I Fratelli Musulmani in Europa. L’influenza e il peso di una minoranza attiva

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Allievi S. e Maréchal B. (2010), I Fratelli Musulmani in Europa. L’influenza e il peso di una minoranza attiva, in M. Campanini e K. Merzran (a cura di), “I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo”, Torino, Utet, pp. 197-240
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Leghismo e cattolicesimo popolare

La Lega, nel suo rapporto con il cattolicesimo, si trova a vivere un’ambivalenza profonda. Da un lato il contrasto polemico aperto, quasi una sorta di volontà di rivincita, e persino di concorrenza sui valori: che ricorda da vicino, nelle forme, certo anticlericalismo risorgimentale (anche se ne è lontanissimo nei contenuti, allora di ricostruzione e riconciliazione nazionale, mentre oggi l’enfatizzazione è sulla frattura nazionale). Dall’altro l’aver di fatto ereditato il largo parco elettorale cattolico, assumendolo, inglobandolo ma in larga misura anche riorientandone le pulsioni.

Non c’è dubbio che la Lega si inserisce nel mondo elettorale della ‘balena bianca’, la vecchia DC del nord, lombarda e veneta in particolare. E in apparenza, se ci accontentiamo di guardare i numeri e sovrapporre le carte elettorali, l’ha sostanzialmente sostituita. In realtà le cose sono più complesse. Nel voto alla Lega c’è certamente una componente cattolica, ma spesso quella con pratica e conoscenza più tiepida. Del resto da tempo il voto cattolico, in particolare proprio a seguito del crollo della DC, si è articolato nelle sue manifestazioni. Le ricerche misurano nell’elettorato cattolico a blanda partecipazione un netto orientamento verso il centro-destra, mentre in quello più impegnato e attivo – quantitativamente minoritario – vi è spesso un maggiore orientamento verso il centro-sinistra. Ma la Lega in parte sfugge a questa classificazione: essendo alleata, sì, con il centro-destra, ma non essendo, per i temi forti di cui è portatrice, troppo facilmente collocabile sul continuum destra-sinistra. Parte del voto cattolico di centro-destra d’altronde continua a votare per altri partiti conservatori, anch’essi eredi, in forma e modi diversi, del lascito democristiano: il PDL da un lato, e l’UDC, più riconoscibile come erede della vecchia DC, dall’altro.

Se si enfatizza l’elemento di concorrenza sui valori, non stupisce trovare nella storia della Lega il continuo riaffiorare di un anticlericalismo anche molto forte nei toni. Spesso la chiesa di Roma è stata tratteggiata nel suo essere, per l’appunto, di Roma, e quindi accomunabile nella polemica al più forte dei messaggi leghisti: quello contro “Roma ladrona”. Sarebbe sufficiente sfogliare gli albori di Lombardia autonomista, organo dell’allora neonata Lega Lombarda, per ritrovare le stesse polemiche di oggi, e persino la proposta culturale di far passare il Nord, in toto, al protestantesimo.

E’ quindi apparentemente contraddittorio osservare come la Lega sia anche il partito che per certi aspetti più di tutti insiste retoricamente sull’identità cristiana del Paese, specie se c’è da usarla come arma contro gli immigrati magari musulmani; ma lo è meno se osserviamo come sia anche quello che meno la frequenta e la conosce. Chi scrive ‘Padania cristiana’ a caratteri cubitali sui muri del Nord di solito in parrocchia non si vede o non è attivo. E chi rivendica crocefissi in ogni aula, scolastica e municipale, spesso a casa sua non ce l’ha e non lo prega. La stessa dirigenza storica leghista è lontana anni luce dalla pratica cattolica. Bossi non ha mai fatto mistero della sua felice ignoranza in materia; ministri ed ex-ministri come Calderoli e Castelli preferiscono, a quello cattolico, il matrimonio celtico, che consente tra le altre cose più rapide separazioni; e un dirigente come l’europarlamentare Borghezio, che non perde occasione per ergersi a paladino della cristianità italiana contro l’invasione islamica, l’unica croce con cui ha realmente dimestichezza, fin dal suo passato politico pre-leghista, è quella celtica. L’unico momento di visibilità cattolica all’interno della Lega è stato quando un’oscura e giovanissima militante delle Acli milanesi, avendo inviato al senatur un documento sul voto cattolico in Lombardia, si vide chiamata a fondare la consulta cattolica della Lega, e in pochissimo tempo fu catapultata al vertice della terza carica dello Stato: ci riferiamo alla presidente della Camera, Irene Pivetti, poi finita a percorrere una triste parabola da modesta presentatrice di programmi di intrattenimento sulle tv Mediaset, contenutisticamente assai poco cattolici. Per non parlare delle politiche che si pongono in conflitto diretto con il cuore del messaggio cattolico: e non si tratta solo di quelle sull’immigrazione o sui rom. L’antisolidarismo militante, l’enfasi sulla separazione e sulla divisione dalle aree più povere (l’egoismo dei ricchi), il rifiuto di logiche minime di riconoscimento universale dei diritti, la critica alla difesa della costituzione propugnata dal cattolicesimo democratico, per non parlare della polemica diretta contro quelli che vengono definiti da Bossi “i vescovoni” e contro la Caritas, sulle finanze della Chiesa, su quelle che vengono definite contraddizioni tra il predicare bene e il razzolare male (“che li accolgano in Vaticano, gli immigrati”), la definizione del cardinal Ruini “ruina d’Italia”, secondo una nota battuta bossiana, o le grevi ironie sul ‘perdonismo’ wojtyliano e la sua presunta debolezza (che ha trovato un rispecchiamento e dunque una legittimazione culturale nella polemica fallaciana) – tutto questo nella Lega è regola, non eccezione. Queste polemiche fanno parte della storia culturale della Lega: e ne sono, anzi, una matrice coerentemente reiterata nel tempo.

Un capitolo specifico riguarda le polemiche contro la chiesa ambrosiana, considerata la punta di diamante della Chiesa che si presenta o viene presentata, probabilmente a ragione, come nemica e alternativa in termini di valori rispetto a certa cultura leghista: ieri contro il card. Martini e oggi contro il card. Tettamanzi. La curia milanese è stata sempre un obiettivo prediletto: non amata dai leghisti, anche perché essa non ha mai fatto mistero di non amare la Lega, e gli egoismi che rappresenta. Peccato di lesa maestà doppiamente grave, essendo la diocesi ambrosiana anche la culla del leghismo e del suo capo indiscusso. Da qui battaglie politiche che assomigliano molto a tentativi di ingerenza, che a qualcuno hanno fatto ritornare in mente i tempi delle nomine vescovili caldeggiate dall’imperatore di turno: e oggi, non c’è dubbio, nel Nord comanda, sempre più, la Lega.

D’altra parte c’è anche una Lega alla disperata ricerca di benedizioni, se non di benemerenze, ecclesiali. E’ la Lega che difende il crocifisso – seppure considerato simbolo identitario e non religioso, e quindi più facilmente trasformabile in arma contundente – proponendone persino l’apposizione sulla bandiera nazionale, singolarmente proposta dall’ex-ministro Castelli, di cui abbiamo già ricordato le nozze celtiche. Del ministro Zaia che al meeting di Rimini va a proporsi, e a proporre la Lega, come il vero bastione della cristianità e il nuovo interprete dello spirito crociato. Del ministro Calderoli e del gran capo Bossi, in visita al patriarca Scola, primo alto esponente ecclesiale a riceverli per un’ora e mezza di colloqui, forse favoriti dalla comune origine lombarda e dalla strategica collocazione nel Nord. O dell’incontro ancora più autorevole con il cardinal Bagnasco (3 settembre 2009): un quarto d’ora forse più simbolico che di contenuto, e probabilmente, almeno nel breve periodo, più utile alla Lega che alla Conferenza Episcopale. Incontri volti a proporre un improbabile volto conciliante e filo-clericale della Lega, ma anche, probabilmente, a tentare di suggellare un patto di egemonia culturale condivisa e non più concorrenziale su un Nord sempre più saldamente in mani leghiste, e il cui elettorato è in parte significativa cattolico.

Difficile intravedere gli scenari che questi tentativi mettono in luce. Sul lato ecclesiale la Lega si manifesta boccone indigesto. Tanto che lo stesso cardinal Bagnasco, nei mesi successivi all’incontro, non ha mancato di polemizzare duramente con la Lega, sulla questione della moschea genovese come sul caso Tettamanzi; e il cardinal Scola è portatore di una visione del ‘meticciato delle culture’ molto più complessa e problematica, e certamente più ‘alta’, delle semplificazioni leghiste. La Lega di governo al Nord diventerà tuttavia un fatto compiuto sempre più difficile da ignorare, e si può presumere che questo porterà a una normalizzazione progressiva dei rapporti. Anche se si può ipotizzare che resteranno, nel mondo ecclesiale, tanto alla base quanto al vertice, forti sacche di resistenza culturale all’assalto leghista. Ma si sa: anche Mussolini aveva cominciato la sua carriera politica anarco-socialista con infuocati comizi in favore dell’ateismo, intimando a Dio, se esisteva, di incenerirlo all’istante, e ha finito per firmare i Patti Lateranensi. La piroetta leghista dal folklore neo-celtico al bacio dell’anello cardinalizio non sarebbe, dopo tutto, più estrema.

Eppure, nonostante una certa estraneità culturale diffusa tra il sentire leghista e quello cattolico, che si cerca talvolta di mascherare con qualche malcerto riferimento al federalismo di don Sturzo, il voto cattolico si è riversato nel contenitore leghista apparentemente senza soffrire alcuna contraddizione. Anzi, il prodotto piace. Piace perché propone un cattolicesimo di pura etichetta, poco esigente sul piano morale e religioso, riducibile a pochi elementi (identitari, appunto), familiari ma non invasivi, nostalgici ma innocui. E piace anche per l’elemento di critica allo strapotere vaticano, vissuto come lontano ed estraneo, in nome magari del richiamo alle care vecchie parrocchie in cui si parlava dialetto.

Su questo, più che la Lega, è la Chiesa a trovarsi in difficoltà e in contraddizione. La difesa dell’identità, un pilastro della politica culturale leghista, non può non piacere, laddove l’identità è supposta essere cattolica (ma talvolta sarebbe saggio ricordarsi del vecchio adagio popolare che recita: “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”). Sulla base di questo presupposto non poco clero, ma soprattutto moltissima base cattolica, si sono fatti felicemente sedurre dalla sirena identitaria leghista, talvolta flirtando con essa laddove sembrava rafforzare una identificazione con la Chiesa che, secondo tutti gli indicatori (pratica religiosa, frequentazione dei sacramenti, aumento di matrimoni civili e divorzi), è in realtà in calo. Ma il problema è che questa identità, fin dalle origini, cattolica non lo è affatto: e non solo per i richiami al folklore celtico e al dio Po. Oggi quei nodi vengono nuovamente al pettine. Ma è probabile che resteranno, come per il passato, ambiguamente sospesi, e irrisolti. Perché il problema vero non è quanto è cattolica la Lega: ma quanto sono cambiati i cattolici, e quanto sono disposti a mettere in mora le loro convinzioni morali, quando agiscono in politica. La crescita della Lega ci dice che lo sono, e molto. In un certo senso è un segno di laicizzazione ulteriore, non solo dell’elettorato, ma della società.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Leghismo e cattolicesimo popolare, in “Missione Oggi”, n. 10, dicembre 2010, pp. 18-21

Perché non esistono democrazie arabe? Svolta possibile con le élite immigrate

L’intervento di Larry Diamond dà una prima serie di risposte pertinenti a una domanda che tuttavia ha solo una funzione eminentemente retorica, utile più per attirare l’attenzione che per dare il senso di un’interpretazione.

Non ha senso infatti domandarsi se esistono democrazie arabe o democrazie islamiche. Esattamente come non avrebbe senso domandarsi se esistono democrazie slave, centrafricane, e tanto meno hindu o buddhiste. Certamente si può dire che in aree diverse del mondo le modalità di costruzione di modelli e istituzioni democratiche possono avere delle specificità e delle similitudini analizzabili e definibili (le democrazie scandinave, mediterranee, anglosassoni, ad esempio), seppure con variabilità interne significative e talvolta non minori di quelle rilevabili tra democrazie di contesti geopolitici differenti. In questo senso si può dunque parlare anche di democrazie arabe. Ma oltre non si va.

Non si può dire invece che la specificità religiosa caratterizzi un tipo di democrazia. E’ evidente a qualunque osservatore, ad esempio, che in contesto cristiano le forme di democrazia sono diversissime: non solo dalla Scandinavia luterana all’Europa orientale ortodossa all’Italia cattolica. Le differenze sono enormi anche solo all’interno di un medesimo contesto confessionale: si pensi al mondo cattolico, dall’Italia e Spagna mediterranee (peraltro diversissime tra loro nella declinazione democratica della laicità e della separazione Stato-Chiesa, ad esempio) alle Filippine e all’America Latina.

Inoltre non è ipotizzabile alcuna predisposizione o assenza di predisposizione alla democrazia di tipo per così dire ontologico: e lo dimostra una semplice analisi diacronica. Quale osservatore avrebbe mai potuto immaginare che cattolicesimo e democrazia potessero coesistere se si fosse guardato intorno negli Anni ’30, osservando i cattolicissimi regimi del periodo, dal Portogallo di Salazar alla Spagna di Franco, dall’Italia (culla e centro del cattolicesimo) di Mussolini agli ustascia croati? E negli stessi anni erano del resto culturalmente cristiane la Gran Bretagna democratica e la Germania totalitaria hitleriana. E d’altro canto chi potrebbe dire oggi che il cattolicesimo è incompatibile con la democrazia? Tanto può bastare per tagliare la testa al toro di tante dissertazioni essenzialiste sulla compatibilità o meno tra islam e democrazia.

Torniamo quindi alle democrazie arabe. Per cercare di ragionare su altri fattori, non culturali e tanto meno religiosi, che tuttavia sembrano avere parecchio a che fare con la mancanza di democrazia nei Paesi arabi: situazione politica interna, sviluppo economico e geopolitica. Ammesso e non concesso che abbia un senso isolare i Paesi arabi da altri dell’area per trovare loro specificità: Turchia e Iran, uno democratico e l’altro no, non sono arabi, ma condividono con i Paesi arabi l’essere a maggioranza islamica e molte similitudini storiche, politiche, strategiche, e di rapporti con l’Occidente.

Diamond cita come Paesi arabi più vicini a un’idea di democrazia l’Iraq e il Libano. Sul primo è legittimo opinare: il fatto che la presenza di elezioni ragionevolmente pulite e partecipate faccia dell’Iraq un Paese democratico è visione volontarista e giustificazionista (e molto americanocentrica); e portare il Paese ad esempio è certamente un autogol per chi ha a cuore la diffusione della democrazia nell’area: l’Iraq è e rimarrà a lungo, agli occhi degli arabi, niente più che un protettorato americano. Ma è più importante ragionare sui Paesi che democratici non sono.

Cominciamo dalla situazione politica interna. Si tratta per lo più di Paesi fortemente centralizzati, in cui il controllo di poche posizioni dominanti consente il controllo sostanziale del processo politico ed economico. Si tratta inoltre di Paesi altrettanto fortemente corrotti, nei quali il controllo delle istituzioni – dai ministri all’ultimo dei doganieri – produce rendite economiche importanti, e un interesse evidente al mantenimento dello status quo, e in particolare al rifiuto della democrazia e di alcune delle sue fondamentali precondizioni: la libertà di organizzazione e associazione da un lato e la libertà di stampa dall’altro. Questa miscela favorisce il rafforzarsi di una rete particolarmente stretta di controllo delle posizioni dominanti e delle rendite relative in capo a pochi individui riconducibili a legami parentali o di clan, in una forma particolarmente invasiva di familismo amorale. Ciò è particolarmente visibile nelle dinamiche di trasmissione del potere di padre in figlio, che si tratti di monarchie democratiche come in Marocco, di totalitarismi come in Siria o di pseudo-democrazie come in Egitto (anche se questa è una tendenza più generale che riguarda il trasformarsi delle democrazie in cleptocrazie anche in Occidente: citiamo solo – ma non è il solo – l’esempio del clan Bush). Ne consegue che la società civile è fragile e sostanzialmente alla mercé della benevolenza del potere. E che la stessa economia è fortemente indirizzata dall’alto, intrinsecamente parassitaria e inevitabilmente distorta: un modello altrettanto autoritario di quello cinese, guardato non a caso in quest’area con rispetto, ma molto meno efficiente.

In questo quadro il progressivo diffondersi di segnali di apertura istituzionale, di progressiva maggiore incisività del mondo dell’informazione, anche grazie alla diffusione di media transnazionali e panarabi e al rafforzarsi delle risorse del web, nonché l’induzione per via esterna di corpose iniezioni di mercato, costituiscono segnali incoraggianti, e da non sottovalutare nel medio periodo.

C’è però un serio problema di interpretazione, tutto occidentale, di questi segnali. Nel timore generalizzato del contagio islamista si considera infatti come segnale preoccupante (lo fa anche Diamond) il fatto che parti significative di opinione pubblica, più o meno tanti elettori quanti richiedono maggiore democrazia nei propri Paesi, chiedano che la religione abbia un’influenza sulla vita politica e sulle istituzioni e si possa costruire una qualche forma islamicamente corretta di democrazia. Ebbene, non solo le due richieste non sono necessariamente in antitesi tra loro, ma solo una visione superficialmente laica e molto eurocentrica può ragionevolmente aspettarsi qualcosa di diverso. Dopo tutto che nei Paesi arabi vadano al potere democraticamente eletti dei partiti islamisti non è più strano di quanto lo sia il fatto che gli elettori dei Paesi europei abbiano per una lunga stagione, e in parte tuttora, votato per dei partiti democristiani: e l’esempio turco è lì a dimostrarci che non necessariamente questo è un male – al contrario, può essere il modo migliore di traghettare questi Paesi verso una piena democrazia. La stessa preoccupazione sulla potenzialità democratica di partiti religiosi anche radicali, che si ispirano ad esempio ai Fratelli Musulmani – o la presunzione che tali forze siano irrimediabilmente antidemocratiche – si basa più su precomprensioni ideologiche che su analisi empiriche: e uno sguardo recente sui fermenti in questi ambiti ci riserverebbe più di una sorpresa.

Sul piano economico Diamond rileva giustamente che molti Paesi arabi vivono di una ricchezza recente e, aggiungiamo, molto mal distribuita. Ma soprattutto per lo più dovuta alle rendite petrolifere e del gas (e guarda caso, dei 23 Paesi che derivano la maggior parte delle loro ricchezze da queste risorse nessuno è democratico, arabo o meno). E, poiché alcuni sono talmente ricchi da non far nemmeno pagare tasse, viene meno il bisogno di una ‘representation’ a fronte di una ‘taxation’ che non c’è, perché si perde motivazione alla medesima. A questo si collega un fenomeno più generale e geograficamente pervasivo di distacco dalla politica proprio delle fette di pubblica opinione che più contano economicamente; anche in Occidente la categoria dei ricchi e ricchissimi o è disinteressata alla politica nazionale (come accade per lo più alla superclasse mobile e cosmopolita che, per parafrasare Lash, ha spesso una ‘visione turistica’ dei fenomeni politici oltre che di quelli concernenti la responsabilità etica legata al territorio) o se ne interessa non per un disegno politico, ma a coronamento, consolidamento e accrescimento del proprio potere personale. Detto questo, anche in economia abbiamo la sensazione che si sottovalutino segnali interessanti di innovazione e permeabilità (e anche di ‘islam di mercato’) che non vanno contro i processi di democratizzazione, ma piuttosto a loro favore.

Infine, la geopolitica. Democrazie cosmetiche come Tunisia ed Egitto, ma anche monarchie illiberali come l’Arabia Saudita, sono in realtà Paesi autoritari: regimi impopolari, che sopravvivono grazie alla repressione e, dove si vota, alla falsificazione plateale dei risultati. Ma sono precisamente i Paesi maggiormente sostenuti dall’Occidente, che si guarda bene dal metterli in discussione, e al contrario li sostiene e li puntella in tutti i modi possibili, considerandoli suoi alleati di fiducia, rinviando il loro inevitabile crollo, e rendendo più probabile il manifestarsi di lacerazioni gravi quando il momento verrà, rischiando di collocarsi dalla parte sbagliata proprio rispetto alla domanda di democrazia in quelle aree. L’Europa in particolare non ne esce bene: ha osteggiato a suo tempo il processo di democratizzazione in Algeria, plaudendo alla sua interruzione tra un turno e l’altro perché non andava nella direzione voluta, assumendosi gravissime responsabilità nella mattanza che ne è seguita. Ha inizialmente osteggiato le tendenze democratiche in Turchia per il medesimo motivo. E continua a sostenere i peggiori nemici della democrazia nel mondo arabo (ultimo, per quel che riguarda l’Italia, la Libia). Difficile immaginare che tanta cecità favorisca la democrazia nell’area. Fortunatamente va in altra direzione la spinta che, sempre dall’Europa, proviene dalle minoranze arabe qui emigrate: che, beneficiarie della democrazia e della cultura dei diritti europea, formate nelle università europee dove se ne studiano radici e benefici, ma anche solo per effetto di mera comparazione, costituiscono una preziosa spinta al mutamento democratico nei rispettivi Paesi d’origine. Con interessanti e pochissimo analizzati effetti di feedback: dall’Europa al mondo arabo attraverso le elites arabe in corso di europeizzazione. Un bacino di innovazione che bisognerebbe imparare ad usare di più e meglio.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Perché non esistono democrazie arabe? Svolta possibile con le élite immigrate, in “Reset”, n. 122, novembre/dicembre 2010, pp. 60-63

Musulmani d’Italia, da ospiti a coinquilini

Sono un milione e trecentomila, più o meno: il 33% dei quattro milioni di immigrati che vivono in Italia. Vengono, nell’ordine, dall’Albania (440.000), dal Marocco (403.000), dalla Tunisia (100.000), dall’Egitto (75.000), dal Senegal (67.000), dal Bangladesh (66.000), dal Pakistan, (55.000), e poi, via via, in ordine sparso, da Algeria, Bosnia Iran, Nigeria, Turchia, Somalia e… Italia, con un nucleo numericamente contenuto ma assai attivo di convertiti, che giocano un ruolo importante nell’islam organizzato. Una parte di loro appartiene alla seconda generazione, in qualche caso alla terza: espressione che non ha nessun senso, dato che quella che chiamiamo seconda generazione di immigrati è in realtà la prima di neo-residenti. Una parte invece, ancora relativamente pochi, è cittadinizzata, italiana per acquisizione, e sfugge a queste statistiche.
Sono i musulmani del Belpaese: il 33% degli immigrati, e il gruppo religioso più consistente (appena più degli ortodossi, che sono il gruppo cristiano più significativo, con il 28%, degli immigrati, e ben più dei cattolici, che sono il 19%). Essi costituiscono il 2,2% della popolazione italiana, contro una media europea del 4%, con punte del 6,5% in Francia e del 6,1% in Olanda. Ma, naturalmente, solo una parte di essi – come del resto di tutti gli altri immigrati, e della stessa popolazione autoctona – attiva in qualche modo il suo essere religioso: è cioè, in certa misura, praticante.
Come si vede dalla diversificazione etno-nazionale, si tratta di un islam frammentato, diviso: per razza, lingua, tradizione, ma anche per interpretazione della religione (sunniti e sciiti, seguaci delle diverse scuole giuridiche dell’islam), per non parlare delle scelte politiche e di opinione. Una parte di essi, soprattutto appartenenti alle prime generazioni, guarda ancora al paese d’origine: vive, per così dire, voltata all’indietro (dal punto di vista della linguistico, ma anche emotivo, politico, ecc.), anche se in larga misura non ci tornerà più. Una parte invece è decisamente proiettata a integrarsi nel paese in cui ha scelto di vivere: a partire da un segmento significativo delle prime generazioni, e più radicalmente da quelle che seguono, socializzate, alfabetizzate e scolarizzate in Italia, e per le quali questo è il proprio paese.
Si tratta in entrambi i casi di una presenza la cui cifra interpretativa è il cambiamento, non la continuità: perché cambiano le condizioni di vita, ma anche le opinioni e persino le credenze e le teologie, pure esse sottoposte a delle spinte al cambiamento radicali. Basti pensare al fatto che l’islam è per definizione una religione di maggioranza (l’idea stessa di shari’a, di legge religiosa, come è tradizionalmente concepita, non ha alcun senso se la religione non determina le leve del potere e non influenza la legge civile; lo statuto dei dhimmi, cioè la definizione delle altre religioni come ‘protette’, e così via), che si trova a vivere in condizioni di minoranza.
L’islam insomma non è più solo neo-arrivato; è, ormai, co-inquilino. Comincia ad entrare in quella che possiamo considerare la ‘fase due’ della sua presenza in Italia: quella della sedentarizzazione, della stabilizzazione, in parte anche dell’istituzionalizzazione, per quanto ancora ad uno stadio relativamente embrionale.
Tra le specificità di inserimento dell’islam italiano, rispetto a quello di altri paesi europei, possiamo citare almeno i seguenti aspetti:
la diversificazione dei paesi di provenienza, che impedisce di fatto l’identificazione, sia sul piano istituzionale che su quello della percezione, con un solo paese (e dunque non consente di ‘appaltarlo’ agli stati esteri di provenienza, errore che si è fatto invece altrove in Europa, come nel caso turco-tedesco e, in parte, in quello franco-algerino);
la maggior velocità di ingresso e di insediamento, rispetto ad altre realtà europee, in cui i musulmani hanno cominciato ad arrivare già da alcuni decenni; e l’arrivo più recente, in una situazione in cui anche nei paesi d’origine l’islam è centrale nella costruzione dello spazio pubblico, sul piano religioso, politico e culturale (assai più che non negli anni ’70 e primi ’80, ad esempio, nei quali è avvenuto il grosso dell’immigrazione nel centro e nord Europa);
il fatto che la presenza islamica si rende visibile nello spazio pubblico già con la prima generazione, quando l’esperienza è minore e i processi organizzativi sono embrionali, e più frequenti le incomprensioni e i possibili fraintendimenti;
la più diffusa condizione di irregolarità, in parte originaria, dovuta all’ingresso clandestino, ma in parte anche prodotta delle normative vigenti (in particolare la legge nota come Bossi-Fini), e dalle lentezze e disfunzioni dell’apparato burocratico chiamato ad applicarle, che costituisce di per sé un pesante ostacolo all’integrazione;
la scarsità di provenienze da ex-colonie, con un legame preesistente (ad esempio culturale e linguistico) con l’Italia, e una tradizione di conoscenza reciproca;
il ruolo importante giocato dai convertiti nella ‘produzione sociale dell’islam’ (nel mondo associativo), in quella culturale (visibilità mediatica, riviste, siti, editoria, traduzioni), e in quella politica (lobbying in favore dell’intesa e più in generale promozione dell’islam sul piano locale e nazionale), con un più generale ruolo di supplenza delle carenze organizzative dell’islam immigrato;
la maggior dispersione lavorativa e residenziale, che non favorisce il costituirsi di fenomeni di ‘soglia etnica’, e la mancanza o la debolezza relativa, almeno per ora, di interlocutori associativi laici (etnici e culturali) di qualche peso e rappresentatività, che rende ancora più rilevante il ruolo sociale e religioso giocato dal tessuto delle moschee.
Questi fattori comportano un insieme di conseguenze che, prendendo in considerazione i più rilevanti, potremmo sintetizzare con la seguente ‘equazione sociale’:
maggiore dispersione lavorativo/residenziale + minor peso relativo dell’associazionismo etnico/laico + immigrazione da paesi in fase di maggior ‘effervescenza’ islamica = maggior peso dell’aggregazione a carattere cultural/religioso.
Le moschee, insomma, e quanto sta loro intorno, paiono giocare un ruolo più importante, anche perché enfatizzato dalla mancanza o dalla debolezza di altri interlocutori, rispetto a quanto accaduto in altri paesi europei. C’è poco insomma, in mezzo tra il bar e la moschea. Anche se, va ricordato, i luoghi associativi e i poli di aggregazione più o meno identificabili non esauriscono la totalità dei comportamenti, e l’enfasi su di essi può distogliere l’osservatore dalla percezione di quella quota significativa ma silenziosa di individui che effettuano il loro percorso di inserimento ai margini o al di fuori delle rispettive comunità di riferimento, o quelle che noi consideriamo tali.
Le sale di preghiera in Italia sono oltre settecento: un segnale, come si è visto, di forte vivacità. Anche se molte di esse sono precarie, instabili, povere anche strutturalmente. Poche sono invece le moschee vere e proprie, costruite ad hoc: soltanto tre (Roma, Milano, Catania, mentre un paio sono in costruzione e poche altre in fase di progettazione). La visibilità dell’islam è dunque, nonostante la presenza significativa, meno forte che in altri paesi: basti pensare che di moschee costruite come tali ve ne sono quasi 200 in Francia, oltre un centinaio in Gran Bretagna, 100 anche in Olanda, una settantina in Germania (e almeno altrettante in costruzione), molte anche in Belgio, ecc.
Dal punto di vista organizzativo, la situazione è relativamente stabile (l’avevamo già descritta in un articolo di Popoli del 2005). C’è un’organizzazione principale, l’Ucoii (Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia), a cui sono legate molte moschee, soprattutto nate negli anni Settanta e Ottanta, in cui ha esercitato una certa egemonia sull’islam organizzato, ma ora in perdita netta di influenza: per difficoltà interne, e per un ciclo che diremmo fisiologico, ma anche per effetto di una durissima campagna di delegittimazione che, partita dalla stampa, ha coinvolto i governi locali e nazionale. C’è un ruolo importante, come in altri paesi, del Centro islamico culturale d’Italia, ovvero della moschea di Roma: il cui ruolo è tuttavia più simbolico che operativo, dato che non dispone di una vera e propria rete di moschee in qualche modo affiliate. Vi è una organizzazione di convertiti, la Coreis, con sede a Milano, molto attiva in termini di formazione, visibilità, attività culturale, ma con legami inesistenti con il mondo degli immigrati musulmani. Vi sono organizzazioni su base etnica (come quelle dei marocchini, ad esempio), con capacità altalenante di coinvolgimento, a seconda delle personalità dominanti e dei finanziamenti a disposizione, ma con capacità di influenza reale ancora da misurare. Vi sono poi le reti di sostegno etno-religiose (dei muridi senegalesi, dei tablighi pakistani, degli sciiti iraniani, dei turchi, ecc.), che condividono background e lingua, ad esempio. E vi sono soprattutto le organizzazioni su base locale, le moschee di base, non federate con alcuno, non collegate tra loro. Infine, abbiamo le organizzazioni più nuove, nate da esigenze particolari, in particolare delle giovani generazioni (m anche delle donne) di una rappresentanza più orientata al paese di accoglienza che a quello di origine: come i Gmi (Giovani musulmani italiani), che costituiscono un’interessante esperienza associativa ed anche un serbatoio di leadership potenziale e di presenza più integrata e inserita, trattandosi spesso di giovani universitari o di persone appena entrate nel mondo delle professioni.
Ma l’islam non si sviluppa nel vuoto pneumatico, e i processi di integrazione sono determinati in larga misura, oltre che dalle dinamiche interne, dall’ambiente in cui si svolgono. E qui l’analisi si fa complessa. Perché da un lato sono all’opera processi lunghi di integrazione sostanziale, che passano per la scuola, il mondo del lavoro, la vita di quartiere, i legami personali (condivisione di attività: sportive, culturali, ludiche) e le relazioni intime (amicizie – e coppie – miste). Dall’altro si manifestano tendenze profonde nella società che vanno nella direzione opposta: quella del conflitto, della non accoglienza, della mediatizzazione isterica, dell’islamofobia politica (con contorno, a livello locale, di una politica di ordinanze fantasiosa quanto spesso scellerata, xenofoba e in ultima istanza incostituzionale), del mancato rispetto dei diritti individuali e collettivi (su tutto, quello relativo ai luoghi di culto), dell’applicazione selettiva delle leggi (normative di sicurezza e antincendio, che si applicano tuttavia – almeno in certo modo: arrivando alla chiusura immediata delle sedi – solo ai musulmani e a nessun altro), o di quello che possiamo chiamare ‘eccezionalismo’ islamico, ovvero il considerare i musulmani sempre come caso eccezionale, cui non si applica la normativa vigente, e per i quali si chiedono condizioni particolari e specifiche: l’obbligo di usare la lingua italiana nel culto (che non vale per nessun altro, che si tratti di anglicani inglesi, luterani tedeschi, cattolici filippini, pentecostali nigeriani, ebrei, italiani che prediligono il latino), l’ipotesi di costituzione di albi degli imam con autorizzazione preventiva (che non esistono per preti, pastori, rabbini: un’ingerenza negli affari interni delle comunità religiose impensabile se applicata ad altri), o la creazione di organismi di consultazione quanto meno anomali. Su quest’ultimo punto val la pena di spendere qualche parola in più. L’islam italiano non è considerato ancora maturo per un’intesa, alla pari delle altre confessioni religiose minoritarie che non dispongono di un Concordato che regoli i rapporti con lo stato. Non siamo sicuri che sia l’islam a non essere pronto, o lo stato. E forme di eccezionalismo in questo senso – costituzione di organismi rappresentativi ad hoc – sono presenti anche altrove, dalla Francia al Belgio. In Italia ci si era provato con l’istituzione della Consulta per l’islam, voluta dal ministro Pisanu e confermata dal ministro Amato: non rappresentativa, perché composta da rappresentanti nominati e non eletti (come invece avviene nei paesi citati), ma comunque un organismo di musulmani. Oggi si è scelta la strada, promossa dal ministro Maroni, di nominare un Comitato per l’islam, composto da qualche musulmano ‘di fiducia’, lontano comunque da ogni tentativo di rappresentatività reale, e da esperti accademici di islam, coadiuvati da altri non musulmani di più dubbia competenza. Non quindi un organismo rappresentativo, nemmeno come abbozzo, ma nemmeno un mero organismo consultivo, e in ogni caso un segnale di distanza mandato ai musulmani.
Tutto questo accade all’interno di un clima culturale certamente non favorevole al rapporto con l’islam (si pensi alla pervasiva ed efficacissima campagna fallaciana, che con i suoi libri ha di fatto dettato l’agenda alla politica italiana), ma anche a un clima anche politico più generale, che fa sì che per esempio venga considerato progressivamente come normale, dai media e da alcune forze politiche, proporre consultazioni referendarie per consentire di aprire una sala di preghiera in tale o talaltra località, dimenticando che quello dell’esercizio del culto è un diritto costituzionalmente garantito, non una gentile concessione, e che se le maggioranze si arrogano il diritto di decidere sui diritti delle minoranze ci si avvia verso una china che porta dritto alla negazione in radice della democrazia, utilizzando un mezzo, il referendum, che dovrebbe invece esserne l’espressione più piena.
I problemi ci sono, e vanno affrontati, senza pudori politically correct. E nominandoli esplicitamente: dai delitti d’onore ai matrimoni forzati, dai collateralismi rispetto all’antioccidentalismo (e, nei casi peggiori, al radicalismo e al terrorismo) a forme anche gravi di chiusura intracomunitaria, più grave per i soggetti più deboli (donne e minori), fino alla formazione delle leadership. Ma vanno affrontati costruttivamente, e in collaborazione con le comunità. Non in opposizione e come frutto di una demonizzazione generalizzata che rischia di ottenere il risultato opposto a quello che si prefigge.
Stefano Allievi
Stefano Allievi è professore di sociologia all’Università di Padova, e tra i principali esperti italiani della presenza islamica in Europa. Tra i suoi volumi: Il ritorno dell’Islam. I musulmani in Italia (con Felice Dassetto), Edizioni Lavoro, 1993; I nuovi musulmani. I convertiti all’islam. Edizioni Lavoro, 1999; Islam italiano, Einaudi, 2003; Muslims in the Enlarged Europe (con B.Maréchal, F.Dassetto, J.Nielsen), Brill, 2003; Niente di personale signora Fallaci, Aliberti, 2006; Le trappole dell’immaginario: islam e occidente, Forum, 2007; I musulmani e la società italiana, Franco Angeli, 2009; Producing Islamic Knowledge in Western Europe, Routledge, 2010; Moschee d’Europa, Marsilio, 2010 (in uscita).
Allievi S. (2010), Musulmani d’Italia, da ospiti a coinquilini, in “Popoli”, n.11, novembre 2010, pp. 40-43

Ayodhya surprise

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Telegraph

Allievi S. (2010), Ayodhya surprise, in “The Telegraph”, Calcutta, 23 ottobre 2010, intervista di Radhika Ramaseshan

Catholic Church backs Muslim struggle to build Milan’s first mosque

http://www.csmonitor.com/World/Europe/2010/0921/Catholic-Church-backs-Muslim-struggle-to-build-Milan-s-first-mosque
While New York frets over the construction of an Islamic cultural center and mosque near ground zero, Milan is pushing back against construction of its first mosque. Local Muslims have found an unlikely ally in the Catholic Church.
By Anna Momigliano, Correspondent / September 21, 2010
Milan, Italy
American pundits and politicians continue to argue over whether building an Islamic cultural center two blocks from ground zero – where Al Qaeda destroyed the World Trade Center nine years ago – is appropriate.But as the debate, centered around religious freedom and the role Islam itself played in the 9/11 attacks, continues in New York another of the world’s great cultural cities is arguing over a proposal for its first mosque. And proponents are getting help from an unlikely corner: the Vatican.
Milan, the northern Italian city famed for finance and fashion, is home to about 100,000 Muslims, mostly migrant workers from North African countries. But within city limits, there isn’t a single mosque.
Local Muslims say they have been unsuccessfully seeking permission to build one for years, perhaps due to growing Islamophobia, which is particularly strong in Northern Italy, where the anti-immigration Northern League has its stronghold.
Now, the Catholic Church is backing the Milan Muslims’ quest.
“Milan civil institution must guarantee everyone religious freedom,” Cardinal Dionigi Tettamanzi, the church’s highest authority in town, told La Repubblica daily newspaper on Sept. 4. “Muslims have the right to practice their faith while respecting the law. Often the mosque issue has been distorted for political reasons, while it could become a instrument for civil coexistence.”
‘Islamic exceptionalism’
Cardinal Tettamanzi’s call reflects a wider view among Catholic leaders, says priest Davide Milani, a spokesman for the Milan diocese. “The Bishop’s conference is behind Tettamanzi, [the Catholic Church] cares about religious freedom for everyone.”
But it’s not clear whether clerical authority will sway Milan’s leaders. Building a mosque “is not a priority for Milan,” deputy mayor Riccardo De Corato of the center-right Freedom Party told the ASCA news agency. Mr. De Corato accused the local Muslim community of being close to “jihadi fundamentalism” and suggested the city hold a public referendum on whether or not to permit the building of a mosque.
“That’s pure nonsense, you never heard a politician suggesting we should have a referendum for granting the permit to build a church or a synagogue,” says sociologist Stefano Allievi, author of a study called “Conflicts over mosques in Europe.” He points out that freedom of religion is guaranteed by the Italian Constitution.
“It’s what I call the Islamic exceptionalism,” argues Professor Allievi. “When it’s about Islam, the usual rules are no longer valid and Europe betrays its own principles of freedom and equality.”
But Matteo Salvini, a European Parliament member from the Northern League, says he has good reason to seek an exception for Islam: “In Milan there are plenty of religious buildings and we never have had any problems with Jews, Buddhists, or Protestants. How so we have had so many problems with Muslims?”
Last winter there were a series of arrests in Northern Italy among Muslim immigrants accused of having ties to terrorist organizations. In November, for instance, two Pakistani nationals were arrested on the charge of having raised funds for the 2008 attacks in Mumbai, India, where 173 people lost their lives. In a similar move, a judge in Milan issued 17 arrest warrants for people accused of raising 1 million euros ($1.49 million) to fund terrorist activities in Algeria.
Not just a religion?
To those pointing out that freedom to practice one’s religion is a constitutional right, Salvini replies that “Islam is not just a religion.” In his view, it “is a tool to spread a way of life and political views that are not compatible with Western democracy.” The Milan native says “there is no need to build a mosque here.” He agrees with the idea of holding a local referendum, confident most Milanese would reject the mosque.
Salvini believes the major obstacle lies in the “lack of a reliable partner” on the Muslim side. “Once we would have a credible interlocutor, with no ties with jihad, we can talk about building a mosque.”
“Again, this proves that, when it comes to Islam, authorities don’t feel obliged to play according to the rules,” says Allievi, the sociologist. “Could you imagine a politician refusing to meet with the chief rabbi of Milan because he doesn’t consider him a reliable partner?”
Milan’s Muslim community is ethnically divided and relies on about 10 cultural centers that provide prayer spaces and educational services. None of them have a proper mosque, although one was built in the early 1980s in Segrate, a small town outside of Milan.
“It’s a matter of dignity, 100,000 people need a proper place to pray, until now we have been forced to celebrate Ramadan and other high holidays in the most random places, including garages, disused sheds, and movie theaters,” says Abdelhamid Shaari, president of the Islamic Institute of Jenner boulevard, one of the major Muslim organizations in town.
Shaari says his organization has been seeking local permission to build a mosque for more than 20 years. “We haven’t ever received an answer at all, the mayor has always refused to meet our representatives”
Shaari says he does not expect local authorities to pay for the project. “I see two possibilities here: either they provide a plot of public land which we would pay for and where we would build a mosque at our expenses, or they allow us to buy private land and ensure we will receive all the permits to make our building open to the public.”
In Italy, construction permits are strictly regulated and one needs loads of permits to open a building for public use. Shaari’s main concern is that, because of Islamophobia, if the Muslim community simply buys an existing building and turns it into a mosque it will never get all the required papers.
“We want an agreement… making sure they will grant us all the permits,” he says. “It would be all to easy for the administration to use bureaucracy to stop our project.”
A Muslim woman wearing a hijab walks in Duomo Square in Milan on Oct. 7, 2009.
Alessandro Garofalo/Reuters/File
Allievi S. (2010), Catholic Church backs Muslim struggle to build Milan’s first mosque, in “The Christian Science Monitor”, 21 settembre 2010, intervista di Anna Momigliano

Ora di religione e uguaglianza fra i cittadini (con epistolario)

La sentenza del Tribunale di Padova che ha condannato il Ministero dell’Istruzione e la scuola elementare Zanibon a risarcire un’alunna obbligata, in mancanza di corsi alternativi, a frequentare l’ora di religione nonostante avesse chiesto l’esenzione, pone un problema molto serio, frutto di un’anomalia tutta italiana: il fatto che l’insegnamento religioso sia confessionale, e quindi facoltativo, ma parificato, seppure in maniera contorta, alle altre materie.

Altri paesi finanziano l’insegnamento religioso confessionale: ma anche delle minoranze, non solo della confessione maggioritaria. Altri ancora forniscono un insegnamento religioso unico, obbligatorio o opzionale: ma, come per le altre materie, si fanno carico di deciderne i contenuti e di selezionarne i docenti. Da noi invece un obbrobrio legislativo fa sì che lo Stato si assuma l’onere di un insegnamento confessionale, che tuttavia è facoltativo (non potendosi obbligare i cittadini di altra o nessuna confessione religiosa a frequentarlo, anche se nei fatti non sono a disposizione opzioni alternative), lasciando il controllo sugli insegnanti alla Chiesa (che può nominarli e revocarli, anche per motivi che nulla hanno a che fare con il contenuto e le modalità dell’insegnamento, ad esempio per il fatto di essere divorziati), compiendo una evidente discriminazione nei confronti dei suoi cittadini non cattolici.

Da tempo anche in Italia si va manifestando una corrente di opinione che, tenendo conto dei cambiamenti avvenuti nella società (una sempre minore percentuale di cattolici, un sempre maggiore pluralismo religioso, e una progressiva equiparazione dei diritti di tutti), propone non più l’ora di religione cattolica, ma l’ora delle religioni, con programmi costruiti anche in collaborazione con le confessioni religiose (a cominciare da quella cattolica), ma con curricula uguali per tutti, e la selezione degli insegnanti sulla base di concorsi attitudinali, come per qualsiasi altra materia. Questo consentirebbe di dare dignità vera a un insegnamento che ora è già nelle cose di serie B, favorendo una alfabetizzazione religiosa degli italiani che è a livelli drammaticamente bassi, e rispettando le convinzioni di tutti.

I punti di partenza su cui riflettere sono due: uno di efficacia (l’ignoranza religiosa degli italiani) e l’altro di principio (la progressiva maggiore presenza di minoranze religiose e l’uguaglianza dei cittadini).

Il primo punto è testimoniato anche da periodiche inchieste interne al mondo cattolico: Famiglia Cristiana ha rilevato che solo il 7% degli italiani ha letto i quattro vangeli, il che pone un problema sull’utilità persino dell’insegnamento confessionale (dal punto di vista cattolico, se non si insegnano i vangeli, cosa si insegna?). Ma è senso comune constatare che l’ignoranza dei fondamentali biblici rende di fatto incomprensibile ai più, tra le altre cose, il significato di gran parte del nostro patrimonio culturale: dalle chiese ai musei, dalla letteratura ai proverbi.

Il secondo punto è figlio dei tempi. Oggi sempre più italiani si dichiarano di diversa confessione religiosa (almeno 1 milione e 300 mila) o di nessuna (i praticanti cattolici sono tra un quarto e un terzo della popolazione), e gli immigrati ci hanno portato nuove confessioni religiose (non meno di 3 milioni di stranieri non cattolici). Il che significa che anche l’Italia è diventata un paese religiosamente plurale. Su questo, che è un cambiamento epocale, la riflessione intellettuale è in ritardo, anche perché polarizzata non tra laici e credenti, ma tra clericali e giacobini, sanfedisti e atei militanti. E quella politica mostra una costante propensione bipartisan del ceto politico a tenersi buona la Chiesa non per convinzione ma per interesse: ciò che fa sì che nel nostro Parlamento il tasso di clericalismo sia inversamente proporzionale alla fede – un elemento di scambio, non una coerente riflessione sui princìpi, giuridici e religiosi.

Non stupisce che, anche in questo campo, spetti alla magistratura un ruolo di supplenza, in coerenza con numerosi pronunciamenti della corte costituzionale, basati sull’uguaglianza e la pari dignità dei cittadini.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Ora di religione e uguaglianza fra i cittadini (con epistolario), in “Il Mattino”, 11 agosto 2010, pp. 1-7 (anche la nuova di venezia)

Scambio di opinioni con un pastore protestante:

Ora di religione o ora dei problemi?

Bene ha fatto il prof. Allievi a sollevare nuovamente la questione dell’ora di religione a seguito della sentenza del Tribunale di Padova. L'”obbrobrio legislatrivo” esistente esigerebbe grande attenzione per chiunque vorrebbe una società pluralista. La scuola si vuole fare carico di un problema più grande di lei.

Sarebbe forse il caso di allargare la riflessione ad altri aspetti e ad altre componenti delle società. Le perplessità da parte protestante sono ovvie. Un’ora delle religioni sarebbe veramente una soluzione? E’ compito dello Stato curare l’alfabetizzazione in materia religiosa? Ha veramente competenze in materia religiosa? E’ in grado di gestire una pedagogia della religiosità? Non sarebbe meglio arrestarsi sulla soglia della religione per far posto alla laicità?

Sono solo alcune domande che vengono alla mente e che meriterebbero una serrata riflessione.

Pastore Pietro Bolognesi

gentile pastore,

l’ora delle religioni – declinabile in molti modi diversi – è un progetto che va avanti da anni, con la collaborazione di rappresentanti di varie confessioni protestanti, di studiosi cattolici e laici.

L’obiettivo è rimediare all’ignoranza religiosa e dare strumenti e dignità al pluralismo.

E la sua gestione è perfettamente a misura delle scuole, come in altri paesi accade.

La semplice abolizione della religione sarebbe un harakiri culturale: non darebbe spazio al pluralismo aumentando l’ignoranza.

Non credo sarebbe un gran risultato.

Delle due l’una. O crediamo che la religione abbia un senso per l’uomo, oppure no. Se pensiamo possa avercelo, anche solo culturalmente, è giusto che abbia spazio nella scuola, insieme a tante altre cose che spesso ne hanno meno.

Se pensiamo di no, la risposta è diversa. Ma allora perdono di senso molte altre cose, incluso il suo mestiere e le mie idee.

Resto del parere che dare almeno ai cittadini gli strumenti per capire il senso di un quadro esposto in un museo o di una cattedrale, in un paese come il nostro, sia una meritoria operazione culturale. E non farlo una grave responsabilità culturale, che stanno già pagando i nostri concittadini e ancor più pagheranno i nostri figli

cordialmente

Stefano Allievi

Ch.mo prof. Allievi

il suo punto di vista è molto rispettabile e l’assicuro che ce l’ho molto presente.

Lei ha d’altro lato colto il senso delle mie osservazioni.

Mi permetto di sottolineare nuovamente il fatto che, secondo me, lo stato non ha come compito quello di alfabetizzare la popolazione in campo religioso. Le ragioni sarebbero tante, ma come fa lei ad essere così sicuro che lo stato abbia le capacità di decidere cosa sia una religione? Anche con le migliori intenzioni, come farebbe a determinarne i limiti. Quale diruitto avrebbe d’escludere atei ed agnostici da una simile riflessione?

Ho l’impressione che materie come storia della filosofia, dell’arte, dell’architettura, ecc. sarebbero più che sufficienti per dare il senso della cultura preesistente e ad interpretare il passato ed il presente.

Sono d’altro lato profondamente persuaso che la religione abbia un senso per l’uomo in generale. La mia stessa vita è stata trasformata da essa. Penso però con uguale convinzione che debbano essere le chiese stesse a confrontarsi con le loro offerte religiose nella grande agorà del mondo piuttosto che delegare allo stato un compito per il quale non ha strumenti adeguati. La delega allo stato è semplicemente un segno d’impotenza della società civile per cui si finirrà per fare grande fatica ad andare al di là di qualche forma di relativismo.

Ma l’ignoranza religiosa non è anche frutto di una società che ha l’IRC? Perché non osare pensare in maniera più radicale? Non sarebbe megliio rafforzare la declinazione del pluralismo in ambito mediatico?

Capisco che le nostre idee non collimano, ma la ringrazio per aver prestato attenzione al mio punto di vista. E chissà che un giorno non ci si possa confrontare più diffusamente su queste questioni.

Cordialmente

Pietro Bolognesi

gentile pastore,

capisco e conosco le sue obiezioni.

Non continuerò a lungo la discussione, ma mi permetto di rilevare due contraddizioni (servono anche a me per ragionare, ed è questo il senso della discussione).

Certo, l’IRC è fatta male e contraddittoria in sé: uno strumento di potere, ma anche gestito con senso di inferiorità (non parificazione, non validità del giudizio all’esame di maturità, ecc.), perchè si ha la coda di paglia. e quindi è lo strumento sbagliato.

Ma se l’alternativa fosse ‘niente’, sarebbe peggio: i ragazzi non avrebbero alcun confronto con la questione ‘religione’ nel mondo della scuola. Alcuni ce l’hanno poi altrove (ma molti altri no): ma è come dir loro “a scuola si fanno le cose importanti, ma la religione non è considerata tra queste”. Il messaggio è questo. Per questo e altri motivi, piuttosto che niente io stesso, ai miei figli (uno alle medie, uno alle superiori), suggerisco di fare l’IRC: almeno hanno qualcosa con cui confrontarsi, anche criticamente (conoscono le obiezioni del padre, e hanno le loro). Del resto è quello che fanno molti genitori musulmani che conosco, ad esempio.

Limitarsi a dire: “meglio niente (che l’IRC)” ha un po’ il sapore della rivalsa del piccolo che toglie qualcosa al grande. Comprensibile dal punto di vista di una minoranza: in nome di un principio giusto, si applica una modalità che non è la migliore. Qualcuno ci perderebbe, ma la società ci guadagnerebbe?

Le due contraddizioni sono le seguenti:

a) lei chiede più spazio nei media (quelli pubblici, immagino: gli altri perchè dovrebbero se il prodotto non vende? E infatti da nessuna parte esiste, se non con i propri canali, come le tv evangeliche, che vendono il proprio prodotto). A me sembra legittimo: ma in nome di che differenzia il pubblico mediatico e il pubblico scolastico? Se la richiesta ha senso in un ambito, ha senso anche nell’altro. Oppure non ha senso in nessuno;

b) lei cita materie come storia della filosofia, dell’arte, dell’architettura. E’ anche consapevole che in tutte queste materie (come anche in lettere, in storia, in musica, in scienze politiche, in diritto, in medicina…) è possibile laurearsi senza aver fatto mai un esame di simbologia, di storia delle religioni, di arte sacra, ecc.? E quindi senza sapere un’acca di tutto ciò? Insegnando architettura senza nemmeno sapere perché una chiesa è orientata, o la simbologia dell’altare, o il perchè delle cattedrali o dei templi di altre religioni? O arte senza capire un’icona russa o sapere cos’è una deposizione o un’ascensione (tanto vale non entrare in un museo, allora)? O musica senza capire la spiritualità di Bach? O filosofia senza confrontarsi con san Tommaso, o il modernismo, o con il senso stesso dell’ateismo filosofico (le ricordo che in Italia non esistono insegnamenti teologici nelle università laiche: per larga parte per responsabilità della chiesa cattolica, ma ci si è accomodato benissimo il laicismo, e non per caso)? E non capire la simbologia di Dante? O affrontare il senso della morte per un medico? O il perchè del significato dell’idea del potere temporale del Papa o di Calvino? ecc.?

Ha ragione a dire che bisognerebbe affrontare questi temi nelle rispettive materie. Ma siccome non si fa credo che affrontarli sul serio sia molto più nel novero dell’utopia che non dare un’alfabetizzazione di base religiosa alle persone. Tanto più doverosa oggi che le religioni si confrontano continuamente, e se ne discute continuamente, dai banchi di scuola ai media alla politica, per cui la mancanza di un’alfabetizzazione minimale sul pluralismo religioso (così come di un minimo di conoscenza della storia di altri continenti) rende più difficile il semplice vivere insieme.

cordialmente

Stefano Allievi

La responsabilità del Vaticano. Pedofilia e sentenza Usa

Lo scandalo non è che vi siano scandali nella Chiesa. Così come gli uomini che la rendono visibile, essa sa bene di essere sancta et peccatrix, casta et meretrix, madre e matrigna: venti secoli di storia testimoniano di questa duplicità innanzitutto a coloro che ne fanno parte. Non occorre infatti essere accecati da una polemica pregiudizialmente anticattolica per vedere, insieme alle grandezze, le meschinità, le debolezze, le fragilità, e le vergogne della Chiesa: la vicinanza fraterna e l’appartenenza filiale le vedono ancora più da vicino.

Lo scandalo è nel volerlo fuggire, nel nasconderlo o nel provarci: tentativo immorale quanto inefficace, nell’era dell’informazione diffusa e della trasparenza planetaria. O fuggire dalle responsabilità che comporta.

La sentenza della corte suprema degli Stati Uniti, che si dice apra a una possibile processabilità dei vertici vaticani e del Papa, e che per ora si è limitata a non prendere in considerazione una petizione vaticana tesa a dimostrare che il sacerdote non è un dipendente della Santa Sede, lasciando che a decidere sia il tribunale di grado inferiore cioè la corte d’appello federale dell’Oregon, pone una serie di problemi notevolmente complessi. Lasciando quelli strettamente giuridici agli specialisti, occorre porsi almeno quelli di principio, che non sono da poco.

Un primo interrogativo è molto reale: la Santa Sede è in qualche modo corresponsabile di aver coperto gli abusi sessuali su minori di alcuni sacerdoti? Può essere capzioso il tentativo degli avvocati statunitensi delle vittime di coinvolgere il Vaticano: probabilmente – è lecito ipotizzare – al solo scopo, non particolarmente morale, di ottenere più denaro per i risarcimenti alle vittime, puntando al pesce più grosso, anziché limitarsi alle diocesi e agli ordini religiosi. Erano questi ultimi soggetti infatti che materialmente operavano i trasferimenti di sacerdoti di cui si conoscevano le tendenze e le condotte, senza denunciarli e consentendo loro di reiterare un reato particolarmente odioso: e per questi motivi sono già stati pesantemente sanzionati e costretti a risarcimenti molto onerosi.

Tuttavia, un problema si pone. La responsabilità penale è personale: di chi ha compiuto gli atti e di chi li ha materialmente coperti. Ma quella morale? E quella storica? Lo scandalo odierno è dopo tutto figlio di una tendenza che è anche una tentazione di lungo periodo: quella a calmare e sopire, a occultare, o almeno a lavare i panni sporchi in famiglia, cercando di salvare la faccia anche quando bisogna invece avere il coraggio di mettercela e di affrontare apertamente i problemi. Su questo c’è una tradizione attestata che non è di questo Papa, ma della Chiesa come istituzione nel suo complesso. Comprensibile, perché tipica di tutti i poteri terreni, ma oggi sempre meno accettabile: tanto meno da parte di una istituzione che si vuole anche morale. In concreto: la Santa Sede che consigli dava? Come suggeriva di muoversi, anche se poi a muoversi erano materialmente altri soggetti?

Tale questione si pone all’interno di una cornice più ampia, che interroga una tendenza secolare, legata al progressivo processo di centralizzazione che il Papato ha prodotto sulla Chiesa cattolica. Tendenza che ha poco a che fare con il messaggio di cui la Chiesa cattolica è portatrice, e peraltro fortemente discussa e osteggiata dentro e fuori di essa, e tuttavia confermata anche nei giorni scorsi con la reprimenda al cardinale Schönborn, reo di aver accusato il cardinal Sodano di aver cercato di insabbiare, da Roma, il caso del predecessore di Schönborn nella diocesi di Vienna, il cardinal Groer, costretto a dimettersi nel 1995 per aver molestato un seminarista minorenne: a cui si è risposto che, “quando si tratta di accuse contro un cardinale, la competenza spetta unicamente al papa”. Se si vuole tutto controllare, tutto sottoporre alla propria giurisdizione, tutto centralizzare e sottomettere alla sovranità romana, si può poi stupirsi di essere tirati in ballo, o limitarsi a dire che la colpa è di servitori infedeli e di istituzioni indipendenti e sovrane? Se si vogliono controllare persino le opinioni dei porporati, e più in generale dei chierici, non si sarà tanto più responsabili dei loro comportamenti?

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), La responsabilità del Vaticano. Pedofilia e sentenza Usa, in “Il Piccolo”, 1 luglio 2010, pp. 1-2

I vescovi e la politica

I vescovi e la politica

Il dibattito sugli interventi dei vescovi in campagna elettorale è continuato anche dopo, ed è bene: perché tocca un tema cruciale per questo paese, per la maturità della sua democrazia e per il ruolo della sua principale comunità religiosa. Più dell’enunciazione di tanti principi, qualche riferimento empirico può aiutare a comprendere i termini della questione.

Provengo da una città e da una diocesi, Milano, dove il vescovo del periodo in cui mi sono formato era il card. Carlo Maria Martini, una delle figure più alte della Chiesa italiana di oggi. Della politica ha sempre mostrato un grande rispetto, considerandola uno dei luoghi elettivi in cui può e deve manifestarsi la missione del laico cristiano. E proprio per questo ha dato un grande impulso alle scuole di formazione alla politica, da cui sono usciti giovani quadri poi entrati nei consigli comunali e in parlamento: in diversi partiti, con differenti sensibilità. Ma mai e poi mai qualcuno ha potuto immaginare che volesse strumentalizzare l’impegno politico per promuovere politiche proprie (al contrario, ha sempre lasciato ai laici il compito di elaborarle nella propria autonomia e responsabilità di cristiani), o che si lasciasse strumentalizzare dalla politica, pur dedicandosi al fondamentale lavoro di dare spessore e fondamento evangelico, più che alla politica, alle persone che vi si dedicano, che pure incontrava.

Oggi di quella città è vescovo il card. Dionigi Tettamanzi. Un pastore che ha usato spesso toni accesi, non contro i politici, ma contro concretissime politiche disumanizzanti, forti con i deboli e deboli con i forti, incentrate intorno al dio denaro e tese a considerare i poveri, gli immigrati e i rom, nella regione più ricca d’Italia, un fastidio di cui liberarsi con la ramazza e col bastone, senza rispetto dell’humana pietas, prima ancora che di quella cristiana. Non a caso questo vescovo è diventato bersaglio prediletto delle forze politiche localmente al governo: dalla Lega, che ha chiesto esplicitamente di cacciarlo usando nei suoi confronti toni di inaudita durezza e volgarità (dimenticati da chi oggi vede in essa il nuovo bastione del cristianismo, un cristianesimo identitario ma spesso privo di fede, povero di speranza e ignaro di carità) e non di rado il sindaco Moratti, che non ha nascosto il suo fastidio per le posizioni forti del vescovo, che suonavano critica alla sua amministrazione.

Da quando vivo a Padova vedo operare il vescovo Antonio Mattiazzo. Un pastore lontano dalla politica, che rifiuta sistematicamente di farsi trascinare sul suo terreno. Capace anch’egli di parole forti, e di messaggi morali stridenti con certa politica, ma lontano dai suoi palcoscenici. Che anche nelle scorse elezioni amministrative (quelle di sua maggiore ‘competenza’) ha saputo far passare i suoi messaggi – spesso scomodi e per nulla accondiscendenti con i vizi cittadini – senza dare ad alcuno l’impressione di voler entrare nel terreno diretto delle scelte politiche. Anzi, a quei politici (in quel caso, del centro-destra) che volevano tirarlo per la tonaca, estorcendogli un incontro che sarebbe potuto suonare come benedizione per una parte sola, ha fatto dire pubblicamente, in maniera limpida e come messaggio che valesse per tutti, che non avrebbe ricevuto nessuno di loro fino al giorno dopo le elezioni. E il suo atto forse più politico, in quel periodo, saputo che alcuni politici volevano far chiudere o almeno spostare la mensa dei poveri – usando l’argomento come tema di campagna elettorale – è stato quello di andare a visitarla, e dire forte e chiaro, in conferenza stampa, che per farlo avrebbero dovuto passare sul suo cadavere.

Tre vescovi, tre stili pastorali differenti, accomunati dall’esigenza di rapportarsi alla politica a partire dal Vangelo, nello stile del buon seminatore, e del pastore attento a far sì che il sale della terra sia veramente tale, e il lievito fermenti. Ma tutti e tre stridono fortemente con lo stile inaugurato, a livello nazionale, dal lungo regno del card. Ruini, e oggi continuato, con qualche irruenza in meno, dal suo successore il card. Bagnasco: uno stile interventista, che cerca di indirizzare le scelte politiche, non solo di farle maturare alla luce del Vangelo. Questo nella convinzione che, tramontato il partito cattolico, la Conferenza episcopale dovesse diventare attore politico in prima persona, relegando i politici cattolici al ruolo umiliante di meri esecutori della volontà ecclesiale. Ma mettendosi su questo terreno e agendo da attore politico, quasi un partito occulto ma neanche troppo, la Cei rischia che il discredito che oggi i cittadini manifestano nei confronti della politica, di cui l’assenteismo elettorale è oggi la forma più evidente, e il disgusto contro la casta la forma verbale più esplicitata, si trasferisca sulla stessa Chiesa, e nelle stesse modalità: con un abbandono silenzioso e amareggiato, o talvolta con spirito apertamente polemico.

Perché, per tornare al punto da cui siamo partiti, delle due l’una. O i pronunciamenti dei vescovi non contano nulla nell’orientare l’elettorato cattolico: e allora sarebbe stato meglio non farli e non dare la sgradevolissima impressione di allearsi con un potere che peraltro, sul piano personale come politico, non ha dato fulgidi esempi di moralità e di aderenza ai principi cristiani. Oppure qualcosa – anche se molto meno che in passato – contano: e allora, alla luce dei risultati elettorali, sono stati utili a non far eleggere Emma Bonino e Mercedes Bresso, e di converso a far eleggere Renata Polverini e Roberto Cota, e quindi in definitiva a determinare, seppure con quel poco, il senso politico delle scorse elezioni (con un risultato diverso il centro-destra non avrebbe potuto dire di aver stravinto le elezioni, né quella della Lega sarebbe apparsa un’avanzata travolgente, essendo la vittoria in Veneto largamente prevista). E allora adesso la Chiesa cosa farà: passerà all’incasso, confermando che di una logica di scambio si è trattato? Sarà tentata, visto il successo, di interferire ulteriormente, anche sulle scelte amministrative a livello regionale e locale? Diventerà insomma esplicitamente attore politico? O si assumerà la responsabilità politica delle conseguenze, anche a lungo termine, di questa vittoria del centro-destra, per il futuro dell’Italia: una croce che forse sarebbe stato saggio lasciare portare ad altri? O al contrario saprà scegliere nuovamente uno stile evangelicamente chiaro, che una scelta di parte – non di partito – la fa, sì, ma in favore degli ultimi, dei poveri, dei sofferenti, per i quali e in nome dei quali leva alta la sua voce, e a tutti offre una parola di verità, che libera e che guarisce, e a nessuno il diritto di appropriarsene e di rivendicarla come propria?

Sarebbe utile che su queste diverse posizioni si aprisse nel mondo cattolico un dibattito aperto, uscendo dalla logica del conformismo ipocrita rispetto ai vertici in pubblico, e del mugugno in privato. Ne va del futuro della Chiesa, non solo del ruolo dei laici cristiani nella società. E ne va del futuro di questo nostro amato e sciagurato paese.

Stefano Allievi

La chiesa pecca in comunicazione

L’ennesimo scivolone comunicativo che ci proviene dai vertici della chiesa cattolica – le dichiarazioni del card. Bertone sul rapporto tra omosessualità e pedofilia – sono un buono spunto per una riflessione più generale sul rapporto tra chiesa e media e, in definitiva, sull’attuale pontificato.

Una prima considerazione è quasi banale. Troppo spesso i vescovi sono abituati a parlare, anche di ciò su cui non hanno alcuna competenza specifica, con un atteggiamento ex cathedra: come se si trattasse sempre di una parola alta, autorevole e definitiva. E la compiacenza con cui queste affermazioni vengono accolte, sia interna alla chiesa che esterna, anche quando si tratta di banalità o di autentiche sciocchezze, rende plausibile che ci si abitui ad aver ragione per mancanza di contraddittorio. La rarità delle occasioni in cui, in Italia, prelati autorevoli partecipano a tavole rotonde a pari grado con altri soggetti, in atteggiamento di autentico confronto, e viceversa l’abitudine a relazioni e dichiarazioni a senso unico, calate dall’alto e senza possibilità di risposta, fanno sì che l’atteggiamento venga confermato. E questa non è certo una buona scuola comunicativa. Prima o poi si trova qualcuno che decide di rispondere per le rime. E l’impaccio degli ecclesiastici quando si ritrovano nel pieno della polemica tradisce la difficoltà dell’approccio.

Un problema che si riverbera anche nelle polemiche per le quali la chiesa cattolica è sulle prime pagine della stampa in questi giorni: la questione della pedofilia. Su cui la chiesa ha commesso errori, e non solo ingenuità, anche pesanti. E peccati di omissione che possono essere più gravi di quelli in parole ed opere, trattandosi di un comportamento per il quale il vangelo ha parole terribili: “Chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare” (Matteo 18,6). Ma vi è pure una innegabile strumentalità di molte accuse, anche dirette alla persona del papa. E colpisce, in questo caso, l’incapacità della chiesa, non abituata ad essere oggetto di discussione pubblica, a rovesciare il messaggio, a riuscire a dire che, pur tra le colpe gravissime di alcuni, oggi inequivocabilmente condannate, la chiesa è pur sempre tra le agenzie che, ovunque nel mondo, più fanno per la tutela, l’aiuto e la crescita dei piccoli, dei giovani, dei ragazzi (e sarebbe interessante vedere se altri ambienti fanno altrettanta pulizia in pubblico: dai collegi religiosi di altre confessioni e laici, agli ambienti militari, a quelli sportivi, e ovunque adulti e ragazzi, dello stesso sesso o meno, vivano insieme per lunghi periodi di tempo).

Invece, anche in questo caso, il comportamento è stato goffo e le chiamate di correo controproducenti, riuscendo a collezionare una sequela di incidenti comunicativi impressionante, come il ridicolo paragone con l’antisemitismo. Il problema è che tali incidenti cominciano a caratterizzare l’attuale pontificato e i suoi uomini in maniera imbarazzante: dal discorso di Ratisbona alla riammissione dei lefebvriani, fino ai ripetuti problemi nei confronti degli ebrei.

Il che ci porta al cuore del problema: le modalità comunicative della chiesa attuale. E’ piuttosto improbabile che la stampa mondiale si sarebbe accanita con le stesse modalità nei confronti del papa precedente: non ci si sarebbe permessi, punto e basta. Giovanni Paolo II, più familiarmente Karol Wojtyla per molti, parlava con il corpo e con i fatti, attraverso una pedagogia dei gesti straordinariamente in sintonia con gli umori dell’epoca. E di lui rimangono immagini simboliche potentissime: gli incontri di Assisi, l’abbraccio al rabbino Toaff, la preghiera nella moschea di Damasco, l’entusiasmo delle moltitudini, giovanili in particolare, fino al suo corpo sofferente offerto come icona alla commozione pubblica. Benedetto XVI, che pochi chiamerebbero con la stessa familiarità Joseph Ratzinger, parla con la logica della razionalità – e lo ha rivendicato con i suoi messaggi fin dall’inizio del suo pontificato – che di per sé si presta ad essere criticata sul medesimo piano. Non compare l’afflato e la passione, che pure forse ci sono, ma si rende più visibile il rigore, e anche la freddezza, del ragionamento astratto e del tono professorale. Il che lo rende antipatico anche quando ha ragione. Anche se il problema non è di forme, ma di contenuti: Woytjla ha inziato il suo pontificato con parole di speranza: “Non abbiate paura!”, “Aprite le porte a Cristo”. Ratzinger si è caratterizzato per gli accenti cupi, l’approccio polemico (contro il relativismo, contro la modernità, contro la scienza, contro l’islam), un sostanziale pessimismo, una certa chiusura della chiesa su se stessa e sul proprio passato (la messa in latino o i riferimenti a Pio XII e ad altri papi del passato, notoriamente non i più aperti). Un tratto che forse è ugualmente in sintonia con lo spirito dell’epoca. Ma di un’epoca disincantata, impaurita, in cui prevale la chiusura e il conflitto con tutti coloro che non la pensano come noi. Di cui finisce per fare le spese anche una chiesa che a questo spirito si adegua.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), La chiesa pecca in comunicazione, in “Il Piccolo”, 15 aprile 2010, pp. 1