L’autoreferenzialità del PD

In un articolo recente – alla luce della sconfitta elettorale, e nel contesto del rinnovo degli organismi locali del Partito Democratico – ho svolto alcune considerazioni su una “una gestione verticistica delle candidature” padovane, e “un eccesso di padovacentrismo”. Critiche peraltro diffuse, di cui mi sono fatto voce senza pretendere di esserne portavoce. Fatte non per appioppare la sconfitta a chicchessia, ma per evitare di ripetere gli errori del passato.

Rispetto a queste osservazioni – oneste perché aperte e dirette – sul modo di condurre il PD, potevo aspettarmi una risposta politica. E’ arrivato invece un attacco personale che lascia trapelare il fastidio per l’impertinenza di chi si permette di disturbare il manovratore.

Nella sua replica infatti Gianluca Gaudenzio esibisce sarcasmo e supponenza: “ho letto con il sorriso sulle labbra l’intervento di Stefano Allievi…”. Con ciò mostrando una tragica incapacità di ascoltare le voci in dissenso, che fa tanto vecchia politica, e dispiace vedere in un dirigente ancora giovane.

L’accusa di verticismo si riferiva a un dato preciso. La segreteria provinciale si è spesa esplicitamente a favore di un solo candidato. Questo candidato è stato battuto: terzo in città, a grande distanza dai primi due, quarto nella bassa padovana, sesto nell’alta. Ed è risultato eletto solo grazie al gioco dei resti. E’ il segno evidente di una non capacità di governo, e soprattutto di una drammatica carenza di ascolto della base e del territorio. Quanto al padovacentrismo, non è questione di opinioni, ma di fatti: gli eletti in regione sono tutti di Padova città (e tutti uomini, in violazione delle norme del partito: si è lasciato alla provincia di designare delle donne, peraltro uscite benissimo dalla competizione), così come erano di Padova città gli eletti in consiglio provinciale – anche quelli eletti in provincia. E se il PD vorrà tornare a contare qualcosa fuori dal fortino padovano, e non fare la fine del generale Custer, questo è sicuramente un problema.

Gaudenzio si trincera burocraticamente dietro l’affermazione che i candidati sono stati scelti dopo un’ampia consultazione democratica con i circoli. Già. Peccato che le telefonate a sostegno del candidato della segreteria, indirizzate anche alla provincia, e la preparazione della sua campagna elettorale, fossero partite ben prima di quella consultazione. E arriva ad accusare inelegantemente gli esponenti della provincia di non essersi candidati perché non avevano il posto garantito. Peccato che a loro la proposta fosse stata fatta all’ultimo, a giochi fatti, e quando era difficile anche organizzarla, una campagna elettorale. E peccato che l’argomento possa valere per chiunque altro, incluso il candidato della segreteria: avrebbe corso, senza la garanzia di quel sostegno, che altri non hanno avuto?

Il tono complessivo mostra il rifiuto dell’idea che un partito è un soggetto collettivo, in cui tutti hanno diritto di parola, e l’arroganza miope di chi pensa che sia cosa dell’apparato, autoreferenziale: che è precisamente una delle attitudini che hanno fatto perdere consensi al PD. Quegli stessi consensi che invece aumentano quando si dà voce a tutti, e tutti si ascoltano, come nelle primarie e in altre occasioni.

Gli elettori e i militanti del PD – quelli interessati al suo futuro e non solo al suo passato – vogliono un partito aperto, propositivo, innovativo, presente nel territorio, che non ha paura delle critiche e anzi ne fa tesoro: per sbagliare meno in futuro. E in nome della speranza che incarna, del progetto di società che (faticosamente) delinea, hanno il diritto di dire la loro (a meno che non si pensi che sono i cittadini ad essere al servizio della politica e non viceversa). Dopo tutto è un partito che nasce da una domanda di presa di parola da parte di soggetti nuovi, di pezzi di società che non si sentono rappresentati, e sull’offerta di farlo, sull’incoraggiamento a partecipare a un progetto nuovo. E’ bene che questa lezione non si perda. Pena una inevitabile agonia.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), L’autoreferenzialità del PD, in “Il Mattino”, 28 aprile 2010, p. 25

Un partito che deve sottrarsi al giogo dei padri fondatori

I ballottaggi, con la perdita di Mantova, hanno sancito la sostanziale sconfitta del Partito Democratico, in particolare al nord. Sarebbe però fuorviante ridurre il dibattito post-elettorale all’interno del PD a uno sterile tiro al piccione. Anche perché a perdere, a livello nazionale, non è stato Bersani, così come a livello regionale non è stato Bortolussi. La colpa del risultato, in Veneto, non è imputabile al candidato, ma al modo in cui si è arrivati alla sua designazione, al ritardo accumulato, alla scelta della persona prima di avere un programma e un progetto politico condiviso.

Dalle urne tuttavia non esce sconfitto il progetto per il quale il PD è nato, ma semmai la sua mancata realizzazione, soprattutto da parte di chi è rimasto ancorato alle tradizionali componenti e non riesce a riprendere i legami con una società che è nel frattempo cambiata. E’ nella distanza tra certo apparato del PD e il suo elettorato che si trova una delle chiavi per leggere questa sconfitta. Né è un esempio significativo il caso padovano: in cui buona parte del gruppo dirigente ha scelto di spendere il suo peso politico tutto a favore di un solo candidato, che è risultato di gran lunga il meno votato tra quelli eleggibili, superato in alcune circoscrizioni anche dai candidati locali di bandiera. Un fatto che non potrà non pesare sul dibattito interno al PD. Mentre il candidato che ha ottenuto più preferenze è stato quello più trasversale, sostenuto anche da molti – e da molti giovani e nuovi iscritti – che non appartenevano né ai DS né alla Margherita, e vorrebbero costruire una storia politica capace di maggiore autonomia e innovazione rispetto ad essi.

Il PD ha davanti a sé una grossa occasione per dare un segnale di discontinuità di metodo e persone, e nello stesso tempo di coerenza e continuità con il progetto intorno a cui è nato. Ed è il rinnovo degli organi dirigenti e dei segretari di circolo, comunali e provinciali: il solo modo per esprimere un ceto politico radicato nel territorio, e che a questo risponda, come oggi tutti dicono di voler fare. L’elezione di Laura Puppato a capogruppo del PD in consiglio regionale è un primo segnale in questa direzione. Ma bisogna sradicare anche i piccoli potentati locali e sostituirli con una classe dirigente adeguatamente rinnovata.

Anche qui il caso padovano è significativo. Sulla segreteria provinciale precedente pesa la difficoltà di tutti gli inizi, oltre tutto in una fase infarcita di appuntamenti elettorali, alcuni condotti con successo, come quello che ha portato alla rielezione di Zanonato, ed altri molto meno, come quello provinciale (e, con responsabilità condivisa con molti altri, quello europeo, che ha portato alla mancata elezione di parlamentari veneti a Bruxelles, e ora quello regionale). Ma anche la gestione verticista delle candidature in questa campagna elettorale e il mancato ascolto della base. Nonché un eccesso di padovacentrismo, che ha visto tutta la provincia schiacciata dalla città e umiliata al punto che sono di Padova città tutti gli eletti in consiglio provinciale e tutti gli eletti padovani in regione. Il segretario del PD provinciale dovrà quindi rappresentare innanzitutto la provincia. Ed essere una figura con solidi legami col territorio, misurati dal consenso elettorale e dalla capacità amministrativa, la voglia di giocare di squadra, portandone al governo del PD una innovativa e capace, e mostrando di aver superato, nella sua pratica politica, la logica delle appartenenze, delle correnti, delle fedeltà di apparato anziché di partito.

Se si vuole dare una svolta, occorre puntare con forza a quella parte di PD che crede nel PD anziché nei suoi soci fondatori, e che è più attenta ai frutti da far maturare che alle radici di cui fare memoria. L’alternativa è un declino lento ma sicuro, da riserva indiana. Mentre proprio il risultato elettorale mostra quanto ci sia bisogno di una opposizione, innanzitutto culturale, forte e di ampi orizzonti.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Un partito che deve sottrarsi al giogo dei padri fondatori, in “Il Mattino”, 14 aprile 2010, pp. 1-5 (anche la Nuova Venezia e la Tribuna di Treviso con il titolo “Democratici. Basta dominio dei fondatori”)

L’indicazione di voto della Cei

Sul Mattino di ieri don Marco Cagol ha proposto delle interessanti riflessioni sul messaggio pre-elettorale del cardinal Bagnasco. Che meritano, per la loro profondità, qualche chiosa.

Egli afferma che è stato consolante vedere come non ci si siano “stracciate le vesti per una presunta ingerenza della Chiesa”. Ovvio che lo schieramento di centro-destra, dominante sui media, non avesse interesse a parlarne in questi termini. Ma è anche vero che le voci dissenzienti, anche interne alla Chiesa, non hanno molti ambiti per manifestarsi, a cominciare dalla stampa cattolica, piuttosto sorda in materia.

Proprio lo spazio dato alle parole di Bagnasco dimostra peraltro che, in positivo o in negativo, strumentalizzazione c’è stata eccome: e abbiamo troppa stima dell’intelligenza del cardinale per pensare che fosse inaspettata. Anche perché, se si fosse davvero voluto mandare un messaggio solo pastorale e non elettorale, lo si sarebbe fatto dopo le elezioni, non prima.

Essendo tra coloro che hanno letto interamente il testo – effettivamente ben più profondo di come lo si è sintetizzato – vorrei sommessamente aggiungere che l’impressione, nel passaggio poi evidenziato dalla stampa, era proprio quella di una precisa indicazione di voto, cui mancava solo l’esplicitazione finale: votate centro-destra. O almeno non votate Emma Bonino e Mercedes Bresso. Prova ne sia che se ne sono accorti tutti, di destra e di sinistra.

La destra è stata lesta nello sfruttare il sostegno che le è stato offerto, mettendo in ombra alcune banali verità, occultate anche nel documento. Ad esempio che l’aborto – il tema di cui soprattutto si è parlato – non è un qualcosa che vuole introdurre la sinistra, ma una legge dello stato, che anche la destra vuole mantenere, tanto è vero che nessuno si è mai davvero posto il problema di abrogare la legge 194. Che gli aborti legali sono in diminuzione. E che in aumento sono tragicamente quelli clandestini, specie tra alcune popolazioni immigrate: e c’entrano molto con la condizione di clandestinità a cui le leggi approvate dalla destra li costringono. E infine che l’aborto non è propriamente tema da elezioni regionali: il bene comune locale avrebbe bisogno di ben altre sottolineature.

“Sostiamo un attimo e proviamo a pensare”, ci dice don Marco Cagol, con le parole di Bagnasco. Magari anche alle conseguenze di questi messaggi. Perché se occorre “approfondire le proprie convinzioni non sulla base di slogan, ma con l’uso accurato della ragione vissuta nella fede”, serve un franco dibattito, nello spirito della correzione fraterna, non dei messaggi sempre e solo calati dall’alto, dove l’ascolto è a senso unico: delle pecore da parte dei pastori, come se i pastori non avessero mai bisogno di ascoltare. Abitudine invalsa anche tra i vescovi, se è vero, come notava Francesco Jori su questo giornale, che chi parla a nome loro ha la singolare abitudine di farlo prima ancora di averli sentiti: come prolusione, non come sintesi finale di un dibattito, che infatti non fa mai notizia.

Una riflessione sulle modalità con cui la chiesa si pone probabilmente gioverebbe anche ad essa. Perché ormai – molti sondaggi lo indicano con chiarezza – le prese di posizione dei vescovi sono sempre più deboli nell’orientare l’elettorato cattolico: che comunque voti lo fa esercitando la sua autonoma riflessione. E certi messaggi aumentano il disagio di chi, pur cattolico, non vi si riconosce, e si rattrista dell’uso elettorale di parole e temi alti, producendo quello che un libro di qualche anno fa chiamava “lo scisma sommerso”. Mentre tra i vertici politici rischiano di far prevalere un clericalismo spesso inversamente proporzionale alla fede, e una attenzione alla Chiesa strumentale, che ne immiserisce il messaggio nella stessa misura in cui ne esalta il ruolo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), L’indicazione di voto della Cei, in “Il Mattino”, 3 aprile 2010, pp. 1-15 (anche la Nuova Venezia e la Tribuna di Treviso)

La Lega è messa alla prova

La Lega è stata la principale novità politica degli anni ’80 e ’90. In questo senso è la principale promessa non mantenuta della Seconda Repubblica, di cui è il rappresentante più longevo (tutti gli altri hanno cambiato nome anche più volte). Promessa, perché è riuscita a imporre il federalismo all’agenda di tutti, anche i più riottosi. Non mantenuta, perché l’ha dichiarato ma poco praticato, in questo che è stato il governo forse più centralista della storia repubblicana; e anche in Veneto, in cui ha governato per oltre un decennio senza nemmeno riuscire ad approvare lo Statuto, che qualche spiraglio federalista poteva pur aprirlo (mentre l’hanno approvato quasi tutte le altre regioni). Insomma, ci ha dato la confezione con il fiocco e i nastrini (la promessa del federalismo fiscale), ma non ancora il regalo.

C’è una seconda ragione per cui la promessa non è stata mantenuta. Il localismo è una straordinaria occasione democratica, perché avvicina la politica ai cittadini, e la Lega ha avuto il merito storico di costringere tutti a riscoprirlo (magari riscoprendo il municipalismo di don Sturzo e il federalismo di Silvio Trentin). Ma, anche in questo caso, ne ha adottata una pratica ambigua: fuggendo il confronto, che è l’abc della democrazia locale, praticando lo spoil system come pochi altri, accettando al suo interno un cesarismo assoluto, in cui decide tutto Bossi, alla salute del decentramento. Del resto la Lega è l’ultimo partito ideologico in un’epoca di crollo delle ideologie: ed è per questo che è forte e ottiene consensi, come alle ultime europee, anche dove non è presente sul territorio, che è invece la sua forza altrove.

Detto questo, i sondaggi ci dicono che vincerà, almeno in Veneto. E vincerà nell’urna, non nella campagna elettorale: che pure, nonostante gadget all’americana e cartelloni giganti, appare povera di coinvolgimento e di passione.

Per la Lega si tratta di un’occasione storica, e non a caso ha puntato tutto su di essa. Perché governa, e spesso da diverse legislature, in un’ampia area del nord, e in particolare del lombardo-veneto. Ma non ha mai governato nulla di veramente decisivo e per questo simbolico anche a livello nazionale. La conquista e l’immediata perdita di Milano è stata, in questo senso, una dimostrazione di incapacità e una bruciante umiliazione. Il Veneto potrebbe essere la rivincita.

Vincendo, e governando in prima persona, la Lega dovrà però dimostrare di essere diversa da ciò che sembra. Il che significa che dovrà cambiare: essere di governo e basta, e non di lotta e di governo. Nel concreto, non potrà più limitarsi a sollevare i problemi (citiamo a caso: sicurezza, immigrazione, islam): dovrà risolverli. Dove risolverli significa proporre delle soluzioni praticabili, non delle parole d’ordine generiche: e, per esempio, integrare gli immigrati, non dire che bisogna cacciarli; far pregare i musulmani, non impedirglielo; produrre sicurezza anziché conflitto sulla medesima. Perché governare è appunto sanare o meglio ancora prevenire i conflitti, non evocarli. Una sfida culturale, innanzitutto interna, che è ancora lungi dall’essere affrontata in tutta la sua portata.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), La Lega è messa alla prova, in “Il Mattino”, 27 marzo 2010, p. 3 (anche la Nuova Venezia e la Tribuna di Treviso)

L’appello del cardinal Bagnasco: Un esplicito assist al centro-destra

Il cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha deciso di entrare in campo. E porge un assist formidabile al centro-destra. Non si può interpretare altrimenti l’intervento di ieri, con cui suggerisce caldamente agli elettori di non votare chi è a favore dell’aborto.

I valori “non negoziabili” indicati dal cardinale all’attenzione dei fedeli, di fronte alla scelta elettorale, sono “la dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l’indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna”. Cioè tutto quello che la destra è disposta a dare alla chiesa cattolica, almeno a parole, in cambio della sua dichiarazione di voto.

Già la selezione dei valori ha in sé qualcosa di inquietante, anche se non nuovo nelle dichiarazioni dei vescovi, dato che si sostiene che “è solo su questo fondamento che si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa; la libertà di impresa finalizzata al bene comune; l’accoglienza verso gli immigrati, rispettosa delle leggi e volta a favorire l’integrazione; il rispetto del creato; la libertà dalla malavita, in particolare quella organizzata”.

Come dire: tutti gli altri valori derivano dai precedenti. La pace, la giustizia, l’onestà, la carità, il rispetto vengono comunque dopo l’indisponibilità della vita dal concepimento fino alla morte naturale. Cioè sono meno importanti. Sarebbe interessante andarlo a spiegare, per dire, a chi vive ogni giorno sotto il giogo della mafia, che è solo l’ultimo punto della lista.

Alcune premesse sono d’obbligo. Primo: l’aborto non è un qualcosa che vuole introdurre la sinistra. È una legge dello stato, che anche la destra vuole mantenere. Tanto è vero che se occasionalmente paga il tributo di quello che gli anglosassoni chiamano lip service, espressione più elegante dell’equivalente traduzione italiana, alle posizioni della chiesa, nessuno si è mai davvero posto il problema di rivedere e tanto meno abrogare la legge 194. Secondo: gli aborti sono in diminuzione. E i dati in aumento sono tragicamente quelli clandestini, non quelli legali, specie tra alcune popolazioni immigrate.

Ma allora perché tornare ancora su questo tema? Forse perché in gioco c’è soprattutto altro, a cominciare dai temi esplicitati successivamente a quello dell’aborto, che la destra è in grado di meglio garantire.

Ed è così che tutto il resto passa in secondo piano: gli scandali, l’illegalità fatta sistema, la corruzione, la menzogna politica come linguaggio ordinario, il rifiuto del confronto democratico e la preferenza per l’insulto a distanza, tramite telegiornale. Si vota alle elezioni, regionali per giunta, che dovrebbe significare occuparsi del bene comune a livello locale: ma per i vescovi bisogna votare pensando all’aborto. Una scelta anti-federalista per definizione, oltre tutto.

Il centro-destra forse beneficerà qualcosa da questa dichiarazione: almeno in termini di spazio sui giornali. Ma la chiesa pagherà un prezzo alto, ancora una volta. Perché ormai – molti sondaggi lo indicano con chiarezza – le prese di posizione dei vescovi sono sempre più deboli nell’orientare l’elettorato cattolico: che se voterà prevalentemente il centro-destra, come accaduto in questi anni, lo farà per altri motivi, che nulla hanno a che fare con l’aborto. E’ insomma più di una reciproca conferma di vicinanza tra vertici che si tratta, che non di una reale possibilità di orientamento della base. Una scelta tutta e solo politica.

Tuttavia anche tanti altri eventi, a cominciare dal caso Englaro, hanno mostrato con chiarezza che se i vertici sono più o meno compatti, la base cattolica è radicalmente divisa, e quasi esattamente a metà. Segno di un distacco ormai insanabile, che ogni ulteriore presa di posizione di stampo autoritativo rende più difficile da colmare. E che assomiglia molto allo “scisma sommerso” analizzato in un libro di qualche anno fa. Un distacco silenzioso ma netto.

L’elettore cattolico insomma vota come vuole. È il cattolico in quanto tale che soffre per queste esplicite scelte di campo. Tanto valeva dire: votate centro-destra. E, ancora più chiaramente: non votate Emma Bonino. Sarebbe stato più onesto. E, in definitiva, altrettanto inefficace.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), L’appello del cardinal Bagnasco: Un esplicito assist al centro-destra, in “Il Piccolo”, 23 marzo 2010, pp. 1-6 (anche Messaggero veneto)

Nell’Italia corrotta. La voce debole dell’impresa

Gli scandali che settimanalmente vengono alla luce (ieri gli appalti del G8, oggi l’operazione Carosello, domani vedremo) mettono in evidenza un fenomeno antico: l’intreccio perverso tra politica e affari, magari con l’intervento della criminalità organizzata, coinvolta in entrambi. Ma poi la curiosità pubblica finisce sempre per concentrarsi sulla politica, lasciando in ombra l’altro grande malato: gli affari e i malaffari.

Lo scambio è evidente. Gli imprenditori contrattano con il politico di turno la propria fetta di risorse pubbliche, in cambio di favori in denaro o in natura: una dazione in contanti, una escort per i momenti di relax, l’assunzione di un figlio, un finanziamento (e, quando entra in campo la criminalità organizzata, un pacchetto di voti) per la prossima campagna elettorale. Il quadro è moralmente desolante, e il meccanismo inevitabilmente distruttivo di fiducia e di risorse. Ma Tangentopoli ci ha insegnato, e gli scandali di oggi ci confermano, che dove c’è corruzione c’è concussione: che se spesso è il politico che sollecita una mazzetta in cambio di un appalto pilotato, altrettanto spesso è l’imprenditore che chiede al politico di garantirgli una commessa, di cambiare un piano regolatore, di legiferare su un incentivo, di truccare un concorso, di concedere una consulenza – e questo anche a livello micro, di piccolo paese, non solo nazionale; di assessore, non solo di ministro.

E così il male dilaga. Da un lato il politico ha bisogno di complicità interne, tra i funzionari che fanno le regole e tra quelli che le truccano, tra chi omette controlli e chi, pur sapendo, chiude entrambi gli occhi per non vedere e non perdere il posto, o fare carriera più velocemente. Dall’altro l’imprenditore ha bisogno anch’egli di molte collaborazioni, a tutti i livelli: se per precostituirsi il capitale per un finanziamento illecito deve operare creativamente sui bilanci, con l’aiuto di impiegati e commercialisti, per trasportate un carico inquinato o non autorizzabile in una discarica le complicità arrivano spesso fino agli operai che caricano il materiale, all’autista che lo trasporta, e all’impiegato che non controlla. E si forma così una lunga filiera di illegalità diffusa e di collusioni che coinvolge parti significative della società: non minore nel privato di quella, doverosamente più scandalosa perché si tratta di risorse e posizioni pubbliche, sul lato della politica.

Chi ne fa le spese, l’abbiamo visto, è il mercato – che mai si presenta come viene insegnato nelle facoltà di economia –, il principio di libera concorrenza, la ricchezza collettiva, il bene comune, la fiducia come garanzia e bene anche economico, l’onestà stessa come principio condiviso e praticabile. E, quindi, quella grande parte di imprenditoria pulita, corretta, non assistita, che cerca faticosamente di conquistare fette di mercato e mantenere le proprie posizioni puntando sulla qualità e l’innovazione, non sul mercimonio e sulla truffa; sulla trasparenza e l’eguaglianza delle possibilità, non sull’opacità e le relazioni con gli amici degli amici.

Perché allora lo scandalo pubblico è quasi a senso unico, nei confronti della casta? Perché anche le organizzazioni degli imprenditori prestano così poca indignazione – e troppo poca polemica interna – verso comportamenti che pure minano le basi dei principi cui si ispirano? Forse perché troppi, grandi e piccoli, specie se rappresentativi e organizzati, e quindi più intrecciati alla politica, hanno guadagnato qualcosa da questo sistema, e hanno qualcosa da perdere se cambiasse. Ma anche perché la politica, nonostante la sua protervia e i suoi privilegi, è l’anello più debole, non quello più forte (anche, incidentalmente, nel controllo dei media). Non a caso, persa nel proprio stesso discredito, la politica cerca sempre più spesso la figura salvifica dell’imprenditore per risolvere i suoi problemi. E l’imprenditoria ne approfitta per entrare direttamente nel gioco politico e orientarlo: ma non sempre nel senso dell’interesse collettivo. Più spesso, troppo spesso, per garantirsi rendite di posizione all’interno dei meccanismi dati, anziché per cercare di rovesciarli.

Ma il prezzo di questo immobilismo lo paga il paese, attori economici onesti in primo luogo. E se non saranno loro a levare alta la propria voce, superando interessi e connivenze (come è cominciato ad accadere, ad esempio, nella lotta alla mafia, altro grande distruttore di ricchezza, di fiducia e di imprenditoria onesta), difficilmente riusciranno a farlo altri attori con meno potere, a cominciare dagli elettori.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Nell’Italia corrotta. La voce debole dell’impresa, in “Il Piccolo”, 2 marzo 2010, p. 1

ANCHE

Allievi S. (2010), Imprenditori, ribellione alla politica, in “Il Mattino”, 18 marzo 2010, p. 1-5 (anche la Tribuna di Treviso)

Ritratto della peggior Italia (scandali protezione civile)

La palude melmosa in cui si sta trasformando la success story di Guido Bertolaso e della sua creatura, la amata e odiata Protezione civile, è di per sé una parabola civile che andrebbe meditata. Già il fatto che una meritoria istituzione pubblica, in cui il volontariato di molti italiani dà il meglio di sé, stesse per trasformarsi in SpA, è una inquietante metafora del nostro tempo. Ma la storia che emerge non è una storia nuova.

Gli intrecci tra politica e affari, e tra malapolitica e malaffare, che anche questa storia ci mostra, sono in continuità con troppe altre storie del passato. E le intercettazioni ricordano quelle tra i furbetti del quartierino, e tante altre inchieste di questa Italia triste e vilipesa. Linguaggio da caserma, favori sessuali, allusioni, parolacce, meschinità e postulanti, ‘nani e ballerine’ e tanti altri grotteschi personaggi dell’arte, e poi soldi, tanti soldi, naturalmente pubblici, e tanta fame di arraffarli: tanti, maledetti e subito. Fino alla parodia del ‘tengo famiglia’ fatto di stipendi stratosferici dati ad ‘apprendisti’ inutili e incapaci ma opportunamente ‘figli di’, e la presenza di ingombranti cognati: mancano, per ora, le mogli devote e le madri protettive, ma non disperiamo.

Non è un’Italia nuova, quella che emerge da questo triste affaire: è l’Italia eterna e peggiore. Una società immobile, in cui le cricche al potere sono sempre quelle, gli uomini che decidono sempre gli stessi, gli intrecci e gli affari sempre i soliti, e solita la modalità di condurli. Ma con un peggioramento sostanziale. In passato c’è stata almeno la scusa di chi ‘rubava per il partito’, e il problema del finanziamento dei costi della politica, con lo scambio tra favori e tangenti, era posto come tale. E pur essendo diventato sistema, era considerato patologia.

Oggi questo andazzo è diventato fisiologia. Nessuno si scandalizza più, e in meno c’è anche la giustificazione politica, i valori alti che nascondono la bassa pratica amministrativa. Tutto si fa solo per denaro, e senza scuse ulteriori, senza alibi. In maniera impudica e perfino naif. Perché così va il mondo e non c’è alternativa.

Che cosa emerge, e che cosa colpire, allora? Innanzitutto un mondo di imprenditori malato e incapace. Troppo collegato alla politica per essere sano e capace di competere, e del tutto privo di scrupoli: le cui modalità da assalto alla diligenza e la totale mancanza di responsabilità e di etica sono un tutt’uno (e ci piacerebbe sentire da parte di Confindustria un po’ più di indignazione nei confronti di questa bella gente, e non solo dei politici, bersaglio facile, dopo tutto). Con loro una politica fatta da persone che di collettivo, prima di entrare in politica, non hanno mai fatto nemmeno una riunione di condominio (abitano in villa, del resto), e ignare quindi perfino del vocabolario del ‘bene comune’, oltre che delle prassi, e magari delle lungaggini, del metodo democratico, del bilanciamento dei poteri e dei controlli reciproci. E’ indicativo che l’intreccio tra i due, e la comune filosofia di vita, siano così bene esemplificati dai loro luoghi di incontro, i tennis club e gli sport village che sono diventati le nuove agorà della decisione pubblica.

Da tutto questo emerge un mondo che una vecchia folgorante espressione di Galbraith definiva “ricchezza privata nel pubblico squallore”. Con l’aggravante che anche la ricchezza privata è finanziata con soldi pubblici. Come uscirne, non è ricetta facile. Occorre certo un nuovo sussulto morale e di dignità cittadina, simile a quello visto nel periodo di Tangentopoli. E un ricambio forte in politica e nelle élite dominanti, ormai sempre più simili a cricche incistate nel potere, avvitate sulle rispettive poltrone: quel ricambio che il ceto politico ci impedisce togliendoci il diritto al voto di preferenza, e l’imprenditoria non forza per proprio interesse e ignavia. Poi, certo, nemmeno questo probabilmente basterebbe. Non è detto che il ricambio, che è di mentalità oltre che di persone, il popolo italiano, pur subendone le conseguenze, lo voglia davvero. Certamente non lo vuole chi lo rappresenta, o dice di farlo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Ritratto della peggior Italia (scandali protezione civile), in “Il Piccolo”, 17 febbraio 2010, pp. 1-6

Il programma della Lega

Qualche giorno fa ho proposto in un editoriale alcune riflessioni sull’attuale campagna elettorale. Lamentando, in chiusura, l’assenza di elaborazioni di programma. L’analisi cominciava nel modo seguente: “La Lega sembra pensare che il suo programma sia la faccia di Zaia, e probabilmente è vero: anche se, a onor del vero, ha fatto lo sforzo di elaborarne uno (ma chissà se sarà pro o contro il nucleare, per dire)”. Seguiva constatazione della mancanza di programmi degli altri partiti.

Il presidente del gruppo consiliare della Lega Nord in Regione, Roberto Ciambetti, mi rimprovera amichevolmente, nel suo intervento, di essere incappato in un “incidente di percorso” e di aver scritto che la Lega non ha un programma.

Se l’italiano ha un senso, la frase che ho scritto significa precisamente quello che Ciambetti mi rimprovera di non aver scritto. E cioè che la Lega un programma ce l’ha. E che io l’ho consultato con attenzione. Proprio per questo aggiungevo la frase sul nucleare. Perché nel capitolo sulle politiche energetiche (pag.52-54) la parola nucleare nemmeno esiste: è tutto un’esaltazione, assai condivisibile, della green economy. Ma poi a livello nazionale la Lega, con i suoi ministri, si è espressa a favore, il candidato Zaia, anche se ieri si è pentito, aveva detto che è a favore in Italia ma contro in Veneto, e lo stesso aveva fatto Ciambetti in Regione. Per i casi della vita, che a volte sono curiosi, la dichiarazione di Ciambetti era impaginata l’altro giorno esattamente sopra il mio articolo.

Il programma è dunque, su questa come su altre scelte cruciali, opportunamente (opportunisticamente?) assai vago. Non è una specificità solo della Lega, ma non vediamo cosa ci sia di scorretto nel farlo notare.

Ringrazio molto Ciambetti per le sue parole di stima nei confronti del mio lavoro di studioso dell’islam. Tanto più perché su questo molto ci divide: come sulla questione del diritto dei musulmani, come di chiunque altro, di vedersi riconosciuto il diritto, garantito dalla nostra costituzione ma violato da alcuni amministratori della Lega, di poter pregare in propri luoghi di culto (e anche su questo il programma, pagg. 82-88, è stranamente silenzioso, in contrasto con una rumorosa e inesausta propaganda).

Mentre mi è facile tranquillizzare Ciambetti sulla accusa di pregiudizio antileghista. Nel lontano 1992, ben 18 anni fa, ho pubblicato per Garzanti un libro, che ebbe allora un buon successo, intitolato “Le parole della Lega”. Era uno dei primi tentativi di prendere la Lega sul serio, per quello che diceva e non per quello che gli altri dicevano di lei: al punto che in alcune recensioni sulla stampa nazionale mi si accusò di eccessiva condiscendenza. Invito Ciambetti a recuperare quel libro, ormai fuori mercato, in una qualche biblioteca. Non troverà ombra di pregiudizio: ma legittime critiche, ieri come oggi, quelle sì. Magari, la prossima volta, avremo occasione di parlarne sorseggiando un caffè.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Il programma della Lega, in “Il Mattino”, 9 febbraio 2010, p. 12 (anche la nuova venezia e la tribuna di treviso)

Replica di Roberto Ciambetti all’articolo firmato da Stefano Allievi

Immagino che Stefano Allievi, autore dell’articolo “Regionali, i programmi zero assoluto” pubblicato nei quotidiani Finegil in data odierna, sia il professor Stefano Allievi, noto quanto valente islamista. Se questa mia identificazione fosse esatta sarei ancor più rammaricato nel vedere che un uomo di scienza, la cui analisi non coincide con la mia ma dal quale ho sempre da imparare, sia incappato in un incidente di percorso: il documento programmatico della Lega Nord-Liga Veneta per le prossime regionali è stato reso pubblico nel corso di un convegno a Castelfranco Veneto nello scorso dicembre e dalla metà di quel mese è consultabile sul sito web del gruppo consiliare regionale nonché oggetto di appassionate discussioni nelle nostre sezioni in tutte le città del Veneto. Zaia è il nostro candidato, ma il suo carisma personale non basta per guidare il Veneto verso una nuova storia, e Luca Zaia per primo sa che occorre la sostanza di un programma. Il professor Allievi vedrà che quel programma smentisce la sua analisi, visto che per caratteristiche, temi trattati, proposte, si pone in maniera decisamente innovativa, come la stessa figura di Zaia per altro, su molte questioni, compresa quella del confronto con le altre culture. Talvolta alcune persone, anche le più rigorose e attente, finiscono per cadere nel tranello del pregiudizio: non so se per questo motivo o forse perché non informato, il professor Allievi non si sia documentato sul programma della Lega Nord. Come ben sa il professor Allievi l’ignoranza crea barriere incredibili, genera fantasmi, incomprensioni e, appunto, pregiudizi e preclusioni e non solo nel caso dei rapporti con l’Islam, da lui così a lungo indagato, con risultati di estremo interesse. Il rammarico per le sue parole, dunque, è grande, perché la critica, ingiusta, viene da un uomo dal quale mi dividono tantissime cose, ma che mi ha insegnato molto. Lo dico da leghista e, se permette il professore, da vicentino, conterraneo di quel Giovanni Maria Angiolello che a suo tempo si prodigò per consolidare quel ponte esistente tra Istanbul e Venezia, tra il sultano e il doge, tra la Serenissima e la Sublime Porta. Queste mie parole, per altro, vanno altrettanto bene, se il signor Stefano Allievi non è il noto islamista: il rammarico sarebbe lo stesso e uguale sarebbe la considerazione sulla genesi dei pregiudizi, che talvolta nascono per caso e si sviluppano per necessità. Una necessità urgente, di questi tempi, contro una Lega forte nelle idee e negli uomini.

Roberto Ciambetti

Presidente Gruppo Consiliare regionale Lega Nord

Regionali. I programmi zero assoluto

Primi scampoli di campagna elettorale regionale. E prime tendenze visibili.

Candidata favorita, la Lega si comporta come da previsioni: pronta a incassare una vittoria al di là delle aspettative, in nome più della novità Zaia che della caratura dei suoi candidati o della forza dei suoi slogan, che in entrambi i casi non appare elevatissima. Un primo risultato del basso profilo e della moderazione prescelti per non sfigurare e non radicalizzare la campagna elettorale, si è già ottenuto: per ora almeno, su richiesta del caposquadra, i sindaci leghisti si stanno astenendo da ordinanze fantasiose e dichiarazioni barricadiere, trincerati in un innaturale silenzio. Ben sapendo che troppo roboanti sparate rischierebbero oggi di favorire più i suoi concorrenti del Pdl, che deve assolutamente superare e possibilmente di molto (la partita che si gioca, su questo, è nazionale), o al limite l’Udc alleata fino a queste settimane, che non gli oppositori del Pd.

In campo alleato, nel Popolo della Libertà, si sta verificando e rendendo visibile quello che tutti sapevano ma che nessuno osava dire: che l’unico collante tra ex-Forza Italia, ex-Alleanza Nazionale e battitori liberi era il potere, e concretamente la figura di Galan, più come foglia di fico che come garante. E lanciato lui verso altri lidi nazionali, dove non c’è pericolo che possa incidere davvero sugli equilibri locali, il Pdl si lacera in lotte intestine e personalismi del tutto privi di argomenti, acquisendo visibilità mediatica soprattutto per le guerre fratricide che stanno dilaniando il partito, o ciò che dovrebbe assomigliargli.

Il Partito Democratico, dopo la figuraccia causata dalle esitazioni e dai balbettii degli inizi, quando non riusciva a trovare un candidato, estenuato dai minuetti con l’Udc, che come una damigella leziosa ha tanto brigato per farsi invitare alle danze per poi lasciare i corteggiatori con il carnet dei turni di ballo in mano, ha recuperato credibilità con il ticket Bortolussi-Puppato, che garantisce elettorati diversi e una pesca sia esterna che interna. Ma sa che il vento non spira dalla sua parte, e almeno a Padova si prepara a una resa dei conti interna per il dopo elezioni, con la rivolta dell’Alta e della Bassa, come al solito escluse da una città pigliatutto, in termini di candidati.

All’Udc, come diceva una vecchia pubblicità, basta la parola. Le basta esistere per acquisire la propria rendita di posizione, come mostra l’attrazione fatale dei pianeti piccoli e piccolissimi che fanno a gara per entrare nella sua pur non fortissima orbita gravitazionale. Ma, per come si prospettano le cose, il suo ruolo non sarà cruciale nel determinare gli equilibri del potere regionale.

Grandi assenti per tutti, per ora: i programmi. La Lega sembra pensare che il suo programma sia la faccia di Zaia, e probabilmente è vero: anche se, a onor del vero, ha fatto lo sforzo di elaborarne uno (ma chissà se sarà pro o contro il nucleare in Veneto, per dire). Il Pd comincia appena ad articolare il suo: quello di partito, se non quello di coalizione. L’Udc faticherà non poco a inventarsene uno che sia credibile, distante ma non troppo dal suo programma di governo fino ad oggi. Mentre quello del Pdl sembra il più lontano di tutti: non avendone avuto bisogno quando governava, non sembra convintissimo di doverne presentare uno oggi, visto che sarà l’alleato leghista ad avere le responsabilità maggiori.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Regionali. I programmi zero assoluto, in “Il Mattino”, 3 febbraio 2010, pp. 1-8 (anche la nuova venezia e la tribuna di treviso)

PD-UDC in Regione oltre a un nome serve un progetto

La sfida tra Lega e PDL in Veneto avrà probabilmente come effetto collaterale quello di spingere i due partiti in una lotta all’ultima preferenza molto più aspra che in passato, di cui i cartelloni già in circolazione nelle strade del Veneto costituiscono un evidente esempio. L’aumentata concorrenza tra i due soggetti, pure alleati, potrebbe portare a un aumento complessivo dei voti nell’area di centro-destra, cui lo slancio leghista per la propria prima candidatura regionale di rilievo, che finirà per avere una importante valenza nazionale, farebbe da traino. Solo il timore di alcuni settori moderati della società che una regione a guida leghista finisca per accentuare una radicalizzazione del conflitto politico e sociale, si può pensare possa produrre un esito diverso.

Questo renderà la sfida del centro-sinistra, che già parte svantaggiato, ancora più complicata. Inevitabile e anzi doverosa, in questo quadro, l’alleanza con i centristi dell’UDC, che oltre a fare da serbatoio per il voto moderato potrebbe limitare una prevedibilmente piccola ma significativa emorragia di voti verso i nuovi soggetti politici moderati, che indebolirebbe ulteriormente la coalizione.

La questione del nome del candidato presidente si pone in questo quadro. Se il candidato UDC consentirebbe certamente di acquisire consensi al centro, potrebbe fare perdere alcuni voti, più vicini al PD, di coloro che credono più in un progetto alternativo che in una leadership capace di pescare in altri ambiti: e questo non tanto in direzione di altri partiti, ma dell’astensione e del non voto.

Detto questo, il nome del candidato presidente è solo una parte del problema, e forse non la più importante: certo, dovrà essere autorevole, ma che sia interno o esterno al PD è necessariamente frutto delle condizioni date per l’alleanza con altri soggetti. L’altra parte del problema sono il progetto e i candidati. E per progetto si intende quello di governo, ma anche il progetto politico più a lungo termine. Sulla base di esso occorre in ogni caso costruire una pattuglia di candidati competente e battagliera, in grado di esprimere, in caso di vittoria, una capacità di governo forte, dotata di una visione realistica e alternativa al tempo stesso; e, in caso di sconfitta – che in politica deve essere sempre considerata la base di partenza per una vittoria futura – una forte ed efficace opposizione, per poi candidarsi con serietà al governo della regione alle prossime elezioni.

Se questa è la posta in gioco, il PD in particolare dovrà essere capace di mostrare, con le proprie scelte sulle persone che comporranno le liste elettorali, in particolare tra quelle realmente eleggibili, e che realmente andrà a sostenere, una squadra all’altezza della sfida, composta da soggetti credibili, competenti e innovativi, capaci di parlare sia al proprio elettorato tradizionale sia a settori non già rappresentati e ad ambienti diversi dal proprio bacino di riferimento, con l’adeguata professionalità e il mandato esplicito di produrre un programma di governo regionale solido e alternativo, e nel caso di svolgere quell’opposizione forte e visibile, combattiva e creativa, che sola potrà consentire al PD di svolgere comunque un ruolo di rilievo, che possa portare frutti nel tempo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), PD-UDC in Regione oltre a un nome serve un progetto, in “Il Mattino”, 15 gennaio 2010, p. 8 (anche tribuna di treviso e nuova di venezia)