I tanti volti dell'islam italiano

L’altro ieri, su questo giornale, in due sole pagine si trovavano tre notizie differenti concernenti l’islam in Veneto: la chiusura del padiglione islandese alla biennale, che di una chiesa aveva fatto una moschea; l’apertura di un albergo halal – che rispetta le norme alimentari e di costume islamiche – ad Abano; l’espulsione dal Nordest di due supposti simpatizzanti dell’Isis. Notizie diverse, che mostrano alcuni dei molti volti dell’islam: quello dell’integrazione sostanziale, e quello della percezione conflittuale; quello della normalizzazione e dell’accoglienza, e addirittura dell’occasione di business, e quello dell’eccezionalismo, del sospetto, del fanatismo. Eppure fanno parte della medesima tendenza globale: quella che porta le culture, e le religioni, a mischiarsi sempre di più, perché così come si muovono, sempre più spesso e più velocemente, informazioni, merci e denaro, così si muovono anche – con qualche barriera in più – le persone, e le culture e religioni di cui sono portatrici. Non sta per accadere: è già accaduto. Solo che se di alcune conseguenze abbiamo cominciato a prendere atto da tempo, di altre stentiamo a renderci conto, o semplicemente non vogliamo.
Abbiamo una forte presenza nel mondo del lavoro, assai più sfaccettata di quanto siamo abituati a pensare: lavoro subordinato (che già da molti anni era stato riconosciuto, in Veneto, nelle proprie specificità, consentendo magari, nel reciproco interesse, spazi per la preghiera o vacanze nel mese di ramadan), ma anche autonomo (dall’imprenditoria al piccolo commercio locale, dalla ristorazione all’import-export, spesso connotati culturalmente), nonché professionisti (medici ad esempio), con un tasso di partite iva superiore alla media degli autoctoni, e il formarsi di una borghesia islamica che in altri paesi è già realtà da tempo, nonché importanti imprese e gruppi finanziari transnazionali, che da noi investono cospicui capitali (comprando il centro direzionale di Milano o Alitalia, grandi firme della moda e squadre di calcio nazionali), ma portano anche management e famiglie al seguito. Lo stesso per la scuola: abbiamo i figli di immigrati musulmani neo-arrivati, immessi nella scuola dell’obbligo senza transitare nemmeno per un corso di italiano, con difficoltà di apprendimento della lingua e di comprensione di alcuni codici culturali; ma anche la seconda generazione nata in Italia, ben integrata e con buone performance scolastiche, già arrivata ai dottorati e ai master, e i figli di corporate manager che studiano nelle nostre università venendo da un’educazione internazionale. Una presenza di turisti provenienti da paesi musulmani, ma anche di turismo interno, che sente l’esigenza del rispetto di proprie specificità culturali, aprendo nuove nicchie di mercato halal (non diversamente dal turismo e dal consumo kasher ebraico, ma anche vegano o altro, ciascuno con le proprie esigenze): tutti fenomeni figli della complessificazione e pluralizzazione della società, a molti livelli, dove quello religioso non è che un aspetto tra i molti. C’è il desiderio ovvio di avere propri luoghi di culto, che dovrebbe essere normalizzato come per tutti anziché essere in balìa di una provocazione artistica impropria, e che invece è sottoposto alle campagne di eccezionalizzazione della politica, che in Veneto hanno prodotto conflitti diffusi quanto inutili. E c’è infine la pluralità di opinioni teologiche o politiche, che include la presenza di correnti di simpatia per le frange radicali dell’islam transnazionale: che vanno naturalmente monitorate al fine di prevenire forme di radicalizzazione, e di combatterla. Ma ci sono anche le conversioni religiose, non tutte nella stessa direzione, e le famiglie miste, che si inventano proprie modalità di confronto culturale e religioso; i luoghi dell’elaborazione di una propria cultura (anche musicale, teatrale, ecc.), e quelli in cui le persone, e dunque le culture, si mischiano e si trasformano (dallo sport alla scuola stessa).
Ecco, forse l’insieme di notizie apparentemente disparate che abbiamo trovato sulle stesse pagine del giornale ci aiuta ad avere una visione meno semplicistica, più articolata, di un fenomeno che dobbiamo imparare a considerare di lungo periodo: fisiologico, non patologico.
Tutti i volti dell’islam. La presenza ‘fisiologica’ in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 maggio 2015, p. 1

Art. 18: due filosofie a confronto?

In un articolo su Repubblica, Nadia Urbinati mette a confronto, a proposito dell’art. 18, due diverse filosofie: una che prevede un intervento del pubblico nel mercato del lavoro (rappresentata dalla minoranza PD), e una che lo lascia in mano al privato (rappresentata dalla sua maggioranza).
Non sono d’accordo che sia uno scontro tra due filosofie diverse, una orientata al pubblico e una al privato. Al massimo, uno scontro tra una filosofia idealistica (astratta) e una pragmatista (empirica).
La metto sul personale. Sono figlio di un imprenditore. E ho scelto di lavorare per nove anni nel sindacato. Lo statuto dei lavoratori è del ’70: avevo 12 anni , e ne sento parlare da allora. E da allora, sia da mio padre sia nel sindacato, con prospettive diverse, sapevo una cosa con certezza (e la sapevamo tutti): che c’erano molti imprenditori che evitavano di andare oltre i 15 dipendenti (quindi non assumevano, o frazionavano le aziende) per non dover applicare lo statuto dei lavoratori, e in particolare l’art. 18 sui licenziamenti. Tradotto: l’art. 18 ha abortito migliaia, probabilmente decine di migliaia di posti di lavoro; molti di più di quelli che ha tutelato con il reintegro. A me basterebbe questo per abolirlo… E da una sinistra che crede nel lavoro, e nell’utilità anche per i lavoratori della creazione di posti di lavoro, mi aspetterei una riflessione su questo. Io ne sentivo parlare anche nel sindacato, dopo la sbornia ideologica (ci sono entrato negli anni ’80): ma, è vero, io lavoravo in un sindacato che teorizzava molto (penso agli intellettuali di cui si circondava e alle riviste che produceva), ma con un atteggiamento pragmatico, la Cisl… (peraltro, la Cisl di Carniti: probabilmente il leader sindacale più illuminato e autenticamente riformista che ci sia stato in tempi recenti – e certamente non sospetto di acquiescenza ai padroni).
Sono d’accordo con Urbinati e con molti altri. L’abolizione dell’art. 18 non crea posti di lavoro né produce investimenti. In sé, non serve a nulla. In questo senso è una bandiera ideologica da entrambi i lati della barricata. Ma poiché nessuno mette in questione, ovviamente, il reintegro per i licenziamenti discriminatori (genere, orientamento sessuale, opinioni politiche, religiose e sindacali, ecc.), resta solo il problema del licenziamento per motivi economici. Sì, lo confesso: credo che non debba essere soggetto ad altre tutele e giuste cause che non siano oneste motivazioni economiche. Posso assumere? Assumo. Il lavoro si contrae? Devo poter licenziare. Altrimenti metto a rischio l’azienda, cioè il lavoro di tutti gli altri. Lo stato (il pubblico, nella versione di Urbinati) deve intervenire all’interno del rapporto di lavoro, o tutelando il lavoratore in altre forme? per esempio con un welfare che gli consente di ricevere un salario di supporto, di formarsi, di ottenere assistenza sociale, ecc.? Lo scontro non è tra chi pensa che il pubblico possa intervenire nel mercato del lavoro e chi no. Lo scontro è su quale debba essere l’intervento pubblico, su come debba avvenire e dove. Tutelando il lavoro (quel lavoro) o il lavoratore (nelle conseguenze legate alla perdita del posto di lavoro)? Io interpreto così la parte sul lavoro della Costituzione, che gli dà un fondante ruolo sociale, e quindi non lo lascia all’arbitrio del mercato: ma interviene, appunto, regolando il mercato e nei luoghi dove il mercato non agisce, tutelando le persone. Lo scontro è allora tra due modi diversi di intendere l’intervento del pubblico: io non ho dubbi su quale sia quello più giusto di principio, oltreché più utile.

Master sull'islam – Università di Padova

www.unipd-masterislam.it/

Sorpresa: la politica piace, quando è buona

Erano in molti a temere il peggio, con una bassa affluenza: un po’ perché il risultato pareva scontato; e un po’ perché si temeva il senso di delusione degli elettori di centro-sinistra, dopo che avevano subito in rapida sequenza la sconfitta elettorale di febbraio, il disastro delle elezioni presidenziali, e ingoiato il rospo delle larghe intese. Invece gli elettori hanno mostrato che a loro la politica interessa, eccome: ma quella buona, quella utile, quella che mostra la possibilità del cambiamento e una via d’uscita che ridia speranza a un paese rassegnato, ma ancora non del tutto, e in cerca di riscatto. Continua a leggere

Note di piccolo cabotaggio politico padovano 3

Premessa indispensabile:
non esprimo giudizi di merito. Tanto meno sulle persone, che stimo. E che sono vittime di un metodo, non carnefici. Pedine, anche loro. E pagano un prezzo, anziché lucrarlo, in fondo.
Esprimo un giudizio politico. O meglio, tento un bilancio, una sintesi, una fotografia delle forze in campo.
Sapendo che ci sono buone, e anzi ottime ragioni per essere contenti di come è andata a finire.
Io non sono contento. Perché si è andati avanti per veti incrociati sulle persone. E perché la trasparenza del metodo vale più dell’opacità del risultato. Anche e forse soprattutto nel medio e lungo termine.

Note di piccolo cabotaggio politico padovano 2

Sillogismo politico elementare:
Chi fa più tessere vince.
Chi ha più tempo fa più tessere.
Chi ha un tempo pieno ha più tempo.
Ergo, chi paga un tempo pieno vince.
Il problema, naturalmente, è che il tempo pieno è pagato dal partito, non da un gruppo organizzato al suo interno, e dovrebbe lavorare per esso. Ma questi, naturalmente, sono dettagli…

Candidati presidente: no, quelli no…

Lo so, non è un sondaggio. Non ha valore scientifico. Però…
In edicola, poi al lavoro, poi al bar: e senti i commenti, i toni, e osservi le espressioni, le facce. Di fronte a questi nomi: Prodi, D’Alema, Marini… E senti commenti irriferibili, che in fondo condividi. E vedi facce indescrivibili, che in fondo sono anche le tue. E capisci che no: che anche se c’è differenza, sono tutte facce e nomi della prima repubblica, neanche della seconda. Che ci vuole qualcos’altro, se si vuole recuperare consenso. Uno scatto d’orgoglio, un minimo di originalità: che so, una donna, una persona non troppo anziana, una che nella politica non abbia pascolato troppo, che non ci sia nutrito troppo a lungo (perchè danno, è vero, ma prendono anche…). Nomi non troppo politicisti, troppo compromessi con il passato: nuovi alla politica, anche se magari non per età. Nuovi di freschezza: non abituati ai vecchi rituali. Per una carica, quella di Presidente della Repubblica, che deve essere di garanzia, ma come si è visto nella seconda metà di questo settennato anche di impulso, di supplenza istituzionale, e, non dimentichiamolo, di rappresentanza: in cui i cittadini si possano riconoscere, con orgoglio. Tutti i cittadini. E i cittadini, in quei nomi e in quelle facce lì, non ci si vogliono proprio riconoscere, non più. E non sembra tanto difficile da capire: basterebbe andare in edicola, al bar, al lavoro. Un lavoro che non sia la politica…

Muslims in the enlarged Europe

Guerra in Mali o scontro di civiltà?