Ipocrisie sui musulmani ed elezioni

Sarebbe fin troppo facile giocare sui nomi: il grande torto, o giù di lì. Ma è certo che la vicenda della moschea di Grantorto (o meglio, della non-moschea, l’ennesima che in Veneto non vedrà la luce) mette in evidenza una sequenza di ipocrisie da cui pochi escono bene.

Il principio, innanzitutto. I musulmani, come le persone di tutte le religioni, hanno il diritto, umano prima che garantito dalla costituzione, di vedersi riconosciuta libertà di culto e di preghiera. Il fatto che la Lega di fatto spesso lo contesti (ma ci sono anche sindaci leghisti, in questo stesso Veneto, che hanno preferito, saggiamente, inaugurarle, le moschee) non fa diventare diritto un torto, per così dire. Se non lo si consente, si chiama discriminazione, e si può nel caso ricorrere al giudice, che non può che applicare le leggi (e dare magari ragione ai musulmani, come accaduto a Verona).

La convenienza, in secondo luogo. Ormai tutti, a cominciare dal ministero degli Interni, che sta producendo alcune linee guida sulle moschee, sono convinti che sia meglio che i musulmani stiano in luoghi visibili, aperti, trasparenti, alla luce del sole, in collaborazione con le forze di polizia e le istituzioni locali, anziché in luoghi degradati, nascosti, invisibili, carbonari, mal tollerati e mal visti. Perché proprio questo favorisce integrazione, reciproca conoscenza e controllo sociale: proprio ciò che noi tutti vorremmo e a parole auspichiamo.

Le paure, d’altro canto. Le paure dell’islam sono comprensibili: nulla di strano su questo. E quindi anche i timori, le reazioni di chiusura. Come di fronte a ogni novità spesso accade. Ma su queste si potrebbe riflettere con pacatezza e ragionevolezza, e con i diretti interessati, e confrontandosi, andandosi incontro con reciproche concessioni, nella legalità e senza urlare. Se si sceglie quest’ultima strada vuol dire che l’obiettivo è sollevare un problema – perché porta visibilità, voti, e perché si sceglie un obiettivo facile, e anche un po’ vile, dato che i musulmani sono tra quelli con minor potere contrattuale, e oltre tutto non votano – non perché si vuole risolverlo. Ed è proprio quello che stanno facendo, in tutta Europa, gli imprenditori politici dell’islamofobia: sono i primi a sollevare il problema, ma sono gli ultimi a volerlo risolvere, perché toglierebbe loro una comoda rendita di posizione.

Le ragioni pratiche, infine. Non c’è dubbio che, nel caso specifico, ci possano essere serissime ragioni per considerare il luogo, eventualmente, inadatto. Le prendiamo per buone: sulla fiducia. Ma di fronte a queste un sindaco serio, in silenzio, avrebbe incontrato i protagonisti della vicenda, consigliandoli, spiegando loro che ci sarebbero potuti essere dei problemi, e indirizzandoli altrove, magari collaborando nella ricerca di un posto più adatto, nel reciproco interesse. Non è quindi per la posizione che ha preso che critichiamo il sindaco di Grantorto, e quelli che con lui soffiano sul fuoco, alimentando logiche di sospetto quando non carezzando il pelo al timore per il diverso che si cela in tutti noi, e che andrebbe invece educato. Un sindaco è sindaco di tutti i cittadini e i residenti.

Ormai di sale di preghiera musulmane, in Veneto, ce ne sono ben 110, e 764 in Italia, in proporzione al numero di musulmani. Vogliamo cominciare ad affrontare il problema per quello che è, pensando alle prossime generazioni anziché sempre e solo alle prossime elezioni?

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Ipocrisie sui musulmani ed elezioni, in “Il Mattino”, 28 febbraio 2011, pp.1-14

Le incaute dichiarazioni di Frattini e l’amicizia con i leader destituiti

Se compito del ministro degli Esteri è tutelare l’immagine e promuovere l’interesse dell’Italia, le dichiarazioni degli ultimi giorni del ministro Frattini sono quanto di più improvvido, e nel lungo periodo dannoso per l’Italia, possiamo immaginare.

Nei giorni in cui il popolo tunisino cacciava l’odiato e corrotto presidente Ben Ali e cercava di instaurare una vera democrazia, Frattini rivendicava l’amicizia dell’Italia e il “pieno sostegno ai governi tunisino e algerino” contro le sommosse popolari: suo bersaglio – quasi un riflesso condizionato che caratterizza la sua politica – il “pericolo di strumentalizzazione da parte di terroristi islamici”, dei quali nell’occasione non si è vista nemmeno l’ombra.

Mentre altri paesi arabi sono in subbuglio per una corale richiesta di maggiore democrazia nell’area, in un’intervista di assoluto candore propone per essi il modello Gheddafi, il peggior dittatore dell’area (al potere dal 1969, oltre quarant’anni!), vantando che i rapporti che ha l’Italia con Gheddafi non li ha nessun paese, e che ci aprirebbe le porte dell’Africa (lo vedremo quando Gheddafi finalmente cadrà, quanta riconoscenza ci manifesteranno il popolo libico e gli altri paesi africani…).

Oggi che il popolo egiziano vuole cacciare il suo, di dittatore, definisce Mubarak uomo saggio e lungimirante: e di fronte a chi, americani inclusi, gli chiede di lasciare immediatamente il potere, il nostro gli chiede di rimanere fino alle prossime elezioni.

Se ci aggiungiamo il costante e quasi disarmante, tanto è totale e acritico, sostegno ad Israele, possiamo dire addio alla nostra influenza nell’area. A contorno ricordiamo la soave delicatezza, mentre era in corso a Gaza un bagno di sangue, dell’intervista al TG1 in tuta da sci nel dicembre 2008, all’epoca dell’operazione ‘piombo fuso’. Va detto che il ministro, con le coincidenze, è sfortunato. All’epoca dell’invasione della Georgia da parte della Russia era in vacanza alle Maldive, e da lì seguiva distrattamente le sorti, più che dei georgiani, dell’amico Putin. E ancora nei giorni scorsi, nel pieno della crisi egiziana, era di nuovo sui campi di sci, per la fondamentale iniziativa “Parlamentari sulla neve”.

A parte l’ossessione del terrorismo e della sicurezza, che l’ha portato a proporre misure internazionali di monitoraggio di internet, fino a definire con roboanti quanto insensate parole le rivelazioni di wikileaks come “l’11 settembre della diplomazia internazionale”, facendo di Assange un nuovo temibile Obama, non ci ricordiamo altro di rilevante.

Ma oggi, finalmente, ha preso una decisiva iniziativa. Su Mubarak? Non proprio: su sua nipote. E prepara un ricorso alla UE per violazione della privacy sul caso Ruby. Meno male che abbiamo un ministro degli Esteri che si dà da fare…

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Le incaute dichiarazioni di Frattini e l’amicizia con i leader destituiti, in “Il Mattino”, 13 febbraio 2011, p.17

Errore storico sulla polveriera del mondo arabo

Il paradosso delle democrazie

Quello che sta succedendo nel mondo arabo – ieri in Tunisia, oggi in Egitto, domani forse in Algeria, Marocco e altrove in Medio Oriente – è una lezione e un monito per tutto il mondo democratico, Europa in testa. Dei popoli interi si sono svegliati e reclamano a gran voce libertà e democrazia: quello che da sempre l’Occidente dice che dovrebbero desiderare, ma che non ha fatto nulla per fargli ottenere. Al contrario: l’Occidente ha sempre sostenuto questi regimi, fino all’ultimo, in nome della propria stabilità e del proprio interesse. Cieco di fronte alla violazione dei più elementari diritti e sordo al richiamo ai principi su cui esso stesso dice di fondarsi. Europa e Stati Uniti hanno infatti sempre difeso l’indifendibile rappresentato da dittatori e regimi arabi, contro i loro stessi popoli.

In sintesi: il mondo arabo sta dicendo a noi democratici che anche loro vogliono la democrazia, che sono pronti a sacrificarsi per ottenerla. E noi stiamo loro mostrando che non ci crediamo, che per noi la democrazia è buona solo per noi, o al massimo, per gli altri, quando la esportiamo noi direttamente, insieme ai nostri eserciti, con quali disastrose conseguenze si è visto in Iraq e in Afghanistan. Un esempio – un altro, dopo il sostegno pronto e assoluto a Israele, a dispetto di tutto – del nostro predicare bene e razzolare malissimo, e del sostenere politiche di ‘due pesi due misure’ che inevitabilmente, e molto presto, ci verranno giustamente rinfacciate e ci si ritorceranno contro.

Solo oggi – ed è incredibile per chiunque abbia un minimo di conoscenza di queste situazioni – la stampa occidentale (e, molto meno, i suoi leader politici) comincia a chiamare dittatori quelli che fino a ieri ha chiamato presidenti, e regimi quelle che finora ha chiamato democrazie, denunciandone le nefandezze. Ma la cecità storica di cui dovremo rispondere è precisamente questa: di aver fatto finta di non sapere che questi regimi si fondavano solo sulle impresentabili basi della repressione, dell’appropriazione indebita delle risorse da parte delle leadership, della corruzione, della falsificazione sistematica dei risultati elettorali, delle leggi speciali e della tortura, del bavaglio alla stampa e alle opposizioni – con credenziali democratiche, quindi, nulle.

C’è da sperare che l’Occidente si risvegli dal suo torpore, riconosca di fronte all’opinione pubblica araba i suoi errori e le sue inerzie anche di pensiero, e sostenga le nuove future leadership di questi paesi nella loro difficile transizione, acquisendole come preziosi alleati e compagni di strada. E non ripeta l’errore storico, che si è trasformato in una storica tragedia, già compiuto in Algeria, quando interruppe un processo democratico in atto, tra un turno e l’altro delle elezioni, solo perché stavano andando al potere persone e partiti che conosceva poco, e che temeva forse al di là del giusto, assumendosi la responsabilità di essere concausa delle violenze che sono seguite.

Stefano Allievi

llievi S. (2011), Errore storico sulla polveriera del mondo arabo, in “Il Mattino”, 9 febbraio 2011, pp. 1-6 (anche “Tribuna di Treviso”)

Italia inadatta a maneggiare il caso Tunisia

Il satrapo è scappato. Il dittatore che le cancellerie occidentali per troppo tempo hanno fatto finta fosse un presidente democraticamente eletto, è fuggito via, senza vergogna, ma ben munito di risorse, come usa in questi casi.

La Tunisia si libera da una cappa di repressione e corruzione familiare che durava da quasi un quarto di secolo, più di quanto sia durato il fascismo. La fine del regime di Ben ali è una buona notizia per tutta l’area, ma i contorni di questa che è più un’implosione e un’autodissoluzione che una rivoluzione o un golpe di palazzo, ancora vaghi, lasciano adito a molte incertezze. La prima delle quali riguarda le modalità della transizione. Questo crollo di regime avviene in maniera più rapida e per questo inaspettata del previsto. La rabbia delle piazze non ha ancora raggiunto il suo culmine, ed esploderà con maggior forza – in quali forme è troppo presto per sapere – quando finalmente i tunisini potranno sapere la verità sull’entità delle spoliazioni sistematiche cui sono stati sottoposti, e una libera stampa e una vita politica vera, finora inesistenti, potranno denunciare, oltre agli scandali, la gravità e la durezza della repressione, che aveva le sue antenne anche nei paesi dell’emigrazione tunisina, Italia inclusa. Un governo di unità nazionale può essere intanto una soluzione tampone, in attesa dell’avvio di un processo democratico dalle molte incognite, e in presenza di una crisi economica profonda, senza nemmeno le risorse naturali di cui godono paesi vicini, come l’Algeria: la ricchezza tunisina, il turismo, ha ricevuto infatti un colpo molto duro dalla crisi economica europea.

Su questo scenario spicca la cecità e l’inconsistenza politica dell’occidente, e dell’Italia in maniera particolare. I paesi europei portano tutta intera la responsabilità di avere sostenuto fino all’estremo, per timore del fondamentalismo islamico, regimi indifendibili, rendendo quasi inesorabile la polarizzazione tra dittature cosmeticamente travestite da democrazie, nascoste dal belletto di elezioni che tutti sapevano truccate, e islamismo radicale: questo in Tunisia, come in Egitto, dove un regime sull’orlo della fossa prepara la transizione nelle mani del figlio del presidente, come altrove. Proprio perché queste stesse dittature hanno fatto piazza pulita di ogni opposizione, islamista o liberale, borghese o popolare, e della società civile, un’alternativa democratica e moderata non è a disposizione, né l’Europa ha fatto nulla per costruirla e sostenerla. C’è da sperare che impari la lezione e lo faccia ora. Il rischio altrimenti è che gli islamisti, in Tunisia come altrove costretti all’esilio o al carcere, si dimostrino la sola alternativa ai regimi che li hanno perseguitati. L’Italia, in questo panorama, spicca per un livello di insipienza politico-strategica ai limiti del suicidio diplomatico. Mentre la Gran Bretagna ospita come esule politico il leader islamista tunisino, peraltro moderato, Rachid Ghannouchi, il governo Berlusconi gli ha invece negato in passato persino il visto di ingresso. E mentre la Francia blocca i beni tunisini sul suo territorio, l’Italia tace e non fa nulla. Il ministro Frattini, ancora oggi, continua ad agitare lo spauracchio islamista, dimenticando di aver fatto molto perché ne crescesse la forza, e arriva a proporre, a una parte del mondo tutt’altro che primitiva, il modello Gheddafi, di cui gli stessi libici si sbarazzerebbero volentieri se solo lo potessero, e che nessuno nel mondo arabo prende seriamente a modello. Con questo, invece di prepararci a lavorare con le élite che governeranno domani questi paesi, ce le alieniamo ulteriormente. E rimpiangendo l’amico Ben Ali, che ha ospitato Craxi e fraternizzato con Berlusconi, che l’ha più volte incontrato anche privatamente nelle proprie vacanze, non facciamo che sottoscrivere una atto di abdicazione dalla nostra presenza nell’area.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Italia inadatta a maneggiare il caso Tunisia, in “Il Mattino”, 18 gennaio 2011, p. 7 (anche “Il Piccolo” p. 1-2 “Quel satrapo troppo amico”)

Le primarie sono fedeltà ai princìpi

In difesa delle primarie

In un editoriale pubblicato ieri l’amico Gilberto Muraro definisce le primarie uno “strumento per scegliere il perdente”. E si domanda se “vale la pena di farsi del male per fedeltà ai princìpi”. Ora, una delle cose di cui hanno sofferto i partiti italiani è proprio quella di essere stati così poco fedeli ai loro princìpi, cambiando continuamente idee e linea politica (molto meno le leadership), da produrre un crollo della fiducia e un forte aumento dell’astensionismo. Le primarie sono un principio costitutivo del Pd, che ha molto contribuito a caratterizzarne l’originalità, e uno strumento fondamentale per il suo rinnovamento: due buone ragioni per tenersele strette.

Esse servono per selezionare i vincenti, o almeno i migliori, non i perdenti. Matteo Renzi è diventato sindaco di Firenze grazie alle primarie del Pd. E oggi è uno dei suoi uomini nuovi più promettenti nonché, dicono i sondaggi, il sindaco più popolare d’Italia. Senza le primarie, semplicemente non sarebbe esistito. Nichi Vendola ha già vinto due volte le primarie di coalizione e il governo della sua regione, la Puglia. Se il Pd ha perso con i suoi candidati ufficiali forse deve fare una riflessione sulla bontà delle sue scelte e sulla sua distanza dall’elettorato: e magari sugli eterni sponsor dei perdenti (nel caso pugliese Massimo D’Alema), che collezionano sconfitte ma restano sempre a galla.

Piacciano o meno i personaggi citati, sono esempi di rapporto vero con il proprio elettorato e con la società che li esprime. Se altrove (come a Milano) i candidati ufficiali del Pd perdono, forse è perché sono quelli sbagliati, o forse è perché è sbagliato che il partito ne sponsorizzi uno solo, invece di lasciare la scelta alla base, accettando il suo responso e sostenendo il vincitore, chiunque sia. L’errore dunque non è fare le primarie, ma crederci solo a metà, e quindi farle male.

Le primarie sono state momenti di grande partecipazione, anche di non iscritti: merito del Pd è stato quello di attivarla, e suo demerito è stato semmai di non valorizzarla. La prima vittima della cancellazione delle primarie sarebbero proprio questi elettori: simpatizzanti del Pd, non dei vecchi partiti che gli hanno dato origine (a cui le primarie non sono mai andate giù, perché preferiscono la cooptazione, assai più controllabile). Inoltre non dividono il partito, ma ne consentono la partecipazione, rispecchiando gli umori della base. La prova è che come segretario del Pd ha vinto Bersani perché aveva più consenso, ma i perdenti collaborano fedelmente con il vincitore. L’errore è semmai che a livello locale si sono votate liste legate ai segretari nazionali, anziché persone davvero in competizione con le loro rispettive qualità, privilegiando l’obbedienza di corrente rispetto alla capacità di creazione di consenso.

Inoltre solo le primarie consentono di svecchiare un ceto dirigente arroccato sulla propria difesa, evitando di ripresentare alle elezioni i soliti noti, in calo di consensi, e favorendo la partecipazione di forze che fanno altrimenti fatica ad emergere. E’ per questo che, lungi dal cancellarle, vanno generalizzate: per scegliere i candidati al Parlamento come i sindaci e i segretari.

Quale è l’alternativa? Che, come avvenuto troppo spesso, i capicorrente si riuniscano in sedi non formali per decidere in una logica di spartizione: io mando il tuo a fare il segretario, se tu dai ai nostri un posto in parlamento, e a quegli altri il sindaco – e poi si fa un bel congresso per ratificare l’accordo. Le primarie sono il solo modo di spazzare via questo modo di fare politica: che riproduce le leadership senza produrre consenso (e anzi facendone perdere). Per questo dire addio alle primarie sarebbe dire addio al Pd.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Le primarie sono fedeltà ai princìpi, in “Il Mattino”, 11 gennaio 2011, pp. 1-4

Berlusconi, i paradossi della fiducia

Il paradosso è, etimologicamente, una asserzione “in contrasto con la comune opinione” (doxa). Il voto di fiducia incassato dal governo Berlusconi ne contiene almeno tre, che potremmo sintetizzare così: chi vince perde, chi perde vince, e chi non c’è continuerà a non esserci.

Il primo riguarda la maggioranza. Essa ha incassato, a metà del suo percorso legislativo, una attestazione di fiducia non necessaria, perché avrebbe dovuto proseguire il suo cammino naturale senza di essa, e non prevista, perché chi ha presentato la mozione di sfiducia era convinto di ottenerla, e non l’avrebbe fatto altrimenti. Ma quella che sembra una continuità (il governo prosegue) è in realtà una rottura radicale. Perché la maggioranza, dall’essere la più ampia della storia repubblicana, è diventata una delle più risicate e deboli, e il governo sarà d’ora in poi in balìa, oltre che dei comprati e venduti dell’ultima ora, di un qualsiasi raffreddore. E degli interessi dell’alleato leghista.

Il secondo paradosso riguarda chi la mozione di sfiducia ha presentato, il cosiddetto terzo polo. Perdente sul piano dei numeri, con diversi membri dei partiti che lo compongono che sono passati a sostenere il governo, dando uno schiaffo clamoroso alle aspettative dei rispettivi strateghi. E che tutti davano quindi allo sbando, e a rischio di ulteriori emorragie e cambi di casacche: che sempre vanno in direzione del potere. Ma che invece sembra rafforzarsi a seguito di un imprevisto colpo di scena: la sua unificazione, su cui pochi in questi giorni avrebbero scommesso. La promessa di un atteggiamento di responsabilità consentirà di far proseguire il governo tenendolo tuttavia sotto ricatto costante, conferendo ai terzopolisti un’aura di serietà che il Pdl non potrà mostrare, dovendo sostenere le leggi ad personam di Berlusconi che il terzo polo avrà buon gioco ad affossare, salvando invece quelle nell’interesse del Paese.

Il terzo paradosso riguarda il Partito Democratico. In teoria l’attore principale dell’opposizione, in pratica il più irrilevante. Ha giocato una partita non sua e non decisa da lui. Facendo le mosse giuste, e muovendosi compattamente e con serietà, a differenza di altri. Ma come attore, appunto, per quanto indispensabile, non come regista. Non solo: ogni volta che il governo, nella votazione di un articolo sgradito, verrà battuto in parlamento – cosa che accadrà spesso da ora in poi – chi ne otterrà visibilità e farà notizia sarà il terzo polo, non il Pd, nonostante sia esso a sobbarcarsi il grosso del lavoro e del peso dell’opposizione. La tentazione già emersa di immaginare il terzo polo come l’alleato moderato, lasciando la rappresentanza dei moderati ai centristi e implicitamente accettando che il Pd non rappresenti questa componente, è infine una rinuncia di fatto al suo progetto originario, che su questa commistione si fonda, e apre una questione politica interna non da poco.

Il risultato finale è che chi finirà per volere davvero le elezioni, con la possibilità di vincerle, e decidendone la data sulla base dei propri interessi, saranno i due attori minori sia della maggioranza che dell’opposizione: la Lega e il terzo polo. Mentre Pdl e Pd finiranno per subire le loro scelte. La rivincita dei piccoli.

Una nota a margine: l’ennesima mossa falsa della Chiesa come attore politico. Non solo il cardinal Bagnasco, come più alto rappresentante della chiesa italiana, dà il suo sostegno (e ci domandiamo in quanti altri Paesi europei tali esternazioni siano concepibili) al suo sempre più debole – e sempre più indifendibile, dal punto di vista cattolico – alleato berlusconiano, negando esistenza ed appoggio ai cattolici che stanno altrove. Ma risulta essere l’unica a non accorgersi di aver scelto come partner non il vincente di oggi, ma il perdente di domani. Una scelta che pagherà con una ulteriore perdita di credibilità, di influenza, e di potere.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Berlusconi, i paradossi della fiducia, in “Il Mattino”, 17 dicembre 2010, pp. 1-5 (anche “La Nuova di Venezia” e “La Tribuna si Treviso”, e “Il piccolo” 19 dicembre “Lega Nord e terzo polo, la rivincita dei piccoli”)

Berlusconia, fine impero a colpi di coda

Comunque vada a finire il 14 dicembre, che venga o meno votata la fiducia al governo Berlusconi, sul piano delle tendenze di fondo non cambierà nulla. Quel voto sancirà simbolicamente, in ogni caso, una cosa sola: la fine dell’impero. Un’epoca della storia italiana, per molti versi un’epopea personale, che nel bene e nel male ha segnato a tal punto questo Paese da non lasciare alcun dubbio sul fatto che il periodo dal ’94 (la famosa ‘discesa in campo’) ad oggi sarà ricordato come l’era berlusconiana, è all’inizio della sua fine.

Questa constatazione non toglie nulla alla tragedia di questi tempi inquieti. I periodi di fine impero sono sempre forieri di imprevedibili colpi di coda. Non sappiamo dunque ancora come avverrà. Quello che sappiamo è che la fine è ormai segnata, ma che potrà trattarsi di una morte subitanea o di una lunga devastante agonia. Potrà essere un Giulio Cesare assassinato da una congiura di senatori, pugnalato dall’abbraccio a tradimento dell’amico Bruto con l’aiuto di altri congiurati, o un Caligola che per estrema derisione delle istituzioni nomini senatore il suo cavallo. Potrà essere un Nerone che incendierà Roma distruggendola come cosa sua e per suo puro divertimento, o uno zar Nicola II dominato da un qualche subdolo Rasputin, per finire travolto dalla rivoluzione incombente. Potrà essere un Napoleone condannato ad un mesto esilio a Sant’Elena, o un Mussolini ignominiosamente impiccato a piazzale Loreto. Un Ludwig che si spegne lentamente nello sperpero, nel delirio e nella follia, o un Bokassa patologicamente criminale e tuttavia ancora circondato da una corte servile. Un Saddam Hussein mostrato impietosamente alle telecamere nel giorno della sua sconfitta finale, o un Idi Amin Dada crudele e assassino che finisce tranquillamente la sua vita in un dorato esilio saudita. Potrà essere infine un periodo di violenze personali all’interno della famiglia regnante, fitto di eventi traumatici incapaci tuttavia di interrompere una decadenza ormai avviata, e concluso con un fulmineo colpo di scena finale, come in tante tragedie di Shakespeare. O, come spesso accaduto nella storia, un prosaico periodo di assalto alla diligenza, di appropriazione indebita e di spoliazione delle ultime ricchezze pubbliche, di sordide pratiche clientelari, di cortigiani della peggior specie alla ricerca contemporaneamente degli ultimi favori del sovrano e delle possibili legittimazioni di fronte a un futuro potere inesorabilmente in arrivo: quei lunghi periodi di transizione in cui il peggio dell’essere umano emerge e si fa legge.

Qualunque cosa accada, siamo alla fine: forse “le comiche finali”, come preconizzava Fini qualche tempo fa; o forse invece la tragedia di un Paese su cui non c’è nulla, ma proprio nulla da ridere. Ci sarà tempo per i bilanci più pacati, per le condanne ideologiche o per le riabilitazioni revisioniste, per i rimpianti dei beneficiati e dei cortigiani e per la rabbia impotente di tutti gli altri. Quello che speriamo, per questo martoriato Paese, moralmente umiliato e materialmente impoverito all’interno e ridicolizzato all’estero, è che la fine sia la più breve possibile, e che il nuovo sistema politico e il nuovo edificio istituzionale, speriamo non il nuovo ‘uomo della Provvidenza’, quale che sia, emerga presto. Solo così, solo da allora, questo Paese potrà cominciare a rinascere davvero.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Berlusconia, fine impero a colpi di coda, in “Il Mattino”, 12 dicembre 2010, pp. 1-7 (anche “La Nuova di Venezia”)

anche come Allievi S. (2010), Il cavaliere all’ultimo atto. Comunque vada, la fine è iniziata, in “Il Piccolo”, 14 dicembre 2010, pp. 1-2 (anche messaggero veneto L’era di Silvo. All’inizio della fine, pp.1-2)

Leghismo e cattolicesimo popolare

La Lega, nel suo rapporto con il cattolicesimo, si trova a vivere un’ambivalenza profonda. Da un lato il contrasto polemico aperto, quasi una sorta di volontà di rivincita, e persino di concorrenza sui valori: che ricorda da vicino, nelle forme, certo anticlericalismo risorgimentale (anche se ne è lontanissimo nei contenuti, allora di ricostruzione e riconciliazione nazionale, mentre oggi l’enfatizzazione è sulla frattura nazionale). Dall’altro l’aver di fatto ereditato il largo parco elettorale cattolico, assumendolo, inglobandolo ma in larga misura anche riorientandone le pulsioni.

Non c’è dubbio che la Lega si inserisce nel mondo elettorale della ‘balena bianca’, la vecchia DC del nord, lombarda e veneta in particolare. E in apparenza, se ci accontentiamo di guardare i numeri e sovrapporre le carte elettorali, l’ha sostanzialmente sostituita. In realtà le cose sono più complesse. Nel voto alla Lega c’è certamente una componente cattolica, ma spesso quella con pratica e conoscenza più tiepida. Del resto da tempo il voto cattolico, in particolare proprio a seguito del crollo della DC, si è articolato nelle sue manifestazioni. Le ricerche misurano nell’elettorato cattolico a blanda partecipazione un netto orientamento verso il centro-destra, mentre in quello più impegnato e attivo – quantitativamente minoritario – vi è spesso un maggiore orientamento verso il centro-sinistra. Ma la Lega in parte sfugge a questa classificazione: essendo alleata, sì, con il centro-destra, ma non essendo, per i temi forti di cui è portatrice, troppo facilmente collocabile sul continuum destra-sinistra. Parte del voto cattolico di centro-destra d’altronde continua a votare per altri partiti conservatori, anch’essi eredi, in forma e modi diversi, del lascito democristiano: il PDL da un lato, e l’UDC, più riconoscibile come erede della vecchia DC, dall’altro.

Se si enfatizza l’elemento di concorrenza sui valori, non stupisce trovare nella storia della Lega il continuo riaffiorare di un anticlericalismo anche molto forte nei toni. Spesso la chiesa di Roma è stata tratteggiata nel suo essere, per l’appunto, di Roma, e quindi accomunabile nella polemica al più forte dei messaggi leghisti: quello contro “Roma ladrona”. Sarebbe sufficiente sfogliare gli albori di Lombardia autonomista, organo dell’allora neonata Lega Lombarda, per ritrovare le stesse polemiche di oggi, e persino la proposta culturale di far passare il Nord, in toto, al protestantesimo.

E’ quindi apparentemente contraddittorio osservare come la Lega sia anche il partito che per certi aspetti più di tutti insiste retoricamente sull’identità cristiana del Paese, specie se c’è da usarla come arma contro gli immigrati magari musulmani; ma lo è meno se osserviamo come sia anche quello che meno la frequenta e la conosce. Chi scrive ‘Padania cristiana’ a caratteri cubitali sui muri del Nord di solito in parrocchia non si vede o non è attivo. E chi rivendica crocefissi in ogni aula, scolastica e municipale, spesso a casa sua non ce l’ha e non lo prega. La stessa dirigenza storica leghista è lontana anni luce dalla pratica cattolica. Bossi non ha mai fatto mistero della sua felice ignoranza in materia; ministri ed ex-ministri come Calderoli e Castelli preferiscono, a quello cattolico, il matrimonio celtico, che consente tra le altre cose più rapide separazioni; e un dirigente come l’europarlamentare Borghezio, che non perde occasione per ergersi a paladino della cristianità italiana contro l’invasione islamica, l’unica croce con cui ha realmente dimestichezza, fin dal suo passato politico pre-leghista, è quella celtica. L’unico momento di visibilità cattolica all’interno della Lega è stato quando un’oscura e giovanissima militante delle Acli milanesi, avendo inviato al senatur un documento sul voto cattolico in Lombardia, si vide chiamata a fondare la consulta cattolica della Lega, e in pochissimo tempo fu catapultata al vertice della terza carica dello Stato: ci riferiamo alla presidente della Camera, Irene Pivetti, poi finita a percorrere una triste parabola da modesta presentatrice di programmi di intrattenimento sulle tv Mediaset, contenutisticamente assai poco cattolici. Per non parlare delle politiche che si pongono in conflitto diretto con il cuore del messaggio cattolico: e non si tratta solo di quelle sull’immigrazione o sui rom. L’antisolidarismo militante, l’enfasi sulla separazione e sulla divisione dalle aree più povere (l’egoismo dei ricchi), il rifiuto di logiche minime di riconoscimento universale dei diritti, la critica alla difesa della costituzione propugnata dal cattolicesimo democratico, per non parlare della polemica diretta contro quelli che vengono definiti da Bossi “i vescovoni” e contro la Caritas, sulle finanze della Chiesa, su quelle che vengono definite contraddizioni tra il predicare bene e il razzolare male (“che li accolgano in Vaticano, gli immigrati”), la definizione del cardinal Ruini “ruina d’Italia”, secondo una nota battuta bossiana, o le grevi ironie sul ‘perdonismo’ wojtyliano e la sua presunta debolezza (che ha trovato un rispecchiamento e dunque una legittimazione culturale nella polemica fallaciana) – tutto questo nella Lega è regola, non eccezione. Queste polemiche fanno parte della storia culturale della Lega: e ne sono, anzi, una matrice coerentemente reiterata nel tempo.

Un capitolo specifico riguarda le polemiche contro la chiesa ambrosiana, considerata la punta di diamante della Chiesa che si presenta o viene presentata, probabilmente a ragione, come nemica e alternativa in termini di valori rispetto a certa cultura leghista: ieri contro il card. Martini e oggi contro il card. Tettamanzi. La curia milanese è stata sempre un obiettivo prediletto: non amata dai leghisti, anche perché essa non ha mai fatto mistero di non amare la Lega, e gli egoismi che rappresenta. Peccato di lesa maestà doppiamente grave, essendo la diocesi ambrosiana anche la culla del leghismo e del suo capo indiscusso. Da qui battaglie politiche che assomigliano molto a tentativi di ingerenza, che a qualcuno hanno fatto ritornare in mente i tempi delle nomine vescovili caldeggiate dall’imperatore di turno: e oggi, non c’è dubbio, nel Nord comanda, sempre più, la Lega.

D’altra parte c’è anche una Lega alla disperata ricerca di benedizioni, se non di benemerenze, ecclesiali. E’ la Lega che difende il crocifisso – seppure considerato simbolo identitario e non religioso, e quindi più facilmente trasformabile in arma contundente – proponendone persino l’apposizione sulla bandiera nazionale, singolarmente proposta dall’ex-ministro Castelli, di cui abbiamo già ricordato le nozze celtiche. Del ministro Zaia che al meeting di Rimini va a proporsi, e a proporre la Lega, come il vero bastione della cristianità e il nuovo interprete dello spirito crociato. Del ministro Calderoli e del gran capo Bossi, in visita al patriarca Scola, primo alto esponente ecclesiale a riceverli per un’ora e mezza di colloqui, forse favoriti dalla comune origine lombarda e dalla strategica collocazione nel Nord. O dell’incontro ancora più autorevole con il cardinal Bagnasco (3 settembre 2009): un quarto d’ora forse più simbolico che di contenuto, e probabilmente, almeno nel breve periodo, più utile alla Lega che alla Conferenza Episcopale. Incontri volti a proporre un improbabile volto conciliante e filo-clericale della Lega, ma anche, probabilmente, a tentare di suggellare un patto di egemonia culturale condivisa e non più concorrenziale su un Nord sempre più saldamente in mani leghiste, e il cui elettorato è in parte significativa cattolico.

Difficile intravedere gli scenari che questi tentativi mettono in luce. Sul lato ecclesiale la Lega si manifesta boccone indigesto. Tanto che lo stesso cardinal Bagnasco, nei mesi successivi all’incontro, non ha mancato di polemizzare duramente con la Lega, sulla questione della moschea genovese come sul caso Tettamanzi; e il cardinal Scola è portatore di una visione del ‘meticciato delle culture’ molto più complessa e problematica, e certamente più ‘alta’, delle semplificazioni leghiste. La Lega di governo al Nord diventerà tuttavia un fatto compiuto sempre più difficile da ignorare, e si può presumere che questo porterà a una normalizzazione progressiva dei rapporti. Anche se si può ipotizzare che resteranno, nel mondo ecclesiale, tanto alla base quanto al vertice, forti sacche di resistenza culturale all’assalto leghista. Ma si sa: anche Mussolini aveva cominciato la sua carriera politica anarco-socialista con infuocati comizi in favore dell’ateismo, intimando a Dio, se esisteva, di incenerirlo all’istante, e ha finito per firmare i Patti Lateranensi. La piroetta leghista dal folklore neo-celtico al bacio dell’anello cardinalizio non sarebbe, dopo tutto, più estrema.

Eppure, nonostante una certa estraneità culturale diffusa tra il sentire leghista e quello cattolico, che si cerca talvolta di mascherare con qualche malcerto riferimento al federalismo di don Sturzo, il voto cattolico si è riversato nel contenitore leghista apparentemente senza soffrire alcuna contraddizione. Anzi, il prodotto piace. Piace perché propone un cattolicesimo di pura etichetta, poco esigente sul piano morale e religioso, riducibile a pochi elementi (identitari, appunto), familiari ma non invasivi, nostalgici ma innocui. E piace anche per l’elemento di critica allo strapotere vaticano, vissuto come lontano ed estraneo, in nome magari del richiamo alle care vecchie parrocchie in cui si parlava dialetto.

Su questo, più che la Lega, è la Chiesa a trovarsi in difficoltà e in contraddizione. La difesa dell’identità, un pilastro della politica culturale leghista, non può non piacere, laddove l’identità è supposta essere cattolica (ma talvolta sarebbe saggio ricordarsi del vecchio adagio popolare che recita: “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”). Sulla base di questo presupposto non poco clero, ma soprattutto moltissima base cattolica, si sono fatti felicemente sedurre dalla sirena identitaria leghista, talvolta flirtando con essa laddove sembrava rafforzare una identificazione con la Chiesa che, secondo tutti gli indicatori (pratica religiosa, frequentazione dei sacramenti, aumento di matrimoni civili e divorzi), è in realtà in calo. Ma il problema è che questa identità, fin dalle origini, cattolica non lo è affatto: e non solo per i richiami al folklore celtico e al dio Po. Oggi quei nodi vengono nuovamente al pettine. Ma è probabile che resteranno, come per il passato, ambiguamente sospesi, e irrisolti. Perché il problema vero non è quanto è cattolica la Lega: ma quanto sono cambiati i cattolici, e quanto sono disposti a mettere in mora le loro convinzioni morali, quando agiscono in politica. La crescita della Lega ci dice che lo sono, e molto. In un certo senso è un segno di laicizzazione ulteriore, non solo dell’elettorato, ma della società.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Leghismo e cattolicesimo popolare, in “Missione Oggi”, n. 10, dicembre 2010, pp. 18-21

Perché non esistono democrazie arabe? Svolta possibile con le élite immigrate

L’intervento di Larry Diamond dà una prima serie di risposte pertinenti a una domanda che tuttavia ha solo una funzione eminentemente retorica, utile più per attirare l’attenzione che per dare il senso di un’interpretazione.

Non ha senso infatti domandarsi se esistono democrazie arabe o democrazie islamiche. Esattamente come non avrebbe senso domandarsi se esistono democrazie slave, centrafricane, e tanto meno hindu o buddhiste. Certamente si può dire che in aree diverse del mondo le modalità di costruzione di modelli e istituzioni democratiche possono avere delle specificità e delle similitudini analizzabili e definibili (le democrazie scandinave, mediterranee, anglosassoni, ad esempio), seppure con variabilità interne significative e talvolta non minori di quelle rilevabili tra democrazie di contesti geopolitici differenti. In questo senso si può dunque parlare anche di democrazie arabe. Ma oltre non si va.

Non si può dire invece che la specificità religiosa caratterizzi un tipo di democrazia. E’ evidente a qualunque osservatore, ad esempio, che in contesto cristiano le forme di democrazia sono diversissime: non solo dalla Scandinavia luterana all’Europa orientale ortodossa all’Italia cattolica. Le differenze sono enormi anche solo all’interno di un medesimo contesto confessionale: si pensi al mondo cattolico, dall’Italia e Spagna mediterranee (peraltro diversissime tra loro nella declinazione democratica della laicità e della separazione Stato-Chiesa, ad esempio) alle Filippine e all’America Latina.

Inoltre non è ipotizzabile alcuna predisposizione o assenza di predisposizione alla democrazia di tipo per così dire ontologico: e lo dimostra una semplice analisi diacronica. Quale osservatore avrebbe mai potuto immaginare che cattolicesimo e democrazia potessero coesistere se si fosse guardato intorno negli Anni ’30, osservando i cattolicissimi regimi del periodo, dal Portogallo di Salazar alla Spagna di Franco, dall’Italia (culla e centro del cattolicesimo) di Mussolini agli ustascia croati? E negli stessi anni erano del resto culturalmente cristiane la Gran Bretagna democratica e la Germania totalitaria hitleriana. E d’altro canto chi potrebbe dire oggi che il cattolicesimo è incompatibile con la democrazia? Tanto può bastare per tagliare la testa al toro di tante dissertazioni essenzialiste sulla compatibilità o meno tra islam e democrazia.

Torniamo quindi alle democrazie arabe. Per cercare di ragionare su altri fattori, non culturali e tanto meno religiosi, che tuttavia sembrano avere parecchio a che fare con la mancanza di democrazia nei Paesi arabi: situazione politica interna, sviluppo economico e geopolitica. Ammesso e non concesso che abbia un senso isolare i Paesi arabi da altri dell’area per trovare loro specificità: Turchia e Iran, uno democratico e l’altro no, non sono arabi, ma condividono con i Paesi arabi l’essere a maggioranza islamica e molte similitudini storiche, politiche, strategiche, e di rapporti con l’Occidente.

Diamond cita come Paesi arabi più vicini a un’idea di democrazia l’Iraq e il Libano. Sul primo è legittimo opinare: il fatto che la presenza di elezioni ragionevolmente pulite e partecipate faccia dell’Iraq un Paese democratico è visione volontarista e giustificazionista (e molto americanocentrica); e portare il Paese ad esempio è certamente un autogol per chi ha a cuore la diffusione della democrazia nell’area: l’Iraq è e rimarrà a lungo, agli occhi degli arabi, niente più che un protettorato americano. Ma è più importante ragionare sui Paesi che democratici non sono.

Cominciamo dalla situazione politica interna. Si tratta per lo più di Paesi fortemente centralizzati, in cui il controllo di poche posizioni dominanti consente il controllo sostanziale del processo politico ed economico. Si tratta inoltre di Paesi altrettanto fortemente corrotti, nei quali il controllo delle istituzioni – dai ministri all’ultimo dei doganieri – produce rendite economiche importanti, e un interesse evidente al mantenimento dello status quo, e in particolare al rifiuto della democrazia e di alcune delle sue fondamentali precondizioni: la libertà di organizzazione e associazione da un lato e la libertà di stampa dall’altro. Questa miscela favorisce il rafforzarsi di una rete particolarmente stretta di controllo delle posizioni dominanti e delle rendite relative in capo a pochi individui riconducibili a legami parentali o di clan, in una forma particolarmente invasiva di familismo amorale. Ciò è particolarmente visibile nelle dinamiche di trasmissione del potere di padre in figlio, che si tratti di monarchie democratiche come in Marocco, di totalitarismi come in Siria o di pseudo-democrazie come in Egitto (anche se questa è una tendenza più generale che riguarda il trasformarsi delle democrazie in cleptocrazie anche in Occidente: citiamo solo – ma non è il solo – l’esempio del clan Bush). Ne consegue che la società civile è fragile e sostanzialmente alla mercé della benevolenza del potere. E che la stessa economia è fortemente indirizzata dall’alto, intrinsecamente parassitaria e inevitabilmente distorta: un modello altrettanto autoritario di quello cinese, guardato non a caso in quest’area con rispetto, ma molto meno efficiente.

In questo quadro il progressivo diffondersi di segnali di apertura istituzionale, di progressiva maggiore incisività del mondo dell’informazione, anche grazie alla diffusione di media transnazionali e panarabi e al rafforzarsi delle risorse del web, nonché l’induzione per via esterna di corpose iniezioni di mercato, costituiscono segnali incoraggianti, e da non sottovalutare nel medio periodo.

C’è però un serio problema di interpretazione, tutto occidentale, di questi segnali. Nel timore generalizzato del contagio islamista si considera infatti come segnale preoccupante (lo fa anche Diamond) il fatto che parti significative di opinione pubblica, più o meno tanti elettori quanti richiedono maggiore democrazia nei propri Paesi, chiedano che la religione abbia un’influenza sulla vita politica e sulle istituzioni e si possa costruire una qualche forma islamicamente corretta di democrazia. Ebbene, non solo le due richieste non sono necessariamente in antitesi tra loro, ma solo una visione superficialmente laica e molto eurocentrica può ragionevolmente aspettarsi qualcosa di diverso. Dopo tutto che nei Paesi arabi vadano al potere democraticamente eletti dei partiti islamisti non è più strano di quanto lo sia il fatto che gli elettori dei Paesi europei abbiano per una lunga stagione, e in parte tuttora, votato per dei partiti democristiani: e l’esempio turco è lì a dimostrarci che non necessariamente questo è un male – al contrario, può essere il modo migliore di traghettare questi Paesi verso una piena democrazia. La stessa preoccupazione sulla potenzialità democratica di partiti religiosi anche radicali, che si ispirano ad esempio ai Fratelli Musulmani – o la presunzione che tali forze siano irrimediabilmente antidemocratiche – si basa più su precomprensioni ideologiche che su analisi empiriche: e uno sguardo recente sui fermenti in questi ambiti ci riserverebbe più di una sorpresa.

Sul piano economico Diamond rileva giustamente che molti Paesi arabi vivono di una ricchezza recente e, aggiungiamo, molto mal distribuita. Ma soprattutto per lo più dovuta alle rendite petrolifere e del gas (e guarda caso, dei 23 Paesi che derivano la maggior parte delle loro ricchezze da queste risorse nessuno è democratico, arabo o meno). E, poiché alcuni sono talmente ricchi da non far nemmeno pagare tasse, viene meno il bisogno di una ‘representation’ a fronte di una ‘taxation’ che non c’è, perché si perde motivazione alla medesima. A questo si collega un fenomeno più generale e geograficamente pervasivo di distacco dalla politica proprio delle fette di pubblica opinione che più contano economicamente; anche in Occidente la categoria dei ricchi e ricchissimi o è disinteressata alla politica nazionale (come accade per lo più alla superclasse mobile e cosmopolita che, per parafrasare Lash, ha spesso una ‘visione turistica’ dei fenomeni politici oltre che di quelli concernenti la responsabilità etica legata al territorio) o se ne interessa non per un disegno politico, ma a coronamento, consolidamento e accrescimento del proprio potere personale. Detto questo, anche in economia abbiamo la sensazione che si sottovalutino segnali interessanti di innovazione e permeabilità (e anche di ‘islam di mercato’) che non vanno contro i processi di democratizzazione, ma piuttosto a loro favore.

Infine, la geopolitica. Democrazie cosmetiche come Tunisia ed Egitto, ma anche monarchie illiberali come l’Arabia Saudita, sono in realtà Paesi autoritari: regimi impopolari, che sopravvivono grazie alla repressione e, dove si vota, alla falsificazione plateale dei risultati. Ma sono precisamente i Paesi maggiormente sostenuti dall’Occidente, che si guarda bene dal metterli in discussione, e al contrario li sostiene e li puntella in tutti i modi possibili, considerandoli suoi alleati di fiducia, rinviando il loro inevitabile crollo, e rendendo più probabile il manifestarsi di lacerazioni gravi quando il momento verrà, rischiando di collocarsi dalla parte sbagliata proprio rispetto alla domanda di democrazia in quelle aree. L’Europa in particolare non ne esce bene: ha osteggiato a suo tempo il processo di democratizzazione in Algeria, plaudendo alla sua interruzione tra un turno e l’altro perché non andava nella direzione voluta, assumendosi gravissime responsabilità nella mattanza che ne è seguita. Ha inizialmente osteggiato le tendenze democratiche in Turchia per il medesimo motivo. E continua a sostenere i peggiori nemici della democrazia nel mondo arabo (ultimo, per quel che riguarda l’Italia, la Libia). Difficile immaginare che tanta cecità favorisca la democrazia nell’area. Fortunatamente va in altra direzione la spinta che, sempre dall’Europa, proviene dalle minoranze arabe qui emigrate: che, beneficiarie della democrazia e della cultura dei diritti europea, formate nelle università europee dove se ne studiano radici e benefici, ma anche solo per effetto di mera comparazione, costituiscono una preziosa spinta al mutamento democratico nei rispettivi Paesi d’origine. Con interessanti e pochissimo analizzati effetti di feedback: dall’Europa al mondo arabo attraverso le elites arabe in corso di europeizzazione. Un bacino di innovazione che bisognerebbe imparare ad usare di più e meglio.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Perché non esistono democrazie arabe? Svolta possibile con le élite immigrate, in “Reset”, n. 122, novembre/dicembre 2010, pp. 60-63

In Italia la famiglia è aiutata soltanto a parole

In questo paese la famiglia non è una risorsa, e nemmeno un problema: è una retorica. Ci si fanno family day e conferenze programmatiche: e, concretamente, la si uccide. Non c’è paese dove se ne parli così tanto, e dove si faccia così poco per essa.

E’ il caso allora di ribadire qualche dato fondamentale. Questo paese sta vivendo una transizione demografica epocale, che ne fa quello con la minor natalità al mondo! Possibile che non si capisca che è una priorità politica dalle conseguenze devastanti? L’invecchiamento della popolazione fa sì che le persone che vivono più a lungo chiedano più risorse, di sanità e di cura, e ricevano pensioni sempre più a lungo. Mentre i giovani sanno già oggi che non avranno mai quanto ai loro genitori è stato garantito, e che loro devono mantenere: perché ci saranno sempre più pensionati rispetto ai lavoratori. Un’altra conseguenza del calo demografico, è che, piaccia o meno, occorre più immigrazione per tenere in piedi il sistema. Ma anche l’immigrazione e l’integrazione hanno dei costi sociali, per non parlare delle trasformazioni culturali e di lungo termine che producono: una società che si pone questi problemi dovrebbe fare infinitamente di più per le famiglie e la natalità.

Al di là dei dati economici e demografici, le famiglie sono una rete di relazione, di solidarietà, che rende meno soli, meno alienati, che produce gratis controllo sociale (senza telecamere e pattuglie di polizia), che fornisce gratis modelli educativi (al di là e con più forza della scuola e delle stesse religioni che la difendono), che produce quotidianamente e gratis sostegno ai più deboli (in una società che li ha dimenticati e non se ne occupa), che insegna senza nemmeno accorgersene e perché costretta dalle risorse limitate solidarietà e condivisione (è il significato della parola fraternità, che non a caso si sta dimenticando, in una società di figli unici). E’ una risorsa concreta e un modo di pensare il mondo, quindi, che si va perdendo se non lo si sostiene. E le cui conseguenze sono devastanti per la società nel suo complesso: che diventa più chiusa, più egoista, meno solidale, più impaurita, meno capace di guardare al futuro e quindi di inventare, di creare, di investire energia (non lo si fa, se la società è più vecchia e ha più passato da rimpiangere che futuro da sperare).

Ecco perché bisogna far diventare la famiglia una priorità. Detassando, defiscalizzando famiglie e figli, e investendo in welfare: asili, risorse sociali, assistenza per i più deboli e i non autosufficienti. La destra deve quindi uscire dal predicare bene e razzolare male (il taglio delle risorse ai comuni si sta scaricando interamente sulle famiglie e i soggetti deboli) e dalla retorica familista priva di conseguenze, su cui tanta responsabilità ha anche il mondo cattolico: riconoscendo laicamente che esistono oggi modelli familiari al plurale, che includono famiglie monogenitoriali, separate, divorziate, ricomposte, di fatto – e sostenendoli tutti. La sinistra deve uscire dalla subalternità alle logiche marginali: per cui si sostengono giustamente i diritti di gruppi minoritari (coppie di fatto e omosessuali, ad esempio), ma assurdamente in contrapposizione ai diritti della grande maggioranza di famiglie oggi tragicamente in difficoltà.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), In Italia la famiglia è aiutata soltanto a parole, in “Il Mattino”, 29 novembre 2010, p. 5 (anche “La Nuova di Venezia”, pp. 1-5, “La Tribuna di Treviso”, pp. 1-5)