Su Saviano Maroni ha ragione

La trasmissione di Fazio e Saviano è un grande e meritato successo. E un bellissimo segnale, che mostra come sempre più italiani siano arcistufi del modello sottoculturale imposto con la nascita dell’era televisiva berlusconiana delle tv commerciali, e dominante oggi anche alla Rai. Un modello fatto di contenuti inesistenti, informazione controllata o ridotta a un inutile e irrilevante cicaleccio, e sostanziale censura non solo a questo o quel personaggio, ma alla cultura, alla riflessione e all’approfondimento in quanto tali.

Detto questo, se il monologo di Saviano sulla ‘ndrangheta era interessante e legittimo, l’accenno a una sorta di legame organico tra ‘ndrangheta e Lega è semplicemente insostenibile. Non c’è dubbio che mafia, camorra e ‘ndrangheta, ovunque, si rapportano con chi detiene il potere e i soldi, e si infiltrano quindi nelle istituzioni, nei partiti e nei luoghi dove si prendono le decisioni che contano. Non c’è alcun dubbio nemmeno che il ministro Maroni sia della Lega, e che le sue azioni e opinioni, in altri ambiti legittimamente discutibili, testimoniano di una azione di contrasto alla criminalità organizzata ferma, determinata ed efficace. La semplice coincidenza delle polemiche con Saviano con l’arresto del boss Iovine è lì a testimoniarlo.

Saviano, nel tirare in ballo la Lega, ha usato un metodo allusivo, e notevolmente strumentale. Non solo: l’intervista successiva con cui, solo perché Maroni ha chiesto a Saviano di ripetere le sue parole guardandolo negli occhi, ha avanzato un incauto e offensivo accostamento con il boss Sandokan che ha usato frase analoga nei suoi confronti, testimonia di questa modalità obliqua, e anche di una dose francamente fastidiosa di vittimismo narcisistico. In questo senso Maroni ha un sacrosanto diritto di replica. Che non dovrebbe essere imposta dalla dirigenza Rai: dovrebbe essere, naturalmente e semplicemente, l’ovvia decisione degli autori del programma di ospitarlo nella prossima puntata. Saviano ha detto molte cose giuste e ha fatto un errore: lo si ammetta, si dia un legittimo diritto di replica, e si chiuda lì. In fondo, sulle mafie, Maroni e Saviano sono dalla stessa parte e fanno lo stesso mestiere: alleati quindi, non nemici.

Un accenno merita invece la squallida strumentalizzazione politica, da ambo le parti, che al caso è seguita. A destra abbiamo infatti una offensiva campagna denigratoria nei confronti di Saviano. A sinistra un aprioristico e molto retorico (pensiamo alle roboanti parole di Di Pietro) schieramento in difesa di Saviano, solo perché ha attaccato la Lega: senza accorgersi che in realtà questa polemica anche politicamente sarà un boomerang, che farà meglio risaltare il merito del lavoro di Maroni in questo ambito.

Basta. Così come siamo arcistufi della tv senza contenuti e senza qualità, siamo arcistufi anche di una politica capace solo di strumentalità e parzialità sempre e comunque, e di ipocrisia dappertutto. Per una volta, si faccia uso di buon senso e di ragionevolezza.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Su Saviano Maroni ha ragione”, in “Il Mattino”, 19 novembre 2010, pp. 1-4 (anche “La Nuova di Venezia” Mafie, anche Maroni va ascoltato, “La Tribuna di Treviso” Mafie, Maroni ha ragione e “Il Piccolo” Ma stavolta Saviano ha sbagliato)

Assuefatti al peggio. L’Italia del bunga bunga

L’imbarazzante sequenza di rivelazioni più o meno piccanti sulla vita privata di Berlusconi si fa sempre più serrata. L’aspetto moralistico è quello su cui maggiormente è focalizzata l’attenzione pubblica, ma ci sembra il meno interessante.

Ai tempi dello scandalo Lewinski, in fondo, a molti era sembrato più squallido lo spettacolo dei persecutori politici di Clinton, i Newt Gingrich e gli altri inquisitori della destra fondamentalista cristiana, che passavano il tempo a rovistare con evidente piacere tra pantaloni sbottonati e tracce di sperma, presentandosi tutti i giorni al Congresso con la Bibbia in mano, che non il comportamento, pur scorretto, dello stesso Bill Clinton, che è rimasto comunque un presidente assai migliore, sul piano della morale pubblica e politica, di quelli, repubblicani, che l’hanno preceduto e seguito, anche se questi forse avevano una morale privata più spendibile.

Oggi, semmai, può essere ironico constatare che il gioco avviene a parti invertite: ad essere sotto attacco è un difensore della famiglia come istituzione, non un liberal miscredente e libertino, fino a ieri difeso a sua volta dagli alti rappresentanti ecclesiastici di cui è stato buon amico e campione politico, godendo del loro ampio ed esplicito sostegno, e che oggi, dopo aver contestualizzato anche le bestemmie del leader, si limitano ad un imbarazzato silenzio. E gli inquisitori sono giudici e giornalisti che non brandiscono certo principi cristiani, e in mano tengono al massimo il testo di qualche intercettazione e le rivelazioni dell’ennesima pedina dei giochini del premier.

Più che sui fatti personali può dunque essere interessante trarre qualche conclusione sugli effetti pubblici della discutibile morale privata su cui si fonda questa vicenda, in ogni caso triste per gli effetti a valanga che avrà sul livello di tensione morale, già scarso, e sulla reputazione internazionale del Paese.

Sul piano del decadimento morale del paese, le conseguenze sono ovvie, anche se questo scandalo ne è solo un esempio tra tanti, non l’origine. Di esso ciò che colpisce è soprattutto l’accettazione e la diffusione dei capricci del capo come norma e come esempio – in altre parole, il servilismo come prassi e modo per fare carriera, riuscendoci. O la ‘velinizzazione’ della politica. Non solo sul piano estetico – più donne e più belle in politica – ma sul piano dei contenuti: fare ciò che dice chi paga, qualunque cosa sia, anche lo scambio più volgare, purchè si salvino le apparenze. In questo senso ci pare che questa morale sia altrettanto bene interpretata tanto dagli uomini che circondano il capo, le cui carriere sono state legate all’unico merito della fedeltà cieca e assoluta e all’asservimento ai suoi voleri, quanto dalle igieniste dentali e le soubrette finite per dubbi meriti a Montecitorio o al Pirellone. Anche se la predisposizione e il voto delle leggi ad personam per difendere Berlusconi dalla magistratura, cedendo senza fiatare il proprio onore e la propria anima, sono forme di prostituzione assai più gravi della cessione del proprio corpo, quale che ne sia la forma, in un letto o anche solo nella forma di carnacea tappezzeria per la valorizzazione estetica delle serate di relax, di una escort che non ha responsabilità pubbliche o di una minorenne col mito della dolce vita. E proporre carriere politiche alle animatrici dei festini del capo – e accettarle, da parte dei maggiorenti del partito (memorabile in questa chiave la frase di un coordinatore del Pdl a un escluso eccellente che si lamentava di non essere ricandidato: “tu c’hai le poppe?”) – è assai più grave che sperarci, da parte delle animatrici in questione.

Sul piano internazionale, le conseguenze sono ovvie. Nonostante alcuni successi diplomatici, la considerazione di cui godono il Paese e il suo leader sono in continua discesa, e forse non siamo ancora giunti al livello più basso. Un fatto che dovrebbe stare a cuore anche alle nostre imprese, così premurose, negli anni scorsi, nel loro sostegno al premier.

Sul piano interno, non è altro che l’ennesimo vortice di una spirale discendente che non accenna ad arrestarsi. E che le continue denunce, in mancanza di un riscossa morale innanzitutto all’interno del Pdl, non riescono a far diventare un circolo virtuoso: quasi ci si fosse assuefatti al peggio.

Il declino sarà dunque inesorabile, anche se forse meno rapido di quanto potremmo immaginare. I sondaggi, è vero, sono in calo: ma il genio politico di Berlusconi, e le sue indubbie capacità, sapranno trovare l’ennesimo coup de théâtre o una qualche altra emergenza da gestire miracolisticamente, per ribaltare tendenze peraltro ondivaghe ed emozionali, legate a fattori occasionali e instabili per definizione. Del resto, metà del paese è con lui, e non pronuncerà alcuna condanna: anche perché non desidererebbe altro che essere al suo posto.

Il controllo assoluto del destino politico dei suoi, e l’assenza completa di democrazia nel partito di cui è leader, fa sì che la sua corte non avrà il coraggio, come non l’ha avuto finora, di contraddirlo. Il bisogno di mantenere il potere da parte di Berlusconi, per continuare a posporre i suoi guai giudiziari, per controllare l’informazione pubblica, e anche, molto umanamente, per darsi l’illusione di controllare lui gli eventi, anziché essere succube di essi, è quasi assoluto. E allora, a meno di fatti imprevedibili, è facile ipotizzare una legislatura umiliante ma non ancora finita, segnata da uno stillicidio di rivelazioni, sempre più infime e tristi – che possiamo immaginare più frequenti man mano che si accelereranno le tappe di un divorzio che non potrà certo rimanere vicenda privata – con un potere sempre solido e tuttavia fortemente indebolito, che lascerà alla fine l’Italia, sempre che regga economicamente, in pietose condizioni politiche e in una devastante situazione della morale pubblica, più bassa ancora rispetto ai tempi di Tangentopoli.

Un paese che avrà ulteriormente perduto il suo rango, depresso economicamente e moralmente, e retrocesso agli occhi della pubblica opinione internazionale. In condizioni più difficili, quindi, e comparativamente peggiori, di quando Berlusconi l’ha preso in mano.

L’era berlusconiana, nata in un tripudio di speranze e ottimismo, finirà male, dunque. Ma dovremo assaporarla fino alla fine. Come accaduto con l’era Bush, del resto. Sperando che capiti anche a noi, alla fine, un Obama di cui non si vedono per ora le tracce. Ma senza avere le risorse che all’America sono venute dall’essere la prima potenza mondiale.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Assuefatti al peggio. L’Italia del bunga bunga, in “Il Piccolo”, 30 ottobre 2010, pp. 1-2 (anche messaggero veneto)

Afghanistan: La missione è fallita, ora tutti a casa

(Sono contro la retorica del dolore: il dolore, quello vero, dei familiari delle vittime, è sufficiente.

Sono contro la speculazione politica: anche quella a fin di bene e per la causa della pace.

Sono contro i populismi facili, di chi dice “via dalla guerra” comunque, non importa se giusta o meno, necessaria o meno, o se la si lascia vinta all’aggressore.

Sono contro il familismo ‘a prescindere’: quello per cui se muoiono gli altri chissenefrega, o finché i nostri sono in missione ben pagati allora va bene, ma se poi muoiono allora improvvisamente si scopre che la guerra fa male.

Detto questo,)

E’ ora di dire qualche spiacevole verità sulla guerra in Afghanistan. Non sull’onda dell’emozione per gli ultimi morti, che non saranno gli ultimi. Ma sull’onda della ragione: inclusa la ragion di stato.

E’ discutibile che fosse un obiettivo sensato andare in Afghanistan, sapendo di colpire soprattutto la popolazione civile, per stanare Bin Laden e distruggere al-Qaeda.

Tuttavia l’invasione dell’Afghanistan, per essere una guerra, era nata bene: nel pieno di una ondata emotiva mondiale, che aveva scosso il globo a seguito degli attentati dell’11 settembre. Con un obiettivo relativamente preciso: sconfiggere quel terrorismo. Con un consenso e una coalizione vastissima, che includeva non solo l’occidente, ma anche molti paesi musulmani, per i quali il terrorismo islamico di Bin Laden era un nemico anche più pericoloso che per noi.

Ciononostante la missione in Afghanistan è fallita. Non solo perché ha mancato il suo principale obiettivo: Bin Laden vive ancora tranquillamente in quelle zone, e la minaccia terroristica globale è aumentata, non diminuita. Non solo perché ha mancato anche l’obiettivo collaterale, su cui l’occidente aveva investito, propagandisticamente, parecchio: portare la democrazia e magari l’emancipazione femminile in un paese che vive invece una situazione di guerra tribale permanente, come e più di prima, e la donna vive nella stessa situazione di sempre. Ma perché si è trasformata progressivamente in altra cosa.

Primo: come tutte le guerre, è durata assai più a lungo del previsto. Semmai stupisce che l’umanità continui a credere nelle bugie della guerra lampo che lei stessa si racconta.

Secondo: i danni e le vittime collaterali – che poi sono uomini, donne, bambini, preferibilmente civili – sono aumentati a dismisura. E anche le vittime tra i militari occidentali, americani soprattutto.

Terzo: i costi sono lievitati enormemente, e come sempre accade nel nostro paese senza alcuna discussione sul senso e sull’utilità dei medesimi.

Ma più di tutto è diventata politicamente altra cosa. Dal momento dell’invasione americana dell’Iraq quello in Afghanistan non è stato più un obiettivo locale, supportato da una ‘coalizione di volonterosi’, ma una pedina di un conflitto globale. Non è dal momento in cui Obama ha ribadito che se ne sarebbe andato dall’Afghanistan al più presto che quel conflitto ha cambiato natura (persino Bush aveva parlato di exit strategy, e non poteva del resto fare altrimenti): ma dal momento in cui, con l’invasione dell’Iraq, la war on terror è diventata war on islam, e le ragioni geopolitiche e ideologiche degli Stati Uniti hanno di gran lunga sopravanzato quelle originarie, che interessavano il globo e non solo gli Usa. È allora che sarebbe dovuto cominciare, anche in Italia, un dibattito sul senso della nostra presenza in Afghanistan: a difesa di quali interessi?

Di fronte a questo, e a un prevedibile ritiro americano che prevedibilmente non avverrà nel 2011 come preannunciato, è semplicemente surreale che da noi si parli di dotare di bombe i nostri aerei, o si accetti senza discussione il continuo aumento del costo umano ed economico della missione.

La missione è fallita: e per una volta non per responsabilità primariamente italiane. Lo si ammetta, si collabori alla costruzione di qualche significativa struttura di pace, e poi tutti a casa, e il più in fretta possibile.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Afghanistan: La missione è fallita, ora tutti a casa, in “Il Mattino”, 15 ottobre 2010, p. 14 (anche la nuova di venezia pp.1-10 e la tribuna di treviso pp.1-10 e il corriere delle alpi p.12)

Il nuovo Ulivo non basta, serve una via d’uscita

L’opposizione, finalmente, ha battuto un colpo. Di fronte a una evidente crisi politica e prima ancora morale, in cui tra primi ministri, ministri e coordinatori del principale partito di maggioranza, si è visto in questo scorcio d’estate di tutto e di più (avvitamento del sistema di potere su se stesso, invischiamento nel malaffare, sordide clientele, uso delle risorse pubbliche per fini di arricchimento personale), il principale partito di opposizione si è svegliato dal letargo, ricordandosi di non lasciare il mestiere solo a Fini (che dopo tutto vota con la maggioranza) e a Famiglia Cristiana. E di fronte al vecchio che marcisce e va in cancrena, trascinando il Paese nella sua stessa decadenza, il nuovo che avanza ha finalmente partorito la soluzione: il Nuovo Ulivo, con la maiuscola…

La sostanza è giusta, ci mancherebbe: unire le forze di opposizione per uscire dalla deriva plebiscitaria sudamericana verso cui siamo incamminati, fare una decente riforma elettorale che riconsegni il diritto di voto agli elettori, e poi occuparsi finalmente dei problemi del Paese. La formula non potrebbe invece essere più triste e inadeguata. Viene da piangere, più che da sbadigliare, di fronte a tanto politichese, a tanta incapacità comunicativa, a tante formule per addetti ai lavori, che sono la misura esatta di altrettanta distanza dal paese reale. E l’esagerato e spesso finto entusiasmo con cui il messaggio è stato accolto dalla nomenclatura del PD, quasi fosse la parola profetica di un oracolo, o il risveglio del leone addormentato, o la tromba dell’ “arrivano i nostri”, è la conferma di questo distacco, e allo stesso tempo il segnale di come di una parola e di un’azione decisa ci sia un tragico bisogno.

Fa impressione, però, l’immediato avvitarsi del dibattito interno che è scattato, come un riflesso condizionato, intorno alle solite facce. Quelle dei burosauri del partito, che dal Pleistocene si risvegliano per dire la loro a questo o a quel giornale, e come vecchie dive dal glorioso passato conquistano un’altra effimera passerella nell’illusione di ritrovare un ruolo, senza rendersi conto che trasmettono irrimediabilmente la sensazione di una stagione oramai tramontata. Lo stesso richiamo all’Ulivo – una stagione anche esaltante di tentativi riformisti, mai veramente digerita da una parte di quella stessa nomenclatura che oggi la ripropone, e soprattutto miseramente finita nelle faide interne che hanno riconsegnato il Paese a Berlusconi – oggi per lo più fa l’effetto di quei soprammobili che rappresentano un caro ricordo ma di cui, senza avere il coraggio di buttarli via, non si sa bene cosa fare.

Detto questo, è più che urgente rimboccarsi le maniche per costruire una opposizione adeguata alla tragedia – travestita da farsa ma non per questo meno grave – che stiamo vivendo, e una alternativa percorribile all’implosione incontrollata che ci aspetta con l’attuale classe dirigente. Perché c’è il bisogno vitale di dare una svolta al Paese, o almeno il barlume di una speranza: prima che ci si spenga nella rassegnazione, e la palude ci inghiotta. Per cui, per favore, basta discutere: e dateci l’opposizione che ci serve. Perché non è solo la Prima Repubblica che è morta; anche la Seconda è purulenta e agonizzante. E abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia intravedere la Terza. O una via d’uscita purchessia…

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Il nuovo Ulivo non basta, serve una via d’uscita, in “Il Piccolo”, 1 settembre 2010, pp. 1-2

anche come Allievi S. (2010), Nuovo Ulivo: serve la svolta, basta discorsi, in “Il Mattino”, 7 settembre 2010, pp. 1-5 (anche la nuova di venezia e la tribuna di treviso)

Stakanovisti del bla bla

Governo tecnico, di salute pubblica, balneare. Eccezionale, di unità nazionale, istituzionale. Di transizione, di emergenza, di responsabilità nazionale. Di larghe intese o di stretti orizzonti. Per cambiare due o tre cose perché nulla cambi, o nessuna tanto fa lo stesso. Patto di legislatura o accordo di programma. E poi il girotondo dei nomi, lanciati nell’aere prima ancora che vengano informati i diretti interessati: Monti, Tremonti o Montezemolo. O altro presunto tecnico di turno. Tanto, anche qui, fa lo stesso: è solo un gioco.

Il primo accenno di crisi è sempre propizio ai dichiarazionisti: tanto più se siamo d’estate e i giornali, gossip, traffico e caldo a parte, hanno poco o nulla da scrivere. Anche il dichiarazionista del resto è animale stagionale. Riposa quando ci sarebbe da lavorare, ma è pronto a scattare con la sua formula magica quando non c’è assolutamente nulla da fare. E soprattutto nulla che possa fare lui, dato che la soluzione è fuori dalla sua portata.

Di solito i dichiarazionisti sono oligarchi, ex-oligarchi o aspiranti oligarchi dei vari partiti: più facilmente di opposizione, o di minoranze insoddisfatte interne alla maggioranza, dato che le maggioranze sono impegnate a tenersi strette carriere e poltrone, vitalizi e prebende, e quindi hanno interesse a non cambiare nulla. Il loro scopo non è dire o tanto meno fare qualcosa, ma far vedere che esistono. Per questo si gingillano a immaginare scenari, che è pur sempre meno faticoso che impegnarsi a costruirli.

L’impegno del dichiarazionista del resto non è gravoso: sa che la decisione non è in mano sua, ma dichiarando a destra e a manca da’ a vedere di contare qualcosa, grazie alla complicità del giornalista, che dando spazio al dichiarazionista a sua volta da’ a vedere di saperne molto di più, quanto a retroscena e complotti, di quanto in realtà non ne sappia. E così, con poca spesa, la dichiarazione da’ una buona resa.

Di concreto, dietro tanto dichiarare, qualcosa c’è: ma ha più a che fare con l’economia domestica che con la politica. Sono i ribaltoni e i cambi di casacche, i traditori e i venditori, i transfughi e i trasformisti. I parlamentari in vendita, in affitto o in leasing, riciclati, dismessi o pronti all’incasso: i camaleonti, insomma. Che cercano di capire cosa lucrare in proprio dallo sfacelo generale.

Il resto sono solo parole. Che, come al solito, mostrano come la situazione sia tragica, ma non seria. Perché, dopo tutto, dichiarazionisti e camaleonti – quando non sono la stessa persona – sanno benissimo che la decisione, per ora, è ancora in mano a una sola persona, o al massimo due o tre: il Cavaliere, forse il Lumbard, e l’imponderabile, il destino, o Dio, se avesse voglia di occuparsi di queste mestizie.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Stakanovisti del bla bla, in “Il Piccolo”, 6 agosto 2010, pp. 1-2 (anche su messaggero veneto Animali di stagione: I dichiarazionisti)

anche come Allievi S. (2010), Crisi politica e camaleonti di stagione, in “Il Mattino”, 24 agosto 2010, pp. 1-4 (anche la nuova di venezia e la tribuna di treviso)

Ma il federalismo non può attendere

Un quartino di niente. Potremmo sintetizzare così la nomina del quarto ministro ad occuparsi dell’obiettivo più evanescente del governo: il federalismo. Un obiettivo che, dato il taglio continuo di risorse proprio agli enti che il federalismo dovrebbero attuare – Comuni e Regioni – rischia in realtà di allontanarsi indefinitamente o di restare a secco di contenuti reali, proprio come una bottiglia con troppi bevitori intorno. Un’etichetta senza prodotto. Un buco con niente intorno, per parafrasare una nota pubblicità, con un riferimento tragicamente diretto al buco nei conti pubblici che la manovra cerca malamente di contenere, caricandolo sugli enti locali e quindi in definitiva sui cittadini.

Tuttavia proprio la caduta dell’obiettivo finale sarebbe una tragedia ulteriore. Il federalismo è necessario non alla Lega, ma all’Italia. La Lega ha il merito storico di avere imposto la consapevolezza della sua necessità a buona parte del quadro politico, e alla pubblica opinione nel suo complesso. E la responsabilità storica di non aver saputo coinvolgere nella sua attuazione le capacità progettuali e tecniche migliori della nazione. E questo perché ha annegato un’istanza di innovazione e modernizzazione profonda, e di apertura, come il federalismo, in una proposta politica complessivamente angusta, arcaica e provinciale, di chiusura. Cercando di guidare e persino di monopolizzare il progetto con un ceto politico ancora non adeguato alla complessità della sfida. Con il risultato paradossale che se la Lega può attribuirsi a giusto titolo il merito di aver sollevato e tenuto alto anche in Parlamento e nel Governo il vessillo federalista, cui il Popolo delle Libertà si è adeguato più all’interno di una logica di scambio che per convinzione, sono spesso parlamentari, sindaci e intellettuali progressisti a suggerire i tecnicismi necessari ad attuarlo, o ad accorgersi delle contraddizioni più macroscopiche nella sua costruzione, e a cercare di correggerle.

Il fatto che però oggi chi nel Pdl tiene i cordoni della borsa, insieme alla destra di Fini, accompagnata anche da parte significativa della sinistra e della sua stampa, ripeta come un mantra che ormai di soldi per attuare il federalismo non ce ne sono più, e quindi non se ne parla proprio, lascia trapelare la malcelata soddisfazione di chi, in fondo, pensa così di aver colpito l’avversario politico di maggiore successo degli ultimi anni. Facendo un altro errore storico. Perché il fallimento di questo obiettivo (lo ripetiamo: l’unica vera grande istanza di modernizzazione sistemica che sia stata avanzata nell’ultimo decennio almeno) sarebbe il fallimento dell’Italia, non solo della Lega: che avrebbe buon gioco nell’attribuirne la responsabilità ai nemici centralisti, lucrandone comunque una rendita elettorale, anche se vedrebbe allontanarsi ulteriormente il suo principale obiettivo politico, ciò che alla lunga stancherebbe la parte più avvertita del suo elettorato.

La Lega ha ingoiato rospi di dimensioni enormi, pur di portare a casa l’obiettivo almeno nominalistico del federalismo, a cominciare da quello fiscale: dalle leggi ad personam agli investimenti a pioggia nel sud, fino a una modalità di governo, avallata anche dalla Lega stessa, che ha configurato quello attuale come probabilmente il governo più centralista dell’intera storia repubblicana, che ha eroso competenze agli enti locali in tutti i settori, a partire dalla stessa imposizione fiscale. Sperare che il processo fallisca in modo da caricarlo sulle spalle della Lega sarebbe tuttavia irresponsabile, per l’alleata destra non leghista come per l’opposizione. Sconfitto il federalismo non avrebbe vinto nessuno: se non la vecchia, inefficiente, immobilista e spendacciona Italia di sempre. Una Italia da cui non solo il nord ha tutto il peggio da temere, e nulla, ma proprio nulla di buono da aspettarsi.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Ma il federalismo non può attendere, in “Il Piccolo”, 26 giugno 2010, pp. 1-2 (anche su Messaggero Veneto, pp.1-2). Anche in Allievi S. (2010), Il federalismo dopo il varo della manovra, in “Il Mattino”, 16 luglio 2010, p. 1 (anche la nuova venezia e la tribuna di treviso, la manovra e il federalismo)

Il Pd si sta berlusconizzando?

Della democrazia interna possono fare a meno i partiti personalistici, carismatici e monoproprietari. Ad essi non servono congressi: e infatti fanno convention, passerelle o meeting tribunizi ad uso delle tv; tanto le decisioni vengono prese altrove. Non così per un partito che si vuole democratico, per ragione sociale e per metodo.

E’ per questo che ha suscitato sorpresa leggere sui giornali che un conclave di autorevoli maggiorenti del PD padovano, che non costituisce tuttavia un organismo formale del partito, avrebbe deciso i prossimi segretari cittadino e provinciale in un logica di compensazione tra correnti, con candidature uniche e nessuna possibilità di discussione (chi vorrà candidarsi potrà farlo, naturalmente, ma senza e contro il partito, la cui macchina lavorerà per altri). Per giunta con una certa fretta, visto che, ignorando le richieste di rinvio che venivano da alcuni circoli di base, Padova e Vicenza, uniche realtà venete, svolgeranno i congressi entro pochi giorni, mentre altrove si faranno in autunno (come chiesto dai due terzi degli iscritti sul sito dello stesso PD veneto).

La miopia di questo metodo sta nel fatto che il PD ha dato il suo meglio, anche in termini di partecipazione e di visibilità dei suoi contenuti e delle sue battaglie, quando ha saputo coinvolgere maggiormente cittadini ed elettori. Qui si tratta di iscritti, che a maggior ragione si dovrebbero coinvolgere nel meccanismo decisionale. E che invece, complici tempi ristrettissimi e un regolamento al limite del delirio burocratico, che ancora una volta impone liste bloccate e non consente di esprimere preferenze, vengono di fatto marginalizzati.

Non è la scelta delle persone, tutte degne, in questione: ma il metodo. Contrariamente a quanto si dice, il fine, anche in politica, non giustifica i mezzi, ma li discrimina. Se l’obiettivo è costruire un partito che sia democratico, possibilmente più ampio e coinvolgente dell’attuale, propositivo e capace di costruire un’alternativa, il metodo non può essere che democratico, propositivo e coinvolgente. Non praticarlo impedisce la discussione e il confronto interni, anche tra vertici e base, che sono fecondi, riducendo tutto a una discussione autoreferenziale tra vertici non sempre rappresentativi, e costringendo il dibattito a spostarsi all’esterno del partito: dai mugugni al bar ai giornali.

Un grande studioso, Albert Hirschman, insegnava che il membro di un’organizzazione, al di là dei momenti di adesione fusionale, ha solo due modi per manifestare la sua critica (e la sua stessa presenza): l’exit e la voice. L’exit è appunto l’andarsene: non comprare più il tal prodotto, non votare più il tal partito. Un gesto chiaro, ma senza spiegazioni. La voice è la critica costruttiva: manifestare le proprie posizioni, motivarle, cercare aggregazione intorno ad esse, proporre soluzioni di miglioramento o ricambi di leadership. Se la voice non è consentita, non resta che la lealtà acritica (che tuttavia è un meccanismo che funziona meglio nei momenti di successo) o l’exit. Ecco perché non consentire alla voice di manifestarsi nell’ambito di un dibattito franco e aperto tra proposte alternative è una logica controproducente, che il PD, e le molte buone energie che lo abitano, non merita.

Una nota a margine. Questa logica dà rappresentanza solo a due gambe del PD: l’ex DS e l’ex Margherita. Riproducendo il passato anziché costruire il futuro, e impedendo la voice dell’altra fondamentale terza gamba: quella degli iscritti avvicinatisi al PD precisamente perché era un progetto nuovo e diverso – molte delle energie migliori e più entusiaste del partito si trovano proprio in quest’area. E non favorisce una discontinuità tra le persone che hanno gestito le diverse fasi, considerata quasi unanimemente una condizione indispensabile al rinnovamento (il candidato segretario provinciale, ad esempio, era un vice del precedente: il che è buona cosa solo quando l’obiettivo è la continuità). Non sembri strano allora che si auspichi una sana concorrenza, che non fa bene solo al mercato. E l’ascolto di persone e aree portatrici di opzioni alternative e di spinte innovative. Servirebbe almeno a non ripetere gli errori di sempre.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Il Pd si sta berlusconizzando?, in “Il Mattino”, 12 giugno 2010, p. 19

Il potere delle leggi e quello del padrone. Capire l’Italia con Rousseau

Rousseau e l’Egoarca: Su intercettazioni e dintorni

“Il più forte non è mai abbastanza forte da esser sempre il padrone, finché non trasforma la sua forza in diritto e l’obbedienza in dovere” (Rousseau). Ecco spiegata l’enfasi sulle leggi ad personam e ad pecuniam. E la necessità di inchiodare un paese travolto da un dissesto economico e finanziario e da una bancarotta morale di cui non abbiamo ancora visto il peggio (e, letteralmente, non lo vedremo, perché non ce lo faranno vedere) alle leggi sulle intercettazioni telefoniche.

Capita, alle volte, di riprendere in mano un autore del passato, e di ritrovarsi immersi nell’attualità più scottante. E’ quello che mi è capitato nei giorni scorsi col vecchio Rousseau: che, duecentocinquant’anni dopo aver scritto i suoi libri più noti, scopro descrivere non la Svizzera o la Francia di allora, ma l’Italia di oggi. L’Italia che nel momento in cui taglia ulteriormente le risorse e i servizi ai cittadini e dunque anche le loro libertà, produce riforme che impediscono a quegli stessi cittadini di sapere cosa fanno coloro che danneggiano e umiliano il paese e le sue regole in nome della privacy di governanti e delinquenti, approfittatori e accaparratori, mafiosi e trafficanti, corrotti e corruttori (quando non sono, se non la stessa persona, lo stesso ceto e lo stesso coacervo di interessi). L’Italia in cui l’Egoarca ci costringe a dibattere di intercettazioni e riprese video, come se fossero la principale urgenza del paese, solo perché è rimasta l’unica via attraverso cui lui e la sua corte sono stati messi in qualche modo alla berlina, o còlti in atti e parole moralmente discutibili o francamente illegali. Questo mentre i cittadini vedono assottigliarsi giorno dopo giorno i servizi cui avrebbero diritto, i comuni affogano in incomprensibili patti di stabilità che ne uccidono la possibilità non solo di spesa, ma di governo: e gli uni e gli altri restano senza parole, anche senza bavaglio alle intercettazioni, senza risorse e con sempre meno libertà.

Sembra di rileggere un’altra memorabile frase del nostro Jean-Jacques: “Voi avete bisogno di me, perché io sono ricco e voi siete poveri; facciamo dunque un accordo tra di noi. Io permetterò che voi abbiate l’onore di servirmi, a condizione che voi mi diate il poco che vi resta, per la pena che io mi prenderò di comandarvi”. O altrove, ancora più radicalmente: “Di fatto le leggi sono sempre utili a quelli che possiedono e nocive a quelli che non hanno niente” – almeno quando la volontà dell’Egoarca è così radicalmente lontana da quella dei sudditi, e la sua bulimia di potere, e il suo desiderio di sfuggire qualunque controllo, incluso quello della Costituzione, che non a caso gli sta stretta, non conosce limiti.

E’ in questi casi che si scopre come la democrazia – che resta sempre, come diceva Churchill, “il peggiore dei sistemi possibili, ma non ne conosco uno migliore” – possa diventare quel perverso meccanismo per cui detenere il potere politico è detenere il mezzo per travestire un interesse particolare da interesse generale. Ottenendo, nelle parole di Rousseau, questo splendido risultato: “Quanto a voi, popoli moderni, voi non avete schiavi, ma lo siete”. O lo state diventando. Perché “un popolo libero obbedisce ma non serve; ha dei capi, ma non dei padroni; obbedisce alle leggi, ma solo alle leggi; ed è in virtù delle leggi che non diventa servo degli uomini”. Se non c’è, tuttavia, la scellerata collaborazione di chi le leggi le fa (o nemmeno più quello: si limita a votarle) secondo le necessità dell’Egoarca, perché invece che rappresentante del popolo, grazie a un sistema che nessuno stranamente sente l’urgenza di cambiare, è un cortigiano che deve la sua fortuna alle grazie capricciose del sovrano. E dal quale quindi non ci aspettiamo alcun sussulto di dignità.

Stefano Allievi

24 Allievi S. (2010), Il potere delle leggi e quello del padrone. Capire l’Italia con Rousseau, in “Il Piccolo”, 10 giugno 2010, pp. 1-2 (anche su Messaggero Veneto, Italia ad personam. Le urgenze sono altre, pp.1-2). Anche in Allievi S. (2010), Diritto della forza, dovere dell’obbedienza. Quante leggi ad personam e ad pecuniam, in “Il Mattino”, 11 giugno 2010, pp. 1-4 (anche ‘La Nuova di Venezia’ e ‘La Tribuna di Treviso’)

Vanno tagliati i veri costi della politica italiana

“Tagliare i costi della politica” è un bello slogan. Che finora ha prodotto il taglio del numero di consiglieri comunali che prendevano indennità da pochi euro, e poco altro. Allontanando persone che dalla politica non guadagnavano nulla dai meccanismi della partecipazione democratica, senza alcun vantaggio reale per le casse dello stato e dei comuni.

Ora Calderoli propone il taglio al 5% delle indennità di parlamentari e ministri: 4 milioni di euro per i primi, l’equivalente di 7 ore di volo degli aerei blu per i secondi, come hanno calcolato i soliti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Briciole. Che nascondono il vero problema. Che non è nelle indennità, ma nei benefici correlati al ruolo. Per dire, un politico ci costa molto di più in annessi e connessi (dai portaborse alle auto blu alle vacanze a spese dello stato) che in indennità. E, peggio, ci costa molto di più quando smette di esserlo (in pensioni, benefit, e magari scorte inutili) che non mentre lavora per noi.

Un secondo problema sta nell’uso degli strumenti della politica in maniera formalmente legale, ma producendo effetti perversi. Come ricordava Max Weber, c’è chi vive per la politica, e c’è chi vive della politica. I primi sono pochi, i secondi sono molti e famelici. E tengono famiglia, per cui accumulano cariche per i tempi bui (sommando quelle in parlamento o in regione con altri enti e consigli d’amministrazione di nomina pubblica), fanno far carriera alla moglie in un ente o fanno arrivare consulenze pubbliche al fratello. O, da parlamentari, per aggirare il divieto di assumere come segretari i parenti stretti, assumono ciascuno la moglie dell’altro. O ancora, da leader di partito, fanno eleggere il proprio figlio, bocciato tre volte alla maturità, come più giovane consigliere della Lombardia. Tutti esempi che abbiamo preso, non a caso, dallo stesso partito di Calderoli. Certo, così fan tutti, e altri magari fanno peggio. Ma, appunto, come diceva qualcuno: chi è senza peccato… Che almeno, da membri della casta, si abbia il pudore di non usare la retorica dell’anti-casta.

Un terzo problema è dovuto all’arricchimento personale al di fuori della politica. Come diceva Balzac, a dimostrazione del fatto che si tratta di un male antico, “un uomo politico è un uomo che è entrato negli affari, o sta per entrarvi, o ne è uscito e vuole rientrarvi”. E se Tangentopoli ci ha mostrato che, almeno in parte, si rubava per il partito, gli affari della cricca ci mostrano che oggi si ruba solo per se stessi, e senza alcuna vergogna. Non sono casi singoli, mele marce, episodi eccezionali, come si fa finta di dire: ma un sistema ben oliato e organizzato, ordinario e familiare, accettato e condiviso – fisiologia del sistema, non sua patologia. Ma il suo costo, che ricade sulla collettività, è fatto di spese inutili, di appalti gonfiati, di benefici personali (magari con vista sul Colosseo), che incidono ben oltre quel fatidico 5%.

Il quarto e più grave costo della politica è tuttavia un altro: sta negli sprechi, nelle inefficienze, negli enti inutili, negli stipendi non meritati, nella mancanza di pianificazione, nelle spese senza criterio e senza progetto, nei controlli mancati, nell’incompetenza, nella perversione del mercato e nell’umiliazione del merito. E in tutto ciò che uccide la fiducia, l’energia e la volontà di innovazione.

Per cui bene il taglio del 5%. Magari anche del 10. E delle indennità. E della metà dei parlamentari. E della metà delle spese di camera e senato. E degli uffici stampa della regioni. E degli enti. E si promuova la trasparenza dei bilanci e l’anagrafe degli eletti. E non si nominino i propri uomini per fedeltà di partito anziché per merito, applicando un feroce spoil system. Allora forse i cittadini ritroveranno fiducia, e non penseranno di trovarsi di fronte all’ennesima trovata pubblicitaria.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Vanno tagliati i veri costi della politica italiana, in “Il Mattino”, 19 maggio 2010, pp. 1-5 (anche ‘La Nuova di Venezia’ e ‘La Tribuna di Treviso’)

Parabola Fini, da sdoganato a isolato

La campagna di diffamazione di cui Fini è oggetto da parte del ‘fuoco amico’ dei giornali del Cavaliere, e il suo accerchiamento nel PDL, dimostrano la pericolosità della sfida da lui lanciata, più che a Berlusconi come persona, al berlusconismo come sistema e come stile politico.

Berlusconi è riuscito a costruire un partito, un governo e, in buona misura, un Paese a sua immagine e somiglianza. In cui, come nel sistema eliocentrico, lui è il sole, e tutto il resto – leggi, carriere, notizie, priorità nazionali e destini personali – si misura dalla vicinanza o dalla distanza delle orbite di coloro che ruotano intorno a lui.

Fini persegue un obiettivo diverso, e non da oggi: politico, non solo personalistico.

Per questo, da leader di un partito, l’MSI, che ha avuto il ruolo di traghettatore dell’eredità e dei valori del fascismo nella democrazia repubblicana, destinandosi all’opposizione, ha voluto fondare nel 1994 Alleanza Nazionale, nata precisamente per sfuggire all’isolamento politico e proporsi come forza di governo. Ci è riuscito, e con rapidità. Troppa, forse, e con sospetto unanimismo, che lasciava trasparire, nei colonnelli del partito, un’evoluzione più di convenienza che di convinzione. Una coppa amara che bisognava bere per entrare finalmente, dopo un lungo digiuno, nelle sfere del potere. E infatti oggi i colonnelli al potere rimangono, lasciando il leader al suo progetto.

Il Popolo della Libertà, nato lo scorso anno non con un congresso, ma con una passerella di notabili, non è stato infatti che l’ultima tappa di quella evoluzione: la manifestazione visibile di un potere acquisito, saldo, ostentato, disinteressato alla discussione perché la sua ragion d’essere era ormai acquisita. Ma oggi i nodi vengono al pettine.

Fini deve molto a Berlusconi. Per averlo “sdoganato” – parola dallo stesso Berlusconi utilizzata ai tempi della corsa di Fini per il Campidoglio – e per avergli fatto ottenere il ruolo un decennio fa impensabile di presidente della Camera. Ma ha sempre avuto un obiettivo politico proprio.

Vanno letti in questa chiave i gesti e le parole d’autocritica: l’abbandono dei riferimenti a Mussolini e al fascismo, il richiamo ai padri nobili della patria repubblicana, da Einaudi a De Gasperi, le visite ai campi di concentramento e in Israele, le condanne ferme dell’antisemistismo, le parole di riconoscimento del ruolo storico della Resistenza, fino alle prese di posizione sui diritti fondamentali, sull’immigrazione, sulla laicità.

Tutte tappe della costruzione di un progetto politico di lungo periodo incentrato su una immagine di sé come leader innovatore, sopra le parti e fuori dagli schemi: istituzionale, da statista. Passata attraverso i discorsi alti, le frequentazioni trasversali, la progettualità culturale della Fondazione “Fare futuro”, il suo personale think tank. Un percorso non senza contraddizioni, se pensiamo che il suo nome resta legato a due leggi tra le più culturalmente conservatrici e retrodatate nell’impianto, la cui conseguenza più evidente è stata di riempire inutilmente le carceri italiane senza alcun miglioramento della sicurezza reale o percepita: la Bossi-Fini sull’immigrazione e la Fini-Giovanardi sulla droga.

In questo quadro la sua frettolosa accettazione della proposta di co-fondare, in un ruolo inevitabilmente subordinato, il Popolo della Libertà, dopo aver irriso il discorso del predellino, si rivela come una scommessa non riuscita. Nell’illusione, probabilmente, di diventarne il leader (dopo aver provveduto, con l’instaurazione di un sistema presidenziale, a portare Berlusconi stesso alla presidenza della Repubblica, o in caso di sua sempre possibile disgrazia giudiziaria, tuttavia sempre più lontana man mano che si estende il suo potere) se ne è ritrovato ai margini.

Probabilmente il suo gesto peggio calcolato, di cui oggi sta pagando il prezzo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Parabola Fini, da sdoganato a isolato, in “Il Mattino”, 12 maggio 2010, pp. 1-11