Niente è più come prima: 6 mesi fa, il Covid

La minaccia era apparentemente minimale: invisibile ad occhio nudo, ignota nelle sue cause, difficilmente prevedibile nei suoi effetti, e per questo inizialmente presa sottogamba, pur se rapidissima nella sua diffusione. La reazione messa in piedi dalla comunità internazionale è stata disordinata e tardiva ma gigantesca nelle sue dimensioni: mai nulla prima aveva prodotto una mobilitazione tanto ampia, da parte di così tanti e con tale massiccia sostanza di mezzi a disposizione. Si sono potute così disinnescare le conseguenze maggiormente catastrofiche di quella impercepibile minaccia.
Eppure, nonostante la reazione, quel maledetto virus ha cambiato davvero molto, nelle nostre vite e nel nostro immaginario. Con conseguenze di lungo termine sulle nostre persone e sulle nostre società.
Abbiamo (ri-)scoperto di essere fragili e mortali. Non che non lo fossimo: ma cercavamo di nascondercelo, riuscendoci. La lunga marcia verso un avvenire di vita sempre più lunga, sempre più in salute, con sempre più opportunità, circondati da sempre maggiore abbondanza di mezzi, per sempre più persone, ha subìto una brusca frenata. Una società che si credeva amortale, adagiata nel proprio benessere, cullata da illusorie certezze, si è improvvisamente scontrata con la fragilità dei propri fondamentali. Come una casa di legno apparentemente solida ma in realtà minata dai tarli: i problemi strutturali già c’erano, ma non si vedevano. L’arrivo di un ultimo imprevisto e indesiderato inquilino ha fatto crollare muri che si credevano portanti, e il pavimento, cedendo di schianto, ha portato con sé chi era più in basso.
Più o meno, nella società, è andata così. Non a caso il lascito principale del virus è stato un aumento impressionante delle diseguaglianze, che le misure di emergenza hanno solo in parte tamponato: e nemmeno si vede nella sua interezza, perché il peggio deve ancora venire. Per chi è stato schiacciato verso il basso si vedranno soprattutto in questa difficile ripresa autunnale, e ancor più all’inizio dell’anno prossimo, quando saremo vicini al primo anniversario del nostro arrenderci al primato del virus, alla sua incontestabile forza che ha smascherato le nostre debolezze: l’inizio del lockdown. Per chi sta in alto, e per le conseguenze della crisi altrui è schizzato ancora più in alto, invece, si vedono già, o si vedrebbero se non fossero nascoste dagli effetti dell’emergenza che ci coinvolge, e che finisce per pretendere quasi tutta la nostra attenzione. Pensiamo ai grandi quasi-monopolisti, da Amazon alla grande distribuzione, e a tanti settori che si sono trovati all’intersezione dei nostri bisogni – dalle tecnologie della comunicazione alla stessa sanità – così come altri settori si sono trovati improvvisamente ai margini, dalla mobilità delle persone e dal turismo alla cultura.
La società si è divisa più incisivamente che mai attraverso tre crinali fondamentali, che potremmo chiamare le “3G”: tra garantiti e non garantiti, tra generi, e tra generazioni.
I garantiti (rentiers, lavoratori della pubblica amministrazione, pensionati), talvolta senza aver preso alcuna iniziativa, senza alcuna vera capacità di resilienza, hanno potuto occuparsi solo dei problemi della (propria) salute, spesso lavorando meno di prima, e in un certo senso guadagnando addirittura di più, visto che sono diminuite le occasioni di spesa; i non garantiti hanno perso molto o tutto: il lavoro, se dipendenti (per ora poco visibilmente, finché dureranno il divieto di licenziamento e la cassa integrazione), i beni e le attività se commercianti, artigiani, partite Iva, imprenditori che non hanno potuto ricominciare a lavorare, o l’hanno fatto in condizioni drammaticamente peggiorate, perdendo risorse, ordinativi, clientela, opportunità, crediti diventati inesigibili, possibilità di finanziamento.
Le disparità di genere si sono approfondite, anche per la disattenzione quasi totale alle conseguenze sulle famiglie delle decisioni prese (riguardo alla scuola, ai nidi e agli asili, ad esempio, ma anche alla improvvisa drastica riduzione di servizi offerti da parte delle amministrazioni pubbliche di differente livello, dagli istituti di cura agli assistenti sociali). Il grosso del peso ha finito per gravare ulteriormente sulle donne, facendo fare passi indietro enormi al percorso di emancipazione femminile – in un paese che in questo era già messo male – con perdite di lavoro, salario, opportunità di carriera, e tempi dedicati al lavoro di cura enormemente (ri-)dilatatisi.
Le diseguaglianze generazionali, già gravissime prima – in un paese con la natalità più bassa d’Europa, il maggior disequilibrio negativo tra nati e morti, l’età media più elevata, le proiezioni più drammatiche nel rapporto tra popolazione attiva e pensionati (che era di tre a uno prima del Covid, e potrebbe diventare di uno a uno nel giro di un decennio), e una leggendaria immobilità sociale – sono aumentate drammaticamente in pochi mesi. Ad esse si aggiungono i 150 ulteriori miliardi di euro di debito pubblico finora decisi, che graveranno sulle spalle delle prossime generazioni. Di fatto, i meglio garantiti, che sono soprattutto maschi e anziani, hanno fatto scelte (forse all’inizio inconsapevolmente: ora non ne siamo più tanto sicuri, dato che costituiscono il grosso delle classi dirigenti, che sempre si autotutelano, e anche il nerbo delle principali constituency elettorali), che pagheranno soprattutto i non garantiti, le donne e i giovani.
Ecco perché questo momento eccezionale, in qualche modo apocalittico, costituisce anche uno spartiacque, una sfida alle nostre capacità di scelta, e alle nostre inerzie. O diventa riflessione sulle crescenti ingiustizie nelle nostre società (apocalisse significa precisamente questo: svelamento, e al contempo rivelazione), e tentativo di porvi rimedio, o ci ritroveremo a vivere in una società insostenibile e irriconoscibile.
Lo sconfitto principale, ma anche il principale imputato, in Italia è sicuramente lo Stato: non il senso dello Stato, che si è invece sorprendentemente manifestato oltre ogni aspettativa nella disciplina con cui si sono accettate tutte le misure di coercizione, anche le più contraddittorie, balzane e costose per individui e imprese. Ma lo Stato inteso come gestione della cosa pubblica, comprese le sue articolazioni regionali e locali: tanto preda di un’ansia da visibilità, fatta tuttavia più di parole che di azioni, quanto incapace di veramente organizzare, programmare, gestire nel quotidiano le decisioni prese sulla pelle dei cittadini. Un fallimento che si è visto non tanto nella sanità, che in qualche modo ha retto l’emergenza (ma ancora non è in grado di gestire la normalità della prevenzione e delle “3 T”: test, tracciamento e trattamento), ma soprattutto nella scuola, abbandonata a se stessa, e tuttora priva, a sei mesi dalla chiusura e alla vigilia della riapertura, di linee guida, direttive, procedure e piani di emergenza. Eppure si tratta delle funzioni fondamentali dello Stato, che oggi – persino più ancora, agli occhi dei cittadini, del monopolio della forza legittima e dell’esercizio della giustizia (peraltro a livelli miserandi per un paese civile) – ne giustificano l’esistenza (e la legittimità dell’imposizione fiscale) più di qualunque altra, e sono alla base di quello che chiamiamo welfare state: sanità e scuola, appunto, ma anche assistenza sociale (tutela dei più deboli) e previdenza.
Siamo in una crisi drammatica, ma krísis deriva da un verbo che significa distinguere, separare, scegliere, discernere, giudicare. E il bivio di fronte a cui ci troviamo è questo: trovare le tre o quattro priorità intorno a cui ricostruire il patto sociale, la necessaria richiesta di “lacrime e sangue” che ci si prospetta, o avvitarsi in una “spirale del sottosviluppo” (cui ho fatto riferimento in un libro che la descrive – vedi nota) che rischia di portarci ancora più in basso, e ancora più lontano dal novero delle nazioni civili. Per far questo però occorre una visione, una leadership capace di perseguirla, un consenso intorno alle scelte fatte. Più un auspicio che un dato di realtà, per ora. Un obiettivo da perseguire, per elites e classi dirigenti che si assumano la responsabilità di essere davvero tali, e per un popolo che ritrovi la voglia di essere qualcosa di diverso da un insieme di individui. È la nostra responsabilità di oggi. Se vogliamo avere un domani.

Quel prima e dopo il Covid che ha diviso la società in tre, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 agosto 2020, p. 1-2-3

Nota: Il libro cui si fa riferimento è La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ha futuro, Laterza, 2020

Se lo Stato abbandona la scuola

Dopo il danno subito lo scorso anno scolastico – terminato malamente da casa, con buchi enormi, di cui studenti e famiglie pagheranno le spese negli anni a venire – la scuola avrebbe dovuto essere la priorità numero uno della ripresa. E invece, a meno di un mese dalla riapertura, abbiamo la riconferma della disfatta dello stato. L’istruzione, che è uno dei suoi compiti primari, partirà male, solo per alcuni, con diseguaglianze ulteriormente aggravate.
Tante discussioni superficiali sui banchi monoposto – che peraltro arriveranno in numeri ridotti, solo in alcune scuole, e pure ad anno scolastico già iniziato, costringendo a ripensare la suddivisione degli spazi in corso d’opera – e zero riflessioni sull’essenziale. Si doveva puntare sul “tutti a scuola, a qualunque costo”, e ci ritroviamo con un “alcuni a scuola, altri no”, senza criterio: chi ha trovato gli spazi e le soluzioni bene, chi non ce l’ha fatta, peggio per lui, o per essere precisi, per gli utenti. Si doveva potenziare la didattica a distanza, migliorando e qualificando l’offerta, e facendo in modo che fosse fruibile da tutti, ma anche su quel versante si è fatto poco o nulla.
Ieri, su questo giornale, il direttore dell’Ufficio scolastico padovano dichiarava che per almeno il 40% dei ragazzi degli istituti superiori le lezioni a distanza saranno inevitabili: senza previsioni sul ritorno alla normalità, che si intuisce lontana – non giorni, non settimane, ma mesi, per alcuni forse l’intero anno scolastico. Sarebbe come se un dirigente d’azienda dichiarasse che quasi metà delle linee di produzione non ripartiranno. Senza che l’amministrazione subisca conseguenze, che ricadranno tutte e interamente sulle famiglie e gli studenti. Certo, non è colpa dei singoli dirigenti, o dei singoli presidi, se non hanno trovato spazi e soluzioni alternative: in assenza di linee guida precise, di input percorribili, di finanziamenti, di collaborazioni a livello locale. Ma è ammissibile che sia così, e basta? E che lo accettiamo? Proviamo a vederla da un altro punto di vista. Quanti corsi obbligatori sono stati organizzati per formare i docenti, in questa estate eccezionale di un anno eccezionale, che avrebbe dovuto prevedere decisioni e investimenti eccezionali? A livello nazionale, regionale e locale, tanto per chiarire che nessuno può dichiararsi innocente? La risposta, purtroppo, è zero, o lì vicino. Quanto tempo dei docenti è stato dedicato alla formazione? Solo quello che i docenti stessi, su base volontaria, hanno deciso di dedicarci, facendo da soli, in base alla propria sensibilità e capacità. Quanto denaro è stato investito sulle tecnologie necessarie, nelle scuole? Assai poco: molto al di sotto del minimo sindacale della decenza. Quanto è stato fatto per fare sì che le famiglie possano sfruttare questa opportunità (computer e tablet per chi non ce li ha, formazione per chi ne ha bisogno, connessione per chi non se la può permettere, soluzioni per i genitori che lavorano)? Anche qui, poco o nulla, sulla base delle iniziative di alcuni – magari del volontariato organizzato, o di istituzioni più sensibili – ma senza niente di strutturato, e soprattutto di dimensionalmente adeguato all’entità del problema.
In pochi mesi ci siamo indebitati di oltre 100 ulteriori miliardi di euro. Alle scuole, solo le briciole di tutto questo denaro, e meno ancora in termini di intelligenza, innovazione, progettualità, creatività. Il che dà il segno di quanto veramente ci teniamo. E del perché – non avendo alcuna contezza delle vere priorità del paese – meritiamo di pagare il prezzo del nostro fallimento istituzionale. Anche l’anno prossimo, dovranno pensarci le famiglie (le mogli e le madri soprattutto, sulle quali maggiormente è gravato il costo e la responsabilità dei figli a casa). Chi c’è c’è, chi non c’è si arrangi. Che non è solo una dichiarazione d’impotenza. È Il peggior messaggio educativo che potevamo trasmettere.

La disfatta dello stato, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 19 agosto 2020, editoriale, p.1

Il virus della xenofobia. Covid-19: il vizio di dare la colpa agli stranieri

È il virus stesso ad essere uno straniero: un alieno, anzi proprio la creatura malvagia che viene da fuori per mangiarci dall’interno, come nella saga dei film di Alien. Come tutto ciò che non conosciamo – straniero, estraneo, strano si equivalgono un po’ in tutte le lingue – ci fa paura. E come sempre la paura ci fa rispolverare tutto l’armamentario (anche linguistico) bellicista del nemico da combattere. Se poi si sommano due estraneità (il virus che viene da fuori, lo straniero che viene da altrove), ecco che si crea una specie di chimica delle emozioni che produce un inevitabile risultato: il capro espiatorio. L’equazione è semplice, efficace retoricamente e forse politicamente: peccato che sia falsa.
La stragrande maggioranza di chi è stato contagiato, come ovvio che sia, lo è stato da un autoctono, spesso un familiare, un collega o un amico: altro che nemico esterno. Anche gli stranieri che se lo sono preso, magari portandolo dentro una caserma dove – convivendo a stretto contatto, e non per propria volontà – se lo sono poi passato tra di loro, se lo sono preso fuori: in Italia, per così dire, presumibilmente da italiani, magari al lavoro (come normale che sia: nessuno il virus ce l’ha innato, dunque tutti lo prendiamo da qualche parte, fuori da noi).
Del resto, sono più gli stranieri che siamo andati a infettare a casa loro che quelli che hanno infettato noi. E quando il virus è venuto da fuori, è venuto spesso con stranieri al di sopra di ogni sospetto come imprenditori, turisti e sportivi, non certo ospiti dei centri d’accoglienza, o magari (citiamo dalla cronaca locale) da imprenditori italiani comportatisi incautamente all’estero prima di rientrare. Di cui non si chiede tuttavia l’espulsione, o la chiusura delle case, perché non è possibile, e non ha senso. Tutto ciò, semplicemente perché il virus è un apolide che non conosce frontiere, né differenze etniche o religiose, o di opinioni politiche. Viaggia come capita, distingue certo tra comportamenti cauti e incauti, ma per il resto è questione anche di fortuna, diciamocelo francamente: o di condizioni di vita (certo, una villetta con giardino è meglio delle camerate di una caserma o di un carcere).
Tutto ciò lo capisce anche un bambino. Ma non chi usa il virus per scopi ideologici o elettoralistici. In questo senso, più che accusare gli immigrati dei centri di accoglienza, che vivono nelle caserme in condizioni di promiscuità che non hanno certo scelto, di essere degli untori, incitando alla loro espulsione, ci si dovrebbe forse interrogare, e magari fare un qualche mea culpa, sul fatto di aver impedito per anni l’accoglienza diffusa, dove queste cose non accadono: segno che non è l’essere stranieri la caratteristica problematica, ma il vivere in determinate condizioni.
La situazione è anche il frutto dei mancati controlli. E qui dovrebbe farsi qualche domanda anche chi si è lamentato per anni per il costo eccessivo dell’ospitalità degli immigrati: i famosi 35 euro al giorno, ridotti drasticamente con Salvini ministro dell’interno a poco più di 20, erano in realtà uno dei costi più bassi d’Europa in assoluto. E il problema è proprio quello: con quei soldi si fa, malamente, l’accoglienza, non si fa certo l’integrazione insegnando lingua, cultura e formazione professionale, figuriamoci i controlli sanitari.
Poi, certo, i centri vanno monitorati, controllati, i contratti vanno revocati se mal gestiti. Ma bisogna anche creare le condizioni perché funzionino.
A fronte dello stesso problema si possono fare scelte diverse. Il Portogallo, a inizio crisi Covid, ha voluto una regolarizzazione generalizzata degli immigrati proprio per motivi sanitari, per controllarli meglio. Da noi, onestamente, a chi è mai fregato qualcosa della salute degli immigrati? Si sa che pesano meno sul servizio sanitario perché lo usano meno? Che sono sovrarappresentati nei pronto soccorso perché vanno in ospedale all’ultimo, proprio quando stanno male, e sottorappresentati in tutti gli altri settori? Che l’unico ambito in cui c’è una presenza maggiore è anche quello che ci serve per salvare la nostra tragica demografia (quasi un bimbo su cinque ha almeno un genitore immigrato)? E allora, ben venga il monitoraggio oggi: ma, magari, pensarci prima?
Dopodiché l’atteggiamento giusto non è fare gli incendiari, a colpi di polemiche. Ma dare una mano a risolvere i problemi. È questo che giustifica ruolo, onori ed oneri di chi governa. A livello nazionale, regionale e locale.

Untori e memoria corta
, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 7 agosto 2020, editoriale, p.1

Scuola, università, didattica a distanza: cosa c’è da salvare

Gli esiti degli esami di maturità sono stati vissuti da molti come una specie di regalo agli studenti. L’esame solo orale, la decisione di non bocciare sostanzialmente nessuno, l’aumentato numero di ‘centini’ (gli studenti che hanno ottenuto il massimo dei voti) rischierebbero così di costituire un handicap per il loro futuro universitario.

Il ragionamento in realtà andrebbe meglio circostanziato. È senza dubbio vero che un lockdown mal gestito, sostanzialmente affidato alle sole capacità e disponibilità dei docenti (e delle famiglie), ha lasciato indietro molti: quelli che stavano in scuole o avevano docenti che non si sono attrezzati e non erano capaci di fare didattica a distanza, i moltissimi che non avevano i mezzi materiali (computer personale, banda sufficiente) o culturali (famiglie che sostenevano e aiutavano i figli) per seguire i programmi. Questo è un dramma che lascerà cicatrici pesanti sul prosieguo degli studi di soggetti spesso già deboli, in termini di capitale sociale e culturale.

Ma le cose sono state diverse man mano che saliva l’età degli studenti. Gli impedimenti materiali di alcuni sono rimasti: la capacità di cogliere le opportunità didattiche è tuttavia proporzionale alla maturità degli studenti. Già alle superiori la capacità di seguire le lezioni ha potuto consentire un apprendimento abbastanza efficace, nonostante tutto. Certo, l’esame solo orale di per sé produce mediamente voti più alti: come so anche per esperienza personale, avendo fatto, a seconda del numero di iscritti agli appelli, esami orali o scritti a studenti della medesima materia. Se ho un numero fisso di domande, a cui a ciascuna corrisponde un punteggio, l’errore scritto produce un calo immediato del voto (pensiamo a un test di matematica): nell’orale invece si tende a favorire la capacità di ragionamento dello studente. Certo, dipende dalle materie, ma certamente in quelle umanistiche (talvolta anche in quelle legate alle scienze hard), la valutazione può essere più completa nell’orale: pur nella consapevolezza che c’è sempre, in ogni valutazione, un inevitabile elemento soggettivo (ma c’è anche nell’apparente oggettività dello scritto, o persino di un quiz a risposte chiuse).

Aggiungo tuttavia una riflessione: che, certo, si applica a studenti adulti. Lo scorso semestre, non potendo fare lezione in presenza, ho scelto la cosiddetta modalità asincrona: invece di utilizzare piattaforme come zoom, ho videoregistrato le mie lezioni e le ho caricate sul sito dell’università, per un totale di quasi una cinquantina di video. Bene: quest’anno ho avuto i risultati degli esami migliori di sempre. Sia nella capacità creativa di chi ha scelto (come è possibile nel mio esame) l’elaborazione di un testo, un video o altro, sia in chi ha fatto il tradizionale colloquio orale, seppure a distanza. Un risultato controdeduttivo, anche un po’ sorprendente e che non contribuisce all’amor proprio, per un docente che si reputa bravo e ottiene buone valutazioni dai propri studenti.

Me lo spiego con diversi fattori. Il maggiore tempo a disposizione degli studenti, per quelli che l’hanno saputo usare bene: chiusi in casa, non avevano molto altro da fare. La continuità di attenzione che consente il video rispetto alla lezione in presenza: se, da studente, mi distraggo o voglio fare una pausa, interrompo, mi faccio un caffè e poi ricomincio – in più posso rivedere ciò che mi ha interessato maggiormente o al contrario non ho ben compreso (ho video che sono stati visti di più, e persino discussi con altri, cosa che non si può fare a lezione). Infine, mi sembra, la vicinanza, via schermo, del volto del docente (e dello studente, all’esame) produce una paradossale intimità e familiarità: vero, attraverso uno schermo, ma i nostri volti sono a venti centimetri l’uno dall’altro. Se si riesce a creare contatto, e fiducia, si è insomma paradossalmente vicini, e capaci di trasmettere molto, anche attraverso il linguaggio non verbale. Alla fine di un corso, lo studente finisce per conoscere abbastanza a fondo il docente, e ciò che ha detto: persino più che in presenza.

Non vuole essere, il mio, un panegirico della didattica a distanza. Al contrario, non vedo l’ora di tornare in presenza. Perché si è persa comunque la dimensione della socialità, da cui pure si apprende moltissimo, è parte fondamentale dell’esperienza didattica e maieutica, ed è tanto più importante quanto più scende l’età dello studente. Ma forse è il caso di leggere anche l’esperienza che abbiamo forzosamente dovuto fare con occhi diversi. Abbiamo scoperto anche cose che non ci aspettavamo. E di cui dovremo imparare a tenere conto.

 

Rivalutare la didattica a distanza, in “Corriere della sera – Corriere veneto”, 28 luglio 2020, editoriale, p.1

La nostra estate autarchica. Il futuro del turismo in Italia

Il Covid – evento globale per eccellenza – ha avuto come contraccolpo di rendere di nuovo reale ciò che la globalizzazione aveva tentato di superare e smaterializzare: i confini. E non si tratta di parole d’ordine ideologiche, frutto di un sovranismo di ritorno; ma della ricerca – fisica, corporea – di un qualcosa che possiamo considerare spazio intimo, rassicurante: casa, e i suoi immediati dintorni. Quella che in inglese si chiama non a caso homeland, e che in italiano più che allo spazio tende a riferirsi alle relazioni primarie, domestiche: come nel concetto di patria, e ancora più di madrepatria, che richiama le relazioni fondative di ciascuno di noi.

Siamo stati obbligati a rimanere a casa a lungo, forzosamente: e a riscoprirla, nel bene e nel male. È significativo tuttavia che, adesso che ci possiamo muovere, tendiamo a farlo senza troppi strappi, rimanendo nella casa più ampia rappresentata dagli ambienti familiari, e in primo luogo tra chi parla la nostra lingua, e possiamo quindi riconoscere come affine, di cui ci sembra di poterci fidare.

Non è solo una questione economica: anche se le ragioni di portafoglio pesano, per una parte enorme di italiani (i non garantiti), le cui tasche si sono svuotate più o meno significativamente in questi mesi. Temiamo che non sia nemmeno, principalmente – anche se l’argomento esiste – una questione di solidarietà, di altruismo: voler aiutare chi è rimasto colpito dalla crisi, in un “prima gli italiani”, anche questo, non ideologico, ma di cuore, forse di pancia. È proprio una questione di senso di sicurezza, e di familiarità. L’idea che non vorremmo – se dovesse succedere qualcosa – essere troppo lontani da casa, dai nostri affetti, e anche dal nostro sistema sanitario nazionale, che abbiamo imparato a rivalutare. Qualcuno ha già vissuto questo strappo nel periodo del lockdown: gli altri vogliono evitarselo d’istinto.

E così tornano le vacanze vicino a casa, possibilmente a portata d’automobile, che per gli italiani è sempre stata associata alla sicurezza prima ancora che alla libertà: una piccola casa mobile, uno spazio familiare che fa parte dei ricordi e del vissuto di ciascuno.

Non è una sensazione che vivono solo gli italiani. Tutte le previsioni ci dicono che quella che negli anni scorsi sembrava una spinta alla mobilità inesorabile e perfino nevrotica, che ogni anno infrangeva i record dell’anno precedente su viaggi d’affari, turismo e voli aerei transnazionali, ha subìto una battuta d’arresto che non sarà di breve momento. Anche perché pure la corporate money, che per non poche aziende rappresentava una delle prime poste di bilancio, e che ha dato origine a un pezzo di mercato della mobilità importante e ricco in tutte le città globali, subirà una contrazione significativa, ora che molte imprese hanno capìto che una parte significativa dei contatti personali e delle riunioni di lavoro è sostituibile da un investimento sullo smart working e il lavoro a distanza. Il Covid ci ha costretto a un salto tecnologico da cui non torneremo indietro, anche in questo.

L’Italia, paese a forte vocazione turistica, naturalmente ci perde più di quanto ci possa guadagnare dalle vacanze italiane di un popolo molto vocato all’esterofilia anche in materia di viaggi. Guadagniamo turismo autoctono: ma ne perdiamo molto di più dall’estero. Il settore sarà quindi soggetto a una contrazione. Ma anche a una trasformazione, che potrà essere subìta o guidata. E qui entrerà in gioco la capacità di resilienza degli imprenditori del settore, e loro capacità di investire nei turismi specialistici, capaci di attrarre nuove figure e di allungare la stagione della ricettività.

La botta sarà pesante per il settore, ma anche utile a vederne le debolezze, che erano già presenti e strutturali, ma rese meno visibili dai successi del passato, dovuti spesso più alle trasformazioni globali (banalmente, l’aumento dei turisti e della mobilità mondiale) che a capacità attrattiva propria. Per troppi anni nel Nordest – in particolare in Veneto, prima regione turistica d’Italia – ci si è cullati sui successi (l’aumento annuale delle percentuali di turisti), come se fossero effetto della propria bravura. Il confronto con aree simili – che crescevano più di noi, lasciandoci comparativamente indietro – avrebbe dovuto suggerirci invece che le persone non avevano un irrefrenabile desiderio di venire in Italia perché erano meglio servite, ma solo perché abbiamo cose che altri non hanno: ciò che non è stato merito degli operatori del settore, ma di una storia, di una cultura e di un paesaggio che poco è stato fatto per valorizzare.

Il Covid non ha fatto che mostrare le debolezze strutturali del mondo di prima, aggravandole. Ma non potremo uscire dall’emergenza occupandoci di essa. È alla struttura antecedente e alle sue fragilità che bisogna guardare, sanandole, e ripartire da lì.

 

La nostra estate autarchica e il ritorno dei confini, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 20 luglio 2020, editoriale, p.1

Ripartire, ma come? A teatro con Allievi

Corriere del Veneto, 24 luglio 2020, p. 14

La cultura dell’emergenza. E perché è un problema

La discussione sulla proroga dello stato di emergenza in Italia mostra quanto la cultura dell’eccezionalità sia ormai diventata pervasiva e potente, al punto che ci siamo sostanzialmente assuefatti ad essa.

Il presidente del consiglio butta lì, con sconfortante nonchalance, in una chiacchierata con la stampa, che chiederà la proroga dei suoi poteri fino al 31 dicembre – altri 5 mesi! – senza che nemmeno gli passi per la testa che dovrebbe doverosamente informare, prima, il parlamento. E i più si adeguano. I partiti sostenitori del governo, ovviamente, buona parte dei media, ma soprattutto dei cittadini. E si è lasciata la protesta in mano ai partiti di centro-destra e alla Lega (ironicamente, la stessa Lega che giusto un anno fa, senza nemmeno la plausibile motivazione del Covid, chiedeva i pieni poteri per il proprio uomo forte, e leader di tutto il centro-destra), come se la cosa non avesse alcuna rilevanza di metodo e di principio. E invece ce l’ha eccome.

È evidente che lo stato d’emergenza italiano non ha nulla a che fare con i golpe, gli Orban o le dittature sudamericane, e può avere una funzione in caso di recrudescenza della pandemia. È altrettanto evidente, tuttavia, che la sensibilità democratica conta. In Europa alcuni paesi non l’hanno mai introdotto, altri l’hanno introdotto con limiti cogenti, e quasi ovunque è terminato in aprile, in Spagna il premier Sanchez andava ogni 15 giorni a farselo rinnovare davanti al parlamento, giustificandone l’utilità finché è stato necessario. Solo da noi, tra i paesi civili, è ininterrottamente in vigore dall’inizio dell’emergenza e se ne chiede l’estensione fino a fine anno. Oltre tutto, trattandosi di un provvedimento che, volendo, potrebbe essere reintrodotto in un quarto d’ora di consiglio dei ministri, in caso di necessità.

Perché allora, da noi, questa vistosa eccezione? Per molti motivi. Cominciamo da quelli davvero funzionali: per abbreviare la catena di comando e aumentare la rapidità di decisione. Il che la dice lunga sulla fiducia che gli stessi governanti (i governati lo sanno per esperienza) hanno sulla loro capacità di gestire i processi: essendo abituati al fatto che la normalità non funziona, ci affidiamo all’eccezionalità (purtroppo, solo illusoriamente, come si è visto con l’incapacità dei commissari nazionali anche solo di procurarci delle mascherine, non parliamo di una efficace e generalizzata gestione di tracciamenti e tamponi). Le ragioni vere, di comodo, però sono altre: lo stato d’emergenza dà una vastissima vetrina a chi governa, una certa condiscendenza degli opinion leaders, e un consenso generalizzato da parte della pubblica opinione maggiormente impaurita; ecco perché, dichiarato esplicitamente o meno, ne hanno fatto grande uso i governanti sia a livello nazionale che regionale. In più, questo stato di cose silenzia sostanzialmente le opinioni contrarie, e soprattutto mette in ombra, sotto la visibilità delle grandi questioni (come è appunto lo stato di emergenza), i piccoli malfunzionamenti della macchina che l’emergenza dovrebbe gestirla: in Italia, senza riuscirci un granché. Tanto che potremmo dire che la situazione di emergenza sia anche conseguenza dell’incapacità di gestire l’emergenza: che produce la necessità di strumenti speciali come lo stato di emergenza. Stessa logica di chi, in altro ambito, non gestendo l’immigrazione fin dalla regolarità degli arrivi, produce irregolarità e di conseguenza insicurezza, cui risponde chiedendo consenso per leggi speciali e decreti sicurezza.

Infine, chi governa sa bene che la logica del nemico esterno funziona benissimo per convincere la polis ad unirsi sotto la guida dei governanti, contro la minaccia che viene da fuori (dal mondo minaccioso della foresta: i forestieri, i foresti, appunto). Da Tucidide a Carl Schmitt, passando per Machiavelli e Hobbes, questa logica è quella che, da che mondo è mondo, spinge a dichiarare una guerra per silenziare l’opposizione interna e guadagnare consenso tra i sudditi. Il fatto che il nemico esterno, oggi, non sia uno stato, un esercito straniero, una minoranza interna da usare come capro espiatorio, ma un virus, non cambia la sostanza e l’efficacia del meccanismo.

 

Emergenza infinita e democrazia, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 luglio 2020, editoriale, p. 1

Il potere dei senza potere

Non c’è più il potere di una volta: quello ostentato, visibile, terribile, presente nella mitologia, nella nostra immagine del Medio Evo, nelle gesta delle popolazioni guerriere, nelle tragedie di Shakespeare. Quello lo cerchiamo nella fiction, ma lo vediamo meno spesso nella realtà. Non che non esista. Ma per i nati nella parte più fortunata del mondo assume forme meno potentemente barbariche. E più di frequente in ambiti lontani dalla politica, piuttosto che al suo centro.

Certo, il potere pervade ogni cosa: sta alla società come l’energia sta alla fisica. Non c’è relazione, a cominciare da quelle di coppia, e di amicizia, che non ne sia intrisa. Eppure proprio a cominciare dalla coppia, dall’amicizia, dalla famiglia, possiamo imparare che si può suddividere diversamente da come si è fatto tradizionalmente, che non c’è nulla di ineluttabile nelle sue attribuzioni così come nelle sue modalità di esercizio. Nei rapporti di forza, oggi, c’è sempre qualcuno che ricava più dell’altro, ma raramente l’altro è del tutto disarmato, e a poco a poco lo si impara.

Lo sappiamo dalla solitudine di re e potenti quando scoprono che il mondo, nonostante tutto, gira da solo. Come in un personaggio raccontato nel Piccolo principe, il re che ordina al sole di tramontare pur di sentirsi obbedito, facendo finta di non sapere che il sole lo avrebbe fatto comunque. Ma c’è una trasformazione più recente del potere, che potrebbe avere conseguenze importanti in futuro: la sua perdita di efficacia – di potere, appunto… Sempre più il problema non è quello di conquistare il potere, ma di riuscire a fare davvero quello che si vuole o si è promesso di fare una volta che lo si è conquistato. È la scoperta amara che fanno oggi i politici, dai presidenti degli Stati Uniti ai presidenti del consiglio nostrani: una volta che ci sei arrivato, a quella che è considerata l’incarnazione suprema del potere, non è detto che tu possa davvero attuare le politiche che ti sei proposto. Semplicemente perché esistono innumerevoli soggetti che hanno anche loro un potere: non foss’altro che un potere di interdizione, di rallentamento dei processi, se non di loro boicottaggio – dalle burocrazie alle magistrature, dai sindacati a comitati di ogni tipo, passando per la forza d’inerzia, che per Tolstoj era la forza più grande della storia. Processo evidentemente più visibile nelle democrazie, ma che riguarda anche altre forme di governo, perché è dovuto alla complessità delle relazioni e alla numerosità dei soggetti, non solo agli strumenti della rappresentatività e alla trasparenza dei meccanismi. In un certo senso, la società complessa produce i suoi propri limiti. E scopriamo l’esistenza del potere diffuso, di sottopoteri e contropoteri, oltre che l’efficacia del soft power, cioè la capacità di persuadere, di convincere, di sedurre, o magari di cooptare, rispetto all’idea più grossolana degli hard powers, basati su indici quantitativi, a cominciare dal numero di armi e armigeri (lo diceva già Talleyrand a Napoleone: “Con le baionette, sire, si può far tutto, tranne una cosa: sedervisi sopra”; e comandare è tranquillo esercizio del potere, è sedersi, per così dire). È dunque il passaggio dall’hard power al soft power che caratterizza la società plurale e complessa: meno bisognoso di ricorrere alla violenza primigenia del potere, ma più efficace. O forse, tout court, “la fine del potere”, come titola un libro del politologo Moisès Naím, che descrive appunto questo progressivo indebolimento.

Questa idea del potere, che ne denuncia i limiti di efficacia, ha anche sottili implicazioni per l’idea stessa di democrazia: non tutte positive, dato che mette in questione anche la sua efficacia in termini di “democrazia decidente”, e dunque di azione capace di produrre conseguenze reali. Da un lato abbiamo scoperto i limiti del potere: che non ha più nemmeno una sede, un palazzo d’inverno che possa essere conquistato – ma molte e diffuse. Ed è buona cosa. Dall’altro, se il potere è innanzitutto potere di fare, di produrre il reale, dobbiamo toglierci anche molte illusioni sulla sua efficacia. Da questo, naturalmente, può venire anche un bene. Diceva Lao-Tse: “È meglio essere una guida che un padrone”. Cristo si servirà del potere rinunciandoci. Forme di cittadinanza sociale, e di organizzazione dal basso, territoriale o comunitaria, oggi, provano a organizzare nuove forme del potere: e a praticarle.

 

Senza potere, in Confronti, n. 7/8, luglio-agosto 2020, p. 37, rubrica “Il mondo se…”

Contro la perfezione

In sociologia – e più in generale nel dibattito sociale – non ci si imbatte frequentemente nella dicotomia perfetto/imperfetto. Se ne può parlare di una persona, quando si è innamorati (salvo autoaccusarsi di cecità, quando la fase dell’innamoramento passa – e passa…); di un’opera d’arte, per motivazioni estetiche, quando ci si lascia andare ad espressioni enfatiche (anche questo tipo di perfezione è sempre relativo a un’epoca – poi anche questa passa); pure di una società, quando ci si esercita nell’immaginarla, la società perfetta: e qui siamo nel campo dell’utopia (come anche nei due ambiti precedenti, probabilmente), o dell’ideologia, certo non della sociologia, o banalmente dell’osservazione realistica. La perfezione, insomma, per riprendere una frase non a caso proverbiale, non è di questo mondo. Dell’altro, non abbiamo testimonianze dirette.

Nessuno si azzarda a immaginare di vivere in una società perfetta. Qualcuno – sempre meno persone, sempre meno spesso, con sempre meno convincimento – afferma di volerla costruire: fondamentalismi politici e religiosi, per esempio. In ogni caso, la perfezione non è mai immaginata nel presente: è sempre qualcosa che caratterizza un ipotetico futuro (noi homines novi – guarda caso, quasi mai si tratta di donne – noi avanguardia, noi eletti, costruiremo la società perfetta, la Gerusalemme celeste in terra, ecc.), o un altrettanto ipotetico passato, nostalgicamente romanticizzato e mitizzato (l’età dell’oro – di solito quella delle origini, degli inizi, della fondazione: di un movimento, di una religione, di uno stato…). Già questo dovrebbe insospettirci. Ed è quello che probabilmente insospettisce i contemporanei, che vivono sempre di più nel presente, e sono sempre meno capaci di proiettarsi sul futuro quanto di conoscere il passato.

Di solito se ne parla male, della presentificazione degli orizzonti, testimoniata tanto dalla diminuita propensione al risparmio o a procreare o a impegnarsi in legami e lavori di lungo periodo, quanto dal minor investimento in utopie politiche e in fedi religiose che proiettano il loro orizzonte troppo nell’aldilà – in altre generazioni (socialismo realizzato) o dopo la propria morte (cristianesimo incluso, che tuttora troppo spesso dimentica la parte del messaggio che riguarda “il centuplo quaggiù” in favore di quella relativa alla “vita eterna”). Ma questo ‘presentismo’ ha probabilmente anche un lato positivo: siamo meno disponibili a farci coinvolgere, a fare sacrifici (vulgo: a farci fregare), in nome di un obiettivo alto e altro, e quasi sempre altrui, lontano (mentre siamo ancora relativamente disponibili a farlo per le persone vicine e cause più prossime). Lo fa meno la gente comune, almeno. Lo fanno ancora i fondamentalisti, appunto – minoranza pericolosa, ma pur sempre minoranza.

Ora, quello che crediamo è quello che percepiamo, e quello che percepiamo è quello che accade: “Se una cosa è percepita come reale, essa sarà reale nelle sue conseguenze”, come recita il teorema sociologico di Thomas. Da qui la perdita di importanza della dicotomia perfetto/imperfetto. Non la percepiamo: dunque non è reale nelle sue conseguenze.

Contano invece, continuano a contare, altre dicotomie: puro/impuro (su cui si fondano alcune religioni – non tutte – e la stessa sociologia delle religioni, basti pensare a Durkheim), e superiore/inferiore, ad esempio – peraltro tra loro legate. Proviamo a dedicare loro qualche breve considerazione: poco più di un cenno, molto meno di un approfondimento.

C’è un inquietante ritorno sulla scena pubblica e politica del linguaggio relativo al puro e all’impuro, applicato ad esempio alle comunità etniche, che per definizione pure non lo sono mai: non esiste una cosa che si possa chiamare razza (o etnia) pura, ed è quindi impossibile e velleitario qualsiasi tentativo di purificazione etnica e razziale. Ma il loro richiamo è una sirena seducente: che sé-duce, che conduce a sé. Questo richiamo non è identico alla dicotomia tra perfetto e imperfetto. Purificare è un tentativo, un mezzo, per recuperare uno stato di perfezione: ma sempre provvisorio, di efficacia assai temporanea. L’impurità si insinua sempre e inesorabilmente nel quotidiano, e occorre ricorrere nuovamente al rituale della purificazione. Da qui però la tentazione di provarci, anche in maniera simbolica, rituale, appunto: ricorrendo a rituali certo semplificati, ma che hanno questo identico obiettivo. Trasformando il diverso in capro espiatorio, per esempio: da punire o espellere ritualmente. Eccezionalizzando la sua presenza sottoponendolo a legislazioni specifiche (dagli immigrati alle minoranze religiose, abbiamo numerosi esempi a supporto). Ma vale anche nei confronti per esempio dei gay e del mondo LGBT, e di altri fastidiosi tipi di diversi e di diversità.

Questa dicotomia si richiama a quella superiore/inferiore. È la razza, civiltà, etnia, religione, modello familiare, cultura (e quant’altro) che si autodefinisce superiore che tende a eterodefinire l’altra come inferiore, e nel caso a purificarsi dalla sua presenza, espellendola da sé, o a purificarla per renderla meritevole di accedere al mondo dei puri.

Qui c’è un altro aspetto che differenzia purezza e perfezione. La perfezione è uno stato che costa fatica raggiungere (si tende alla perfezione – e non la si raggiunge mai): la purezza è uno stato che uno ha o non ha, per nascita, o perché l’ha acquisito in maniera relativamente facile, praticando ‘magicamente’ un rituale di purificazione, appunto, quale che sia – un’abluzione, o l’ingestione di un cibo puro e purificante, o una benedizione. Dunque è alla portata dei più. E garantisce più facilmente quell’autodefinizione in termini di superiorità così psicologicamente tranquillizzante…

Sono, questi fenomeni – probabilmente – una reazione ai processi di globalizzazione percepita, che ci rende esposti all’insignificanza e dunque al ritorno a – alla ricerca di – nuovi orizzonti identitari, nuove collettività di riferimento (elettive, tuttavia, raramente ascritte) – gli identitarismi, appunto: fondamentalismi, razzismi, etnicismi, tribalismi metropolitani (dal tifo calcistico alle mode identitarie che ci definiscono – e separano dagli altri – per modi di vestirsi, tipi di musica ascoltata, modalità di utilizzo del tempo e frequentazione di luoghi particolari e caratterizzati). L’individualizzazione di massa, che pure ha i suoi lati positivi, inclusa una democratizzazione dell’aspirazione ad avere un significato, porta a un’affermazione di massa dei (propri) diritti, ma anche la paura di non farcela, da cui il rancore nei confronti degli altri (impuri, inferiori, se del caso) a seguito della propria perdita di posizioni (sociali, culturali, di status) acquisite, un’insularità crescente delle opinioni, e la chiusura – o il tentativo di chiusura – nella cerchia dell’identificazione in tribù omogenee, come avviene trasparentemente anche nei social network. Ma questa tensione non è un destino. La verità, dopo tutto, è che non ci riusciamo davvero, a fare quello cui aspiriamo. Le caratteristiche strutturali stesse di una società complessa e plurale ce lo impediscono. Le identità sono fragili, i confini permeabili, possiamo acquisirle ma anche rifiutarle, trasformarle, ibridarle, meticciarle, sostituirle…

Alla fine, ci tocca accontentarci di noi stessi, di come siamo. E per tentativi ed errori, passando inevitabilmente attraverso conflitti che sono la fisiologia sana, e non la patologia, della società plurale, siamo costretti a moderare le nostre aspirazioni: incluse quelle identitarie.

La tensione si riduce a fare bene, a fare meglio, a stare meglio. Alla perfezione ci abbiamo rinunciato. E probabilmente è una buona notizia.

 

Dicotomia oerfetto/imperfetto, in “Servitium”, n. 248, aprile/giugno 2020, pp.107-110 (numero monografico: perfezione/imperfezione)