Immigrati: la politica dei ‘parcheggi umani’

Quando si sono spesi anni a fare della lotta all’immigrazione (e agli immigrati come persone) il proprio capro espiatorio, e ragione importante delle proprie carriere politiche, immaginando che dire “non li vogliamo” fosse sufficiente a farli sparire dall’orizzonte (come se si potesse dire la stessa cosa della povertà, delle spese per l’istruzione, o del maltempo, dell’inquinamento o del traffico, e questo giustificasse il non far nulla…), facendo finta di essere all’opposizione (nazionale) anche quando si è stati ininterrottamente governo (regionale, e a intermittenza nazionale) per decenni, è difficile immaginare di trovare soluzioni di gestione del fenomeno. E infatti continua a non succedere.

Per giunta, si persiste negli errori già fatti, perché non si ha il coraggio di dire che ci si era sbagliati fino ad ora, che gli slogan del passato erano fuori bersaglio e controproducenti. Un esempio è la drastica riduzione della possibilità di intervento dei SAI (i progetti di integrazione gestiti dai comuni, quelli che funzionano meglio): a cui si è deciso di impedire di accogliere richiedenti asilo, ma solo rifugiati riconosciuti, con il risultato paradossale che molti progetti accolgono meno persone di quelle che potrebbero, e le presenze in questi percorsi di inserimento sono in calo. All’opposto, si potenziano ulteriormente i CAS (i centri straordinari di accoglienza), sciagurate strutture, anche di grandi dimensioni, di cui si riduce il ruolo. Da un lato, per fare spazio ai nuovi arrivati, con una circolare del 7 agosto, vengono invitati a cacciare gli ospiti presenti, anche nelle more della consegna del conseguente permesso di soggiorno, ovvero anche se i diretti interessati non potranno lavorare regolarmente, con le conseguenze che si possono immaginare; dall’altro, con il decreto Cutro, gli si toglie la scomoda incombenza di erogare i servizi di orientamento legale e al territorio, di sostegno psicologico e soprattutto di insegnamento della lingua italiana: esattamente l’opposto di quello che sarebbe necessario fare. Di fatto li si trasforma in un mero parcheggio umano di persone a cui fornire vitto e alloggio e null’altro, senza alcun progetto di intervento sensato, salvo poi lamentarsi che l’integrazione non funziona come si vorrebbe, dopo aver fatto tutto il possibile per impedirla…

Non stupisce, visto che a livello nazionale non si sa che pesci pigliare, se a livello locale si fa anche peggio. Rifiutando la presenza degli immigrati, minacciando di ‘restituire’ alla prefettura i richiedenti asilo mandati nei comuni, e continuando a raccontare che “prima gli italiani”, che bisogna prima trovare casa agli autoctoni: come se lo si facesse davvero, come se fosse una scusa ragionevole per non occuparsi d’altro (peraltro i fondi per i richiedenti asilo arrivano da altri budget e che li si accolga o meno non c’è un solo euro in più per gli italiani, semmai girano meno soldi in generale, che è uno svantaggio per tutti – non si riflette mai sul fatto che i progetti di accoglienza implicano assunzioni, stipendi, acquisti, e fanno anch’essi girare l’economia…), e come se avesse senso dire che non si può fare una cosa perché si deve fare l’altra: come se dicessimo ai nostri figli che non gli paghiamo l’istruzione perché dobbiamo già pagare la sanità…

Il paradosso è che tutto ciò avviene mentre, virginalmente, il governo scopre che abbiamo bisogno di immigrati (e apre al loro arrivo con il decreto flussi), altrimenti molte attività semplicemente chiuderanno, rendendo tutti noi più poveri. La diciamo in parole semplici, forse comprensibili anche per chi della caccia allo straniero ha fatto bandiera: meno immigrati significa meno lavoratori per imprese che, non trovando operai, chiuderanno o si sposteranno altrove (o serviranno peggio la propria clientela, ad esempio, nel settore turistico-alberghiero e della ristorazione, spingendola ad andare altrove), ma anche meno clienti a cui vendere merce (tutta: cibo, vestiario, farmaci, giocattoli, e qualsiasi cosa vi venga in mente), meno case da affittare, meno donne italiane che lavorano perché torneranno ad accudire bambini e anziani, ma anche cose meno intuitive come meno classi per le scuole (si stimano in 18.000 solo le classi elementari che spariranno da qui al 2028, che è praticamente domani). Ma, di fronte a questo scenario, non si fa nulla per far entrare regolarmente e formare la manodopera che servirebbe. Che dovrebbe essere il compito dello stato, coadiuvato nell’accoglienza dai comuni, possibilmente con il raccordo delle regioni. Se non si preferisse l’antica pratica dello scaricabarile…

 

Parcheggi umani e politiche sbagliate, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 agosto 2023, editoriale, p. 1

Richiedenti asilo nei comuni: si può fare

Nel derby accoglienza diffusa contro grandi strutture di accoglienza (caserme, ad esempio), come alternative possibili per accogliere i richiedenti asilo, si sta intanto scoprendo che l’opzione “né né” (né l’una né l’altra) non è più percorribile: che il comodo non fare niente di molti sindaci, puntando solo sul rifiuto aprioristico e il respingimento a prescindere, non potrà continuare. Sono cambiate le carte in tavola ai massimi livelli governativi nazionali: dove il presidente del consiglio Meloni, lungi dall’invocare ancora il blocco navale, ammette nella sessione più autorevole ipotizzabile e fortemente voluta (la Conferenza internazionale su sviluppo e migrazioni ospitata domenica alla Farnesina, presenti i vertici di molti paesi di entrambe le rive del Mediterraneo, e la presidente von der Leyen) che l’Italia ha bisogno di immigrati. E quindi dovranno cambiare le politiche anche a livello locale (anche se fino ad ora si era predicato il contrario, il che spiega i mal di pancia visti anche in questi giorni), aiutando anche i richiedenti asilo a entrare nel mondo del lavoro il più rapidamente possibile. Da qui, l’attivarsi anche di chi prima stava immoto e in silenzio.

Viene da Vicenza, la provincia che ha visto la protesta di alcuni sindaci al ricollocamento di pochi richiedenti asilo, una prima proposta costruttiva. Due terzi dei sindaci dell’Alto Vicentino (21 su 32), con capofila il comune di Santorso che da molti anni persegue un modello funzionante di accoglienza diffusa (ha già un SAI da 23 anni, quando ancora ai chiamavano SPRAR, e un CAS), hanno proposto al prefetto un protocollo di accoglienza, che è di fatto il proseguimento di un progetto chiamato la Tenda di Abramo, attivato per accogliere i profughi ucraini da ben 27 comuni su 32. Il protocollo si basa su un patto preciso: i comuni si impegnano a reperire alloggi e nel coordinarsi con parrocchie e volontariato per dei progetti di integrazione funzionali, ma in cambio la prefettura si impegna a non inviare richiedenti asilo in misura superiore al tre per mille della popolazione – un’idea e una buona pratica nata proprio a Vicenza molti anni fa, e ripresa come modello, ai tempi, dal ministro Alfano. Per la maggior parte dei comuni si tratta di poche unità, per i più grandi di decine, e solo per il capoluogo, Vicenza, si tratterebbe di un centinaio: ma molti comuni dei richiedenti asilo li ospitano già, quindi si tratterebbe di pochi posti aggiuntivi. E in cambio si avrebbe la garanzia che eventuali hub sarebbero collocati altrove. Non poco, per un amministratore.

Di fatto, si tratta di una specie di pre-SAI, di cui andrebbe concordata anche l’entità della diaria giornaliera: oggi i bandi prevedono per i CAS, i centri di accoglienza straordinaria, tariffe intorno ai 26-28 euro al giorno (erano scesi a 21 ai tempi di Salvini ministro dell’Interno), che finiscono per limitarsi alla sussistenza o poco più, e per favorire le strutture a mero scopo di lucro, non interessate all’integrazione; mentre per i SAI, gestiti dai comuni, vigono più ragionevoli tariffe intorno ai 40 euro. Come in altri paesi europei, dove si dà di più ma si richiede anche di più, facendo integrazione – insegnamento della lingua, formazione professionale, orientamento al lavoro, mediazione culturale – non solo accoglienza: un investimento decisivo per favorire l’inserimento sociale e culturale dei migranti, e la loro accettazione, che fa risparmiare conflitti e problemi (e persino denari) futuri.

Potrebbe essere un modello, anche di rapporto tra istituzioni: comuni e prefetture insieme, che collaborano invece di combattersi. L’esistenza di un comune capofila rende la fatica amministrativa molto leggera per tutti gli altri, e spesso si attivano rapporti virtuosi con volontariato e associazionismo che possono svolgere un ruolo utile anche in altri ambiti.

Certo, dovrebbero cambiare anche le politiche a livello nazionale, favorendo questo tipo di intese: oggi oltre 6 richiedenti asilo su 10 sono in CAS (che quindi sono diventati la politica ordinaria), anziché in SAI, molti dei quali hanno chiuso, anche per le difficoltà burocratiche frapposte, sia dai governi che dall’ANCI. E forse bisognerebbe pensare a un’obbligatorietà per i comuni (finora osteggiata) o almeno a forti incentivi per i comuni virtuosi, come già avvenuto in passato (i trasferimenti di 500 euro a migrante, una tantum, della precedente crisi). Il rischio altrimenti, come sta avvenendo proprio ora, è che si apra un terzo binario dell’accoglienza (oltre a SAI e CAS) coordinato dal Commissario all’emergenza. Dove si attivano la Croce Rossa o la Protezione Civile, in quelli che diventerebbero dei super-CAS, ma senza le competenze necessarie, e quindi con forti rischi di trasformare queste strutture in ferite sociali difficili da rimarginare.

 

Modello Vicenza, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 25 luglio 2023, editoriale, p. 1

Richiedenti asilo. Le responsabilità della politica locale

Tre persone. Di questo stiamo parlando. Tre giovani. Tre persone, in paesi che vanno dai 3.400 abitanti di Gambellara, i 4mila di Brogliano, i 6mila di Castelgomberto, i 7.500 di Sovizzo, i 9mila di Trissino, fino ai 12mila di Altavilla Vicentina e di Cornedo. Si va dallo 0,09% della popolazione di Gambellara allo 0,025% di Altavilla. Insostenibile?

Se ne fossero arrivate trenta in un giorno dal paese vicino, o dalla Romania, nessuno se ne sarebbe nemmeno accorto, né gli avrebbero detto di tornarsene al loro paese, o si sarebbero lamentati che non c’è lavoro né casa per tutti (non è vero, peraltro: se esistessero dei meccanismi di incontro della domanda e dell’offerta troverebbero lavoro in 24 ore – la richiesta c’è – e casa pure, se la si affittasse alle persone di colore anziché rifiutargliela, come spesso accade). Se fossero arrivati tre o trenta ucraini, li si sarebbe aiutati. E allora ammettiamolo, che – tra le altre cose – è il colore della pelle che dà fastidio. Oltre che il metodo.

Certo, il prefetto di Vicenza ha sbagliato grossolanamente nei modi. Ed è già stato rimproverato dal suo stesso ministro, e magari pagherà il modo maldestro di gestire le cose, in termini di carriera. Ma sono i comuni veneti, è la cultura politica maggioritaria del Veneto ad essere sul banco degli imputati. Non si può sentire – ed è da vergognarsi – che il Veneto, che ha una popolazione (in calo) che è oltre l’8,2% di quella italiana, che produce il 9,2% del PIL nazionale e si vanta di crescere più dell’Italia, e che ha pretese di guida morale oltre che di locomotiva economica del paese, abbia concordato di avere al massimo solo il 6% dei richiedenti asilo del paese, ne abbia in realtà molti meno, e si lamenti pure. E se i prefetti sono arrivati a questo è perché la maggior parte dei comuni veneti non accoglie nemmeno un richiedente asilo, e il Veneto è una delle regioni che ha attivato meno SAI (i progetti di accoglienza gestiti dagli enti locali): i comuni che hanno attivato dei progetti sono solo 19 su 563, per un totale di 888 posti, collocando il Veneto al quindicesimo posto tra le regioni italiane (siamo la quarta, per popolazione) sia per numero di comuni coinvolti che per numero di posti, con il 2,02% del totale delle persone accolte dai SAI in Italia, e l’1,2% dei minori. Che non sia un grande sforzo, si può dire? Eppure l’accoglienza diffusa è l’unico modo di far funzionare l’integrazione (e funziona, se si vuole). E anche, tatticamente, per i sindaci, sarebbe il solo modo di evitare di vedersi nascere un CAS, un Centro di Accoglienza Straordinario, nella porta accanto al municipio, gestito a scopo di lucro e non di integrazione. Solo che per fare un SAI occorre lavorare (anche in regione, coordinando e promuovendo, almeno, non solo nei comuni), mentre per dire di no agli immigrati basta far uscire un po’ di fiato dalla bocca: lo stesso che esce da anni, con lo stesso messaggio, peraltro. Eppure anche i sindaci, anche i consiglieri regionali, anche i parlamentari veneti che strepitano in queste ore, li leggono, i giornali, e dovrebbero essere informati da mesi sul moltiplicarsi degli arrivi (che non si può più dire siano colpa di un governo cattivo, visto che il governo è dello stesso colore politico dei politici locali).

È sconcertante che tocchi all’impresa dire e proporre di fare quello che dovrebbe essere la politica a dire e a fare. Ed è incredibile che per sentire parole pacate e costruttive si debba aspettare Confindustria anziché il principale partito di governo del territorio, e i suoi rappresentanti. Certo, è difficile, per chi è cresciuto a pane e slogan contro gli immigrati, e retorica su “prima i veneti”, costruendoci sopra redditizie carriere politiche, dover ammettere che ci si è sbagliati. Ma, sì, ci si è sbagliati, e sarebbe onesto ammetterlo. Hanno sparso per anni a piene mani una retorica miserabile, che con la scusa di aiutare prima gli italiani sofferenti, non ha fatto in realtà niente nemmeno per loro, salvo offrirgli un capro espiatorio che non è il vero nemico. E ora pretendono che continuare a dire di no, e basta, sia una questione di coerenza. Certo, devono salvare la faccia. Ma merita di essere salvata, quella faccia lì? O non è meglio fare buon viso a cattivo gioco e cominciare, finalmente, a rimboccarsi le maniche e lavorare anche su questo dossier, colpevolmente trascurato, e prepararsi a un futuro che sarà impegnativo? Nei prossimi mesi e anni la retorica non basterà più, nemmeno per essere rieletti. Serviranno i fatti. Cominciamo ad occuparci di quelli?

Per tre persone, in “Corriere della sera – Corriere  del Veneto”, 16 luglio 2023, editoriale, p.1

Fecondazione e immigrazione

La notizia è minore: ma ci dice più di quello che immaginiamo sui cambiamenti sociali e culturali in corso. La Regione Veneto ha deciso di premiare in denaro i direttori generali delle aziende sanitarie che promuoveranno la procreazione medicalmente assistita. Al di là del fatto opinabile che il modo migliore di arrivare al risultato sia premiare i manager, vale la pena riflettere sulla logica che sta dietro a questa decisione.

La motivazione dell’iniziativa è quella, di fronte al crollo demografico, di incentivare le nascite. Va benissimo, anche se sarebbe bastata quella, pure ammessa, che le liste di attesa, in Veneto (a differenza che nelle regioni limitrofe), sono inaccettabilmente lunghe, per chi ha bisogno di ricorrere a questa pratica non potendo avere figli in altro modo: anche più di un anno solo per la prima visita, quando si tratta di persone il cui orologio biologico è inesorabile (normalmente è una decisione che si prende quando altri tentativi non sono andati a buon fine, e quindi spesso intorno ai quarant’anni). Ci si augura che la pratica sia aperta a tutti coloro che vogliono usufruirne, e non solo a un tipo particolare di coppie o di famiglie: siamo tutti uguali davanti ai diritti, o così dovrebbe essere.

L’aspetto curioso della notizia è tuttavia un altro: l’incentivo vale sia per la fecondazione omologa (con patrimonio genetico proveniente dall’interno della coppia) che eterologa (che riguarda circa un terzo delle domande complessive). Ma per la seconda non ci sono in Italia abbastanza donatori e donatrici, per cui, oltre a lanciare un bando europeo, un’azienda ospedaliera si è già attivata per acquistare i gameti maschili e femminili necessari da biobanche estere. Aprendo una nuova inconsapevole forma di immigrazione legale. Quando serve, come accade anche con la manodopera straniera, i distinguo e gli slogan strumentali (“prima gli italiani”) si sciolgono come neve al sole, ed è una buona notizia: che apre alla speranza che non vengano più sollevati nemmeno in altri ambiti.

Se l’obiettivo è attivare delle politiche nataliste, tuttavia, varrebbe la pena cogliere l’occasione per allargare il campo. Gli investimenti principali sono infatti da attivare in altri settori. A cominciare da un serio investimento in asili nido e in scuole per l’infanzia, visto che i posti a disposizione negli asili, secondo l’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, vedono il Veneto al nono posto tra le regioni italiane, mentre per la sola offerta pubblica ci colloca addirittura al penultimo posto in Italia, davanti alla Calabria. Aggiungeremmo una significativa politica di messa a disposizione di alloggi popolari che manca (in tutta Italia) ormai da decenni. Consentire alle giovani coppie residenti in regione di accedere a un mutuo o di pagare un affitto a prezzi non di mercato, e di poter mettere i figli in strutture adeguate in modo da consentire a entrambi i coniugi di lavorare, avrebbe un impatto sulla natalità certo largamente superiore rispetto al provvedimento simbolico sulla fecondazione. Ma presuppone una discussione pubblica approfondita, l’individuazione di priorità adeguate alla bisogna, e investimenti conseguenti: in una parola, una politica capace di visione.

Poi, se il timore, sulla base dei dati del rapporto statistico regionale, è che la popolazione veneta cali da 5 a 4 milioni di persone da qui al 2050, va benissimo – è un tassello indispensabile – lavorare sulla natalità. Ma nel frattempo – visto che delle politiche nataliste serie, quand’anche venissero effettivamente adottate, avrebbero effetto sul mercato del lavoro per l’appunto intorno al 2050 – occorre tamponare le derive del presente. E magari, se non è tabù l’importazione di gameti di provenienza estera, cominciare a fare qualche ragionamento serio sulle persone di origine straniera già presenti o che potremmo far arrivare da oltre confine, integrandole bene, spendendo il necessario. Anche questa è una politica. Come tutte le politiche ha un costo, vantaggi e svantaggi. Ma per avere effetto deve essere adottata esplicitamente.

 

Tutti uguali, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 12 luglio 2023, editoriale, p.1

Turismo, retribuzioni e qualità del lavoro. Sulle dichiarazioni di Cipriani e il caso Harry’s Bar

Le dichiarazioni di Arrigo Cipriani – che non trova lavoratori per il suo Harry’s Bar – sono un buono spunto per affrontare il tema del lavoro, e nello specifico del turismo, in Italia. Non perché siano originali: non lo sono. Né perché facciano capire cosa succede nel settore: non lo fanno. Ma perché aiutano a comprendere un certo modo di intendere il lavoro e la società (e di fare imprenditoria) che è di molti: e che è parte del problema, non della soluzione.

L’imprenditore avrebbe due metri per giudicare il proprio prodotto: il giudizio dei clienti che pagano, e quello dei dipendenti che paga. Il primo si utilizza spesso, il secondo di rado, anche nelle ricerche di settore. Eppure le due cose sono collegate: e misurare il grado di soddisfazione dei lavoratori è un buon modo per capire se un’impresa o un settore ha un futuro. Chiedere loro un’opinione, invece di dire loro come dovrebbero pensarla, potrebbe essere assai utile a chi con la concorrenza – dunque con la qualità e la professionalità, oltre che con il prezzo – si misura. Tra gli imprenditori invece (quelli che si lamentano in pubblico, almeno: altri riflettono, ma fanno meno notizia) prevale il vittimismo: se non trovi dipendenti è colpa delle loro pretese eccessive, o del contesto (dello stato, delle tasse – con molte buone ragioni, naturalmente), comunque non tua. In particolare, non delle condizioni di lavoro e delle opportunità di crescita e di carriera offerte. Non è solo questione di salari, infatti: anche se contano, visto che con un salario medio del settore oggi si vive molto peggio di qualche decennio fa. E, a costo di ribadire l’ovvio, se per l’imprenditore è vera la massima di Benjamin Franklin, per cui “il tempo è denaro”, perché non dovrebbe esserlo anche per i lavoratori?

Per questo l’accusa del datore di lavoro ai lavoratori di pensare solo ai soldi – avanzata da Cipriani – risulta paradossale. E ricorda più l’inconsapevolezza degli aristocratici russi raccontati da Čechov o da Gogol rispetto ai loro schiavi e servitori, che non la razionalità dell’imprenditore capitalista di Weber o la dinamica disrupting della distruzione creatrice di Schumpeter.

Parliamo di un settore in cui i minimi contrattuali, ma anche i salari medi – ed è risaputo e ammesso anche dai datori di lavoro più avvertiti – sono troppo bassi per gli orari e i turni richiesti (basti pensare alla diffusione del lavoro grigio, con solo una parte del salario pagata in regola, e orari dichiarati ben diversi da quelli praticati). In più, alle condizioni lavorative e stipendiali descritte, si aggiungono condizioni di vita (orario allungato, lavoro serale, festivo e nei periodi di vacanza) e alloggiative (visto che spesso lo si deve svolgere fuori sede) svantaggiate e talvolta indecenti. Una facile riprova è che quegli stessi giovani italiani che vengono accusati di indulgere in pigri lussi garantiti dal reddito di cittadinanza (che non c’è nemmeno più: occorrerà aggiornare il repertorio delle lamentele), all’estero svolgono quegli stessi lavori qui rifiutati, e un perché ci sarà. Come ci sarà un perché se il settore alberghiero e della ristorazione ha visto, nell’immediato post-Covid, una massiccia migrazione di lavoratori anche stranieri verso lavori, qualifiche e salari operai, che la manifattura ha offerto nel momento della ripresa post-pandemica: evidentemente era più attrattiva, e quello che spaventa, quindi, non è la fatica, che la fabbrica non risparmia.

Una riflessione tutto ciò la meriterebbe. Perché, è vero, il settore macina record ogni anno, e il Veneto ne è regione trainante. La crescita, tuttavia, è in parte significativa figlia non di meriti propri (se si può parlare di merito di fronte alle meraviglie della natura o ai lasciti artistici e architettonici dei nostri antenati – chi sta a Venezia, per esempio, non ha alcun merito sulla sua bellezza, e spesso molti demeriti su come la peggiora), o di una capacità imprenditoriale specifica (che alcuni hanno e altri no), ma di una congiuntura globale, che vede crescere il numero di persone nel mondo che il turismo se lo possono permettere: tanto che aree comparabili (e meno dotate per storia e natura di qualità intrinseche) crescono più velocemente, attraggono di più, e hanno un tasso di fidelizzazione (banalmente, di ritorni) superiore. E di questo si dovrebbe ragionare.

Poi, certo, ha ragione Cipriani: è cambiata la società e sono mutate le priorità individuali. Anche rispetto alla centralità del lavoro nella vita quotidiana. Solo che forse è un bene su cui dovremmo riflettere, o almeno un dato intorno a cui riorganizzarci, non un male da stigmatizzare. E su cui anche gli imprenditori hanno molto da dire, da riflettere, da sperimentare. Qualcuno lo sta già facendo: anche nella propria vita privata. Per ripensare il futuro, guarderei lì, evitando di rimpiangere nostalgicamente un passato che – grazie a Dio – non tornerà più.

 

Non è solo questione di soldi. Cipriani e i lavoratori, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 4 luglio 2023, editoriale, p.1

Coppie omogenitoriali e bambini: la politica dei fatti e quella delle ideologie

Talvolta tocca agli amministratori insegnare la politica ai politici: come la si fa, e i principi (quelli costituzionali) sulla base dei quali la si sostiene. È successo anche a proposito del riconoscimento dei figli di coppie omogenitoriali. La procura di Padova ha impugnato gli atti registrati dal sindaco Giordani in questi anni e chiede di disconoscere 33 genitori di altrettante coppie omosessuali, tutte al femminile, in maniera retroattiva, anche a bimbi che vivono con le loro genitrici da sei anni! In un caso, infatti, si tratta addirittura della registrazione dell’atto di nascita di una bimba nata da una delle due mamme di una coppia omogenitoriale, avvenuta in Canada nell’agosto 2017 e regolarmente sposata in quel paese: e peraltro, in questo caso, ciascuna mamma ha un figlio biologico, con il risultato che i figli non saranno più legalmente fratelli, ma, pur convivendo, avranno ciascuno un cognome diverso (e, a proposito, per evitare scivolamenti su un altro argomento sensibile, in discussione in parlamento proprio in questi giorni, la gestazione per altri non c’entra assolutamente nulla, trattandosi in tutti i casi di situazioni in cui una madre biologica c’è). La procura chiede – puramente e semplicemente – di togliere il secondo genitore dallo stato di famiglia: con tutte le implicazioni pratiche, dalla scuola alla sanità, e simboliche, sui princìpi e sui diritti, che si possono immaginare. Un effetto della sciagurata circolare Piantedosi di marzo, che in obbedienza ai dettami del nuovo governo e alla sua agenda, diciamo così, valoriale, e nel vuoto legislativo che caratterizza la materia, si è imposta nelle sue conseguenze ai sindaci con una discutibile interpretazione, che peraltro non ha forza di legge e potrebbe essere incostituzionale, in quanto diversifica e ridimensiona i diritti dei bambini.
La posta in gioco è il diritto alla genitorialità di entrambi i genitori: la procura chiede infatti la rettifica del cognome, cancellando quello del genitore non biologico, forzando quindi un cambio dell’identità burocratica dei figli (risolvibile, eventualmente, all’atto pratico, con una lunga procedura di adozione: ma non se ne capisce francamente la ratio). Il sindaco di Padova, come quelli di altre grandi città, da Milano a Roma, è colpevole di avere registrato entrambe le madri, che sono i genitori effettivi.
Al di là del merito della questione, va sottolineato il pacato coraggio civile del sindaco (molti altri – la maggioranza – preferiscono lavarsene le mani). Che in nome di un onesto pragmatismo mirato alla soluzione dei problemi, e dell’obbedienza ai principi e valori costituzionali, da sei anni procede a queste trascrizioni, sempre comunicandole alla procura, che in passato non ha mai eccepito. Va a onore del sindaco il fatto di procedere in questa direzione semplicemente perché ci crede e pensa sia giusto, senza altre ambizioni e senza agende nascoste, essendo già al suo secondo mandato alla guida di una piccola e sonnacchiosa città di provincia, senza le tentazioni glamour e senza la visibilità e le opportunità politiche di chi governa la capitale statuale e la (ex) capitale morale.
Va sottolineato anche perché è un comportamento molto più responsabile di chi, in parlamento (e non solo da destra: per opposte ragioni, anche da sinistra) ha preferito fino ad ora l’ignavia del non legiferare e del non prendere decisioni, rifiutando la faticosa ricerca del compromesso, pur di ribadire la propria posizione di principio e di conseguenza la propria rispettiva rendita elettorale. Si chiama etica della responsabilità – questa dei sindaci, che altri politici hanno mostrato e mostrano di non avere – e dovrebbe insegnare qualcosa. Se non altro sulla differenza tra la politica utile e quella che non lo è.

Il coraggio civile, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 21 giugno 2023, editoriale, p.1

Accordi con la Tunisia e politiche migratorie: cosa (non) cambia

Dell’accordo sui migranti tra Italia e Tunisia, il tratto positivo principale – e quello che infatti viene proposto all’opinione pubblica con più convinzione dai rispettivi governi – è che ci sia stato. Per il resto, cambierà poco o nulla. Il che, se non altro, evita che si cambi in peggio. Ma non è davvero un risultato per cui sbracciarsi dall’entusiasmo.

Bene che l’accordo ci sia stato. Bene che abbia coinvolto l’Unione Europea ai suoi massimi livelli. Simbolicamente, per l’Italia, significa l’ingresso ufficiale nel club che conta, per così dire, e la fine di quella che qualcuno, all’opposizione, considera tuttora la presunta impresentabilità della destra. Questa impresentabilità non c’è o è stata ampiamente superata a pieni voti, e non possiamo che gioirne: le due occasioni recenti di contatto tra Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (la visita in occasione dell’alluvione in Emilia-Romagna e la presenza congiunta in Tunisia) sono lì a testimoniarlo. Ma, per il resto, quanto avvenuto ricorda un po’ la perfida battuta di Kissinger rivolta ai governanti italiani quando si recavano negli Stati Uniti: per i quali sembrava che il risultato fosse ottenuto al momento della discesa della scaletta dell’aereo.

Bene, benissimo, infatti, la cooperazione economica. Ma assai ridotta nell’entità e tragicamente tardiva. La Tunisia è stata il paese che ha fatto da innesco per tutte le primavere arabe, portando all’abbattimento del regime di Ben Ali, dopo vent’anni di potere assoluto sotto la protezione dell’occidente. Ed è stata uno straordinario esempio di successo di transizione democratica, ottenuta in nome di quelli che l’Europa considera i suoi principi fondativi: fu approvata una nuova costituzione, alle elezioni vinsero gli islamisti, ma poi ci furono nuove elezioni, e persero, senza che nessuno abbia messo in questione la legittimità del processo elettorale. Ma la colpa storica dell’Europa – una macchia da cui è difficile ripulirsi – è stata di non aiutarla, questa difficile transizione (si doveva promuovere allora, un serio piano Marshall europeo). Con il risultato che poi è venuta la crisi economica, il terrorismo dell’Isis, il crollo del turismo – completatosi nel periodo della pandemia – e dunque dell’economia: e oggi trattiamo con un autocrate antidemocratico che, per mantenere il consenso interno, ha fatto degli immigrati il proprio capro espiatorio (non diversamente dai partiti che hanno vinto le elezioni in Italia, per certi versi, ma con la radicale differenza che qui – nonostante le grida di qualcuno – la democrazia c’è ancora, e i risultati elettorali ne sono precisamente il frutto).

Bene, dunque, dicevamo, l’aiuto economico, bene gli accordi sull’energia e per l’interscambio di studenti nell’ambito dei programmi Erasmus (speriamo che poi le nostre ambasciate e consolati non continuino nella prassi di rendere il loro ingresso in Italia una corsa a ostacoli, con il risultato che ne beneficiano solo altri paesi europei). Male invece subordinare gli aiuti alle ricette, già fallimentari altrove, del Fondo Monetario Internazionale. E male, malissimo, chiudere tutt’e due gli occhi e anche le orecchie e la bocca, e non pronunciare parola sul tipo di regime che si sta incoraggiando. In Tunisia la democrazia è sospesa dal 2021, il governo è stato dimissionato, il parlamento è stato sciolto, l’indipendenza della magistratura è stata sospesa (abolendo l’equivalente del Consiglio Superiore della Magistratura), è impedita l’attività dei partiti (alle ultime elezioni hanno potuto partecipare solo dei candidati senza sigle, con il risultato che la partecipazione al voto si è ridotta a meno di un decimo del corpo elettorale), e l’espressione di qualsiasi forma di dissenso è vietata. C’è solo l’esecutivo. Il presidente Kaïs Saïed, in sostanza. Che pure gode di consenso popolare – la sua proposta di nuova costituzione, peraltro più islamista della precedente (ma su questo sembra che nessuno abbia niente da dire), ha ottenuto una maggioranza plebiscitaria, seppure con solo un terzo di elettori recatisi alle urne – grazie alla condanna morale delle cricche corrotte e del familismo e famelicismo dei partiti.

Infine: male per le politiche migratorie, che avrebbero dovuto essere la parte principale degli accordi. Si parla come sempre della fine del processo e mai dell’inizio. Si chiede la collaborazione della Tunisia per il controllo delle partenze irregolari e per i rimpatri (collaborazione già autorevolmente smentita, peraltro) ma non si offre nulla in termini di flussi di ingresso regolari, di cui pure abbiamo urgentissimo bisogno e che potremmo contribuire a formare, con reciproco vantaggio. Con il risultato paradossale che in assenza di lavoratori regolari, non potremo lamentarci di avere, da quel paese, quasi solo irregolari, e tra essi, devianti.

L’esternalizzazione delle frontiere ha già fallito – ed è anzi diventata un’arma di migrazione di massa in mano ai paesi coinvolti – quando è stata applicata in Turchia su richiesta della Germania. Non c’è una ragione al mondo per cui debba funzionare in Tunisia su richiesta dell’Italia. Il che mostra, ancora una volta, quanto il dibattito politico sia indietro rispetto alla realtà.

 

I migranti e il nodo Tunisia. Cosa (non) cambia, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 giugno 2023, editoriale, p.1

Demografia e migrazioni. Cosa dice l’Economist e perché ci riguarda

Le pagine dell’Economist di questi giorni sono piene di riflessioni sulla demografia mondiale, e i suoi legami con l’economia, le migrazioni e l’innovazione. Varrebbe la pena che qualche decisore pubblico nostrano, pur zoppicante con l’inglese (ci si può sempre far aiutare dal traduttore di Google), facesse lo sforzo di leggerle. Per capire quali e quanti scenari si aprono. E quanti rischiano di chiudersi.

Il principale di questi articoli ci annuncia, fin dal titolo, che “Una nuova era di migrazioni di massa è cominciata”. E non lo nota con aria preoccupata, lanciando allarmi su una nuova possibile emergenza, o su una presuntissima sostituzione etnica. Al contrario.

Il fatto è che la cattiva notizia è il crollo demografico dell’Occidente. Quella buona sarebbe che la disoccupazione interna ai paesi ricchi non è mai stata così bassa (con una media del 4,8%). E quindi l’unico modo per legare i due temi è ricorrere all’immigrazione. Cosa che sta già succedendo: nei fatti, e a prescindere dalle narrazioni fuorvianti e cieche (manco vedono i dati trasformarsi e i fatti accadere) della politica. Il mondo ricco infatti è già nel pieno di un boom di immigrazioni: che sono in crescita in Gran Bretagna (1,2 milioni di arrivi nel 2022, più che in qualsiasi periodo precedente, nonostante Brexit), Australia (il doppio che nel periodo pre-Covid), Stati Uniti (se ne aspettano quest’anno un terzo in più rispetto a prima della pandemia), Canada (nel 2022 più del doppio del record precedente), ma anche Germania (più che nel periodo della grande crisi del 2015, quando in poco più di un anno aprì le porte a 1,5 milioni di richiedenti asilo sparsi nei Balcani) e persino Spagna.

Si dirà che l’Economist è la Bibbia dell’ordine neoliberale, e fa solo gli interessi degli imprenditori, del capitalismo di Davos (se non altro, è il riferimento della loro ala più liberal e illuminata). E si dirà che in Italia la situazione è diversa. Ma non ne sarei così sicuro. Seppure in proporzioni un po’ diverse, il problema tocca anche noi: persino di più. Perché, è vero, da noi la disoccupazione è decisamente più elevata. Ma siamo messi molto peggio di altri paesi sviluppati in altri due indici. Siamo il paese con il bilancio demografico più catastrofico: da noi ogni anno i nuovi morti sono il doppio dei nuovi nati, con un differenziale che equivale alla popolazione di Bologna, settima città italiana per numero di abitanti – che evapora ogni anno. E abbiamo un bilancio migratorio tra i peggiori del mondo sviluppato: in sostanza, c’è in corso un’evasione di cui si parla assai meno della tanto gettonata invasione, per la semplice ragione che la prima non porta alcun dividendo elettorale. E questo ci riporta alla disoccupazione, e in buona parte la spiega. Esportiamo lavoratori istruiti (il tasso di laureati tra gli expat è il doppio della media nazionale) perché non abbiamo abbastanza posti (o a salari accettabilmente decenti) da offrire loro, ma abbiamo enorme bisogno di manodopera meno qualificata, perché tali sono i lavoratori di cui c’è carenza: l’80% degli immigrati, secondo dati ufficiali del ministero del lavoro – che tutti gli anni produce un rapporto sull’immigrazione in Italia che apparentemente nessun politico legge – hanno una qualifica riconducibile a quella operaia; e il grosso dei lavori per cui c’è penuria, dalle colf e badanti al settore cook and clean, dai braccianti alle cooperative della logistica e del trasporto, sono poco appetibili per laureati e diplomati qualificati, anche a prescindere da considerazioni salariali, su cui comunque ci sarebbe parecchio da fare (e va ricordato: un giovane di 25 anni che entra oggi nel mercato del lavoro guadagnerà circa il 25% in meno di un giovane di 25 anni entrato nel mercato del lavoro 25 anni fa: niente da dire, su questo, da parte di governo, imprese, sindacati?).

Altra notizia di rilievo è che i paesi che attirano più immigrati soffrono meno il calo dei salari, contrariamente a una vulgata proto-marxista, sull’esercito industriale di riserva, fatta propria in Europa soprattutto dalle destre, insieme a pezzi di sinistra radicale. I salari calano perché non c’è innovazione da un lato, e non ci sono controlli dall’altro, semmai. E perché una quota significativa di immigrati è irregolare e quindi più ricattabile: il che dovrebbe spingerci a regolarizzarli, e ad aprire canali regolari di ingresso, non a respingerli.

L’Economist conclude che presto la svolta anti-immigrazionista dei paesi sviluppati negli anni 2010 sarà vista come una aberrazione. La società civile organizzata, il mondo dell’impresa, le istituzioni internazionali, stanno cominciando ad accorgersene. Ora attendiamo la politica e la pubblica opinione, che continuano invece ad alimentare il corto circuito che spinge nella direzione opposta.

 

Chi chiede migranti e chi lo farà, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 8 giugno 2023, editoriale, p.1

Le ragioni del Pride

A qualcuno non piace perché sarebbe un’esibizione, un’inutile ostentazione. Certo, questo elemento (in alcuni) c’è. Chiunque indossi simboli e richiami identitari, politici o religiosi o calcistici, fa questo. Lo fa anche chiunque esibisce abiti griffati o ostenta auto di lusso davanti al bar preferito. Lo fa chi mostra con orgoglio il suo abito da lavoro come uno status (ricordiamo i camici bianchi durante la pandemia?). Lo fanno i militari, i religiosi, gli scout… E tanti altri, di cui non si dice che esibiscono e ostentano.

A qualcun altro non piace perché ci sono degli eccessi di cattivo gusto. E occasionalmente ci sono. Anche se davanti al cattivo gusto altrui, in quasi ogni ambito della vita sociale (ma anche della politica, che così spesso e così volentieri lo esibisce, lucrandone per giunta un dividendo, o nella pubblicità, o in TV), non ci sentiamo in diritto di reagire, di protestare, e nemmeno di farlo notare: lo subiamo, lo accettiamo, come accettiamo l’esistenza dell’imbecillità – come un dato. E certo non amiamo sentircelo dire, quando il cattivo gusto è il nostro.

Ad altri, infine, non piace che ci siano talvolta provocazioni irreverenti e anche offensive: blasfeme, nell’opinione di qualcuno. Può spiacere, e lo si capisce: e tuttavia, oltre al fatto che la provocazione e l’irriverenza caratterizzano spesso anche la critica sociale, la comicità e l’arte, e sono utili canali di riflessività per la società, a qualcuno potrà servire riflettere su quanto, troppo spesso, simboli e credenze cui si mostra irriverenza sono stati usati contro le minoranze, e quella che si riconosce nel Pride in particolare, come oggetti contundenti, armi improprie, strumenti di battaglia – per negarli, i diritti, la legittimità di un comportamento, la dignità sociale.

Così reagendo, ci sfugge il significato profondo di questo dirsi e di questo mostrarsi, anche con fierezza, con orgoglio (pride, appunto). Che è quello di manifestare un’adesione al patto sociale, ma a modo proprio: il dire ci sono anch’io, e ho diritto anch’io di esserci, a modo mio, ma con voi, di fronte a voi, con tutti voi, e con gli stessi diritti (a essere parte, a essere preso in considerazione) di tutti voi. È una rivendicazione basilare di cittadinanza, di un diritto universale, non particolare, ad essere parte dello stesso tutto.

Manifestare, manifestarsi, vuol dire questo. E vuol dire anche, almeno per un giorno, occupare il territorio, le strade, le piazze che in altri giorni sono ancora, troppo spesso, luoghi di offesa, di discriminazione, di insulto (“frocio”, o simili, condito di aggettivi pesanti o intimazioni a non esistere), di violenza agita, non solo verbale, dunque di negazione di un diritto. E un diritto, se non è di tutti, è solo il privilegio di alcuni, anche se questi sono o pretendono di essere la maggioranza. E quindi è una presa di parola, il Pride. Per una volta, parliamo noi. Occupiamo noi le strade e le piazze, le città, a modo nostro.

Dovrebbe colpire, invece, che tutto questo avvenga in maniera normalmente pacifica, colorata, divertente e divertita. Quando c’è stata violenza, sono stati altri i suoi attori: i gruppi omofobi, e talvolta, in passato, le forze dell’ordine. Sono altri, gli altri, i violenti, gli aggressori, i portatori di istanze monocolore quando non di un’anima nera, seriosa e rabbiosa, da usare contro gli altri.

Per questo, anche io, persona che i più definirebbero cisgender (ma bisogna stare attenti alle etichette semplificatrici: sotto c’è sempre qualcosa di più complesso e articolato) o eterosessuale nei suoi ruoli pubblici (marito di una persona di altro sesso, padre: ruoli che al mondo LGBTQ+ sono formalmente negati), oggi sarò al Pride. Per rivendicare i diritti di tutte le diversità: tutte quelle, almeno, che non confliggono con le regole del patto sociale. E questa è una di quelle, anche se molti pensano che non sia così, solo perché, pur esistendo il fenomeno da quando esiste l’umanità, il suo riconoscimento e la sua progressiva accettazione pubblica è storia recente (non diversamente dai diritti delle donne, verrebbe da dire). E anch’io sarò più colorato del solito: e, forse, se non più divertente, almeno più divertito del solito.

 

Pride, una presa di parola, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 giugno 2023, editoriale, p.1

Oltre la logica binaria: sul (cosiddetto) gender

Siamo abituati a ragionare per opposizioni binarie, per diadi contrapposte: bene/male, bello/brutto, buono/cattivo. Quando si cade o scade nella cronaca, parlando di valori, di scelte sociali o di politica, significa: pro/contro (provax/novax, e tante altre), destra/sinistra, amico/nemico. Chi non è con me è contro di me.

Sono modi di ragionare comprensibili, che ci aiutano a de-finirci. Le de-finizioni, come i con-fini, sono strumenti che ci aiutano a comprendere la realtà, ma non a descriverla correttamente. Ne abbiamo bisogno, ma per andare oltre. Esattamente come le definizioni servono a ridurre un universo complesso a variabili semplici: ma sono uno strumento, non un fine, un punto di partenza, non di arrivo. E i confini (cum-finis: la fine che abbiamo in comune con l’altro, non solo che ci separa dall’altro) sono luoghi di attraversamento (o dovrebbero esserlo), non muri: servono per definire un pezzo (solo un pezzo) della nostra multiforme identità, che è fatta di tanti elementi e di tanti apporti (i confini degli stati, ad esempio, definiscono quella nazionale, spesso nemmeno quella linguistica o religiosa, e certamente non quella culturale, che è fatta di una miriade di frammenti che si configurano diversamente per ciascuno di noi). Anche i confini, insomma, sono ciò che ci aiuta a muoverci nel mondo (così come le definizioni ci aiutano a capirlo), ma anche ad andare oltre gli schematismi e le semplificazioni prodotti da diversità spesso solo immaginarie, o artificiosamente costruite. È una cosa che facciamo regolarmente nella nostra vita, molto più di quanto ne abbiamo contezza. Ma che non ci raccontiamo volentieri, perché ci piace pensarci come persone tutte d’un pezzo, non contraddittorie, coerenti, lineari. Ciò che non siamo e non saremo mai.

Tutto questo dovrebbe essere ovvio, ma nel dibattito pubblico sparisce. Pensiamo al vivace, ideologico, frequentissimo discutere sul (cosiddetto) gender. Alla fine, il discorso si riduce a questo: definirsi (e obbligare gli altri a definirsi) attraverso un solo carattere (maschio/femmina: ma anche gay o trans sono identità riduttive, se isolate, per così dire a prescindere), o accettare che nella vita sociale, nella produzione culturale, e persino nella natura, da che mondo è mondo, sono sempre state possibili, e lo sono sempre di più mano a mano che aumenta la diversificazione interna e la complessità delle società, infinite sfumature intermedie, che bisogna fare la fatica di ascoltare e comprendere. Tanto più perché queste diversità si intersecano con altre, andando a formare tante configurazioni diverse quante sono quelle che potrebbe produrre un caleidoscopio.

Ecco, mi pare di capire che quello che soprattutto chiedono le giovani generazioni, che sono indubbiamente sempre più coinvolte nelle, e anche attratte dalle, discussioni sul genere, sia semplicemente questo: di mettersi in ascolto. Per loro, checché se ne dica (a differenza di non pochi adulti, qualunque posizione sostengano), si tratta di ragionamenti che li vedono coinvolti in prima persona, esperienzialmente proprio, perché in questi processi si mettono in gioco davvero: chiedendo che venga preso in considerazione anche il proprio sentire, il loro volersi identificare (parlare, vestire…) diversamente, dunque il proprio orientamento di genere, l’autodefinizione, il nome stesso, con la possibilità di cambiarlo assumendo un alias caratteristico di quello che per gli altri è un altro genere, non corrispondente a quello biologico di chi lo richiede.

Chiedono, semplicemente (ma è proprio questa la fatica, per la società degli adulti), di uscire da una logica rigidamente, cartesianamente, direi ideologicamente e persino stupidamente binaria. Per la quale – contro ogni evidenza – c’è solo il bianco e il nero, la destra e la sinistra, il vero e il falso, il buono e il cattivo, l’alto e il basso, il cielo e la terra, il giorno e la notte, e naturalmente il maschio e la femmina. Non è così: lo sappiamo persino noi. Un minimo di riflessione, e ancora meglio di esperienza, di corpo, di cuore, ce ne farebbe accorgere facilmente. Ma preferiamo rifugiarci in antiche certezze, che usiamo come cittadelle identitarie, per chiuderci dentro rassicurati, e come armi, per far la guerra agli altri, che non assomigliano a noi. Solo che questi altri, che a qualcuno sembrano alieni, sono i nostri figli. E non ascoltarli non è mai una buona politica.

 

Il gender e i giovani, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 maggio 2023, editoriale, p.1