Come si trasforma il senso della festa

“Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro”, si legge nel Genesi: e quel giorno lo si festeggia – insieme. È l’insegnamento dello shabbat, e in generale del tempo sacro, festivo appunto. A fronte di un tempo profano che è storico, lineare, e soprattutto irripetibile, il tempo festivo si propone come astorico, ciclico, ripetibile: l’eterno presente, che rappresenta l’inserimento della storia in una storia più grande, il conferimento di senso a un’eternità inspiegabile, proiettando nel futuro la memoria di un evento passato.

Ma tutto questo è possibile se il tempo di ciascuno è il tempo di tutti, e dunque la festa è condivisa, utile a creare occasioni di socialità collettive e ricorrenti: ciò che non è più, e sarà sempre meno in futuro. Un’altra delle grandi rotture introdotte dalla modernità, accentuatasi con l’aumento della mobilità e della pluralità culturale, è proprio questa: non c’è più un tempo profano (feriale) e un tempo sacro (festivo) condiviso, lo stesso per tutti. Innanzitutto perché il tempo del lavoro è diventato “sempre”: come sa bene chi lavora per turni, in attività aperte 7/7 e sempre più spesso H24, e magari fa festa, o semplicemente riposa, in giornate diverse da quelle dei suoi familiari, amici o vicini. E poi perché ogni gruppo sociale ha il suo, di calendario significativo. C’è sì un tempo sociale, ma non condiviso da tutti. Il risultato è che le feste si moltiplicano, ma sembrano perdere di intensità e di significato, con un duplice effetto: o sono condivise da sempre più persone ma banalizzate quanto al loro senso, o ciascuno, e ciascun gruppo, si crea le proprie feste, significative solo per sé.

Il desiderio di festa è troppo evidente per non essere interpretato come la risposta ad un bisogno sociale profondo, ma si è perso il bisogno collettivo di santificarla, o anche solo di rispettarla. La parola stessa si declina al plurale. In mancanza di meglio, ci si accontenta di feste inventate, non legate ad alcuna ciclicità reale – né storica (memoria di un evento collettivo passato e significativo) né naturale (le stagioni, i solstizi, le attività agricole) né tanto meno religiosa –, marcate da una logica di consumo (poco più che una scusa per poter tener aperti i negozi, cioè per lavorare) che le impoverisce di contenuto ma non impedisce il loro successo di pubblico. Eventi direttamente prodotti da un’attenta strategia di marketing (il Black Friday, le notti bianche o rosa), o diffusi in aree lontane da quelle in cui hanno avuto origine, come accaduto per Halloween, fino alle feste mediatizzate, agli appuntamenti sportivi o legati a fiere ed eventi, anch’essi ciclici, e ai parties di tutti i generi, per rispondere alle esigenze e alle mode del momento di ciascuna delle tribù metropolitane, che cadenzano le annualità di chi vi appartiene. Neanche le molte feste recuperate sembrano sottrarsi a questa tendenza: il neo-folklore medievale di paese, le “antiche” feste tradizionali locali, in cui più che essere coinvolti in un evento si assiste a uno spettacolo, in cui ci sono attori (che, dunque, nella festa lavorano) e spettatori (consumatori), con una perdita di fruibilità autentica. Eppure il bisogno resta, come dimostrano le mille feste di quartiere, di scuola, i carnevali, le sagre paesane e le processioni patronali: caratterizzate da un forte elemento di gratuità, di disponibilità, e in un certo senso di consapevolezza dell’effimero.

Una riflessione a parte meritano le feste in declino, recuperate a nuova vita in forma diversa, per scongiurarne la morte, come le feste politiche: dall’8 marzo al 1° maggio, fino ai più recenti Pride, in tempi non lontani potentemente simboliche e oggi sempre meno partecipate, salvate trasformandole in megaconcerti teletrasmessi, in sfilate che puntano sull’esteriorità, o magari in grigliate… Ma anche le feste nazionali: parate in cui l’aumentato numero di telecamere compensa malamente la diminuita partecipazione di pubblico.

La pluralità culturale e religiosa ha fatto il resto: ogni gruppo sociale ha la sua festa, il suo proprio calendario, la sua ciclicità – dal capodanno cinese all’aid al-fitr, da hannukah al Natale – o la propria festa nazionale. Magari rispettata dagli altri, qualche volta osservata come uno spettacolo (si va a vederla), ma evidentemente non partecipata da tutti allo stesso modo. Siamo andati verso una progressiva sincronizzazione e universalizzazione dei tempi (come per gli orari globali dei treni o degli aerei). Ma non esisterà più un tempo sociale condiviso: solo più tempi paralleli e integrabili, che in certa misura potremo scegliere o inventarci.

 

Senza festa, in “Confronti”, n. 10, ottobre 2020, p. 35