Classe politica da rottamare

Le procedure per la formazione delle candidature alle amministrative ci pongono di fronte a un antico dilemma: meglio l’esperienza o l’innovazione? All’interno di quale progetto di città?

La tendenza di tutte le burocrazie, di cui il ceto politico è parte, è quella all’autoriproduzione. Con i danni connessi. Non a caso il ricambio è evocato spesso come una soluzione di per sé: anche se non sempre lo è, o non basta. Se non c’è un progetto, soprattutto.

Il caso padovano mostra bene questo dilemma. Da nessuna delle due parti – ma nemmeno al di fuori del mondo politico, a onor del vero – si vedono le tracce di un progetto alto e innovatore di città. Occorre quindi un sapiente mix. E’ bene che ci siano dei leader di esperienza. Ma è bene che ci siano spazi per il cambiamento e la sperimentazione: dove la futura leadership possa imparare il mestiere e prepararsi a scalzare la precedente.

Il leader della coalizione di maggioranza, che si ripresenta per la riconferma, non è certo di primo pelo. Può giocare la carta del governo, della continuità e dell’esperienza, appunto: l’avere un’idea della città. Non però quella dell’innovazione, del progetto alternativo. Il solo modo per dare un segnale di cambiamento è quello di costruire intorno a sé una squadra che rinnovata e ringiovanita lo sia, e alla radice. Pena pagare lo scotto – se non questa volta, la prossima; se non con questo leader, con il prossimo – di dare un’idea di continuismo, di regime.

Per quanto riguarda l’opposizione, siamo ancora in attesa, ma il dilemma è analogo, magari a ruoli invertiti: leader innovativo o volto vecchio della politica? E la squadra? Anche se per ora la mancanza stessa di un leader, atteso da decisioni altrui e non locali, e all’ultimo minuto, la dice lunga, a monte, sull’esistenza stessa di un progetto, di un’idea della città.

Come si attua il ricambio? Attuandolo, semplicemente. Quanti nomi nuovi ci saranno, in lista? Quante donne in più? Quanti giovani in più? Quanti nuovi attori che provengono da aree di impegno in cui hanno operato bene? E, soprattutto, quante persone con almeno due mandati alle spalle in meno? Sarà facile, a questo punto, calcolare il tasso di ricambio.

In questo processo è fondamentale la capacità di proposta e di controllo della società civile. Esprimendo nomi nuovi e all’altezza. E usando l’arma della preferenza per premiarli. Un tasso adeguato di rinnovamento fa paura soprattutto a chi sarebbe parte di ciò che si cambia. Bisogna avere il coraggio di dirlo. E di premiare il cambiamento, anziché la sua paura. Perché è un indicatore di qualità di per sé importante. Il rinnovamento della classe dirigente, affinché sia all’altezza delle sfide del futuro, e non solo di quelle del passato, è un interesse collettivo, pubblico.

Si comincia a capire che ciò che è usurato spesso consuma troppo, inquina, implode… Si rottamano auto, elettrodomestici, case, trattori. Perché non pensare che forse è un valore aggiunto anche in politica? Perché non rottamare quelli che ci sono già stati a lungo senza troppo brillare? Due mandati sono poi così pochi? Dieci anni: spesso più della durata di molti matrimoni… Non è abbastanza per un’esperienza politica? Perché non immaginare un premio all’innovazione? Un rimborso elettorale basato sul ricambio? Un contributo di rottamazione? Anche quando la direzione è giusta, può essere utile cambiare una parte della squadra di comando. Per intraprendere strade prima non immaginate o non prese in considerazione. Per riuscire a vedere il nuovo che avanza e non si è abituati a vedere.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 22 aprile 2009, p. 1-13

Europa snobbata dall’Italia

Manca poco ormai alla presentazione ufficiale delle candidature per le elezioni europee, e possiamo già trarre qualche non edificante lezione.

Due i problemi. I candidati paracadutati dall’alto, non espressione del territorio. E la loro incompetenza specifica.

Ancora una volta, in entrambi gli schieramenti, nonostante le promesse in senso contrario, si indicano capilista e candidati che non sono né designati dai partiti locali (ma qualcuno si ricorda delle primarie?) né conosciuti localmente e quindi non rappresentativi.

Ma il secondo problema è ancora più grave. Si continua ad usare il parlamento europeo come una discarica. Con falsi candidati: lo specchietto per le allodole di Berlusconi, già usato anche in Sardegna (una vera e propria frode elettorale di cui sarebbe arduo trovare paralleli nei paesi evoluti), che servirà poi per far passare fedeli e portaborse graditi al capo (ma lo stesso faranno Di Pietro, Casini, Bossi e tutti quelli di cui si sa già che opteranno per rimanere in Italia, sindaci democratici o leghisti inclusi, defraudando gli elettori della possibilità di una scelta reale). Con politici in prepensionamento o impopolari in loco, come nel caso di Cofferati. Con la solita girandola di mezzibusti, nani e ballerine.

Non un partito che ci dica che idea di Europa ha, come la vuole trasformare; non un candidato che ci dica che cosa ci andrà a fare lui, in Europa.

Si è tanto discusso di dove andare a collocarsi, in quale gruppo politico entrare (il Pd ha vissuto un dibattito molto politichese, tutto etichette e zero contenuto, su questo; il Pdl ha meno problemi, essendo uso obbedir tacendo), e neanche un po’ sul perché, per fare cosa.

Il problema è che l’Europa è cruciale. Gran parte della nostra legislazione (pensiamo a temi come l’economia, ancora di più l’ambiente, e per altri versi i diritti e le garanzie) è influenzata quando non decisa da quella europea. E noi viviamo il paradosso di essere uno dei paesi più euroentusiasti, almeno a parole (lo dicono i sondaggi Eurostat e i tassi di partecipazione alle elezioni europee, nonché le approvazioni plebiscitarie in parlamento dei trattati di adesione che altrove venivano bocciati dall’elettorato), e uno di quelli più sanzionati per mancata applicazione delle direttive comunitarie, e penalizzati dall’incapacità di usarne i fondi e le risorse (dai fondi strutturali agli innumerevoli progetti di cooperazione).

Occorrono candidati competenti, che conoscano l’Europa e il proprio territorio, per metterli in sinergia, come fanno altri paesi. La sfida dell’internazionalizzazione si gioca, e molto, a Bruxelles. E servono persone che ci lavoreranno davvero, per poter incidere sulla legislazione europea anziché limitarsi a subirla, non candidati di bandiera che prenderanno lo stipendio per poi occuparsi delle proprie carriere in Italia. La concorrenza, anche a livello europeo, è ormai brutale. Sarebbe ora di occuparsene. E presentarsi, per una volta, come classe dirigente anziché come casta.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 18 aprile 2009, p. 1-5

Obama and Islam – Arabic

وباما والإسلام

كانت المقابلة التي اجراها الرئيس أوباما على قناة العربية بمثابة استشراف لرياح جديد: انها علامة التغيير والتحول السياسي، وهو ما لم نكن مستعدين لتوقعه من قبل الولايات المتحدة. التحول الثقافي لا يمكن ان يكون اكثر وضوحاً. انه يحتمل وضوحاً رمزياً للقضايا: أوباما اختار شبكة عربية لإجراء اول مقابلة دولية له، مدركاً ان التأثير سوف يكون عالمياً. لقد كان شيئاً جديداً حتى في جانبه اللغوي: “نحن بصدد استخدام لغة الاحتراملهو امر لم يعتد العرب والمسلمون على سماعه من جانب الولايات المتحدة.

ستيفانو ألييفي هو استاذ في علم الاجتماع في جامعة بادوفا. وقد ألّف كتباً عديدة عن الاسلام، كان آخرها فخ الاوهام: الاسلام والغرب” (منتدى إيديتسزونيه Edizioni) في عام 2007. قد لا تكون عبارة كندي Ich bin ein Berliner، لكنها يمكن ان يكون لها العواقب السياسية نفسها. وقد لا نجدها في أوروبا، لكن للعالم العربي والإسلامي المتعب والممتعض، المنزعج من تاريخ طويل من الإذلال والهزائم التي عززتها الآن الحرب في غزة، كانت المقابلة التي اجراها الرئيس أوباما على العربية بمثابة استشراف لرياح جديد: انها علامة التغيير والتحول السياسي، وهو ما لم نكن مستعدين لنتوقعه من قبل الولايات المتحدة. ان تحدي اوباما هو اكبر مما كان عليه تحدي كندي: فكندي كان يخاطب اوروبا، لا سيما المانيا المنهزمة والمتضررة، بانتظار كلمة المسيح وكذلك بالنسبة للمواد الاساسية للمساعدة والتي كان الاميركيون يقدمونها بالفعل. اما اوباما، وبدلا من ذلك، يتحدث الى عالم عربي اقل واقل تأييداً للولايات المتحدة الاميركية، واكثر انتقاداً، حيث برز الاستياء القديم العارم وانفجر اثناء عهد بوش، وهو عمل على تغذية مشاعر هذا الاستياء ولم يفهم حقيقةً الاسلام. كلام اوباما ينبئ بتحول طفيف: سنرى الى اين سوف تؤدي هذه الكلمات. عندما ذكر الرئيس ان الشعب سوف يحاكمني لا على كلماتي بل افعالي وافعال ادارتي، كان يبلغ بوضوح ان هناك بالفعل خطة عمل في البيت الابيض.
وربما ستعرض الخطة في الخطاب الذي طال انتظاره والذي سوف يكون من عاصمة اسلامية، خلال أول مئة يوم من ولايته. نحن اذاً ندرك بالفعل السياسة الجديدة: نهاية الأحادية التي تجاوزت الحدود (كما، وهو ما يهم العالم الاسلامي، السياسة المؤيدة بشكل صارخ لاسرائيل)، واغلاق غوانتانامو، وسحب قوات الجيش من العراق، والالتزام الجاد من أجل حلّ الصراع الفلسطيني الإسرائيلي، وحتى اسلوب مختلف تجاه ايران، وفقا للخطة التي تتطلع إلى التعامل مع الأعداء، بدلا من شيطنتهم. وقد أكد أوباما أن إسرائيل ستبقى حليفا قويا للولاي
ات
المتحدة، اذ ان العكس قد يثير الدهشة
. لكن أوباما تحدث عن حليف قويوليس حليف وثيق“. انه لم يتحدث عن الحصن الغربي في الشرق الأوسط، كما نجد في اللغة المستخدمة في خطابات السنوات الماضية. وفي غضون ذلك، وزير الدفاع الاسرائيلي باراك علق زيارته الى الولايات المتحدة. هذا يمكن اعتباره نقطة فاصلة لتحضير الفكر حول التغيير في موقف الادارة الاميركية. بالتأكيد ان هذا هو الاصح وليس مقتل جندي إسرائيلي جراء هجوم من حماس كما أعطي التبرير.
التحول الثقافي لا يمكن أن يكون أكثر وضوحاً. انه يحتمل وضوحاً رمزياً للقضايا: أوباما اختار شبكة عربية لإجراء اول مقابلة دولية له، مدركاً ان التأثير سوف يكون عالمياً. لقد كان شيئاً جديداً حتى في جانبه اللغوي: “نحن بصدد استخدام لغة الاحتراملهو امر لم يعتد العرب والمسلمون على سماعه من جانب الولايات المتحدة. اما فيما يتعلق بعلاقته مع العرب والمسلمين، أوباما حدد نفسه ضمن: “الاستماع والاحترام“. ولقد اصر على ذلك: “نحن على استعداد لبدء شراكة جديدة، تقوم على الاحترام المتبادل والمصالح“. “ابدأ بالاستماع بدلا من أن تبدأ بالاملاءهي واحدة من أكثر الجمل قوةً والتزاماً في المقابلة، وتكاد تكون لا تصدق بالنسبة للعرب. هنا، لا بد ان يكون لخلفية أوباما دوراً في ذلك. لقد ذكرها في المقابلة واستخدمها كوسيلة لاستقطاب التعاطف. ان جوهر الرسالة موجه الى جمهور ناخبيه ويقوم على أساس التزام مزدوج: ايصال رسالة الى المسلمين ان الاميركيين ليسوا باعداء لكم. احياناً نحن نرتكب اخطاء. ولم نكن كاملين، والى الاميركيين انالعالم الاسلامي مليء باناسٍ استثنائيين يريدون فقط أن يعيشوا حياتهم ويشهدوا أطفالهم يعيشون حياة أفضل، وهو حتماً ما يرودونه هم ايضاً. نحن ابعد ما نكون بنحو الف سنة عن خطاب محور الشر“.
كيف كان رد فعل العرب؟ البعض بكى (وكأن الحجاب انهار اخيراً، اكثر منه بسبب السعادة)، وأعرب البعض عن الحماسة، والبعض الاخر ابدى مفاجأة خجولة. والبعض معظمهم ينتظر بحذر. ولكن هناك أيضا بعض الممتعضين او الذين يتهمون الرئيس بانه منافق. والجدير بالذكر انه ليست عرضياً ان يكون حتى على شبكة تلفزيون من الاعلى كفاءة والاعتدال التي استضافت المقابلة، ان حوالي 15% من ردود الفعل كانت سلبية. وهناك حتى بعض ردود الفعل التي رددت اصداء اللغة العنصرية التي استخدمها الرجل
الثاني في القاعدة الظواهري، والذي كان وبعيد انتخاب أوباما نعته بـ
عبد البيت“. كما وان هناك البعض الذي انتقد أوباما لكونه غير مسلم كأبيه (حتى ولو ان ذلك لم يكن ليساعد المسلمين بشيء لانه لو كان أوباما مسلماً لما وصل الى سدّة الرئاسة في الولايات المتحدة). حتى ان حماس اختارت نبرة عفا عليها الزمن للتعليق على مقابلة أوباما: “بالنسبة الى حماس، لا فرق بين بوش وأوباماكما اعلن الناطق باسم الحركة أسامة حمدان من بيروت لقناة الجزيرة. “وهذا من شأنه أن يؤدي إلى جعله يرتكب نفس أخطاء بوش، والتي وضعت المنطقة في اتون النار بدلا من تثبيت استقرارها“. أوباما يتجه إلى أربع سنوات اخرى من الفشل في الشرق الأوسط“.
على الرغم من ذلك، في المجتمع المدني في العديد من البلدان الإسلامية، وبخاصة العربية منها، اثارت المقابلة الاهتمام والتعاطف، والتي اعادت التأكيد بالفعل على خطاب اوباما التاريخي يوم انتخابه، والذي بدى فيه وكأنه ينظر نظرة ازدراء وريبة تجاه الزعماء المستبدين، او تجاه الحلفاء الغربيين ذوي الديمقراطية المزيفة، وهم يميلون الى المحافطة على السلطة حتى انتهاءهم تقريبا وحيث خلافتهم تؤدي الى ازمة دراماتيكية ومثيرة: “نحن نبحث عن سبل جديدة لمنطقة الشرق الاوسط، ترتكز على اساس الاحترام المتبادل والمصالح. لهؤلاء القادة الذين اشعلوا الصراع ونسبوا الاضرار في
مجتمعاتهم الى الدول الغربية
: سيتم الحكم عليكم على ما بنيتم، وليس على ما دمرتم. وللذين يصلون الى السلطة بطريق الفساد والخيانة وارهاب المعارضين، اريد ان انبهكم انكم على الجانب الخطأ من التاريخ، لكن سوف تجدون يداً ممتدة من جهتنا، فيما لو كنتم على استعداد لمدّ يدكم اولاً“. لكن ماذا تقول أوروبا؟ الجرح الفلسطيني ما زال ينزف في الفرع الاوروبي للأمة الإسلامية. الكلمات لن تكون كافية. ولكن رياح الأمل تهب. حتى لو كان المسلمون، وبخاصة العرب منهم، اعتادوا على رؤية الفشل في التغيير الجذري في النوايا المعلنة من قبل قادتهم الجدد (كما رأينا بالفعل في الجزائر والمغرب والاردن وسوريا)، والتي عادة ما لا تحترم. ان الامل هو فضيلة لدى المسلمين، وكما نعلم، هي الشيء الاخير الذي يمكن التخلي عنه. واذا ما نظرنا اليه من الوجهة النظر الايطاليا، فهو يتخذ ظلالا اخرى: ان الامل يبقى، في ايامنا هذه، وهو البعيد جدّ البعد ان يتحول الى حقيقة، يبقى في ان شيئاً ما سيتغير ايضا في الوطن. الامل ان العداء الاعمى للمسلمين في عهد بوش، والذي ترجم في الايطالية على انه ثقافة المغالطة Fallacism المتفشية حتى في احلك اوقات المواجهة من جانب المسؤولين السياسيين، سوف تؤول الى تعابير اكثر ملموسة ومدنية. لكن هذا يبدو انه ما زال بعيد المنال، أوباما لا ينتمي الى ايطاليا حتى الان، وان رياح التغيير التي يحمل تبدو غير مدركة بعد.
ان تأثيره الثقافي، في هذا الجزء من العالم، لم تتضح رؤيته، حتى الان. ترجمة كلوديا دوراستانتي
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فبراير 2009

Obama e l’islam

obama

Per il mondo arabo e islamico, l’intervista che il presidente Obama ha rilasciato ad al-Arabiya è più che una boccata d’ossigeno: è il segnale di cambiamento e di svolta politica più ampio che ci si potesse aspettare dagli Stati Uniti d’America. La svolta culturale non potrebbe essere più netta. Intanto, sul piano simbolico: per il fatto di aver scelto un network televisivo arabo per la sua prima intervista internazionale, il cui impatto si sapeva sarebbe stato globale. Ma anche sul piano lessicale. Che “il linguaggio che dobbiamo usare è il linguaggio del rispetto” non è qualcosa che arabi e musulmani siano abituati a sentirsi dire, dagli Stati Uniti.

Stefano Allievi insegna sociologia all’Università di Padova ed è autore di diversi libri sull’Islam, tra cui “Le trappole dell’immaginario: Islam e Occidente” (Forum Edizioni 2007).
Non è l’Ich bin ein Berliner! kennedyano, ma nelle sue conseguenze politiche potrebbe assomigliarci. Dall’Europa infatti non ce ne accorgiamo, ma per un mondo arabo e un mondo islamico stanchi, disillusi ed esasperati da una lunga storia di umiliazioni e sconfitte culminata in questi giorni a Gaza, l’intervista che il presidente Obama ha rilasciato ad al-Arabiya è più che una boccata d’ossigeno: è il segnale di cambiamento e di svolta politica più ampio che ci si potesse aspettare dagli Stati Uniti d’America. Il compito inoltre era più difficile: se Kennedy infatti parlava a un’Europa, e in particolare a una Germania, prima colpite e sconfitte ma allora alleate e in attesa quasi messianica del verbo e del concretissimo aiuto americano, che già si era ampiamente manifestato, Obama ha parlato invece a un mondo islamico sempre meno filoamericano, sempre più critico, in cui serpeggiano rancori sempre meno sopiti, esplosi nell’era di Bush (che dell’islam non ha capito nulla) e dalle sue politiche alimentati.
Le parole prefigurano una svolta quasi a centottanta gradi: le azioni, lo vedremo. Ma già il fatto che Obama chieda di essere giudicato “non dalle mie parole ma dalle mie azioni, e dalle azioni della mia amministrazione” è l’indicazione che un piano d’azione c’è già, e probabilmente sarà illustrato in dettaglio nel già attesissimo discorso da una capitale islamica, preannunciato entro i primi cento giorni di mandato. Le linee guida tuttavia le conosciamo già: fine dell’unilateralismo arrogante (e, per quel che riguarda il mondo islamico, ostentatamente pro-israeliano), chiusura di Guantanamo, ritiro dall’Iraq, impegno per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, persino un diverso atteggiamento nei confronti dell’Iran, nel quadro di una politica che programmaticamente prevede anche di parlare con i propri nemici, anziché limitarsi a demonizzarli. Certo, è stato ribadito che Israele resta un alleato di riferimento, e sarebbe stato sorprendente il contrario: ma, anche qui, Obama ha parlato di “forte alleato”, non del più stretto alleato, o del baluardo dell’Occidente in Medio Oriente, come ripetuto in una retorica di anni. E probabilmente l’annullamento del viaggio del ministro israeliano Barak negli Stati Uniti ha più a che fare con una riflessione e un bisogno di prepararsi su questo punto, che non con il soldato ucciso da Hamas in un attentato, negli stessi giorni, usato come giustificazione ufficiale.
La svolta culturale non potrebbe essere più netta. Intanto, sul piano simbolico: per il fatto di aver scelto un network televisivo arabo per la sua prima intervista internazionale, il cui impatto si sapeva sarebbe stato globale. Ma anche sul piano lessicale. Che “il linguaggio che dobbiamo usare è il linguaggio del rispetto” non è qualcosa che arabi e musulmani siano abituati a sentirsi dire, dagli Stati Uniti. Obama stesso si è definito così, nel suo rapporto con arabi e musulmani: “listening, respectful”. Parola riecheggiata insistentemente: “Siamo pronti a iniziare una nuova partnership, basata sul mutuo rispetto e sul mutuo interesse”. “Start by listening instead of start by dictate” è una frase più forte e politicamente più impegnativa, per l’orecchio arabo quasi inverosimile, della sua traduzione italiana. C’entra certamente la sua storia personale e familiare, che nell’intervista Obama ha voluto rievocare e mostra di usare sapientemente anche come mezzo per suscitare empatia. Ma il centro del messaggio riguarda anche chi l’ha eletto, basato com’è su un duplice impegno: dire ai musulmani che “l’America non è il vostro nemico. Qualche volta facciamo degli errori, non siamo così perfetti…”. Ma anche dire agli americani che il mondo islamico è fatto soprattutto di gente normale, che “vuole vivere la sua vita e che i propri figli abbiano una vita migliore”, né più né meno degli americani stessi: lontano anni luce dalla retorica dell’asse del male.
Gli arabi come l’hanno vissuta? C’è chi ha pianto (come per un velo che finalmente cade, più che di gioia vera e propria), chi ha espresso entusiasmo, chi cauta apertura, chi – moltissimi – attendismo. Ma c’è anche chi mostra disincanto o accusa apertamente di doppiogiochismo il presidente americano. Non è un caso che persino sulla pur ufficialissima e moderata emittente televisiva che ha ospitato l’intervista, un buon 15% delle reazioni sia stata negativa. In qualche caso riecheggiando il linguaggio intriso di razzismo, anch’esso tipico di una certa eredità araba, usato dal numero due di al Qaeda, al Zawahiri, in un messaggio pronunciato poco dopo l’elezione di Obama, che lo chiamava “servo negro” (“house slave” traducevano i sottotitoli in inglese dall’arabo “abid al-bayt”). Non sono pochi, del resto, coloro che rimproverano il neo-presidente americano di non essere musulmano come il padre (anche se alla causa islamica ciò non avrebbe reso miglior servizio, dato che non sarebbe mai diventato presidente…).
Anche Hamas ha scelto espressioni fuori dal tempo massimo della storia, per commentare l’intervista: “Per Hamas tra Barack Obama e George W. Bush non c’è alcuna differenza”, ha dichiarato un portavoce del movimento da Beirut, Osama Hamdan, ad al Jazeera. E questo “lo porterà a commettere gli stessi errori di Bush, che ha infiammato la regione invece di portare stabilità”, destinando Obama “ad altri quattro anni di fallimenti in Medio Oriente”. Nella società civile di molti paesi islamici, e arabi in particolare, tuttavia, l’intervista ha senza dubbio suscitato interesse e simpatia, confermando le parole pronunciate da Obama nel suo ormai storico discorso di insediamento, che potevano suonare come una sconfessione del sostegno a leader autocratici, o fintamente democratici, alleati dell’Occidente, alla cui successione, dopo un attaccamento al potere portato al limite della sopravvivenza fisica, si apriranno crisi e rivolgimenti drammatici: “Per il mondo musulmano noi indichiamo una nuova strada, basata sul reciproco interesse e sul mutuo rispetto. A quei leader in giro per il mondo che cercano di fomentare conflitti o scaricano sull’Occidente i mali delle loro società – sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che sapete costruire, non su quello che distruggete. A quelli che arrivano al potere attraverso la corruzione e la disonestà e mettendo a tacere il dissenso, sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che vi tenderemo la mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno”.
E dall’Europa? La ferita palestinese sanguina anche nel corpo europeo della umma islamica. E quindi anche qui non basteranno le parole a rimarginarla. Ma la speranza è palpabile. Anche se i musulmani, soprattutto gli arabi, sono abituati a veder disattese le speranze di cambiamento radicale, sempre annunciate dai nuovi leader (come accaduto in questi anni in Algeria, Marocco, Giordania, Siria) ma mai mantenute. La speranza è tuttavia virtù islamica: e anche, come noto, l’ultima a morire. Vista dall’Italia, poi, la speranza si tinge anche d’altro: dell’attesa, destinata a rimanere per ora senza risposta, che qualcosa cambi anche qui. La speranza che l’ottuso anti-islamismo dell’era Bush, da noi declinato nella sottocultura del fallacismo, dispensato a piene mani perfino da altissimi esponenti di governo, trovi parole più sensate e tonalità più civili: che sembrano, entrambe, terribilmente lontane. Ma Obama non abita ancora da queste parti, il vento di cambiamento che ha portato con sé qui non si percepisce, la sua influenza culturale, in quest’ambito e in questo spicchio di mondo, ancora non si vede.

Allievi S. (2009) Obama e l’islam, in ResetDoc,  http://www.resetdoc.org/IT/Obama-islam-allievi.php mercoledì, 15 aprile 2009

Obama and Islam

Stefano Allievi

For the tired and disenchanted Arab and Muslim world, exasperated by a long history of humiliations and defeats now strengthened by the war in Gaza, the interview President Obama released to al-Arabiya is more than a breath of fresh air: it’s a sign of change and political turnover, something we weren’t ready to expect from the United States. The cultural shift couldn’t be more sharper. It has evident symbolical issues: Obama chose an Arab network for his first international interview, knowing that its impact would have been global. It was something new even on the linguistic side: “We are going to use the language of respect” is something that Arab and Muslims are not used to hear from the United States.

Stefano Allievi is Professor of Sociology at the University of Padua. He has written several books on Islam; last one “Le trappole dell’immaginario: Islam e Occidente” (Forum Edizioni) in 2007.

It might not have been Kennedy’s Ich bin ein Berliner, but it could have the same political consequences. And we may not see it from Europe, but for the tired and disenchanted Arab and Muslim world, exasperated by a long history of humiliations and defeats now strengthened by the war in Gaza, the interview President Obama released to al-Arabiya is more than a breath of fresh air: it’s a sign of change and political turnover, something we weren’t ready to expect from the United States. Obama’s challenge was tougher than Kennedy’s: Kennedy was addressing Europe, particularly an affected and defeated Germany, waiting for the speech of the Messiah as well as for the fundamental material aid the Americans were already providing to. Obama, instead, is speaking to an Arab world less and less pro-American and more and more criticizing, in which older resentments outcropped and exploded during Bush’s era, who fed those resentments and never really understood Islam. Obama’s words foresee a mild turnover: we’ll see where these words will lead to. When the President stated that “people are going to judge me not by my words but by my actions and my administration’s actions”, he informed clearly that there’s already a plan of action in the White House.
Probably the plan will be presented in the longed speech going to come from a Muslim capital, within the first hundred of days of the mandate. We are already aware of the new policy: end of overweening unilateralism (and, for what concerns the Muslim world, a blatantly pro-Israelis policy), Guantanamo’s closure, troops withdrawal from Iraq, serious commitment for the resolution of the Palestinian-Israeli conflict; even a different attitude towards Iran, according a scheme that looks forward to deal with the enemies, instead of demonizing them. Obama has confirmed that Israel will remain a strong ally of the Us, since the contrary would have been astonishing. But Obama spoke about ‘strong ally’ and not ‘close’ ally. He didn’t speak about the Western bulwark in the Middle East, as in the rhetoric of the past years. Meanwhile, Israelis Minister of Defense Barak suspended his visit in the United States. This could be seen as a break to get ready and to reflect upon the change in the US administration attitude. It has surely more to do with this than with the death of an Israelis soldier in a Hamas ‘attack given as justification.
The cultural shift couldn’t be more sharper. It has evident symbolical issues: Obama chose an Arab network for his first international interview, knowing that its impact would have been global. It was something new even on the linguistic side: “We are going to use the language of respect” is something that Arab and Muslims are not used to hear from the United States. For what concerns his relationship with the Arabs and Muslims, Obama defined himself as: “listening, respectful”. He insisted on this: “We are ready to begin a new partnership, based on mutual respect and interests”. “Start by listening instead of start by dictate” is one of the most committed and powerful sentences of the interview, and it is almost unbelievable for the Arabs. Here Obama’s personal background has a part in the game. He mentions it in the conversation and uses it as medium to build empathy. The core of the message is addressed to his electorate and is grounded on a double commitment: communicate to the Muslims that “the Americans are not your enemy. We sometimes make mistakes. We have not been perfect” and to the Americans that “the Muslim world is filled with extraordinary people who simply want to live their lives and see their children live better lives”, more and less like they want. We are thousand of years apart-away from the “axis of evil” rhetoric.
How did the Arabs react? Some cried (as for a veil finally falling apart, more than for joy), some expressed enthusiasm, some shy disclosure. Some – the most of them – are waiting with caution. But there is also who is disenchanted or accuses the President to be a double-dealer. It’s not casual that even on the super efficient and moderate television network that hosted the interview, almost the 15% of the reactions were negative. Some reactions even echoing the racist language used by Al Qaeda’s number two in chief, Al Zawahiri, who in a message soon after Obama’s election called him “house slave”. There’s also a quite few of people who criticize Obama for not being Muslim as his father (even if this wouldn’t serve the Muslim cause since Obama, as a Muslim, would have never become President of the United States). Even Hamas chose anachronistic tones to comment Obama’s interview: “For Hamas there’s no difference between Bush and Obama” declared the movement’s spokesperson Osama Hamdan from Beirut to Al Jazeera. “This would lead him to make Bush’s same mistakes, which set the region on fire instead of steadying it”. Obama is destined to “other four years of failures in the Middle East”.
In the civil society of many Muslim countries, especially the Arab ones, though, the interview arouse interest ad sympathy, confirming Obama’s words in his already historical inauguration speech, who sounded as a distrust towards those autocrats leader, or fake democrats Western allies, who tend to stay attached to their power till they’re almost done and whose succession will lead to dramatic crisis and turnover: “We’re looking for new paths for the Middle East, based on mutual respect and interests. To those leaders who set the conflict on fire attributing the damages in their societies to Western countries: You will be judged on what you’ve built, not what you’ve destroyed. To those who arrive to power through corruption and dishonesty and awing dissent, I warn you that you are on the wrong side of History; but you will find an extended hand from us, if you’re ready to unclench your fist”.
And what does Europe say? The Palestinian wound still bleeds in the European branch of the Muslim umma. Words won’t be enough. But hope is in the air. Even if the Muslims, especially the Arabs, are used to see failure in the radical change intentions professed by their new leaders (as already seen in Algeria, Morocco, Jordan, Syria), which are usually never kept. Hope is a Muslim virtue and, as we know, is also the last thing to give up. Seen it from Italy, it gets another shade: the hope, nowadays far to be true, that something will change also at home. The hope that the blind Anti-Muslims of Bush’s era, translated in Italy in the subculture of Fallacism widespread even in the most critics moments of the confrontation by the higher politicians in charge, will achieve words that are more sensed and civil. This seems to be still far away; Obama doesn’t belong in Italy yet, the wind of change he carries with him it’s not perceivable.
His cultural influence, in this part of the world, is just not still visible.
Translated by Claudia Durastanti

Obama and Islam, in ResetDoc,  http://www.resetdoc.org/story/00000001237 Wednesday, 15 April 2009

Mai dire imam

La parola imam è diventata stranamente ricorrente nel lessico politico e giornalistico. Ma la sua diffusione è inversamente proporzionale alla chiarezza della sua definizione.

L’imam è diventato, grosso modo, il ‘prete’ dei musulmani: ma in realtà gli assomiglia assai poco.

Imam, tecnicamente, è semplicemente chi guida la preghiera. Nei paesi musulmani può essere anche un funzionario addetto allo scopo, e per questo salariato, magari dallo stato. Spesso coincide con la figura di colui che ha il diritto di pronunciare la qutba, il sermone del venerdì, che è l’atto comunicativo principale della ritualità settimanale dei musulmani.

In terra di emigrazione, tuttavia, assume un altro significato. Imam è spesso solo chi assume questa carica, o perché si è semplicemente proposto, magari perché più istruito, con più anni di studio – non necessariamente a carattere religioso – alle spalle, o perché è il più saggio e anziano della comunità, ma talvolta anche uno dei più giovani, magari uno studente universitario con più tempo a disposizione per aprire la moschea negli orari della preghiera. Imam può essere poi più di uno: è una funzione, non un ruolo assunto da una persona, e come tale può essere svolta da persone diverse, secondo le necessità. Può pronunciare il sermone del venerdì, ma – raramente – la funzione viene affidata a un khatib, un predicatore ufficiale, magari una persona più istruita. Può pronunciare delle fatwa, cioè dei pareri giuridici individuali su questioni che gli vengono poste, o semplicemente fare dell’ordinario counseling religioso, ma talvolta tale funzione è riservata a un alim, un sapiente, che può essere un’altra persona. Può essere il ‘presidente’ di un centro islamico, ma talvolta questa carica è tenuta da un amir, che è una funzione più di comando, politica in senso lato, e di gestione amministrativa.

Di fatto spesso, nella povertà economica e di divisione delle funzioni della maggior parte delle moschee, che si reggono sul volontariato di pochi, tutti questi ruoli vengono assunti dalla medesima persona. Che non è, tuttavia, un chierico. E’ una persona che lavora, che ha una famiglia, e che dedica il suo tempo all’organizzazione, gestione e formazione anche spirituale della comunità.

Può ricevere uno stipendio dai suoi fedeli – imparagonabile ai nostri minimi salariali – ma più spesso questo accade per gli imam ‘importati’ da singoli gruppi etnici, che voglio riprodurre il ‘loro’ islam d’origine, sul piano linguistico e delle tradizioni culturali, con il risultato che si tratta di figure che non si integrano, che sanno di avere un rapporto a termine con la comunità, e hanno un rapporto difficile con le seconde generazioni, che tendono a staccarsi da questo tipo di moschee. Alcuni sono mandati dai governi dei rispettivi paesi, o da organizzazioni religiose del più vario genere. Più spesso si mantiene con commerci ‘collegati’ alle attività religiose: macellerie halal, organizzazione dei pellegrinaggi alla Mecca, ma anche attività religiose di vario genere. Altrettanto spesso, tuttavia, si mantiene con il proprio lavoro secolare, con il quale non di rado aiuta, invece, la comunità.

Sono chiamati dalle singole moschee, e questo rende difficili i tentativi, che pure ci sono in varie parti d’Europa, di formarli adeguatamente al nuovo contesto. Anche una volta formati, chi li assumerebbe? Chi garantirebbe loro di poter svolgere, pagati, la loro funzione?

Il dibattito italiano sul tema è abbastanza surreale, prescindendo tanto dai dati di fatto empirici quanto dal riferimento ai principi ordinatori (concordato, intese, legge – che ancora non c’è – sulla libertà religiosa, principi di base di uguaglianza di trattamento, di universalità delle leggi, e dello stesso abc della costituzione).

Da un lato si pretende di obbligarli ad iscriversi ad un opinabile ‘albo degli imam’, in modo da consentire uno screening e un gradimento governativo, dimenticando che è contro i nostri principi di base di non intervento negli affari interni della comunità religiose: e che non esiste un analogo albo dei rabbini, dei pastori pentecostali, e nemmeno dei preti cattolici – le comunità religiose sono sovrane, nell’attribuzione di questi ruoli. Dall’altro si pretende che usino la lingua italiana, dimenticando che non la usano né gli ortodossi né i sikh, né i metodisti asiatici né i pentecostali africani, né i luterani tedeschi né gli anglicani, e nemmeno i cattolici filippini o nigeriani, e persino gli autoctoni che preferiscono la liturgia in una lingua sconosciuta ai più, il latino.

Così, accade di sentire autorevoli esponenti politici e anche religiosi dibattere seriamente di progetti senza alcuna base giuridica fondabile. Ma, soprattutto, lontani dalla realtà. E’ evidente che è auspicabile l’uso della lingua italiana, come fattore progressivo di integrazione. In molte moschee già la qutba è bilingue. In ogni caso accadrà, per la forza di processi sociali già molto visibili in altri paesi europei (aumento delle seconde generazioni) e delle stesse divisioni etniche delle comunità, per molte delle quali già oggi l’unica lingua comune è quella del paese in cui vivono. Diverso pretenderlo anche per la liturgia: l’uso della propria lingua sacra, l’arabo, è tanto caro ai musulmani anche non arabofoni quanto lo è per gli ebrei, che tuttora, pur vivendo da due millenni in diaspora, usano ancora l’ebraico.

Forse un rispetto maggiore – e anche una maggior fiducia – nei confronti dei processi sociali in atto, e una loro osservazione un po’ più attenta, potrebbe consentire di apprendere qualche utile lezione dai fatti, prima di fare danni pericolosi con nuove leggi.

Stefano Allievi

“Popoli”, n.4 aprile 2009, p. 45

Qualche consiglio per salvare il PD

Finora il dibattito nel PD è stato tutto e troppo interno, autocentrato, rivolto al proprio ombelico: e questa è probabilmente una delle ragioni della sua attuale crisi.

Il PD ha commesso una serie di errori organizzativi (su quelli politici, ognuno faccia le sue valutazioni) clamorosi:

a) non facendo partire immediatamente la campagna per il tesseramento (lanciata in ritardo, quando già l’entusiasmo era calato e l’immagine appannata, a causa dei personalismi e dei continui conflitti interni molto più che non a causa di una prevedibile sconfitta elettorale);

b) non indicendo immediatamente un congresso che legittimasse la leadership, contro lo strapotere di correnti e sottocorrenti.

Entrambi errori voluti da coloro i quali, in quanto leader delle precedenti componenti, volevano prima insediarsi, contarsi, logorare l’avversario, spartirsi le risorse (dai soldi ai posti), per garantire reciproche rendite di posizione tra gruppi tra loro in dissenso, perdendosi in discussioni su temi poco sentiti, molto politichesi, con logiche che nulla avevano a che fare con un partito che si voleva nuovo. Personalmente, ho vissuto tutto questo aspetto con una certa amarezza: una promessa non mantenuta. Tuttavia, come altri, credo ancora nelle cose che si possono fare all’interno di questo progetto, per portarlo a compimento.
Ma per farlo dobbiamo sconfiggere i nemici primi del PD. D’Alema e i dalemiani, Rutelli e i rutelliani, Parisi e i parisiani, tanto per non fare sconti a nessuno, e altri ancora: cioè tutti quelli che avevano una logica di cricca e di corrente, ed erano in ricerca estenuante di visibilità, alimentando logoranti conflitti.
Ma ci aggiungerei anche le microcorrenti che pretendono abusivamente di rappresentare un’identità: i cosiddetti ‘cattolici’ (teodem o altri: da cattolico sono arcistufo di sentirmi dire che mi rappresenta la Binetti), per esempio, e tutti coloro che cercavano legittimità fuori anziché dentro il partito. Forse perché dentro sapevano che non ne avrebbero avuta un granché.
Basta! Con loro, basta!
Il nostro sogno e il nostro impegno politico (perché è nostro, non loro) rischia di essere affossato a causa di queste logiche.
Salviamo il PD, dissequestriamolo, iniziamo una lotta di liberazione interna dai cacicchi veri, che stanno a Roma, non sul territorio.
Ma per farlo occorre una leadership forte, e che creda in questa logica, anziché essere figlia di quelle precedenti (come probabilmente era l’intempestiva candidatura Bersani). E che sia finalmente legittimata. Altrimenti saremo noi il partito di plastica: altro che le ironie su Forza Italia o il PDL.
E questo anche a costo di cambiare subito lo statuto, consentendo quello che si è volutamente impedito fino ad ora: che gli iscritti possano esprimersi sui destini del loro partito, sulle sue scelte, sui suoi dirigenti, locali e nazionali.
Arrivo a dire: chiunque sia, ma sia un segretario legittimato e con pieni poteri.
Che sia Franceschini, perché è la soluzione più naturale e in continuità con il lavoro di Veltroni.
Che sia un leader proveniente dal territorio, anche se purtroppo non accadrà (un Chiamparino, un Soru, o qualunque altro abbia un responsabilità concreta e un popolarità almeno dove opera politicamente).
Che sia un illustre sconosciuto.
Che sia uno dei nemici interni del progetto del PD. Ma almeno sapremo di chi si tratta, e potremo, tutti quanti, trarne le dovute conseguenze, e decidere se ci piace ancora il progetto che il Partito Democratico rappresenta.
La ricchezza del PD sono le sue energie, i suoi sostenitori, i suoi elettori. Non sprechiamola per colpa dei soliti noti. Questo chiedono i semplici iscritti, quelli che finora non hanno avuto nemmeno un po’ di voce.

Sarebbe un delitto imperdonabile, e una responsabilità storica, continuare in un dibattito tra soli vertici, o presunti tali, che rischia di vedere implodere il PD: se una forza politica nuova si vuole davvero costruire, la sua forza non può che partire dal radicamento nel territorio, dalla sua vivacità, dalla sua capacità di cambiamento e di innovazione a quel livello, e dalla possibilità di esprimere la propria voce, da parte di tutti.

Il che significa che bisogna far partecipare le energie nuove che hanno creduto in questo progetto politico: fornendo, innanzitutto, occasioni di dibattito anche formali, negli organismi che hanno potere decisionale, non solo per ratificare decisioni altrui.

Salviamo il PD. Inondiamo di mail il sito del partito democratico, mandiamo fax e intasiamo di telefonate i centralini locali e nazionali del PD, chiamiamo quelli che conosciamo che domani parteciperanno all’assemblea nazionale, chiedendo con forza il congresso anticipato, per evitare una situazione dilatoria che servirebbe precisamente a far tirare in lungo coloro contro i quali e a causa dei quali Veltroni si è dovuto dimettere: e sarebbe una débacle, una morte annunciata estenuante e logorante, per il partito che si voleva democratico.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 20 febbraio 2009, p. 1-12

Barack Hussein Obama. Le lacrime di gioia dell’Islam

Non è l’Ich bin ein Berliner! kennedyano, ma nelle sue conseguenze politiche potrebbe assomigliarci. Dall’Europa infatti non ce ne accorgiamo, ma per un mondo arabo e un mondo islamico stanchi, disillusi ed esasperati da una lunga storia di umiliazioni e sconfitte culminata in questi giorni a Gaza, l’intervista che il presidente Obama ha rilasciato ad al-Arabiya è più che una boccata d’ossigeno: è il segnale di cambiamento e di svolta politica più ampio che ci si potesse aspettare dagli Stati Uniti d’America.

Le parole prefigurano una svolta quasi a centottanta gradi: le azioni, lo vedremo. Ma già il fatto che Obama chieda di essere giudicato “non dalle mie parole ma dalle mie azioni, e dalle azioni della mia amministrazione” è l’indicazione che un piano d’azione c’è già, e probabilmente sarà illustrato in dettaglio nel già attesissimo discorso da una capitale islamica, preannunciato entro i primi cento giorni di mandato.

Le linee guida le conosciamo: fine dell’unilateralismo arrogante (e, per quel che riguarda il mondo islamico, ostentatamente pro-israeliano), chiusura di Guantanamo, ritiro dall’Iraq, impegno per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, persino un diverso atteggiamento nei confronti dell’Iran. Certo, è stato ribadito che Israele resta un alleato di riferimento: ma, anche qui, Obama ha parlato di “forte alleato”, non del più stretto alleato, o del baluardo dell’Occidente in Medio Oriente, come una retorica di anni ci aveva abituato. E forse l’annullamento del viaggio del ministro israeliano Barak negli Stati Uniti ha più a che fare con una riflessione e un bisogno di prepararsi su questo punto, che non con il soldato ucciso ieri l’altro da Hamas.

La svolta culturale non potrebbe essere più netta. Intanto, sul piano simbolico: per il fatto di aver scelto un network televisivo arabo per la sua prima intervista internazionale, il cui impatto si sapeva sarebbe stato globale. Ma anche sul piano lessicale. Che “il linguaggio che dobbiamo usare è il linguaggio del rispetto” non è qualcosa che arabi e musulmani siano abituati a sentirsi dire, dagli Stati Uniti. Obama stesso si è definito così, nel suo rapporto con arabi e musulmani: “listening, respectful”. Parola riecheggiata insistentemente: “Siamo pronti a iniziare una nuova partnership, basata sul mutuo rispetto e sul mutuo interesse”. “Start by listening instead of start by dictate” è una frase più forte e politicamente più impegnativa, per l’orecchio arabo quasi inverosimile, della sua traduzione italiana.

C’entra certamente la sua storia personale e familiare, che nell’intervista Obama ha voluto rievocare e mostra di usare sapientemente anche come mezzo per suscitare empatia. Ma il centro del messaggio riguarda anche chi l’ha eletto, basato com’è su un duplice impegno: dire ai musulmani che “l’America non è il vostro nemico. Qualche volta facciamo degli errori, non siamo così perfetti…” Ma anche dire agli americani che il mondo islamico è fatto soprattutto di gente normale, che “vuole vivere la sua vita e che i propri figli abbiano una vita migliore”, né più né meno degli americani stessi: lontano anni luce dalla retorica dell’asse del male.

Gli arabi come l’hanno vissuta? C’è chi ha pianto (come per un velo che finalmente cade più che di gioia vera e propria), chi ha espresso entusiasmo, chi cauta apertura, chi – moltissimi – attendismo. Ma c’è anche chi mostra disincanto o accusa apertamente di doppiogiochismo il presidente americano. Non è un caso che persino sulla pur ufficialissima e moderata emittente televisiva che ha ospitato l’intervista, un buon 15% delle reazioni sia stata negativa. In qualche caso riecheggiando il linguaggio intriso di razzismo, anch’esso tipico di una certa eredità araba, usato dal numero due di al Qaeda, al Zawahiri, in un messaggio pronunciato poco dopo l’elezione di Obama, che lo chiamava “servo negro” (“house slave”). Non sono pochi, del resto, coloro che lo rimproverano di non essere musulmano come il padre (anche se alla causa islamica ciò non avrebbe reso miglior servizio, dato che non sarebbe mai diventato presidente…).

E dall’Europa? La ferita palestinese sanguina anche nel corpo europeo della umma islamica. E quindi anche qui non basteranno le parole a rimarginarla. Ma la speranza è palpabile. Anche se i musulmani, soprattutto gli arabi, sono abituati a veder disattese le speranze di cambiamento radicale, sempre annunciate dai nuovi leader (come accaduto in questi anni in Algeria, Marocco, Giordania, Siria) ma mai mantenute. La speranza è tuttavia virtù islamica: e anche, come noto, l’ultima a morire.

Stefano Allievi

Allievi S. (2009), Barack Hussein Obama. Le lacrime di gioia dell’Islam, in “Il Manifesto”, 29 gennaio 2009, pp. 1 e 12

Politica e religione nell’Islam dell’età della globalizzazione

Allievi S. (2008), Politica e religione nell’Islam dell’età della globalizzazione, in “Annali Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna”, n.9, 2005, Bologna, Clueb, pp.55-62; isbn 978-88-491-2992-2

Oublier Fallaci, renvoyer Sartori

LaLibreBelgique_11_08_2002_1

Allievi S. e Dassetto F. (2002), Oublier Fallaci, renvoyer Sartori, in “La Libre Belgique”, 10 agosto, p. 31;