Crisi e ricomposizioni nel polo progressista: la situazione in Veneto

Le trasformazioni del quadro politico nazionale – in particolare le fibrillazioni del fronte progressista, o quello che si autodefinisce tale, che appare chiaramente quello maggiormente in difficoltà e irrisolto – avranno i loro effetti anche in Veneto.

Le sorprendenti e irrituali dimissioni via facebook di Nicola Zingaretti da segretario del Partito Democratico hanno dato una scossa – un’altra – a un partito che tuttavia farà finta di niente e se le lascerà alle spalle, come le precedenti e in fondo ben più gravi dimissioni del primo segretario e fondatore Veltroni. Non sorprende, in un partito che ha visto passare nella sua breve storia ben otto segretari (il conteggio varia includendo o meno i reggenti, o il doppio mandato di Renzi) in tredici anni, e ha visto due dei suoi ex-segretari (Bersani e Renzi nell’ordine) fondare dei partiti concorrenti. Di queste dimissioni hanno colpito semmai le parole con cui sono state espresse: iniziare il messaggio d’addio con un “mi vergogno” dei dirigenti del mio partito, di chi parla solo di “poltrone e primarie”, è quanto meno sorprendente, per un leader, ma anche un coach o un dirigente d’azienda. Il fatto poi che la reazione standard sia stata accusare le correnti, come se Zingaretti non fosse anch’egli un capocorrente, prima ancora del segretario, e non avesse indicato tre capicorrente come ministri designati del PD, e i più tra i militanti si siano limitati a prendersela con Renzi e i renziani rimasti nel PD, additando un nemico per evitare di guardare a un problema, la dice lunga sul fatto che questa crisi fosse inevitabile ma anche irrisolvibile. Il PD, come hanno già certificato i sondaggi che lo vedono in calo drammatico a seguito della scelta suicida di sostenere Conte come “riferimento fortissimo” (sono sempre parole di Zingaretti) del fronte progressista – finendo per sostenere come caposquadra quello che diventerà il leader di un altro partito – diventerà sul piano nazionale, in poco tempo, un partito a una cifra o poco più. In Veneto, dove già è ridotto, molto al di sotto dei risultati nazionali, all’11,9%, significa diventare un membro tra i tanti, probabilmente neanche il più numericamente rilevante, e non più un primus inter pares, di una galassia già alquanto popolata: finendo per diventare meno percentualmente rilevante del proprio elettorato potenziale. Un partito composto da persone spesso degne, non di rado meglio preparate di altri, con un radicamento valoriale anche solido, ma che in regione e nei comuni preferiranno spesso, come già fanno, una identificazione civica, rispetto a un’etichetta che suscita più imbarazzi che entusiasmi.

Il Movimento 5 Stelle, che ha vissuto le crisi più drammatiche, espulsioni massicce, uno stillicidio di perdite di rappresentanti, ha risolto paradossalmente con più velocità il suo dramma politico, e la contraddizione di aver sostenuto tre maggioranze diverse in meno di tre anni. Si dividerà tra il nuovo M5S “moderato e liberale” (o almeno autodichiaratosi tale, nonostante le pulsioni populiste e il giustizialismo di fondo) a guida Conte, il manifesto ControVento (che fin dal nome sembra voler polemicamente contrastare il Movimento) di Davide Casaleggio, e i cani sciolti di Di Battista, a cui sembrano più vicini, almeno culturalmente, anche alcuni esponenti M5S eletti in Veneto. Ma dato che parliamo di un partito che in Veneto alle elezioni regionali contava il 2,7% dei voti, non cambierà poi un granché. Anzi, potrebbe perfino, con Conte come uomo-immagine, migliorare le sue sorti.

Infine, ultimo ma non meno importante, Arturo Lorenzoni, ufficialmente il leader della coalizione di centro-sinistra in Veneto. Che in un post su Facebook (ormai la politica si fa lì) si dichiara entusiasta della scelta, da parte di politici di varia provenienza (un ex-ministro uscito dal M5S, un deputato di +Europa, e la ex-presidente di Lega Ambiente eletta in Liberi e Uguali) di ridare vita in Parlamento al gruppo dei Verdi. Qui l’interesse non è il futuro di una ipotetica ennesima nuova formazione politica, il cui peso elettorale è dubbio (in Italia i Verdi, iperdivisi e fortemente ideologizzati, non sono mai stati capaci di avere un consenso stabile e significativo, pur essendo vessilliferi di istanze di per sé popolari): ma nel fatto che Lorenzoni stesso, imposto come leader anche da un PD pur in parte riluttante, scelga esplicitamente di fare il tifo per una forza politica ad esso concorrente, autocandidandosi implicitamente ad essere il loro referente veneto (sommerso nei commenti, va detto, più da critiche che da sostegni). Al di là delle dubbie fortune di tale futura forza politica, un interrogativo in più per lo stesso PD.

 

PD e M5S: anatomia di una crisi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 7 marzo 2021, editoriale, p. 1

Allievi: “I garantiti si sono tenuti stretti i privilegi, gli altri ne hanno pagato il prezzo”

Un’intervista a Venezie Post – 6 marzo 2021

ANALISI & COMMENTI

Allievi: “I garantiti si sono tenuti stretti i privilegi, gli altri ne hanno pagato il prezzo” – VeneziePost

Il suicidio di Omar Rizzato è il disperato grido di una intera categoria di lavoratori dimenticati. Citando Durkheim, anche l’atto individuale per eccellenza ha determinanti sociali: e la totale mancanza di solidarietà e attenzione rispetto al prossimo a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi ne è la dimostrazione. Parla Stefano Allievi, professore di sociologia all’Università di Padova e acuto osservatore delle trasformazioni economico, sociali e culturali del Paese

 

Prof. Allievi, martedì scorso è uscito sul Corriere del Veneto un suo articolo su “I dimenticati della cultura”. Da cosa è scaturito il bisogno di scriverne?

“Mi sento molto vicino alle persone che sono state direttamente colpite dalle situazioni di forte ingiustizia causate non tanto dalla pandemia in sé, ma piuttosto dalle misure che sono state messe in atto per contrastarla. Il suicidio di Omar Rizzato, imprenditore dello spettacolo che si è tolto la vita all’interno della sua azienda ferma da un anno, è il disperato grido di una intera categoria di lavoratori, appunto, dimenticati. Citando Durkheim, anche l’atto individuale per eccellenza ha determinanti sociali: e la totale mancanza di solidarietà e attenzione rispetto al prossimo a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi ne è la dimostrazione. Le categorie più garantite si sono tenute strette i propri privilegi, e tutti gli altri ne hanno pagato un caro prezzo. Ad Omar Rizzato, così come a tutti i lavoratori della cultura e dello spettacolo, è stato tolto persino il diritto di affogare i propri dispiaceri nel lavoro. E così, come molti altri prima di lui, non ha avuto alcuna valvola di sfogo per i propri dispiaceri.”

Ritiene che i lavoratori della cultura siano stati abbandonati a sé stessi?

“In questi mesi si è parlato molto di alcune categorie lavorative, come quelle della ristorazione e del turismo, ma quella della cultura sembra non interessare nessuno. Tutto ciò che questa categoria di lavoratori ha ricevuto, in un anno di silenzio, sono stati dei ristori a dir poco ridicoli. Ma si tratta di persone che per anni hanno pagato un prezzo di precariato già molto alto: chi fa questi lavori spesso lo fa per passione e senza alcuna garanzia di successo, ma da un anno a questa parte non è permesso fare nemmeno questo. E le conseguenze di questo disinteressamento si vedono: nella città in cui io lavoro, Padova, c’è un potenziale di creatività straordinario dovuto alla presenza di moltissimi giovani studenti; ma l’apertura è poca e l’immobilità si fa sentire. Questo è uno dei motivi che portano al tanto discusso fenomeno della fuga dei cervelli.”

Crede che il disinteressamento sistematico rispetto alla categoria dei lavoratori dello spettacolo possa essere un sintomo della tendenza, tutta italiana, a sminuire il valore della cultura?

“Non ho dubbi su questo. Il nostro è il Paese con il più alto tasso di patrimonio storico e culturale del mondo, eppure non lo tuteliamo. La cultura è il petrolio della nostra economia, ma non la valorizziamo. Allo stesso modo, invece di dare valore ai nostri giovani laureati, mettiamo loro i bastoni tra le ruote e li costringiamo a prendere la decisione di emigrare all’estero. In testa alle classiche sull’emigrazione non ci sono le regioni del sud, ma quelle del nord produttivo: l’Emilia-Romagna costituisce una felice eccezione, in quanto è riuscita a ridurre la cosiddetta emigrazione intellettuale grazie a degli investimenti ad hoc nei settori produttivi e nei distretti. La Lombardia, pur prima regione come emigrazione, ha comunque un saldo positivo. La situazione del Veneto, invece, è agghiacciante: esportiamo verso l’estero e le regioni connanti più laureati di quanti ne importiamo dall’estero o dal sud, e siamo così l’unica grande regione del nord ad avere un saldo negativo. Nonostante la tragicità di tutto ciò, però, l’unico fenomeno che sembra interessare il dibattito politico è quello dell’immigrazione, che per inciso, se confrontiamo gli sbarchi con gli emigranti, riguarda numeri di circa venti volte più piccoli rispetto a quelli dell’emigrazione. Il nostro è un Paese che disprezza l’istruzione: l’analfabetismo funzionale colpisce quasi un italiano su tre, il doppio della media europea, e abbiamo la metà dei laureati, ma il dibattito pubblico non sembra considerarlo un problema. Da un tessuto sociale di questo tipo, che non comprende l’importanza di un investimento massivo in cultura, istruzione, ricerca, non ci si può aspettare che la politica comprenda i benefici collettivi che questo potrebbe apportare all’intera società.”

La crisi dell’ultimo anno non ha colpito tutte le categorie demografiche allo stesso modo. Ha fatto scalpore il dato Istat di dicembre 2020: 101 mila posti di lavoro persi in un solo mese, 99 mila dei quali occupati da donne. Cosa pensa rispetto al divario di genere e alla sua relazione con quello generazionale?

“Le discriminazioni di quelle che io chiamo le “3 G” si intersecano in continuazione: i divari di genere e generazionali si incrociano con quello tra garantiti e non garantiti. E così il discorso sul divario di genere non può prescindere da quello del conitto generazionale, né tantomeno da quello del lavoro precario o invisibile. Soprattutto in un momento di profonda crisi come quello attuale. La nostra è una società a misura di anziani: i pensionati rappresentano la metà degli iscritti a sindacati e parte preponderante degli iscritti e della constituency dei partiti, per cui non sorprende che si facciano sempre più leggi a favore di categorie che già possiedono molte garanzie. Giovani e donne dovranno anche fare i conti con l’immobilismo e la mancanza di meritocrazia, le piaghe moderne che afiggono la nostra società. La lotta per la meritocrazia da parte di tutte le categorie svantaggiate non può che giovare all’intero sistema Paese, ma credo sarebbe salubre anche una maggiore dose di conitto intergenerazionale e di genere rispetto all’attuale allocazione delle risorse.”

 

VeneziePost è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Padova n. 2253 Direttore Responsabile: Filiberto Zovico
VeneziePost è edito da Post Editori Srl – Community Corporation
Sede legale: Viale Codalunga 4L, 35138 Padova

info (at) italypost.it

Ucio del Registro delle Imprese di Padova, Numero di iscrizione PD 350106; Partita Iva: 03948890284

Audio by websitevoice.com

I dimenticati della cultura. In morte di Omar Rizzato.

Ognuno è infelice a modo suo. E non c’è mai una sola causa, una sola variabile, che possa spiegare la decisione di dare l’addio al mondo, di uccidersi, di spararsi: come ha fatto Omar Rizzato, appena quarantunenne, imprenditore dello spettacolo. Uno di quelli che il mondo della cultura lo aiuta concretamente ad andare avanti, non solo con le idee, ma a supporto di chi le ha: impianti audio, video e luci, palchi, che umilmente si chiamano “service” ma sono molto di più – la concretezza delle tecniche che le idee le fanno diventare realtà, e che sono esse stesse apporto creativo.

Il suicidio è la prova che ci sono cose peggiori della morte: tra queste il vuoto, la mancanza di senso, la perdita di ogni prospettiva. Che non sono mai solo problemi individuali, drammi personali, sofferenze sepolte nell’inconscio. Anche l’atto individuale per eccellenza, infatti, ha delle cause sociali. Durkheim, oltre un secolo fa, ci ha costruito sopra la ricerca fondativa di una disciplina, la sociologia: dimostrando che il suicidio non è mai “casuale”, ma che ci sono tante determinanti sociali possibili, che aiutano a spiegarlo, legate al genere, alla classe sociale, al livello di istruzione, all’età, alla religione, al tasso di urbanizzazione, alla professione…

Di fronte alla morte di Omar – non lo conoscevo, eppure mi viene da chiamarlo per nome – non possiamo non pensare anche a questo: a ciò che lo ha spinto. E che non sono solo difficoltà personali. C’entra la società. C’entriamo noi.

Tutti quelli tra noi che hanno vissuto una separazione lacerante, un lutto doloroso, sanno cosa vuol dire trovare una via d’uscita: e spesso, l’abbiamo sperimentato in tanti, la via d’uscita è potersi buttare sul lavoro, per dimenticare, e dimenticarsi. Quanti, nei momenti difficili, tragici, si sono salvati così… Questo, Omar, e tanti lavoratori della cultura, non l’hanno potuto fare. Gli è stato tolto. Non dalla pandemia, ma dalle misure che abbiamo preso per contrastarla. Profondamente ingiuste, che hanno creato squilibri enormi: tra garantiti e non garantiti, in primo luogo. Tra professioni, tra categorie, tra settori. Ma anche in tanti altri modi.

Senza dimenticare che i lavoratori della cultura sono tali, quasi sempre, perché amano il loro lavoro: non gli è capitato, non lo fanno per caso. Non sono gli unici, certo. Ma spesso fanno grandi sacrifici per seguire le loro passioni, rinunciando a lavori più sicuri, e meglio pagati, o semplicemente più stabili e garantiti, per inseguire – precariamente: sono pochi i divi e le star – i loro sogni, il loro bisogno di trasmettere, di comunicare, di essere. Quindi per loro non lavorare è come non amare, non poter manifestare concretamente il loro essere nel mondo. Non solo non guadagnare, che pure è importante, in certi momenti preponderante: ma non sapere più che fare, non avere ragioni per andare avanti.

Ma se questo è accaduto, è una cosa che ci riguarda tutti. Anche perché il mondo della cultura è percepito da troppi come lontano, in fondo inutile, superfluo: al massimo, quelli che “ci fanno tanto divertire”, come in un indimenticato, terribile lapsus del precedente presidente del consiglio. È uno dei paradossi di questo settore: e di come lo percepiamo. Mai, come durante i lockdown, ci siamo nutriti tutti così tanto di cultura (non foss’altro che ascoltando musica, ingozzandoci di serie Netflix e pay tv, consultando compulsivamente le fonti di informazione più disparate). Ma mai come in questo periodo, nella totale inconsapevolezza e colpevole distrazione: tanto che, se richiesti – come dimostrato da tanti sondaggi di questi mesi – classificavamo il settore tra quelli inutili, o meno importanti. Di fatto, dunque, i lavoratori di questo settore, che spesso dichiariamo retoricamente come indispensabile, il vero petrolio (e lo è) della knowledge society, li abbiamo dimenticati: e sono stati tra le categorie che hanno pagato il prezzo più alto in assoluto – non solo economicamente – e che hanno ricevuto le compensazioni più basse.

Facile, adesso, dare addosso al Ministro della Cultura, per non aver difeso per nulla o quasi il comparto della produzione culturale: cosa che è possibile e giusto fare, con molte buone ragioni. Ma la cosa riguarda tutti noi. I garantiti, gli stabilizzati, i meno o per nulla colpiti, hanno mostrato poca attenzione a chi lo era, invece, maggiormente: poca solidarietà personale, nessuna protesta pubblica. Come se non fossero, anche gli operatori della cultura e dello spettacolo, imprenditori “veri”: peraltro con un tasso di autoimprenditoria, e un numero di partite IVA, più elevato che in altri settori. Eppure anche Omar Rizzato si è ucciso negli uffici della sua azienda a Cinto Euganeo: come altri, che avevano fatto più rumore, durante crisi precedenti. Mandandoci, con questo ultimo suo gesto, un segnale. E una richiesta d’aiuto: che forse – se ascoltata – potrà almeno salvare qualcun altro.

 

Omar, e i troppi dimenticati, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 23 febbraio 2021, editoriale, p.1

Il governo Draghi: discontinuità e zavorre. Il ruolo del Nord.

I cittadini, e in particolare i mondi produttivi (nel Nord dove si concentra il grosso della capacità produttiva del Paese, più che altrove), avevano e hanno aspettative molto alte, sul governo Draghi; e una gran voglia di uscire dalla fase di stallo determinata da un governo indeciso a tutto, bloccato da veti reciproci, complessivamente poco efficiente e competente proprio sui dossier principali, e in particolare nella scrittura di quello più importante di tutti, il Recovery Plan (e anche nella gestione del piano vaccinale). Proprio per questo motivo, è probabile che parte di queste aspettative siano state deluse, all’annuncio della lista dei ministri. Le novità ci sono, molte, e positive. Il problema di percezione sta nelle continuità, non nelle discontinuità; nelle zavorre del passato, non nelle proiezioni sul futuro.

In molti speravano in un governo più tecnico. Così non è stato: 15 ministri su 23 sono politici, e troppi tra essi sono volti noti della politica politicante che ci ha portato nella situazione che ha reso necessario Draghi. Con esempi di capacità di galleggiamento clamorosi: come l’unico che è riuscito ad avere ruoli cruciali sia nel Conte 1 che nel Conte 2 che nel Draghi punto zero, cioè Di Maio (depotenziato tuttavia dal fatto che la vera politica estera sarà il nome, la faccia e la reputazione del presidente del consiglio). Tre ministri per partito, tra quelli importanti (addirittura quattro per il meno apprezzato di tutti nel Nord, il Movimento 5 Stelle), sono sembrati troppi da mandare giù: anche perché, incapaci di innovazione al loro interno, quasi tutti hanno mandato i notabili di sempre. Ma sono anche la polizza assicurativa della lealtà delle forze politiche, ben centellinate anche nelle rispettive correnti interne (vale per tutti, dal Partito Democratico a Forza Italia alla Lega). E proprio perché i partiti ci sono tutti, sono tutti ugualmente impossibilitati ad esercitare un potere di ricatto reciproco – nessuno, infatti, è indispensabile: la maggioranza ci sarebbe comunque, e solidissima. I ministeri più importanti, in particolare i portafogli economici, sono tutti in mano a tecnici capaci di collaborare tra loro e con il presidente del consiglio, e al più moderato dei politici, a garanzia di rappresentanza di un’area politico-territoriale (è il caso di Giorgetti).

Il Nord non potrà più lamentarsi di una sottorappresentazione territoriale: con 18 ministri su 23, di cui 9 ministri lombardi e 4 veneti, le aree produttive del Nord sono quelle che fanno la parte del leone. Al Sud sono stati dati solo 4 ministeri, e al centro 1 più il presidente del consiglio (che ha peraltro anche radici venete): l’opposto esatto del Conte 2, che era quello con la maggiore presenza del Sud, 12 ministri su 22. Vuol dire che sono rovesciati completamente i rapporti di forza territoriali: un’opportunità e una responsabilità, per il Nord, che non potrà più dare la colpa al meridione in caso di fallimento.

Dispiace invece la sottorappresentazione femminile: solo un terzo, invece della metà auspicata, 8 su 23, e mediamente con dicasteri non troppo pesanti, spesso senza portafoglio. Né la politica né la tecnica hanno mostrato coraggio sufficiente, nonostante circolassero nomi di economiste autorevolissime che avrebbero potuto giocare un ruolo importante. La politica poi è significativamente squilibrata: come sta succedendo da tempo, è la destra a dare maggiore spazio e visibilità alle donne (tra i partiti maggiori, Forza Italia è l’unica ad esprimere una delegazione maggiormente al femminile, ma ci sono donne anche nella Lega, nel M5S, e solo femminile è la rappresentanza di Italia Viva), ed è invece la sinistra a proporre e sostenere un personale politico rigorosamente ed esclusivamente maschile, come quello del PD e di LEU. Poiché si tratta dei partiti che sostengono di essere stati i promotori e difensori dei diritti delle donne, si spera che questa plateale contraddizione possa aprire qualche discussione interna.

Più elevata del governo precedente è l’età media: 54 anni – del resto Draghi stesso ne ha 73. Ma bisogna ammettere che il Conte 2, sensibilmente più giovane, non ha brillato per aver messo in mostra le capacità dei suoi membri junior.

Infine, ci sono alcuni sensibili salti di qualità in luoghi cruciali per il funzionamento del Paese, come la giustizia e la scuola, dove sarà difficile dover rimpiangere qualcosa, e possibile avviare gli investimenti necessari. Così come è cruciale che si ristabilisca il ministero del turismo, con un proprio portafoglio, in un settore tanto importante quanto colpito dalle misure anti-pandemia, ma che sarà fondamentale nella ricostruzione.

 

La chance (e gli oneri) del Nord, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, “Corriere di Verona”, 14 febbraio 2021, editoriale, p. 1

La politica veneta nell’era Draghi

Le rapidissime trasformazioni del quadro politico nazionale avranno, nel tempo, importanti conseguenze anche su quello regionale. Il Veneto non ha certo problemi di stabilità di governo e di solidità di maggioranze – semmai ha il problema contrario: ne ha anche troppa – e le elezioni sono sufficientemente lontane, come orizzonte, da non far temere alcun contraccolpo immediato. Proprio per questo possono consentire una graduale evoluzione anche del quadro politico regionale.

Cominciamo dalla maggioranza. La Lega regionale, con la sua base ben presente tra gli operatori economici, ha giocato un ruolo anche nazionale nello smarcarsi dagli identitarismi per sostenere in pieno il tentativo di governo di Draghi. Senza strappi, come tradizione. Ma è evidente che la base leghista più consapevole, quella ben radicata nei ceti produttivi, sa benissimo che un governo Draghi sarebbe stato decisamente più auspicabile di un governo Salvini, e non ha certo spinto per andare all’incasso del fallimento del Conte-bis con le elezioni. Questo farà evolvere anche la Lega nazionale verso un europeismo temperato, meno grintoso e più pragmatico: più simile a Forza Italia, ma con l’impronta venetista a dare una caratterizzazione propria. È semmai Fratelli d’Italia ad essere incompatibile con questo disegno. La scelta di Giorgia Meloni è coerente e probabilmente conveniente sul piano del consenso: le consentirà di intestarsi l’opposizione anti-europeista, populista e anti-tecnocratica pur presente nel Paese, portando via una parte di elettorato proprio alla Lega non più di battaglia e di opposizione, e costretta probabilmente a ingoiare, nei prossimi mesi, anche qualche rospo. Essa metterà tuttavia Fratelli d’Italia fuori da una logica e una prospettiva di governo. Vero è che nulla vieta, a livello regionale e locale, di avere coalizioni di governo diverse da quelle nazionali: in Veneto favorite da una lunga comune consuetudine con il potere, e con lo stesso modo di intenderlo. Ma questo scenario non tiene conto delle evoluzioni nel campo politico opposto, che a questo punto vale la pena analizzare.

Il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, in Veneto già assai meno rilevanti che altrove, sono destinati, anche sul piano nazionale, a pagare un prezzo elettorale molto forte dal loro arroccamento intorno a un’alleanza che, strategicamente priva di basi, era giustificata tatticamente solo dal non far tornare al governo le destre. Oggi questa prospettiva è insensata anche tatticamente, visto che entrambi i partiti – e soprattutto il M5S – sono destinati a perdere quote significative del loro consenso alle prossime elezioni politiche. È probabile quindi che si apriranno praterie per un voto di centro e di centro-sinistra in cerca di nuove collocazioni: in cui il PD (in Veneto più che altrove) avrà un ruolo gregario anziché federatore – un pezzo eventuale di una qualche eventuale alleanza, non certo il suo perno.

Ecco allora che una Lega più moderata, un centro più forte e meglio organizzato, le liste Zaia che si ritrovano naturalmente dentro questa configurazione, potrebbero ridisegnare il futuro paesaggio politico veneto in maniera diversa, prefigurando un governo comune. O potrebbero emergere due poli potenzialmente alternativi, dando vita a uno scenario da democrazia matura: quello che l’Italia in questi anni non è mai stata – con due coalizioni alternative entrambe ancorate al centro, e le estreme fuori dalla prospettiva di governo. Lasciando Coalizione Civica da un lato e Fratelli d’Italia dall’altro ad un ruolo testimoniale di opposizione. E relegando il PD ad un ruolo ancillare rispetto a un polo di centro-sinistra, ma forse con qualche chance in più per aspirare un domani ad un ruolo di governo, altrimenti inattingibile.

Naturalmente è presto per prefigurare scenari che non sono nemmeno all’ordine del giorno elettorale. E il periodo che si prospetta, di presenza di tutte le principali forze politiche, dalla Lega al M5S passando per il PD, costrette insieme, nella stessa maggioranza di sostegno al governo Draghi, ci lascerà in dote configurazioni del tutto inedite, ricomposizioni interne ai partiti assai significative, e probabilmente importanti cambiamenti nelle loro leadership. Un campo aperto. Una sperimentazione a cui se non altro si può guardare con maggiore fiducia e interesse rispetto a quelli che sembravano i destini segnati del passato.

Politica veneta al bivio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 10 febbraio 2021, editoriale, p. 1

Che cosa significa “ripresa”: in economia e altrove

Ri-prendere: prendere di nuovo, un’altra volta. Ri-occupare o ri-conquistare: un luogo, una città. Ricominciare, dopo un periodo di pausa, un rallentamento. Dare nuova vita, riproducendo il reale in altro modo: come in una ripresa cinematografica, capace di mantenere nella durata, nel tempo, e ripetere, ciò che per sua caratteristica sarebbe effimero, evanescente, irripetibile. Poi c’è il riprendersi da: una malattia (che a sua volta può riprendere, ricominciare), una dipendenza, un dolore, uno scoramento, una difficoltà, un lutto, un abbandono, una situazione negativa, una crisi, non solo economica. E naturalmente la ripresa come la intendiamo oggi nel linguaggio d’impresa: del mercato, finanziaria, occupazionale, con l’economia che ricomincia a girare veloce, a produrre, a consumare, dopo un periodo di stagnazione, o di regresso, come avvenuto – drammaticamente, in proporzioni che hanno impressionato, oltre che per la loro entità, per la loro imprevedibilità – a seguito della pandemia, e delle misure prese per contrastarla.

La parola “ripresa” ha dunque tanti significati: e quelli con cui la utilizziamo normalmente in economia sono forse i meno interessanti – anche per l’economia. Oggi, dopo la crisi che abbiamo attraversato, e anche in previsione di quelle future, che per gli stessi motivi o per ragioni analoghe – ci avvertono gli scienziati – già si manifestano sul nostro orizzonte, ci è utile fare tesoro anche di altre sfumature della ripresa.

Quando eravamo meno ricchi e consumisti si riprendeva un abito per farlo durare di più, aggiustando un orlo, ricucendo uno strappo, una slabbratura, modificandolo quanto necessario per farlo stare decentemente su un corpo diverso: quando passavano di padre in figlio o da un fratello all’altro e da una sorella all’altra. E lo si faceva a più riprese… Una ripresa, a teatro, è una messa in scena ulteriore: una riproposizione in altro tempo di ciò che quando è stato prodotto non è stato magari còlto nella sua importanza. Nello sport, nel calcio ad esempio, la ripresa è il secondo tempo, quello decisivo, in cui davvero si vede come andrà a finire; e nel pugilato ogni tempo, perché – con una similitudine molto pertinente per descrivere il mondo e le economie d’oggi – ogni tempo è decisivo, e può far finire l’incontro, anche drammaticamente, per KO.

Riprendere fiato, animo, coraggio, forza: è una qualità – oggi diremmo resiliente – che dobbiamo avere per non arrenderci alle difficoltà e ai fallimenti. Vuol dire anche ritornare a una situazione precedente, di normalità: si riprende un figlio dopo la scuola, dopo un’interruzione vacanziera, un periodo altrove, anche solo un pomeriggio a casa di amici. Si riprende una conversazione, o una trattativa: che ricomincia dopo una pausa che può essere un utile, necessario, talvolta indispensabile momento di riflessione e sedimentazione.

Riprendere è anche compiere un atto forte, assertivo, in caso di bisogno: riprendere il comando, ad esempio (come è successo anche a più di un capitano d’industria – ne abbiamo anche in Veneto degli esempi illustri – se dopo un abbandono meditato e la transizione prevista le cose non andavano come sperato). E più in generale è l’atto forte, non di rado generoso, e come tale ancora più forte, di tornare su una decisione passata, revocandola: riprendere una persona in famiglia, dopo un litigio o una separazione che l’ha esclusa, o un collaboratore o un dipendente al lavoro, dopo un licenziamento o un dissapore professionale. Alle volte è giusto, utile, opportuno, chiarificatore, anche simbolicamente, riprendere nel senso di prendere indietro: riprendersi ciò che è stato dato, prestato, un regalo non piaciuto o non meditato, la fiducia concessa alla persona sbagliata – non a caso in passato capitava di dire che ci si riprendeva (si toglieva) il saluto a chi non lo meritava più…

Ma è anche la capacità di un nuovo scatto, di cui oggi c’è bisogno: non a caso di un’auto si dice che ha una buona ripresa se accelera velocemente. E, infine, riprendere è anche ammonire, castigare, o meglio spiegare (nel processo educativo, a un bambino; sul lavoro, a un collaboratore o a un sottoposto), dove ha sbagliato, di modo che gli sia di monito per il futuro.

Quante cose nascoste in una parola così piccola…

 

Quante riprese ci attendono. E più di tutto ci serve lo scatto, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, rubrica ‘La parola chiave’, 8 febbraio 2021, pp. 1-3

Scuole chiuse, socialità mancata: le ferite dei giovani che dureranno nel tempo

La scuola, per fortuna, è ripartita: e c’è solo da sperare che duri… È un pezzo, il primo, del lento recupero di normalità che dobbiamo ai giovani. Gli effetti della chiusura sono stati infatti, per alcune fasce di ragazzi, devastanti: e, nella maggioranza dei casi, dobbiamo ancora accorgerci della loro gravità. Le conseguenze sul livello di istruzione si vedranno infatti solo negli anni a venire: i drop-out scolastici (gli espulsi o autoespulsi dalla scuola superiore che non rientreranno, o quelli che dopo una lunga lontananza dai banchi, abbandonati malamente con una promozione regalata in terza media, faticheranno a proseguire); i ‘buchi’ in materie importanti che difficilmente saranno recuperati, o a caro prezzo; i passaggi problematici all’università dopo un biennio finale delle superiori passato più a casa che a scuola; e pure gli abbandoni per attività per così dire più lucrative, in direzione del lavoro precoce se va bene – a cui vanno aggiunti gli effetti dell’impoverimento delle famiglie, l’aumento della frattura che separa chi ha e chi non ha (incluso l’accesso alla e la dimestichezza con la tecnologia che ha supportato la didattica a distanza), che diventa tra chi sa e chi non sa.

Ma ci sono altri effetti della pandemia, anche loro di lungo termine, che in parte vediamo già oggi, che sono stati una conseguenza della chiusura delle scuole e della perdita di socialità conseguente, amplificata dalla chiusura di altri spazi di interazione sociale, come quelli dello sport, del divertimento, della cultura.

Gli psicologi lo sanno per esperienza. Le loro agende sono strapiene, e si allargano a occupare i fine settimana, per tamponare una richiesta crescente: mostrata da atti più gravi, come l’aumento diffuso di atti di autolesionismo e di tentati suicidi tra i giovani e giovanissimi, o meno gravi e quindi meno visibili, come un aumento delle tendenze solipsistiche, della chiusura in se stessi, delle timidezze che diventano croniche per mancanza di occasioni di incontro, della socialità spostata tutta sul web, che li e ci trasforma tutti, progressivamente, in hikikomori appena meno gravi (gli adolescenti giapponesi che si chiudono nelle loro stanze senza più uscirne, limitando la loro interazione con il mondo a uno schermo e una tastiera). Una solitudine diversa da quella ricercata da monaci e spiriti solitari: perché “beata solitudo, sola beatitudo” è vero solo in riferimento a una “moltitudo” da cui si può andare e venire – solo se l’hai scelta, non se ti ci sei ritrovato, o se l’hai subìta.

Si sta elaborando nell’inconsapevolezza, senza un progetto, senza averla veramente scelta, una nuova prossemica, fatta di incontri a distanza, o in presenza ma senza contatto, senza trasmettere le emozioni attraverso i volti, senza il calore che passa anche solo tra una mano e l’altra, dove una spalla su cui appoggiarti o piangere è privilegio riservato ai rapporti più stretti. Un adolescente mi diceva qualche giorno fa, senza alcuna autocommiserazione, che piange quasi ogni sera, prima di dormire: ma non per un motivo specifico. Quasi come se fosse il corpo stesso a piangere, come per un’attitudine spontanea delle membra, una pulsione, una memoria che non è riuscito ad elaborare in altro modo, nell’incontro e nella relazione che aiutano ad esprimere le emozioni. Ed è commovente che oggi gli atti della nuova trasgressione diventino l’abbracciarsi di nascosto dagli adulti: come cominciano a fare anche i bambini, magari nascondendosi nei bagni della scuola.

Ne usciremo, certo. Recupereremo una nuova normalità. Anche per questo, oltre che per ovvi motivi di salute, è urgente arrivare a una vaccinazione rapida che ci aiuti in questo processo. Ma è bene avere consapevolezza delle ferite del corpo sociale. In modo da aiutarlo a rimarginarle prima, e a superarle. Creando quanto prima le occasione per farlo.

 

Scuola, le ferite dei giovani, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 4 febbraio 2021, editoriale, p.1

Senza stranieri, tutti stranieri

Sembra paradossale dirlo, in una fase storica in cui la paura degli “altri” fa moltiplicare le richieste di barriere, di muri, fisici e simbolici, e apparentemente i gruppi umani, le società, tendono a separarsi, a frazionarsi in isole identitarie – nelle bolle dei social come in politica, nelle religioni come nei micronazionalismi e in geopolitica, nelle tribù sociali come nei quartieri urbani – alla ricerca di un’impossibile omogeneità o nel vano desiderio di rimarcare l’inesistente purezza di un indefinibile e ineffabile “noi”: ma ci avviamo verso una condizione in cui ci saranno sempre meno stranieri – o, meglio, lo saremo tutti, in qualche modo, per qualcuno, in qualche momento della nostra vita, ma con sempre meno drammatiche conseguenze.

I due processi sono del resto direttamente correlati: ricerchiamo identificazioni forti, ed è aumentata la domanda sociale in tal senso, proprio perché esse sono in realtà indebolite dalla possibilità che abbiamo di rifiutarle. Desideriamo confini più evidenti, proprio perché abbiamo la possibilità di attraversarli sempre più spesso. Vogliamo che ci dicano con certezza chi siamo, proprio perché abbiamo la possibilità di essere altro.

Viviamo nel segno di Hermes, il veloce dai calzari alati, dio degli incroci, delle porte della città, messaggero degli dei, tra il mondo e l’oltremondo, protettore dei mercanti (che per definizione scambiano e uniscono attraverso il commercio), ma significativamente anche dei ladri e dei bugiardi, capace di decifrare i significati (l’ermeneutica) superando la barriera delle lingue, della cui scrittura è l’inventore, e di interpretare i sogni, altro modo di mettere in comunicazione sfere diverse del vivere, e forse altri mondi. Mai come oggi, inoltre, la cifra interpretativa delle culture non è la loro manutenzione ordinaria affinché rimangano illusoriamente uguali a sé stesse, ma molto più radicalmente la loro trasformazione continua, anche grazie al meticciamento, alle forme di mixité personali, alla creolizzazione, a quella che a proposito di mode, cibi, stili e prodotti chiamiamo fusion. Ci si mischia nelle carni, perché ci si mischia nelle scuole, al lavoro, nei quartieri, nell’attività sportiva, nelle affinità elettive che spesso si manifestano maggiormente attraverso le diversità: anche perché abbiamo una scelta sempre maggiore tra opzioni differenti a disposizione, accompagnata dalla libertà stessa di scegliere. Mai come oggi tradizione, secondo una notissima frase di Mahler, significa custodire il fuoco (che è trasformazione continua e impetuosa), non adorare le ceneri (ormai morte e quindi sterili). E del resto il costruzionismo ci insegna da tempo che le tradizioni sono più spesso inventate che tramandate (The Invention of Tradition è il titolo di un libro seminale curato da Hobsbawm e Ranger) e le comunità più spesso immaginate che osservate (Imagined Communities è quello di un altrettanto famoso testo di Anderson).

Le tendenze a una mobilità sempre maggiore sono evidenti, e neanche la pandemia prossima ventura riuscirà ad arrestarle: del denaro, delle informazioni e delle merci, ma anche delle persone, dato che viviamo in un mondo in cui appena un anno fa il solo turismo – che è un pezzo soltanto della mobilità globale, che include le migrazioni – produceva oltre il dieci per cento della ricchezza e dell’occupazione mondiale. Sempre più persone vivono in maniera intermittente, o in periodi diversi della loro vita, in città in cui non sono residenti o in Paesi di cui non sono cittadini, cambiando progressivamente la nozione stessa di estraneità e alterità, di out-group, ma anche quella di in-group (che, tuttavia, se ne accorge meno), dimettendosi da identità e acquisendone di nuove. Un numero sempre maggiore di diritti viene attribuito anche a quelli che vengono “da fuori”: dai diritti civili a quelli sociali fino a quelli politici (in molte realtà il diritto di voto amministrativo viene attribuito anche ai non cittadini, purché residenti da un certo tempo, e di converso molti cittadini non lo esercitano). Gli stranieri dunque saranno tecnicamente sempre di più, ma grazie anche alle tecnologie e ai cambiamenti nella sfera dei diritti, si sentiranno (ci sentiremo) sempre meno tali. Tutti un po’ stranieri perché cittadini solo fino a un certo punto e anche cittadini di qualcos’altro – e al contempo meno estranei perché in fondo lo saremo tutti, nella misura in cui aumenta il senso di estraneità a un mondo complesso e in continua trasformazione, a prescindere dal luogo in cui ci si trova.

 

Senza stranieri, in “Confronti”, n.2, febbraio 2021, p.37

Chiusura scuole: una società che ha dimenticato i giovani

Nessuno ha la verità in mano: né quella scientifica né quella politica, ammesso e non concesso che una cosa del genere possa esistere (anche quella scientifica, del resto, non si pretende tale: siamo noi che la interpretiamo così). Possiamo solo valutare le decisioni: nelle loro conseguenze, ma anche nelle loro premesse. E sulla base di queste ragionare ad alta voce sulla decisione presa dalla Regione Veneto di tenere chiuse le scuole superiori fino al 31 gennaio (e poi chissà…).

Intanto, con un minimo di onestà intellettuale: lo si capiva da dicembre, che non avrebbe riaperto. Troppe forze tiravano in quella direzione. Parte degli insegnanti (una parte minoritaria, va detto: e dispiace che sia quella che fa notizia), timorosi delle conseguenze sulla (loro) salute: ma ci domandiamo cosa dovrebbe dire, allora, il personale ospedaliero, anch’esso giustamente obbligato a tenere in funzione un servizio pubblico essenziale, peraltro in prima linea, correndo naturalmente dei rischi. Parte delle famiglie, preoccupate della salute dei loro figli: ma, forse, solo di quella fisica, e proprio di nient’altro. Buona parte della politica, consapevole del fallimento di fronte all’opinione pubblica cui sarebbe andata incontro: perché i contagi sarebbero aumentati, anche se non per colpa della scuola in sé, che la sua parte l’ha pur fatta, ma per il contorno, a partire dal sistema dei trasporti, che ci avrebbe comunque mostrato fotografie di treni e bus sovraffollati – perché non sono stati implementati, o non abbastanza, i piani straordinari che erano necessari in tempi straordinari. Tutti questi soggetti hanno spinto perché si trovasse la solita soluzione semplice a un problema complesso: il rinvio, nella speranza che le cose in futuro vadano meglio. Ma senza agire con sufficiente forza (non c’è nemmeno protesta, in giro) perché questo accada. E così, ancora una volta, la chiusura della scuola è diventata un ottimo alibi per inefficienze originate altrove.

Questa chiusura fa riflettere anche sui fondamentali che tengono in piedi la società: se ci riescono ancora. La diciamo in maniera semplice: che apra la produzione ma sia chiusa la scuola, dà l’idea delle priorità che la società si è data – senza alcun dibattito e riflessione collettiva, semplicemente come un dato. Abbiamo sempre difeso le ragioni della produzione, più in generale dell’economia. Quello che fa riflettere è che, tenendo ferma la scuola, si dia l’idea che essa invece non produce niente. Ce ne accorgeremo, di quanto sia sbagliata questa percezione: ma c’è il rischio che quando avverrà sia già troppo tardi. Per la tenuta del patto sociale, innanzitutto: che, essenzialmente, impariamo proprio a scuola.

Un altro fondamentale riguarda il patto generazionale. La diciamo in maniera sgradevole ma necessaria: muoiono soprattutto anziani, si tengono chiusi soprattutto i giovani, ai quali si toglie di più che a qualsiasi altra fascia d’età – il centro delle loro occupazioni, in buona parte il senso della loro vita. Anche questa sottovalutazione va avanti dall’inizio di questa pandemia (e per la verità da prima: da quando ci si è accorti che gli anziani sono di più e votano di più, e quindi si fanno leggi a loro beneficio – quota 100 è solo un esempio): lo dimostra quanto male stiamo decidendo di spendere i fondi di quello che continuiamo a chiamare “Recovery fund”, e che è nato invece come un “Next generation EU”, proiettato sul futuro anziché sul passato – noi lo stiamo usando per tamponare le falle, caricando di debito ulteriore le generazione successive, ma senza un progetto che le riguardi e le coinvolga. Anche di questo rischiamo di accorgerci quando sarà davvero troppo tardi. Le diseguaglianze generazionali, già in aumento drammatico con le maggiori difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro e le minori tutele e garanzie, rischiano con la chiusura delle scuole di togliere ai giovani l’unico punto su cui erano in vantaggio rispetto ai loro genitori: il maggiore livello di istruzione.

Se poi dovesse davvero accadere che gli impianti sciistici apriranno prima delle scuole superiori, avremo dato, come generazioni più anziane, il colpo di grazia alla nostra credibilità. Mostrando ai giovani che idea abbiamo di ciò che conta davvero: e quanto loro non siano tra le nostre priorità.

 

Abbiamo perso credibilità, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 gennaio 2021, editoriale, p. 1

Come ci ha cambiati il 2020

rivista “Il faro”, Treccani.it
3 gennaio 2021

Come ci ha cambiati il 2020

Tentare un bilancio del 2020 fa misurare plasticamente l’inutilità di ogni previsione. Astrologi, scansatevi. Futurologi, nascondetevi. Nessuno, a dicembre 2019, avrebbe potuto anche solo lontanamente immaginare quello che è successo.

E che cosa è successo? O meglio: che cosa è successo veramente? Perché i fatti, sì, più o meno li conosciamo: è arrivato un virus inaspettato e impensabile, la cui conseguenza è stata una pandemia che ha fatto ammalare e poi morire un po’ di gente, producendo degli effetti collaterali sulle relazioni sociali (quello che avremmo imparato a chiamare distanziamento), che a sua volta ha prodotto una crisi economica più seria di altre. Tutto qui, potremmo dire. Niente di tragico, in fondo, o di realmente rovinoso. La storia ci ha abituato spesso a scenari di questo genere, e anche solo nel secolo che ci sta alle spalle ne abbiamo vissuti di ben altrimenti catastrofici: cos’è qualche decina di migliaia di morti, per lo più anziani, e una perdita di ricchezza intorno al 12%, di fronte alle distruzioni di una guerra, al sacrificio di intere giovani generazioni, o agli orrori quotidiani di un totalitarismo, per dire? Ma in realtà c’è stato qualcosa di più e di più profondo: che ha cambiato più che in altri momenti il clima emotivo in cui siamo immersi. Con conseguenze più serie di quelle che ci si sarebbero legittimamente potute aspettare, esercitando l’analisi del presente con un minimo di distacco critico.

In realtà, quello che è avvenuto, è stato uno stop brusco a una corsa forsennata, di cui non avevamo chiarissima la direzione, e le cui premesse erano fondate su basi meno solide di quelle che ci raccontavamo. Che ci ha costretto a una presa di coscienza brutale e improvvisa: che stiamo appena cominciando a metabolizzare e razionalizzare – ma che abbiamo cominciato subito a sentire. Ed è questa la parte più importante. Quella che improvvisamente ha reso di attualità tutte le distopie che consumavamo avidamente nella science fiction dei romanzi e delle serie televisive. Facendoci misurare di nuovo con paure antiche e potenti, precipitandoci in una crisi economica più grave di quanto mostrino i numeri (perché è orribilmente mal distribuita, è una crisi di senso e di fiducia nella bontà del sistema), trasformando radicalmente la nostra gerarchia di aspettative, aprendo a scenari di limitazione – consentita, se non consensuale – delle nostre libertà che avremmo considerato inaccettabili fino al giorno prima. E tutto ciò, prima ancora di capirlo – ancora non lo capiamo veramente – lo percepiamo.

Questo, è successo. Che ci siamo scoperti fragili: come individui, alla mercé di un nemico invisibile (e proprio per questo più terrorizzante, come nei film horror), come collettività e comunità (obbligati a distanziarci per non più esserlo), e come sistema (economico, ma anche decisionale e quindi politico: tuttora impallato in un groviglio di incompetenza, inadeguatezza, pressapochismo, impreparazione, lentezza di reazione e ritardi da cui non sembra saper uscire). Il tutto immerso in una bulimica quotidiana insopportabile ossessione ed esposizione mediatica, che nulla produce sul piano informativo, e moltissimo contribuisce all’isteria collettiva, e ad alimentare in un circolo vizioso di cui assurdamente non ci rendiamo conto proprio i timori che dovrebbe aiutarci a comprendere ed esorcizzare.

Abbiamo riscoperto che la morte esiste ed è persino possibile, cosa che – credendoci amortali – avevamo rimosso (ancora una volta, come individui, come collettività e come sistemi). Lo stesso per la malattia e per il male, che eravamo assurdamente convinti fossero due cose diverse, e invece abbiamo riscoperto uniti non solo nell’origine della parola (mentre ancora non abbiamo riscoperto che pure salute e salvezza originano dalla medesima parola, salus, che infatti in latino traduce entrambe le cose).

Abbiamo dovuto prendere atto che la nostra società è attraversata e inibita da mali pesanti e di lungo periodo, che molto hanno contribuito alla crisi di senso e di fiducia di cui sopra, e che le decisioni prese hanno peraltro aggravato drammaticamente: pensiamo in particolare alle diseguaglianze già evidenti, che ci hanno resi diversi di fronte al destino, che forse di fronte al virus dovremmo ricominciare a chiamare fato. Diseguaglianze di fronte alla morte e dentro la vita, dovute alle “3 G” che sbilanciano le nostre società: tra garantiti e non garantiti, tra generi e tra generazioni[1]. Tra chi ha potuto mantenere un reddito sostanzialmente inalterato (titolari di un reddito fisso – un salario pubblico, pensioni, ma anche rendite – e pezzi significativi di privato che l’hanno visto anche accrescersi) e chi invece l’ha perso in tutto o in parte. Tra maschi e femmine, in un Paese in cui erano già ben visibili, e molto più lente a ridursi rispetto ad altri Paesi sviluppati con cui amiamo compararci: perché il costo vero delle scelte fatte e ancor più non fatte (si pensi al disinteresse per la scuola e i bambini) si è scaricato soprattutto sulle donne, costrette a rinunciare a redditi già prima più bassi per occuparsi della prole, di cui improvvisamente non si è occupato più nessun altro, né istituzioni né servizi. Tra le fasce di popolazione più anziane e quelle più giovani, già gravissime prima, in un Paese con la natalità più bassa d’Europa, il maggior disequilibrio negativo tra nati e morti, l’età media più elevata, le proiezioni più drammatiche nel rapporto tra popolazione attiva e pensionati (che potrebbe diventare di uno a uno tra poco più di vent’anni), la permanenza crescente dei giovani nelle famiglie d’origine (un impressionante due terzi nella fascia 18-34 anni), la più alta disoccupazione giovanile e il più elevato numero di NEET, sulle cui spalle in pochi mesi abbiamo caricato quasi duecento miliardi di ulteriore debito pubblico, in misure non strutturali e quindi spesso di dubbia utilità per loro, e di cui rischiano quindi di beneficiare molto poco, rispetto ad altri. E tutto questo perché le decisioni le hanno prese soprattutto le persone appartenenti al lato già più avvantaggiato delle tre fratture esaminate: garantiti, maschi, anziani.

Questo quello che abbiamo scoperto o riscoperto. Insieme ad altre cose. Relazioni, sì, l’abbiamo capito che servono: e possibilmente recuperando solidarietà ed empatia. Spazio: quando ci hanno rinchiusi, ne abbiamo compreso l’importanza. Aria, possibilmente pulita: quando ce ne hanno lasciata solo un’ora, come i carcerati, abbiamo capito quanto fosse preziosa. Tecnologia: il salto quantico che abbiamo fatto, irreversibile, ci ha cambiati e ha cambiato la società – pensiamo alla scuola e all’istruzione, non solo allo smart working – più di quanto ci siamo accorti (ma rischia anch’esso di aggravare le diseguaglianze tra chi può e sa accedervi e chi no). Ma, sorprendentemente, proprio nei mesi di lockdown in cui non ci siamo nutriti d’altro, e non avremmo saputo come passare le nostre giornate senza (cosa sarebbero state le nostre giornate senza film e serie televisive, senza musica, senza libri, senza tutte le cose lette, scritte e viste on-line?) dichiaravamo nei sondaggi che il settore meno importante della società era la cultura, e l’abbiamo chiuso senza pietà, lasciandolo solo e privo di aiuti.

Quello che invece ci manca ancora da riscoprire (potremo farlo solo quando ci saremo ripresi dalla botta emotiva e, smettendo di leccarci le ferite, ci daremo da fare per riscostruire, aprendoci quindi inevitabilmente alla fiducia e alla speranza che ogni progettualità implica – dunque da qualche parte nel prossimo futuro) è la virtù della resilienza: perché il contrario di fragilità non è forza, come spesso crediamo, ma, appunto, resilienza. Non un vago e vacuo ottimismo, ma la capacità di riconoscere, nel bicchiere mezzo vuoto, il bicchiere mezzo pieno, le opportunità, quindi, e gli strumenti per superare le difficoltà.

 

[1] Ne ho parlato in Tre linee di frattura (in Il mondo dopo la fine del mondo, Laterza, 2020, pp. 3-12), e alcune sono ampiamente delineate in La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ce la può fare, Laterza, 2020, uscito appena dopo il primo lockdown, delle cui conseguenze già teneva conto.