L’indicazione di voto della Cei

Sul Mattino di ieri don Marco Cagol ha proposto delle interessanti riflessioni sul messaggio pre-elettorale del cardinal Bagnasco. Che meritano, per la loro profondità, qualche chiosa.

Egli afferma che è stato consolante vedere come non ci si siano “stracciate le vesti per una presunta ingerenza della Chiesa”. Ovvio che lo schieramento di centro-destra, dominante sui media, non avesse interesse a parlarne in questi termini. Ma è anche vero che le voci dissenzienti, anche interne alla Chiesa, non hanno molti ambiti per manifestarsi, a cominciare dalla stampa cattolica, piuttosto sorda in materia.

Proprio lo spazio dato alle parole di Bagnasco dimostra peraltro che, in positivo o in negativo, strumentalizzazione c’è stata eccome: e abbiamo troppa stima dell’intelligenza del cardinale per pensare che fosse inaspettata. Anche perché, se si fosse davvero voluto mandare un messaggio solo pastorale e non elettorale, lo si sarebbe fatto dopo le elezioni, non prima.

Essendo tra coloro che hanno letto interamente il testo – effettivamente ben più profondo di come lo si è sintetizzato – vorrei sommessamente aggiungere che l’impressione, nel passaggio poi evidenziato dalla stampa, era proprio quella di una precisa indicazione di voto, cui mancava solo l’esplicitazione finale: votate centro-destra. O almeno non votate Emma Bonino e Mercedes Bresso. Prova ne sia che se ne sono accorti tutti, di destra e di sinistra.

La destra è stata lesta nello sfruttare il sostegno che le è stato offerto, mettendo in ombra alcune banali verità, occultate anche nel documento. Ad esempio che l’aborto – il tema di cui soprattutto si è parlato – non è un qualcosa che vuole introdurre la sinistra, ma una legge dello stato, che anche la destra vuole mantenere, tanto è vero che nessuno si è mai davvero posto il problema di abrogare la legge 194. Che gli aborti legali sono in diminuzione. E che in aumento sono tragicamente quelli clandestini, specie tra alcune popolazioni immigrate: e c’entrano molto con la condizione di clandestinità a cui le leggi approvate dalla destra li costringono. E infine che l’aborto non è propriamente tema da elezioni regionali: il bene comune locale avrebbe bisogno di ben altre sottolineature.

“Sostiamo un attimo e proviamo a pensare”, ci dice don Marco Cagol, con le parole di Bagnasco. Magari anche alle conseguenze di questi messaggi. Perché se occorre “approfondire le proprie convinzioni non sulla base di slogan, ma con l’uso accurato della ragione vissuta nella fede”, serve un franco dibattito, nello spirito della correzione fraterna, non dei messaggi sempre e solo calati dall’alto, dove l’ascolto è a senso unico: delle pecore da parte dei pastori, come se i pastori non avessero mai bisogno di ascoltare. Abitudine invalsa anche tra i vescovi, se è vero, come notava Francesco Jori su questo giornale, che chi parla a nome loro ha la singolare abitudine di farlo prima ancora di averli sentiti: come prolusione, non come sintesi finale di un dibattito, che infatti non fa mai notizia.

Una riflessione sulle modalità con cui la chiesa si pone probabilmente gioverebbe anche ad essa. Perché ormai – molti sondaggi lo indicano con chiarezza – le prese di posizione dei vescovi sono sempre più deboli nell’orientare l’elettorato cattolico: che comunque voti lo fa esercitando la sua autonoma riflessione. E certi messaggi aumentano il disagio di chi, pur cattolico, non vi si riconosce, e si rattrista dell’uso elettorale di parole e temi alti, producendo quello che un libro di qualche anno fa chiamava “lo scisma sommerso”. Mentre tra i vertici politici rischiano di far prevalere un clericalismo spesso inversamente proporzionale alla fede, e una attenzione alla Chiesa strumentale, che ne immiserisce il messaggio nella stessa misura in cui ne esalta il ruolo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), L’indicazione di voto della Cei, in “Il Mattino”, 3 aprile 2010, pp. 1-15 (anche la Nuova Venezia e la Tribuna di Treviso)

Moschee in Europa. Conflitti e polemiche, tra fiction e realtà

I conflitti intorno alla costruzione di moschee e alla visibilità di sale di preghiera, in Europa, sono una caratteristica significativa e un dato reale del dibattito intorno all’islam di questi ultimi anni, come ha ben dimostrato il referendum contro i minareti svoltosi in Svizzera nel novembre 2009, passato con il 57,5% dei voti favorevoli a bandirli, in ben 22 cantoni su 26.

E’ probabile che in altre aree d’Europa, e certamente in diverse regioni d’Italia, referendum analoghi produrrebbero analoghi risultati. Il problema relativo ad essi è che, a termini di Costituzione di molti paesi, Svizzera inclusa, quesiti del genere non dovrebbero nemmeno essere ammessi al voto, per palese illegittimità. Il problema di fondo è infatti che con essi si produce un vulnus gravissimo ai fondamenti giuridici e alle basi della convivenza sociale così come sono stati progressivamente concepiti e costruiti in Occidente. Dove il principio di riferimento di fondo è, puramente e semplicemente, che le maggioranze non hanno il diritto di decidere sui diritti delle minoranze. Punto.

Detto questo il referendum elvetico, sul piano sociale, ha fatto emergere anche un significativo e paradossale elemento che potremmo chiamare di fiction. Pochi hanno notato infatti il dato surreale che proprio in Svizzera, dove i minareti realmente esistenti sono quattro, in tre dei cantoni coinvolti il referendum non sia passato. Ovvero, traducendo ai minimi termini, ed estremizzando volutamente, dove minareti non ve ne sono, e magari nemmeno musulmani, la paura spinge a bandire gli uni e a temere gli altri. Dove esistono e sono pure visibili, vi è molto meno timore. Non per il loro valore e significato in sé: ma perché questo significa che in quegli stessi luoghi si attuano politiche interculturali che hanno i loro effetti.

Una curiosità, a conferma: la percentuale più alta di voti il referendum l’ha ottenuta nell’Appenzello interno: oltre il 70% di voti. Si tratta del medesimo cantone – in cui è presumibile ipotizzare che la presenza di musulmani sia irrisoria se non inesistente – che, dopo aver respinto per ben tre volte i referendum per estendere il diritto di volto alle donne (1973, 1982, 1990), è stato costretto a concederlo solo per intervento diretto del tribunale federale. Un segno di chiusura mentale in generale, non solo nello specifico. Si può forse presumere, a questo punto, che una buona percentuale dei pochi favorevoli ai minareti sia stata di donne, per solidarietà tra discriminati…

Ma la Svizzera non è un caso isolato. Più significativo ancora è il caso austriaco: il paese che per primo ha riconosciuto l’islam, negli anni ’20 del secolo scorso, e che per primo ha pure introdotto delle leggi specifiche contro i minareti, in Carinzia e in Voralrberg.

Come si spiega questo paradosso? Innanzitutto è un segno che il problema è reale: che, anche laddove conflitti non ve ne erano, e vi è tuttora un livello di integrazione anche formale e istituzionale dell’islam molto avanzato, incluso nella scuola pubblica, i problemi possono comunque emergere, ed emergono di fatto.

Questa semplice constatazione, da sola, giustifica il desiderio e la necessità sociale di saperne di più. E’ con questo obiettivo che ho proposto di svolgere una ricerca empirica sui conflitti intorno alle moschee in Europa. Ricerca che è stata approvata e finanziata dal Network of European Foundations di Bruxelles, e condotta in collaborazione con Etnobarometro, nell’ambito di un importante e impegnativo progetto di lavoro denominato “Religion and democracy in Europe”. Il testo finale della ricerca, così come delle altre condotte finora, è disponibile in inglese, a stampa1 e anche on line (sul sito www.nefic.org). Qui ne diamo alcune indicazioni sintetiche, rimandando ad essa per gli opportuni approfondimenti, sia sui singoli paesi che sui temi trasversali legati all’interpretazioni dei conflitti e ai loro esiti, nonché per gli approfondimenti e i riferimenti bibliografici. Ricordiamo che nell’ambito della ricerca, oltre a un’analisi approfondita di numerosi casi empirici di conflitto intorno alla costruzione di moschee, è stato possibile effettuare anche la prima mappatura esaustiva dei luoghi di culto musulmani in Europa, ciò che ne costituisce uno dei punti di forza.

Definire la moschea

Il primo problema definitorio che ci si pone è, innanzitutto, che cosa intendiamo per moschea. Conviene quindi usare un criterio estensivo e di buon senso: consideriamo moschea tutti i luoghi, aperti ai fedeli, in cui i musulmani si ritrovano insieme a pregare con continuità. Questo costituisce il criterio più significativo e più comprensivo per comprendere le dimensioni e le dinamiche del fenomeno di cui stiamo parlando. Esso fa appello alla funzione principale – la preghiera – e alla dimensione collettiva e pubblica. Al suo interno, la categoria ‘moschea’ conosce un certo numero di differenziazioni.

Per usare una scala di importanza decrescente, il primo elemento è quello dei ‘centri islamici’. Intendiamo per centro islamico un luogo di dimensioni significative, che svolge, oltre alla funzione della preghiera e del culto, un certo numero di funzioni a carattere sociale e culturale, attraverso varie forme di aggregazione (scuola coranica, corsi e momenti di aggregazione per adulti, donne, convertiti, conferenze a altre attività formative e culturali), di solito svolte in locali separati dalla sala di preghiera vera e propria, e svolge anche attività di rappresentanza istituzionale e simbolica dei musulmani. I centri islamici costituiscono una parte minoritaria ma importante di quelle che chiamiamo moschee. Solo nelle città maggiori ve ne può essere più di uno, e spesso non ve ne è alcuno. Non di rado svolgono funzioni di centralizzazione o di rappresentanza a livello provinciale o regionale. Di solito si occupano anche dell’organizzazione delle attività di riunione straordinarie, legate ad esempio alle festività islamiche.

Un’altra categoria importante, data la sua significatività rispetto ai conflitti intorno ai luoghi di culto, è quella delle moschee costruite ad hoc (purpose built), di solito con i segni visibili della cupola e di uno o più minareti (le masgid vere e proprie). Esse possono coincidere, e di fatto spesso coincidono, con i centri islamici. Vi sono tuttavia casi di moschee ad hoc che non sono centri islamici organizzati e strutturati, così come, non di rado, i centri islamici sono collocati in edifici riconvertiti che non hanno la forma visibile della moschea, e i segni di riconoscimento e di visibilizzazione esterni si limitano a una scritta o a una targa.

Una terza categoria – di gran lunga quella numericamente più significativa in tutti i paesi europei – è riconducibile a quella islamica della musalla, ovvero della sala di preghiera. In questo caso si tratta di luoghi che possono essere capannoni industriali, magazzini, negozi, appartamenti. In essi si può svolgere la sola attività di preghiera, ma più spesso vi si svolgono anche altre attività correlate (tipicamente la scuola coranica e altri momenti formativi). All’interno di questa categoria si collocano anche le musalla ‘etniche’, frequentate dai membri di una sola etnia, di solito per motivi linguistici (gruppi etnici non arabofoni, ad esempio). Vanno menzionate esplicitamente anche le sale di preghiera o zawiya sufi, ovvero quelle che fanno capo a confraternite mistiche, che talvolta hanno anche una specificità etnico-linguistica (si pensi ai muridi senegalesi, o ad alcune confraternite di origine indo pakistana, e altre ancora) ma spesso, soprattutto quelle più frequentate da convertiti, hanno uno spiccato carattere interetnico. Vi sono poi le sale di preghiera che fanno capo a gruppi minoritari di musulmani (shiiti, ahmadiyya, ecc.), laddove questi abbiano la forza per costituire le proprie strutture. Queste tre categorie di sale di preghiera hanno la prerogativa di essere semi-chiuse: ovvero, di principio possono essere aperte a qualunque musulmano, ma di fatto vengono frequentate dai soli appartenenti ad uno specifico gruppo (questo vale in particolare per i gruppi sufi).

Alcune musalla possono essere temporanee sulla base di diverse esigenze: o perché condivise con altre funzioni (come può accadere in talune università, ospedali e altre istituzioni, stadi di football, o nei centri di accoglienza per immigrati), per cui la stanza svolge la funzione di sala di preghiera solo in determinati orari, o solo indeterminati periodi dell’anno, come nel caso delle moschee in luoghi di aggregazione temporanea (ad esempio luoghi di villeggiatura che richiamano lavoratori musulmani solo in alcune stagioni e momenti dell’anno, o moschee rurali, in cui sono impiegati lavoratori stagionali in agricoltura). Molte moschee rurali e isolate, spesso fuori dai circuiti delle federazioni ma anche della conoscenza, sono tuttavia stabili, seppure vivendo vita più stentata in alcune stagioni dell’anno.

E’ evidente che se per i centri islamici, le moschee costruite ad hoc, e le sale di preghiera principali, il calcolo può essere svolto con una certa precisione, il calcolo delle moschee ‘nascoste’ e temporanee si rivela inevitabilmente più complicato, e spesso non costituisce che un’approssimazione.

Una panoramica generale

Nella tabella che segue presentiamo i dati sul numero di moschee nei vari paesi europei analizzati2.

Paese

Musulm. (in mln.)

% mus. su pop.

Moschee

Spagna

0,8-1,1

2,2

454

Italia

1,3

1,9

729

Grecia

0,2-0,33

0,4

< di 4004

Austria

0,4

4,8

> di 200

Bosnia

1,5

40

1867

Francia

5,5

8

2100

Germania

3,2-3,4

3

2600

Gran Bretagna

2,4

4

850-15005

Olanda

1

6

432

Belgio

0,4-0,5

3,5-4

330

Svezia

0,35-0,4

3,8-4,4

> 50

Norvegia

0,12

2,5

120

Finlandia

0,04

0,8

30-406

Danimarca

0,2

3,5

115

Se sommiamo il numero degli abitanti musulmani dei paesi considerati, e lo rapportiamo al numero di moschee, otteniamo il seguente risultato7: circa 18 milioni di musulmani e oltre 10.000 moschee. Il che equivale, grosso modo, a una moschea ogni 1.800 abitanti musulmani. Una quantità significativa, indicativamente comparabile a quelle esistenti in molti paesi musulmani o, in Europa, per i luoghi di culto della religione dominante cristiana nei rispettivi paesi. Tra l’altro, anche togliendo i dati sulla Bosnia, il solo paese in cui l’islam sia una presenza storicamente attestata e la religione più diffusa (anche se non maggioritaria), e i musulmani e le moschee della Tracia, l’altra minoranza islamica storica interna alla parte di Europa presa in considerazione nella ricerca, avremmo comunque quasi 9.000 moschee per oltre16 milioni di musulmani: una cifra e una percentuale non sostanzialmente diverse, che non alterano il quadro generale e il suo criterio interpretativo. A titolo di confronto, negli Stati Uniti vi sono tra 4 e 6 milioni di musulmani, che possono usufruire di oltre 1200 moschee (il dato, presente in vari fonti, è stato autorevolmente riportato nel discorso del presidente Obama al Cairo, il 4 giugno 2009). Prendendo come riferimento la cifra più alta di musulmani, che è peraltro la più diffusa, si tratta di 1 moschea ogni 5000 musulmani; se prendiamo la più bassa, di 1 ogni 3333 musulmani. La variabilità è enorme a seconda dello stato: si va dalla singola moschea delle Hawaii o dell’Alaska, alle 250 della California e 147 dello stato di New York, i soli dati a tre cifre.

Se poi rapportiamo il dato alle sole persone di origine musulmana che attivano in qualche modo i loro riferimenti religiosi (un terzo circa, secondo una stima recente8), il dato relativo al numero di musulmani potenziali per moschea risulta sensibilmente più basso.

Non vi è quindi, in assoluto, un problema di mancanza di luoghi di culto. Al contrario, in molti paesi ci si trova attualmente in una fase di consolidamento, di stabilizzazione del numero delle moschee, e semmai di investimento nella loro strutturazione interna, di allargamento dei loro spazi e delle loro funzioni.

Di fatto non si può dire dunque, in assoluto, che vi sia un problema di libertà religiosa non garantita per i musulmani in Europa. I problemi che emergono sono di ordine qualitativo, non quantitativo.

Simbolica e territorio

Le moschee – come ogni forma costruttiva che si proponga su un territorio dove prima non era presente – costituiscono una forma di appropriazione simbolica del territorio: e nello stesso tempo la resistenza alle medesime diventa un segno di dominazione e potere sul territorio molto concreta e materiale. E’ chiaro quindi che il conflitto intorno alle moschee è innanzitutto un genuino conflitto di potere. In esso giocano variabili diverse: gli attori considerati legittimi, la loro forza, la capacità di resistenza degli attori sociali già presenti (della loro ‘cultura’, come si dice spesso su questi argomenti), e le rispettive forme di legittimazione, di espressione del proprio discorso.

Una prima constatazione è autoevidente: non tutti gli edifici, anche nuovi nella forma e nelle funzioni, producono lo stesso tipo di conflitti. Raramente un edificio pubblico, o un edificio commerciale, produce tali forme di protesta. Un nuovo ospedale, una nuova banca, un nuovo supermercato o una nuova multisala, possono eventualmente essere oggetto di critiche, ma raramente queste sono espresse in chiave culturale. Se ne potrà valutare l’opportunità della collocazione, anche rispetto agli interessi che va a danneggiare (es. un supermercato rispetto ai piccoli negozi circostanti), oppure la dimensione e la forma (un edificio grande in un contesto di edilizia di piccole dimensioni, un edificio alto in un contesto di edilizia sviluppata orizzontalmene), o ancora le qualità estetiche. Ma raramente questi contrasti, pure frequenti, producono un riflesso identitario (e una dinamica noi-loro) simile a quella che troviamo a proposito di moschee. Questa dinamica si può manifestare (un quartiere di nuovi abitanti in un paese, di persone che vengono dalla città in area rurale), ma solo occasionalmente produce riflessi identitari collettivi. Le moschee invece li producono, in forma blanda o radicale, quasi immancabilmente, e in quasi tutta Europa, almeno in questa fase storica. Allo stesso modo chiese di altra confessione rispetto a quella dominante in un paese, o sinagoghe, ma anche templi di altre religioni, non producono il medesimo tipo di reazione e di rifiuto (anche se sarebbe storicamente falso dire che questo non sia accaduto in passato). In questo senso una ‘questione moschee’ oggi, in Europa, si pone.

Alcune forme del conflitto intorno alle moschee potrebbero essere addirittura interpretate attraverso le chiavi di lettura dell’etologia e della sociobiologia, più ancora che della sociologia e dell’antropologia, o ancor meno dell’urbanistica. Ne sono un esempio alcune forme di imprinting sullo spazio come lo spargimento di urina di maiale, o di teste mozzate di suino, o di suo sangue, sul territorio dove è previsto sorga una moschea: esempi che troviamo ampiamente diffusi, dalla Svezia all’Italia, e che costituiscono un oggetto di interesse in sé.

Dal lato islamico sottolineiamo innanzitutto il ruolo dei grandi centri islamici, soprattutto nelle capitali, nella definizione della simbolica spaziale. La loro presenza costituisce una forma contrattata di visibilizzazione.

Dal lato europeo, con l’eccezione dei centri islamici di alcune capitali, e pochi altri, si assiste invece spesso alla logica speculare e contraria della periferizzazione, della marginalizzazione in quartieri degradati, o vicino a funzioni esse stesse degradate: campi nomadi, centri di riciclo dei rifiuti urbani e discariche, aree industriali dismesse e in abbandono, addirittura in luoghi inquinati e contaminati. O si richiedono forme di ‘mimetismo architettonico’: la moschea va bene, purché non sia troppo (o per nulla) riconoscibile come tale.

Le battaglie sul minareto

Oggi non c’è quasi conflitto a proposito di moschee in Europa che non includa, in posizione prioritaria o marginale ma comunque presente, la questione del minareto: della sua altezza, o della sua stessa esistenza. Il caso più clamoroso è stato quello del referendum elvetico del novembre 2009, da cui abbiamo preso le mosse, ma questi è lungi dall’essere il solo. Il minareto sembra essere diventato un simbolo per eccellenza del conflitto intorno all’islam, o meglio intorno alla sua visibilizzazione nello spazio pubblico, nonostante esistano moschee senza minareto anche nei paesi musulmani, ed esso non appartenga alla storia iniziale dell’islam.

Non è improprio ricordare in questa sede che il minareto, come il grattacielo, come la torre di Babele, è un simbolo che si innalza verso il cielo: un simbolo di potenza, di grandezza, di forza. Anche senza voler sottolineare troppo esplicitamente il suo evidente aspetto fallico, di dominio, che non è comunque estraneo alla prospettiva anche etologica che abbiamo introdotto, è storicamente dimostrabile che le torri hanno sempre costituito un segno di potere e di dominio. Non a caso, nella lunga storia dei comuni medievali italiani, la vittoria di una famiglia o di una città sull’altra aveva come conseguenza la distruzione delle torri delle famiglie o delle città sconfitte: le torri mozze di molte città sono ancora lì a testimoniarlo. E ancora nella guerra della ex-Yugoslavia c’è stata una corsa a distruggere minareti e campanili, per sancire il proprio dominio. Ha lo stesso carattere di sfida e di potere la rincorsa tuttora in atto tra grandi imprese o, oggi ancor più, tra grandi città, in particolare da parte delle nuove potenze economiche e finanziarie, per ospitare il grattacielo più alto del mondo, il simbolo più visibile di dominio.

Dunque, le controversie sui minareti sono anche, forse innanzitutto, dei conflitti di potere. Dei tentativi di introdurre un simbolo comunque di grande visibilità, da parte dei musulmani, con una funzione ostentatoria o almeno interpretata come tale dalla popolazione circostante (un modo di dire: ci siamo anche noi, e vogliamo affermarlo pubblicamente e visibilmente). Mentre il tentativo di impedirlo da parte dei gruppi e delle correnti di opinione autoctone che vi si oppongono (comitati di cittadini, imprenditori politici della paura, della xenofobia e dell’islamofobia, media, intellettuali) testimonia il tentativo di impedire all’islam di esistere socialmente in forma visibile nello spazio pubblico, cioè di attestare una primazia, o almeno una com-presenza. A costo di entrare in conflitto con i propri stessi principi e ordinamenti, a cominciare dai diritti di libertà religiosa.

Le moschee come dimensione conflittuale

Le moschee costituiscono una modalità di uscita dell’islam dalla sfera privata, il suo ingresso ufficiale nella sfera pubblica, e anche il suo qualificarsi come interlocutore della società e delle istituzioni9. Inoltre moschee e sale di preghiera insieme testimoniano di dinamiche specifiche, legate alle stesse dinamiche migratorie, che hanno molte sfaccettature. Innanzitutto, spesso esse sono la sola forma di associazionismo di riferimento presente sul territorio. Talvolta sono il testimone di un più elevato livello di pratica in situazione di emigrazione. Sono inoltre un buon termometro del livello di organizzazione delle varie comunità etniche e religiose. Inoltre sono un elemento di maturazione delle leadership islamiche, o talvolta di dimostrazione della loro immaturità.

I conflitti intorno alle moschee coinvolgono vari tipi di attori. Essi hanno quasi sempre un’origine tra i cittadini delle zone circonvicine: o in maniera diretta (proteste di cittadini, manifestazioni, raccolte di firme, petizioni, comitati spontanei) o in maniera indiretta (gruppi politici e media che agiscono o dicono di agire in nome dei cittadini stessi).

Le motivazioni dei cittadini sono fondamentalmente riconducibili alle seguenti:

  1. motivazioni ‘reali’ o presunte tali: caduta di valore degli immobili; timore di aumento del traffico, perdita della tranquillità, problemi di parcheggio; timori di aumento della delinquenza e di maggiore frequentazione della zona da parte di persone sgradite; timori di violenza, incidenti e fondamentalismo islamico; timore di invasione degli spazi pubblici in occasione del venerdì e di altre festività islamiche (cortili, marciapiedi, parchi e parchi giochi); esistenza di altre priorità sociali nella zona;

  2. motivazioni ‘culturali’: estraneità dell’islam alla ‘nostra’ cultura locale; difesa dei diritti della donna; reciprocità; inintegrabilità e/o incompatibilità dell’islam con i valori dell’occidente/d’Europa/cristiani.

Come si vede, se il primo ordine di motivi può avere (ma spesso non ha) un fondamento empirico, e può essere costruito discorsivamente come tale, il secondo serve solo a motivare una kulturkampf il cui oggetto non è più la moschea in quanto tale – che diventa solo un simbolo tra altri da colpire – ma l’islam stesso come religione diversa, estranea, ‘aliena’, non compatibile con la democrazia, l’occidente, il liberalismo, il cristianesimo, ‘le nostre tradizioni’, secondo i casi.

Va notata in primo luogo l’emergere con forza, man mano che ci si avvicina ai nostri giorni, delle opposizioni: frutto evidentemente di eventi traumatici (dall’11/9 a eventi interni a vari paesi: gli attentati di Madrid e Londra, per limitarci al terrorismo, l’assassinio di Theo van Gogh, la vicenda delle vignette danesi, turbolenze legate ai dibattiti sull’hijab o su questioni di genere e di autoritarismo paterno (matrimoni forzati, casi clamorosi di delitti d’onore, ecc.). Tutto questo ha avuto certamente un’influenza sull’evoluzione del dibattito: ma, probabilmente, non lo spiega interamente. E non si può escludere a priori che sia anche la conseguenza di una valutazione meditata degli effetti della convivenza – con l’islam in generale e con le moschee in articolare – nei vari paesi.

Gli attori politici giocano comunque un ruolo decisivo. Tra di essi possiamo distinguere: gli attori politico-burocratici competenti per gestire le pratiche relative alla moschea (amministrazione locale e enti collegati); i partiti politici locali; i partiti politici esterni; i vari gradi di intervento della giustizia (sentenze, atti di tribunali amministrativi) che possono interferire con le decisioni politiche e lo sviluppo delle vicende. Rinviamo alla ricerca per un approfondimento del loro comportamento.

Ma anche la percezione e la mediatizzazione giocano un ruolo fondamentale. Più ancora che dalla realtà dei processi sociali in atto, è dalla loro percezione che dipende molto della direzione che essi prendono e della loro ‘riuscita’. Questo aspetto è di fondamentale importanza anche relativamente alle politiche intorno all’islam, e nello specifico intorno alle polemiche sulle moschee: che dipendono in larga misura dalla percezione che si ha del fenomeno.

I media risultano dunque oggi sempre più decisivi, anche perché il loro ruolo, a seguito dei processi di globalizzazione, di cui sono nel contempo un effetto, una causa e un acceleratore, non è più solo quello di informare, ma propriamente di costruire i nostri mondi conoscitivi: nel nostro caso, ad esempio, fornendo il quadro interpretativo del rapporto islam-occidente, e le definizioni fondamentali dei termini della questione10.

E’ evidente che il conflitto esiste nello spazio pubblico – superando le dimensioni locali strettamente intese e le relazioni di vicinato – nella misura in cui è mediatizzato. Oggi siamo indubitabilmente in una fase in cui anche conflitti in realtà locali periferiche e persino marginali possono emergere all’attenzione nazionale, anche a seguito della strumentalizzazione di imprenditori politici dell’islamofobia. In questo senso i media e le forze politiche anti-islamiche hanno un co-interesse evidente nel sollevare il conflitto in una logica di rispecchiamento reciproco nella sua evoluzione e nei suoi esiti: e hanno il medesimo ‘non interesse’ nel risolverlo. Di fatto, conflitti che fino al decennio Novanta non avrebbero avuto visibilità, oggi ce l’hanno, e tanto più quanto più si attivano imprenditori politici dell’islamofobia anche esterni: basta una dichiarazione, in questo senso, per attivare il meccanismo. E i discourses impostati a livello mediatico hanno un ruolo fondamentale nel definire l’immaginario collettivo e le stesse strategie discorsive degli attori in gioco, obbligate a collocarsi all’interno della logica iniziale proposta dagli attori che per primi intervengono nello spazio pubblico.

Dall’analisi dei casi empirici e della letteratura studiata emergono con chiarezza alcuni elementi di rilievo. Il primo è l’esistenza stessa dei conflitti. Non c’è quasi paese dove essi non siano emersi, pur nella diversità della forma e della frequenza. Il secondo è la loro accettazione spesso rassegnata, da parte dei musulmani. Il terzo è la loro forma e il loro ruolo. In tutta evidenza i conflitti intorno all’islam non sono quello che sembrano, e non dichiarano il loro contenuto. Ma proprio per questo mostrano la necessità del conflitto stesso, che diventa la modalità con cui il tema reale – la presenza dell’islam, più che quella delle moschee, il contenuto più che il simbolo che lo rappresenta – viene introiettato, discusso, fatto emergere alla superficie.

1 S. Allievi, Conflicts over Mosques in Europe. Policy issues and trends, London, Alliance Publishing Trust/NEF, presso il quale è richiedibile gratuitamente. Un’edizione ampliata e ulteriormente aggiornata, anche con un’attenzione esplicita al caso italiano, è in corso di pubblicazione presso l’editore Marsilio.

2 I dati sono tratti dai report prodotti in funzione della presente ricerca.

3 Di cui circa 120.000 appartengono alla minoranza Tracia.

4 Di cui 301 in Tracia, circa 60 nel distretto di Atene, di cui 26 in città.

5 La variabilità è dovuta al fatto che molte moschee non sono registrate. Dati statistici validi e completi sono disponibili solo su 255 moschee.

6 Di cui 5 fanno capo alla comunità Tatara.

7 Laddove le cifre siano all’interno di una forbice, abbiamo riportato la cifra più alta indicataci; ma anche se scegliessimo quella più bassa le proporzioni non cambierebbero.

8 Dassetto, F., Ferrari, S. and Maréchal, B. (2007), Islam in the European Union: what’s at stake in the future?, Strasbourg: European Parliament. Per un’analisi più generale dell’islam in Europa l’opera di riferimento resta ancora Maréchal, B., Allievi, S., Dassetto, F. and Nielsen, J. (2003), Muslims in the Enlarged Europe, Leiden: Brill.


9 Pochi gli studi specificamente dedicati alla questione delle moschee in Europa, e ancora meno quelli che trattano esplicitamente la dimensione conflittuale. Tra questi: Beinhauer-Köhler, B. e Leggewie, C. (2009), Moscheen in Deutschland. Religiöse Heimat und gesellschaftliche Herausforderung, München : Beck Verlag; Landman, N. (1992), Van mat tot minaret. De institutionalisering van de islam in Nederland, Amsterdam: VU Uitgeverij; Maussen, M. (2009), Constructing Mosques. The governance of Islam in France and the Netherlands, Amsterdam: University of Amsterdam; Metcalf, B.D. (ed.) (1996), Making Muslim Space in North America and Europe, Berkeley: University of California Press; Ternisien, X. (2002), La France des mosquées, Paris: Albin Michel. Per l’Italia se ne tratta esplicitamente, in testi dedicati più in generale alla presenza islamica, in : Allievi, S. (2003), Islam italiano, Torino: Einaudi; Allievi, S. (2009), I musulmani e la società italiana. Percezioni reciproche, conflitti culturali, trasformazioni sociali, Milano: Franco Angeli; Allievi, S. e Dassetto, F. (1993), Il ritorno dell’islam. I musulmani in Italia, Roma: Edizioni Lavoro.


10 Rinviamo almeno, per un approfondimento su questi temi, a Allievi, S. (2005a), ‘Conflicts, cultures and religions. Islam in Europe as a sign and symbol of change in European societies’, Yearbook of Sociology of Islam, 6: 18-27; Allievi, S. (2005b), ‘How the Immigrant has become Muslim. Public Debates on Islam in Europe’, Revue Européenne des Migrations Internationales, 21: 135-163 ; nonché Allievi, S. (2007), Le trappole dell’immaginario. Islam e occidente, Udine: Forum.

Allievi S. (2010), Moschee in Europa. Conflitti e polemiche, tra fiction e realtà, in “Quaderni di diritto e politica ecclesiastica”, anno XVIII, n. 1, aprile 2010, pp.149-160


L’appello del cardinal Bagnasco: Un esplicito assist al centro-destra

Il cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha deciso di entrare in campo. E porge un assist formidabile al centro-destra. Non si può interpretare altrimenti l’intervento di ieri, con cui suggerisce caldamente agli elettori di non votare chi è a favore dell’aborto.

I valori “non negoziabili” indicati dal cardinale all’attenzione dei fedeli, di fronte alla scelta elettorale, sono “la dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l’indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna”. Cioè tutto quello che la destra è disposta a dare alla chiesa cattolica, almeno a parole, in cambio della sua dichiarazione di voto.

Già la selezione dei valori ha in sé qualcosa di inquietante, anche se non nuovo nelle dichiarazioni dei vescovi, dato che si sostiene che “è solo su questo fondamento che si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa; la libertà di impresa finalizzata al bene comune; l’accoglienza verso gli immigrati, rispettosa delle leggi e volta a favorire l’integrazione; il rispetto del creato; la libertà dalla malavita, in particolare quella organizzata”.

Come dire: tutti gli altri valori derivano dai precedenti. La pace, la giustizia, l’onestà, la carità, il rispetto vengono comunque dopo l’indisponibilità della vita dal concepimento fino alla morte naturale. Cioè sono meno importanti. Sarebbe interessante andarlo a spiegare, per dire, a chi vive ogni giorno sotto il giogo della mafia, che è solo l’ultimo punto della lista.

Alcune premesse sono d’obbligo. Primo: l’aborto non è un qualcosa che vuole introdurre la sinistra. È una legge dello stato, che anche la destra vuole mantenere. Tanto è vero che se occasionalmente paga il tributo di quello che gli anglosassoni chiamano lip service, espressione più elegante dell’equivalente traduzione italiana, alle posizioni della chiesa, nessuno si è mai davvero posto il problema di rivedere e tanto meno abrogare la legge 194. Secondo: gli aborti sono in diminuzione. E i dati in aumento sono tragicamente quelli clandestini, non quelli legali, specie tra alcune popolazioni immigrate.

Ma allora perché tornare ancora su questo tema? Forse perché in gioco c’è soprattutto altro, a cominciare dai temi esplicitati successivamente a quello dell’aborto, che la destra è in grado di meglio garantire.

Ed è così che tutto il resto passa in secondo piano: gli scandali, l’illegalità fatta sistema, la corruzione, la menzogna politica come linguaggio ordinario, il rifiuto del confronto democratico e la preferenza per l’insulto a distanza, tramite telegiornale. Si vota alle elezioni, regionali per giunta, che dovrebbe significare occuparsi del bene comune a livello locale: ma per i vescovi bisogna votare pensando all’aborto. Una scelta anti-federalista per definizione, oltre tutto.

Il centro-destra forse beneficerà qualcosa da questa dichiarazione: almeno in termini di spazio sui giornali. Ma la chiesa pagherà un prezzo alto, ancora una volta. Perché ormai – molti sondaggi lo indicano con chiarezza – le prese di posizione dei vescovi sono sempre più deboli nell’orientare l’elettorato cattolico: che se voterà prevalentemente il centro-destra, come accaduto in questi anni, lo farà per altri motivi, che nulla hanno a che fare con l’aborto. E’ insomma più di una reciproca conferma di vicinanza tra vertici che si tratta, che non di una reale possibilità di orientamento della base. Una scelta tutta e solo politica.

Tuttavia anche tanti altri eventi, a cominciare dal caso Englaro, hanno mostrato con chiarezza che se i vertici sono più o meno compatti, la base cattolica è radicalmente divisa, e quasi esattamente a metà. Segno di un distacco ormai insanabile, che ogni ulteriore presa di posizione di stampo autoritativo rende più difficile da colmare. E che assomiglia molto allo “scisma sommerso” analizzato in un libro di qualche anno fa. Un distacco silenzioso ma netto.

L’elettore cattolico insomma vota come vuole. È il cattolico in quanto tale che soffre per queste esplicite scelte di campo. Tanto valeva dire: votate centro-destra. E, ancora più chiaramente: non votate Emma Bonino. Sarebbe stato più onesto. E, in definitiva, altrettanto inefficace.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), L’appello del cardinal Bagnasco: Un esplicito assist al centro-destra, in “Il Piccolo”, 23 marzo 2010, pp. 1-6 (anche Messaggero veneto)

La chiesa deve ripensare il suo ruolo

Sul Mattino di ieri don Marco Cagol ha proposto delle interessanti riflessioni sul messaggio pre-elettorale del cardinal Bagnasco. Che meritano, per la loro profondità, qualche chiosa.

Egli afferma che è stato consolante vedere come non ci si siano “stracciate le vesti per una presunta ingerenza della Chiesa”. Ovvio che lo schieramento di centro-destra, dominante sui media, non avesse interesse a parlarne in questi termini. Ma è anche vero che le voci dissenzienti, anche interne alla Chiesa, non hanno molti ambiti per manifestarsi, a cominciare dalla stampa cattolica, piuttosto sorda in materia.

Proprio lo spazio dato alle parole di Bagnasco dimostra peraltro che, in positivo o in negativo, strumentalizzazione c’è stata eccome: e abbiamo troppa stima dell’intelligenza del cardinale per pensare che fosse inaspettata. Anche perché, se si fosse davvero voluto mandare un messaggio solo pastorale e non elettorale, lo si sarebbe fatto dopo le elezioni, non prima.

Essendo tra coloro che hanno letto interamente il testo – effettivamente ben più profondo di come lo si è sintetizzato – vorrei sommessamente aggiungere che l’impressione, nel passaggio poi evidenziato dalla stampa, era proprio quella di una precisa indicazione di voto, cui mancava solo l’esplicitazione finale: votate centro-destra. O almeno non votate Emma Bonino e Mercedes Bresso. Prova ne sia che se ne sono accorti tutti, di destra e di sinistra.

La destra è stata lesta nello sfruttare il sostegno che le è stato offerto, mettendo in ombra alcune banali verità, occultate anche nel documento. Ad esempio che l’aborto – il tema di cui soprattutto si è parlato – non è un qualcosa che vuole introdurre la sinistra, ma una legge dello stato, che anche la destra vuole mantenere, tanto è vero che nessuno si è mai davvero posto il problema di abrogare la legge 194. Che gli aborti legali sono in diminuzione. E che in aumento sono tragicamente quelli clandestini, specie tra alcune popolazioni immigrate: e c’entrano molto con la condizione di clandestinità a cui le leggi approvate dalla destra li costringono. E infine che l’aborto non è propriamente tema da elezioni regionali: il bene comune locale avrebbe bisogno di ben altre sottolineature.

“Sostiamo un attimo e proviamo a pensare”, ci dice don Marco Cagol, con le parole di Bagnasco. Magari anche alle conseguenze di questi messaggi. Perché se occorre “approfondire le proprie convinzioni non sulla base di slogan, ma con l’uso accurato della ragione vissuta nella fede”, serve un franco dibattito, nello spirito della correzione fraterna, non dei messaggi sempre e solo calati dall’alto, dove l’ascolto è a senso unico: delle pecore da parte dei pastori, come se i pastori non avessero mai bisogno di ascoltare. Abitudine invalsa anche tra i vescovi, se è vero, come notava Francesco Jori su questo giornale, che chi parla a nome loro ha la singolare abitudine di farlo prima ancora di averli sentiti: come prolusione, non come sintesi finale di un dibattito, che infatti non fa mai notizia.

Una riflessione sulle modalità con cui la chiesa si pone probabilmente gioverebbe anche ad essa. Perché ormai – molti sondaggi lo indicano con chiarezza – le prese di posizione dei vescovi sono sempre più deboli nell’orientare l’elettorato cattolico: che comunque voti lo fa esercitando la sua autonoma riflessione. E certi messaggi aumentano il disagio di chi, pur cattolico, non vi si riconosce, e si rattrista dell’uso elettorale di parole e temi alti, producendo quello che un libro di qualche anno fa chiamava “lo scisma sommerso”. Mentre tra i vertici politici rischiano di far prevalere un clericalismo spesso inversamente proporzionale alla fede, e una attenzione alla Chiesa strumentale, che ne immiserisce il messaggio nella stessa misura in cui ne esalta il ruolo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), La chiesa deve ripensare il suo ruolo, in “Il Mattino”, 15 marzo 2010, p. 1-4

Scandalo pedofilia: L’intoccabilità della chiesa

Lo scandalo della pedofilia si sta rivelando più devastante del previsto per la Chiesa cattolica. Non è più considerabile solo come un fatto occasionale (che riguarda poche persone), localizzato (solo in alcuni paesi), e temporaneo (si rivela anzi una tendenza profonda e di lungo periodo). E viene sempre più percepito, nel dibattito pubblico, con una gravità particolare, che va al di là dell’odiosità del fatto in sé, finendo per toccare almeno tre pilastri fondamentali.

Il primo, quello emerso maggiormente, è forse il meno importante: la questione del celibato ecclesiastico. La società comincia a interrogarsi sul fatto che, pur essendo una libera e autonoma scelta della Chiesa cattolica, non è più considerabile solo un fatto interno ad essa, perché ha conseguenze che la trascendono. Tra pedofilia, preti con prole più o meno nascosta, omosessuali occasionali, o semplici consumatori di pornografia, la cronaca mostra sempre più spesso una verità ben conosciuta all’interno della Chiesa, ma malvolentieri evocata: la frequente fragilità dell’identità sessuale ed emotiva di una parte – minoritaria, va detto, ma significativa – del clero. Tema su cui tuttavia, all’interno, si evita accuratamente di dibattere. Se ne parla, se ne sussurra, ma ci si rifiuta di trarne le conseguenze. Che sono anche più serie e gravi in altri contesti, come in Africa o in America Latina, dove la scelta in sé è spesso malintesa quando non irrisa, e il problema comincia già nei seminari. Del resto, che non sia dogma ma tradizione, peraltro iniziata circa un millennio dopo Cristo (e non condivisa dall’ortodossia e dal protestantesimo) è cosa nota, ed è un aspetto non marginale delle difficoltà del dialogo ecumenico. Anche i laici, e in particolare i laici cristiani, i praticanti, oggi cominciano a chiedersi se non sia lecito, su di essa, aprire un dibattito franco.

Il secondo pilastro è di principio: legato al diritto di controllo dell’opinione pubblica, e al ruolo della legge civile e della giurisprudenza. La Chiesa non ama né la pubblicità né il dibattito interno, specie se coinvolge anche i laici. Basta leggere la stampa cattolica, soprattutto in Italia, per rendersene conto: schiacciata sulle posizioni dei vertici, al punto che quando si alza qualche voce dissonante, ciò che dovrebbe essere normale, fa notizia di per sé. E, quando ha potuto, ha cercato, spesso con successo, di sottrarsi alla legge e alla giurisdizione italiana (chi non ricorda gli scandali dello Ior?). E’ quanto troppo spesso è avvenuto a proposito di pedofilia, con conseguenze gravissime, che ora si ritorcono contro la Chiesa stessa. L’opinione pubblica non accetta più che qualche cittadino voglia considerarsi al di sopra o a parte rispetto alla legge, anche se, e forse tanto più, se si tratta di un ecclesiastico, che dovrebbe essere e comunque si pone anche come esempio morale.

Il terzo è un aspetto più sociologico: l’intangibilità della Chiesa in quanto istituzione. in Italia in particolare, parlare male della Chiesa, nello spazio pubblico, è difficile. Detestata magari in privato, è ossequiata in pubblico, soprattutto dalla politica, spesso al di là del lecito, e non di rado da clericali senza fede, che ne strumentalizzano il messaggio o si prodigano nel compiacerla con l’auspicio di ricavarne consenso. In qualche modo, a seguito di questi scandali, la società sembra aver trovato il modo di poter legittimamente criticare la Chiesa. Al punto che è cominciata una ricerca dello scandalo talvolta pretestuosa, nella misura in cui va a scoperchiare episodi di venti o trent’anni fa usandoli, in questo illegittimamente, come criterio interpretativo della Chiesa di oggi, o della Chiesa in sé. Una conseguenza ingiusta. Che tuttavia è almeno in parte la conseguenza inevitabile e in qualche modo meritata di comportamenti di separatezza e di presunzioni di intoccabilità troppo a lungo praticati. L’auspicio, naturalmente, è che servano da lezione per il domani. Nel riaprire il dibattito, interno in primo luogo, sul ruolo stesso della Chiesa nella società.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Scandalo pedofilia: L’intoccabilità della chiesa, in “Il Piccolo”, 15 marzo 2010, pp. 1-2

Il frate che seppe rimproverare pubblicamente i potenti (Sant’Antonio)

Pellegrinaggio. Miracolo. Salvezza. Sono le tre parole chiave del ‘fenomeno’ Sant’Antonio. Parole antiche, che rispondono anche a pratiche moderne.

Il pellegrinaggio ha anche modalità laiche: l’andar per mostre, per concerti, per shopping, e poi il turismo di massa, il rito del week-end, gli esodi vacanzieri. Anche lì in coda per ore: ma senza quel perché solido, primordiale, vivo. E lontani mille miglia dall’esperienza del pellegrino, fatta anche, persino in mezzo alla folla, di momenti di silenzio, di solitudine, di introspezione. Il pellegrinaggio offre tutto questo: in più mette in contatto persone, cammini, culture. Dà un senso al disagio, alla difficoltà, alla sofferenza: perché lì anche l’attesa ha uno scopo. Ed è un’esperienza forte perché la si con-divide, e questo aumenta l’emozione del momento. E perché ha una meta: che non è il punto d’arrivo, ma il cammino in sé. Non la risposta alla domanda: ma l’inesausto porsela. Come nel racconto del pellegrino russo.

Il miracolo. Il parallelo laico più evidente, oggi, è forse il cinema: dove il soprannaturale, il misterioso, l’incredibile, il non razionale, il non realistico, il non spiegabile, accadono continuamente. Ed è precisamente per questo che andiamo a vedere i film: per ritrovarci altrove, e possibilmente in un altrove magico. Ma andiamo a cercarlo anche nella vita: inseguendo guaritori, maghi, santoni, strane pratiche new age, che ci danno un assaggio del potere del divino, che entra nella vita e la cambia. Che opera la svolta che vorremmo e che da soli non riusciamo a darle. Mal che vada c’è sempre un terno al lotto, un gratta e vinci, il biglietto vincente di una lotteria, a dare la speranza del cambiamento. E per chi non ce la fa, la fuga: nell’alcol, nella droga, nelle esperienze più disparate, nella mobilità che cerca il cambiamento nello spostarsi, nel fare di continuo cose nuove, perché le altre, le solite, non hanno senso, o non ce lo troviamo.

La salvezza. Quella dell’anima e quella del corpo. Non a caso, in latino, salute e salvezza sono una parola sola: salus. Il “liberaci dal male” che si ripete nel Padre nostro, ma anche il concreto liberarsi dai mali, dalle malattie: o almeno, se ci si riesce, dare loro un senso, riuscire a sopportarle e a sopportarne le conseguenze, a conviverci. Non a caso c’è un grande ritorno, anche nelle religioni, al senso della guarigione. E guarire e curare vanno in parallelo: si può guarire una malattia, ma se non si può, si può sempre prendersi cura del malato. Non a caso in passato il prete si chiamava anche curato. Le religioni che praticano la guarigione sono oggi quelle di maggiore successo. Gesù guariva malati e indemoniati. I suoi discepoli pure. La teologia e le chiese occidentali di oggi, che insistono sulla razionalità della fede, a cominciare da tante dichiarazioni del Papa, l’hanno un po’ troppo messo in ombra. E nel mondo, le religioni che fanno più proseliti sono quelle pentecostali, o i gruppi cattolici, oggi maggioritari rispetto al cattolicesimo occidentale, che nel terzo mondo fanno le stesse cose: guariscono, liberano dai demoni, cambiano la vita. E non sono metafore: sono fatti. Il Santo dei miracoli ce lo ricorda. Non a caso intorno a lui c’è così tanta devozione.

Poi, dietro il fenomeno Sant’Antonio, c’è la sua persona. Che di cose, pochissimo messe in evidenza, ce ne ricorda anche altre.

L’importanza dello studio e del sapere, ad esempio. Antonio legge tantissimo: è uomo di vasta cultura teologica, di solide basi dottrinali. Sa l’importanza di tutto questo, pur in un ordine giovane ed entusiasta, che vive ancora del carisma di Francesco. E fonda, infatti, il primo studentato teologico francescano, a Bologna. Una città universitaria, come Padova, dovrebbe ricordarsene: dopo tutto, se il Santo è il suo primo luogo di attrazione, ma su tempi brevi di permanenza, l’Università è il suo primo polo di richiamo su base stabile, per periodi più lunghi, per intraprendere altri cammini.

Poi il rapporto e il dialogo tra culture. Antonio, portoghese, viaggerà molto. Vuole andare persino a predicare nelle terre dell’islam, e se possibile a convertire i musulmani. Se ne andrà in Marocco, anche se sarà costretto a tornare molto presto, a seguito delle malattie che contrarrà in Africa. Ma per convertire bisogna conoscere, bisogna prendere sul serio, bisogna rapportarsi personalmente, bisogna incontrare, bisogna mettersi in gioco. Più o meno il contrario di quanto troppi stanno facendo nelle nostre città, proprio a proposito di immigrazione, e di musulmani.

Infine: Antonio è molto esplicito e molto netto, anche nel linguaggio. Soprattutto è durissimo con i ricchi, i notabili, i potenti, se agiscono malamente. Li chiama per nome e cognome, quando occorre: e li accusa. Ma assumendosi le sue responsabilità: andandoci lui, di persona, come farà con Ezzelino. E sa che bisogna dire la verità, anche se fa scandalo, anche se il silenzio è più gradito, da costoro. Non c’è ombra di ipocrisia, di acquiescenza al potere. Anche da questo, forse, c’è qualcosa da imparare.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Il frate che seppe rimproverare pubblicamente i potenti (Sant’Antonio), in “Il Mattino”, 19 febbraio 2010, pp. 1-7

Cattolici e politica, una nuova sfida (la candidatura Bonino)

Allievi S. (2010), Cattolici e politica, una nuova sfida (la candidatura Bonino), in “Il Piccolo”, 13 gennaio 2010, p.1 A PR

La candidatura di Emma Bonino alla Regione Lazio apre una sfida culturale e politica nuova, per molte ragioni. Una di queste è che essa costringe a ripensare, su basi diverse, il rapporto dei cattolici con la politica, e non solo nel Partito Democratico.

La candidatura è di per sé spendibile e plausibile: la Bonino ha una caratura politica, e di persona capace di servire le istituzioni, fuori discussione. Lo ha dimostrato come commissario europeo e come ministro della repubblica. Ed è probabilmente la migliore candidatura possibile, per il centro-sinistra, in questo momento: l’unica in grado di dare del filo da torcere alla candidata del centro-destra, pure una figura anomala, che farebbe della sfida laziale, non solo perché tra due donne, una partita di straordinario interesse.

Tuttavia il nome di Emma Bonino, e quello dei radicali, produce discussione all’interno del mondo cattolico. Qualcuno, nel PD, ha già minacciato di andarsene, se la Bonino fosse la candidata della coalizione. Si pensi alla teodem Binetti, e a qualche altro, come Castagnetti, che ha manifestato fastidio. Ma esponenti popolari di grande prestigio, come Marini, hanno avuto invece parole lusinghiere nei confronti della candidata.

Dunque, qual è lo stato della questione? Innanzitutto, il punto di partenza. Che è la pessima figura fatta dai cattolici in politica alla guida della regione Lazio. Marrazzo cattolico lo era: e, dopo lo scandalo che lo ha giustamente travolto, il fatto che abbia chiesto scusa al Papa ma non ai suoi elettori è la dimostrazione di un senso dello stato e delle istituzioni assai vicino allo zero. Che rende poco credibile la posizione di quei cattolici che si arrogano il diritto di dare patenti di legittimità morale ad altri.

Ma c’è di più. Verissimo che su divorzio, aborto, e ultimamente con il testamento biologico, i radicali hanno ribadito posizioni etiche opposte a quelle della Chiesa cattolica. Ma siamo certi che siano anche posizioni avversate dai cattolici? Il risultato dei referendum di allora testimonia che non è così. Ma anche sul caso Englaro i cattolici, come hanno dimostrato i sondaggi del periodo, si dividevano sostanzialmente a metà, come i laici. Era la Chiesa, e i teodem, che facevano vedere una posizione sola: creando qualche problema non solo di visibilità delle posizione altre, ma di democrazia al loro interno.

E ancora, i teodem davvero rappresentano i cattolici del centrosinistra? La risposta è un secco no. La Binetti è una miracolata del ‘porcellum’ elettorale. Con il sistema delle preferenze non sarebbe mai entrata in Parlamento: non, almeno, nel PD, dove l’elettorato cattolico, pur presente, non si identifica affatto con le sue posizioni. E la sua uscita, per passare magari con Rutelli (egli pure, dopo tutto, un ex leader radicale: segno che le vie del Signore sono davvero infinite), pur non auspicabile, rappresenterebbe in questo senso un elemento di chiarezza. I cattolici del PD sono piuttosto rappresentati da Marino e Franceschini, l’uno ex segretario e l’altro candidato tale, e quindi tutt’altro che invisibili o marginali, che dalle posizioni solitarie della Binetti.

Ma c’è di più. La partita è davvero sul ruolo dei cattolici in politica. La lunga stagione del card. Ruini ha il demerito storico di aver portato la Conferenza Episcopale a diventare essa stessa un attore politico, in prima persona. Questa scelta ha portato alla marginalizzazione dei politici cattolici, ridotti a meri esecutori della volontà della Chiesa. Si è uccisa così la grande stagione del cattolicesimo politico: che, da Sturzo a De Gasperi a Moro, lungi dall’essere marginale, è stata il cuore stesso della fondazione della repubblica, il cui esito più solido, a testimonianza di questo ruolo, è la Costituzione repubblicana (e, a livello europeo, il processo di unificazione: che vede politici cattolici come promotori – da Adenauer a De Gasperi a Schuman – e un loro straordinario peso come leaders dell’unione, da Delors a Prodi).

L’esito di questa politica è stato controproducente su più fronti. Si è umiliato il ruolo e il peso della laicità, e dei laici, in politica e nella Chiesa, consentendo oltre tutto lo svilupparsi di attori cattolici autonominatisi molto sui generis, dagli atei devoti alla Ferrara ai clericali non credenti della Lega e d’altrove: difensori del crocifisso e della simbolica cattolica, ma non del cattolicesimo praticato e dei suoi valori; sostenitori delle ‘radici cristiane’, ma dimentichi che il Vangelo dice che non dalle radici, ma “dai loro frutti li riconoscerete”.

Ecco quindi che la Bonino, anche come simbolo di battaglie sui diritti che, come tali, dovrebbero essere una bandiera della cattolicità praticata – dalla fame nel mondo alla moratoria contro la pena di morte, dai migranti ai carcerati, dalle donne infibulate ai malati di sla – ma anche per il metodo politico scelto (la non violenza, lo sciopero della fame, la testimonianza personale), diventa una pietra d’inciampo e un segno di contraddizione, per usare espressioni evangeliche, con cui non è possibile continuare a non interloquire, accontentandosi di scomuniche e anatemi: essi stessi simboli di una cattolicità che non piace più, nemmeno ai cattolici.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Cattolici e politica, una nuova sfida (la candidatura Bonino), in “Il Piccolo”, 13 gennaio 2010, p.1

Il Carroccio crea paure e ci guadagna

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Manifesto_30122009

Allievi S. (2009), «Il Carroccio crea paure e ci guadagna», in “Il Manifesto”, 30 dicembre 2009, p.4, intervista di Cinzia Gubbini

Ma per il carroccio il crocifisso è un’arma

Ma per il carroccio il crocifisso è un’arma

Di lotta e di governo. Così si presenta la Lega nei confronti della Chiesa.

Da un lato le polemiche odierne del ministro Calderoli contro il cardinal Tettamanzi, reo di parlare un po’ troppo spesso di immigrati e rom: che si inseriscono in una lunga tradizione leghista, che ha sempre assimilato la Chiesa, in toto, a Roma ladrona. Le polemiche contro i ‘vescovoni’, come li ha chiamati più volte sprezzantemente Bossi, contro la Caritas, o contro le prese di posizione ecclesiali, specie sull’immigrazione ma non solo, non si contano, e fanno parte della storia culturale della Lega. Ne sono, anzi, la matrice, coerentemente reiterata nel tempo, di cui i riferimenti neo-pagani (dal dio Po ai matrimoni celtici) sono una costante platealmente sbandierata.

Anche le polemiche contro la chiesa ambrosiana sono del resto di vecchia data, risalendo ai tempi del cardinal Martini. La curia milanese è stata sempre un obiettivo prediletto: non amata dai leghisti, anche perché essa non ha mai fatto mistero di non amare la Lega, e gli egoismi che rappresenta. Peccato di lesa maestà doppiamente grave, essendo la diocesi ambrosiana anche la culla del leghismo e del suo capo indiscusso. Da qui battaglie politiche che assomigliano molto a tentativi di ingerenza, che a qualcuno hanno fatto ritornare in mente i tempi delle nomine vescovili caldeggiate dall’imperatore di turno: e oggi, non c’è dubbio, nel Nord comanda, sempre più, la Lega.

D’altra parte c’è anche una Lega alla disperata ricerca di benedizioni, se non di benemerenze, ecclesiali. E’ la Lega che difende il crocifisso – seppure considerato simbolo identitario e non religioso, e quindi più facilmente trasformabile in arma contundente – proponendone persino l’apposizione sulla bandiera nazionale (singolarmente proposta dall’ex-ministro Castelli, che di suo ha preferito sposarsi celticamente). Del ministro Zaia che al meeting di Rimini va a proporsi, e a proporre la Lega, come il vero bastione della cristianità e il nuovo interprete dello spirito crociato. Del ministro Calderoli, altro esponente leghista sposato celticamente, e del gran capo Bossi, in visita al patriarca Scola, primo alto esponente ecclesiale a riceverli (9 aprile), per un’ora e mezza di misteriosi colloqui, forse favoriti dalla comune origine lombarda e dalla strategica collocazione nel Nord. O dell’incontro ancora più autorevole con il cardinal Bagnasco (3 settembre): un quarto d’ora forse più simbolico che di contenuto, e probabilmente, almeno nel breve periodo, più utile alla Lega che alla Cei.

Incontri volti a proporre un improbabile volto conciliante e filo-clericale della Lega, ma anche, probabilmente, a tentare di suggellare un patto di egemonia culturale condivisa e non più concorrenziale su un Nord sempre più saldamente in mani leghiste, e il cui elettorato è in parte significativa cattolico.

Difficile intravedere gli scenari che questi tentativi mettono in luce.

Sul lato ecclesiale la Lega si manifesta boccone indigesto. Tanto che Bagnasco, nei mesi successivi all’incontro, non ha mancato di polemizzare duramente con la Lega, sulla questione della moschea genovese come sul caso Tettamanzi; e Scola è portatore di una visione del ‘meticciato delle culture’ molto più complessa e problematica, e certamente più ‘alta’, delle semplificazioni leghiste. La Lega di governo al Nord diventerà tuttavia un fatto compiuto sempre più difficile da ignorare, e si può presumere che questo porterà a una normalizzazione progressiva dei rapporti. Anche se si può ipotizzare che resteranno, nel mondo ecclesiale, tanto alla base quanto al vertice, forti sacche di resistenza culturale all’assalto leghista. Ma si sa: anche Mussolini aveva cominciato la sua carriera politica con infuocati comizi in favore dell’ateismo, intimando a Dio, se esisteva, di incenerirlo all’istante, e ha finito per firmare i Patti Lateranensi. La piroetta leghista dal folklore neo-celtico al bacio dell’anello cardinalizio non è, dopo tutto, più estrema.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 11 dicembre 2009, p. 1-4

La ‘dottrina Obama’, tra conflitti veri e immaginari

La ‘dottrina Obama’, tra conflitti veri e immaginari

La ‘dottrina Obama’, i conflitti locali, e i rapporti tra islam e occidente

Conflitti veri e conflitti immaginari

Il conflitto tra islam e occidente si manifesta in molti modi diversi. Il più evidente, a livello globale, è ovviamente quello del terrorismo islamico transnazionale, da un lato, e delle guerre condotte sul suolo islamico da potenze occidentali, dall’altro. Ma esso ha anche manifestazioni interne all’Europa, più ordinarie e al contempo più frequenti, spesso basate su conflitti di convivenza: talvolta reali, più spesso con basi empiriche dubbie ma un forte coinvolgimento, sul piano emotivo come su quello culturale (simbolico) e politico. Si pensi a questioni come l’hijab (il cosiddetto velo islamico) o le moschee, ma anche ad altre questioni legate alla visibilità culturale nella scuola e alle questioni di genere.

La presenza dell’islam all’interno dello spazio pubblico europeo non poteva del resto passare né socialmente né culturalmente inosservata. Essa è troppo visibile per non indurre dibattiti e anche tensioni: segno che si tratta effettivamente di un evento che tocca corde sensibili, o che viene percepito come tale. E che il fatto – l’islam come seconda religione in Europa per numero di fedeli (se si vuole, il passaggio dei musulmani dallo statuto di ex-nemici a quello di co-inquilini) – è di quelli che sono legittimamente considerabili come storici.

L’islam è messo in discussione in sé, spesso attraverso interpretazioni essenzialiste e semplicistiche delle modalità di rapporto tra religione e politica che propone. L’islam è poi messo in discussione in alcuni suoi aspetti, per come si manifestano nei paesi musulmani e non solo; di questi aspetti, i più mediatizzati sono certamente la condizione della donna e il fondamentalismo. Infine, esso produce e induce dibattito sui fondamentali della società, sui limiti delle sue possibilità di ‘apertura’, sui suoi confini, su svariate interpretazioni di possibili ‘soglie di tolleranza’. Tutto ciò accade senza che, di solito, si tratti di un confronto/scontro diretto con i musulmani; per lo più si tratta di dibattiti interni alle società di accoglienza, a proposito dei musulmani e dell’islam. Vi sono tuttavia, oltre ai dibattiti sull’islam, anche alcuni concreti esempi di confronto/scontro sociale e culturale (tra sub-società e tra culture, dunque, o per meglio dire tra esponenti e rappresentanti delle medesime) manifestatisi sul suolo europeo, che hanno coinvolto direttamente degli attori sociali musulmani, e che hanno provocato tensioni, discussioni, manifestazioni di ostilità, forme di rifuto o di ripensamento. Tra questi, anche delle controversie che, più che nello spazio pubblico, sono controversie sullo spazio pubblico. Un punto, questo, che ci pare ancora più cruciale, implicando la percezione del controllo sul territorio, il suo imprinting simbolico. Un aspetto che, seppure con le doverose cautele, potrebbe essere studiato non solo con gli strumenti della sociologia della cultura, ma anche con le categorie proprie dell’etologia e della sociobiologia. Il controllo del e sul territorio non è dopo tutto solo un fatto culturale e simbolico; è anche (rimane, nonostante tutto) un segno assai concreto e materiale di dominio, di potere. Pensiamo in particolare alla costruzione di moschee o la concessione di spazi cimiteriali specifici.

La questione è importante per vari motivi. Da un lato infatti la presenza di comunità straniere sembrerebbe presupporre come conseguenza banale e del tutto ovvia che esse desiderino anche avere propri luoghi di incontro in base alla religione di appartenenza, come li hanno del resto anche le minoranze ‘interne’, ovvero cittadine. D’altro canto intorno a questa questione sono nati conflitti persino sorprendenti: segno di un disagio e di un rifiuto più profondo del suo bersaglio occasionale. Conflitti che fanno pensare che in questione non sia il fatto in sé (quasi nessuno tra coloro che vi si oppongono direbbe che vuole impedire a qualcuno di pregare: la ragione evocata è sempre altra), ma qualcosa di più profondo, legato all’appropriazione simbolica del territorio, che ha a che fare anche con la storia e la sua ri-costruzione, ma anche con dinamiche sociali profonde.

Su questo tema, nell’ambito delle attività svolte presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova, sono state svolte negli ultimi due anni, coordinate da chi scrive, diverse ricerche. La prima e più importante è riassunta oggi in un report, frutto di una ricerca finanziata dal Network of European Foundations, con il supporto di Ethnobarometer, con analisi empiriche svolte in 11 paesi europei, che sarà presentato a Vienna il 7 di ottobre, nel corso di una conferenza internazionale, alla presenza delle più alte autorità politiche e religiose, dal Presidente della Repubblica al Cardinale di Vienna, e di una folta rappresentanza di operatori dei media. Il titolo, Conflicts on Mosques in Europe, rende già conto del fatto che si è voluta esaminare non solo il fatto in sé – il diffondersi delle moschee – ma precisamente la dimensione conflittuale che è implicata e le sue dinamiche. Nello stesso ambito è stata condotta anche una ricerca sulle moschee in Italia, nel Veneto e a Padova (il cui testo sarà pubblicato in italiano in ottobre: S. Allievi, a cura di, L’ospite inatteso, Milano, Franco Angeli), e prodotto il documentario di F. Dal Lago e C. Dall’Osto, Fuori dal ghetto. Storia controversa della moschea di Padova, presentato al Bo il 27 maggio 2009. Questi ultimi lavori sono stati svolti coinvolgendo gli studenti dei corsi specialistici di Sociologia e di Comunicazione, attraverso una sperimentazione anche didattica svolta nell’ambito del corso di Globalizzazione e pluralismo culturale.

Una delle risultanze di queste ricerche, che non è possibile qui riassumere nemmeno per grandi linee, è che anche quando si sollevano casi empirici circoscritti e limitati, molto presto il dibattito scivola su meta-temi che finiscono per evocare categorie astratte e globalizzanti, come islam/occidente, islam/cristianesimo, islam/Europa. L’empirico e il sociale, insomma, lasciano il posto molto rapidamente al politico e al culturale, spesso attraverso forme di mediatizzazione e di strumentalizzazione politica che si incaricano precisamente di connettere i due livelli: quello strettamente locale, e quello globale, da cui si prendono in prestito, per così dire, le chiavi di lettura di tipo conflittuale.

La ‘dottrina Obama’

Il paradigma base di queste riflessioni è infatti ordinariamente, esplicitamente o implicitamente, quello del clash of civilizations, attraverso una sorta di ‘huntingtonizzazione’ dei conflitti anche locali. Proprio per questo diventa interessante analizzare i segnali che vanno in direzione opposta: verso l’abbandono del paradigma del clash, che è stato il più formidabile meccanismo legittimante dei conflitti, sia su scala globale che micro e locale. Il più recente, il più importante, il più ‘globale’ e il più esplicito tra questi segnali l’ha dato il presidente americano Obama, con il suo ‘discorso all’islam’ del 4 giugno 2009 dall’Università del Cairo. Vale la pena quindi tentarne un’esegesi, perché i suoi effetti si riverbereranno anche sulla percezione e sull’uso dei conflitti a livello locale e micro.

L’annuncio della svolta c’era già stato nel discorso di Chicago, al momento della sua elezione, e poi nell’intervista ad Al-Arabiya di gennaio, nel discorso della mano tesa all’Iran, e ancora nell’intervento al parlamento turco in aprile.

Con l’intervento del Cairo – il grande discorso da una capitale islamica annunciato entro i primi cento giorni di mandato, e arrivato un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, ma con un grado di consapevolezza inaspettato – la svolta si è compiuta. La ‘dottrina Obama’, come già oggi è lecito chiamarla, viene declinata in tutti i suoi aspetti, in un’ora di discorso densissimo di riferimenti: che, non è un’esagerazione, segnerà le relazioni tra Stati Uniti e mondo islamico, e più in generale tra islam e occidente, negli anni a venire.

Non si tratta solo di una grande offensiva mediatica, volta a cambiare l’immaginario e la simbolica delle relazioni tra Stati Uniti e mondo islamico: che già sarebbe importante. La svolta, anche di stile, rispetto alla precedente amministrazione Bush e più in generale alla politica estera americana, non potrebbe essere più netta: davvero “a new beginning”.

Obama ha capito che non si trattava solo di fare un gesto di buona volontà: una nuova visione dei rapporti con l’islam è anche chiaramente vantaggiosa per gli Usa, tanto quanto la precedente politica è stata controproducente. E Obama non solo lo pensa: questa visione la incarna nel proprio nome e la vive sulla propria pelle, letteralmente. E consapevolmente li gioca in questa chiave.

Le linee guida di questa politica non sono cambiate dalla sua elezione: fine dell’unilateralismo e dell’isolazionismo, apertura di credito al mondo islamico (ferma sui principi, ma attenta ai problemi interni e amichevole nello stile), fine del collateralismo compiacente con Israele. Testimoniato dalle parole ferme sugli insediamenti, che non si sentivano da anni da parte della leadership americana; ma senza nulla concedere al pregiudizio antiebraico così fortemente presente nel mondo islamico.

Vediamone in dettaglio i contenuti.

“Thank you, shukhran, assalamu aleikum”. Comincia così, tra gli applausi e i ringraziamenti, il discorso del ‘new beginning’, in cui la ‘dottrina Obama’ sull’islam è stata per la prima volta compiutamente articolata.

Una visione che si rivolge ad altri attori riconoscendoli come interlocutori, innanzitutto: ed è già un cambiamento significativo rispetto a una politica in passato basata essenzialmente su convenienze ‘di potenza’ solo pudicamente velate, ma non celate, da discorsi di più ampio respiro e da una visione pur esistente, ma essenzialmente autocentrata. Con l’inevitabile dimensione retorica che da una visione ci si aspetta: che, del resto, era fortemente presente anche all’interno del paradigma interpretativo precedente.

A cominciare dalla prima applaudita citazione coranica: “Be conscious of God and speak always the Truth (Sii cosciente di Dio e dì sempre la verità)”. Con assoluta tranquillità applicata da Obama innanzitutto a se stesso, e al suo ruolo, alle vesti assunte al Cairo: che qualcosa di profetico l’avevano effettivamente, e volutamente.

I richiami storici avevano la stessa funzione: di captatio benevolentiae, ma non solo. Dal riconoscimento del ruolo della civilizzazione islamica nell’aprire la strada al Rinascimento europeo, all’aver voluto ricordare che il primo paese ad aver riconosciuto gli Stati Uniti è stato un paese islamico, il Marocco. Dal tributo alla tolleranza islamica medioevale a quello, personale e più ‘americano’, all’eguaglianza razziale nell’islam.

La rivendicazione orgogliosa del mito americano è stata l’altra faccia di questa visione: a cominciare dal fatto che oggi “un uomo che si chiama Barack Hussein Obama sia presidente degli Stati Uniti”. Ma le citazioni sono state anche più dense. Il richiamo alla libertà religiosa, al fatto che non c’è un solo Stato negli Usa dove non ci sia una moschea (e ve ne siano 1200 in totale), alla libertà delle donne musulmane di portare l’hijab garantita dal governo Usa fin nelle corti (due riferimenti che varrebbe la pena di meditare in Europa), fino all’episodio toccante del primo musulmano-americano eletto al Congresso nell’ultima tornata elettorale che ha giurato sul Corano che faceva parte della biblioteca personale di Thomas Jefferson. Corde giuste, per rivolgersi ai musulmani. Che hanno tuttavia mostrato di applaudire anche temi più delicati e problematici: dai riferimenti alla libertà di vestiario e di istruzione delle donne, all’applauso venuto dopo i riferimenti alle vittime della discriminazione religiosa in Bosnia e Darfur.

Sulla questione israelo-palestinese, l’equidistanza, ferma nel difendere i diritti degli uni e degli altri, e altrettanto nel definire l’amicizia con Israele ‘unbreakable’ e quindi fuori discussione, ha dato la linea. Con fermezza, tuttavia, sui punti delicati del riconoscimento reciproco, del no alla violenza, dell’orizzonte dei due stati che possano vivere entrambi in pace e sicurezza.

Nessun tentennamento sulla violenza religiosa. Quella di Al-Qaeda, innanzitutto, di cui ha avuto l’intelligenza di ricordare che le sue prime vittime, non solo sul piano politico ma anche concretamente su quello dei numeri della morte, sono stati i musulmani. Ma più in generale del fanatismo e del fondamentalismo: in quel contesto, proprio per come l’ha costruito, Obama ha potuto permettersi il lusso di stigmatizzare il fatto che “alcuni musulmani hanno la fastidiosa tendenza (disturbing tendency) di misurare la propria fede sulla base del rifiuto di quella altrui”.

“A new beginning”, quindi, quello prospettato. La fine, davvero, del paradigma del “clash of civilizations” – di fabbricazione americana ma di utilizzo globale – che ha dominato l’ultimo quindicennio, e che Obama ha esplicitamente contestato: per il suo essere, chiosiamo, più una profezia che si autorealizza che una constatazione empirica. Un nuovo inizio in cui si dica basta agli stereotipi reciproci: quelli occidentali sull’islam e quelli musulmani sull’America e l’occidente. In cui si metta da parte la paura e la sfiducia costruita per anni. Fino allo slancio finale: profetico, davvero. “E’ più facile iniziare delle guerre che finirle. E’ più facile parlare male degli altri che guardare dentro di sé; guardare quello che ci differenzia rispetto alle cose che abbiamo in comune. C’è una sola regola che sta nel cuore di ogni religione – che facciamo agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi”: che, per lo stupore di molti, è anche una citazione coranica, oltre che biblica, accolta da applausi convinti.

In crescendo, Obama ha anche proposto una parafrasi del suo fortunato slogan, “Yes, we can”: “Abbiamo il potere di costruire il mondo che vogliamo”. Fino alle tre citazioni finali dal Corano, dal Talmud e dalla Bibbia; quest’ultima, forse con qualche accento autobiografico, era “Beati i costruttori di pace…”. Fino al saluto islamico del cristiano ‘laico’ Obama: “Thank you. And may God’s peace be upon you”

Le conseguenze in Europa.

In sintesi, non è stato un gesto di debolezza, questo di Obama: al contrario, è una posizione di forza, che non potrà non piacere ad un mondo arabo che culturalmente ha ancora il mito della nobiltà del gesto e della forza d’animo del capo, anche se lo pratica assai poco, e a cui piace farsi sedurre dal carisma politico del leader.

La definizione della ‘dottrina Obama’ nei confronti dell’islam procede quindi senza incertezze.

C’è solo da auspicare che, come in passato per altre ‘dottrine’, si sostanzi di una politica di lungo termine e, quindi, di atti concreti. I primi segni si sono già visti: la chiusura di Guantanamo è già avviata, il ritiro dall’Iraq pianificato, seppure non così a breve termine come qualcuno si aspettava, l’impegno per la soluzione del conflitto israelo-palestinese attivato, e persino un diverso atteggiamento nei confronti dell’Iran ha cominciato a manifestarsi (l’incognita, semmai, è se sarà raccolto).

Le questioni spinose le ha nominate tutte, e questo è un buon punto di partenza. Quelle spinose per gli Stati Uniti: le reticenze maggiori si sono registrate sull’Iraq, che non ha avuto il coraggio di chiamare almeno un errore, come ha fatto prima di essere presidente, se non una tragedia. E quelle spinose per i musulmani: diritto all’esistenza e alla sicurezza di Israele, democrazia, libertà religiosa, diritti della donna. Ma ha avuto l’intelligenza di rivolgersi, con un doppio livello di intervento, sia ai governi che ai popoli: e almeno con i secondi il successo di Obama appare garantito.

Intanto c’è da registrare almeno che il clima è cambiato. Negli Stati Uniti, nei confronti dei paesi islamici e dei musulmani. E, prima ancora, nei confronti delle opinioni divergenti, dato che, dal Dipartimento di Stato alle università (dove per un certo periodo ha dominato un’isterica caccia alle streghe, non troppo diversa da quella maccartista, fatta anch’essa di liste di proscrizione dei docenti scomodi, di siti di denuncia e diffamazione come ‘campus watch’, di finanziamenti pilotati ai soli amici fidati), non dominano più i falchi dell’islamofobia occidentalista che avevano reso irrespirabile l’aria culturale su questi temi negli anni di Bush. Ma soprattutto tra i musulmani: l’applauso da popstar che ha concluso il suo discorso, seppure tributato da un pubblico particolare, lo sancisce.

Intanto, c’è da domandarsi se anche l’Europa sarà capace di farsi sentire. Qui gli Obama – capaci di vantare come un onore il fatto che vi siano oltre 1200 moschee negli Stati Uniti, e il fatto che il governo abbia difeso persino in tribunale il diritto delle ragazze musulmane di portare l’hijab – scarseggiano. E anche alle elezioni europee del giugno 2009 hanno guadagnato altro terreno gli imprenditori politici dell’islamofobia: dall’Olanda all’Ungheria, dalla Gran Bretagna all’Italia. C’è, dunque, materiale di riflessione anche per noi. In Italia, in particolare.

Stefano Allievi

“Il Bo”, n.2, dicembre 2009, pp. 2-6