Niente è più come prima: 6 mesi fa, il Covid

La minaccia era apparentemente minimale: invisibile ad occhio nudo, ignota nelle sue cause, difficilmente prevedibile nei suoi effetti, e per questo inizialmente presa sottogamba, pur se rapidissima nella sua diffusione. La reazione messa in piedi dalla comunità internazionale è stata disordinata e tardiva ma gigantesca nelle sue dimensioni: mai nulla prima aveva prodotto una mobilitazione tanto ampia, da parte di così tanti e con tale massiccia sostanza di mezzi a disposizione. Si sono potute così disinnescare le conseguenze maggiormente catastrofiche di quella impercepibile minaccia.
Eppure, nonostante la reazione, quel maledetto virus ha cambiato davvero molto, nelle nostre vite e nel nostro immaginario. Con conseguenze di lungo termine sulle nostre persone e sulle nostre società.
Abbiamo (ri-)scoperto di essere fragili e mortali. Non che non lo fossimo: ma cercavamo di nascondercelo, riuscendoci. La lunga marcia verso un avvenire di vita sempre più lunga, sempre più in salute, con sempre più opportunità, circondati da sempre maggiore abbondanza di mezzi, per sempre più persone, ha subìto una brusca frenata. Una società che si credeva amortale, adagiata nel proprio benessere, cullata da illusorie certezze, si è improvvisamente scontrata con la fragilità dei propri fondamentali. Come una casa di legno apparentemente solida ma in realtà minata dai tarli: i problemi strutturali già c’erano, ma non si vedevano. L’arrivo di un ultimo imprevisto e indesiderato inquilino ha fatto crollare muri che si credevano portanti, e il pavimento, cedendo di schianto, ha portato con sé chi era più in basso.
Più o meno, nella società, è andata così. Non a caso il lascito principale del virus è stato un aumento impressionante delle diseguaglianze, che le misure di emergenza hanno solo in parte tamponato: e nemmeno si vede nella sua interezza, perché il peggio deve ancora venire. Per chi è stato schiacciato verso il basso si vedranno soprattutto in questa difficile ripresa autunnale, e ancor più all’inizio dell’anno prossimo, quando saremo vicini al primo anniversario del nostro arrenderci al primato del virus, alla sua incontestabile forza che ha smascherato le nostre debolezze: l’inizio del lockdown. Per chi sta in alto, e per le conseguenze della crisi altrui è schizzato ancora più in alto, invece, si vedono già, o si vedrebbero se non fossero nascoste dagli effetti dell’emergenza che ci coinvolge, e che finisce per pretendere quasi tutta la nostra attenzione. Pensiamo ai grandi quasi-monopolisti, da Amazon alla grande distribuzione, e a tanti settori che si sono trovati all’intersezione dei nostri bisogni – dalle tecnologie della comunicazione alla stessa sanità – così come altri settori si sono trovati improvvisamente ai margini, dalla mobilità delle persone e dal turismo alla cultura.
La società si è divisa più incisivamente che mai attraverso tre crinali fondamentali, che potremmo chiamare le “3G”: tra garantiti e non garantiti, tra generi, e tra generazioni.
I garantiti (rentiers, lavoratori della pubblica amministrazione, pensionati), talvolta senza aver preso alcuna iniziativa, senza alcuna vera capacità di resilienza, hanno potuto occuparsi solo dei problemi della (propria) salute, spesso lavorando meno di prima, e in un certo senso guadagnando addirittura di più, visto che sono diminuite le occasioni di spesa; i non garantiti hanno perso molto o tutto: il lavoro, se dipendenti (per ora poco visibilmente, finché dureranno il divieto di licenziamento e la cassa integrazione), i beni e le attività se commercianti, artigiani, partite Iva, imprenditori che non hanno potuto ricominciare a lavorare, o l’hanno fatto in condizioni drammaticamente peggiorate, perdendo risorse, ordinativi, clientela, opportunità, crediti diventati inesigibili, possibilità di finanziamento.
Le disparità di genere si sono approfondite, anche per la disattenzione quasi totale alle conseguenze sulle famiglie delle decisioni prese (riguardo alla scuola, ai nidi e agli asili, ad esempio, ma anche alla improvvisa drastica riduzione di servizi offerti da parte delle amministrazioni pubbliche di differente livello, dagli istituti di cura agli assistenti sociali). Il grosso del peso ha finito per gravare ulteriormente sulle donne, facendo fare passi indietro enormi al percorso di emancipazione femminile – in un paese che in questo era già messo male – con perdite di lavoro, salario, opportunità di carriera, e tempi dedicati al lavoro di cura enormemente (ri-)dilatatisi.
Le diseguaglianze generazionali, già gravissime prima – in un paese con la natalità più bassa d’Europa, il maggior disequilibrio negativo tra nati e morti, l’età media più elevata, le proiezioni più drammatiche nel rapporto tra popolazione attiva e pensionati (che era di tre a uno prima del Covid, e potrebbe diventare di uno a uno nel giro di un decennio), e una leggendaria immobilità sociale – sono aumentate drammaticamente in pochi mesi. Ad esse si aggiungono i 150 ulteriori miliardi di euro di debito pubblico finora decisi, che graveranno sulle spalle delle prossime generazioni. Di fatto, i meglio garantiti, che sono soprattutto maschi e anziani, hanno fatto scelte (forse all’inizio inconsapevolmente: ora non ne siamo più tanto sicuri, dato che costituiscono il grosso delle classi dirigenti, che sempre si autotutelano, e anche il nerbo delle principali constituency elettorali), che pagheranno soprattutto i non garantiti, le donne e i giovani.
Ecco perché questo momento eccezionale, in qualche modo apocalittico, costituisce anche uno spartiacque, una sfida alle nostre capacità di scelta, e alle nostre inerzie. O diventa riflessione sulle crescenti ingiustizie nelle nostre società (apocalisse significa precisamente questo: svelamento, e al contempo rivelazione), e tentativo di porvi rimedio, o ci ritroveremo a vivere in una società insostenibile e irriconoscibile.
Lo sconfitto principale, ma anche il principale imputato, in Italia è sicuramente lo Stato: non il senso dello Stato, che si è invece sorprendentemente manifestato oltre ogni aspettativa nella disciplina con cui si sono accettate tutte le misure di coercizione, anche le più contraddittorie, balzane e costose per individui e imprese. Ma lo Stato inteso come gestione della cosa pubblica, comprese le sue articolazioni regionali e locali: tanto preda di un’ansia da visibilità, fatta tuttavia più di parole che di azioni, quanto incapace di veramente organizzare, programmare, gestire nel quotidiano le decisioni prese sulla pelle dei cittadini. Un fallimento che si è visto non tanto nella sanità, che in qualche modo ha retto l’emergenza (ma ancora non è in grado di gestire la normalità della prevenzione e delle “3 T”: test, tracciamento e trattamento), ma soprattutto nella scuola, abbandonata a se stessa, e tuttora priva, a sei mesi dalla chiusura e alla vigilia della riapertura, di linee guida, direttive, procedure e piani di emergenza. Eppure si tratta delle funzioni fondamentali dello Stato, che oggi – persino più ancora, agli occhi dei cittadini, del monopolio della forza legittima e dell’esercizio della giustizia (peraltro a livelli miserandi per un paese civile) – ne giustificano l’esistenza (e la legittimità dell’imposizione fiscale) più di qualunque altra, e sono alla base di quello che chiamiamo welfare state: sanità e scuola, appunto, ma anche assistenza sociale (tutela dei più deboli) e previdenza.
Siamo in una crisi drammatica, ma krísis deriva da un verbo che significa distinguere, separare, scegliere, discernere, giudicare. E il bivio di fronte a cui ci troviamo è questo: trovare le tre o quattro priorità intorno a cui ricostruire il patto sociale, la necessaria richiesta di “lacrime e sangue” che ci si prospetta, o avvitarsi in una “spirale del sottosviluppo” (cui ho fatto riferimento in un libro che la descrive – vedi nota) che rischia di portarci ancora più in basso, e ancora più lontano dal novero delle nazioni civili. Per far questo però occorre una visione, una leadership capace di perseguirla, un consenso intorno alle scelte fatte. Più un auspicio che un dato di realtà, per ora. Un obiettivo da perseguire, per elites e classi dirigenti che si assumano la responsabilità di essere davvero tali, e per un popolo che ritrovi la voglia di essere qualcosa di diverso da un insieme di individui. È la nostra responsabilità di oggi. Se vogliamo avere un domani.

Quel prima e dopo il Covid che ha diviso la società in tre, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 agosto 2020, p. 1-2-3

Nota: Il libro cui si fa riferimento è La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ha futuro, Laterza, 2020