La democrazia dello struzzo

La democrazia dello struzzo

L’immigrazione, prima di essere un problema, è un dato. Che ha le sue conseguenze positive: su una demografia pericolosamente squilibrata, sul mercato del lavoro (non solo svolgendo lavori di cui c’è richiesta, ma sostenendo con i contributi il pagamento delle nostre pensioni e badando ai nostri vecchi che le percepiscono), sul prodotto interno lordo. E ha i suoi costi: culturali e sociali. Pagati dagli immigrati, in termini di sfruttamento, di difficoltà di inserimento, qualche volta di discriminazione e razzismo. E pagati dalla società: in termini di danni oggettivi (aumento dei reati, nuovi bisogni da soddisfare, o meglio vecchi bisogni di persone nuove), di paure soggettive, di trasformazioni sociali e di mentalità, che sono anch’esse difficili e costose. Costi che si traducono in conflitti e incomprensioni. Spesso transitorie, peraltro, e già vissute all’inverso ai tempi della nostra emigrazione: ma accorgersene presuppone una capacità di distanza critica che non appartiene all’emotività del presente.

L’immigrazione ha i suoi costi, dicevamo. Ma qualcuno ci guadagna. Gli immigrati che ce la fanno. Coloro che beneficiano del loro lavoro. Quelli che li sfruttano, speculando sul loro bisogno di casa o lavoro, o comprandone il corpo. E quelli che lucrano sulle paure che inducono. Tra questi, gli imprenditori politici della paura. Che, non a caso, sotto elezioni hanno alzato la voce e moltiplicato le iniziative ‘esemplari’, tra ronde e delazioni. Il pacchetto sicurezza appena approvato ne è la manifestazione più evidente, da offrire in pasto ad un elettorato ossessionato dalla sicurezza, ad opera degli stessi che poi gli offrono risposte pronte all’uso: inefficaci – ma che importa – ma facilmente spendibili ed incassabili come rendita elettorale immediata. Non a caso la Lega e Berlusconi fanno a gara ad assumersene la paternità. Con un errore di calcolo, per una volta, da parte di Berlusconi: l’elettorato d’ordine sa benissimo, in questo caso, chi dover ringraziare.

Il travestimento ‘culturale’ di questo coacervo di barbarie legislativa è quanto meno concettualmente zoppicante: come quel “sì alla società multirazziale, no alla società multietnica” che molti esponenti del centro-destra stanno tentando di spiegarci in questi giorni. Che, tradotto, vuol dire: pazienza se l’immigrato è negro o cinese – in ogni caso, purtroppo, non possiamo farci niente. L’importante è che non pretenda di essere alcunché che non sia culturalmente omologato – a chi, tra degli autoctoni tra loro molto diversi, è già un problema ulteriore e non così facilmente risolvibile. Come negli spot del governo di qualche mese fa, del resto: in cui alcuni garruli pizzaioli immigrati lavoravano felicemente cantando ‘O mia bela madunina’ e ‘Funiculì, funiculà’. Canzoni che peraltro pochi di noi conoscono ancora, al di là dell’incipit o del ritornello, ma che importa.

Tra le tante norme discutibili prodotte nell’ultimo periodo, ultima quella sul respingimento degli immigrati che cercano di sbarcare illegalmente sulle coste italiane. Problema annoso. Che improvvisamente, sotto elezioni, diventa merce da mettere in pasto ai cittadini impauriti: opportunamente impauriti dagli stessi che poi offrono facili e illusorie soluzioni, travestite da sano pragmatismo.

L’immigrazione clandestina è un problema oggettivamente grave e non facilmente risolvibile. Lasciamo in sospeso, per il momento, fastidiosi interrogativi etici. Che tuttavia un paese che si vuole civile non può dimenticarsi di affrontare: a cominciare da quel diritto d’asilo già presente nelle pagine della Bibbia, libro a cui tanti si richiamano senza porsi l’incomodo di leggerla davvero, e sancito dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e da convenzioni firmate anche dal nostro paese.

Limitiamoci alla gestione del problema. In Italia la percentuale di clandestini è più alta perché è più facile vivere clandestinamente, grazie al peso maggiore dell’economia in nero. Il primo problema è lì: e precede l’immigrazione, non la segue. Troppo facile, anche se elettoralmente comodo, scaricarlo sull’ultimo anello della catena.

Detto questo, c’è un evidente problema pratico. Che fare dei clandestini? Lasciarli sbarcare, si dice, non si può più. Ammesso per realpolitik e non concesso in termini di principio. Dietro di loro c’è del resto un ignobile traffico, che è giusto voler stroncare, alla pari del traffico di droga e di armi. Qualcosa, quindi, bisogna fare. Ma siamo sicuri che l’unico modo per risolvere il problema sia il respingimento al limite delle acque territoriali?

Immaginiamo si trattasse di casa nostra: saremmo noi a doverci mettere col fucile in spalla a cacciare gli intrusi dal nostro pianerottolo. O ad assoldare delle guardie per farlo in nome nostro. Ci accorgeremmo allora, forse, che cominciare dalla fine non è per nulla il metodo migliore. E che ha delle conseguenze su di noi, prima ancora che sugli altri. Ci cambia, ci sporca, prima ancora di cambiare loro.

Proviamo a fare un passo in avanti, allora: non farli salpare, con la collaborazione dei paesi di transito? Già più ragionevole e meno drammatico. Ma può la nostra coscienza individuale e la nostra civiltà giuridica accontentarsi di lasciarli in balia delle sevizie, dei ladrocini e degli stupri delle guardie di frontiera libiche o d’altrove? Possiamo far finta di non vedere? No, non possiamo. E’ come nascondere la sporcizia sotto il tappeto, in modo da non vederla. Puzza comunque, prima o poi. E prima o poi qualche telecamera arriverà da quelle parti, a raccontarci che siamo stati noi, a darci un pezzo di specchio in mano per riflettere.

Potremmo allora fare un altro passo in avanti: andare a gestire noi, magari con uno sforzo internazionale ed europeo, come giustamente richiede anche il governo, quei campi, visto che la nostra è anche una frontiera europea, di cui non possiamo farci carico da soli. Sarebbe già meglio: garantirebbe più efficacia, migliori condizioni e maggior rispetto dei diritti minimi delle persone. Certo, costerebbe: ma lavorare sulle cause, nel lungo periodo, è sempre più efficace e meno costoso che gestirsi le conseguenze senza poter fare null’altro che parare i colpi.

Ma questo ci costringerebbe a comprendere che dovremmo fare un ulteriore passo in avanti, ed andarci ad occupare di quei paesi e di quei problemi, in modo da non farli partire. La soluzione del problema non sta nella chiusura, delle frontiere e delle coscienze, ma in una loro maggiore apertura: solo, in altro modo.

In fondo, a parole, persino la Lega e la falsa coscienza di molti di noi l’ha detto spesso: aiutiamoli a casa loro. Peccato non si sia mai visto nessuno avanzare una proposta di legge per destinare anche un solo miserrimo euro a questo scopo. E ancor meno sforzi per capire i fenomeni, e azioni per rispondervi. Elettoralmente non paga.

E allora prepariamoci a mettere altri sacchi di sabbia alla porta, e a predisporre i nostri fucili, rimpinguando nel frattempo le nostre scorte. Non l’arrivo dei barbari, ma il nostro imbarbarimento, è già cominciato.

Stefano Allievi

Confronti”, n. 6, giugno 2009, pp. 7-8

La dottrina di Barack Hussein

La dottrina di Barack Hussein

“Thank you, shukhran, assalamu aleikum”. Comincia così, tra gli applausi e i ringraziamenti, il discorso del ‘new beginning’, in cui la ‘dottrina Obama’ sull’islam è stata per la prima volta compiutamente articolata.

Una visione, innanzitutto: ed è già un cambiamento significativo rispetto a una politica fatta di solo pragmatismo e di tatticismi fin troppo decifrabili. Con l’inevitabile dimensione retorica che da una visione ci si aspetta.

A cominciare dalla prima applaudita citazione coranica: “Be conscious of God and speak always the Truth (Sii cosciente di Dio e dì sempre la verità)”. Con assoluta tranquillità applicata da Obama innanzitutto a se stesso, e al suo ruolo, alle vesti assunte al Cairo: che qualcosa di profetico l’avevano, e volutamente.

I richiami storici avevano la stessa funzione: di captatio benevolentiae, ma non solo. Dal riconoscimento del ruolo della civilizzazione islamica nell’aprire la strada al Rinascimento europeo, all’aver voluto ricordare che il primo paese ad aver riconosciuto gli Stati Uniti è stato un paese islamico, il Marocco. Dal tributo alla tolleranza islamica medioevale a quello, personale e più ‘americano’, all’eguaglianza razziale nell’islam.

La rivendicazione orgogliosa del mito americano è stata l’altra faccia di questa visione: a cominciare dal fatto che oggi “un uomo che si chiama Barack Hussein Obama sia presidente degli Stati Uniti”. Ma le citazioni sono state anche più dense. Il richiamo alla libertà religiosa, al fatto che non c’è un solo Stato negli Usa dove non ci sia una moschea (e ve ne siano 1200 in totale), la libertà delle donne musulmane di portare l’hijab garantita dal governo Usa fin nelle corti (due riferimenti che varrebbe la pena di meditare in Europa), fino all’episodio toccante del primo musulmano-americano eletto al Congresso nell’ultima tornata elettorale che ha giurato sul Corano che faceva parte della biblioteca personale di Thomas Jefferson. Corde giuste, per rivolgersi ai musulmani. Che hanno tuttavia mostrato di applaudire anche temi più delicati e problematici: dai riferimenti alla libertà di vestiario e di istruzione delle donne, all’applauso venuto dopo i riferimenti alle vittime della discriminazione religiosa in Bosnia e Darfur.

Sulla questione israelo-palestinese, l’equidistanza, ferma nel difendere i diritti degli uni e degli altri, e altrettanto nel definire l’amicizia con Israele ‘unbreakable’ e quindi fuori discussione, ha dato la linea. Con fermezza, tuttavia, sui punti delicati del riconoscimento reciproco, del no alla violenza, dell’orizzonte dei due stati che possano vivere entrambi in pace e sicurezza.

Nessun tentennamento sulla violenza religiosa. Quella di Al-Qaeda, innanzitutto, di cui ha avuto l’intelligenza di ricordare che le sue prime vittime, non solo sul piano politico ma anche concretamente su quello dei numeri della morte, sono stati i musulmani. Ma più in generale della fanatismo e del fondamentalismo: in quel contesto, proprio per come l’ha costruito, Obama ha potuto permettersi il lusso di stigmatizzare il fatto che “alcuni musulmani hanno la fastidiosa tendenza (disturbing tendency) di misurare la propria fede sulla base del rifiuto di quella altrui”.

“A new beginning”, quindi, quello prospettato. La fine, davvero, del paradigma del “clash of civilizations” – di fabbricazione americana ma di utilizzo globale – che ha dominato l’ultimo quindicennio, e che Obama ha esplicitamente contestato: per il suo essere, chiosiamo, più una profezia che si autorealizza che una constatazione empirica. Un nuovo inizio in cui si dica basta agli stereotipi reciproci: quelli occidentali sull’islam e quelli musulmani sull’America e l’occidente. In cui si metta da parte la paura e la sfiducia costruita per anni. Fino allo slancio finale: profetico, davvero. “E’ più facile iniziare delle guerre che finirle. E’ più facile parlare male degli altri che guardare dentro di sé; guardare quello che ci differenzia rispetto alle cose che abbiamo in comune. C’è una sola regola che sta nel cuore di ogni religione – che facciamo agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi”: che, per lo stupore di molti, è anche una citazione coranica, oltre che biblica, accolta da applausi convinti.

In crescendo, Obama ha anche proposto una parafrasi del suo fortunato slogan, “Yes, we can”: “Abbiamo il potere di costruire il mondo che vogliamo”. Fino alle tre citazioni finali dal Corano, dal Talmud e dalla Bibbia; quest’ultima, forse con qualche accento autobiografico, era “Beati i costruttori di pace…”. Fino al saluto islamico del cristiano ‘laico’ Obama: “Thank you. And may God’s peace be upon you”

Stefano Allievi

“Il Manifesto”, 5 giugno 2009, p. 3

Una possibilità per i radicali

Con la nuova campagna di visibilità dei radicali, il cui ultimo episodio, dopo alcune presenze tv di Marco Pannella, è l’occupazione simbolica degli studi della Rai da parte di Emma Bonino, tornano in scena le elezioni europee, e un partito che veniva dato per spacciato. E così, dopo settimane di occultamento della questione europea, surclassata dal gossip su ‘papi’ e dall’onnipresente politica interna, si torna a parlare un po’ di Europa.

Le candidature ne sono la cartina di tornasole.

A destra la denuncia del “ciarpame” l’aveva anticipata Veronica Lario. Ma un po’ di personaggi dello spettacolo sono rimasti a far da vetrina, eredi dei “nani e ballerine”: folgorante espressione coniata da Rino Formica ai tempi dei primi scintillanti congressi del Psi di Craxi. La denuncia più forte tuttavia viene da chi, come Jas Gawronski, all’Europarlamento ci è stato seriamente, come rappresentante della destra, ma ha deciso di non ripresentarsi, lanciando un pesante atto d’accusa contro gli eurofannulloni che “non seguono, non lavorano, e talvolta danneggiano l’immagine dell’Italia” – non solo inutili, quindi, ma controproducenti.

Italiani primi per assenteismo, in Europa, dicono impietosamente le statistiche: e i peggiori in classifica sono proprio alcuni eurodeputati della destra. Che avrà come capolista Silvio Berlusconi, l’unico primo ministro europeo a candidarsi, e l’unico che certamente a Strasburgo non ci andrà mai. Ma poco presente è stata anche la Lega, che del resto si definisce euroscettica, e che quindi come altri ha usato Strasburgo come un lussuoso parcheggio: dove si va poco, si fa poco, e da cui si torna indietro volentieri. Una parentesi dorata, più che un’opportunità politica.

A sinistra è stato l’autogol dei capilista paracadutati da Roma ad allontanare molti elettori, soprattutto del PD. Ed ecco quindi che torna, a seguito dell’iniziativa radicale, il fantasma del voto disgiunto.

La lista Bonino Pannella potrebbe infatti catalizzare l’interesse di elettori che, a livello locale, si schierano sia con la destra, premiando l’anima liberista dei radicali, sia con la sinistra. L’attivismo europeo dei radicali è noto, e i loro deputati sono tra quelli non solo più presenti, ma più attivi con relazioni, interpellanze, mozioni, convegni, missioni e altro. Tanto che, a detta ancora di Gawronski, l’eurodeputato italiano più noto sarebbe proprio Pannella. Mentre Emma Bonino può vantare una credibilità invidiabile in Europa, dove è stata tra i Commissari europei più seri e influenti, e tuttora è una voce molto ascoltata sulle tematiche comunitarie: più al di là delle Alpi che in patria, per la verità. Oggi la Bonino, che altrove avrebbe certamente un seggio garantito, si ritrova a combattere contro il rischio sparizione, effetto dello sbarramento al 4% e degli opposti rifiuti del PD da un lato e delle liste di sinistra dall’altro.

Ma il ‘divorzio consensuale’ con i radicali di cui ha parlato Franceschini, che è stato piuttosto una separazione unilaterale, rischia di rivelarsi un boomerang, se dovesse prevalere l’appello radicale, più che al voto utile, al voto competente e impegnato. Il richiamo del voto disgiunto – PD alle amministrative e radicale alle europee (con magari l’aggiunta di qualche elettore del PDL per gli stessi motivi di stima) – potrebbe avere un qualche margine di seduzione, anche viste le facce non proprio europeisticamente interessantissime delle rispettive liste, pur con qualche eccezione. Ciò che consentirebbe forse di sopravvivere alla presenza italiana storicamente più europeista.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 4 giugno 2009, p. 1-5

Attacco alla giunta usando la moschea

La moschea in via Longhin non si fa. Ma il referendum contro sì. Curioso e un po’ ridicolo paradosso: molto rumore per nulla.

E’ vero che in campagna elettorale ogni scusa è buona per colpire l’avversario. Ma qui il gioco è di sponda: prendersela con la suocera perché la moglie intenda. Ovvero: prendersela con i musulmani per colpire la giunta in carica. E il consenso anti-islamico è facile da organizzare: un patrimonio a disposizione, che aspetta solo qualche apprendista stregone per essere messo in circolazione.

Non è, questa, una prerogativa solo italiana. Conflitti sulle moschee ce ne sono stati in molti Paesi, con dinamiche analoghe. La differenza è che altrove, di solito, le amministrazioni e le forze politiche importanti, anche di segno differente, cercano di risolverli, i conflitti, invece di alimentarli: lasciando il lavoro sporco a partiti di opposizione e fuori dal quadro della presentabilità democratica, come il Front National, il British National Party, il Vlaams Belang, o gruppuscoli francamente neo-nazi. Le eccezioni – transitorie – sono state i partiti di Pym Fortuyn e Jörg Haider, entrambi ammirati anche in Italia. Non per caso, visto che da noi c’è l’unico imprenditore politico dell’islamofobia che sta al governo di un Paese, e non solo di una regione o di una città.

Torniamo, per un’ultima volta, sul tema evocato dal referendum: l’intervento del Comune. Che a Padova non ci sarà, perché i musulmani hanno finito per fare da sé. In termini di principio, è un problema reale. La non ingerenza dello stato sarebbe probabilmente la soluzione più auspicabile. Ma non è nei desideri nemmeno della confessione maggioritaria, e infatti non si pratica. Quanto all’islam, nella maggior parte degli altri Paesi ce ne si occupa eccome, per iniziativa di governi locali di destra come di sinistra, e spesso contraddicendo gli evocati principi di neutralità e di laicità. Incluso nel collaborare con le comunità musulmane per trovare loro una collocazione adeguata anche su suolo comunale. E, questo, non nella difesa di un interesse particolare, ma nella ricerca di quel bene comune che è il migliorare le relazioni e l’evitare conflitti tra le diverse componenti della popolazione: più o meno il contrario dell’effetto che hanno ottenuto gli oppositori del progetto moschea. Dunque non è per difendere un principio, che i referendari di Padova sono andati in piazza, ma per indicare un bersaglio. Facile, peraltro. E dispiace che la destra che non è d’accordo, che c’è e in passato si è anche espressa, non si sia più fatta sentire. Avrebbe mostrato che non c’è affatto, ed è un bene, un’omogeneità culturale e politica, su questi delicati argomenti. Le divisioni sono anche interne agli schieramenti, non solo tra di loro.

Qualcuno però un giorno dovrà ricordare che questo clima non solo non favorisce l’integrazione da tutti auspicata, ma anzi contribuisce a creare muri di risentimento da ambo le parti. E da essi può nascere anche altro. Si comincia con la raccolta di firme di cittadini. Si continua con gli insulti e le scritte offensive. Si va avanti con l’ostruzionismo burocratico e l’applicazione selettiva delle leggi: impedimenti alla costruzione di luoghi di culto, o loro chiusura, ma solo se islamici. Si prosegue con le mangiate ostentatorie di porchetta e di salsicce, e le passeggiate con maialino al seguito. Si finisce qualche volta con le molotov e gli incendi dolosi. E, dall’altra parte, il rischio è quello della reazione, anche violenta: che comincia con quella verbale, e non si sa dove va a finire. Anche molto male, come avvenuto in Olanda con l’assassinio di Theo van Gogh.

A Padova ci si è fermati al maialino, assurto a discutibile simbolo identitario (a questo assomigliamo?) e icona della protesta anti-islamica. E dall’altra parte ci si è armati solo di pazienza. Non c’è motivo di pensare che si debba andare oltre. Si può sperare invece che passate le elezioni, e gabbato lo santo, si torni alla pacatezza e alla ragionevolezza. E si parli di cose da fare, anziché da ostacolare, e di come migliorare questa nostra città: anche per quanto riguarda il rapporto tra popolazioni, culture e religioni diverse. Che i candidati sindaci ci dicano, per favore, qualcosa anche su questo: e non battute, ma ragionamenti.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 27 maggio 2009, p. 1-16

Classe politica da rottamare

Le procedure per la formazione delle candidature alle amministrative ci pongono di fronte a un antico dilemma: meglio l’esperienza o l’innovazione? All’interno di quale progetto di città?

La tendenza di tutte le burocrazie, di cui il ceto politico è parte, è quella all’autoriproduzione. Con i danni connessi. Non a caso il ricambio è evocato spesso come una soluzione di per sé: anche se non sempre lo è, o non basta. Se non c’è un progetto, soprattutto.

Il caso padovano mostra bene questo dilemma. Da nessuna delle due parti – ma nemmeno al di fuori del mondo politico, a onor del vero – si vedono le tracce di un progetto alto e innovatore di città. Occorre quindi un sapiente mix. E’ bene che ci siano dei leader di esperienza. Ma è bene che ci siano spazi per il cambiamento e la sperimentazione: dove la futura leadership possa imparare il mestiere e prepararsi a scalzare la precedente.

Il leader della coalizione di maggioranza, che si ripresenta per la riconferma, non è certo di primo pelo. Può giocare la carta del governo, della continuità e dell’esperienza, appunto: l’avere un’idea della città. Non però quella dell’innovazione, del progetto alternativo. Il solo modo per dare un segnale di cambiamento è quello di costruire intorno a sé una squadra che rinnovata e ringiovanita lo sia, e alla radice. Pena pagare lo scotto – se non questa volta, la prossima; se non con questo leader, con il prossimo – di dare un’idea di continuismo, di regime.

Per quanto riguarda l’opposizione, siamo ancora in attesa, ma il dilemma è analogo, magari a ruoli invertiti: leader innovativo o volto vecchio della politica? E la squadra? Anche se per ora la mancanza stessa di un leader, atteso da decisioni altrui e non locali, e all’ultimo minuto, la dice lunga, a monte, sull’esistenza stessa di un progetto, di un’idea della città.

Come si attua il ricambio? Attuandolo, semplicemente. Quanti nomi nuovi ci saranno, in lista? Quante donne in più? Quanti giovani in più? Quanti nuovi attori che provengono da aree di impegno in cui hanno operato bene? E, soprattutto, quante persone con almeno due mandati alle spalle in meno? Sarà facile, a questo punto, calcolare il tasso di ricambio.

In questo processo è fondamentale la capacità di proposta e di controllo della società civile. Esprimendo nomi nuovi e all’altezza. E usando l’arma della preferenza per premiarli. Un tasso adeguato di rinnovamento fa paura soprattutto a chi sarebbe parte di ciò che si cambia. Bisogna avere il coraggio di dirlo. E di premiare il cambiamento, anziché la sua paura. Perché è un indicatore di qualità di per sé importante. Il rinnovamento della classe dirigente, affinché sia all’altezza delle sfide del futuro, e non solo di quelle del passato, è un interesse collettivo, pubblico.

Si comincia a capire che ciò che è usurato spesso consuma troppo, inquina, implode… Si rottamano auto, elettrodomestici, case, trattori. Perché non pensare che forse è un valore aggiunto anche in politica? Perché non rottamare quelli che ci sono già stati a lungo senza troppo brillare? Due mandati sono poi così pochi? Dieci anni: spesso più della durata di molti matrimoni… Non è abbastanza per un’esperienza politica? Perché non immaginare un premio all’innovazione? Un rimborso elettorale basato sul ricambio? Un contributo di rottamazione? Anche quando la direzione è giusta, può essere utile cambiare una parte della squadra di comando. Per intraprendere strade prima non immaginate o non prese in considerazione. Per riuscire a vedere il nuovo che avanza e non si è abituati a vedere.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 22 aprile 2009, p. 1-13

Europa snobbata dall’Italia

Manca poco ormai alla presentazione ufficiale delle candidature per le elezioni europee, e possiamo già trarre qualche non edificante lezione.

Due i problemi. I candidati paracadutati dall’alto, non espressione del territorio. E la loro incompetenza specifica.

Ancora una volta, in entrambi gli schieramenti, nonostante le promesse in senso contrario, si indicano capilista e candidati che non sono né designati dai partiti locali (ma qualcuno si ricorda delle primarie?) né conosciuti localmente e quindi non rappresentativi.

Ma il secondo problema è ancora più grave. Si continua ad usare il parlamento europeo come una discarica. Con falsi candidati: lo specchietto per le allodole di Berlusconi, già usato anche in Sardegna (una vera e propria frode elettorale di cui sarebbe arduo trovare paralleli nei paesi evoluti), che servirà poi per far passare fedeli e portaborse graditi al capo (ma lo stesso faranno Di Pietro, Casini, Bossi e tutti quelli di cui si sa già che opteranno per rimanere in Italia, sindaci democratici o leghisti inclusi, defraudando gli elettori della possibilità di una scelta reale). Con politici in prepensionamento o impopolari in loco, come nel caso di Cofferati. Con la solita girandola di mezzibusti, nani e ballerine.

Non un partito che ci dica che idea di Europa ha, come la vuole trasformare; non un candidato che ci dica che cosa ci andrà a fare lui, in Europa.

Si è tanto discusso di dove andare a collocarsi, in quale gruppo politico entrare (il Pd ha vissuto un dibattito molto politichese, tutto etichette e zero contenuto, su questo; il Pdl ha meno problemi, essendo uso obbedir tacendo), e neanche un po’ sul perché, per fare cosa.

Il problema è che l’Europa è cruciale. Gran parte della nostra legislazione (pensiamo a temi come l’economia, ancora di più l’ambiente, e per altri versi i diritti e le garanzie) è influenzata quando non decisa da quella europea. E noi viviamo il paradosso di essere uno dei paesi più euroentusiasti, almeno a parole (lo dicono i sondaggi Eurostat e i tassi di partecipazione alle elezioni europee, nonché le approvazioni plebiscitarie in parlamento dei trattati di adesione che altrove venivano bocciati dall’elettorato), e uno di quelli più sanzionati per mancata applicazione delle direttive comunitarie, e penalizzati dall’incapacità di usarne i fondi e le risorse (dai fondi strutturali agli innumerevoli progetti di cooperazione).

Occorrono candidati competenti, che conoscano l’Europa e il proprio territorio, per metterli in sinergia, come fanno altri paesi. La sfida dell’internazionalizzazione si gioca, e molto, a Bruxelles. E servono persone che ci lavoreranno davvero, per poter incidere sulla legislazione europea anziché limitarsi a subirla, non candidati di bandiera che prenderanno lo stipendio per poi occuparsi delle proprie carriere in Italia. La concorrenza, anche a livello europeo, è ormai brutale. Sarebbe ora di occuparsene. E presentarsi, per una volta, come classe dirigente anziché come casta.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 18 aprile 2009, p. 1-5

Obama and Islam – Arabic

وباما والإسلام

كانت المقابلة التي اجراها الرئيس أوباما على قناة العربية بمثابة استشراف لرياح جديد: انها علامة التغيير والتحول السياسي، وهو ما لم نكن مستعدين لتوقعه من قبل الولايات المتحدة. التحول الثقافي لا يمكن ان يكون اكثر وضوحاً. انه يحتمل وضوحاً رمزياً للقضايا: أوباما اختار شبكة عربية لإجراء اول مقابلة دولية له، مدركاً ان التأثير سوف يكون عالمياً. لقد كان شيئاً جديداً حتى في جانبه اللغوي: “نحن بصدد استخدام لغة الاحتراملهو امر لم يعتد العرب والمسلمون على سماعه من جانب الولايات المتحدة.

ستيفانو ألييفي هو استاذ في علم الاجتماع في جامعة بادوفا. وقد ألّف كتباً عديدة عن الاسلام، كان آخرها فخ الاوهام: الاسلام والغرب” (منتدى إيديتسزونيه Edizioni) في عام 2007. قد لا تكون عبارة كندي Ich bin ein Berliner، لكنها يمكن ان يكون لها العواقب السياسية نفسها. وقد لا نجدها في أوروبا، لكن للعالم العربي والإسلامي المتعب والممتعض، المنزعج من تاريخ طويل من الإذلال والهزائم التي عززتها الآن الحرب في غزة، كانت المقابلة التي اجراها الرئيس أوباما على العربية بمثابة استشراف لرياح جديد: انها علامة التغيير والتحول السياسي، وهو ما لم نكن مستعدين لنتوقعه من قبل الولايات المتحدة. ان تحدي اوباما هو اكبر مما كان عليه تحدي كندي: فكندي كان يخاطب اوروبا، لا سيما المانيا المنهزمة والمتضررة، بانتظار كلمة المسيح وكذلك بالنسبة للمواد الاساسية للمساعدة والتي كان الاميركيون يقدمونها بالفعل. اما اوباما، وبدلا من ذلك، يتحدث الى عالم عربي اقل واقل تأييداً للولايات المتحدة الاميركية، واكثر انتقاداً، حيث برز الاستياء القديم العارم وانفجر اثناء عهد بوش، وهو عمل على تغذية مشاعر هذا الاستياء ولم يفهم حقيقةً الاسلام. كلام اوباما ينبئ بتحول طفيف: سنرى الى اين سوف تؤدي هذه الكلمات. عندما ذكر الرئيس ان الشعب سوف يحاكمني لا على كلماتي بل افعالي وافعال ادارتي، كان يبلغ بوضوح ان هناك بالفعل خطة عمل في البيت الابيض.
وربما ستعرض الخطة في الخطاب الذي طال انتظاره والذي سوف يكون من عاصمة اسلامية، خلال أول مئة يوم من ولايته. نحن اذاً ندرك بالفعل السياسة الجديدة: نهاية الأحادية التي تجاوزت الحدود (كما، وهو ما يهم العالم الاسلامي، السياسة المؤيدة بشكل صارخ لاسرائيل)، واغلاق غوانتانامو، وسحب قوات الجيش من العراق، والالتزام الجاد من أجل حلّ الصراع الفلسطيني الإسرائيلي، وحتى اسلوب مختلف تجاه ايران، وفقا للخطة التي تتطلع إلى التعامل مع الأعداء، بدلا من شيطنتهم. وقد أكد أوباما أن إسرائيل ستبقى حليفا قويا للولاي
ات
المتحدة، اذ ان العكس قد يثير الدهشة
. لكن أوباما تحدث عن حليف قويوليس حليف وثيق“. انه لم يتحدث عن الحصن الغربي في الشرق الأوسط، كما نجد في اللغة المستخدمة في خطابات السنوات الماضية. وفي غضون ذلك، وزير الدفاع الاسرائيلي باراك علق زيارته الى الولايات المتحدة. هذا يمكن اعتباره نقطة فاصلة لتحضير الفكر حول التغيير في موقف الادارة الاميركية. بالتأكيد ان هذا هو الاصح وليس مقتل جندي إسرائيلي جراء هجوم من حماس كما أعطي التبرير.
التحول الثقافي لا يمكن أن يكون أكثر وضوحاً. انه يحتمل وضوحاً رمزياً للقضايا: أوباما اختار شبكة عربية لإجراء اول مقابلة دولية له، مدركاً ان التأثير سوف يكون عالمياً. لقد كان شيئاً جديداً حتى في جانبه اللغوي: “نحن بصدد استخدام لغة الاحتراملهو امر لم يعتد العرب والمسلمون على سماعه من جانب الولايات المتحدة. اما فيما يتعلق بعلاقته مع العرب والمسلمين، أوباما حدد نفسه ضمن: “الاستماع والاحترام“. ولقد اصر على ذلك: “نحن على استعداد لبدء شراكة جديدة، تقوم على الاحترام المتبادل والمصالح“. “ابدأ بالاستماع بدلا من أن تبدأ بالاملاءهي واحدة من أكثر الجمل قوةً والتزاماً في المقابلة، وتكاد تكون لا تصدق بالنسبة للعرب. هنا، لا بد ان يكون لخلفية أوباما دوراً في ذلك. لقد ذكرها في المقابلة واستخدمها كوسيلة لاستقطاب التعاطف. ان جوهر الرسالة موجه الى جمهور ناخبيه ويقوم على أساس التزام مزدوج: ايصال رسالة الى المسلمين ان الاميركيين ليسوا باعداء لكم. احياناً نحن نرتكب اخطاء. ولم نكن كاملين، والى الاميركيين انالعالم الاسلامي مليء باناسٍ استثنائيين يريدون فقط أن يعيشوا حياتهم ويشهدوا أطفالهم يعيشون حياة أفضل، وهو حتماً ما يرودونه هم ايضاً. نحن ابعد ما نكون بنحو الف سنة عن خطاب محور الشر“.
كيف كان رد فعل العرب؟ البعض بكى (وكأن الحجاب انهار اخيراً، اكثر منه بسبب السعادة)، وأعرب البعض عن الحماسة، والبعض الاخر ابدى مفاجأة خجولة. والبعض معظمهم ينتظر بحذر. ولكن هناك أيضا بعض الممتعضين او الذين يتهمون الرئيس بانه منافق. والجدير بالذكر انه ليست عرضياً ان يكون حتى على شبكة تلفزيون من الاعلى كفاءة والاعتدال التي استضافت المقابلة، ان حوالي 15% من ردود الفعل كانت سلبية. وهناك حتى بعض ردود الفعل التي رددت اصداء اللغة العنصرية التي استخدمها الرجل
الثاني في القاعدة الظواهري، والذي كان وبعيد انتخاب أوباما نعته بـ
عبد البيت“. كما وان هناك البعض الذي انتقد أوباما لكونه غير مسلم كأبيه (حتى ولو ان ذلك لم يكن ليساعد المسلمين بشيء لانه لو كان أوباما مسلماً لما وصل الى سدّة الرئاسة في الولايات المتحدة). حتى ان حماس اختارت نبرة عفا عليها الزمن للتعليق على مقابلة أوباما: “بالنسبة الى حماس، لا فرق بين بوش وأوباماكما اعلن الناطق باسم الحركة أسامة حمدان من بيروت لقناة الجزيرة. “وهذا من شأنه أن يؤدي إلى جعله يرتكب نفس أخطاء بوش، والتي وضعت المنطقة في اتون النار بدلا من تثبيت استقرارها“. أوباما يتجه إلى أربع سنوات اخرى من الفشل في الشرق الأوسط“.
على الرغم من ذلك، في المجتمع المدني في العديد من البلدان الإسلامية، وبخاصة العربية منها، اثارت المقابلة الاهتمام والتعاطف، والتي اعادت التأكيد بالفعل على خطاب اوباما التاريخي يوم انتخابه، والذي بدى فيه وكأنه ينظر نظرة ازدراء وريبة تجاه الزعماء المستبدين، او تجاه الحلفاء الغربيين ذوي الديمقراطية المزيفة، وهم يميلون الى المحافطة على السلطة حتى انتهاءهم تقريبا وحيث خلافتهم تؤدي الى ازمة دراماتيكية ومثيرة: “نحن نبحث عن سبل جديدة لمنطقة الشرق الاوسط، ترتكز على اساس الاحترام المتبادل والمصالح. لهؤلاء القادة الذين اشعلوا الصراع ونسبوا الاضرار في
مجتمعاتهم الى الدول الغربية
: سيتم الحكم عليكم على ما بنيتم، وليس على ما دمرتم. وللذين يصلون الى السلطة بطريق الفساد والخيانة وارهاب المعارضين، اريد ان انبهكم انكم على الجانب الخطأ من التاريخ، لكن سوف تجدون يداً ممتدة من جهتنا، فيما لو كنتم على استعداد لمدّ يدكم اولاً“. لكن ماذا تقول أوروبا؟ الجرح الفلسطيني ما زال ينزف في الفرع الاوروبي للأمة الإسلامية. الكلمات لن تكون كافية. ولكن رياح الأمل تهب. حتى لو كان المسلمون، وبخاصة العرب منهم، اعتادوا على رؤية الفشل في التغيير الجذري في النوايا المعلنة من قبل قادتهم الجدد (كما رأينا بالفعل في الجزائر والمغرب والاردن وسوريا)، والتي عادة ما لا تحترم. ان الامل هو فضيلة لدى المسلمين، وكما نعلم، هي الشيء الاخير الذي يمكن التخلي عنه. واذا ما نظرنا اليه من الوجهة النظر الايطاليا، فهو يتخذ ظلالا اخرى: ان الامل يبقى، في ايامنا هذه، وهو البعيد جدّ البعد ان يتحول الى حقيقة، يبقى في ان شيئاً ما سيتغير ايضا في الوطن. الامل ان العداء الاعمى للمسلمين في عهد بوش، والذي ترجم في الايطالية على انه ثقافة المغالطة Fallacism المتفشية حتى في احلك اوقات المواجهة من جانب المسؤولين السياسيين، سوف تؤول الى تعابير اكثر ملموسة ومدنية. لكن هذا يبدو انه ما زال بعيد المنال، أوباما لا ينتمي الى ايطاليا حتى الان، وان رياح التغيير التي يحمل تبدو غير مدركة بعد.
ان تأثيره الثقافي، في هذا الجزء من العالم، لم تتضح رؤيته، حتى الان. ترجمة كلوديا دوراستانتي
11
فبراير 2009

Obama e l’islam

obama

Per il mondo arabo e islamico, l’intervista che il presidente Obama ha rilasciato ad al-Arabiya è più che una boccata d’ossigeno: è il segnale di cambiamento e di svolta politica più ampio che ci si potesse aspettare dagli Stati Uniti d’America. La svolta culturale non potrebbe essere più netta. Intanto, sul piano simbolico: per il fatto di aver scelto un network televisivo arabo per la sua prima intervista internazionale, il cui impatto si sapeva sarebbe stato globale. Ma anche sul piano lessicale. Che “il linguaggio che dobbiamo usare è il linguaggio del rispetto” non è qualcosa che arabi e musulmani siano abituati a sentirsi dire, dagli Stati Uniti.

Stefano Allievi insegna sociologia all’Università di Padova ed è autore di diversi libri sull’Islam, tra cui “Le trappole dell’immaginario: Islam e Occidente” (Forum Edizioni 2007).
Non è l’Ich bin ein Berliner! kennedyano, ma nelle sue conseguenze politiche potrebbe assomigliarci. Dall’Europa infatti non ce ne accorgiamo, ma per un mondo arabo e un mondo islamico stanchi, disillusi ed esasperati da una lunga storia di umiliazioni e sconfitte culminata in questi giorni a Gaza, l’intervista che il presidente Obama ha rilasciato ad al-Arabiya è più che una boccata d’ossigeno: è il segnale di cambiamento e di svolta politica più ampio che ci si potesse aspettare dagli Stati Uniti d’America. Il compito inoltre era più difficile: se Kennedy infatti parlava a un’Europa, e in particolare a una Germania, prima colpite e sconfitte ma allora alleate e in attesa quasi messianica del verbo e del concretissimo aiuto americano, che già si era ampiamente manifestato, Obama ha parlato invece a un mondo islamico sempre meno filoamericano, sempre più critico, in cui serpeggiano rancori sempre meno sopiti, esplosi nell’era di Bush (che dell’islam non ha capito nulla) e dalle sue politiche alimentati.
Le parole prefigurano una svolta quasi a centottanta gradi: le azioni, lo vedremo. Ma già il fatto che Obama chieda di essere giudicato “non dalle mie parole ma dalle mie azioni, e dalle azioni della mia amministrazione” è l’indicazione che un piano d’azione c’è già, e probabilmente sarà illustrato in dettaglio nel già attesissimo discorso da una capitale islamica, preannunciato entro i primi cento giorni di mandato. Le linee guida tuttavia le conosciamo già: fine dell’unilateralismo arrogante (e, per quel che riguarda il mondo islamico, ostentatamente pro-israeliano), chiusura di Guantanamo, ritiro dall’Iraq, impegno per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, persino un diverso atteggiamento nei confronti dell’Iran, nel quadro di una politica che programmaticamente prevede anche di parlare con i propri nemici, anziché limitarsi a demonizzarli. Certo, è stato ribadito che Israele resta un alleato di riferimento, e sarebbe stato sorprendente il contrario: ma, anche qui, Obama ha parlato di “forte alleato”, non del più stretto alleato, o del baluardo dell’Occidente in Medio Oriente, come ripetuto in una retorica di anni. E probabilmente l’annullamento del viaggio del ministro israeliano Barak negli Stati Uniti ha più a che fare con una riflessione e un bisogno di prepararsi su questo punto, che non con il soldato ucciso da Hamas in un attentato, negli stessi giorni, usato come giustificazione ufficiale.
La svolta culturale non potrebbe essere più netta. Intanto, sul piano simbolico: per il fatto di aver scelto un network televisivo arabo per la sua prima intervista internazionale, il cui impatto si sapeva sarebbe stato globale. Ma anche sul piano lessicale. Che “il linguaggio che dobbiamo usare è il linguaggio del rispetto” non è qualcosa che arabi e musulmani siano abituati a sentirsi dire, dagli Stati Uniti. Obama stesso si è definito così, nel suo rapporto con arabi e musulmani: “listening, respectful”. Parola riecheggiata insistentemente: “Siamo pronti a iniziare una nuova partnership, basata sul mutuo rispetto e sul mutuo interesse”. “Start by listening instead of start by dictate” è una frase più forte e politicamente più impegnativa, per l’orecchio arabo quasi inverosimile, della sua traduzione italiana. C’entra certamente la sua storia personale e familiare, che nell’intervista Obama ha voluto rievocare e mostra di usare sapientemente anche come mezzo per suscitare empatia. Ma il centro del messaggio riguarda anche chi l’ha eletto, basato com’è su un duplice impegno: dire ai musulmani che “l’America non è il vostro nemico. Qualche volta facciamo degli errori, non siamo così perfetti…”. Ma anche dire agli americani che il mondo islamico è fatto soprattutto di gente normale, che “vuole vivere la sua vita e che i propri figli abbiano una vita migliore”, né più né meno degli americani stessi: lontano anni luce dalla retorica dell’asse del male.
Gli arabi come l’hanno vissuta? C’è chi ha pianto (come per un velo che finalmente cade, più che di gioia vera e propria), chi ha espresso entusiasmo, chi cauta apertura, chi – moltissimi – attendismo. Ma c’è anche chi mostra disincanto o accusa apertamente di doppiogiochismo il presidente americano. Non è un caso che persino sulla pur ufficialissima e moderata emittente televisiva che ha ospitato l’intervista, un buon 15% delle reazioni sia stata negativa. In qualche caso riecheggiando il linguaggio intriso di razzismo, anch’esso tipico di una certa eredità araba, usato dal numero due di al Qaeda, al Zawahiri, in un messaggio pronunciato poco dopo l’elezione di Obama, che lo chiamava “servo negro” (“house slave” traducevano i sottotitoli in inglese dall’arabo “abid al-bayt”). Non sono pochi, del resto, coloro che rimproverano il neo-presidente americano di non essere musulmano come il padre (anche se alla causa islamica ciò non avrebbe reso miglior servizio, dato che non sarebbe mai diventato presidente…).
Anche Hamas ha scelto espressioni fuori dal tempo massimo della storia, per commentare l’intervista: “Per Hamas tra Barack Obama e George W. Bush non c’è alcuna differenza”, ha dichiarato un portavoce del movimento da Beirut, Osama Hamdan, ad al Jazeera. E questo “lo porterà a commettere gli stessi errori di Bush, che ha infiammato la regione invece di portare stabilità”, destinando Obama “ad altri quattro anni di fallimenti in Medio Oriente”. Nella società civile di molti paesi islamici, e arabi in particolare, tuttavia, l’intervista ha senza dubbio suscitato interesse e simpatia, confermando le parole pronunciate da Obama nel suo ormai storico discorso di insediamento, che potevano suonare come una sconfessione del sostegno a leader autocratici, o fintamente democratici, alleati dell’Occidente, alla cui successione, dopo un attaccamento al potere portato al limite della sopravvivenza fisica, si apriranno crisi e rivolgimenti drammatici: “Per il mondo musulmano noi indichiamo una nuova strada, basata sul reciproco interesse e sul mutuo rispetto. A quei leader in giro per il mondo che cercano di fomentare conflitti o scaricano sull’Occidente i mali delle loro società – sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che sapete costruire, non su quello che distruggete. A quelli che arrivano al potere attraverso la corruzione e la disonestà e mettendo a tacere il dissenso, sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che vi tenderemo la mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno”.
E dall’Europa? La ferita palestinese sanguina anche nel corpo europeo della umma islamica. E quindi anche qui non basteranno le parole a rimarginarla. Ma la speranza è palpabile. Anche se i musulmani, soprattutto gli arabi, sono abituati a veder disattese le speranze di cambiamento radicale, sempre annunciate dai nuovi leader (come accaduto in questi anni in Algeria, Marocco, Giordania, Siria) ma mai mantenute. La speranza è tuttavia virtù islamica: e anche, come noto, l’ultima a morire. Vista dall’Italia, poi, la speranza si tinge anche d’altro: dell’attesa, destinata a rimanere per ora senza risposta, che qualcosa cambi anche qui. La speranza che l’ottuso anti-islamismo dell’era Bush, da noi declinato nella sottocultura del fallacismo, dispensato a piene mani perfino da altissimi esponenti di governo, trovi parole più sensate e tonalità più civili: che sembrano, entrambe, terribilmente lontane. Ma Obama non abita ancora da queste parti, il vento di cambiamento che ha portato con sé qui non si percepisce, la sua influenza culturale, in quest’ambito e in questo spicchio di mondo, ancora non si vede.

Allievi S. (2009) Obama e l’islam, in ResetDoc,  http://www.resetdoc.org/IT/Obama-islam-allievi.php mercoledì, 15 aprile 2009

Obama and Islam

Stefano Allievi

For the tired and disenchanted Arab and Muslim world, exasperated by a long history of humiliations and defeats now strengthened by the war in Gaza, the interview President Obama released to al-Arabiya is more than a breath of fresh air: it’s a sign of change and political turnover, something we weren’t ready to expect from the United States. The cultural shift couldn’t be more sharper. It has evident symbolical issues: Obama chose an Arab network for his first international interview, knowing that its impact would have been global. It was something new even on the linguistic side: “We are going to use the language of respect” is something that Arab and Muslims are not used to hear from the United States.

Stefano Allievi is Professor of Sociology at the University of Padua. He has written several books on Islam; last one “Le trappole dell’immaginario: Islam e Occidente” (Forum Edizioni) in 2007.

It might not have been Kennedy’s Ich bin ein Berliner, but it could have the same political consequences. And we may not see it from Europe, but for the tired and disenchanted Arab and Muslim world, exasperated by a long history of humiliations and defeats now strengthened by the war in Gaza, the interview President Obama released to al-Arabiya is more than a breath of fresh air: it’s a sign of change and political turnover, something we weren’t ready to expect from the United States. Obama’s challenge was tougher than Kennedy’s: Kennedy was addressing Europe, particularly an affected and defeated Germany, waiting for the speech of the Messiah as well as for the fundamental material aid the Americans were already providing to. Obama, instead, is speaking to an Arab world less and less pro-American and more and more criticizing, in which older resentments outcropped and exploded during Bush’s era, who fed those resentments and never really understood Islam. Obama’s words foresee a mild turnover: we’ll see where these words will lead to. When the President stated that “people are going to judge me not by my words but by my actions and my administration’s actions”, he informed clearly that there’s already a plan of action in the White House.
Probably the plan will be presented in the longed speech going to come from a Muslim capital, within the first hundred of days of the mandate. We are already aware of the new policy: end of overweening unilateralism (and, for what concerns the Muslim world, a blatantly pro-Israelis policy), Guantanamo’s closure, troops withdrawal from Iraq, serious commitment for the resolution of the Palestinian-Israeli conflict; even a different attitude towards Iran, according a scheme that looks forward to deal with the enemies, instead of demonizing them. Obama has confirmed that Israel will remain a strong ally of the Us, since the contrary would have been astonishing. But Obama spoke about ‘strong ally’ and not ‘close’ ally. He didn’t speak about the Western bulwark in the Middle East, as in the rhetoric of the past years. Meanwhile, Israelis Minister of Defense Barak suspended his visit in the United States. This could be seen as a break to get ready and to reflect upon the change in the US administration attitude. It has surely more to do with this than with the death of an Israelis soldier in a Hamas ‘attack given as justification.
The cultural shift couldn’t be more sharper. It has evident symbolical issues: Obama chose an Arab network for his first international interview, knowing that its impact would have been global. It was something new even on the linguistic side: “We are going to use the language of respect” is something that Arab and Muslims are not used to hear from the United States. For what concerns his relationship with the Arabs and Muslims, Obama defined himself as: “listening, respectful”. He insisted on this: “We are ready to begin a new partnership, based on mutual respect and interests”. “Start by listening instead of start by dictate” is one of the most committed and powerful sentences of the interview, and it is almost unbelievable for the Arabs. Here Obama’s personal background has a part in the game. He mentions it in the conversation and uses it as medium to build empathy. The core of the message is addressed to his electorate and is grounded on a double commitment: communicate to the Muslims that “the Americans are not your enemy. We sometimes make mistakes. We have not been perfect” and to the Americans that “the Muslim world is filled with extraordinary people who simply want to live their lives and see their children live better lives”, more and less like they want. We are thousand of years apart-away from the “axis of evil” rhetoric.
How did the Arabs react? Some cried (as for a veil finally falling apart, more than for joy), some expressed enthusiasm, some shy disclosure. Some – the most of them – are waiting with caution. But there is also who is disenchanted or accuses the President to be a double-dealer. It’s not casual that even on the super efficient and moderate television network that hosted the interview, almost the 15% of the reactions were negative. Some reactions even echoing the racist language used by Al Qaeda’s number two in chief, Al Zawahiri, who in a message soon after Obama’s election called him “house slave”. There’s also a quite few of people who criticize Obama for not being Muslim as his father (even if this wouldn’t serve the Muslim cause since Obama, as a Muslim, would have never become President of the United States). Even Hamas chose anachronistic tones to comment Obama’s interview: “For Hamas there’s no difference between Bush and Obama” declared the movement’s spokesperson Osama Hamdan from Beirut to Al Jazeera. “This would lead him to make Bush’s same mistakes, which set the region on fire instead of steadying it”. Obama is destined to “other four years of failures in the Middle East”.
In the civil society of many Muslim countries, especially the Arab ones, though, the interview arouse interest ad sympathy, confirming Obama’s words in his already historical inauguration speech, who sounded as a distrust towards those autocrats leader, or fake democrats Western allies, who tend to stay attached to their power till they’re almost done and whose succession will lead to dramatic crisis and turnover: “We’re looking for new paths for the Middle East, based on mutual respect and interests. To those leaders who set the conflict on fire attributing the damages in their societies to Western countries: You will be judged on what you’ve built, not what you’ve destroyed. To those who arrive to power through corruption and dishonesty and awing dissent, I warn you that you are on the wrong side of History; but you will find an extended hand from us, if you’re ready to unclench your fist”.
And what does Europe say? The Palestinian wound still bleeds in the European branch of the Muslim umma. Words won’t be enough. But hope is in the air. Even if the Muslims, especially the Arabs, are used to see failure in the radical change intentions professed by their new leaders (as already seen in Algeria, Morocco, Jordan, Syria), which are usually never kept. Hope is a Muslim virtue and, as we know, is also the last thing to give up. Seen it from Italy, it gets another shade: the hope, nowadays far to be true, that something will change also at home. The hope that the blind Anti-Muslims of Bush’s era, translated in Italy in the subculture of Fallacism widespread even in the most critics moments of the confrontation by the higher politicians in charge, will achieve words that are more sensed and civil. This seems to be still far away; Obama doesn’t belong in Italy yet, the wind of change he carries with him it’s not perceivable.
His cultural influence, in this part of the world, is just not still visible.
Translated by Claudia Durastanti

Obama and Islam, in ResetDoc,  http://www.resetdoc.org/story/00000001237 Wednesday, 15 April 2009

Mai dire imam

La parola imam è diventata stranamente ricorrente nel lessico politico e giornalistico. Ma la sua diffusione è inversamente proporzionale alla chiarezza della sua definizione.

L’imam è diventato, grosso modo, il ‘prete’ dei musulmani: ma in realtà gli assomiglia assai poco.

Imam, tecnicamente, è semplicemente chi guida la preghiera. Nei paesi musulmani può essere anche un funzionario addetto allo scopo, e per questo salariato, magari dallo stato. Spesso coincide con la figura di colui che ha il diritto di pronunciare la qutba, il sermone del venerdì, che è l’atto comunicativo principale della ritualità settimanale dei musulmani.

In terra di emigrazione, tuttavia, assume un altro significato. Imam è spesso solo chi assume questa carica, o perché si è semplicemente proposto, magari perché più istruito, con più anni di studio – non necessariamente a carattere religioso – alle spalle, o perché è il più saggio e anziano della comunità, ma talvolta anche uno dei più giovani, magari uno studente universitario con più tempo a disposizione per aprire la moschea negli orari della preghiera. Imam può essere poi più di uno: è una funzione, non un ruolo assunto da una persona, e come tale può essere svolta da persone diverse, secondo le necessità. Può pronunciare il sermone del venerdì, ma – raramente – la funzione viene affidata a un khatib, un predicatore ufficiale, magari una persona più istruita. Può pronunciare delle fatwa, cioè dei pareri giuridici individuali su questioni che gli vengono poste, o semplicemente fare dell’ordinario counseling religioso, ma talvolta tale funzione è riservata a un alim, un sapiente, che può essere un’altra persona. Può essere il ‘presidente’ di un centro islamico, ma talvolta questa carica è tenuta da un amir, che è una funzione più di comando, politica in senso lato, e di gestione amministrativa.

Di fatto spesso, nella povertà economica e di divisione delle funzioni della maggior parte delle moschee, che si reggono sul volontariato di pochi, tutti questi ruoli vengono assunti dalla medesima persona. Che non è, tuttavia, un chierico. E’ una persona che lavora, che ha una famiglia, e che dedica il suo tempo all’organizzazione, gestione e formazione anche spirituale della comunità.

Può ricevere uno stipendio dai suoi fedeli – imparagonabile ai nostri minimi salariali – ma più spesso questo accade per gli imam ‘importati’ da singoli gruppi etnici, che voglio riprodurre il ‘loro’ islam d’origine, sul piano linguistico e delle tradizioni culturali, con il risultato che si tratta di figure che non si integrano, che sanno di avere un rapporto a termine con la comunità, e hanno un rapporto difficile con le seconde generazioni, che tendono a staccarsi da questo tipo di moschee. Alcuni sono mandati dai governi dei rispettivi paesi, o da organizzazioni religiose del più vario genere. Più spesso si mantiene con commerci ‘collegati’ alle attività religiose: macellerie halal, organizzazione dei pellegrinaggi alla Mecca, ma anche attività religiose di vario genere. Altrettanto spesso, tuttavia, si mantiene con il proprio lavoro secolare, con il quale non di rado aiuta, invece, la comunità.

Sono chiamati dalle singole moschee, e questo rende difficili i tentativi, che pure ci sono in varie parti d’Europa, di formarli adeguatamente al nuovo contesto. Anche una volta formati, chi li assumerebbe? Chi garantirebbe loro di poter svolgere, pagati, la loro funzione?

Il dibattito italiano sul tema è abbastanza surreale, prescindendo tanto dai dati di fatto empirici quanto dal riferimento ai principi ordinatori (concordato, intese, legge – che ancora non c’è – sulla libertà religiosa, principi di base di uguaglianza di trattamento, di universalità delle leggi, e dello stesso abc della costituzione).

Da un lato si pretende di obbligarli ad iscriversi ad un opinabile ‘albo degli imam’, in modo da consentire uno screening e un gradimento governativo, dimenticando che è contro i nostri principi di base di non intervento negli affari interni della comunità religiose: e che non esiste un analogo albo dei rabbini, dei pastori pentecostali, e nemmeno dei preti cattolici – le comunità religiose sono sovrane, nell’attribuzione di questi ruoli. Dall’altro si pretende che usino la lingua italiana, dimenticando che non la usano né gli ortodossi né i sikh, né i metodisti asiatici né i pentecostali africani, né i luterani tedeschi né gli anglicani, e nemmeno i cattolici filippini o nigeriani, e persino gli autoctoni che preferiscono la liturgia in una lingua sconosciuta ai più, il latino.

Così, accade di sentire autorevoli esponenti politici e anche religiosi dibattere seriamente di progetti senza alcuna base giuridica fondabile. Ma, soprattutto, lontani dalla realtà. E’ evidente che è auspicabile l’uso della lingua italiana, come fattore progressivo di integrazione. In molte moschee già la qutba è bilingue. In ogni caso accadrà, per la forza di processi sociali già molto visibili in altri paesi europei (aumento delle seconde generazioni) e delle stesse divisioni etniche delle comunità, per molte delle quali già oggi l’unica lingua comune è quella del paese in cui vivono. Diverso pretenderlo anche per la liturgia: l’uso della propria lingua sacra, l’arabo, è tanto caro ai musulmani anche non arabofoni quanto lo è per gli ebrei, che tuttora, pur vivendo da due millenni in diaspora, usano ancora l’ebraico.

Forse un rispetto maggiore – e anche una maggior fiducia – nei confronti dei processi sociali in atto, e una loro osservazione un po’ più attenta, potrebbe consentire di apprendere qualche utile lezione dai fatti, prima di fare danni pericolosi con nuove leggi.

Stefano Allievi

“Popoli”, n.4 aprile 2009, p. 45