Prima o poi doveva succedere. Se non si governa un fenomeno, se lo si lascia semplicemente accadere, se addirittura ci si dice ‘contro’ per evitare di occuparsene (cosa che ha lo stesso senso di essere contro la globalizzazione, il maltempo, il trasporto pubblico o i servizi sociali, che effettivamente portano e comportano – anche – grane, e costi), lasciandolo alle logiche del mercato, come spesso accade quando si tratta di migrazioni, esso si trova da solo le sue strade per emergere. Se non si studiano le tendenze e i dati, se non si affrontano i fenomeni di cambiamento della composizione demografica e sociale delle città, se non si attivano politiche (di edilizia popolare, di integrazione, di dialogo tra neoarrivati e autoctoni, o arrivati precedentemente), se non si fanno previsioni, se non ci si confronta con lo stato d’animo della popolazione, accade che la realtà si mostri da sola all’evidenza: come è accaduto con la scuola primaria “Cesare Battisti” di Mestre, che si è trovata con 60 iscritti stranieri su 61 iscritti al primo anno, suddivisi in tre classi, di cui una sola vedrà un bambino italiano. O almeno, questa è l’immagine che passa. In realtà diversi bambini di cognome straniero sono di cittadinanza italiana, come i loro genitori, che l’hanno acquisita dopo molti anni di residenza nel nostro paese (mediamente almeno 15-20), e per lo più sono nati in Italia: quindi, stranieri solo all’apparenza – nell’inerzia della percezione, non nei fatti, e nemmeno nell’estraneità alla cultura italiana.
Non dobbiamo pensare alle scuole diversificate per lingua: come lo sono le scuole inglesi, in cui si mischiano stranieri e autoctoni per lo più privilegiati, o le scuole cinesi, come quella di Padova, che peraltro non suscitano scandalo in nessuno. Sono iniziative private, dove si insegna ovviamente l’italiano, e dove si scopre, come la ricerca ha dimostrato da decenni (chiedere a glottologi e linguisti, ma anche psicologi), che le persone bilingui, che parlano in casa o a scuola una lingua che non è quella del paese in cui vivono, al contrario di quel che si crede, hanno spesso un vantaggio competitivo, e mettono a disposizione della società una competenza linguistica e culturale in più, che può venire buona anche nel mondo del lavoro.
Qui si tratta di scuola italiana: in italiano. E di istruzione pubblica. In cui il tema è quello proprio, da sempre, della scuola in quanto istituzione universalistica: come integrare le diversità? Cominciamo da una constatazione. Le università sono valutate in classifiche di cui uno dei criteri di valorizzazione importanti è proprio il livello di internazionalizzazione: più studenti stranieri hai, più professori stranieri hai, più vali. Ora, se questo è vero per l’università, siamo proprio sicuri che non valga anche per la scuola dell’obbligo, e più in generale per l’istruzione, dal nido alle superiori? Il problema è la diversità in sé, o il fatto che non siamo attrezzati ad affrontarla, e il nostro modo di insegnare è poco aggiornato ai cambiamenti in corso?
Certo, è comprensibile una prima reazione di “fuga bianca”, come la chiama la letteratura internazionale, ovvero di iscrizione dei bambini autoctoni altrove. Ma il fatto che sia comprensibile non significa che sia la più adeguata, o la più giusta, e nemmeno necessariamente la più vantaggiosa per i diretti interessati. Nessuna catastrofe, quindi. Magari, un utile segnale che dei problemi è necessario occuparsene prima che sviluppino tutte le loro conseguenze, anziché dopo. Ma è possibile comunque attrezzarsi, come molte scuole già fanno da anni, in tutto il mondo e anche da noi. Con insegnanti di supporto per l’apprendimento della lingua. Con iniziative specifiche e mirate. Con un certo livello di sperimentazione, naturalmente monitorata (di cui avrebbe un enorme bisogno la scuola nella sua interezza, in un momento di colossali cambiamenti, tecnologici, culturali e sociali – e quelli demografici sono tra questi): è la rigidità (di programmi, metodi, ecc.) e l’inerzia (il fare come si è sempre fatto, o ‘come si faceva una volta’), che uccide, non l’elasticità, l’innovazione, la creatività.
Si colga la sfida. La si rivendichi. Si consideri il vantaggio di sperimentare l’integrazione di popolazioni maggioritariamente musulmane in una scuola pubblica, laica e pluralista: e quanto questo sia utile al paese e alle stesse comunità di appartenenza. La si faccia diventare un esempio di collaborazione costruttiva e collettiva. Si coinvolgano le buone energie della società, che ci sono: dal terzo settore alle associazioni industriali, dalle polisportive ai luoghi di produzione culturale, dalle fondazioni alle sagre, dagli oratori alle moschee e alle comunità d’origine. E ci si occupi del contorno e del contesto, non solo della singola classe o istituto. E allora la scuola continuerà a essere quello che è sempre stata, con successo, di fronte a sfide man mano differenti, spesso senza aiuti o addirittura tra gli ostacoli della società e della politica: un’agenzia di integrazione. Delle classi sociali fin dall’origine (genitori dal sud magari analfabeti, autoctoni che parlano solo dialetto, differenti livelli di reddito e di istruzione), delle diversità poi (disabilità, genere), delle etnie, delle culture e delle religioni oggi.
Governare il fenomeno superando le diversità, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 26 settembre 2025, editoriale, pp.1-3
La speranza e il futuro
/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Interviste / Interviews /da AugustaE se è una femmina si chiamerà Futura
Futuro. Parola complessa, ricca, totalizzante. Da qualsiasi lato la prendi può avere un significato diverso, eppure è una. Il futuro è il tempo che deve ancora venire, indica un’ipotesi o un’incertezza, spesso speranza.
«In questo periodo pensiamo meno al futuro. Lo vediamo con preoccupazione e investiamo meno: facciamo meno figli e la propensione al risparmio è diminuita anche perché gli anziani risparmiano molto meno sia perché la vita si è allungata e spendono – perché la gratificazione sta nel presente – sia perché si crede meno nei discorsi che pongono la gratificazione nel futuro e oltre – ci spiega il sociologo Stefano Allievi – Perché questo accade? Da una parte certo c’è il consumismo e il desiderio di gratificazione immediata, ma dall’altra c’è una grossa preoccupazione a partire dalla domanda cruciale “ci sarà un futuro?” che io trovo molto presente tra le giovani generazioni per le quali la scelta di non fare figli non è legata al desiderio di gratificazione. Le generazioni più anziane invece, quelle che sono andate o stanno per andare in pensione, sono in assoluto le più privilegiate della storia e per loro il futuro conta poco. I giovani quindi votano sempre meno perché sono sfiduciati, vivono il problema ambientale in maniera molto seria, sono una generazione molto più sobria di quello che si pensa, che va all’essenziale e per questo si preoccupano. Oggi convivono anche con la guerra, una minaccia che sembrava sparita dall’orizzonte europeo».
A maggior ragione quindi, sostiene Allievi, oggi ci si dovrebbe occupare di futuro perché questo è a rischio e sono a rischio anche valori fondamentali che abbiamo sempre dato per scontati come libertà e democrazia, valori che anche da noi sono sotto minaccia: «Questo rischio ci fa capire perché ci sono meno proiezioni sul futuro e anche perché qualcuno non creda più che ci sia un futuro; non a caso molta fiction lo immagina catastrofico, apocalittico. Io sono colpito dalla leggerezza con cui gli adulti non si occupano di futuro, dalla loro irresponsabilità. Sappiamo che la Terra non è in grado di reggere, che in un mondo limitato non ci può essere un consumo illimitato. Eppure continuiamo a consumare senza considerare i costi globali. La vita non è solo produzione, ma è anche gratificazione, gioco. Quelli che riflettono sul futuro e lo traducono in cognizione, in messaggio – intendo l’arte e, in certa misura, la scienza, ci avvisano di quello che sta accadendo. Invece constatiamo un’irresponsabilità nei confronti di natura e giovani che è spaventosa».
Gli anziani sono un interlocutore economico molto “coccolato”: si vendono più pannoloni che pannolini. E sono un interlocutore molto “coccolato” anche sul piano politico perché votano, ma «in una società complessa non si può dire che questa va in una sola direzione – continua Allievi – Dal mio osservatorio dell’Università di Padova vedo nei giovani un livello di consapevolezza che non drammatizza e non accusa le generazioni precedenti che invece se lo meriterebbero, perché il futuro che si sono conquistati gli adulti lo stanno facendo pagare ai più giovani e lo fanno con un egoismo generazionale visibile: non sono inconsapevoli, ma scelgono la loro sicurezza. Sono molto fiducioso sulle giovani generazioni: meno male che ci sono loro, perché noi corriamo velocissimi verso il precipizio».
Allievi pensa, invece, che i nonni così preziosi possano cambiare atteggiamento: «Proviamo a prenderci cura dell’ambiente non solo dei nipotini. Oggi il nostro prossimo è lontano, ma noi abbiamo bisogno degli altri, eppure la metà della popolazione vive da sola. L’Istat ha coniato il neologismo “famiglie unipersonali” e questa solitudine cambia il mondo, ma il mondo è cambiato quando siamo diventati la società dei figli unici: cosa significa fratellanza per qualcuno che non ha mai avuto un fratello?».
E se è una femmina si chiamerà Futura, in “La difesa del popolo”, 5 dicembre 2025 (intervista)
Elezioni in Veneto e astensionismo. Quando anche chi vince è in minoranza
/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Politica / Politics /da AugustaIl vincitore delle elezioni, in Veneto, più previsto di così non poteva essere. Sarebbe stato più prevedibile solo se fosse stato Luca Zaia in persona. Che in effetti si è ri-presentato e ha ri-vinto, seppure in un ruolo diverso. E tuttavia, si tratta di una vittoria ridimensionata dalla partecipazione minoritaria della popolazione. Che, è vero, sarà stata accentuata dalla prevedibilità del risultato. E che, è altrettanto vero, è un dato nazionale: ma ovunque misura la distanza della politica dal territorio e dalla sua popolazione (e viceversa), non la vicinanza, spesso in queste lande rivendicata come un dato.
Nella fattispecie, in Veneto, misura anche un crollo di consenso proprio da parte del popolo di centrodestra, visto che il centrosinistra invece i voti li ha aumentati: l’elettorato in qualche modo ha punito, standosene a casa, il governo regionale uscente, nonostante, nel racconto edulcorato della politica, nessuno lo voglia ammettere. Di fatto, chi non vota, vota con i piedi, andandosene altrove, come si diceva una volta degli emigranti (che peraltro, in regione, sono in aumento: e anche questo vorrà dire qualcosa). Non si spiega altrimenti che in cifra assoluta (che misura le tendenze molto meglio delle percentuali), il centrodestra, nonostante l’obiettivo effetto trascinamento, per la Lega, della presenza di Luca Zaia, capolista in ogni circoscrizione, che ha portato a casa 200mila preferenze, abbia perso sostanzialmente un terzo dei suoi elettori (meno 600mila rispetto al 2020), perdendo, con i voti, anche un buon numero di consiglieri. Voti, certo, persi anche verso una destra ancora più radicale, con la lista di Szumski che porta a casa 80mila voti e due consiglieri; ma anche, molto più significativamente, verso l’astensionismo. Un voto di protesta tutto interno alla medesima area, insomma, che non si è travasato, se non in misura minore, verso il centro sinistra.
Un calo della partecipazione al voto come quello evidenziato significa che Stefani ha l’appoggio esplicito non del 64% degli elettori (elettori, non cittadini), 6 su 10, che sarebbe comunque la maggioranza, ma di una netta minoranza: praticamente solo un quarto del corpo elettorale. E il suo sfidante, Manildo, ha l’appoggio solo della metà degli elettori di Stefani. Certo, non cambierà nulla, dato che il numero di posti da spartirsi sarà lo stesso, sia in consiglio regionale che nel governo e nel sottogoverno della regione. Per i partiti, in fondo, è quasi meglio così, all’atto pratico: meno pubblicità e meno concorrenza nella spartizione. Il che fa rispolverare l’opinione sollevata occasionalmente anche da qualche politologo, e per nulla populista, per cui la rappresentanza (nel concreto: i posti) dovrebbe in certa misura essere proporzionale al numero dei votanti, e quindi scendere se scendono questi ultimi. È probabile che allora sì che i partiti si darebbero da fare per coinvolgere maggiormente l’elettorato e i cittadini, e la politica tornerebbe nella concretezza dei problemi pratici e dei territori – tra la gente, come si ama dire.
Quello che non sappiamo – avendo comunque vinto il candidato espresso dal partito che aveva vinto la volta scorsa (e le precedenti) – è se ha vinto la continuità, oppure la novità. Stefani è giovane, si è presentato con un programma che sembrava scritto da un leader dell’opposizione, tanto è diverso il Veneto che descrive e immagina da quello che ci lasciamo alle spalle. E promette novità: il che è un bene. L’età è dalla sua, e farebbe ben sperare. Le promesse anche: da quella di scegliere assessori di qualità (ma l’abbiamo già sentita: certo, sarebbe un segnale se qualcuno fosse esterno ai partiti e davvero esperto di qualcosa) a quella di una maggiore attenzione al sociale, con un assessorato dedicato, fino all’attenzione promessa alla questione demografica: tragica, ma finora trascurata. Degno di nota anche il richiamo a una comunità solidale come obiettivo da raggiungere. Il che significa ammettere che finora non lo è stata abbastanza. Ma anche che si può fare di più per raggiungere questo risultato.
Stefani, la comunità solidale e il Veneto che ci aspetta, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 28 novembre 2025, editoriale, pp. 1-3
Non si vota più divisi per genere: perché è una piccola rivoluzione di costume
/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da AugustaQuando andremo a votare, ci troveremo davanti a una piccola, minuscola, impercepita, eppure grande novità. Una innovazione apparentemente banale, meramente burocratica: ma anche una significativa, per quanto inconsapevole, rivoluzione di costume.
La novità non è legata al risultato elettorale, che di innovativo, e tanto meno rivoluzionario, non avrà nulla: in alcune regioni, come in Veneto, si conosce in anticipo il vincitore, che sarà nel segno della continuità, e le eventuali sorprese saranno al massimo legate al peso dei singoli partiti all’interno delle coalizioni, o a qualche illustre promosso o bocciato. Sta invece tutta nelle modalità di voto: nelle sezioni, infatti, troveremo per la prima volta le file divise non per genere, maschi e femmine, ma per ordine alfabetico.
Talvolta il nuovo, senza essere veramente pensato e progettato come tale, semplicemente accade. È il caso di questa riforma, che, per via amministrativa, pone fine al binarismo di genere, superandolo. Ed è tanto più significativo che accada in un periodo in cui un certo revanscismo, oggi particolarmente popolare negli Stati Uniti ma assai visibile anche da noi, rivendica, con il ritorno alle tradizioni del passato, il tradizionalismo delle divisioni di ruolo, e se la prende con fasce iperminoritarie di popolazione, assurte al ruolo improbabile di pericolo pubblico e nemico politico, come le persone transgender, e più in generale con la composita galassia LGBTQ, accusata di confondere le acque (peraltro mai state cristalline), delle identità sessuali e di genere. Ancora più significativo è che questo accada proprio mentre governano, e appaiono più visibili nello spazio pubblico, i paladini della differenza radicale, anche di ruoli, tra maschi e femmine (questa sì, una ideologia gender, probabilmente più concreta di quella contro cui alcuni si scagliano). Che tra l’altro, in maniera benemerita, ne violano alla radice i presupposti, portando alla presidenza del consiglio e alla guida del paese, per la prima volta, una donna. E al contempo mischiano e confondono i ruoli, laddove le suddette presidentesse del consiglio rivendicano di farsi chiamare presidente, le direttrici d’orchestra si fanno chiamare direttore, mentre le rettrici, a capo di istituzioni spesso accusate di prestare troppa attenzione alle multiformi dimensioni del genere, sono felici di essere chiamate tali.
Non si sottovaluti la portata implicita di questa piccola/grande innovazione di costume. Il voto per ordine alfabetico alle elezioni ha lo stesso significato simbolico dell’introduzione dell’otto per mille nella dichiarazione dei redditi. Il primo seppellisce senza accorgersene il binarismo laddove non si rende più necessario, superandolo. Il secondo ha sdoganato a livello simbolico e popolare (con riferimento anche alle tasche dei contribuenti, sempre sensibili) il nuovo pluralismo religioso del paese, il suo non essere più omogeneamente cattolico, e basta. Sono novità che vanno nella stessa direzione: il riconoscimento esplicito di diversità non più incasellabili nei paradigmi tradizionali; o che non c’è più bisogno di ribadire ovunque senza necessità. Piccoli passi di un lungo cammino. Che, forse, potremmo semplicemente chiamare civiltà.
Che bello l’ordine alfabetico, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 novembre 2025, editoriale, pp. 1-7
European Islam and the Italian case
/in Articoli / Articles, Articoli sull'Islam / Islam Articles, Foreign Languages, Saggi / Essays, Saggi sull'Islam / Islam Essays /da AugustaÈ disponibile in open access il mio ultimo articolo sull’islam italiano, pubblicato su Contemporary Islam:
Allievi, S. European Islam and the Italian case. Tendencies and specificities. Cont Islam (2025). https://doi.org/10.1007/s11562-025-00596-x — qui il PDF: Contemporary Islam 2025 Italian Islam
Mobilità umana, pluralizzazione culturale, confini identitari – Dossier IDOS 2025
/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles /da AugustaIeri è stato presentato in tutta Italia il Dossier Statistico Immigrazione 2025 (qui il link all’evento di Padova).
Qui si trova il mio contributo all’edizione di quest’anno: IDOS 2025.
Città e mutamento culturale
/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles /da AugustaFederica Visconti, dell’università ‘Federico II’ di Napoli, in qualità di principal investigator del progetto da cui i testi hanno origine, con le colleghe Claudia Angarano e Claudia Sansò, ha curato i due bei volumi di “INCLUCITY. INCLUsive spaces for the intercultural CITY”. Il primo ha come sottotitolo “Riflessioni su”, il secondo “Progetti per”.
Del primo fa parte anche questa breve sintesi del mio contributo al convegno finale del progetto: Inclucity (estr.).
INCLUCITY. INCLUsive spaces for the intercultural CITY. 1 Riflessioni su, a cura di C. Angarano, C. Sansò e F. Visconti, Clean Edizioni, Napoli, 2025
INCLUCITY. INCLUsive spaces for the intercultural CITY. 2 Progetti per, a cura di F. Visconti e C. Angarano, Clean Edizioni, Napoli, 2025
La trappola dell’inerzia. 35 anni dopo la morte di Jerry Masslo
/in Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Saggi di Società / Society Essays /da AugustaLa trappola dell’inerzia. L’Italia di fronte all’immigrazione, in V. De Cesaris, M. Impagliazzo (a cura di), “L’immigrazione in Italia da Jerry Masslo ad oggi”, Milano, Guerini e Associati, 2020, pp. 43-65
PDF
Libro Masslo 2020
Per la Palestina
/in Uncategorized /da Augustafile:///Users/amministra/Downloads/Lettera%20Autrici%20Autori%20e%20Ospiti%20Pordenonelegge%202025.pdf
Migranti: due destre a confronto in Veneto. Tra Mantovan e Vannacci
/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Politica / Politics /da AugustaSulle pagine del Corriere del Veneto comparivano ieri due voci che mostrano plasticamente le differenze tra due destre, alleate al governo della regione, ma distanti come non mai nell’affrontare un tema fondamentale: quello dell’immigrazione.
Da un lato l’assessore competente Valeria Mantovan, dall’altro il muscolare ex-generale Vannacci. Di fronte alla notizia di una scuola elementare a Mestre in cui la maggioranza dei nuovi iscritti ha un cognome straniero, Vannacci tira fuori il suo abituale repertorio. Lui non propone: contrappone. Non cerca soluzioni: condanna. E basta. Puntando anche su presunti costi economici: “L’integrazione al contrario. Così noi [dove ‘noi’ non include gli immigrati regolarmente residenti nel nostro paese, naturalmente] siamo costretti a pagare due volte: con le nostre tasse paghiamo agli STRANIERI scuola, sanità, alloggi popolari, bonus sussidi e poi paghiamo una seconda volta per la scuola privata dei nostri figli (…). Finiremo per diventare stranieri nella nostra patria”. Poco importa che quanto Vannacci descrive sia un’opinione infondata, per quanto popolare. Perché molti stranieri sono in realtà diventati cittadini, con i relativi diritti. Perché pagano le tasse, e quindi i servizi se li pagano da sé. Anzi, come certifica l’INPS, piaccia o meno, a differenza degli italiani versano più di quanto incassano. E quanto a pressione fiscale, nonostante i salari mediamente più bassi, versano percentualmente più di molte categorie autoctone, dato che prevale il lavoro salariato. Che laddove è irregolare, per lo più lo è per volontà di datori di lavoro italiani che evadono più dei loro dipendenti stranieri. Infine, perché la scuola privata è una scelta, non un obbligo: e quindi è giusto che chi la vuole se la paghi.
Mantovan invece prende atto che questa situazione “è il frutto dell’andamento demografico. Le famiglie italiane fanno meno figli. Ma c’è un altro elemento importante: la forte integrazione nel nostro territorio. Le famiglie straniere vivono, lavorano, crescono i loro figli qui. È un fenomeno naturale”. E ancora: “La scuola è il luogo dell’integrazione (…) Dobbiamo porre attenzione su un approccio didattico diverso, specifico e potenziato per fornire ai docenti strumenti nuovi”. Anche “per le famiglie, non solo per i bambini”. Quindi “non si entra a gamba tesa, su questi temi”. Ed “è inutile fare polemiche, il fenomeno è irreversibile”.
Non è difficile trovare le differenze. Ideologia e slogan di opposizione (pur non essendoci) da una parte, pragmatismo di governo dall’altra. Ma ci sono anche altre ragioni, più politiche: un leghismo sempre più schiacciato su un suprematismo che punta sul capro espiatorio immigrato, e una destra che invece recupera la sua radice storica, che era sociale (dal Movimento sociale italiano in avanti: anche se non siamo sicuri che il predecessore di Mantovan, Donazzan, avrebbe usato gli stessi toni pacati e gli stessi argomenti). Ma c’è dell’altro, anche. Un dato generazionale: Mantovan ha 35 anni, Vannacci quasi 60. E infine uno esperienziale: Mantovan è nata in una famiglia mista, la madre era egiziana. Conosce le dinamiche dall’interno. E questo fa tutta la differenza del mondo.
Mantovan, Vannacci e l’immigrazione. Trova le differenze, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 settembre 2025, editoriale, pp. 1-9
Bambini stranieri a scuola: governare il fenomeno. Il caso Mestre
/in Argomenti / Topics, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da AugustaPrima o poi doveva succedere. Se non si governa un fenomeno, se lo si lascia semplicemente accadere, se addirittura ci si dice ‘contro’ per evitare di occuparsene (cosa che ha lo stesso senso di essere contro la globalizzazione, il maltempo, il trasporto pubblico o i servizi sociali, che effettivamente portano e comportano – anche – grane, e costi), lasciandolo alle logiche del mercato, come spesso accade quando si tratta di migrazioni, esso si trova da solo le sue strade per emergere. Se non si studiano le tendenze e i dati, se non si affrontano i fenomeni di cambiamento della composizione demografica e sociale delle città, se non si attivano politiche (di edilizia popolare, di integrazione, di dialogo tra neoarrivati e autoctoni, o arrivati precedentemente), se non si fanno previsioni, se non ci si confronta con lo stato d’animo della popolazione, accade che la realtà si mostri da sola all’evidenza: come è accaduto con la scuola primaria “Cesare Battisti” di Mestre, che si è trovata con 60 iscritti stranieri su 61 iscritti al primo anno, suddivisi in tre classi, di cui una sola vedrà un bambino italiano. O almeno, questa è l’immagine che passa. In realtà diversi bambini di cognome straniero sono di cittadinanza italiana, come i loro genitori, che l’hanno acquisita dopo molti anni di residenza nel nostro paese (mediamente almeno 15-20), e per lo più sono nati in Italia: quindi, stranieri solo all’apparenza – nell’inerzia della percezione, non nei fatti, e nemmeno nell’estraneità alla cultura italiana.
Non dobbiamo pensare alle scuole diversificate per lingua: come lo sono le scuole inglesi, in cui si mischiano stranieri e autoctoni per lo più privilegiati, o le scuole cinesi, come quella di Padova, che peraltro non suscitano scandalo in nessuno. Sono iniziative private, dove si insegna ovviamente l’italiano, e dove si scopre, come la ricerca ha dimostrato da decenni (chiedere a glottologi e linguisti, ma anche psicologi), che le persone bilingui, che parlano in casa o a scuola una lingua che non è quella del paese in cui vivono, al contrario di quel che si crede, hanno spesso un vantaggio competitivo, e mettono a disposizione della società una competenza linguistica e culturale in più, che può venire buona anche nel mondo del lavoro.
Qui si tratta di scuola italiana: in italiano. E di istruzione pubblica. In cui il tema è quello proprio, da sempre, della scuola in quanto istituzione universalistica: come integrare le diversità? Cominciamo da una constatazione. Le università sono valutate in classifiche di cui uno dei criteri di valorizzazione importanti è proprio il livello di internazionalizzazione: più studenti stranieri hai, più professori stranieri hai, più vali. Ora, se questo è vero per l’università, siamo proprio sicuri che non valga anche per la scuola dell’obbligo, e più in generale per l’istruzione, dal nido alle superiori? Il problema è la diversità in sé, o il fatto che non siamo attrezzati ad affrontarla, e il nostro modo di insegnare è poco aggiornato ai cambiamenti in corso?
Certo, è comprensibile una prima reazione di “fuga bianca”, come la chiama la letteratura internazionale, ovvero di iscrizione dei bambini autoctoni altrove. Ma il fatto che sia comprensibile non significa che sia la più adeguata, o la più giusta, e nemmeno necessariamente la più vantaggiosa per i diretti interessati. Nessuna catastrofe, quindi. Magari, un utile segnale che dei problemi è necessario occuparsene prima che sviluppino tutte le loro conseguenze, anziché dopo. Ma è possibile comunque attrezzarsi, come molte scuole già fanno da anni, in tutto il mondo e anche da noi. Con insegnanti di supporto per l’apprendimento della lingua. Con iniziative specifiche e mirate. Con un certo livello di sperimentazione, naturalmente monitorata (di cui avrebbe un enorme bisogno la scuola nella sua interezza, in un momento di colossali cambiamenti, tecnologici, culturali e sociali – e quelli demografici sono tra questi): è la rigidità (di programmi, metodi, ecc.) e l’inerzia (il fare come si è sempre fatto, o ‘come si faceva una volta’), che uccide, non l’elasticità, l’innovazione, la creatività.
Si colga la sfida. La si rivendichi. Si consideri il vantaggio di sperimentare l’integrazione di popolazioni maggioritariamente musulmane in una scuola pubblica, laica e pluralista: e quanto questo sia utile al paese e alle stesse comunità di appartenenza. La si faccia diventare un esempio di collaborazione costruttiva e collettiva. Si coinvolgano le buone energie della società, che ci sono: dal terzo settore alle associazioni industriali, dalle polisportive ai luoghi di produzione culturale, dalle fondazioni alle sagre, dagli oratori alle moschee e alle comunità d’origine. E ci si occupi del contorno e del contesto, non solo della singola classe o istituto. E allora la scuola continuerà a essere quello che è sempre stata, con successo, di fronte a sfide man mano differenti, spesso senza aiuti o addirittura tra gli ostacoli della società e della politica: un’agenzia di integrazione. Delle classi sociali fin dall’origine (genitori dal sud magari analfabeti, autoctoni che parlano solo dialetto, differenti livelli di reddito e di istruzione), delle diversità poi (disabilità, genere), delle etnie, delle culture e delle religioni oggi.
Governare il fenomeno superando le diversità, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 26 settembre 2025, editoriale, pp.1-3