Il tempo dell’insicurezza esistenziale

Aggiornamenti Sociali, n. 10, 2026, pp. 523-527

 

Il tempo dell’insicurezza esistenziale

Stefano Allievi

Docente di Sociologia, Università di Padova

Il tema dell’insicurezza è sempre più presente nel dibattito pubblico, ma quali elementi ci possono aiutare a mettere meglio a fuoco di che cosa si tratta, al di là dei commenti a caldo a episodi di cronaca?

Oggi, quando si parla di sicurezza si pensa alla microcriminalità; tuttavia, se allarghiamo lo sguardo, ci rendiamo conto che, come singoli e come società, sentiamo insicurezze molto più radicali. I sondaggi danno indicazioni chiare: le paure più diffuse riguardano la sfera economica e il lavoro. A un’osservazione più attenta ci accorgiamo di vivere in un tempo di insicurezza esistenziale, frutto di una serie di lunghi processi giunti a maturazione, che si traducono in un diffuso senso di precarietà molto lontano dal clima che si respirava negli anni ’60, quando l’Italia era molto più povera di oggi, ma come popolo guardavamo con fiducia al futuro. Oggi sappiamo che difficilmente faremo lo stesso lavoro per tutta la vita. L’istruzione non è acquisita una volta per tutte, ma dobbiamo tenerci al corrente, un’espressione che presuppone il correre, una condizione ansiogena perché implica di

cercare di raggiungere qualcosa

che invece sfugge di continuo.

Anche il matrimonio, la famiglia o le reti di comunità non

sono più per sempre; siamo

anche portati a spostarci con

una frequenza incomparabilmente maggiore che in passato e dobbiamo prendere di continuo le misure ai rapidi e incessanti progressi tecnologici. Questi continui cambiamenti ci obbligano a rinegoziare i nostri rapporti con gli altri, che per questo diventano incerti, e a ridefinire di volta in volta la nostra identità, che negli ultimi due decenni si è indebolita. Da qui nascono le paure.

Vi è un’ulteriore evoluzione da considerare, figlia di questo periodo storico. La questione della sicurezza si è spostata dal piano collettivo a quello individuale: si è attenti alla propria sicurezza e a quella della propria famiglia, meno a quella del quartiere o della città in cui si vive. Questo cambiamento non è scontato, neanche in una cultura liberale e capitalista come la nostra, che favorisce il ruolo e l’azione dell’individuo. Solo pochi decenni fa, la situazione era diversa, perché davanti a un problema personale ci si attivava per risolverlo, ma se il problema era comune ad altri, si cercava insieme una soluzione. Oggi, invece, si tende a ragionare senza tenere conto dei legami, e questo amplifica le paure e il senso di insicurezza.

Queste riflessioni difficilmente trovano spazio in un dibattito molto spesso condizionato dalle percezioni più diffuse a proposito dell’in– sicurezza.

Il ruolo svolto dalle percezioni in questo ambito è davvero rilevante, soprattutto perché sono in grado di produrre effetti distorsivi. Alcune narrazioni alimentano di proposito sia la percezione di insicurezza su vari temi, sia l’illusione che vi siano soluzioni facili e a portata di mano, che in realtà sono solo apparenti e semplicistiche. Questo aspetto è evidente nelle campagne elettorali: «Vuoi sicurezza? Vota per me che la voglio anch’io e so che cosa va fatto». Ma poi si constata che le ricette proposte sono incoerenti: nel caso degli immigrati, ad esempio, accrescono le situazioni di irregolarità, che alimentano la delinquenza e depotenziano le misure che possono favorire l’inclusione.

Questo è un problema più generale delle nostre democrazie: tendiamo a misurare le opinioni a caldo, nel momento in cui è maggiore la polarizzazione tra schieramenti contrapposti. Ed è curioso, perché in nessun altro settore della nostra vita, che sia familiare o lavorativa, faremmo altrettanto; anzi, in questi ambiti cerchiamo la convergenza, perché sappiamo benissimo che la polarizzazione avrebbe effetti distorsivi e, per di più, comporterebbe una perdita di efficienza. Di fatto, nella vita pubblica, sottovalutiamo quanto le percezioni siano legate al momento: un sondaggio sulla sicurezza realizzato a ridosso di un fatto di cronaca eclatante o in un momento successivo, anche solo una settimana dopo, avendo avuto il tempo di ragionarci sopra e sentire altre opinioni, può fornire risposte molto diverse. L’ultimo aspetto che segnalo è legato al preoccupante dato dell’analfabetismo funzionale nel nostro Paese. Un italiano su tre (la media europea è la metà: il 15%) non

capisce quello che legge, non distingue una notizia vera da una falsa, confonde i milioni con i miliardi, non sa calcolare una percentuale. Regolarmente commento i sondaggi ed è incredibile come le domande, prima ancora delle risposte, siano fraintese: l’analfabetismo funzionale finisce con amplificare la percezione dell’insicurezza e le relative paure, divenendo un ostacolo rilevante per avviare una seria riflessione pubblica su temi che meriterebbero di essere trattati diversamente.

Oltre a quello funzionale, c’è un analfabetismo emotivo, che gioca un ruolo importante nell’amplificare le percezioni e rendere più ar– duo comprendere quanto accade?

Su questo fronte c’è un enorme lavoro da fare, perché l’analfabetismo emotivo è molto forte e si concretizza nella difficoltà di comprendere le proprie emozioni e di saperle gestire nelle relazioni, finendo così per amplificare le paure. Quando alla scarsa conoscenza dei fenomeni sociali si aggiunge la difficoltà a leggere le proprie reazioni emotive, è facile aderire a risposte semplificatorie. Una modalità non matura di gestire la paura è ad esempio cercare un capro espiatorio: «È colpa degli immigrati se mio figlio non trova lavoro o se non riesco ad arrivare alla fine del mese». Si può innescare anche la dinamica del complottismo, per cui il senso attribuito ad alcuni eventi è privo di riscontri reali, ma offre una risposta apparentemente sufficiente a placare le angosce.

Qual è l’atteggiamento dei più giovani di fronte all’insicurezza?

Rispetto alle generazioni precedenti, i più giovani hanno maturato un cambiamento nell’approccio alla vita che ha profonde conseguenze. L’idea di poter plasmare il proprio futuro è una merce più rara che in passato, riservata a quanti dispongono di maggiori risorse culturali ed economiche. Faccio un esempio riferito allo studio: non sono d’accordo con quanti affermano che oggi le giovani generazioni non studiano più; in realtà non pensano più che studiare serva a qualcosa, quindi è una questione di fiducia, non di buona volontà. In passato lo studio era parte di un percorso di affermazione di sé ed era evidente il legame tra l’impegno profuso e i risultati che si sarebbero ottenuti. Oggi questo nesso non è più scontato e i giovani se ne sono resi conto. A ciò si aggiunge la consapevolezza dell’impatto dei cambiamenti climatici, che induce molti di loro a non chiedersi che cosa vorrebbero essere nel 2050, perché sono abbastanza convinti o che non ci saranno più o che il mondo sarà completamente diverso. Più in generale, fanno i conti con la crisi delle istituzioni che si occupano di valore: le religioni, il sistema formativo, il sistema produttivo.

Di fronte a questo scenario, i giovani cercano risposte collettive nei

neotribalismi metropolitani, cioè in comunità di appartenenza elettive, cementate da un comune tratto identitario o da un impegno condiviso,

come ad esempio l’attivismo ambientale, che possono anche avere luoghi fisici (e non) di incontro ben determinati. Forme di neotribalismo sono presenti anche in contesti tradizionali, dove l’elemento aggregatore della superiorità della civiltà occidentale si accompagna a processi di “etichettatura” di quanti sono diversi, contribuendo ad alimentare l’interiorizzazione di queste definizioni stigmatizzanti e producendo fenomeni noti come devianza secondaria.

Come si può affrontare l’insicurezza per non restare prigionieri delle paure?

Il primo passo è riconoscere che esiste un problema e cercare di defi-

nirlo con la collaborazione delle persone. Per esemplificare, a un bimbo che ha paura del buio non è di grande aiuto sapere che, statisticamente, nessuno è mai morto per questo; ancor meno essere ridicolizzato per la sua paura, una situazione che non solo non risolve il suo timore, ma aumenta la distanza comunicativa. Per affrontare la sua paura, ha bisogno di essere ascoltato e abbracciato, che è un modo per dirgli che la sua paura è legittima, per poi cercare insieme soluzioni non immediate, come ad esempio quella di lasciare la luce accesa in corridoio la notte. Se trasliamo questi passi ai tanti temi che generano insicurezza, significa innanzi tutto porre domande e mettersi in ascolto delle persone: di che cosa hai paura? Di non trovare lavoro? Di non riuscire a costruirti una famiglia? Di non poter accendere un mutuo? Di non avere la pensione? Dei cambiamenti climatici? Delle guerre? Della microcriminalità? In questo modo, non neghiamo o ridicolizziamo le preoccupazioni delle persone, ma progressivamente e insieme ci rendiamo conto che ci troviamo di fronte a un problema più ampio di quanto si credeva e che le possibili soluzioni sono più numero-se e diverse da quelle inizialmente ipotizzate. Si tratta di un cambio di paradigma: non si controbatte a un’affermazione con un’altra, anche se fondata su dati e informazioni, e non si cerca lo scontro frontale e la delegittimazione dell’altro, perché nessuna di queste modalità è utile quando sono in azione le paure.

L’altra strada da percorrere è rafforzare il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini e tra cittadini, investendo su progetti e iniziative in

grado di alimentare la coesione sociale, favorendo la riflessione e il confronto. Lo sport, la musica e le altre arti, la cultura sono ambiti privilegiati in questo senso: fanno già molto, ma si dovrebbe investire molto di più. Così come le scuole, le comunità religiose, gli spazi pubblici curati e resi disponibili per tutti possono essere luoghi generatori di patto sociale quando riescono a infrangere le chiusure tribali, che hanno una forte presa tanto su chi appartiene a una minoranza quanto su chi gode di una posizione di forza.

Le risorse per muoversi in questa direzione sono più di quante

immaginiamo: dal cohousing e altre forme di neocomunità con la messa

in comune di servizi per giovani e/o anziani alle forme di coworking; dagli spazi culturali semiautogestiti – non serve un museo o una sala da concerto in più, ma uno spazio dove sia possibile fare, sperimentare la creazione artistica, non guardarla o ascoltarla – alle portinerie di quartiere; dalle scuole e oratori aperti che diventano centri di aggregazione a tempo pieno, agli incontri tematici basati su interessi comuni, che includano anche attività pratiche, dove non ci si limita a parlare di inquinamento, ma si ripulisce insieme un giardino pubblico decidendo cosa farne, non si parla della socialità, ma si inventano attività comuni e miste. Oppure luoghi dedicati alla messa in comune di oggetti e materiali, al riciclo, al riuso, che sono anche potenti presidi culturali, al pari di mense di quartiere non per i poveri, e nemmeno per i soli studenti universitari, ma per tutti.

Una biblioteca, un centro sociale, un comitato di quartiere, pos-

sono fare tantissimo, se usciamo dalle inerzie del quotidiano. Non ha più senso che una biblioteca sia solo un posto dove si prendono in prestito libri e si legge in silenzio: già vi sono esempi di biblioteche che hanno spazi per il gioco dei bambini e la socialità dei genitori, aree prenotabili dove fare musica e occasioni per farla ascoltare, salette di incontro per lavori di gruppo, punti caffè, l’ascolto di storie di vita, cicli di incontri tematici al di là del classico incontro con l’autore, ecc. Niente di nuovo né di particolarmente originale o costoso, che da noi si fa pochissimo, mentre nel centro-nord Europa è invece comune. Se non si fa abbastanza non è solo per ragioni economiche, ma per mancanza di volontà e di consapevolezza, e di cultura in senso lato, ossia di comprensione di quanto sia oggi decisivo il bisogno di relazionalità per uscire dall’isolamento sociale e dalle paure conseguenti. C’è poi tutta la questione della solidarietà, incluso il mondo del volontariato: aperto, sì, ma spesso difficilmente raggiungibile, persino per chi vorrebbe dare una mano, in una società a compartimenti stagni.

Un cambio di passo è possibile, se non aderiamo a una visione della

società basata sulla separazione, ad esempio tra chi può godere in modo pieno di diritti e tutele e chi ne è escluso, in tutto o in parte, a causa della disponibilità economica, del colore della pelle, delle idee, della fede, perché ogni separazione è l’anticamera di povertà, ingiustizie, e in definitiva insicurezze, che a loro volta producono conflitto sociale, difficilmente gestibile, a questo punto. Nascono così imprenditori politici del conflitto e della paura che di essi si alimentano, e che alimentano ulteriormente per garantirsi consenso elettorale. Che è il circolo vizioso in cui siamo immersi ora.