E se aprissimo le università ai rifugiati?

L’università fa politica, senza farla. Nel senso alto, guardando i processi lunghi; lontana dall’attualità e dagli schieramenti ideologici. E’ quanto avvenuto all’inaugurazione del 794° anno accademico dell’Università di Padova. Dove per capire e intercettare questi tempi, si è parlato di ciò di cui non si poteva non parlare, a molti livelli: internazionalizzazione, mobilità umana. Politica, appunto. Continua a leggere

Rohani e le statue coperte: la vera posta in gioco

I professionisti dell’indignazione un tanto al chilo, i benpensanti della dignità della nostra civiltà, hanno avuto modo di sfogare la loro libido sulla questione delle statue nascoste alla vista nei Musei Capitolini, durante la visita del presidente iraniano Rohani. Una vicenda perfetta, per condannare la vergognosa sottomissione all’islam del governo, e incitare alla rivendicazione della superiorità della nostra cultura. Continua a leggere

Legge anti-moschee anche in Veneto: perché è un errore

La legge si presenta come semplice revisione normativa sul piano urbanistico. Tuttavia la norma approvata ieri in commissione urbanistica dal Consiglio regionale del Veneto consentirà di fatto ai sindaci di rendere la vita assai difficile a qualunque progetto di adibire un edificio ad uso religioso, e dunque alle moschee, che sono quelle che fanno problema a molti amministratori (non per quello che fanno, ma spesso per la loro sola esistenza).
Non c’è dubbio che i luoghi di culto vadano regolamentati, sul piano urbanistico come su quello dell’ordine pubblico. La normativa c’è, e sul piano regolamentare si può fare di più. La cosa riguarda anche la possibilità di adibire a luogo di culto edifici nati per altro scopo: un fatto, quello del cambio di destinazione d’uso, accettato peraltro correntemente in tutti i comuni come prassi abbastanza ordinaria di gestione urbanistica, e utilizzato, oltre che da molti altri soggetti (privati, imprese, commercianti, associazioni), anche dalle più diverse confessioni religiose, musulmani come pentecostali, testimoni di Geova come – succede – cattolici (anche perché ha un senso, per dire, sia sul piano economico che su quello urbanistico, acquistare un capannone in disuso in una zona industriale, per farne un centro culturale o un luogo di aggregazione religiosa – costa meno, e non si disturba nessuno…). Lo scopo del progetto però è dichiarato: è una legge anti-moschee, nata come tale. Lo mostra il comunicato con cui il tosiano Bassi, tra i promotori della legge, ha salutato l’approvazione di ieri: “L’ultimo episodio contestato recentemente dai cittadini del Comune di San Giovanni Lupatoto, nel veronese è la notizia di una prossima apertura di un centro studi per imam. Un’iniziativa (…) che registra tra la cittadinanza pareri critici e diffidenze”. Come se bastasse la diffidenza di qualcuno per legittimare la negazione di un diritto di molti (già oggi residenti e produttori, e in numero sempre maggiore domani cittadini ed elettori) – e per giunta davanti a un centro di formazione di imam (che è nell’interesse di tutti, che si formino…), neanche di una moschea. L’intento discriminatorio rischia dunque di fare aggio sul diritto alla libertà di culto, che non solo è garantito dalla Costituzione, ma è un vanto dell’occidente, che su questo tema rivendica a giusto titolo la sua superiorità nei confronti di paesi, culture e religioni che la libertà religiosa non rispettano.
Capiamo che in questi momenti sia considerato argomento popolare porsi in maniera conflittuale nei confronti dei musulmani; ma se appena guardiamo alle cose con una prospettiva di ragionevolezza o anche solo di convenienza, capiamo che l’inclusione, la trasparenza della presenza, il suo riconoscimento, farebbero diminuire i conflitti sociali; mentre discriminare una comunità religiosa in quanto tale, oltre che essere discutibile di principio e in ultima analisi odioso, rischia di aumentare i conflitti sociali, di esacerbare i rancori, e di legittimare i pregiudizi, che non è mai una saggia strada da percorrere, e rischia anzi di condurci verso situazioni peggiori di quelle che si dichiara di voler sanare.
Eppure sembra che proprio in quella direzione si voglia andare. Perché se l’intento di trattare tutte le confessioni religiose in maniera eguale è da salutare con favore, l’esito, dando ampi margini di discrezionalità ai sindaci di rifiutare situazioni che non piacciano, rischia di andare nella direzione opposta.
C’è ancora tempo per modificare il progetto in aula, regolamentando quanto va regolamentato, ma davvero in una logica inclusiva, che favorisca l’associazionismo religioso, come attore capace di contribuire alla vita comune (per esempio, obbligando i comuni a garantire nei piani regolatori spazi per edilizia di culto che non servano solo al mondo cattolico, ma riconoscano il nuovo pluralismo religioso che ormai caratterizza irrevocabilmente anche il nostro paese). Altrimenti è più onesto limitarsi a una legge di un unico articolo: “Non vogliamo musulmani in regione”. Assumendosi le responsabilità del caso.
LEGGE ANTI-MOSCHEE: I PERICOLI DELL’ESCLUSIONE, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 gennaio 2016, editoriale, p.1

Cloe, l'Assessore Donazzan, e il sottoscritto

Ieri ho scritto un articolo sul caso di Cloe, il professore di un istituto di San Donà che si è presentato a scuola vestito da donna. Continua a leggere

La scelta di Cloe: il ruolo della scuola e le scomposte reazioni delle istituzioni

La scelta di creare il caso c’era tutta, e la volontà di provocare in fondo anche, nella scelta dell’insegnante Luca Bianco di diventare, pubblicamente, Cloe: il cambio da un giorno all’altro dei vestiti, il look sopra le righe, la modalità non concordata, il momento scelto (durante l’anno scolastico anziché durante le vacanze, per iniziare direttamente in modo diverso). Continua a leggere

Zaia e le moschee. E' l'inizio di una svolta?

Il presidente della Regione Luca Zaia – con una intervista pubblicata sul Corriere – ha assunto nei confronti dell’islam che vive, abita, lavora e prega in Italia e in Veneto il ruolo istituzionale che gli è proprio. E’ una buona notizia, che va doverosamente sottolineata. Continua a leggere

La politica di oggi e i simboli nazifascisti di ieri. L'insostenibile leggerezza di Giorgetti (e Zaia)

Detesto la retorica dell’antifascismo: pur ritrovandomi – per storia familiare – dalla parte dei vincitori di oggi e non di quelli di ieri. Merito di una madre finita nelle galere nazifasciste fino alla Liberazione e di uno zio aviatore e eroe di guerra, dopo l’8 settembre diventato comandante di un proprio gruppo partigiano, e infine capo di stato maggiore delle Brigate Garibaldi (per poi finire ucciso il 26 aprile del ’45: per la storiografia ufficiale, da una banda di fuggiaschi tedeschi; e per quella non ufficiale da un gruppo di partigiani comunisti – tanto per non farci mancare nulla, come contraddizioni politiche e storiografiche). Continua a leggere

Salvini e gli industriali: che cosa non va

Gli applausi degli industriali veneti a Renzi non sono ancora stati digeriti. Il leader della Lega, Salvini, accusa gli industriali di essere filogovernativi con chiunque: Berlusconi, Monti, oggi Renzi (e, in Veneto, Zaia). Come dire: vanno dove è il potere, corrivi. Senza capire che gli industriali sono filogovernativi perché hanno bisogno come l’aria di riforme, e le chiedono a chi le può fare, cioè i governi: e, soprattutto, sostengono chi le fa davvero. Tanto è vero che se i governi non fanno le riforme si rivolgono altrove. Continua a leggere

Se Voltaire non è di casa a Padova: libri gender e polemiche inutili

Avremmo fatto volentieri a meno di ritornare sulla questione dei libri cosiddetti gender: un’etichetta già di per sé poco chiara, al punto che, a seconda di chi la usa, viene stirata estensivamente per includere tutto ciò che sembra alludere a qualcosa di diverso da una presunta normalità (magari anche solo l’amicizia tra un orso e un topolino), o ridotta ai pochi testi che parlano di modelli familiari diversi dalla famiglia tradizionale, e in particolare di coppie omosessuali. Il problema, in effetti, è che non ha senso una campagna ‘no gender’, per la semplice ragione che non esiste un gruppo o una fantomatica ideologia ‘sì gender’: esistono semplicemente persone che si interrogano, dando peraltro risposte assai differenziate, su come affrontare una innegabile trasformazione dei modelli familiari, e anche come spiegarla. Continua a leggere