Che cosa c’è dietro le risa dell’Europa (Sarkozy-Merkel)

Vale la pena di vederlo, il video in cui Sarkozy e la Merkel rispondono alla domanda sull’affidabilità dell’Italia. Non c’è solo il sarcasmo e l’arroganza del presidente francese, e la più contenuta ironia della cancelliera tedesca. In quei sorrisi non celati, e nelle risate più crasse dei giornalisti presenti in sala stampa, in conclusione di un vertice europeo cui pure l’Italia aveva partecipato, c’è l’immagine di una tragedia italiana. Una tragedia italiana, sottolineiamo, non solo una tragedia nazionale, per l’immagine dell’Italia nel mondo in quanto stato-nazione: rispettato o, come in questo caso, irriso.
Il fatto è che da sempre la storia italiana è una storia in cui il potere straniero, in questo caso l’Europa, è sì dominante e paternalista, ma anche occasione di riscatto. Andando a ritroso lo vediamo con chiarezza, quanto l’esistenza dell’Europa sia stata per l’Italia occasione e in certa misura scusa positiva per i propri scatti di modernizzazione. Non ci sono solo i tre giorni di tempo (tre giorni!) dati oggi all’Italia per mandare i segnali di rigore e di riforma strutturale che l’Europa ci chiede per finanziare il nostro deficit e, auspicabilmente, la nostra ripresa: anticipati di poco dalla lettera con cui la BCE, nella persona dell’italianissimo Mario Draghi, ci metteva, come lo stesso Berlusconi ha ammesso, sotto tutela, dettandoci l’agenda delle cose da fare. Anche i precedenti governi di Prodi e Amato hanno trovato nell’Europa, nei vincoli da questa richiesti, l’occasione per i loro risultati migliori, come l’ingresso nell’area dell’euro. E qualunque imprenditore o attore sociale sa assai bene quanto il richiamo alle direttive europee – e spesso alle sanzioni che l’Europa ci commina per il loro mancato rispetto, anche quando vengono ratificate per tempo – sia stato e sia ancora una spinta potente alla modernizzazione del Paese. E’ così dall’origine, del resto: lo stesso De Gasperi sapeva quanto il nostro essere tra i Paesi promotori e fondatori delle primissime istituzioni europee sarebbe stato determinante per lo sviluppo dell’Italia, e premessa alla sua crescita anche economica, nonostante l’arretratezza istituzionale che allora come oggi ci penalizzava: una sponda indispensabile nell’incapacità di farcela da soli, di superare i propri ostacoli interni, le proprie inerzie, i propri atavismi.
Quella odierna è tuttavia un’umiliazione che fa male. Chiunque di noi si trovi a frequentare consessi internazionali di qualunque tipo (economici, finanziari, scientifici, professionali), o si incontri qui con interlocutori di altri Paesi, ha sperimentato l’acuta sofferenza con cui ci si trova ad affrontare l’inevitabile conversazione sulla situazione italiana. E spesso ha praticato l’arte dell’anticipazione dell’argomentazione altrui, e dell’ironia preventiva, per risparmiarsi il sarcasmo pesante o, nei casi migliori, l’incredulità attonita dei propri interlocutori. Il fatto è che si tratta spesso di consessi di eccellenza, in cui gli italiani sono presenti in gran numero, ma rappresentati da un’immagine della vita politica e istituzionale men che mediocre. Questa condanna a essere i rappresentanti migliori dell’Italia peggiore gli italiani la conoscono bene. Il semplice fatto che questi italiani esistano è la prova che l’immagine di chi rappresenta il Paese non ne è lo specchio fedele, nonostante quanto spesso si dice su questo presunto rispecchiamento. Il fatto, ad esempio, che frotte di italiani continuino a fare carriera all’estero, dopo non esserci riusciti in Italia, ma a seguito di una formazione dopo tutto ottenuta proprio in questo Paese, è segno che qualcosa o molto funziona, o funzionerebbe; ma il fatto che siano costretti ad andare all’estero per veder riconosciuti i propri talenti (che non sono solo individuali: sono anche frutto di sottosistemi efficienti) è la prova provata del disfunzionamento più complessivo del sistema-Paese.
Certo, Berlusconi ci ha messo molto del suo per rovinare la nostra immagine all’estero: con le sue prodezze nella vita privata, ma anche per il suo comportamento pubblico, incluso, in particolare, proprio ai vertici europei e internazionali, dove la sua presenza ha spesso prodotto divertito imbarazzo nei casi migliori, e sciagurate figure in quelli peggiori. E già questo dovrebbe far riflettere seriamente i gruppi di interesse, anche internazionalizzati, che contano qualcosa nel nostro Paese: sulla loro inazione passata, se non altro. Ma farebbe un grave errore una certa opinione progressista e anti-berlusconiana, come ha spesso fatto in passato, a cavalcare la tigre delle reazioni internazionali, e a peggiorarne o a moltiplicarne l’effetto, come sbaglia oggi la destra ad attaccare con argomentazioni scioviniste lo sciovinismo francese. Il danno, in ogni caso, è di tutti.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Che cosa c’è dietro le risa dell’Europa (Sarkozy-Merkel), in “Il Mattino”, 25 ottobre 2011, pp. 1-4 (anche “Il Piccolo”, “Nuova Venezia”, “La Tribuna di Treviso”, “Messaggero Veneto”)

Ma il movimento pacifico è più forte di quello violento (Indignados e black bloc)

Due movimenti si contendono l’opposizione al nuovo disordine mondiale: quel disordine che la crisi finanziaria degli ultimi anni ha mostrato in tutta la sua fragilità intrinseca, ma anche nella sua ferocia nei confronti dei più deboli.
Un movimento è pacifico. Vuole superare questo ‘ordine’ puntando l’indice sui suoi guasti, e sulle sue sanguisughe, su coloro che ci speculano e ingrassano sulle macerie della vita degli altri: raiders finanziari globali, ma anche satrapi locali. E’ questo che lega la primavera araba agli indignados di Wall Street, passando per le piazze spagnole (e chi mai, negli anni scorsi, avrebbe potuto immaginare un tale spettacolare avvicinamento tra sponde e interessi apparentemente opposti!). Sono coloro che occupano le piazze di tutti i paesi, con obiettivi non direttamente politici, mossi più spesso mossi da una spinta etica e da una volontà di riappropriazione collettiva del proprio futuro. Ma che proprio attraverso la mobilitazione collettiva riescono a dare un orizzonte di possibilità e quindi un obiettivo concreto alla mera indignazione, che è una categoria più morale che politica, e spesso più individuale che sociale, ottenendo risultati anche spettacolari: la cacciata dei dittatori mediorientali ne è l’esempio più clamoroso e riuscito, ma sta trovando imitatori e percorsi paralleli in Europa e negli Stati Uniti, obbligando i poteri forti a manifestare un interesse verso questo dissenso che in proprio non avrebbero affatto.
Un movimento è invece violento. E’ fatto più di rivendicazione dell’atto puro di opposizione, del nichilismo della violenza gratuita, che diventa senso puro di esistere in mancanza di altri sensi da dare alla vita, e fine in se stesso. Questo movimento ha due forme: una impolitica, ed è quella che abbiamo visto nelle rivolte ‘consumeriste’ inglesi, in cui lo scopo era appropriarsi di qualche genere di consumo che non si aveva la possibilità di procurarsi in proprio; una invece, politicizzata, è quella dei cosiddetti black bloc. Entrambe queste forme di violenza sembrano molto più ‘interne al sistema’, per motivi diversi. La prima perché il suo scopo è adeguarsi ai miti ma non ai riti del consumismo: si aderisce ai fini proposti (consumare) ma si trovano mezzi non socialmente approvati per raggiungere l’obiettivo (saccheggiare i negozi). La seconda perché ha un obiettivo primitivo e feroce, ma tutto interno alla logica politica tradizionale: i poliziotti e i carabinieri, le auto incendiate, i negozi distrutti, la devastazione pratica e simbolica, senza alcun progetto strategico reale volto a cambiare le cose. Il problema non è rovesciare il sistema, perché si è coscienti dei rapporti di forza: è solo di dargli fastidio – una violenza ‘consumerista’ anche questa, che si consuma nell’atto di svolgersi. Il nemico è per costoro ragione stessa di esistere; e loro sono ragione per scatenare la repressione da parte del potere: funzionali ad esso fino in fondo, dunque (come funzionale al sistema è confermarne i miti, dopo tutto; loro invece ne confermano l’autorità).
E’ per questo che solo il movimento pacifico fa veramente paura. Proprio perché non vuole scardinare l’ordine sociale tanto per farlo, senza proporre alternative, è l’unico in grado di farlo realmente. Non a caso si preoccupa di ricreare un ordine dal basso, e quando occupa le piazze si preoccupa anche di fare pulizia (il contrario di distruggere e bruciare), ma anche di creare motivazione, consenso, cultura, progetti alternativi, e non ultimo piacere di essere insieme, gioia di vivere, un orizzonte in cui sperare, dunque. Proprio per questo, nonostante le sue sconfitte (la dis-occupazione delle piazze occupate), si proietta sulla lunga durata, e può diventare opposizione reale, e proposta non del tutto ingenua di un nuovo ordine mondiale. Il movimento violento invece, come sempre, serve agli scopi del potere, dando ad esso la legittimazione necessaria per tutelarsi, scatenando una repressione che rischia di non distinguere, di non essere mirata ai soli violenti, e dunque non disinteressata.
C’è da sperare che la pubblica opinione sia in grado di distinguere tra i due movimenti: uno sta dalla sua parte, e prova a interpretarne le istanze, l’altro no.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Ma il movimento pacifico è più forte di quello violento (Indignados e black bloc), in “Il Piccolo”, 17 ottobre 2011, pp. 1-8 (anche “il Mattino”, 18 ottobre)

Città video sorvegliata o città aperta? (versione integrale)

In un precedente articolo sul Mattino, abbiamo affrontato il tema della socialità giovanile e della politica degli orari della città, prendendo lo spunto dall’arrivo dei vigili alla festa del PD, andati a fare quello che fanno ovunque, su incarico del Comune, allo scadere della mezzanotte: spegnere la musica. Il numero di risposte e di consensi che l’intervento ha avuto, e di discussioni online che ha generato, è stato significativo: come se qualcuno avesse involontariamente dato voce a una tensione che covava sotto la cenere da anni, a una ferita aperta e a un problema irrisolto. Proviamo qui ad approfondire la questione.
La polis – concetto da cui deriva tanto la nostra idea di città quanto la nostra idea di politica – presuppone l’incontro nell’agorà, nella piazza, e la riflessione comune sul suo destino. E’ quindi innanzitutto un luogo di socialità e di discussione. Incidentalmente, parte importante dell’attività e dell’identità della polis erano anche i templi, dove si svolgevano le cerimonie religiose, i gymnasion, dove si coltivava il corpo e lo spirito, e i teatri, con dei veri e propri festival, i Dionysia, che servivano a cementare l’unità culturale della polis e dei cittadini.
La socialità è dunque fondamentale: perché è buona in sé, perché costruisce legami sociali (non a caso si parla di tessuto sociale, fatto di una trama fitta di relazioni), perché è un piacere, e infine perché consente la comunicazione e la discussione sulla res publica, la cosa pubblica. E’ insomma una precondizione della vita stessa della città (se vuole essere viva, naturalmente). Ma per manifestarsi ha bisogno di luoghi e di occasioni, a tutti i livelli. Luoghi polisenso e multifunzione, utilizzabili a più livelli e da popolazioni diverse, come le piazze, i parchi, i cortili; luoghi per il culto e l’adorazione degli dei; luoghi dedicati alle forme moderne di gymnasion e di teatro, di aggregazione e di divertimento; luoghi di consumo e di scambio, come i mercati (e naturalmente i luoghi della produzione e quelli di incontro delle corporazioni di arti e mestieri); luoghi di istruzione e formazione (che la mentalità odierna identifica con la scuola e l’università, ma lo sono anche i teatri e i gymnasion, i luoghi di culto e i mercati); fino ai luoghi di discussione politica, dall’agorà al municipio. E occasioni come le feste private e pubbliche, religiose e laiche, le celebrazioni, gli eventi culturali e sportivi, le fiere e i mercati, e quant’altro.
La città non è fatta solo di muri, è fatta di persone: “Sono le case a fare un borgo, ma sono gli uomini a fare una città”, diceva Rousseau. Bene, chi sono gli uomini e le donne che abitano questa città? I residenti al 31 agosto 2011 sono 214.046, di cui 32.008 stranieri, grazie ai quali si produce anche un tasso di natalità e di nuzialità in aumento (senza di loro sarebbe negativo). Ai residenti bisogna aggiungere gli studenti dell’università, 60.812, di cui solo un terzo circa è padovano, e quindi conteggiato tra i residenti: una buona metà viene da altre zone del Veneto, e in parte passa almeno qualche giorno (e notte) alla settimana a Padova, mentre oltre il dieci per cento viene da altre zone d’Italia e dall’estero, e a Padova spesso ci si è temporaneamente trasferito. A costoro bisogna aggiungere oltre 5.000 studenti post-laurea, in gran numero non padovani, e oltre 2.000 docenti, in parte anch’essi foresti e bisognosi di socialità e di cultura. Poi ci sono le varie ondate di pendolari (per lavoro e studio, al mattino presto; per gli acquisti nella parte centrale della giornata e il sabato; per i consumi culturali e il divertimento la sera, in gran parte giovani), e infine quasi un milione di turisti, per quasi la metà stranieri, che passano almeno qualche giorno da noi. I giovani insomma, sono assai di più di quelli contabilizzati tra i residenti. E le persone con bisogni di socialità più accentuati di quelli legati alla cerchia familiare ancora di più, dato che delle 101.267 famiglie ‘anagrafiche’ censite, ben il 40% (in aumento) sono composte da un solo elemento, e quasi il 27% (pure in aumento) da due, con un incremento delle coppie senza figli, pure esse in aumento, che già oggi rappresentano il 40% delle coppie. Anche se, va ricordato, la popolazione con più di 65 anni è di ben 51.427 unità, e l’età media dei padovani, 45,36 anni, è tre anni più alta della media regionale e nazionale.
In pratica, gli indicatori demografici fanno di Padova una città tendenzialmente anziana; ma quelli sulle presenze, che includono gli studenti, la ringiovaniscono significativamente. Tuttavia Padova – a sentire i diretti interessati – non sembra essere una città per giovani, non ne ha l’immagine. E questo non dipende dalla demografia. Dipende dalle politiche per i giovani. O dalla mancanza delle medesime. E’ da anni, infatti, anzi da decenni, che la popolazione giovanile è scarsamente considerata. E’ da anni che i giovani sono sballottati qui e là. Ed è sconcertante, peraltro, che quando le associazioni sono state convocate per discutere di socialità giovanile – che non è, riduttivamente, solo divertimento, che peraltro non dovrebbe essere una parolaccia nemmeno nel Veneto produttivo – sia stato sull’onda della cosiddetta ‘emergenza spritz’, come se i giovani fossero un problema di ordine pubblico (un’emergenza, addirittura!), e il luogo di discussione sia stato la prefettura anziché il comune.
A mancare non sono solo le occasioni e i luoghi per gli incontri di gruppi affini, per età e interessi. Mancano pure gli spazi di comunicazione, anche solo di vicinanza fisica, tra generazioni. E troppi immaginano la città a compartimenti stagni: le famiglie da una parte, i giovani dall’altra, i bambini dove non ci sono gli anziani, gli italiani dove non ci sono gli stranieri, e così via. Ma questa non è una città e non è civiltà. È una forma blanda e suicida di apartheid, che rende la separazione tra generazioni e tra con-cittadini ancora più grave di quanto già non sia. La risposta allora non è: ognuno da una parte, in modo che nessuno rompa le scatole a nessun altro, ma più spazi comuni, condivisi, in cui anche le generazioni si mischino senza darsi fastidio. Come, grosso modo, accade in ogni parco di ogni città del mondo. Ma come potrebbe accadere con iniziative culturali ad hoc, e proprio nelle piazze della città, che sono il luogo deputato ad ospitarle. Se no l’alternativa secca è tra un divertimento a porte chiuse e a pagamento, e rigorosamente ghettizzato per categorie anche di reddito (e magari anche deviante, comunque troppo alcolico – cose su cui, peraltro, una parte di operatori commerciali guadagna assai bene), da una parte, e dall’altra lo stare tappati in casa per chi altro non si può permettere, e in ogni caso altro non c’è perché altrimenti la cittadinanza protesta. L’abbiamo già detto altrove: una città vissuta, frequentata, è una città migliore e più sicura. Per tutti. E’ nel vuoto, nel silenzio, nell’oscurità, che trova spazio e si manifesta più spesso il lato deviante e maleodorante della società, il degrado. E’ dove la gente, le famiglie, gli anziani, e anche i giovani, non vanno più, che restano i pochi votati al peggio. Non è questo che le famiglie, e gli anziani, dovrebbero volere, anche se hanno tutti i diritti di dormire la notte. E forse, nel loro interesse, dovrebbero avere la pazienza di sopportare un po’ di jazz, di teatro di strada, di animazione ogni tanto, per evitare di avere lo spaccio, gli ubriachi che fanno i loro bisogni sui muri, i tossici, sempre: la socialità buona scaccia quella cattiva – è dove non c’è quella buona che domina, e spadroneggia, quella cattiva. Forse qualcuno potrebbe perfino scoprire che la socialità e la cultura non sono solo per gli altri, per i giovani; e che potrebbe essere un piacere anche per loro.
Quasi ogni città ha le sue belle attività di strada e popolari, e le sue belle deroghe almeno estive agli orari di apertura, di somministrazione di cibo e bevande, di produzione di cultura (e non solo per il capodanno e le vittorie ai mondiali – deroghe queste che la cittadinanza si prende anche senza permesso). Non c’è bisogno di guardare solo all’estero. Basta guardarsi in casa: andare a vedere le esperienze di altre città universitarie, e compararle con la situazione padovana. Analizzarne anche i problemi, certo, e le risposte che ai problemi sono state date: ma non guardare solo a questi, pensando che la socialità sia, in sé, un problema. Perché la socialità non è un problema: è una soluzione. Questo modo di vedere le cose, di pensare alla socialità come un disturbo, e alle sue occasioni come rumore, è di per sé un dato culturale su cui riflettere: e abbiamo la sensazione che sia questo il problema. Come abbiamo potuto ridurci così?
Forse dovremmo ricominciare a capire che la città va pensata insieme ai suoi abitanti, non a prescindere da essi. A Torino, per dire, ma anche altrove, l’assessore all’urbanistica e all’edilizia privata è anche l’assessore alla qualità della vita e all’integrazione dei ‘nuovi cittadini’. Insomma, chi si occupa delle case è chi si occupa anche delle persone che ci abitano dentro, dei loro bisogni, delle loro aspirazioni. E si affida lo sviluppo di strade e muri a chi si occupa di socialità e culture, anche nuove e diverse. Non quindi un presunto ‘tecnico’ – un architetto, un ingegnere, nei piccoli paesi un geometra – ma al contrario un politico esperto in culture (parola che deriva dal latino colere, coltivare, e include anche il culto, e la coltivazione delle relazioni). Una scelta significativa. Perché nei consigli comunali, nelle giunte, l’attività principale non dovrebbe essere quella di occuparsi di varianti urbanistiche, ponti e strade, ma del loro perché, del loro senso, delle loro conseguenze sulla vita delle persone. Non solo in funzione del traffico, della mobilità, della spesa, del consumo: ma in funzione di una vita piena, ricca di senso e non solo di risorse (per alcuni). Altrimenti rischiamo di avere città funzionali – quando va bene – ma vuote, come in quel quadro meraviglioso che è ‘La città ideale’, alla Galleria Nazionale di Urbino: una bellissima visione rinascimentale, proporzionata, perfetta (e già è qualcosa, laddove la parola bellezza non viene quasi mai pronunciata, nella politica cittadina), ma vuota, senza persone, senza umanità.
La socialità, le attività culturali (e la musica, il teatro, l’happening, le manifestazioni artistiche, ne sono alcune espressioni), sono movimento, invenzione, un’idea del mondo, la voglia di sperimentarlo e di rappresentarlo: precisamente ciò che riempie la città e le dà senso. Proprio ciò di cui abbiamo bisogno come il pane, o almeno subito dopo il pane. Certo, ci può essere qualche inciampo con altre attività della città. Se ne parli, si trovino soluzioni. Se ci sono idee le si propongano, si condividano con gli operatori culturali. Se non ci sono, con umiltà, si lanci un concorso per riceverle, aperto ai giovani, ai gruppi, all’attivismo di chi, tra mille difficoltà e ostacoli, per l’appunto, si attiva affinché la città sia viva e non morta, piena anche di contenuto e non solo di cose. E’ questo che tentano di fare, bene o male, i giovani che si ritrovano per un evento, foss’anche solo con lo scopo di non stare da soli. Perché non è che non ci siano attività culturali: ci sono. E non è che non ci siano altre modalità di aggregazione: l’associazionismo, per esempio. Ma la socialità, soprattutto giovanile, non è solo questo, e non può ridursi a questo. E si coinvolga l’università, la ricchezza meno utilizzata di Padova: che è piena di talenti e di esperienze che non chiedono altro che di essere utilizzate anche dalla città, e per risolvere i suoi problemi. Sapendo, certo, che per riempire la società di contenuto e le giornate di relazioni, bisogna anche spendere: magari spiegando ai padovani che è un guadagno. Economico, persino. E sapendo che non si tratterebbe che di restituire un briciolo di ciò che i giovani producono (sì, producono) e spendono. Sarebbe utile una ricerca sull’indotto economico prodotto da giovani e studenti su questa città. Ma prima di vederne i risultati siamo già certi che la percentuale di spesa a loro favore è certamente inferiore alla loro percentuale di presenza nel territorio.
A partire da qui, forse, si può cominciare a pensare a una città aperta a tutti davvero, non privatizzata: nemmeno dai giovani, naturalmente. Una città che non escluda nessuno. Ma che accolga anche, attivamente, i suoi abitanti. Tutti i suoi abitanti. Con la consapevolezza che la città è molto più di uno spazio: è un luogo, con una sua vita, una sua memoria e un suo genio – genius loci, appunto. E’ molto più di un insieme di strutture (non solo architettoniche): è un complesso di funzioni, che giocano un ruolo cruciale nei meccanismi della comunicazione tra le persone. E’ molto più di un fatto urbanistico: è un fatto urbano – un aggettivo che definisce una civiltà, un modo di essere e di pensare. Ed è molto più anche di un luogo di potere: è un luogo politico, potenzialmente disponibile ai più diversi apporti – perché la politica vera, la politica sana, va nei due sensi: parla, ma sa ascoltare; agisce, ma prima pensa e coinvolge. E’ infine, soprattutto, un luogo abitato: forse privo in sé di anima ma abitato da persone che ne posseggono una, e che vorrebbero poterla manifestare in tutte le sue ricchezze, non solo nella produzione e nel consumo.
Sui cartelli di ingresso della città di Padova sta una scritta significativa: “Territorio urbano telesorvegliato”. Come se questa fosse la sua caratteristica principale, il dato più rilevante della sua carta d’identità, quello da mostrare a chi varca i confini del suo territorio. E’ un segno culturale forte, e inquietante: che ci parla di tempi bui, oscuri, gretti, richiusi in se stessi. Noi vorremmo ci fosse scritto: “Città aperta”, “Città viva”. Forse proprio i giovani possono aiutarci a ritrovare il significato di queste parole.
Stefano Allievi
Da questo articolo è scaturito un dibattito cospicuo: con una prima risposta dell’assessore Zampieri, l’apertura di una discussione nel blog del direttore del Mattino, Omar Monestier, molti interventi con i relativi commenti on line, spesso assai vivaci. Riportiamo di seguito l’intero dibattito, dai miei primi articoli (per come sono stati pubblicati sul giornale) ai principali interventi pervenuti e pubblicati sul quotidiano o sul sito del Mattino: tutto, insomma, tranne i post di commento ai vari articoli, pure anch’essi assai interessanti.
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Referendum per tornare a contare

Che siamo allo sfascio, lo capirebbe anche un bambino. Lo spettacolo indecente e da vietare ai minori di un governo che fa la manovra, poi la disfa ed esulta (“così è più equa”: come se la prima l’avesse fatta qualcun altro), poi la modifica, poi si accorge che i conti non tornano, poi protesta come se fosse l’opposizione, la rifa e la ridisfa, dà l’idea non di una crisi, ma di un grottesco e catastrofico dramma, una tragedia farsesca, purtroppo senza lieto fine. È la fine non solo di questo governo al minimo storico di consenso, e non solo di questa maggioranza – che è assai opinabile che rimarrebbe tale alla prova elettorale, come i sondaggi già dicono – ma di un intero ciclo politico. E della classe politica che lo ha rappresentato e incarnato.

Che dobbiamo uscire da questa situazione è un dato. Di fronte al malato in grave peggioramento e a un’équipe medica dilettantesca e incapace, la sola possibilità di sopravvivenza del paziente è cambiare medici, e pregare che Dio ce la mandi buona. E il solo modo di farlo è cambiare ceto politico. Come? E’ ovvio, con le elezioni. Che comunque arriveranno: a breve, per implosione della maggioranza, o alla scadenza naturale, nel 2013. Ma sappiamo bene che se si andasse alle elezioni con l’attuale sistema elettorale, mandando in parlamento un nuovo manipolo di servitori obbedienti che non rispondono al popolo ma che tutto devono al capo o al partito e niente al merito e alla capacità (categoria che, a causa del sistema, finisce per includere anche i galantuomini che pure ci sono), o di allegri cambiacasacche interessati solo al potere, nulla cambierebbe davvero. Per cui bisogna cambiare il sistema elettorale.

Tutti lo dicono, anche molti che non lo pensano davvero perché sotto sotto gli viene comodo l’attuale, ma nessuno lo fa. E allora l’unico modo possibile diventa il referendum sulla legge elettorale. Certo, pochi vogliono davvero tornare al vecchio ‘matarellum’. Meglio sarebbe, per meglio selezionare gli eletti, una bella uninominale inglese, o almeno un doppio turno alla francese; o persino, come vogliono altri, un sistema tedesco con sbarramento all’ingresso. Ma comunque uno diverso. Peccato che ogni partito abbia il suo progetto, e che quindi nessuno, matematicamente, possa essere approvato. Ecco allora che la strada referendaria e il ritorno al sistema elettorale precedente diventa, se non altro, la soluzione meno peggio. Non entusiasmante, ma meglio del presente.

Ecco perché è importante che oggi un po’ di esponenti di rilevo del PD si siano finalmente svegliati, e appoggino il referendum (promosso peraltro da alcuni suoi esponenti, insieme a Italia dei Valori, Sinistra ecologia e libertà, e qualche altro), seppure con un tiepido sostegno della segreteria. La popolazione tutta – anche di centrodestra – gliene sarebbe grata, visto che non ne può più del sistema attuale, e sarebbe una straordinaria occasione di capitalizzarne il consenso. Peccato lo si faccia all’ultimo momento, quando il rischio di non raccogliere le firme è alto. Ma meglio tardi che mai.

Alla meglio, il referendum diventa lo stimolo perché i partiti si mettano finalmente d’accordo per una nuova legge elettorale. Alla meno peggio ci salverebbe quanto meno dalla tragedia di riandare a votare con l’attuale legge che il suo stesso estensore, Calderoli, definì ‘porcata’, perché impedisce ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti mediante la preferenza. E’ così difficile capirlo? Purtroppo, per la gran parte del ceto politico sì, ed ecco perché non lo sostiene. Una prova di più che bisogna cambiarlo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Referendum per tornare a contare, in “Il Mattino”, 9 settembre 2011, pp.1-9 (anche “La Nuova Venezia”, “La Tribuna di Treviso”)

After Oslo. Europe: the time has come to reflect

Stefano Allievi, University of Padua

Muslim communities all over Europe sighed with relief when they heard that the Norwegian massacre had not been carried out by one of their own. If that had been the case, the price to pay would have been a terrible one. Many non-Muslims also breathed their own sigh at not having to confirm their prejudice against Muslims. This reaction is disquieting in its triviality and automatism. The press in Muslim-majority countries is pointing out these inconsistancies, asking “Why is this not called Christian terrorism?” “Why are we not creating a plot theory?”

The massacres in Oslo and on the island of Utoya, carried out on July 22nd by lone killer Anders Behring Breivik, provide us with food for thought, while we wait for further facts to emerge on the case.

At the initial unfolding of the events, many Europeans believed the attack was of Islamic origin. This automatic reaction warrants reflection. As Europol data confirms every year, the attacks carried out and the acts of violence perpetrated by Islamic fanatics in Europe are a tiny percentage of the total attacks, bombs, massacres and murders that occur each year. For example, according to the 2010 report, there were 294 terrorist attacks in Europe (significantly fewer than in 2008 when in turn there were fewer than in 2007), of which 237 were carried out by separatists, 40 by the extreme left, 4 by the extreme right and 2 single issue attacks (linked to a specific local cause), 10 non-specific and only 1 (in Italy) of Islamic origin. In spite of this there were 587 arrests on terrorism charges during that same year, of which 413 were separatists, 29 were extreme left militants, 22 extreme right wing militants and 2 were single issue terrorists, 11 unspecified and 110 Islamists. There were 408 people sentenced for terrorist crimes , of which 268 were separatists, 39 extreme left militants, 1 extreme right militant, 11 unspecified and 89 Islamists [1]. This data can be interpreted in various ways. One could consider the discrepancy between the number of arrests and imprisonments of Islamists and the number of attacks carried out by Islamists, as a sign of effective prevention. This greater vigilance concerning this kind of terrorism has had a real effect, with a number of attacks in various countries prevented in locations where there would have been high numbers of victims, such as airports and other public places. One the other hand, one could see this data as the mark of selective attention and greater nervousness regarding Islamist terrorism, and perhaps an underestimation of other kinds of terrorism, such as from the extreme right.
This data cannot be blamed exclusively on the media, although the media is a phenomenal amplifier and sound box for the European fear of Islamism. These numbers should also make us seriously reflect, not only on the presence of Islam in Europe, but also on what it means to be European, and on our attitude toward Islam and Muslims [2]. Biases against Muslims in Europe can be traced back to a long campaign that precedes 9/11 and that has proved to be very effective and pervasive. The Northern League’s campaign against mosques in Italy began in 2000 [3], and even before that, Islamophobia was constructed by the Front National in France and by other political players in various countries [4]. Therefore, some prejudices are not so much a reaction to Islamic violence in the West, but rather something far more profound and ancient.
We seem unable to abandon this Pavlovian reflex in spite of frequently being proved wrong. In fact the news all too often reports on the risk of Islamic attacks that then never take place during great events, such as the Olympic Games, the G8, the Jubilee, and so on. There are occasional confirmations, but our automatic reaction never results in a debate, reflection or demands for a self-critical analysis. Shouting ‘Islamic wolf’ has enabled successful careers in journalism, the security forces, the judicial sector and, of course, in politics. Private, let alone public, apologies to Muslims for mistakes are very rare. And yet, this phenomenon has damaged the lives of thousands of Muslims, who then become the occasional victims, if not of violence, certainly of rejection, controversy and ordinary daily harassment at school, at work and on the streets.
Muslim communities all over Europe sighed with relief when they heard that the Norwegian massacre had not been carried out by one of their own. If that had been the case, the price to pay would have been a terrible one. Many non-Muslims also breathed their own sigh at not having to confirm their prejudice against Muslims. This reaction is disquieting in its triviality and automatism. The press in Muslim-majority countries is pointing out these inconsistancies, asking “Why is this not called Christian terrorism?” “Why are we not creating a plot theory?” These are questions that should be asked throughout the West as well.
We must also reflect upon Europe’s internal violence, which has been emerging in recent years. Fear of an Islamic danger has produced a crowded web of large and small political parties, groups, websites, newspapers, writers and intellectuals, competing in the easy and productive Islamophobia market at so much per kilo. This is the hornet’s nest in which the Oslo assassin dipped his hands and then drafted his extremely personal opinions and his tragic conclusions. It is no coincidence that many of these references are quoted in his memorial, and it is significant that the xenophobic and islamophobic ravings he published are filled with recurrent themes that are actually widespread among the mainstream media and extremist viewpoints in Europe. These references consist of buzzwords, quotes and even specific linguistic similarities, such as calling Europe ‘Eurabia’, a neologism invented by Bat Ye’or but brought to success by Oriana Fallaci, who was also quoted by Breivik[5].
It is obvious that it would be neither correct nor intelligent to blame on his intellectual references the responsibility and consequences of Breivik’s actions. This, as always, would be a very slippery slope. One cannot, however, ignore that on this subject there have been bad teachers (yes, precisely in the sense used in other times and other political circles for Toni Negri and others) and terrible practitioners. Some of these voices have been provided with disproportionate and uncontested space in the public debate and the media, permitted to use language that other cases would not be allowed[6]. In many political speeches, in too many newspaper articles and even in statements from religious leaders, if one replaced the word ‘Muslim’ with the word ‘Jew’, these same statements would be considered simply unutterable. The rise in xenophobic and Islamophobic political parties all over Europe proves that this is not just a question of style. There are too many misunderstandings, too many shortcuts, too much superficiality and too many mistakes. There is too little internal debate and, of course, a number of unacceptable acts of violence. But the time has come for everyone to seriously reflect on where all this is leading us.
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[1] For those wishing to research the matter personally, the link so little used by journalists and self-appointed experts on Islam, is: http://www.europol.europa.eu/content/publication/te-sat-2010-eu-terrorism-situation-trend-report-671 (see in particular pages 10 and 11 as the in-depth analyses on Islamic terrorism, especially the one mentioned above from page 18 onwards).
[2] See S. Allievi, Le trappole dell’immaginario. Islam e occidente, Forum, 2007.
[3] Italian Islam’s ‘Black September’ was in 2000, when the anti-Muslim kulturkampf became apparent in various circles, such as with the publication and favourable reception and disseminating of an essay by political analyst Giovanni Sartori, entitled Pluralism, multiculturalism and foreigners, filled with inaccuracies, inconsistencies and blunders, but extremely successful. Then there was the pastoral letter from the then Cardinal of Bologna Giacomo Biffi, equally widely broadcast and debated in Catholic circles, resulting in a peculiar Catholic form of Islamophobia until then silent. And of course there was the Northern League’s political campaign, which started with the case involving the mosque in Lodi and that has never ended. On the contrary, it is in constant evolution (on the Italian case see my books Islam italiano, Einaudi, 2003, and I musulmani e la società italiana, Franco Angeli, 2009).
[4] V. Geisser, La nouvelle islamophobie, La Découverte, 2003; M. Massari, Islamofobia. La paura e l’islam, Laterza, 2006; C. Allen, Islamophobia, Ashgate, 2010.
[5] See G. Bosetti, Cattiva maestra. La rabbia di Oriana Fallaci e il suo contagio, Marsilio, 2005, and S. Allievi, Ragioni senza forza, forze senza ragione, Emi, 2004, and also Niente di personale signora Fallaci. Una trilogia alternativa, Aliberti, 2006.
[6] The case involving the Northern League’s MEP Borghezio, is paradigmatic but anything but unique. Only on this one occasion was he good-naturedly suspended by the party for three months for having made the unutterable statement that he agreed totally with the reasons and motivations, albeit not the methods, that inspired the Oslo assassin. The aforementioned Member of the European Parliament is a professional statement-maker on this subject (he effectively does practically nothing else), and is elected on the basis of these reasons. He is hero of the Northern League’s base, celebrated in Pontida, and has never been invited to use more moderate language, let alone more serious arguments.

http://www.resetdoc.org/story/00000021694

Conflitto sociale tra generazioni

La politica contro i giovani

E’ significativo che sia proprio la Lega, il partito che passa per essere quello con il maggior sostegno giovanile, a farsi paladino della battaglia contro l’innalzamento dell’età pensionabile (accettando piuttosto un taglio ulteriore ai già stremati enti locali, in contraddizione lacerante con la sua stessa ragion d’essere, il federalismo). E se le modalità d’azione – tra parolacce, pernacchie e dita medie alzate – possono sembrare giovanilistiche, il contenuto è un furto con scasso ulteriore al futuro e alla speranza dei giovani di questo paese.

E’ la tragica conferma di come la classe politica, vecchia d’età e di metodi, sia anche la rappresentante ufficiale della parte più anziana della società e dei suoi interessi, e solo di essa. E’ evidente che, tra tante cose dolorose da fare in tempi di crisi, quella di innalzare l’età pensionabile (tranne che per i lavori usuranti) e di parificare quella tra uomo e donna, è una di quelle da mettere in cantiere. Per una semplice ragione demografica: in un secolo la speranza di vita si è alzata di quasi trent’anni (e di quasi due anni per gli uomini e 1,3 per le donne solo nell’ultimo decennio, con veloce tendenza all’aumento), e le donne vivono mediamente sei anni più degli uomini. E per un’ovvia ragione di equità: chi manterrà questo esercito di pensionati poveri ma longevi saranno le nuove generazioni più povere di loro, su cui già abbiamo rovesciato l’onere pesantissimo del debito pubblico, e che vivono in un mondo del lavoro molto più duro, precario e concorrenziale dei loro genitori.

Preferire addirittura di tagliare ulteriormente i trasferimenti agli enti locali, che già hanno tagliato tutte le politiche sociali e culturali, e ovviamente in primis quelle rivolte ai giovani, è semplicemente criminale, in un paese che spende (dati Censis) il 60% della sua spesa sociale in pensioni (contro il 45% della media europea, e di paesi con un livello di protezione sociale molto superiore al nostro, come la Francia e la Germania), e solo un’infima parte per iniziative in favore dell’infanzia, dell’adolescenza, dei giovani e delle famiglie.

Naturalmente la Lega non è sola in questa difesa a oltranza dell’età pensionabile. Ha in buona compagnia la Cgil e i sindacati in genere (che non a caso vedono nei pensionati, ormai, la maggioranza dei loro iscritti), ma anche un ampio fronte dell’opposizione di sinistra. Quella parte, almeno, che non ha il coraggio di dire al suo elettorato delle scomode verità.

Giusto non considerare l’età pensionabile un modo “per chiudere il buco del giorno”, come dice Bersani. Inevitabile tuttavia parlarne, in una logica non di semplice riduzione dei costi, come fa attualmente la manovra del governo, ma di sviluppo e di ripresa, che fin qui non si è vista. In questa logica sarebbe normale investire piuttosto in ricerca e sviluppo (una spesa nello stesso tempo a favore dei giovani, della conoscenza e dell’impresa) un 3-4% in più di Pil, come fanno da anni gli altri paesi europei, mentre noi siamo fermi a mezzo punto percentuale (e i privati investono altrettanto poco). Alla lunga ne beneficerebbero anche i futuri pensionati, potendo contare su qualche certezza in più e un paese in ripresa anziché in declino.

Non farlo è la dimostrazione di un durissimo, anche se taciuto, conflitto sociale in atto: non più tra classi, ma tra generazioni.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Conflitto sociale tra generazioni, in “Il Mattino”, 25 agosto 2011, pp. 1-7 (Anche “La Tribuna di Treviso”)

Perchè l'Europa deve tornare a riflettere. Dopo la strage di Oslo

La strage di Oslo e dell’isola di Utoya, compiuta il 22 luglio dal killer solitario Anders Behring Breivik, al di là dell’approfondimento degli elementi di cronaca, pur importanti, e del bisogno di sedimentazione ulteriore, che richiederà tempo per essere ruminata adeguatamente, si presta fin d’ora ad alcune considerazioni.

La prima è d’obbligo. Tutti, all’inizio, avevano pensato ad un attentato di matrice islamica. Questo automatismo fa riflettere. Gli attentati condotti e gli atti di violenza perpetrati da fanatici islamici, in Europa, sono una percentuale infima degli attentati, delle bombe, delle stragi e degli assassinii compiuti, come ci confermano ogni anno i dati dell’Europol. Ad esempio, secondo il rapporto 2010, gli attentati terroristici in Europa sono stati 294 (con un calo netto rispetto al 2008, a sua volta in calo rispetto al 2007), di cui 237 di matrice separatista, 40 di estrema sinistra, 4 di estrema destra, 2 single issued (cioè legati a una causa specifica locale), 10 non specificati, e solo 1 (in Italia) di matrice islamica. Nonostante questo gli arresti per terrorismo sono stati nello stesso anno 587, di cui 413 di separatisti, 29 di militanti di estrema sinistra, 22 di estrema destra, 2 di terroristi single issue, 11 non specificati, e ben 110 di islamisti. Ugualmente le persone in carcere per reati di terrorismo erano 408, di cui 268 separatisti, 39 militanti di estrema sinistra, 1 di estrema destra, 11 non specificati, e 89 islamisti1. I dati si possono leggere in vari modi: considerando la sproporzione tra arrestati e carcerati islamisti rispetto agli attentati avvenuti ad opera di musulmani come un segno di efficace prevenzione (il dato è reale, e frutto della maggiore vigilanza rispetto a questo tipo di terrorismo: diversi attentati in vari paesi sono stati effettivamente sventati, e in luoghi dove potevano produrre molte vittime, come aeroporti e altri luoghi pubblici), ma anche come un segno di attenzione selettiva e di maggiore nervosismo rispetto a questo tipo di terrorismo (e magari di sottovalutazione di altri: col senno di poi, col senno di Oslo potremmo dire, certamente di quello di estrema destra).

Questo meccanismo che non è solo mediatico, anche se i media ne sono un amplificatore e una cassa di risonanza fenomenali, deve farci riflettere seriamente: ma non sulla presenza islamica in Europa – su di noi, Europei di nascita (senza dimenticare che vi sono Europei sia di nascita che di adozione che sono musulmani), e sul nostro atteggiamento nei confronti dell’islam e dei musulmani2. Perché è il frutto di una campagna di lungo periodo, che precede persino l’11 settembre 2001, e che mostra di essere molto efficace e pervasiva. La campagna della Lega contro le moschee, in Italia, comincia nel 20003, e prima ancora è nata l’islamofobia prodotta dal Front National in Francia e da altri attori politici di vari paesi4: questo, tanto per chiarire che non si tratta di una risposta alla violenza islamica nei confronti dell’occidente, ma di qualcosa di più profondo e di più antico. Questo riflesso pavloviano, dal quale sembra non si riesca ad uscire, nonostante le frequenti smentite (con il rischio di un attentato islamico che poi non avviene si aprono regolarmente i telegiornali in occasione di qualsiasi grande evento: olimpiadi, G8, Giubileo o quant’altro) e le occasionali conferme, non produce mai una messa in discussione, una riflessione, una richiesta di approfondimento autocritico, ad esempio all’interno del mondo giornalistico, che questo allarme diffonde, o in quello dei servizi di intelligence, che spesso contribuiscono a produrlo: va detto che il gridare al lupo islamico è mestiere che ha consentito fenomenali e ben retribuite carriere, nel giornalismo, tra le forze di sicurezza, in magistratura, e naturalmente in politica. Meno che mai si ricorda una qualche scusa a posteriori nei confronti dei musulmani, meglio ancora se pubblica. Eppure non si tratta di un meccanismo senza conseguenze e senza danni sulle vite di migliaia di musulmani che poi divengono l’occasionale bersaglio, se non necessariamente di violenze, certamente di rifiuto, di polemica, di ordinario harassing quotidiano, a scuola, nel mondo del lavoro, per strada.

E’ significativo il sospiro di sollievo tirato da tutte le comunità musulmane in Europa, nello scoprire che non era stato uno dei loro: perché si sapeva già quale tremendo prezzo si sarebbe pagato altrimenti. Ma è significativo anche il sospiro di sollievo di molti non musulmani, nel non dover confermare un pregiudizio che, così come viene comunemente formulato, porta dritto verso lo scontro di civiltà, che in questo caso, più che un fatto o anche solo una possibilità, è semplicemente una profezia che si autorealizza: ancora più inquietante, nella sua banalità e nel suo automatismo, proprio per questo. E’ un qualcosa che la stampa dei paesi musulmani, dopo Oslo, comincia a ricordarci: perché questo non lo chiamate terrorismo cristiano? Perché non ci costruite sopra una teoria del complotto? E non si può dire che l’argomentazione sia del tutto fuorviante.

La seconda riflessione da fare è invece sulla violenza interna all’Europa, che stiamo producendo e che sta emergendo in questi anni. Il timore del pericolo islamico ha prodotto un verminaio assai affollato di partiti, gruppi, siti, giornali, scrittori, intellettuali maggiori e minori, che competono nel facile e produttivo mercato dell’islamofobia un tanto al chilo. E’ il verminaio in cui ha attinto a piene mani l’assassino di Oslo, ricavandone la sua personalissima sintesi e la sua tragica conclusione. Non a caso molti di questi riferimenti li cita nel suo memoriale: ed è significativo che la vulgata xenofoba e islamofoba che ha riprodotto abbia già i suoi temi ricorrenti e alquanto ripetitivi, ma penetranti, diffusi, efficaci. Parole d’ordine, peculiarità interpretative, riferimenti valoriali, e anche precisi richiami linguistici: come il chiamare l’Europa Eurabia, neologismo inventato da Bat Ye’or ma portato al successo da Oriana Fallaci, pure essa, tra gli altri, citata5. E’ chiaro che non sarebbe né corretto né intelligente far ricadere sui suoi riferimenti intellettuali le colpe e le conseguenze delle azioni di Breivik: l’operazione è pericolosa e assai scivolosa sempre. Tuttavia non si può ignorare che esistono sul tema sia dei cattivi maestri (sì, proprio nel senso che si usava, a suo tempo e per altri ambienti politici, per Toni Negri ed altri) sia terribili praticanti e spesso solo praticoni, specie sul terreno politico, a cui tuttavia si concede, nel dibattito pubblico e sui media, uno spazio sproporzionato e senza contraddittorio, e soprattutto un linguaggio che non si concederebbe ad altri né soprattutto nei confronti di altri6. Vale la pena di ricordare che in molti discorsi politici, in troppi articoli di giornale, e persino in non rare esternazioni di responsabili religiosi, se sostituissimo la parola ‘musulmano’ con la parola ‘ebreo’ le stesse frasi verrebbero considerate semplicemente indicibili. La crescita dei partiti xenofobi e islamofobi in tutta Europa è lì a dimostrare che non si tratta solamente di un problema di bon ton. Certo, i musulmani, anche quelli europei, hanno le loro responsabilità nel prodursi di questo clima. Troppe incomprensioni, troppe scorciatoie, troppe leggerezze, troppi errori non meditati, troppo poco dibattito interno, e naturalmente qualche atto di violenza inaccettabile di troppo. Ma è il caso che, tutti, si cominci a riflettere seriamente su dove tutto ciò ci sta portando.

lunedì, 1 agosto 2011

Perché l’Europa deve tornare a riflettere

Stefano Allievi

È significativo il sospiro di sollievo tirato da tutte le comunità musulmane in Europa, nello scoprire che non era stato uno dei loro: perché si sapeva già quale tremendo prezzo si sarebbe pagato altrimenti. Ma è significativo anche il sospiro di sollievo di molti non musulmani, nel non dover confermare un pregiudizio che, così come viene comunemente formulato, porta dritto verso lo scontro di civiltà, che in questo caso, più che un fatto o anche solo una possibilità, è semplicemente una profezia che si autorealizza: ancora più inquietante, nella sua banalità e nel suo automatismo, proprio per questo. È un qualcosa che la stampa dei paesi musulmani, dopo Oslo, comincia a ricordarci: perché questo non lo chiamate terrorismo cristiano? Perché non ci costruite sopra una teoria del complotto? E non si può dire che l’argomentazione sia del tutto fuorviante.

La strage di Oslo e dell’isola di Utoya, compiuta il 22 luglio dal killer solitario Anders Behring Breivik, al di là dell’approfondimento degli elementi di cronaca, pur importanti, e del bisogno di sedimentazione ulteriore, che richiederà tempo per essere ruminata adeguatamente, si presta fin d’ora ad alcune considerazioni.

La prima è d’obbligo. Tutti, all’inizio, avevano pensato ad un attentato di matrice islamica. Questo automatismo fa riflettere. Gli attentati condotti e gli atti di violenza perpetrati da fanatici islamici, in Europa, sono una percentuale infima degli attentati, delle bombe, delle stragi e degli assassinii compiuti, come ci confermano ogni anno i dati dell’Europol. Ad esempio, secondo il rapporto 2010, gli attentati terroristici in Europa sono stati 294 (con un calo netto rispetto al 2008, a sua volta in calo rispetto al 2007), di cui 237 di matrice separatista, 40 di estrema sinistra, 4 di estrema destra, 2 single issued (cioè legati a una causa specifica locale), 10 non specificati, e solo 1 (in Italia) di matrice islamica. Nonostante questo gli arresti per terrorismo sono stati nello stesso anno 587, di cui 413 di separatisti, 29 di militanti di estrema sinistra, 22 di estrema destra, 2 di terroristi single issue, 11 non specificati, e ben 110 di islamisti. Ugualmente le persone in carcere per reati di terrorismo erano 408, di cui 268 separatisti, 39 militanti di estrema sinistra, 1 di estrema destra, 11 non specificati, e 89 islamisti [1]. I dati si possono leggere in vari modi: considerando la sproporzione tra arrestati e carcerati islamisti rispetto agli attentati avvenuti ad opera di musulmani come un segno di efficace prevenzione (il dato è reale, e frutto della maggiore vigilanza rispetto a questo tipo di terrorismo: diversi attentati in vari paesi sono stati effettivamente sventati, e in luoghi dove potevano produrre molte vittime, come aeroporti e altri luoghi pubblici), ma anche come un segno di attenzione selettiva e di maggiore nervosismo rispetto a questo tipo di terrorismo (e magari di sottovalutazione di altri: col senno di poi, col senno di Oslo potremmo dire, certamente di quello di estrema destra).
Questo meccanismo che non è solo mediatico, anche se i media ne sono un amplificatore e una cassa di risonanza fenomenali, deve farci riflettere seriamente: ma non sulla presenza islamica in Europa – su di noi, Europei di nascita (senza dimenticare che vi sono Europei sia di nascita che di adozione che sono musulmani), e sul nostro atteggiamento nei confronti dell’islam e dei musulmani [2]. Perché è il frutto di una campagna di lungo periodo, che precede persino l’11 settembre 2001, e che mostra di essere molto efficace e pervasiva. La campagna della Lega contro le moschee, in Italia, comincia nel 2000 [3], e prima ancora è nata l’islamofobia prodotta dal Front National in Francia e da altri attori politici di vari paesi [4]: questo, tanto per chiarire che non si tratta di una risposta alla violenza islamica nei confronti dell’occidente, ma di qualcosa di più profondo e di più antico.
Questo riflesso pavloviano, dal quale sembra non si riesca ad uscire, nonostante le frequenti smentite (con il rischio di un attentato islamico che poi non avviene si aprono regolarmente i telegiornali in occasione di qualsiasi grande evento: olimpiadi, G8, Giubileo o quant’altro) e le occasionali conferme, non produce mai una messa in discussione, una riflessione, una richiesta di approfondimento autocritico, ad esempio all’interno del mondo giornalistico, che questo allarme diffonde, o in quello dei servizi di intelligence, che spesso contribuiscono a produrlo: va detto che il gridare al lupo islamico è mestiere che ha consentito fenomenali e ben retribuite carriere, nel giornalismo, tra le forze di sicurezza, in magistratura, e naturalmente in politica. Meno che mai si ricorda una qualche scusa a posteriori nei confronti dei musulmani, meglio ancora se pubblica. Eppure non si tratta di un meccanismo senza conseguenze e senza danni sulle vite di migliaia di musulmani che poi divengono l’occasionale bersaglio, se non necessariamente di violenze, certamente di rifiuto, di polemica, di ordinario harassing quotidiano, a scuola, nel mondo del lavoro, per strada.
È significativo il sospiro di sollievo tirato da tutte le comunità musulmane in Europa, nello scoprire che non era stato uno dei loro: perché si sapeva già quale tremendo prezzo si sarebbe pagato altrimenti. Ma è significativo anche il sospiro di sollievo di molti non musulmani, nel non dover confermare un pregiudizio che, così come viene comunemente formulato, porta dritto verso lo scontro di civiltà, che in questo caso, più che un fatto o anche solo una possibilità, è semplicemente una profezia che si autorealizza: ancora più inquietante, nella sua banalità e nel suo automatismo, proprio per questo. È un qualcosa che la stampa dei paesi musulmani, dopo Oslo, comincia a ricordarci: perché questo non lo chiamate terrorismo cristiano? Perché non ci costruite sopra una teoria del complotto? E non si può dire che l’argomentazione sia del tutto fuorviante.
La seconda riflessione da fare è invece sulla violenza interna all’Europa, che stiamo producendo e che sta emergendo in questi anni. Il timore del pericolo islamico ha prodotto un verminaio assai affollato di partiti, gruppi, siti, giornali, scrittori, intellettuali maggiori e minori, che competono nel facile e produttivo mercato dell’islamofobia un tanto al chilo. È il verminaio in cui ha attinto a piene mani l’assassino di Oslo, ricavandone la sua personalissima sintesi e la sua tragica conclusione. Non a caso molti di questi riferimenti li cita nel suo memoriale: ed è significativo che la vulgata xenofoba e islamofoba che ha riprodotto abbia già i suoi temi ricorrenti e alquanto ripetitivi, ma penetranti, diffusi, efficaci. Parole d’ordine, peculiarità interpretative, riferimenti valoriali, e anche precisi richiami linguistici: come il chiamare l’Europa Eurabia, neologismo inventato da Bat Ye’or ma portato al successo da Oriana Fallaci, pure essa, tra gli altri, citata [5].
È chiaro che non sarebbe né corretto né intelligente far ricadere sui suoi riferimenti intellettuali le colpe e le conseguenze delle azioni di Breivik: l’operazione è pericolosa e assai scivolosa sempre. Tuttavia non si può ignorare che esistono sul tema sia dei cattivi maestri (sì, proprio nel senso che si usava, a suo tempo e per altri ambienti politici, per Toni Negri ed altri) sia terribili praticanti e spesso solo praticoni, specie sul terreno politico, a cui tuttavia si concede, nel dibattito pubblico e sui media, uno spazio sproporzionato e senza contraddittorio, e soprattutto un linguaggio che non si concederebbe ad altri né soprattutto nei confronti di altri [6]. Vale la pena di ricordare che in molti discorsi politici, in troppi articoli di giornale, e persino in non rare esternazioni di responsabili religiosi, se sostituissimo la parola ‘musulmano’ con la parola ‘ebreo’ le stesse frasi verrebbero considerate semplicemente indicibili. La crescita dei partiti xenofobi e islamofobi in tutta Europa è lì a dimostrare che non si tratta solamente di un problema di bon ton. Certo, i musulmani, anche quelli europei, hanno le loro responsabilità nel prodursi di questo clima. Troppe incomprensioni, troppe scorciatoie, troppe leggerezze, troppi errori non meditati, troppo poco dibattito interno, e naturalmente qualche atto di violenza inaccettabile di troppo. Ma è il caso che, tutti, si cominci a riflettere seriamente su dove tutto ciò ci sta portando.
[1]Per chi vuole controllare di persona, il link, assai poco frequentato da giornalisti e sedicenti esperti di islam, è il seguente: https://www.europol.europa.eu/content/publication/te-sat-2010-eu-terrorism-situation-trend-report-671 (si vedano in particolare le pagg. 10-11 e gli approfondimenti sul terrorismo islamico, non a caso quello di cui si parla per primo, da pag. 18 in avanti).
[2]Su cui si veda S. Allievi, Le trappole dell’immaginario. Islam e occidente, Forum, 2007.
[3] Il ‘settembre nero’ dell’islam italiano è quello appunto del 2000, quando il kulturkampf anti-islamico si manifesta in vari ambiti: con la pubblicazione e la favorevole accoglienza e diffusione di un saggio del politologo Giovanni Sartori, intitolato Pluralismo, multiculturalismo e estranei, zeppo di inesattezze, incongruenze e strafalcioni, ma di grande successo; con la lettera pastorale dell’allora cardinale di Bologna Giacomo Biffi, ugualmente diffusa e dibattuta, in ambito cattolico, che ha dato la voce ad una peculiare forma cattolica di islamofobia, fino ad allora silente; e appunto con la campagna politica della Lega, iniziata con il caso della moschea di Lodi e da allora mai conclusa, e anzi in continua evoluzione (sul caso italiano si vedano i miei Islam italiano, Einaudi, 2003, e I musulmani e la società italiana, Franco Angeli, 2009).
[4]V. Geisser, La nouvelle islamophobie, La Découverte, 2003; M. Massari, Islamofobia. La paura e l’islam, Laterza, 2006; C. Allen, Islamophobia, Ashgate, 2010.
[5]Su cui G. Bosetti, Cattiva maestra. La rabbia di Oriana Fallaci e il suo contagio, Marsilio, 2005, e S. Allievi, Ragioni senza forza, forze senza ragione, Emi, 2004, nonché Niente di personale signora Fallaci. Una trilogia alternativa, Aliberti, 2006.
[6]Paradigmatico ma tutt’altro che isolato il caso dell’europarlamentare leghista Borghezio, che solo questa volta è stato bonariamente sospeso per tre mesi dal partito, per aver dichiarato lo sproposito indicibile che, certo, i metodi no, ma le ragioni e del motivazioni del massacratore di Oslo erano del tutto condivisibili. Il parlamentare suddetto è un dichiarazionista professionale sul tema (non fa praticamente altro, del resto), campione di preferenze per questo motivo, eroe della base leghista assai festeggiato a Pontida, e mai in passato invitato a un linguaggio più sobrio, se non ad argomentazioni più serie.

1 Per chi vuole controllare di persona, il link, assai poco frequentato da giornalisti e sedicenti esperti di islam, è il seguente: https://www.europol.europa.eu/content/publication/te-sat-2010-eu-terrorism-situation-trend-report-671 (si vedano in particolare le pagg. 10-11 e gli approfondimenti sul terrorismo islamico, non a caso quello di cui si parla per primo, da pag. 18 in avanti).

2 Su cui si veda S. Allievi, Le trappole dell’immaginario. Islam e occidente, Forum, 2007.

3 Il ‘settembre nero’ dell’islam italiano è quello appunto del 2000, quando il kulturkampf anti-islamico si manifesta in vari ambiti: con la pubblicazione e la favorevole accoglienza e diffusione di un saggio del politologo Giovanni Sartori, intitolato Pluralismo, multiculturalismo e estranei, zeppo di inesattezze, incongruenze e strafalcioni, ma di grande successo; con la lettera pastorale dell’allora cardinale di Bologna Giacomo Biffi, ugualmente diffusa e dibattuta, in ambito cattolico, che ha dato la voce ad una peculiare forma cattolica di islamofobia, fino ad allora silente; e appunto con la campagna politica della Lega, iniziata con il caso della moschea di Lodi e da allora mai conclusa, e anzi in continua evoluzione (sul caso italiano si vedano i miei Islam italiano, Einaudi, 2003, e I musulmani e la società italiana, Franco Angeli, 2009).

4 V. Geisser, La nouvelle islamophobie, La Découverte, 2003; M. Massari, Islamofobia. La paura e l’islam, Laterza, 2006; C. Allen, Islamophobia, Ashgate, 2010.

5 Su cui G. Bosetti, Cattiva maestra. La rabbia di Oriana Fallaci e il suo contagio, Marsilio, 2005, e S. Allievi, Ragioni senza forza, forze senza ragione, Emi, 2004, nonché Niente di personale signora Fallaci. Una trilogia alternativa, Aliberti, 2006.

6 Paradigmatico ma tutt’altro che isolato il caso dell’europarlamentare leghista Borghezio, che solo questa volta è stato bonariamente sospeso per tre mesi dal partito, per aver dichiarato lo sproposito indicibile che, certo, i metodi no, ma le ragioni e del motivazioni del massacratore di Oslo erano del tutto condivisibili. Il parlamentare suddetto è un dichiarazionista professionale sul tema (non fa praticamente altro, del resto), campione di preferenze per questo motivo, eroe della base leghista assai festeggiato a Pontida, e mai in passato invitato a un linguaggio più sobrio, se non ad argomentazioni più serie.

http://www.resetdoc.org/story/00000021693/translate/Italian

Il caso Penati e i partiti invadenti

Bersani rivendica la diversità politica, non genetica, del PD. E’ un passo avanti rispetto ai tempi in cui il PCI rivendicava quest’ultima. Ma la diversità politica si misura non con le parole, ma con l’azione politica, cioè i fatti. E questa invece è ancora timida. Un fatto sarebbe promuovere la riduzione radicale dei costi della politica: dimezzamento dei parlamentari, riduzione significativa dei consiglieri regionali, e così via a scalare, ma anche riduzione drastica delle rispettive indennità, abolizione dei vitalizi e dei molti benefits nascosti. Si potrebbe fare da subito, a cominciare dai luoghi in cui il PD è forza di governo, e qualcuno ha cominciato a farlo: perché non diventa una battaglia a tutto campo, visibile e aperta? Un altro fatto, meno simbolicamente significativo ma più economicamente e moralmente incisivo, sarebbe l’uscita dalle società partecipate e la denuncia a tappeto dei consigli d’amministrazione abusivi e improduttivi che la politica produce, in enti inutili o francamente dannosi (il costo non è solo gli stipendi doppi e tripli o il gettone, su cui si concentra l’attenzione della pubblica opinione, ma la struttura stessa, la sua improduttività, o peggio la sua produttività sbagliata laddove il mercato potrebbe fare meglio, i suoi costi di gestione, e questo anche al netto della corruzione). La politica dovrebbe uscire dalle migliaia di società che ha prodotto, e dalle istituzioni che ha abusivamente occupato, dalla Rai alle Asl (in cui, in entrambi questi casi come in moltissimi altri, è entrata con la forte pressione e la totale compartecipazione delle forze di sinistra): così come è stata una scelta politica – sciagurata – entrarci, così potrebbe essere una scelta politica – vincente – uscirne, se solo la politica lo volesse davvero. Bisogna uscire dalla mentalità stessa che dà per scontato che le nomine nei consigli di amministrazioni, negli enti, nelle fondazioni, le fanno i partiti, o peggio i capibastone dei medesimi, con criteri di fedeltà (personale, nemmeno di partito) e non di merito, in ogni caso non trasparenti: su questo il PD non fa eccezione, né a livello nazionale né locale – non ricordiamo una sola occasione di discussione pubblica sui meriti o sui curricula dei vari nominati da questo o quel barone di partito anche nel più infimo degli enti.

Invece di sentirsi offesi perché la magistratura indaga e la stampa ci ricama sopra, minacciando querele e class action, ci vorrebbe una grande offensiva riformista, che vada al nodo del problema. E questa ancora non c’è. E’ vero che il PD, unico tra i partiti, si fa certificare il bilancio: ma di fronte alla tragica crisi di legittimità della politica che travolge anche il PD, è davvero troppo poco – una graziosa decorazione su una pietanza comunque immangiabile.

Il caso Penati è solo l’ultimo, ma non è uno qualsiasi, trattandosi del capo della segreteria politica dello stesso Bersani. E se anche fosse provato che non ci sono illegalità, c’è l’avallo a un’ipertrofia della politica, per cui è considerato normale che essa compri (malamente e a caro prezzo) azioni di società autostradali, o faccia triangolazioni con il potere economico (ti cedo una cosa – terreno, immobile, azioni – che tu rivenderai a prezzo più alto, lucrando una rendita che non assomiglia neanche un po’ all’economia di mercato, in cambio di qualcos’altro, incluso magari il coinvolgimento delle imprese a me vicine, esercitando una pressione soft che non è illegale ma è ugualmente una perversione del mercato). Penati non è un Verdini, e il primo si è dimesso dalle cariche istituzionali (ma non dal partito) mentre l’altro non lo farebbe neanche dipinto né nessuno glielo ha chiesto. La diversità è questa. Ma non basta più.

La consapevolezza dell’urgenza del tema sembra tragicamente assente, per una ragione perfino antropologica, che coinvolge anche i dirigenti del PD. Non si può chiedere di abbandonare il metodo dell’occupazione della società e dell’economia da parte della politica alle stesse persone che l’hanno sempre praticata. Il rinnovamento vero dei metodi della politica si fa anche non facendo fare carriera e non candidando più chi quei metodi li ha praticati per storia e tradizione, come se fosse ovvio (e non ci riferiamo alle illegalità, ma all’onninvadenza della politica). Bisogna scegliere uomini e donne che non pensino più che tutto questo è normale. E’ questa la diversità politica che ancora non si vede.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Il caso Penati e i partiti invadenti, in “Il Mattino”, 29 luglio 2011, pp. 1-5 (anche “La nuova Venezia” e la“Tribuna di Treviso”)

Dopo le isterie, le vere moschee da fare

Se c’è qualcosa di cui l’Occidente può essere legittimamente fiero, e che dà senso alla sua storia, è la sua capacità di sancire, proteggere e progressivamente allargare la sfera delle libertà degli individui e degli attori sociali collettivi, dalle imprese ai partiti. All’origine di queste libertà – in Europa e, ancora più fortemente, negli Stati Uniti – vi è la tutela delle libertà religiose, e in particolare la protezione dei diritti delle minoranze, dato che le maggioranze, avendo il potere, si tutelano da sé. Universalismo (il fatto, banale ma che è utile ripetere, che la legge è uguale per tutti) e quindi pari dignità e parità di trattamento, tutela delle minoranze, costruzione di uno spazio laico (che non significa, riduttivamente, neutrale) a tutela di tutti, sono quindi principi cardine dello spazio pubblico occidentale, irrinunciabili, “non negoziabili”, per mutuare la formula oggi di moda presso alcuni attori religiosi.

Tuttavia questo stesso Occidente, e l’Europa continentale in particolare, sembra oggi singolarmente incapace di accettare e rendere pratica quotidiana questi suoi principi fondativi, soprattutto alla luce dell’accentuato pluralismo religioso attualmente disponibile, che precede l’arrivo delle nuove migrazioni, ma che da queste è reso radicalmente più visibile. Non solo la visibilità delle comunità religiose è posta in questione – a proposito dei loro simboli, delle loro pratiche, dei loro codici vestimentari, dei loro edifici di culto – ma persino, in alcuni casi, la legittimità della loro presenza. La questione della visibilità nello spazio pubblico è tuttavia quella dirimente, perché si traduce in pratiche istituzionali di tipo discriminatorio che possono collidere – e di fatto spesso collidono – con i principi fondativi dello Stato e le sue norme, ma anche solo con le regole che sono alla base della civile convivenza.

La questione è generale, e può riguardare occasionalmente tutte le minoranze religiose. Ma di fatto essa si manifesta in particolare a proposito dell’islam, considerato, a torto o a ragione, il caso più estremo o comunque più problematico di diversità religiosa. E questo in diversi ambiti: dalle politiche di genere ai luoghi di culto. Ciò avviene anche per l’esistenza di imprenditori politici della paura, e dell’islamofobia in particolare, che hanno fatto della lotta all’islam, attraverso la lotta ai suoi segni di visibilità, un cardine delle loro politiche e della loro ricerca di consenso.

Le moschee, per citare un esempio significativo, fanno notizia, e fanno – nel senso che producono, soprattutto in chi le avversa – politica, anche prima di esistere. Quasi ogni volta che in qualche città europea (e con frequenza forse più significativa nelle città italiane, o più propriamente in quelle del Nord Italia) si pone il problema di costruire una moschea, partono le discussioni, le riflessioni, le controdeduzioni, ma anche, sempre più spesso, i conflitti. Milano è un caso paradigmatico e per certi versi clamoroso di questo meccanismo. Ancor prima di esistere la moschea è diventata strumento – e strumento considerato strategico, primario – di conflitto elettorale: tra il tentativo abortito di presentare una lista intorno alla figura del responsabile di una delle principali sale di preghiera, Abdel Hamid Shaari, e la sconcertante (ma, alla fine, perdente) strumentalizzazione che Letizia Moratti e la Lega hanno fatto delle posizioni di Giuliano Pisapia, cavalcando spudoratamente paure esagerate ad arte, paventando la creazione del più grande centro islamico d’Europa, cercando di mobilitare i quartieri con messaggi che volevano trasmettere inquietudine (“Milano zingaropoli … con la più grande moschea d’Europa” e “Moschea a Milano. E se fosse nel tuo quartiere?”, dicevano i manifesti della Lega affissi ovunque appena prima del ballottaggio).

Questo, tuttavia, in un Paese dove a fronte delle 764 sale di preghiera musulmane censite, vi sono solo 3 moschee (Catania, Segrate e Roma), di cui solo 2 utilizzate (quella di Catania è proprietà di un privato, nemmeno musulmano), e solo una, quella di Roma, è una vera moschea monumentale, mentre quella di Segrate, alla periferia di Milano, è così piccola e sottodimensionata – poco più che una dichiarazione simbolica di esistenza – che i fedeli pregano da sempre in una sala attigua. Giusto per fare un confronto europeo, oltre a essere in numero più cospicuo le sale di preghiera, le moschee costruite ad hoc sono quasi 200 in Francia, oltre un centinaio in Gran Bretagna, quasi altrettante in Olanda, una settantina in Germania; e anche Paesi con meno musulmani dell’Italia ne hanno comunque di più: 4 in Svizzera, 5 in Austria, 7 in Portogallo e Svezia, 14 in Spagna. Mentre i progetti di costruzione in itinere, a vari livelli di avanzamento, sono quasi 200 in Germania, una sessantina in Francia, una quindicina in Olanda e in Grecia, e solo 6 o 7 in Italia1.

Ecco quindi che il caso di Milano assurge a una indubbia significatività, dato che non c’è praticamente grande città in Europa che non abbia al suo interno una o più moschee, esattamente come ha chiese cattoliche e protestanti, sinagoghe, sale del regno dei testimoni di Geova, templi buddhisti, hindu e sikh, e molto altro ancora, con maggiore o minore visibilità secondo la presenza quantitativa, la forza e la ricchezza delle rispettive comunità.

Il problema non è tanto il se, ma il come. Sul ‘se’ aveva già dato una risposta, a suo tempo, il sindaco Albertini, indicando la costruzione di una moschea come un obiettivo ovvio e del tutto ragionevole; e lo dà soprattutto la logica delle cose. Sul come si può solo discutere sul dove e il quando, in termini di sensatezza dei progetti e con meri tecnicismi urbanistici, essendo urbanistica e comunale la competenza riguardo ai luoghi di culto. In questo senso era solo una forma di illegittimo scaricabarile il tentativo del sindaco Moratti di chiedere un parere al ministro dell’Interno Maroni, al solo scopo di guadagnare tempo continuando a penalizzare le comunità islamiche milanesi, impossibilitate ad avere un luogo di culto degno di questo nome: dove anche la bellezza e la dignità sono una qualificazione fondamentale, che significa integrazione non solo simbolica, e possibilità di espletare meglio i fini propri delle comunità religiose, a tutto vantaggio della società e della città nel suo complesso, che ne guadagna in fiducia, gratitudine e, non ultimo, controllo sociale e sicurezza. Ugualmente relative al ‘se’ sono le discussioni su se sia meglio prevedere una sola grande moschea cittadina o diverse. L’esperienza delle metropoli europee comparabili a Milano ci dice che una cosa non esclude l’altra, e che si deciderà nel confronto tra istituzioni e parti sociali: sapendo che la maggioranza degli attori sociali islamici propende per ora più per la pluralità di luoghi di culto di medie dimensioni che non per un’unica grande ‘moschea cattedrale’, che porrebbe problemi anche di costo, di gestione e di egemonia, stante la peraltro legittima pluralità interna alle comunità islamiche.

L’importante è che si proceda, e in fretta, anche in vista dell’Expo. Sarebbe umiliante di fronte alle decine di migliaia di visitatori musulmani che si prevede arriveranno, dover rispondere che no, purtroppo, un luogo di preghiera per loro la civile Milano, che si vuole capitale morale e metropoli globale, non l’ha nemmeno previsto. Ma sarebbe umiliante e controproducente soprattutto per i vecchi cittadini e i nuovi residenti della città, sapendo che gli uni e gli altri (e di musulmani ce ne sono in entrambe le categorie) hanno il diritto di vedersi riconosciuto un diritto costituzionale che è loro concesso senza condizioni. In questo senso anche le proposte di referendum pro o contro la moschea sono irricevibili. Per la semplice ragione che le maggioranze non hanno il diritto di decidere sui diritti delle minoranze, pena l’affossamento delle fondamenta stesse dell’Occidente.

In termini di principio la questione delle moschee nemmeno dovrebbe sussistere, perché non c’è nulla di più ovvio e naturale che delle comunità religiose, immigrate o meno, desiderino propri luoghi di culto e possano godere degli stessi diritti che le costituzioni europee garantiscono a tutti, maggioranze e minoranze. Si affrontino dunque solo i termini di fatto, con buon senso e ragionevolezza da entrambe le parti: sapendo che alla parte islamica è richiesto un supplemento di intelligenza e capacità comunicativa nel sapersi confrontare con il resto della città, che ha il diritto di sapere e di confrontarsi, oltre all’ovvio rispetto delle normative associative e urbanistiche. Uscendo anche, tutti quanti, dall’idea di considerare normale il rappresentarsi la città come un conflitto di civiltà in sedicesimo, in cui anche il linguaggio scivola spesso oltre i limiti dell’accettabile, se non del lecito (basta sostituire alla parola musulmano la parola ebreo o cristiano, in taluni discorsi politici o articoli di giornale a proposito di moschee, per accorgersene). In questo la Chiesa cattolica cittadina e le confessioni religiose minoritarie, a cominciare da quelle storiche come gli ebrei e i valdesi, hanno svolto un ruolo di guardiani della civiltà giuridica e di salvaguardia dei principi, non solo del buon senso religioso, che non hanno svolto altri. E questo, insieme alla volontà delle istituzioni, è già un buon terreno su cui costruire.

Stefano Allievi

1 Per i dati e una analisi del problema si veda S. Allievi, La guerra delle moschee. L’Europa e la sfida del pluralismo religioso, Venezia, Marsilio, 2010. Per una comparazione dettagliata a livello europeo S. Allievi (a cura di), Mosques in Europe. Why a solution has become a problem, Londra, Alliance Publishing Trust, 2010.

Allievi S. (2011), Dopo le isterie, le vere moschee da fare, in “Reset”, n. 126, luglio-agosto 2011, pp. 44-46

Diritto di culto e propaganda

La mozione della provincia di Padova, approvata da Lega e PDL, che chiede che si proceda a referendum tra i cittadini in caso di richiesta di costruzione o anche solo di utilizzo di un locale ad uso moschea, e’ l’ennesimo esempio di politica inutile: quella per cui monta tra i cittadini il fastidio contro la casta che perde tempo senza produrre nulla. Questo perche’ anche i promotori, e la Lega in primo luogo, che tanto ha insistito per arrivare a questo risultato, sanno benissimo che non serve a nulla. Che si e’ fatto perdere tempo al consiglio solo per portare a casa un obiettivo simbolico che e’ in realta’ impraticabile: servira’ a fare campagna elettorale, ma non a ottenere un qualsivoglia risultato. Non serve a nulla perche’ chiede al governo di fare quello che il governo, che e’ della stessa parte politica, se volesse e se potesse avrebbe gia’ fatto. Non serve a nulla perche’ e’ incostituzionale: perche’ le maggioranze non hanno alcun diritto di decidere a proposito dei diritti delle minoranze, quando si tratta di diritti costituzionalmente garantiti; e il diritto al culto e alla liberta’ religiosa e’ grazie a Dio tra questi – altrimenti non saremmo un paese civile e occidentale. Perche’ altrimenti potremmo fare referendum contro i luoghi di culto degli ebrei o dei sikh, degli hindu o dei cattolici, semplicemente perche’ ci stanno antipatici; ma anche contro le sedi dei sindacati o dei partiti, magari anche contro quelle della Lega o del Pdl, in un quartiere o in una citta’ che vota maggioritariamente altrimenti, in un guerra di tutti contro tutti che ci riporterebbe indietro di secoli, a prima dell’invenzione del diritto. Ma non serve a nulla anche perche’ e’ odiosa e stupida. Odiosa perche’ si rivolge contro un gruppo religioso e uno solo, in maniera sostanzialmente razzista: quando basterebbe chiedere ad esso come agli altri di rispettare, come sono tenuti a fare, le leggi della collettivita’. Stupida perche’ impraticabile. Come la mettiamo, per dire, con i cittadini italiani di fede musulmana (anche se la costituzione prevede il diritto di culto anche per i soli residenti)? Se ne e’ accorta, altrove, persino la Lega. Il disegno di legge Gibelli-Cota, promosso dalla Lega, prevede infatti il referendum obbligatorio in caso di richiesta di moschea. Ma la Lega non ha mai chiesto di porlo in discussione in Parlamento. Un po’ perche’ e’ mal scritto e zeppo di strafalcioni costituzionali. E un po’, anzi soprattutto, perche’ sa benissimo che e’ irricevibile. Tanto che dei due firmatari, Gibelli non ha mai chiesto di discuterlo in Lombardia, dove e’ consigliere regionale; e Cota, nel frattempo diventato governatore del Piemonte, si e’ felicemente scordato di averlo firmato, pur avendo tutti i poteri per farlo discutere e approvare in un giorno. A Torino la Lega ha persino ritirato il ricorso al Tar contro la moschea che aveva presentato. E altrove (ad esempio, in Veneto, nel veronese) ha perso tutti i ricorsi che i musulmani avevano presentato contro delle chiusure palesemente selettive e incostituzionali. Infine, e’ contraddittorio: perche’ pur dicendo che si e’ contrari ai luoghi di culto ‘privati’, si fa di tutto per evitare che diventino pubblici. Tra l’altro imponendo condizioni semplicemente illegali, come qualla dell’uso della lingua italiana (che – pur se auspicabile, e di fatto accade, soprattutto a partire dalle seconde generazioni – non praticano nemmeno i luterani tedeschi, gli anglicani inglesi, i nigeriani pentecostali, i cattolici filippini e quelli che amano il rito latino, e tanti altri) e l’albo degli imam (non esiste nemmeno un albo dei preti o dei rabbini, essendo questa competenza delle singole confessioni religiose, nel rispetto della diversita’ dei ruoli di chiese e stato). La Lega accetti dunque un consiglio. Essendo nata su parole d’ordine piu’ importanti e utili (su tutte il federalismo) si dedichi a questo, e a migliorarne i contenuti, che ne hanno un tremendo bisogno: e lasci stare il populismo stupido contro i musulmani, che anche elettoralmente mostra di funzionare assai meno che in passato, come ha dimostrato il caso milanese, dove l’argomento moschea e’ stato utilizzato a iosa, inutilmente. Anche l’elettorato ha capito che questo gridare ‘al lupo, al lupo’ contro i musulmani non ha niente a che vedere con la soluzione di qualche problema, meno che mai quello della sicurezza. Che se si vuole davvero la loro integrazione la via migliore non e’ demonizzarli, ma integrarli, appunto, garantendo uguali diritti e uguali doveri, come a tutti. Se ne ricordino anche i compagni di strada della Lega in queste battaglie, disposti a barattare il rispetto dei diritti fondamentali e anche il semplice buon senso, usandoli come merce di scambio per ottenere consenso altrove. Su questa strada non si va da nessuna parte. E si da’ un argomento in piu’ all’antipolitica, dando una prova provata che i politici, troppo spesso, stanno li’ a discutere di niente, e per niente. Niente di utile ai cittadini, almeno.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Diritto di culto e propaganda, in “Il Mattino”, 23 luglio 2011, pp. 1-15