Educazione affettiva e sessuale: i limiti (e gli errori) del disegno di legge Valditara
Il disegno di legge sull’educazione affettiva e sessuale voluto dalla maggioranza e dal ministro Valditara (per ora approvato dalla camera, ma ancora emendabile al senato) non risolve il problema che dovrebbe affrontare: lo crea.
L’educazione affettiva e sessuale è considerata utile, anzi indispensabile, al punto che interviene il parlamento e se ne fa una legge che ne delimita i confini? Bene. Se l’educazione sessuo-affettiva serve, e serve, serve per tutti: se ne faccia una materia di studio obbligatoria. O, se non si ha il coraggio di intervenire, perché di questo si tratta, la si lasci – in base al principio di sussidiarietà – all’autonomia delle scuole, che conoscono meglio di altri la situazione sociale e educativa in cui sono inserite, e i bisogni educativi dei propri studenti, e possono utilizzare le risorse presenti sul territorio. Invece no: niente iniziativa dall’alto, ma pure gabbie, paletti e divieti su quanto proviene dal basso. Non solo non diventa materia di studio obbligatoria (e siamo uno dei pochi paesi europei in questa situazione: c’è solo un accenno all’educazione alle relazioni e al rispetto nell’ambito del programma di educazione civica – e ci mancherebbe altro, viene da dire). Ci vuole pure il consenso informato, preventivo e scritto dei genitori, per parlarne nelle attività extracurriculari che tappano il buco presente in quelle curriculari. Ora: il problema, e il rischio, diremmo la probabilità, è che chi è contrario sia precisamente chi ne ha più bisogno, ma ne ha meno contezza.
Chi combatte contro l’insegnamento dell’educazione affettiva e sessuale dice di combattere contro una ideologia gender che esiste solo come argomento fantoccio (persino il ministro parla di “cosiddette teorie gender”). La vera, sostanziale, diffusa (e, lo vediamo dai suoi effetti, quella sì potente) ideologia gender è quella che usa il suo nemico retorico per affermare che non c’è bisogno di parlare di questi argomenti o, peggio, pretende di controllarne e censurarne i contenuti nei rari casi in cui – Dio non voglia – se ne parla. La si lasci, si dice, alle famiglie: il che significa, spesso, al silenzio, al non detto. Il problema, purtroppo, in questo come in altri casi, non è l’ideologia sul genere, ma l’ideologia in genere: quella che fa affrontare i temi per prese di posizione ideologiche, appunto, per schieramenti precostituiti, anziché darsi il tempo di un’analisi pacata, pragmatica e seria, che pure il tema richiederebbe.
Il problema non è dare ai genitori i mezzi per tutelare i figli dalla educazione sessuo-affettiva, ma semmai, idealmente, sarebbe coinvolgere anche i genitori nella sua erogazione, ma come utenti, dato che spesso hanno bisogno di saperne quanto e più dei loro figli, anche perché costretti a affrontare sfide diverse – a partire da quelle provenienti dalla diffusione delle tecnologie e dei social – che in passato non esistevano e a cui non sono preparati.
L’idea che le famiglie debbano esprimere un consenso preventivo e scritto, senza il quale l’esclusione dei figli sarà automatica, finirà inoltre per favorire l’incomprensione proprio dei genitori meno attenti o più deprivati, autoctoni e immigrati (e a proposito: in caso di genitori, magari separati, con opinioni opposte che si fa – si tira a sorte?). Che debbano pure visionare i materiali in anticipo non potrà che produrre censura, dato che c’è chi si opporrebbe anche solo a un disegnino stilizzato degli organi genitali. Il tutto, peraltro, in nome di un’alleanza scuola-famiglia che dimentica totalmente la centralità dei diretti interessati: gli studenti, e il loro diritto/dovere a saperne di più. E che, nel nome dell’interesse (o delle paure) delle famiglie dimentica del tutto l’interesse della società, che soffre le conseguenze, spesso drammatiche, della mancanza di educazione sessuo-affettiva. Peccato, perché la società civile è più avanti, e nelle scuole già ci va, grazie all’attivismo di tante organizzazioni, come la benemerita Fondazione voluta da Gino Cecchettin, dedicata alla figlia Giulia. Che, audito in commissione, ha detto l’opposto di quello che prevede il disegno di legge. Inascoltato.
P.S. Il disegno di legge prevede pure l’obbligo di attività alternative (e sappiamo dall’esperienza dell’ora di religione come andrà a finire). Il rischio è che si stanchino anche le scuole, sapendo che per proporre una iniziativa dovranno organizzarne due.
Perché è sbagliata la legge sull’educazione affettiva, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 9 dicembre 2025, editoriale, pp. 1-9



