Allievi: “I garantiti si sono tenuti stretti i privilegi, gli altri ne hanno pagato il prezzo”

Un’intervista a Venezie Post – 6 marzo 2021

ANALISI & COMMENTI

Allievi: “I garantiti si sono tenuti stretti i privilegi, gli altri ne hanno pagato il prezzo” – VeneziePost

Il suicidio di Omar Rizzato è il disperato grido di una intera categoria di lavoratori dimenticati. Citando Durkheim, anche l’atto individuale per eccellenza ha determinanti sociali: e la totale mancanza di solidarietà e attenzione rispetto al prossimo a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi ne è la dimostrazione. Parla Stefano Allievi, professore di sociologia all’Università di Padova e acuto osservatore delle trasformazioni economico, sociali e culturali del Paese

 

Prof. Allievi, martedì scorso è uscito sul Corriere del Veneto un suo articolo su “I dimenticati della cultura”. Da cosa è scaturito il bisogno di scriverne?

“Mi sento molto vicino alle persone che sono state direttamente colpite dalle situazioni di forte ingiustizia causate non tanto dalla pandemia in sé, ma piuttosto dalle misure che sono state messe in atto per contrastarla. Il suicidio di Omar Rizzato, imprenditore dello spettacolo che si è tolto la vita all’interno della sua azienda ferma da un anno, è il disperato grido di una intera categoria di lavoratori, appunto, dimenticati. Citando Durkheim, anche l’atto individuale per eccellenza ha determinanti sociali: e la totale mancanza di solidarietà e attenzione rispetto al prossimo a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi ne è la dimostrazione. Le categorie più garantite si sono tenute strette i propri privilegi, e tutti gli altri ne hanno pagato un caro prezzo. Ad Omar Rizzato, così come a tutti i lavoratori della cultura e dello spettacolo, è stato tolto persino il diritto di affogare i propri dispiaceri nel lavoro. E così, come molti altri prima di lui, non ha avuto alcuna valvola di sfogo per i propri dispiaceri.”

Ritiene che i lavoratori della cultura siano stati abbandonati a sé stessi?

“In questi mesi si è parlato molto di alcune categorie lavorative, come quelle della ristorazione e del turismo, ma quella della cultura sembra non interessare nessuno. Tutto ciò che questa categoria di lavoratori ha ricevuto, in un anno di silenzio, sono stati dei ristori a dir poco ridicoli. Ma si tratta di persone che per anni hanno pagato un prezzo di precariato già molto alto: chi fa questi lavori spesso lo fa per passione e senza alcuna garanzia di successo, ma da un anno a questa parte non è permesso fare nemmeno questo. E le conseguenze di questo disinteressamento si vedono: nella città in cui io lavoro, Padova, c’è un potenziale di creatività straordinario dovuto alla presenza di moltissimi giovani studenti; ma l’apertura è poca e l’immobilità si fa sentire. Questo è uno dei motivi che portano al tanto discusso fenomeno della fuga dei cervelli.”

Crede che il disinteressamento sistematico rispetto alla categoria dei lavoratori dello spettacolo possa essere un sintomo della tendenza, tutta italiana, a sminuire il valore della cultura?

“Non ho dubbi su questo. Il nostro è il Paese con il più alto tasso di patrimonio storico e culturale del mondo, eppure non lo tuteliamo. La cultura è il petrolio della nostra economia, ma non la valorizziamo. Allo stesso modo, invece di dare valore ai nostri giovani laureati, mettiamo loro i bastoni tra le ruote e li costringiamo a prendere la decisione di emigrare all’estero. In testa alle classiche sull’emigrazione non ci sono le regioni del sud, ma quelle del nord produttivo: l’Emilia-Romagna costituisce una felice eccezione, in quanto è riuscita a ridurre la cosiddetta emigrazione intellettuale grazie a degli investimenti ad hoc nei settori produttivi e nei distretti. La Lombardia, pur prima regione come emigrazione, ha comunque un saldo positivo. La situazione del Veneto, invece, è agghiacciante: esportiamo verso l’estero e le regioni connanti più laureati di quanti ne importiamo dall’estero o dal sud, e siamo così l’unica grande regione del nord ad avere un saldo negativo. Nonostante la tragicità di tutto ciò, però, l’unico fenomeno che sembra interessare il dibattito politico è quello dell’immigrazione, che per inciso, se confrontiamo gli sbarchi con gli emigranti, riguarda numeri di circa venti volte più piccoli rispetto a quelli dell’emigrazione. Il nostro è un Paese che disprezza l’istruzione: l’analfabetismo funzionale colpisce quasi un italiano su tre, il doppio della media europea, e abbiamo la metà dei laureati, ma il dibattito pubblico non sembra considerarlo un problema. Da un tessuto sociale di questo tipo, che non comprende l’importanza di un investimento massivo in cultura, istruzione, ricerca, non ci si può aspettare che la politica comprenda i benefici collettivi che questo potrebbe apportare all’intera società.”

La crisi dell’ultimo anno non ha colpito tutte le categorie demografiche allo stesso modo. Ha fatto scalpore il dato Istat di dicembre 2020: 101 mila posti di lavoro persi in un solo mese, 99 mila dei quali occupati da donne. Cosa pensa rispetto al divario di genere e alla sua relazione con quello generazionale?

“Le discriminazioni di quelle che io chiamo le “3 G” si intersecano in continuazione: i divari di genere e generazionali si incrociano con quello tra garantiti e non garantiti. E così il discorso sul divario di genere non può prescindere da quello del conitto generazionale, né tantomeno da quello del lavoro precario o invisibile. Soprattutto in un momento di profonda crisi come quello attuale. La nostra è una società a misura di anziani: i pensionati rappresentano la metà degli iscritti a sindacati e parte preponderante degli iscritti e della constituency dei partiti, per cui non sorprende che si facciano sempre più leggi a favore di categorie che già possiedono molte garanzie. Giovani e donne dovranno anche fare i conti con l’immobilismo e la mancanza di meritocrazia, le piaghe moderne che afiggono la nostra società. La lotta per la meritocrazia da parte di tutte le categorie svantaggiate non può che giovare all’intero sistema Paese, ma credo sarebbe salubre anche una maggiore dose di conitto intergenerazionale e di genere rispetto all’attuale allocazione delle risorse.”

 

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Come ci ha cambiati il 2020

rivista “Il faro”, Treccani.it
3 gennaio 2021

Come ci ha cambiati il 2020

Tentare un bilancio del 2020 fa misurare plasticamente l’inutilità di ogni previsione. Astrologi, scansatevi. Futurologi, nascondetevi. Nessuno, a dicembre 2019, avrebbe potuto anche solo lontanamente immaginare quello che è successo.

E che cosa è successo? O meglio: che cosa è successo veramente? Perché i fatti, sì, più o meno li conosciamo: è arrivato un virus inaspettato e impensabile, la cui conseguenza è stata una pandemia che ha fatto ammalare e poi morire un po’ di gente, producendo degli effetti collaterali sulle relazioni sociali (quello che avremmo imparato a chiamare distanziamento), che a sua volta ha prodotto una crisi economica più seria di altre. Tutto qui, potremmo dire. Niente di tragico, in fondo, o di realmente rovinoso. La storia ci ha abituato spesso a scenari di questo genere, e anche solo nel secolo che ci sta alle spalle ne abbiamo vissuti di ben altrimenti catastrofici: cos’è qualche decina di migliaia di morti, per lo più anziani, e una perdita di ricchezza intorno al 12%, di fronte alle distruzioni di una guerra, al sacrificio di intere giovani generazioni, o agli orrori quotidiani di un totalitarismo, per dire? Ma in realtà c’è stato qualcosa di più e di più profondo: che ha cambiato più che in altri momenti il clima emotivo in cui siamo immersi. Con conseguenze più serie di quelle che ci si sarebbero legittimamente potute aspettare, esercitando l’analisi del presente con un minimo di distacco critico.

In realtà, quello che è avvenuto, è stato uno stop brusco a una corsa forsennata, di cui non avevamo chiarissima la direzione, e le cui premesse erano fondate su basi meno solide di quelle che ci raccontavamo. Che ci ha costretto a una presa di coscienza brutale e improvvisa: che stiamo appena cominciando a metabolizzare e razionalizzare – ma che abbiamo cominciato subito a sentire. Ed è questa la parte più importante. Quella che improvvisamente ha reso di attualità tutte le distopie che consumavamo avidamente nella science fiction dei romanzi e delle serie televisive. Facendoci misurare di nuovo con paure antiche e potenti, precipitandoci in una crisi economica più grave di quanto mostrino i numeri (perché è orribilmente mal distribuita, è una crisi di senso e di fiducia nella bontà del sistema), trasformando radicalmente la nostra gerarchia di aspettative, aprendo a scenari di limitazione – consentita, se non consensuale – delle nostre libertà che avremmo considerato inaccettabili fino al giorno prima. E tutto ciò, prima ancora di capirlo – ancora non lo capiamo veramente – lo percepiamo.

Questo, è successo. Che ci siamo scoperti fragili: come individui, alla mercé di un nemico invisibile (e proprio per questo più terrorizzante, come nei film horror), come collettività e comunità (obbligati a distanziarci per non più esserlo), e come sistema (economico, ma anche decisionale e quindi politico: tuttora impallato in un groviglio di incompetenza, inadeguatezza, pressapochismo, impreparazione, lentezza di reazione e ritardi da cui non sembra saper uscire). Il tutto immerso in una bulimica quotidiana insopportabile ossessione ed esposizione mediatica, che nulla produce sul piano informativo, e moltissimo contribuisce all’isteria collettiva, e ad alimentare in un circolo vizioso di cui assurdamente non ci rendiamo conto proprio i timori che dovrebbe aiutarci a comprendere ed esorcizzare.

Abbiamo riscoperto che la morte esiste ed è persino possibile, cosa che – credendoci amortali – avevamo rimosso (ancora una volta, come individui, come collettività e come sistemi). Lo stesso per la malattia e per il male, che eravamo assurdamente convinti fossero due cose diverse, e invece abbiamo riscoperto uniti non solo nell’origine della parola (mentre ancora non abbiamo riscoperto che pure salute e salvezza originano dalla medesima parola, salus, che infatti in latino traduce entrambe le cose).

Abbiamo dovuto prendere atto che la nostra società è attraversata e inibita da mali pesanti e di lungo periodo, che molto hanno contribuito alla crisi di senso e di fiducia di cui sopra, e che le decisioni prese hanno peraltro aggravato drammaticamente: pensiamo in particolare alle diseguaglianze già evidenti, che ci hanno resi diversi di fronte al destino, che forse di fronte al virus dovremmo ricominciare a chiamare fato. Diseguaglianze di fronte alla morte e dentro la vita, dovute alle “3 G” che sbilanciano le nostre società: tra garantiti e non garantiti, tra generi e tra generazioni[1]. Tra chi ha potuto mantenere un reddito sostanzialmente inalterato (titolari di un reddito fisso – un salario pubblico, pensioni, ma anche rendite – e pezzi significativi di privato che l’hanno visto anche accrescersi) e chi invece l’ha perso in tutto o in parte. Tra maschi e femmine, in un Paese in cui erano già ben visibili, e molto più lente a ridursi rispetto ad altri Paesi sviluppati con cui amiamo compararci: perché il costo vero delle scelte fatte e ancor più non fatte (si pensi al disinteresse per la scuola e i bambini) si è scaricato soprattutto sulle donne, costrette a rinunciare a redditi già prima più bassi per occuparsi della prole, di cui improvvisamente non si è occupato più nessun altro, né istituzioni né servizi. Tra le fasce di popolazione più anziane e quelle più giovani, già gravissime prima, in un Paese con la natalità più bassa d’Europa, il maggior disequilibrio negativo tra nati e morti, l’età media più elevata, le proiezioni più drammatiche nel rapporto tra popolazione attiva e pensionati (che potrebbe diventare di uno a uno tra poco più di vent’anni), la permanenza crescente dei giovani nelle famiglie d’origine (un impressionante due terzi nella fascia 18-34 anni), la più alta disoccupazione giovanile e il più elevato numero di NEET, sulle cui spalle in pochi mesi abbiamo caricato quasi duecento miliardi di ulteriore debito pubblico, in misure non strutturali e quindi spesso di dubbia utilità per loro, e di cui rischiano quindi di beneficiare molto poco, rispetto ad altri. E tutto questo perché le decisioni le hanno prese soprattutto le persone appartenenti al lato già più avvantaggiato delle tre fratture esaminate: garantiti, maschi, anziani.

Questo quello che abbiamo scoperto o riscoperto. Insieme ad altre cose. Relazioni, sì, l’abbiamo capito che servono: e possibilmente recuperando solidarietà ed empatia. Spazio: quando ci hanno rinchiusi, ne abbiamo compreso l’importanza. Aria, possibilmente pulita: quando ce ne hanno lasciata solo un’ora, come i carcerati, abbiamo capito quanto fosse preziosa. Tecnologia: il salto quantico che abbiamo fatto, irreversibile, ci ha cambiati e ha cambiato la società – pensiamo alla scuola e all’istruzione, non solo allo smart working – più di quanto ci siamo accorti (ma rischia anch’esso di aggravare le diseguaglianze tra chi può e sa accedervi e chi no). Ma, sorprendentemente, proprio nei mesi di lockdown in cui non ci siamo nutriti d’altro, e non avremmo saputo come passare le nostre giornate senza (cosa sarebbero state le nostre giornate senza film e serie televisive, senza musica, senza libri, senza tutte le cose lette, scritte e viste on-line?) dichiaravamo nei sondaggi che il settore meno importante della società era la cultura, e l’abbiamo chiuso senza pietà, lasciandolo solo e privo di aiuti.

Quello che invece ci manca ancora da riscoprire (potremo farlo solo quando ci saremo ripresi dalla botta emotiva e, smettendo di leccarci le ferite, ci daremo da fare per riscostruire, aprendoci quindi inevitabilmente alla fiducia e alla speranza che ogni progettualità implica – dunque da qualche parte nel prossimo futuro) è la virtù della resilienza: perché il contrario di fragilità non è forza, come spesso crediamo, ma, appunto, resilienza. Non un vago e vacuo ottimismo, ma la capacità di riconoscere, nel bicchiere mezzo vuoto, il bicchiere mezzo pieno, le opportunità, quindi, e gli strumenti per superare le difficoltà.

 

[1] Ne ho parlato in Tre linee di frattura (in Il mondo dopo la fine del mondo, Laterza, 2020, pp. 3-12), e alcune sono ampiamente delineate in La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ce la può fare, Laterza, 2020, uscito appena dopo il primo lockdown, delle cui conseguenze già teneva conto.

 

Perché la scuola non interessa a nessuno

Perché, a differenza che negli altri paesi europei, in caso di lockdown, la scuola è sempre la prima a chiudere e l’ultima a riaprire? Perché, apparentemente, agli italiani – o, almeno, ai governi di ogni livello territoriale – la cosa sembra non interessare? Le risposte sono molte. E sono istruttive su come funziona, o disfunziona, il paese.

Intanto, chiudere le scuole è la risposta semplice e immediata a un problema più complesso ma non irrisolvibile: la gestione dei trasporti. L’abbiamo già visto: le scuole sono in sé piuttosto sicure (perché hanno lavorato per esserlo), i viaggi da e verso di esse per nulla. Chiudere le scuole ha consentito di continuare a non approntare un piano trasporti che non c’era alla riapertura e continua a non esserci adesso. Perché lavorare, prepararsi, gestire, organizzare? Fatica sprecata: si fa prima a chiudere… Come se fosse una catastrofe naturale, invece che una responsabilità politica che travolge ogni livello di governo: nazionale, regionale, locale.

Dietro questa abdicazione, di cui sorprendentemente nessuno chiede conto, ci sono ragioni profonde, che portano a responsabilità culturali e sociali, non solo politiche, diffuse.

Una società poco meritocratica, e per questo ingiusta, per definizione investe poco sull’istruzione, che è il meccanismo più democratico per aumentare la mobilità sociale: da noi drammaticamente scarsa, in un paese in cui tuttora la metà degli architetti, dei medici, dei notai, e d’altro canto degli operai, è figlia di genitori con lo stesso mestiere. Ma non c’è nemmeno la percezione della sua utilità economica. Non si spiega altrimenti come mai l’istruzione non sia la priorità principale, in un paese che ha la metà dei laureati e il doppio degli analfabeti funzionali (ben il 30%, un cittadino su tre!) della media europea: dove gli investimenti in ricerca e sviluppo sono scarsi, e gli interventi strategici sulla knowledge economy (quella più ricca, che paga salari più alti, con ricadute maggiori sul futuro delle città e della società) lasciati alle imprese anziché accompagnati dalla mano pubblica e da una visione d’insieme.

C’è poi un problema culturale di lungo periodo. Una società paternalista e culturalmente maschilista, in cui i decisori pubblici sono ancora in maggioranza uomini, si pone malvolentieri un problema che li riguarda poco: conciliare i tempi dell’accudimento della prole e quelli del lavoro. Con il risultato che il prezzo maggiore della chiusura delle scuole, in termini di perdita di occupazione, di difficoltà familiari e di aumento del carico lavorativo domestico, lo hanno pagato e continuano a pagarlo le donne: facendo fare passi indietro non solo all’occupazione femminile, ma anche al sistema di diritti conquistato in questi decenni.

Arriviamo così alla fine del ragionamento. Le scuole sono state lasciate sole. Si è investito un po’ di denaro (non abbastanza, in confronto a quello buttato in politiche meramente assistenzialistiche: la sola Alitalia ha ricevuto molto di più di tutta la scuola italiana), qualche cosa gli istituti scolastici sono riusciti a fare in termini di adeguamento delle strutture, molto meno in termini di formazione dei docenti, che hanno fatto in gran parte da soli, e si è fatto zero a valle, a sostegno dei diritti delle famiglie e degli studenti più poveri e fragili, lasciati senza supporti informatici, senza banda gratuita, senza luoghi e momenti di accompagnamento scolastico, senza doposcuola, senza niente di niente (altro settore in cui le responsabilità coinvolgono anche regioni ed enti locali, ciò che spiega il silenzio delle istituzioni: il poco che si è fatto è soprattutto merito del volontariato e del terzo settore). E ancora non c’è traccia di un qualche piano B, almeno per l’immediato futuro: accorciare le vacanze natalizie in arrivo e organizzare corsi di recupero per quelli che hanno potuto seguire la didattica a distanza poco e male, attivare aiuti alle famiglie cospicui (non solo denaro e strumenti, ma formazione), formare vecchi e nuovi docenti alle nuove metodologie d’insegnamento (e non solo alle nuove tecnologie), ecc. E lavorare per organizzare il futuro, non solo tamponare il presente in attesa di un vaccino che, se tutto va bene, arriverà a tutta la popolazione ad anno scolastico terminato, quando il danno alle generazioni più giovani – irreversibile – sarà ormai fatto.

 

 

Scuola, colpevoli impuniti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 novembre 2020, editoriale, p. 1

Elezioni regionali e referendum: similitudini e diversità

È curioso notare come in Veneto i sondaggi in previsione delle elezioni regionali e del referendum costituzionale per la diminuzione del numero dei parlamentari abbiano andamenti molto simili.
Zaia è dato come vincente da prima ancora che confermasse la sua terza candidatura, con percentuali sovietiche, variabili tra i tre quarti e i quattro quinti dell’elettorato; i SÌ al referendum ricevono più o meno lo stesso apprezzamento. La notizia vera, per Zaia, sarà la quantità di voti presi dall’opposizione, non il risultato finale, mai stato incerto; lo stesso per il referendum, dove l’attenzione sarà puntata sulla quantità dei NO, più che sull’esito, che appare scontato. Il clima generale infine, in entrambi i casi, è quasi di noia, non essendo previsto alcun vero capovolgimento o colpo di scena: tanto che i presumibili vincenti (Zaia da un lato, molti tra i sostenitori del SÌ dall’altro), non si fanno praticamente vedere, in campagna elettorale, quasi non ne avessero bisogno (in effetti non ce l’hanno), e semmai avessero solo da perdere da un confronto diretto con le argomentazioni delle rispettive opposizioni – e quindi le evitano accuratamente. Del resto, sia Zaia che il SÌ alla diminuzione del numero dei parlamentari (non importa con che criterio: in chiave semplicemente polemica e anti-casta) sono prodotti sul mercato da tempo, e che si vendono bene. Sono i prodotti concorrenti, gli anti-Zaia e il NO, che hanno bisogno di visibilità e di far conoscere le proprie ragioni.
Le similitudini tuttavia finiscono qui.
Per le elezioni regionali, appurato in anticipo chi sarà il vincitore, la notizia sarà semmai quanto (poco) prenderanno gli sfidanti, o quanto ulteriormente perderanno rispetto agli sfidanti precedenti: la vera competizione, quella che può mettere un po’ di sale nella campagna elettorale, e risvegliare un qualche interesse, è tutta interna alla compagine vincitrice, e in particolare tra le liste in appoggio a Zaia presidente e la Lega. Di quanto Zaia batterà la Lega? Con tutto il contorno, probabilmente abusivo, di speculazioni sul futuro ruolo nazionale di Zaia in opposizione a Salvini: roba da addetti ai lavori, che forse non tocca nemmeno il diretto interessato, dato che lo aspetta un altro tranquillo mandato da presidente del Veneto, e nel frattempo, sul piano nazionale, sarà successo di tutto.
Per quanto riguarda il referendum, invece, le cose stanno diversamente. È vero, il risultato appare scontato: anche se bisogna tenere presente che sempre più persone decidono il loro voto nell’ultima settimana, una quota tutt’altro che trascurabile direttamente nel seggio elettorale, e gli indecisi o i non informati sono ancora moltissimi (senza contare gli astenuti: che in Veneto saranno meno solo grazie al traino del voto regionale). Ma mentre chi dichiara di votare Zaia o Lega (e qualsiasi altro partito) è probabile sia conseguente con le sue dichiarazioni, la sensazione è che – almeno nel ceto politico largamente inteso, inclusi i militanti locali – le dichiarazioni ufficiali dei partiti non corrisponderanno affatto ai comportamenti nell’urna, senza contare il fatto che molti elettori i partiti non li ascolteranno proprio – come giusto che sia, trattandosi di un referendum. Stando alle dichiarazioni formali infatti, il SÌ, sulla carta, dovrebbe stravincere, più ancora di Zaia: sono a favore il Movimento 5 Stelle, promotore dell’iniziativa, a destra la Lega e Fratelli d’Italia (Forza Italia appare più divisa), a sinistra il PD (oggi: in passato per tre volte ha votato NO in parlamento); sulla carta, appunto, oltre il 75% degli elettori, ben oltre l’80% contando FI. Sono contrari esplicitamente solo alcuni partiti della sinistra radicale, +Europa e Azione, il partito di Calenda (un’area, in totale, molto al di sotto del 10%), mentre Italia Viva, il partito di Renzi, dovrebbe lasciare libertà di voto. Ma la carta non corrisponde alla carne viva del paese, e nemmeno dei politici stessi: tra i quali molti, anche nei partiti per il SÌ, voteranno NO, sia dichiarando esplicitamente il proprio dissenso, se lo fanno per convinzione, sia non dichiarandolo se si tratta di un più triviale interesse personale. Il più compatto (per il SÌ) è il M5S, compattissimi (per il NO) Azione e +Europa, mentre il più diviso sembra essere il PD, e a seguire FI.
Per il referendum, dunque, la partita si giocherà tra la gente, e soprattutto nella pubblica opinione organizzata: opinion leader a vario titolo, giornali, associazionismo, intellettuali, che si stanno schierando per conto proprio, e che potrebbero riservare qualche significativa sorpresa rispetto a un SÌ plebiscitario, in quanto voto anticasta. Per le elezioni regionali, invece, non ci sarà partita: si misureranno i nuovi equilibri – tutto qui.

Elezioni e referendum. Il vero dato nei numeri di chi perde, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 settembre 2020, editoriale, p.1

Il virus della xenofobia. Covid-19: il vizio di dare la colpa agli stranieri

È il virus stesso ad essere uno straniero: un alieno, anzi proprio la creatura malvagia che viene da fuori per mangiarci dall’interno, come nella saga dei film di Alien. Come tutto ciò che non conosciamo – straniero, estraneo, strano si equivalgono un po’ in tutte le lingue – ci fa paura. E come sempre la paura ci fa rispolverare tutto l’armamentario (anche linguistico) bellicista del nemico da combattere. Se poi si sommano due estraneità (il virus che viene da fuori, lo straniero che viene da altrove), ecco che si crea una specie di chimica delle emozioni che produce un inevitabile risultato: il capro espiatorio. L’equazione è semplice, efficace retoricamente e forse politicamente: peccato che sia falsa.
La stragrande maggioranza di chi è stato contagiato, come ovvio che sia, lo è stato da un autoctono, spesso un familiare, un collega o un amico: altro che nemico esterno. Anche gli stranieri che se lo sono preso, magari portandolo dentro una caserma dove – convivendo a stretto contatto, e non per propria volontà – se lo sono poi passato tra di loro, se lo sono preso fuori: in Italia, per così dire, presumibilmente da italiani, magari al lavoro (come normale che sia: nessuno il virus ce l’ha innato, dunque tutti lo prendiamo da qualche parte, fuori da noi).
Del resto, sono più gli stranieri che siamo andati a infettare a casa loro che quelli che hanno infettato noi. E quando il virus è venuto da fuori, è venuto spesso con stranieri al di sopra di ogni sospetto come imprenditori, turisti e sportivi, non certo ospiti dei centri d’accoglienza, o magari (citiamo dalla cronaca locale) da imprenditori italiani comportatisi incautamente all’estero prima di rientrare. Di cui non si chiede tuttavia l’espulsione, o la chiusura delle case, perché non è possibile, e non ha senso. Tutto ciò, semplicemente perché il virus è un apolide che non conosce frontiere, né differenze etniche o religiose, o di opinioni politiche. Viaggia come capita, distingue certo tra comportamenti cauti e incauti, ma per il resto è questione anche di fortuna, diciamocelo francamente: o di condizioni di vita (certo, una villetta con giardino è meglio delle camerate di una caserma o di un carcere).
Tutto ciò lo capisce anche un bambino. Ma non chi usa il virus per scopi ideologici o elettoralistici. In questo senso, più che accusare gli immigrati dei centri di accoglienza, che vivono nelle caserme in condizioni di promiscuità che non hanno certo scelto, di essere degli untori, incitando alla loro espulsione, ci si dovrebbe forse interrogare, e magari fare un qualche mea culpa, sul fatto di aver impedito per anni l’accoglienza diffusa, dove queste cose non accadono: segno che non è l’essere stranieri la caratteristica problematica, ma il vivere in determinate condizioni.
La situazione è anche il frutto dei mancati controlli. E qui dovrebbe farsi qualche domanda anche chi si è lamentato per anni per il costo eccessivo dell’ospitalità degli immigrati: i famosi 35 euro al giorno, ridotti drasticamente con Salvini ministro dell’interno a poco più di 20, erano in realtà uno dei costi più bassi d’Europa in assoluto. E il problema è proprio quello: con quei soldi si fa, malamente, l’accoglienza, non si fa certo l’integrazione insegnando lingua, cultura e formazione professionale, figuriamoci i controlli sanitari.
Poi, certo, i centri vanno monitorati, controllati, i contratti vanno revocati se mal gestiti. Ma bisogna anche creare le condizioni perché funzionino.
A fronte dello stesso problema si possono fare scelte diverse. Il Portogallo, a inizio crisi Covid, ha voluto una regolarizzazione generalizzata degli immigrati proprio per motivi sanitari, per controllarli meglio. Da noi, onestamente, a chi è mai fregato qualcosa della salute degli immigrati? Si sa che pesano meno sul servizio sanitario perché lo usano meno? Che sono sovrarappresentati nei pronto soccorso perché vanno in ospedale all’ultimo, proprio quando stanno male, e sottorappresentati in tutti gli altri settori? Che l’unico ambito in cui c’è una presenza maggiore è anche quello che ci serve per salvare la nostra tragica demografia (quasi un bimbo su cinque ha almeno un genitore immigrato)? E allora, ben venga il monitoraggio oggi: ma, magari, pensarci prima?
Dopodiché l’atteggiamento giusto non è fare gli incendiari, a colpi di polemiche. Ma dare una mano a risolvere i problemi. È questo che giustifica ruolo, onori ed oneri di chi governa. A livello nazionale, regionale e locale.

Untori e memoria corta
, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 7 agosto 2020, editoriale, p.1

Chiudere le famiglie per far riaprire la scuola?

Rimandato a settembre. Ma dovrebbe essere bocciato. Non parliamo di uno studente, ma del governo, che ha deciso che la scuola è il meno importante dei settori: e quindi può ricominciare, con comodo, a settembre.

Ma è troppo facile prendersela con il governo, o con la ministra dell’istruzione. Non si tratta solo di una scelta politica: è un problema culturale. E non solo del governo: del paese. E non di oggi: di sempre. Se di scuola non si parla, o se ne parla poco e male, non è per caso. Questa sottovalutazione viene da lontano. E ne siamo tutti corresponsabili.

Aprire non è facile: non c’è dubbio. Ma bisogna organizzarsi. Affrontando i problemi. Nel caso, con sperimentazioni, anche territoriali, per tentativi ed errori. Abbiamo alcune occasioni per farlo in sicurezza. La prima, è legata alle classi terminali dei vari cicli scolastici: quinta elementare, terza media, maturità. Ragazzi che non si rivedranno più, e che hanno diritto a un finale di ciclo meno brutale, un rito di passaggio, una cerimonia formale, anche solo un saluto a compagni e insegnanti, oltre che ad essere valutati, anche per aiutarli a orientarsi nelle scelte successive. Gli studenti di queste classi sono – come intuibile – un quinto dei bambini delle elementari, un terzo di quelli delle medie, e ancora un quinto (anzi meno, perché c’è la mortalità scolastica, chi si perde per strada negli anni) di quelli delle superiori (senza dimenticare scuole professionali e altri istituti). Essendo le scuole dimensionate per numeri molto superiori – la totalità degli studenti – ci sono tranquillamente gli spazi necessari e sufficienti per garantire i percorsi scolastici di queste classi fin da oggi, senza nemmeno aspettare gli esami, in sicurezza, rispettosi dei dispositivi di distanziamento. Quello che manca, come sempre in questo paese, è l’organizzazione delle cose pratiche, banali: autorizzazione a una diversa distribuzione degli insegnanti e degli orari, consegna ad ogni scuola di mascherine, gel, guanti, modesti investimenti in tecnologie (per collegare in video più classi, ad esempio). Per cui ci si ferma: ma non è ammissibile – una fabbrica non si ferma di fronte a piccole difficoltà organizzative.

Il prezzo pagato è già stato enorme: la perdita di socialità, il divario digitale che ha impedito a forse un quinto (un quinto!) degli studenti di frequentare decentemente questi mesi di scuola, buchi conoscitivi che pagheranno nei prossimi anni soprattutto i più deboli, diseguaglianze enormi tra insegnanti e plessi che si sono attivati e altri che non ne sono stati capaci, famiglie capaci di seguire i figli o meno.

Altro problema: visto che la priorità è la produzione, e la produzione riparte, piccolo dettaglio – dove li mettiamo i bambini? E qui possono avere un ruolo anche le regioni, e i comuni (così si evita il gioco del mero scaricabarile istituzionale). Quali servizi alle famiglie? E, nell’impossibilità, quali sussidi? Nidi e materne cosa faranno? Quali finanziamenti aggiuntivi arriveranno alle famiglie? Quale ruolo potranno avere le scuole quest’estate? Potranno fare da centri estivi, anche recuperando un po’ di quel che si è perso in questi mesi in termini di didattica e di supporto allo studio?

Ed è qui che viene fuori anche la responsabilità collettiva, storica e culturale, in cui siamo tutti implicati. Se questo avviene, se abbiamo la metà dei laureati della media dei paesi dell’Ocse, il doppio esatto degli analfabeti funzionali, le ultime posizioni nelle indagini comparative sul livello di preparazione degli studenti (20° su 28 in Europa), è perché investiamo molto meno degli altri in questo settore (investono meno di noi, in percentuale sul PIL, solo Slovacchia, Bulgaria, Romania e Irlanda). Ma se scuola ed educazione sono le cenerentole del bilancio di tutti (stato, regioni, comuni) è perché tanto c’è l’idea – evidente anche dalle scelte del governo – che di bambini e ragazzi se ne occupa la famiglia, considerata il terminale ultimo, lo spazio sicuro e protetto (neanche poi tanto, visto che un quarto dei contagi è avvenuto lì), la grande discarica di tutte le responsabilità e di tutti i disservizi del settore pubblico: scaricati sulle famiglie e quindi – da noi – soprattutto sulle donne, che continuano a pagare un prezzo enorme e inaccettabile per questa sottovalutazione (dovremmo dire rimozione) collettiva. Ed è questa gerarchia di valori e priorità che va ribaltata. Forse dovremmo chiudere le famiglie. Allora si capirebbe che le scuole sono un servizio pubblico essenziale che deve essere obbligatoriamente garantito.

 

Il paese che cancella la scuola, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 30 aprile 2020, editoriale, p.1

Italiani all’estero

Video anteprima "Immigrazione. Cambiare tutto"

Anteprima “Immigrazione. Cambiare tutto”
Roma, Teatro India,

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Publications
Books:
Chi ha ucciso il PD (Who killed the Democratic Party), Milano, Mimesis, 2013
Ma la moschea no. I conflitti sui luoghi di culto islamici, dall’Europa al Nordest (No to the mosque. Conflicts on Islamic places of worship, from Europe to the Italian North-East), Padova, La Gru, 2012
Avrupa’da Müslüman Öznenin Üretimi: Fikirler, Bilinçler, Örnekler, (translation of Producing Islamic Knowledge), Istambul, Iletisim, 2012
Producing Islamic Knowledge. Transmission and dissemination in Western Europe (eds. M. Van Bruinessen and S. Allievi), London-New York, Routledge, 2011
La guerra delle moschee. L’Europa e la sfida del pluralismo religioso (The war of mosques. Europe and the challenge of religious pluralism), Venezia, Marsilio, 2010
Al-Islâm al-Itâlî. Rihla(t) fî waqâ’i’ al-diyâna al-thâniya, (translation of Islam italiano), Abu Dhabi, Kalima, 2010, pp. 279
Mosques of Europe. Why a solution has become a problem (ed.), London, Alliance Publishing Trust / Network of European foundations, 2010
Conflicts over Mosques in Europe. Policy issues and trends, London, Alliance Publishing Trust / Network of European Foundations, 2009
I musulmani e la società italiana. Percezioni reciproche, conflitti culturali, trasformazioni sociali (Muslims and Italian society. Reciprocal perceptions, cultural conflicts, social transformations) (ed.), Milano, Franco Angeli, 2009
Le trappole dell’immaginario: islam e occidente (The traps of imaginary: Islam and the West), Udine, Forum, 2007
Niente di personale, signora Fallaci. Una trilogia alternativa (Nothing personal, Mrs. Fallaci. An alternative trilogy), Reggio Emilia, Aliberti, 2006
Pluralismo (Pluralism), EMI, Bologna, 2006
Ragioni senza forza, forze senza ragione. Una risposta a Oriana Fallaci (Reasons without force, forces without reason. An answer to Oriana Fallaci), Bologna, EMI, 2004
Muslims in the Enlarged Europe (eds. B.Maréchal, S.Allievi, F.Dassetto, J.Nielsen), Leiden-Boston, Brill, 2003
Islam italiano. Viaggio nella seconda religione del paese (Italian Islam. A journey into the country’s second religion), Torino, Einaudi, 2003
Salute e salvezza. Le religioni di fronte alla nascita, alla malattia e alla morte (Health and Salvation. Religions face to birth, illness and death), Bologna, EDB, 2003
Muslim Networks and Transnational Communities in and across Europe (eds. S.Allievi and J.Nielsen), Leiden-Boston, Brill, 2003
Donne e religioni. Il valore delle differenze (Women and religions. The value of differences) (ed.), Bologna, EMI, 2002
Musulmani d’occidente. Tendenze dell’islam europeo (Muslims of the West. Tendencies of European Islam), Roma, Carocci, 2002 (new edition 2005)
Un Dio al plurale. Presenze religiose in Italia (A God in the plural. Religious presences in Italy), Bologna, EDB, 2001 (with G.Guizzardi and C.Prandi)
La tentazione della guerra. Dopo l’attacco al World Trade Center: a proposito di Occidente, islam e altri frammenti di conflitto fra culture (The temptation of war. After the World Trade Center attack: on the West, Islam and other fragments of conflict among cultures), Milano, Zelig, 2001, pp.190
Nouveaux protagonistes de l’islam européen. Naissance d’une culture euro-islamique? Le rôle des convertis, European University Institute, Working Papers, n.18, 2000, pp.35
Il libro e la spada. La sfida dei fondamentalismi (The Book and the Sword. The challenge of fundamentalisms), Torino, Claudiana, 2000, pp.205 (with D. Bidussa and P. Naso)
Conversions à l’islam en Europe / Conversions to Islam in Europe, Social Compass, SAGE Publications, vol.46, n.3, pp.243-362 (monographic issue, ed. with F. Dassetto)
I nuovi musulmani. I convertiti all’islam (New Muslims. Converts to Islam), Edizioni Lavoro, Roma, 1999, pp.296
Islamica. Un itinerario bibliografico alla scoperta dell’Islam (Islamica. A bibliographical itinerary to the discovery of Islam), Biblioteca comunale, Carpi, 1999, pp.44 (revised and updated edition 2002)
Les convertis à l’islam. Les nouveaux musulmans d’Europe, L’Harmattan, Paris, 1998, pp.383
L’occidente di fronte all’islam (The West facing Islam) (ed.), Franco Angeli, Milano, 1996, pp.224
Il libro dell’altro (The book of the other), EDB, Bologna, 1995, pp. 132
Il ritorno dell’islam. I musulmani in Italia, Edizioni Lavoro, Roma, 1993, pp.295 (with F. Dassetto)
Le parole della Lega (The words of the Ligue, a xenophobic secessionist party), Garzanti, Milano, 1992, pp.115
Médias et minorités ethniques. Le cas de la guerre du Golfe, Academia-Sybidi, Louvain-la-Neuve, 1992, pp. 166 (with A. Bastenier, A. Battegay and A. Boubeker)
La sfida dell’immigrazione (The challenge of immigration), EMI, Bologna, 1991, pp.170
Essays in collective books (selection):
Veneto e immigrazione: è il tempo delle policies, in AA.VV., “Idee per il Veneto di domani. Spunti e riflessioni per il nuovo governo regionale”, e-book, Post Edizioni, 2015, pp.17-25
La presenza dell’islam nello spazio pubblico italiano: a che punto siamo?, in P. Naso and B. Salvarani (ed.), “I ponti di Babele. Cantieri, progetti e criticità nell’Italia delle religioni”, Bologna, EDB, 2015, pp. 209-228
Morte, in C. Benzoni (ed.), “In una parola. Frammenti di un’enciclopedia casuale”, Varese, Benzoni Editore, pp. 139-142
Postfazione. Alla ricerca di un po’ di swing, in A. Angelucci, M. Bombardieri e D. Tacchini (ed.), “Islam e integrazione in Italia”, Venezia, Marsilio, 2014, pp. 185-188
Mosques in Western Union, in Oxford Islamic Studies Online – OISO, Oxford University Press (2014)
The Production of Western Islamic Knowledge, in R. Tottoli (ed.) “Routledge Handbook on Islam in the West”, London-New York, Routledge, 2014, pp. 426-440
L’uomo e la morte in occidente. Verso un nuovo paradigma interpretativo (Man and Death in the West. Towards a New Interpretative Paradigm), in C. Viafora and E. Furlan (eds.), “Morire altrove. La buona morte in un contesto multiculturale” (“To Die Elsewhere. The Good Death in a Multicultural Context”), Milano, Franco Angeli, 2014
Silent Revolution in the Country of the Pope: From Catholicism as “The Religion of Italians” to the Pluralistic “Italy of Religions”, in F. De Donno and S. Gilson (eds.), “Beyond Catholicism. Heresy, Mysticism and Apocalypse in Italian Culture”, New York, Palgrave, 2014, pp. 287-313
L’islam che cambia. E non cambia (Islam that changes. And does not change), in P. Naso and B. Salvarani (eds.). “Un cantiere senza progetto. L’Italia delle religioni, Rapporto 2012” (“A Construction Site without Project. Italy of Religions, 2012 Report”), Bologna, EMI, 2012, pp. 98-108
Multiculturalism in Italy: The missing model, in A. Silj (ed.), “European Multiculturalism Revisited”, London-New York, Zed Books, 2010, pp. 147-180
I Fratelli Musulmani in Europa. L’influenza e il peso di una minoranza attiva (The Muslim Brotherhood in Europe. The influence and the Weight of an Active Minority), in M. Campanini and K. Merzran (eds.), “I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo”, Torino, Utet, 2010, pp. 197-240
Moschee in Europa. Conflitti e polemiche, tra fiction e realtà (Mosques in Europe, Conflicts and Controversies, between Fiction and Reality), in “Quaderni di diritto e politica ecclesiastica”, anno XVIII, n. 1, aprile 2010, pp.149-160
Introduction to the Italian edition of P. Jenkins, “Il Dio dell’Europa. Il cristianesimo e l’islam in un continente che cambia” (original title: “God’s Continent”), Bologna, Emi, 2009, pp. 11-15
Immigrazione e pluralismo religioso (Immigration and Religious Pluralism), in P. Naso and B. Salvarani (eds.), “Il muro di vetro. L’Italia delle religioni. Primo rapporto 2009” (“The Glass Wall. Italy of Religions, first report 2009”), Bologna, Emi, pp. 65-71
Il caso islamico: percezione omogenea, pluralismo interno (The Islamic Case: Homogeneous Perception, Internal Pluralism), in P. Naso and B. Salvarani (eds.), “Il muro di vetro. L’Italia delle religioni. Primo rapporto 2009”, Bologna, Emi, pp. 92-96
Il pluralismo nascosto. Che cosa ci dice l’otto per mille (The Hidden Pluralism), in P. Naso and B. Salvarani (eds.), “Il muro di vetro. L’Italia delle religioni. Primo rapporto 2009”, Bologna, Emi, pp. 97-107
Cosa sarà l’islam europeo (What European Islam will become). In: “Osservatorio Scenari Strategici e di Sicurezza. Nomos & Khaos. Rapporto Nomisma 2007 sulle prospettive economico-strategiche”, 2008, pp. 127-147, Roma: Agra. (with E. Gnudi)
Nuove forme dell’islam nel mercato globale (New Forms of Islam in the Global Market) (introduction to), P. Haenni. “L’islam di mercato. L’altra rivoluzione conservatrice” (original title: “L’islam de marché”). (pp. 7-12), 2008, Troina (EN): Città Aperta
Islam italiano e società nazionale (Italian Islam and National Society). In: Ferrari A. (ed.). “Islam in Europa / Islam in Italia. Tra diritto e società”. (pp. 43-75), 2008, Bologna: Il Mulino
The Shifting Significance of the Halal/Haram Frontier: Narratives on the Hijab and Other Issues, in K. van Nieuwkerk (ed.), “Women Embracing Islam. Gender and Conversion in the West”, Austin, University of Texas Press, 2006, pp. 120-149
Cosa vuol dire ‘coppie miste’? Il vissuto e le interpretazioni (What does it mean “mixed couples”? Reality and Interpretations), in I. Zilio-Grandi (ed.), “Sposare l’altro. Matrimoni e matrimoni misti nell’ordinamento italiano e nel diritto islamico”, Venezia, Marsilio, 2006, pp. 11-41
Introduzione, in D. Sourdel and J. Sourdel-Thomine, “Vocabolario dell’islam”, Troina (EN), Città Aperta, 2005, pp. 9-12;
Sociology of a Newcomer: Muslim Migration to Italy – Religious visibility, Cultural and Political Reactions, in A. al-Shahi and R. Lawless (eds.), “Middle East and North African Immigrants in Europe”, London, Routledge, 2005, pp. 43-56
Dialogo e intercultura (Dialogue and Interculture), in S. Mantovani and B. Salvarani (eds.), “Io ti vedo, tu mi guardi. L’intercultura oggi in Italia, panorama e prospettive” (“I see you, you watch me. Interculture today in Italy, Panorama and Perspectives”), Torino, Edizioni Gruppo Abele, 2005, pp. 11-28
Communication and Communities: Public Space, Global Media and Local Umma, in J. Malik (ed.), “Muslims in Europe. From the Margin to the Centre”, Munster, LIT Verlag, 2004, pp. 185-203
Corpi migranti. Culture, religioni, salute e malattie in una società plurale (Migrant Bodies. Cultures, Religions, Health and Illness in a Plural Society), in G. Guizzardi (ed.), “Star bene. Benessere, salute, salvezza tra scienza, esperienza e rappresentazioni pubbliche”, Bologna, Il Mulino, 2004, pp. 285-342
Inmigraciones y religiones en Europa. Identitades individuales y colectivas en trasformación, in G. Aubarell and R. Zapata (eds.), “Inmigración y procesos de cambio. Europa y el Mediterráneo en el contexto global”, Barcelona, Icaria-IEMed, 2004, pp. 319-350
Le religioni degli italiani. Da un monopolio (più che altro) cattolico ad una pluralità religiosa (maggiore di quella visibile) (The Religions of Italians. From Catholic Monopoly to Religious Plurality), in G. Amendola (ed.), “Anni in Salita. Speranze e paure degli italiani” (“Difficult years. Hopes and Fears of Italians”), Milano, Franco Angeli, 2004, pp. 202-226 (with L. Diotallevi)
Il fattore “C”. Dinamiche (inter-)culturali e logiche istituzionali: osservazioni a partire dal caso dell’I.P.M ‘Cesare Beccaria’ (The “C” Factor. (Inter-)Cultural Dynamics and Institutional Logics: Observations from the case of the Institute of Juvenile Prevention ‘Cesare Beccaria’), in A. Campus (ed.), “Minori stranieri soli. Tra politiche di accoglienza e politiche di controllo”, Roma, Officina Edizioni, 2004, pp. 221-256
Le rôle des réseaux médiatiques dans la construction des communautés islamiques européennes, in R.Leveau, C.Wihtol de Wenden, K.Mohsen-Finan (eds.), “De la citoyenneté locale”, Paris, Institut Français des Relations Internationales, 2003, pp. 127-140
Islam in the public space: social networks, media and neo-communities, in S.Allievi and J.S.Nielsen (eds.), “Muslim Networks and Transnational Communities in and across Europe”, Leiden-Boston, Brill, 2003, pp. 1-27
Islam in Italy, in S.T.Hunter (ed.), “Islam, Europe’s Second Religion”, Westport (CT)-London, Praeger-Center for Strategic and International Studies, 2003, pp. 77-95
Muslims and Politics, in B.Maréchal, S.Allievi, F.Dassetto e J.S.Nielsen (eds.), “Muslims in the Enlarged Europe. Religion and Society”, Leiden-Boston, Brill, 2003, pp. 183-213
The Media, in B.Maréchal, S.Allievi, F.Dassetto e J.S.Nielsen (eds.), “Muslims in the Enlarged Europe. Religion and Society”, Leiden-Boston, Brill, 2003, pp. 289-330
Relations and Negotiations: Issues and Debates on Islam, in B.Maréchal, S.Allievi, F.Dassetto e J.S.Nielsen (eds.), “Muslims in the Enlarged Europe. Religion and Society”, Leiden-Boston, Brill, 2003, pp. 331-368
Relations between Religions, in B.Maréchal, S.Allievi, F.Dassetto e J.S.Nielsen (eds.), “Muslims in the Enlarged Europe. Religion and Society, Leiden-Boston, Brill, 2003, pp. 369-414
The International Dimension, in B.Maréchal, S.Allievi, F.Dassetto e J.S.Nielsen (eds.), Muslims in the Enlarged Europe. Religion and Society”, Leiden-Boston, Brill, 2003, pp. 449-488
Il pluralismo introvabile: i problemi della ricerca comparativa (Lost Pluralism: The Problems of Comparative Research), in F.Garelli, G.Guizzardi e E.Pace (eds.), “Un singolare pluralismo. Indagine sul pluralismo morale e religioso degli italiani”, Bologna, Il Mulino, 2003, pp. 249-295
Sciiti d’Europa. Una minoranza senza visibilità (Shiites of Europe. A Minority without Visibility), in A.Nesti (ed.), “Laboratorio Iran. Cultura, religione, modernità in Iran”, Milano, Franco Angeli, 2003, pp.113-126
Tendenze dell’islam europeo (Tendencies of European Islam), in D.Melfa (ed.), “Islam. Frammenti di complessità”, Catania, Bonanno Editore-Università di Catania, 2002, pp. 103-120
L’Europa è dar al-islam? Trasformazioni del paesaggio religioso d’occidente (Is Europe dar al-Islam? Transformations of the Religious Landscape in the West), in G.Restifo (ed.), “Eredità del XX secolo in Medio Oriente”, Milano, Selene, 2002, pp. 363-384
Muslims in Italy, in R.Leveau, K.Mohsen-Finan e C.Wihtol de Wenden (eds.), “New European Identity and Citizenship”, London-Paris, Ashgate-Institut Français des Relations Internationales, 2002, pp. 37-47
Una nuova religione europea? L’islam alla prova dell’Occidente (A New European Religion? Islam at the West Test), introduction to T.Ramadan, “Essere musulmano europeo” (original title: “To be a European Muslim”), Troina (En), Città Aperta, 2002, pp. 13-39
Italie, in B.Maréchal (ed.), “L’Islam et les musulmans dans l’Europe élargie: radioscopie/A guidebook on Islam and Muslims in the wide contemporary Europe”, Louvain-la-Neuve, Academia-Bruylant, 2002, pp. 101-106
L’ultimo tabù: individuo e società di fronte alla morte (The Last Taboo: Individuals and Society facing Death), in M. Bucchi and F. Neresini (eds.), “Manuale di sociologia della salute” (“Handbook on Sociology of Health”), Roma, Carocci, 2001
Les musulmans et la politique, in F.Dassetto, B.Maréchal and J.Nielsen (eds.), “Convergences musulmanes. Aspects contemporains de l’islam dans l’Europe élargie”, Louvain-la-Neuve, Bruylant-Academia e L’Harmattan, 2001, pp.109-122
Les médias, in F.Dassetto, B.Maréchal and J.Nielsen (eds.), “Convergences musulmanes. Aspects contemporains de l’islam dans l’Europe élargie”, Louvain-la-Neuve, Bruylant-Academia e L’Harmattan, 2001, pp.133-146
Parole dell’islam, parole sull’islam. Formazione culturale, comunicazione e ruolo dei mass media (Words on Islam, Words of Islam. Cultural Development, Communication and the Role of Mass Media), in I.Siggillino (ed.), “I media e l’islam. L’informazione e la sfida del pluralismo religioso”, Bologna, EMI, 2001, pp.31-78
Morale, valori e pluralismo religioso. Analisi di alcune ricerche comparative (Morality, Values and Religious Pluralism. Analysis of some Comparative Researches), in S. Allievi et alii, “Religious and Moral Pluralism in Italy”, Padova, Cleup-Dipartimento di Sociologia, 2001, pp. 75-86
Islam e violenza (Islam and Violence), in “Annuario della pace 2000-2001”, Trieste, Asterios, 2001, pp.195-208
Il ruolo della religione nelle famiglie miste (The role of religion in mixed families), in M. Tognetti Bordogna (ed.) “Legami familiari e immigrazione: i matrimoni misti”, Torino, L’Harmattan Italia, 2001, pp. 97-126
Migrazioni, globalizzazione e pluralità religiosa. Cambiamenti in atto nel paesaggio e nelle dinamiche religiose in Europa (Migrations, Globalization and Religious Pluralism), G.Scidà (ed.), “I sociologi italiani e le dinamiche dei processi migratori” (“Italian Sociologists and the Dynamics of Migration Processes”), Milano, Franco Angeli Ismu, 2000, pp. 13-24
Les conversions à l’islam. Rédefinition des frontières identitaires, entre individu et communauté, in F.Dassetto (ed.), “Paroles d’islam / Islamic Words. Individuals, Societies and Discourses in Contemporary European Islam” (bilingual), Paris, Maisonneuve & Larose, 2000, pp.157-182
Complessità e dinamiche dell’islam in Italia, in M. El Ayoubi (ed.), “Islam plurale”, Roma, Com-Nuovi Tempi, 2000, pp.91-115
The Islamic Presence in Italy: Social Rootedness and Legal Questions, in S. Ferrari e A. Bradney (eds.), “Islam and European Legal Systems”, Aldershot, Ashgate, 2000, pp. 155-180 (with F.Castro)
Le medine invisibili. Metamorfosi della tradizione nell’islam europeo (Invisible Medinas. Metamorphosis of Tradition in the European Islam), in B.M. Pirani (ed.), “L’abbaglio d’occidente. Per il diritto alla differenza culturale”, Roma, Bulzoni, 2000
La città plurale. Nuove presenze culturali e mutamento urbano (The Plural City. New cultural Presences and Urban Change), in I.Siggillino (ed.), “L’islam nelle città. Dalle identità separate alla comunità plurale” (“Islam in the cities. From separate identities to plural communities”, Milano, Franco Angeli, 2000, pp.13-50
Immigrazioni e religioni in Europa. Identità in trasformazione (Immigrations and Religions in Europe. Identities in Transformation), in G.Procacci and N.Salamone (eds.), “Mutamento sociale e identità” (“Social Change and Identities”), Milano, Guerini Studio, 2000, pp.83-101
Sociologia e immigrazione araba in Italia: tra integrazione e identità (Sociology and Arab Immigration in Italy: Between Integration and Identity), in I.Camera d’Afflitto (ed.), “La presenza araba-islamica nell’editoria italiana”, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, “Quaderni di Libri e Riviste d’Italia”, n.44, 2000, pp.55-59 e 253-257 (anche ediz. araba)
Ritualizzazione del quotidiano. L’esperienza della preghiera nell’islam (Ritualization of Daily Life. The Experience of Prayer in Islam), in AA.VV., “Come incontrare Dio”, Parma, Benedettina Editrice, 1999, pp. 49-80
Lo sguardo occidentale sull’islam trapiantato (The Wester View on Transplanted Islam), in M.Delle Donne (ed.), “Relazioni etniche, stereotipi e pregiudizi”, Roma, EdUP, 1998, pp. 205-212
Muslim Minorities in Italy and their Image in Italian Media, in S.Vertovec e C.Peach (eds.), “Islam in Europe. The Politics of Religion and Community”, London, Macmillan, 1997, pp. 211-223
Immigrazione e pluralità religiosa, in M.Ambrosini e M.Salati (eds.), “Il valore della differenza. Tendenze, problemi, interventi sull’immigrazione straniera”, Milano, Paoline, 1997, pp.105-120
Muslim Organizations and Islam-State Relations: The Italian Case, in W.A.R. Shadid e P.S. van Koningsveld (eds.), “Muslims in the Margin. Political Responses to the Presence of Islam in Western Europe”, Kok Pharos, Kampen, 1996, pp.182-201
Il ruolo della religione nelle famiglie miste (The role of religion in mixed families), in M. Tognetti Bordogna (ed.), “Legami familiari e immigrazione: i matrimoni misti”, L’Harmattan Italia, Torino, 1996, pp.97-126
Quando l’Altro è l’Islam. Esercizi di comprensione del ruolo delle comunità musulmane in Europa (When the Other is Islam. Exercises in understanding the role of Muslim Communities in Europe), in F.Pizzini (ed.), “L’Altro: immagine e realtà. Incontro con la sociologia dei paesi arabi” (“The Other: Images and Reality. Encounters with the sociology of Arab countries”), Milano, Franco Angeli, 1996, pp. 207-228
The Muslim Community in Italy, in G.Nonneman, T.Niblock e B.Szajkowski (ed.), “Muslim Communities in the New Europe”, Reading, Ithaca Press, 1996, pp. 315-327
Les conversions à l’islam, in F.Dassetto (ed.), “Facettes de l’islam belge”, Louvain-la-Neuve, Academia-Bruylant, 1996, pp.97-102
Italie, in F.Dassetto e Y.Conrad (ed.), “Muslims in Europe / Musulmans en Europe Occidentale. Bibliographie commentée”, Paris, L’Harmattan, 1996, pp.109-124
L’Islam in Italia: profili storici e sociologici (Islam in Italy. Historical and sociological sketches), in S. Ferrari (ed.), “L’Islam in Europa. Lo statuto giuridico delle comunità musulmane”, Bologna, Il Mulino, 1996, pp.241-268
Données sociales et contexte culturel de l’implantation musulmane, in R.Bistolfi, F.Zabbal (ed.), “Islams d’Europe. Intégration ou insertion communautaire?”, Editions de l’Aube, 1995, pp.316-319
Organizzazione e potere nel mondo musulmano: il caso della comunità di Milano (Organization and Power in the Muslim milieu: The case of the community of Milan), in AA.VV., “I musulmani nella società europea”, Edizioni della Fondazione Agnelli, Torino, 1994, pp. 155-176
Il lavoro extracomunitario in Italia (Foreign labour in Italy), in “Rapporto Cesos, Le relazioni sindacali in Italia, 1992-93” (“Cesos Report. Labour Relations in Italy, 1992-93”), Edizioni Lavoro, Roma, 1994, pp. 191-218
I giovani musulmani in Europa: tra identità tradizionale e mutamento culturale (Young Muslims in Europe: Between Traditional Identities and Cultural Change), in L. Tomasi (ed.), “I giovani e le religioni in Europa”, Reverdito, Trento, 1993, pp.81-93
L’islam en Italie: histoire et présence, in J. Waardenburg (ed.) “L’islam en Europe: aspects religieux”, Université de Lausanne, Département d’histoire et de sciences des religions, Lausanne, 1993, pp. 87-93
Other essays (selection):
The War over Mosques, in Seminar, n. 621, maggio 2011, http://www.india-seminar.com/semsearch.htm
Life with citizen Islam, in The Financial World, 2011, http://www.tehelka.com/story_main50.asp?filename=Ws200611Islam.asp
L’islam en Europe devient-il européen?, in Afkar/Idées, n. 25, printemps 2010, pp.16-18
Immigration and Cultural Pluralism in Italy: Multiculturalism as a Missing Model, in Italian Culture, vol. XXVIII, n. 2, September 2010, pp. 85-103
Globalizzazione e culture della salute. Corpi migranti e società plurale (Globalization and Cultures of Health. Migrant Bodies and Plural Societies), in Africa e Mediterraneo. vol. 2 (64), 2008, pp. 8-13
Vittime collaterali. Intervista a Zygmunt Bauman (Collateral Victims. Interview with Zygmunt Bauman), in Aut Aut, n.333, gennaio-marzo 2007, pp.108-128
Western Europe and its Islam, in International Sociology, n.22, 2007, pp.197-200
La morte oggi (Death Today), in Servitium, III, n.171, maggio-giugno 2007, pp.33-44
I sociologi italiani e l’affaire Ramadan (Italian Sociologists and the ‘Ramadan affaire’), in Religioni e Società, XXI, n.56, settembre-dicembre 2006, pp.107-115
Conflicts, Cultures and Religions: Islam in Europe as a Sign and Symbol of Change in European Societies, in Yearbook on Sociology of Islam, n.3, 2006, pp.18-27
How and Why “Immigrants” became “Muslims“, in ISIM Review, n.18, autumn 2006, pp.37
Is Islam in Europe becoming European? An Open Question, in Africa e Mediterraneo, XIV, n.54, marzo 2006, pp.11-16
How the Immigrant has become Muslim. Public Debates on Islam in Europe, in Revue Européenne des Migrations Internationales, vol. 21, n. 2, 2005, pp.135-161
Seconda generazione, il nuovo volto dell’islam (Second generation, the new face of Islam), in Vita e Pensiero, n.3, LXXXVIII, giugno 2005, pp. 108-114
Musulmans d’Occident: les convertis, nouveaux protagonists de l’islam européen, in Cités, Hors Série (L’Islam en France), 2004, pp. 633-640
I musulmani in Italia: chi sono e come ci vedono (Muslims in Italy: Who are they and how they see us), in Limes, n. 3, 2004, pp. 97-107
La laicità imposta per legge (Secular thought enforced by law), in Vita e pensiero, VXXXVII, n. 2, marzo-aprile 2004, pp. 75-78
Religioni d’Italia. Fedi e forme di spiritualità in un’epoca di pluralismo (Italy’s Religions. Faiths and Forms of Spirituality in the Age of Pluralism), in Religioni e Società, n.47, 2003, pp.7-8 (con F. Garelli)
Konflikte um islamiche Symbole in Europa, in Journal für Konflikt und Gewaltforschung, n. 2 (vol. 5), 2003, pp. 6-31
Sociology of a Newcomer: Muslim Migration to Italy Religious Visibility, Cultural and Political Reactions, in Immigrants & Minorities, 22, n.2/3, 2003, pp. 141-154
Oublier Fallaci, renvoyer Sartori, in La Libre Belgique, 10 agosto 2002, p. 31 (with F. Dassetto)
Islam in Europa, Islam d’Europa, in Studi Emigrazione/Migration Studies, n.147, 2002, pp. 549-558
Islam and other Religions. Which Dialogue in Europe?, in Studi Emigrazione/Migration Studies, n.147, 2002, pp. 627-644
Converts and the Making of European Islam, in ISIM Newsletter, n. 11, 2002, pp.1 e 26
Islamofobia? Nuove forme di definizione e stigmatizzazione dell’alterità (Islamophobia? New forms of definition and stigmatization of diversity), in Razzismo & Modernità, n.2, 2002, pp. 3-30
La sociologia di fronte all’islam. Introduzione non bibliografica (Sociology facing Islam. A non-bibliographical Introduction), in Quaderni Asiatici, n. 58-59, luglio-dicembre 2001, pp. 33-69
L’anomalie italienne: trois droites et aucune gauche, in La Revue Nouvelle, n.6, 2001, pp. 18-31
Immigrazione islamica e conversioni all’islam. Una nuova dimensione dell’Europa delle religioni (Islamic Immigration and Conversions to Islam. A New Dimension of European Religions) , in Studi Emigrazione, n. 137, 2000, pp. 21-40
Immagini di un islam plurale. Dinamiche sociali e processi di istituzionalizzazione tra i musulmani italiani (Images of a Plural Islam. Social Dynamics and Processes of Institutionalization among Italian Muslims), in Humanitas, n.6, 2000, pp.858-873
Il multiculturalismo alla prova. L’islam come attore sociale interno (Multiculturalism under Trial. Islam as an Internal Social Actor), in Sociologia e politiche sociali (numero monografico Multiculturalismo e politiche migratorie), n.3, 2000, pp.45-81
Dall’Islam ai musulmani. Fare ricerca su una religione ‘immigrata’ (From Islam to Muslims. Making Research on a ‘immigrant’ religion), in Sociologia Urbana e Rurale, n.58, 1999
L’islam d’Oriente (Oriental Islam), in Testimonianze, n.406, 1999, pp.54-63
Pluralismo religioso e società multietniche (Religious Pluralism and Multiethnic Societies), in Filosofia e Teologia, n.3, 1999, pp.433-455
Medine d’Europa. L’islam nelle città (Medinas of Europe. Islam in the cities), in Religioni e Società, n.35, 1999, pp.114-131
Pluralismo e dialogo interreligioso. Sfide e interrogativi dell’alterità (Pluralism and Interreligious Dialogue. Challenges and questions on Otherness), in Orientamenti, n.1-2, 1998
Immigrazioni e fondamentalismi (Immigrations and Fundamentalisms), in Servitium, n.117, 1998
In search of a lost enemy. Fear of Islam in the West, in Rive, n.5, 1997 (ed. ingl.)
I matrimoni misti in Italia (Mixed marriages in Italy), in Famiglia Oggi, n.3, 1997
L’evidenza negata. Individuo e società di fronte alla morte (Denied Evidence. Individual and Society Facing Death), in Orientamenti, n.5-6, 1997
Doppio misto. Le coppie interetniche in Italia (Mixed Doubles. Interethnic couples in Italy), in Il Mulino, n.5, 1997
Immigrazione e sindacato: un rapporto incompiuto (Immigration and Trade Unions: An Unfinished Relation), in Sociologia del Lavoro, n.64, 1996
Islam, occidente, problemi dell’immigrazione (Islam, the West and Immigration Problems), in Testimonianze, n.3 (383), 1996
L’islam in Europa. Una svolta storica (Islam in Europe. An Historical Turn), in Il Mulino, n.2, 1996
L’Islam in Italia: profili storici e sociologici (Islam in Italy: Historical and Sociological Profiles), in Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, n.1, 1996
Un’intesa per l’islam italiano? (An Agreement for Italian Islam?), in Il Mulino, n.5, 1996, pp.985-998
La città plurale. Etnie e mutamento urbano (The Plural City. Ethnies and Urban Change), in Orientamenti, n.3-4, 1995
L’islam e i matrimoni interreligiosi. Implicazioni giuridiche e sociali dei matrimoni misti nella comunità musulmana (Islam and interreligious marriages: Juridical and social implications of mixed marriages in the Muslim community), in Orientamenti, n. 5-6, 1994
Italie: le retour de l’Islam. La présence musulmane entre histoire et actualité, in Correspondances, n.22-23, 1994
Seconda religione, l’islam (Second Religion: Islam), in Il Mulino, n.5, 1994
Musulmani d’Italia. Un nuovo protagonista religioso, in Religione & Scuola, n.2, 1993
Mass media, immigrazione araba e guerra del Golfo. Il caso italiano (Mass Media, Arab Immigration and the Gulf War), in Dimensioni dello sviluppo, n.1, 1992
Le migrazioni nel Mediterraneo, in Africa e Mediterraneo, n. 1, 1992
Immigrazione e razzismo: considerazioni sulla situazione italiana (Imigration and Racism: Reflections on the Italian situation), in Orientamenti, n. 2/3, 1991
L’immigrazione in Italia e il contesto internazionale (Immigration in Italy and the International Context), in Prospettiva Sindacale, n. 79/80, 1991
Immigrazione, mondo del lavoro, sindacato – Quando la storia si ripete (Immigration, labour force, trade unions: When history repeats), in Prospettiva Sindacale, ibidem
La nuova normativa sugli immigrati extracomunitari (The new Norms on extra-Europeans immigrants), in Aggiornamenti Sociali, n. 4, 1990 (with D. Bonini)
La legge sui lavoratori stranieri immigrati in Italia (The Law on Foreign Workers Immigrated in Italy), in Aggiornamenti Sociali, n.7/8, 1987