Il Natale degli altri. E il nostro
Siamo così abituati a pensare che il Natale sia la festa di tutti, siamo così convinti di essere al centro del mondo al punto che non possa essere altrimenti, che nemmeno ci accorgiamo che non è così, o che perlomeno ci sono vaste periferie in cui l’aria di festa non si sente per niente.
Non è Natale – tecnicamente, proprio – per le minoranze religiose, innanzi tutto: per le quali Cristo non è il Figlio di Dio, e quindi il Gesù storico non è il richiamo fondativo di alcuna religione. Vale per gli ebrei, che hanno semmai appena festeggiato, nel dolore di un attentato, la settimana di Chanukkà, la festa dei lumi e della luce. Vale per i musulmani, che pure riconoscono Gesù come profeta e Maria come sua madre, alla quale è dedicata una delle sure principali del Corano; ma per i quali l’uomo che ha dato il nome a una religione, il cristianesimo, non ha alcuna natura divina: è solo un profeta come molti, seppure più importante di altri. Vale a maggior ragione per tutte le altre religioni concettualmente e anche geograficamente più lontane, almeno come nascita (buddhismo, hinduismo, animismo, sikhismo e infinite altre), per le quali semplicemente questa festa, e la persona cui si richiama, è un costume esotico di popolazioni specifiche. Vale persino per alcuni cristiani, come gli ortodossi: che, seguendo il calendario giuliano e non quello gregoriano, festeggeranno il Natale, sì, ma il 7 di gennaio. A maggior ragione vale per non credenti e miscredenti, atei e agnostici di varia estrazione e opinione: che, tendiamo a dimenticarcelo, in Occidente stanno diventando una silente maggioranza, o per lo meno una sempre più cospicua minoranza. Per costoro il Natale sarà una vacanza, non una festa, un laico periodo di riposo, non una ricorrenza religiosa.
C’è, tuttavia, qualcosa che, almeno da noi, accomuna tutti costoro, credenti, non credenti e diversamente credenti. E non è solo il rituale commerciale dei regali (comunque sempre profondamente relazionale e partecipativo, potente costruttore di legame sociale) e degli acquisti per sé o per la casa (che lo è un po’ meno, ma purtuttavia ci vede mettere al centro, degni di essere onorati, noi stessi: non foss’altro perché ci dà motivo di mettere in secondo piano il lavoro). È qualcosa di più. Un clima collettivo. Un’atmosfera diversa. Un coinvolgimento maggiore. Che, certo, è costruito. Anche a tavolino, come necessario: come quando istituzioni, ma anche imprese, e tanti altri attori sociali, pianificano e ordinano gli addobbi mesi prima. E, nel periodo prenatalizio (dell’Avvento, per l’appunto: di qualcosa che sta per avvenire, ma non da sé – grazie all’impegno di tutti), ci si mette insieme a rendere i luoghi diversi e migliori (strade, scuole, negozi, ecc.), addobbandoli: persino quelli della sofferenza, dagli ospedali alle carceri. Grazie a uno sforzo che si fa insieme, e che coinvolge, almeno passivamente, un po’ tutti: volenti o persino nolenti. Per non parlare del ruolo dei media, che dalla tv alla stampa, dai social network al cinema, ci ricordano che non è un periodo dell’anno come gli altri.
In questo, è effettivamente trasformativo: che è il senso profondo del rituale, anche quando vissuto superficialmente. Dà un’altra forma, e quindi un altro contenuto, al tempo. E spinge alcuni a fare qualcosa in più per gli altri: per far sentire anche agli altri – a chi non ha un granché o forse nulla da festeggiare – che questa atmosfera, magica dopo tutto, perché illuminata e colorata più del solito, riguarda anche loro. Ricordandosene per una volta (collaborando a un pranzo di Natale per chi non ha i mezzi materiali per approntarlo, con una donazione a chi di chi soffre si preoccupa e occupa). O con almeno un pensiero di compartecipazione per quella grande parte di mondo che sta soffrendo la guerra (a Gaza, in Ucraina, in Sudan e in tanti altri altrove), la fame, la malattia, il dolore fisico e emotivo disegnato sul proprio volto o su quello dei propri cari, la disoccupazione, le cose che proprio non girano, il non farcela, il non riuscire a stare a galla. Che è anche più difficile quando gli altri sembrano stare bene, o meglio del solito. Ma che può essere persino un po’ lenito dalle briciole di felicità, dagli scampoli di gentilezza, dalla polvere di festa, dall’atmosfera un po’ più gioiosa che in fondo finiamo per respirare. Uno dei rari casi in cui il fumo passivo – il percepire senza essere causa – può persino fare bene.
Il valore di questo Natale, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 dicembre 2025, editoriale, pp. 1-3




