, certo, c’è un vantaggio reputazionale per chi questo lavoro lo svolge. Che è, né più né meno, quello che c’è in ogni lavoro, specie se svolto in pubblico. Anche essere professore universitario, nel mio caso, mi dà un vantaggio reputazionale: ma non per questo l’università mi ha tagliato lo stipendio man mano che facevo carriera al suo interno, e il vantaggio reputazionale cresceva. Ma credo che anche il lettore medio si accorga della differenza tra un mero riempitivo o un testo che ti fa riflettere, ti sorprende, o ti fa vedere le cose da una diversa prospettiva. E infatti non tutti gli editorialisti sono recepiti allo stesso modo. Molti, di reputazione pubblica, non ne hanno nessuna. Per non parlare di quando ne hanno una negativa: e si passa direttamente all’articolo successivo.

Non faccio finta di non affrontare la questione economica. Sì, avete ragione: dopo tutto la gente accetta lo stesso, di scrivere. Nei casi migliori (e tra questi, mi permetto di mettere anche il mio), perché crediamo nella funzione civica delle idee che veicoliamo. Poi, certo, c’è il prestigio. E infine ci sono i soldi. Che, almeno nel mio caso, contano. La mia prima reazione, come sa il direttore, era stata quella di chiudere la collaborazione. Con questa motivazione: è necessario che almeno qualcuno dica ‘no’, e rifiuti le condizioni proposte, motivandolo – come sto tentando di fare ora. Ma, non mi vergogno a dirlo, come nella logica di ogni lavoro subordinato, anche pochi soldi sono meglio di nessuno. E mi fanno dopo tutto comodo, dato che, come molti, faccio parte di quel ceto intellettuale, una volta benestante e oggi poco sopra la linea di galleggiamento, che sa campare solo delle proprie idee e delle parole che usa, e ha bisogno con esse di arrotondare le proprie entrate.

Potrei fare come mi è stato autorevolmente suggerito: scriverli più brevi, ma scriverne più spesso – tanto uno vale uno, per l’appunto. Credo che accadrà una cosa diversa. Avendo perso una delle motivazioni, anche se non la più rilevante (anche se sarebbe ipocrita dire che non conta), ne scriverò meno, solo quando lo reputerò davvero indispensabile; forse li scriverò più brevi e più rapidamente, meno attento alla virgola e al refuso; e sarò probabilmente meno pronto a scriverne – come ho invece sempre fatto, spesso e tempestivamente – su richiesta del giornale, quando c’era necessità e urgenza di commentare una notizia. Ci perdo io, ci perde il giornale, mi permetto di dire che ci perde anche il lettore. E, alla fine, anche chi il giornale lo amministra. Prescindere dai contenuti, cioè dalla qualità del prodotto, non è mai una buona politica, quale che sia l’oggetto d’impresa. Anche quando l’obiettivo è, molto giustamente, far tornare i conti, senza i quali tutto il resto non c’è (sono figlio di un piccolo imprenditore: qualcosa, della sua etica professionale, ho introiettato già nell’aria che si respirava in casa).

Ho pertanto, a malincuore, firmato il rinnovo annuale del contratto. Poi si vedrà. Ma ci tenevo a condividere queste riflessioni. Perfettamente consapevole che, se va bene, saranno solo lette, probabilmente nemmeno quello, ma non sortiranno alcun effetto sulle politiche in atto. E, semmai, potrebbero mettermi in cattiva luce rispetto a qualcuno. Una mera testimonianza, diciamo così. Come sta diventando anche lo scrivere editoriali, dopo tutto.

cordialmente

Stefano Allievi

Per la Palestina

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Il costo sociale e familiare del lavoro di cura. La dura vita dei caregiver

I caregiver sono le persone che in famiglia si occupano di altre persone – bambini, malati, anziani, disabili, in generale persone non autosufficienti – e se ne prendono cura (ci sono poi quelli professionali, salariati, che esulano dal nostro discorso). Questa figura riguarda tutti, ma notoriamente coinvolge soprattutto le donne. Secondo uno studio recente della Cisl veneta sono caregiver un pensionato su due e un lavoratore su tre: sei su dieci si occupano di un genitore anziano, uno su dieci si fa carico di due persone. Più della metà ha dovuto lasciare il lavoro o lo studio, per dedicarsi a chi ne aveva bisogno. Il tema degli anziani non autosufficienti è quello più serio e grave, perché si tratta di una popolazione in velocissima crescita. Che ci costringe a parlare anche di soldi, cosa che troppo spesso si evita per eccesso di pudore. E di giustizia sociale. Inclusa quella generazionale.

La generazione attuale di anziani è quella storicamente più privilegiata. Ha lavorato sodo, certo, ma ha vissuto il boom economico, le conquiste del welfare, l’aumento della spesa per le pensioni (anche perché ha beneficiato del metodo retributivo, che commisurava la pensione al salario degli ultimi anni, anziché ai contributi versati nel corso della propria vita lavorativa). Nessuna generazione, né precedente né successiva, ha avuto tali tutele. Inoltre beneficia delle conquiste medico-sanitarie, e dunque di un aumento straordinario della durata della vita (che tuttavia non è proporzionale alla durata della vita in buona salute). Le generazioni successive, in particolare, sono quelle che, oltre a sostenere il debito accumulato per garantire quelle precedenti, oltre ad avere salari proporzionalmente più bassi, a entrare più tardi nel mercato del lavoro, a maturare pensioni mediamente inferiori a quelle dei propri genitori (perché, appunto, nel frattempo si è passati al sistema contributivo), se ne devono prendere cura per molto più tempo. E allora, sì, è un problema di giustizia generazionale. Perché la cura dei più anziani va a scapito dei loro figli – che la pagano in termini di perdita di lavoro, di reddito, di salute fisica e mentale, di prospettive di vita – e persino dei loro nipoti. Non sono poche le famiglie costrette a scegliere tra far studiare i propri figli (o far vivere loro una vita decente, anche solo pagarsi delle vacanze o qualche elemento di ben-essere in più) o prendersi cura dei propri genitori, pagare badanti, o strutture per anziani, o subire convivenze sempre più faticose e spesso senza via d’uscita, senza speranza che non sia (diciamolo, visto che molti lo pensano senza avere il coraggio di verbalizzarlo, e con terribili sensi di colpa) la morte del proprio genitore o congiunto.

Nessuno vuole abbandonare o ‘scaricare’ gli anziani, ci mancherebbe (lo siamo o lo saremo anche noi, e ne siamo consapevoli). Ed è bellissimo che da noi si coltivi un modello familiare e di cura stretto, amorevole, affettivamente denso. Ma non è giusto caricare le famiglie, che già fanno sacrifici quotidiani inenarrabili, anche di un dilemma morale insostenibile. C’è un tema di giustizia generazionale, dicevamo: di trasferimenti da una generazione all’altra (che tocca la questione dei cosiddetti diritti acquisiti, almeno delle categorie maggiormente privilegiate: dai politici ai magistrati ai giornalisti). Ma non è solo, e nemmeno soprattutto, questo: anche perché non ha alcun senso dare la ‘colpa’ alle generazioni precedenti – le cui pensioni, peraltro, spesso non sono nemmeno sufficienti a pagare le strutture o le badanti che di loro si occupano. La società ci consente di vivere più a lungo, ed è un bene. Che sia la società, non (solo) le famiglie, ad occuparsene. E anche a discutere pubblicamente quali sono i limiti di questo sostegno. Che si tratti di permanenza nelle case di cura, o del ‘modello badanti’: che quasi non esiste in altri contesti, e scarica sulla famiglia tutto il peso della cura (non solo economico: anche pratico, temporale, relazionale, persino spaziale, e financo morale).

Soprattutto, c’è un gigantesco problema di spostamento di risorse dalle rendite (che siano finanziarie, immobiliari, perché no, anche politiche) – per definizione, parassitarie, piaccia o meno – al lavoro: e il lavoro di cura ne è parte integrante, anche se quello svolto in famiglia non è salariato. Dovrebbe essere pagato in altro modo: in forme di sostegno e soprattutto in servizi, efficienti e universalmente garantiti, o garantiti almeno alle fasce più povere e meno tutelate. È questo che manca. E questa mancanza fa orrore. Descrive una società in cui l’invecchiare più a lungo – per cui crea le condizioni – diventa una condanna. Caricata sulle spalle dei diretti interessati e sulle generazioni successive.

 

Il grande prezzo della cura, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 23 marzo 2025, editoriale, pp.1-5

Un anno fa, Giulia Cecchettin: cosa è cambiato?

Il caso di Giulia Cecchettin è stato uno spartiacque. C’è un prima e c’è un dopo. Nel cupo orrore e nella tragicità dell’episodio di violenza, purtroppo ripetutosi così tante volte da essere banalizzato, la luce è stata il fatto che sia diventato caso esemplare – paradigmatico, se si vuole, di un paradigma che era necessario superare. E i tempi erano maturi per farlo, anche se gran parte del merito è stato della famiglia di Giulia, della sorella e del padre, della capacità che hanno avuto di gestire in pubblico un dolorosissimo fatto privato: rendendolo con dignità narrazione collettiva, e motivo di ripensamento delle dinamiche di genere, della cultura diffusa nella società. Da qui la grandissima e forse inaspettata partecipazione emotiva, la forte mobilitazione, la commossa partecipazione di tanti ai funerali, trasmessi anche – fatto non scontato per una sconosciuta – in diretta tv, i “minuti di rumore”, diventati ore e ore di incontri e assemblee, come suggerito dalla sorella Elena Cecchettin contro la debolezza del segnale del minuto di silenzio, persino l’innovazione prodotta nel vocabolario comune: il termine patriarcato, che prima era di pochi, sdoganato dai messaggi della sorella, e diventato patrimonio diffuso.

Questo, per quanto riguarda il sentimento popolare. E le istituzioni? Di tutto questo cordoglio sviscerato in pubblico, di tutto questo slancio propositivo, di questa apoteosi di buone intenzioni e determinazione affinché non accada mai più, delle molte mirabolanti parole che preannunciavano corsi, programmi, formazione permanente e quant’altro, che cosa è rimasto? Certo, c’è stata l’approvazione bipartisan del disegno di legge contro la violenza sulle donne, poche settimane dopo, sull’onda emotiva della morte di Giulia. La magistratura ha potenziato gli organici di chi si occupa di violenza di genere. Sono aumentate le denunce e le richieste di aiuto, e questo è certamente uno degli effetti positivi della risonanza mediatica del caso. Sicuramente c’è più attenzione nelle forze di polizia, e tra gli assistenti sociali, anche in termini di prevenzione, dopo alcuni casi anche clamorosi di sottovalutazione e di mancato intervento che sono stati letali per alcune vittime che pure avevano avuto il coraggio di denunciare – anche dopo il caso di Giulia Cecchettin, purtroppo.  Ma che ne è stato degli annunci del Ministro dell’istruzione e della Ministra per la famiglia e per le pari opportunità? Quali nuove procedure, progetti, programmi stabili e non episodici, per produrre il cambiamento culturale che allora tutti abbiamo giudicato essenziale? Si erano spese, allora, grandi promesse da parte di tutti: di cambiare, di fare, di educare, di migliorare il nostro ecosistema morale. Si era parlato di iniziative, di corsi, di educazione civica allargata, di coinvolgimento delle istituzioni – e della scuola in particolare – nel creare nuove attività, nuovi contenuti, che prendessero in considerazione l’educazione ai sentimenti, che contribuissero a educare in particolare la metà maschile del mondo, che il femminicidio è quella che lo pratica, in nome di una virilità, anzi, di una maschilità che abbiamo imparato a definire tossica.

Certamente è cambiato qualcosa nella mente di molti, che quello che è successo l’hanno lasciato filtrare nelle loro vite, nel loro rapporto con gli altri e soprattutto le altre, con maggiori attenzioni, con iniziative semplici, discrete, di evidenziazione del tema, di discussione. Molti insegnanti hanno oggi un’attenzione diversa, e utilizzano le occasioni che l’attualità anche interna a gruppi e classi offre per discutere di più: e il loro ruolo è centrale, dato che il problema è soprattutto culturale, e quindi eminentemente educativo. Molte famiglie fanno certamente altrettanto: per proteggere le figlie, e forse anche per prevenire il rischio che comportamenti oppressivi e violenti si ripetano tra i figli. Ma di pubblico, di generalizzato, di permanente, di diffuso, che cosa è stato proposto, fatto, attuato, applicato? Quali sono i segnali dati all’opinione pubblica che lo spartiacque del caso Cecchettin è stato davvero tale? E non parliamo di singole iniziative, alle quali peraltro ha partecipato spesso e generosamente lo stesso Gino Cecchettin. Parliamo di qualcosa di stabile, e strutturale. Diteci che c’è. Fateci sapere che non è stato invano. Chi ha contezza di progetti istituzionali non occasionali, realizzati o in corso di realizzazione, li racconti, li condivida, anche per suggerire buone pratiche a tutti noi: il dibattito pubblico e la maturazione della coscienza collettiva sono fatti anche di questo.

 

La politica batta un colpo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 ottobre 2024, editoriale, pp. 1-3

La scuola inutile. Cambiare il calendario scolastico per aiutare il turismo?

Il solo fatto che a qualcuno possa essere venuto in mente, a fronte del boom del turismo in Veneto e altrove che, a seguito del cambiamento climatico, ne sta facendo allungare la stagione, di posporre l’inizio delle scuole di qualche settimana, ci mostra quanto la scuola stessa continui a essere considerata, da una parte significativa del nostro paese, più come una specie di fastidio che come un’opportunità da cogliere e potenziare. E comunque, sempre, una variabile dipendente anziché uno dei cardini su cui costruire un nuovo modello di paese.

È un po’ come proporre quello che, in scala minore e per motivi assai meno drammatici, è successo ai tempi del Covid: quando la scuola è sempre stata la prima a chiudere e l’ultima a riaprire, essendo considerata meno essenziale di altri servizi. Con le drammatiche conseguenze che le generazioni che sono passate in mezzo a quella temperie ai tempi della loro formazione e istruzione stanno pagando adesso, in termini relazionali e cognitivi, tra bisogno di terapie psicologiche, serissime carenze in termini di contenuti che fanno sentire il loro peso negli anni successivi, e talvolta gravi disturbi della personalità.

Il fatto che la proposta, da alcuni attori economici del comparto turistico-alberghiero in particolare, venga reiterata praticamente ogni anno, dà pure l’idea che ci credono proprio, e sono convinti della bontà dell’idea, quasi fosse una geniale trovata per rendere più produttiva la loro gallina dalle uova d’oro. Peccato che vada contro gli interessi di tutti gli altri, e in particolare delle famiglie (di tutte le famiglie: anche dei loro dipendenti), che non saprebbero cosa fare con i loro figli. E questo anche se si trattasse solo di parcheggiarli: che, come noto, non dovrebbe essere la funzione principale della scuola. Il tutto per andare incontro a una maggiore presenza, per giunta, soprattutto di turisti stranieri.

Rimodulare l’anno scolastico andrebbe anche bene, intendiamoci. Ma semmai andrebbe fatto esattamente nella direzione opposta: meno vacanze, meno lunghe in estate, e piuttosto con periodi più lunghi di vacanza durante il resto dell’anno (come accade peraltro nella maggior parte dei paesi civili con cui ci confrontiamo), e scuola aperte agli studenti – e perché no, alla cittadinanza – per attività sociali, sportive e di recupero anche nelle fasce pomeridiane e durante le vacanze.

Ugualmente, andrebbe bene anche una certa capacità di adeguamento del sistema-paese ai cambiamenti in atto, con forme di flessibilità, rapidità decisionale e mutamento organizzativo, che sarebbero certo auspicabili: ma non ci sembra che sia la scuola il primo imputato di lentezza e incapacità. E semmai dovremmo rivolgerci a tante altre amministrazioni, burocrazie e politiche. E anche imprese. Agli operatori del turismo, che vantano (e lucrano su) record di presenze che continuano a crescere (non necessariamente per la loro abilità personale, ma perché nel mondo continua a crescere il numero di persone in grado di pagarsi delle vacanze), magari qualche riflessione comparativa potrebbe essere utile: sui tassi di fidelizzazione dei turisti, che probabilmente dice qualcosa sul servizio ricevuto nel corso della prima visita, o sui tassi di crescita di altre zone comparabili in altri paesi. Ciò che dovrebbe forse far riflettere invece sul bisogno di scuola e formazione, e conseguente professionalità, del comparto nel suo complesso: e sulla necessità di investire su personale ben formato, pagato di più e trattato meglio.

Semmai bisogna investire sulla scuola e l’istruzione nel suo complesso, visto che siamo un paese che investe circa un punto di PIL meno della media degli altri paesi europei, ha tassi di abbandono scolastico elevatissimi, la metà dei laureati della media europea (la metà!), e il doppio esatto di analfabetismo funzionale (il doppio! Il 30% contro il 15% dei nostri partner comunitari). Investendo, magari, anche strutturalmente. In settembre fa più caldo per tutti, e quindi anche per gli studenti. E, peraltro, fa più caldo anche in giugno, e quindi allungare il calendario scolastico in quel periodo non sarebbe una gran trovata. Magari pensare di investire, banalmente, in aria condizionata?

Dopodiché, forse, oltre che ragionare sulle opportunità turistiche del cambiamento climatico e dell’innalzamento delle temperature globali, potrebbe essere utile ragionare sui loro costi. E investire per contrastarli. Uno dei compiti in cui potrebbe essere utile un maggiore investimento sul sapere critico che propone la scuola.

 

Le richieste del turismo. Come cambiare il calendario, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 1 settembre 2024, editoriale, p.1-5

Quando il sovranismo fa male alla nazione. Su carne, insetti e altre sciocchezze

 

La sovranità alimentare rischia di essere una bella battaglia ideologica, e un boomerang pratico. Rischia infatti di ritorcersi contro la patria economia, oltre che contro la nazionale intelligenza.

Intanto: il nemico. Non c’è. Non c’è nessuna Europa che vuole obbligarci a mangiare grilli o deglutire carne sintetica. Anche perché non c’è nessun obbligo: semmai un aumento della libertà individuale e di scelta di ciascuno. Con tutte le precauzioni, etichettature e informazioni del caso, come giusto che sia, e che già l’Europa prevede, peraltro. Dietro ci sono buonissime ragioni. Perché insetti e grilli sono una risorsa di proteine abbondante e a disposizione: e peraltro fanno parte della dieta alimentare dell’uomo dall’inizio della sua storia. Ho mangiato in Africa termiti e cavallette, e non vedo una differenza di principio, e nemmeno di superiore civiltà, rispetto all’inghiottire moeche, lumache o gamberetti, francamente. Dopodiché, siamo liberi di non farlo, se non ci va. Ma anche di scegliere il cibo che più ci piace, compatibilmente con le nostre tasche, come già accade: siamo infatti i più importanti consumatori di sushi d’Europa, e i terzi per il kebab (nonostante le ordinanze sovraniste contro di esso…), pur godendo le decantate meraviglie della dieta mediterranea.

Quella contro la carne e le proteine sintetiche è una battaglia, se possibile, ancora più implausibile. Immaginiamo che, per coerenza, i sovranisti nostrani rifiutino anche le vitamine sintetiche, inghiottendo quando hanno il raffreddore solo quintalate di arance anziché comode compresse solubili in acqua (incidentalmente, anche arance, limoni e mandarini sono originari dall’estremo oriente: come faremmo se li avessimo sovranisticamente rifiutati in passato?).

La dico semplice. Il nutrimento per tutti, a prezzi abbordabili, sarebbe una svolta gigantesca nella storia dell’umanità. L’uscita dal bisogno, e letteralmente dalla fame, che ancora attanaglia molti. E non solo. La carne sintetica avrebbe (ha già) un impatto ambientale molto minore degli allevamenti intensivi (con le conseguenze devastanti che conosciamo, in termini di inquinamento, di salute, di consumo di territorio, risorse, acqua, antibiotici e altri farmaci non proprio naturali, di conseguenze più ampie sul cambiamento climatico – e magari di condizioni degli animali). L’ho assaggiata: e, francamente, non è più artificiale della maggior parte del cibo che compriamo al supermercato – che, peraltro, di naturale spesso ha molto poco (visto che siamo in periodo di Vinitaly, vale la pena ricordare che la viticoltura è la più grande consumatrice di chimica dell’agroalimentare europeo). Non solo: impedirne la produzione in Italia, vantando la primazia mondiale del divieto, mentre il mondo va nella direzione opposta, significa danneggiare le imprese italiane che già lavorano nel settore – altri andranno avanti nella ricerca, nella produzione e nella vendita e faranno profitti, noi contempleremo sovranamente il nostro ombelico impoverito. Salvo importare prodotti altrui, quando ci servirà.

Semmai, immagino altri scenari, legati a diseguaglianze fattuali più che a vaghi principi ideali. È solo questione di poco perché vi sia un ordinario doppio mercato, due filiere parallele: la carne artificiale per i più, nel consumo ordinario, da grande distribuzione, casalingo, e quella ‘vera’, più cara, per le occasioni speciali, magari al ristorante. Un po’ come già oggi sono separate la filiera del cibo ordinario e di quello biologico, o del pesce allevato e quello pescato. Il mercato del lusso e quello della gente comune. Sapendo che già oggi la chimica, tra additivi, integratori e quant’altro, è quella che rende i nostri anziani più restii ad abbandonare questa terra – e noi tutti più longevi. Immaginiamo che i sovranisti alimentari, coerentemente, non ne facciano uso.

Dopodiché, tutto ciò non è in contraddizione con la doverosa valorizzazione dei prodotti del territorio, il km zero, la biodiversità, la sostenibilità, la lotta per un consumo equo, per un pagamento giusto dei lavoratori della terra, la promozione dei sistemi locali del cibo, l’agricoltura familiare, la pesca e l’allevamento tradizionali (che non hanno nulla a che fare con gli allevamenti intensivi di carne pur nostrana, tuttavia).

Sono due binari paralleli, che vanno percorsi entrambi. E lo si può fare. Anche importando costumi e prodotti altrui integrandoli nella nostra cultura. L’abbiamo sempre fatto, del resto. Il pomodoro è peruviano, la melanzana indiana, il peperoncino della Guyana, il mais messicano, il riso arabo, il pesco cinese, la patata americana, come il tabacco – e potremmo continuare. Oggi li produciamo noi, come il kiwi di cui siamo il maggiore produttore al mondo. Non credo che ne faremmo volentieri a meno, in nome di una discutibile dieta sovranista.

 

No alla sovranità alimentare, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 31 marzo 2023, editoriale p.1

Come non capire i giovani. La politica che diventa farsa su Tik Tok

Tutti su Tik Tok. Con sei anni di ritardo sulla sua invenzione (a dimostrazione del loro tempismo), quando già ha raggiunto in Italia il tetto di una decina di milioni di iscritti, i politici italiani scoprono improvvisamente il social network cinese su cui si possono caricare brevi video, che, si dice, spopola tra i giovani. E in una settimana o giù di lì aprono tutti (tutti quelli che già non ce l’avevano) il loro account: con l’idea di raggiungere i giovani dove stanno, ovvero nei social network per loro più interessanti (Facebook di iscritti in Italia ne ha 35 milioni, ma è roba da boomer; Twitter 11 milioni ma è una bolla di adulti che si presumono addetti ai lavori della politica).

Il problema è come i nostri politici si rivolgono ai giovani. Fondamentalmente, prendendoli per scemi (o scambiandoli in blocco per pre-adolescenti ottusi con meno neuroni di un’ameba), ci vanno con contenuti pseudo-spiritosi, triviali, perfino imbarazzanti (per chi li pubblica), finendo per farsi prendere in giro e allontanando ulteriormente i giovani dalla politica. Del resto, assistendo a questi preclari esempi di comunicazione, non potrebbero certo prendere la politica per una cosa seria. E così, la nuova riserva di caccia al voto dell’elettorato giovanile, come noto meno attivo e presente di quello adulto (in cifra assoluta, perché sono pochi; ma anche in percentuale, perché votano meno), illusoriamente attivata nel tentativo di riconquistare voti o addirittura motivare militanza, si risolve in una ridicola eterogenesi dei fini. Il politico che affannosamente corre all’inseguimento del presunto giovane, di cui ha un’immagine tutta sua, rincorrendo l’astensionismo giovanile per riportarlo nell’urna, finisce così per produrre astensionismo ulteriore.

Tra l’altro, ci sarebbe da riflettere su questa bulimia da social dei politici. Non solo per il narcisismo di cui è segno: che, certo, è figlio dell’epoca. Ma anche per il desiderio nemmeno nascosto di essere presenti solo laddove non c’è possibilità di interlocuzione vera, ma solo di messaggio a senso unico, senza possibilità di confronto e ancor meno di contraddittorio (mostrando di usare i nuovi social media come fossero i vecchi mass media unidirezionali con cui sono cresciuti loro). Non a caso quasi nessuno si incarica di rispondere ai commenti: postano il loro contenuto (il cui specifico, spesso, non è di dire qualcosa di minimamente significativo, ma solo di esserci), e poi lasciano a scannarsi le rispettive tifoserie.

Che poi lo scopo sia solo e del tutto strumentale (ma, purtroppo per loro, si vede), lo dimostra il fatto che nei social dei giovani non si propongono contenuti (anche politici: proposte, programmi) che li possano riguardare. Se infatti questi sono tutti a base di favori ai pensionati o ai lavoratori adulti (tipo quota 41), e comunque tutti implicano colossali sfondamenti – più che scostamenti – di bilancio, che non farebbero che produrre ulteriore debito che a pagare saranno precisamente i giovani, peraltro destinati in larga misura a non beneficiare delle misure proposte, hai voglia a rivolgerti a loro sperando di sedurli con un sorriso impacciato, di blandirli con una caramella semiotica o di farli ridere con una barzelletta (peraltro, tutto molto old style).

Oltre tutto i giovani non sono come li immaginiamo o li immagino i politici: bisognosi solo di cibo intellettuale premasticato. Al contrario, quello, come noto, è più utile agli anziani. Contrariamente a quello che si pensa, i giovani non sono affatto come li descriviamo. Leggono di più degli adulti: anche libri. Viaggiano di più. È la generazione con il più alto livello di istruzione che si sia mai avuta. Quella con la maggiore frequentazione con lettura e scrittura. Sono gli anziani, quelli la cui dieta informativa è spesso basata su un unico medium, la televisione, i più esposti a messaggi ipersemplificanti.

I giovani sono figli della complessità. Per loro i social sono piattaforme come tante, e non ne frequentano una sola, ma molte, in contemporanea, per soddisfare bisogni o sviluppare interessi ed esigenze diverse: sociali e relazionali, di comunicazione e discussione, culturali e di ricerca di informazioni, di puro divertimento. Per questo diffidano della politica che gli propongono. Non è qualunquismo. In vena di provocazione, mi azzarderei perfino a definirlo, al contrario, un ben fondato senso di superiorità rispetto al mondo adulto. Che ci ha portato dove ci ha portato. E per provare a far dimenticare i suoi guasti si diverte, come uno scemo, su Tik Tok.

 

La politica che (non) fa Tik Tok, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 settembre 2022, editoriale, p.1

Urbino. All’inaugurazione dell’anno accademico, imprevedibilmente, fa capolino un libro…

 CORRIERE ADRIATICO

Cipolletta all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Urbino:
«Innovazione dalla pandemia»

 

Mercoledì 20 Ottobre 2021 di Eugenio Gulini

URBINO – Con la sollecitazione “They call us dreamers but we are the ones who never sleeps” (“Ci chiamano sognatori ma siamo quelli che non dormono mai”) si è aperto ieri, al Teatro Sanzio, l’anno accademico 2021 – 2022 dell’università Carlo Bo di Urbino al 516esimo anno dalla fondazione. Ospite d’onore, con la sua personale lectio magistralis, Innocenzo Cipolletta. Il tema dello statistico ed economista, già direttore generale di Confindustria, era attualissimo e a lui molto caro: “La fatica di innovare”.

La ripartenza
Prima di lui il rettore Giorgio Calcagnini si è rivolto agli studenti con «l’augurio che ci si possa avviare verso una normalizzazione che consenta di accogliervi in aule confortevoli piuttosto che in un dialogo a distanza che, pur utile in determinate circostanze, è sicuramente meno rispondente alla mission di una Università come luogo di relazioni. Il nostro obiettivo prefigura una speranza: ripartenza. Forniti di una consapevolezza nuova, di nuove precauzioni, di nuove forme di socialità, dobbiamo essere pronti, con progetti sostenibili, a ripartire per nuove destinazioni, facendo emergere le difformità dei contesti in cui viviamo, annullando le distanze culturali e sanando le disuguaglianze sociali ed economiche. Magari, in questo viaggio, saremo ancora costretti ad esibire un passaporto sanitario piuttosto che uno anagrafico – ha concluso Calcagnini – ma sicuramente, per esemplificare il titolo di un recente e fortunato saggio del sociologo Stefano Allievi , “torneremo a percorrere le strade del mondo”».

Il personale amministrativo
Alessandro Gambarara, in rappresentanza del personale tecnico amministrativo, ha evidenziato come quest’ultimo «è sempre stato ed è tuttora in prima linea per profondere le proprie capacità per un proficuo funzionamento dell’istituzione universitaria, rappresentando un collante fondamentale tra docenti e studenti per tornare a vivere, in condivisione, gli spazi e le attività». Federica Titas, presidente del Consiglio degli studenti, ha auspicato «che si rafforzi sempre più l’attenzione dei docenti nei nostri riguardi, essendo noi l’anima di questa città. E, nel contempo, vorrei dai miei colleghi una maggiore partecipazione alla vita universitaria e cittadina, che è molto più dinamica di quel che ci si immagina».

Il progresso tecnologico
Infine Innocenzo Cipolletta con una risposta alla domanda “dove andremo”: «Un mondo aperto, collaborativo, retto da regole condivise, inclusivo e attento ai più deboli, ma favorevole al progresso tecnologico e sociale è la risposta ai molti quesiti che stanno sorgendo a fronte dei cambiamenti sociali e climatici che caratterizzano la nostra epoca. Sta a noi, anche a noi contribuire a costruirlo, se sapremo guardare con spirito aperto ai grandi cambiamenti che ci attendono e se sapremo volgerli a vantaggio di tutti, senza rimanere centrati sui nostri interessi di breve termine e senza cedere alla paura del nuovo e di ciò che ci è straniero».

I costi e la fatica
«Non sono un accademico di professione pur avendo svolto attività didattica per alcuni periodi – così ha esordito Innocenzo Cipolletta – Ho passato gran parte della mia vita ad osservare l’economia partendo dai numeri. In effetti, sono uno statistico che ha iniziato a lavorare sulla congiuntura economica, ossia studiando come evolve l’economia nel breve termine. Ma avendola osservata ormai per quasi 60 anni, alla fine ho finito per avere sotto gli occhi una storia lunga, di evoluzioni e di cambiamenti previsti e non previsti. La pandemia che ci ha colpiti ha generato un processo di reazione che spinge verso nuovi e più profondi cambiamenti. Investire nell’innovazione rappresenta la via principale per crescere. Ma l’investimento nell’innovazione è costoso e faticoso».

 

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Femminicidi: il lavoro culturale da fare sui maschi

Se è uno, è un fatto isolato, una notizia, che merita un commento. Se sono una sequenza, ripetuta nel tempo, sono un fatto sociale, che merita un’inchiesta e un approfondimento. Se sono uno stillicidio (oltre 70 da inizio anno, secondo i dati del Viminale, di cui più di 50 per mano del partner o dell’ex-partner), diventano un allarme civile, che pretende un esame di coscienza approfondito. Stiamo parlando dei femminicidi, naturalmente.

Contrariamente a quello che molti pensano, non sono in aumento: al contrario, sono in progressivo ma costante calo, così come gli omicidi. Ma stridono ogni giorno di più con il cambiamento sociale, prendono a pugni una realtà che vorrebbe evolversi nella direzione opposta. Per questo, oltre che per il fatto in sé, fanno sempre più male, e se ne parla di più, con più rabbia, pretendendo con più forza giustizia. E giustizia va fatta. Non solo risarcendo – almeno con le sentenze – le vittime e i loro familiari, quando ormai è troppo tardi. E nemmeno solo proteggendo con maggiore efficacia le vittime potenziali, troppo spesso abbandonate alla mercé degli stalker. Ma discutendo, prevenendo, combattendo su questo tema una battaglia culturale profonda: perché di questo si tratta – di incrostazioni culturali, di assunzioni di ruolo perverse, di meccanismi di potere non affrontati e mal gestiti. Anche quando al femminicidio non si arriva. È un problema di rapporti tra uomini e donne: la base della società. Che ha bisogno di una seria manutenzione straordinaria: e dunque di un dibattito pubblico aperto e onesto.

I cambiamenti nei ruoli femminili, l’indipendenza, l’autonomia, misurate nella scuola (dove le donne riescono meglio degli uomini), conquistate lentamente nel mercato del lavoro, ma ancora faticosamente affrontate nella sfera privata, sono non la causa, ma il segno visibile di una rimessa in discussione dei ruoli di potere tradizionali, maschili. La causa sono gli uomini: è tra loro che bisogno individuare il problema e le sue possibili soluzioni. La violenza del caso individuale, come la logica del branco nel caso dello stupro, hanno origini profonde e lontane: nel maschilismo volgare dei dialoghi a proposito di donne tra amici, a scuola, al bar, al lavoro e negli spogliatoi, nel modo di atteggiarsi, nella complicità quasi omertosa rispetto alle sopraffazioni anche piccole, nella mancanza di critica e di dissociazione interna.

Occorre una ecologia del linguaggio all’altezza del tema. Inaccettabile sentire ancora parlare di amore malato, di gelosia. L’amore non c’entra niente, il potere moltissimo. Ancora più grave la derubricazione al gesto di follia, al raptus: quando tutto è premeditato in maniera minuziosa, fin da quando si decide di mettersi un’arma in tasca per andare a un appuntamento. Eppure lo si sente ancora: in bocca ai giudici e nelle sentenze, dove naturalmente è più grave, sui giornali e tra i cittadini comuni, magari i vicini chiamati a dire la loro davanti a una telecamera.

C’entra uno squilibrio di genere ancora troppo accentuato nelle professioni: troppi maschi tra giudici, poliziotti e giornalisti – che non hanno maturato loro stessi una consapevolezza di ciò di cui parlano. Lo dimostrano le frange negazioniste, ancora molto presenti: quelli che dicono che il femminicidio non esiste, o è fortemente esagerato. Probabilmente, se esistesse un fenomeno a parti invertite, della stessa entità, se fossero i maschi a morire di maschicidio, vittime delle loro partner, se ne parlerebbe molto di più.

C’è dunque un problema di educazione al genere, e di educazione ai sentimenti, all’amore in primo luogo, molto più urgente dell’educazione sessuale o della generica accettazione della diversità. Che spetta alla società, e alla scuola, affrontare. Prima ancora che alla famiglia, essa stessa invischiata più fortemente in ruoli tradizionali, malamente messi in discussione. E ci vuole personale specializzato per farlo: che racconti le trasformazioni della sessualità e della famiglia, la possibilità di fare esperienze e quindi di scegliere, di dire dei no. Che bisogna imparare ad accettare, e a gestire. Il nuovo cameratismo tra sessi che vediamo nei più giovani, la maggiore accettazione della diversità, non solo di orientamento sessuale, la messa in questione dei ruoli, sono il segnale incoraggiante che le cose possono cambiare. Ma se ne riconosciamo l’importanza, non possiamo lasciare a sé stessi questi processi.

 

La battaglia culturale che serve, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 settembre 2021, editoriale, p.1