La presenza di percentuali in crescita di immigrati, nelle società europee, non è solo un fatto quantitativo. Differenti livelli quantitativi su così tanti indicatori (economici, sociali, culturali, politici, religiosi) finiscono inevitabilmente per produrre un cambiamento qualitativo.
Come l’inquinamento, se vogliamo prendere un esempio in negativo, o come l’amore, se vogliamo prenderne uno in positivo: il loro arrivo sulla scena non si limita ad alterare alcuni indicatori, ma cambia completamente lo scenario. L’aria non sarà solo un po’ più inquinata, ogni volta che si raggiunge un più alto livello di agenti nocivi: ad un certo punto, oltre un certo limite, sarà irrespirabile, un’altra aria, che cambia tutto e ci costringe a cambiare tutto. E la relazione amorosa non sarà semplicemente un interesse un po’ più forte nei confronti di qualcuno: un po’ più di amicizia, un po’ più di curiosità nei confronti di una persona. Ad un certo punto, oltre un certo limite, sarà un’altra relazione, che ci trasforma e trasforma il nostro mondo, le nostre scale di priorità e di valori, l’intera nostra vita.
Gli indicatori che stanno cambiando a seguito della presenza di nuove popolazioni immigrate producono e creano nuove problematiche, nuovi processi di interrelazioni, nuovi conflitti e nuove soluzioni ai medesimi. In una parola, producono un cambiamento qualitativo. Niente di meno che un differente tipo di società, abbastanza diverso da quello immaginato con la nascita dello Stato-Nazione. Una società per la quale non abbiamo progetti né regole sperimentate: per la quale possiamo soltanto procedere per tentativi ed errori, imparando attraverso la nostra stessa esperienza. Come stanno facendo la maggior parte dei paesi europei.
Tra gli altri cambiamenti, quello probabilmente più visibile è quello che potremmo chiamare il ritorno delle culture – e particolarmente delle religioni – nello spazio pubblico europeo. Del resto culture e culto, come ci insegna l’etimologia, sono profondamente interrelate. Un fatto, questo, che abbiamo tendenza a passare sotto silenzio in occidente, dove i processi di secolarizzazione sembrano secolarizzare in primo luogo le letture della realtà (e nelle università in maniera anche più incisiva: ciò che, a nostro parere – piccolo dato sociologico del tutto inosservato –, non è estraneo alla sottovalutazione ‘accademica’ della persistenza, della forza e degli effetti sociali della religione declinata nel sociale); ma che le comunità immigrate, e alcune più visibilmente di altre, ci mostrano con particolare forza, suscitando sorpresa quando non meraviglia in taluni osservatori, magari pure multiculturalisti, ma più restii a cogliere lo specifico religioso delle culture medesime.
Il caso dell’islam, e particolarmente dell’islam in Europa è spesso considerato la più problematica e certamente la più problematizzata espressione di questo processo, anche se non è affatto il solo1. In effetti, non foss’altro che per questioni numeriche, e naturalmente a seguito del retaggio storico che il rapporto tra islam e occidente porta con sé, offre notevoli spunti di riflessione, inglobando al suo interno provenienze etniche differenziate, un certo numero di autoctoni (i convertiti), e delle seconde generazioni nate sul suolo europeo e progressivamente ‘autoctonizzate’, per così dire; nonché un’ampia serie di ambiti in cui si propone e ‘fa’ immagine: dal rinascere dei fondamentalismi e dal diffondersi del terrorismo ai rapporti di genere, passando per le relazioni tra stato e comunità religiose e per le dinamiche di mixité matrimoniale. Ma non è il solo a trovarsi in questa situazione. Esso mostra infine, più di altri, l’aumento (e le difficoltà) del pluralismo culturale, e più in generale il peso sempre più importante del ‘fattore C’ (‘C’ come cultura, nel senso ampio, più antropologico che sociologico del termine) nella vita delle società occidentali. Infine, come dicono molti osservatori, spesso con malcelato terrore, mostra in tutta evidenza, più di altri indicatori, il fatto che religion is back to the agenda.
La religione, e ancora di più la religione vissuta collettivamente e comunitariamente, ha un suo spazio e un suo ruolo nella costruzione dell’identità individuale e collettiva di nuclei significativi di immigrati.
Trasformazioni profonde
Tra le cose che sono cambiate – e forse quella che, senza essercene davvero accorti, ci inquieta di più – è la stessa idea di comunità statuale che abbiamo in mente. Noi abbiamo, o crediamo di avere, una definizione chiara dello Stato, sancita dai suoi tre elementi fondamentali, tramandatici dalla dottrina classica: un popolo, un territorio, un ordinamento. Un implicito corollario, che non è parte della dottrina ma è inciso nella coscienza collettiva di molti paesi europei, è una religione, con la possibile inclusione, che non contraddice il principio, di qualche minoranza religiosa riconosciuta (questa è anche l’intepretazione della sociologia classica, come in Durkheim – una interpretazione della religione implicitamente maggioritaria, nonostante l’autore, in quanto figlio di un rabbino, appartenesse soggettivamente ad una minoranza).
Per molti motivi, le migrazioni, ma anche altri processi interamente autoctoni (unificazione europea, micronazionalismi, ecc.), mettono in crisi questo quadro troppo omogeneo per essere vero: in tutti e quattro gli elementi descritti.
In particolare oggi la com-presenza di svariate entità religiose, resa ancora più visibile e in un certo senso drammatizzata dalla presenza di cospicue comunità di immigrati che si richiamano a religioni più o meno estranee alla storia europea, o almeno percepite come tali, ci costringe a fare i conti con quella che mi sembra pertinente chiamare, mutuando l’espressione dal dibattito filosofico recente, una diversa “geo-religione”.
Nello stesso territorio, peraltro soggetto a trasformazioni, popoli, culture e religioni diverse entrano in contatto tra loro, si mischiamo o non si mischiano, ma comunque co-esistono, con-vivono, co-abitano. Dal suo essere patologia, la pluralità è diventata o sta diventando fisiologia. È, o sta diventando, normalità, specie per le nuove generazioni. E, più ancora di questo, sta diventando norma, viene normata, sancita e dunque accolta a anche negli ordinamenti legislativi e sul piano giuridico. E questo già a prescindere dalla presenza di immigrati: per pluralismo interno, per così dire (si pensi ai dibattiti, non a caso così accesi, sui differenti modelli familiari e sul loro trattamento in termini di diritti). Un pluralismo che la presenza di culture immigrate non fa che accentuare, e rendere più visibile. Il problema è che le nostre costituzioni sono state scritte, e i nostri founding principles elaborati, quando la normalità, la fisiologia, era altra, e l’omogeneità, vera o presunta, prevalente.
Questa modificazione, che non avviene solo nella società ma è della società, è definitiva e irreversibile. L’omogeneità, se mai è esistita (e storicamente è più un mito che una realtà, ma le cui conseguenze sono ben reali), non è più un criterio di definizione della società: a livello sociale, culturale, politico, economico, religioso. La pluralizzazione avviene dunque su tutti i piani. E non è solo un fatto (ad esempio, la maggiore offerta culturale, sociale, religiosa, disponibile). E’ un processo. Che cambia la società, e dunque ci cambia. Cambia noi, e cambia gli altri attori in gioco, in primo luogo gli immigrati stessi: trasformando le nostre e le loro identità individuali e collettive.
Identità reattive
Oggi, a seguito e come effetto della pluralizzazione culturale, assistiamo nelle società a un doppio movimento, in due direzioni contrarie, anche se entrambe producono cambiamento: verso il meticciato, il formarsi di culture e situazioni sociali complesse e appunto ‘meticcie’, da una parte; e verso il ritorno e la chiusura identitaria, dall’altro. Il ritorno dei fondamentalismi, religiosi e non, degli etnicismi, dei razzismi, dei più diversi ‘tribalismi’, appartiene a questa seconda tendenza. Come anche quel curioso fenomeno che sono le ‘identità reattive’: ovvero la scoperta di avere un’identità collettiva in presenza di persone che ne hanno un’altra.
La globalizzazione ha creato un mondo in cui la geografia si è in un certo senso slegata da altre variabili, e lo spazio si è per così dire ‘contratto’, ha perso di importanza. Proprio l’apparente superamento di tutti i confini, o l’estensione e per così dire lo ‘stiramento’ dei confini fino a racchiudere il globo, fa tornare il bisogno di confini, di piccole patrie: fondamentalismi religiosi, localismi politici, etnicismi, razzismi, micronazionalismi, ma anche i neo-tribalismi metropolitani – sullo stile del tifo calcistico –, rispondono, quasi sempre inconsapevolmente, a questo bisogno. E’ il Jihad vs. McWorld, come l’ha chiamato Barber. In cui il Jihad (cioè l’idea del combattimento per la propria idea con ‘sacro furore’, come nella guerra santa – e l’autore non ha presente solo il modello islamico, che ne diventa semplicemente l’icona più nota) e il McWorld (cioè il mondo alla McDonald’s, il mondo globalizzato e ‘omogeneizzato’, per così dire) sono consustanziali, l’una è indissociabile dall’altro, in quanto sono l’una l’effetto dell’altro, in un processo di causalità circolare.
Nascono e si sviluppano così, anche in Europa, quelle che chiamo ‘identità reattive’: identità che sono tali solo in contrapposizione a qualcun altro. Le ritroviamo tra i moltissimi che oggi in Europa, sul piano politico e su quello intellettuale, stanno riscoprendo le proprie radici cristiane da quando sono presenti i musulmani, e in contrapposizione a loro, magari attraverso controversie sui simboli religiosi, come è il caso in Italia di quelle sul crocifisso e in Francia quelle sull’hijiab (ed è interessante che tali posizioni le troviamo spesso, anche più sguaiatamente, tra atei dichiarati – si pensi al caso di Oriana Fallaci o di Michel Houellebecq, ma anche di molti neo-celtici – che tra i credenti, tra i quali pure tali posizioni non mancano, anche ad alti livelli gerarchici). Ma le ritroviamo anche tra i musulmani che riscoprono le loro radici, manifestandole attraverso costumi che avevano smesso di praticare (dalla frequentazione della moschea, all’insistenza sull’hijab stesso), da quando vivono in Europa. Lo stesso uso della propria autodefinizione, da parte dei musulmani come degli autoctoni, in termini di ‘comunità’ è parte di questo processo: come se lo fossero davvero, come se ce ne fosse soltanto una, come se tutti i membri della supposta comunità vi appartengano o vi aderiscano o vi si riconoscano effettivamente.
Entrambe le tendenze (meticciato e sincretismo da un lato, identità reattive dall’altro) sono costitutive del nostro paesaggio sociale. Ed entrambe proseguiranno. In fondo ciascuno di noi, a seconda delle situazioni, spesso è in bilico tra l’una e l’altra, o è contestualmente l’una e l’altra. Siamo più complessi e ambigui di quanto ci piaccia ammettere. E il principio di non contraddizione vale solo all’interno di ben definiti contesti teorici: non esiste nella realtà, nella persone. Meno ancora nelle culture e nelle religioni. Per non parlare delle coscienze.
Conflitto e cambiamento
La paura all’origine delle identità reattive è un primo concetto-chiave generale da tenere presente, che fa da sfondo alla paura specifica dell’altro: del musulmano da parte dell’europeo, dell’assimilazione occidentale da parte del musulmano, del proprio annientamento culturale da parte di entrambi, maggioranze e minoranze – e che spinge quindi al conflitto. Che, non a caso, è un conflitto spesso a proposito di simboli, più che di comportamenti e pratiche sociali.
Ma il conflitto ha, sociologicamente, una funzione positiva. Ed è comunque fondativo, ineliminabile, come ci hanno insegnato i classici della sociologia, da Marx, passando per Weber, fino a Simmel. La crisi, dopo tutto, serve per discutere – sempre troppo tardi, ma sempre meglio tardi che mai – di un problema. La crisi, il conflitto, serve anche per scoprire i limiti fino ai quali ci si può spingere, e i confini sociali che non è possibile oltrepassare. Nel conflitto si formano le leadership. Nel conflitto ci si deve interrogare intorno a un senso di responsabilità comune, che non produca eccessi dannosi, che possono ritorcersi su chi li produce: si misura la propria forza reale, ma anche quella dell’altro, e quella della società, delle sue regole, dei suoi strumenti di regolazione. Attraverso il conflitto si sperimenta chi è ‘noi’, ma anche chi è l’altro, e l’idea stessa di alterità. Nel conflitto impariamo a misurare la differenza tra ciò che siamo, ciò che vogliamo, e ciò che possiamo ottenere. Il conflitto, inoltre è un mezzo per far affiorare alla superficie della coscienza ciò che giace e ribolle in profondità. L’estremizzazione delle opinioni ha dopo tutto una funzione, ed è precisamente questa: rendere visibile il non solitamente visibile, conscio l’inconscio, e consapevole l’inconsapevole. Lasciare che le parole dicano il non abitualmente detto.
Come avviene nelle coppie, nelle famiglie. Quelle sane non sono quelle dove non esiste il conflitto (un caso …inesistente), ma quelle dove il conflitto trova canali per emergere e per essere affrontato e risolto. Dove ciò non accade, le famiglie si spezzano: oppure ci si vivrà all’interno infelicemente, e neanche questa è una buona soluzione, un esito auspicabile.
Come avviene nella democrazia: che, dopo tutto, è un metodo non per evitare il conflitto, ma precisamente per affrontarlo in maniera non (troppo) cruenta. Invece di uccidere il mio avversario, voto.
Come avviene nel conflitto sociale, ad esempio nel mondo del lavoro. Il conflitto c’è ed è inevitabile: ma posso affrontarlo con una rivoluzione o con lo sciopero.
La società è conflittuale: per definizione. In senso proprio, per nulla paradossale, il conflitto è il solo modo che abbiamo per evitare la guerra. La sua presa in considerazione, la sua gestione, è precisamente ciò che ci permette di evitare l’esplodere della violenza.
Ma, se abbiamo imparato a regolare il conflitto politico (democrazia rappresentativa) e quello sociale (relazioni industriali), non abbiamo ancora un sistema stabile e comunemente accettato di regolare il conflitto culturale e religioso. Non per caso, in questa fase, i predicatori di conflitto, di cultural clash, godono di buone rendite di posizione. Ed è per questo che quella che potrebbe essere una fisiologia (non senza costi, naturalmente) del conflitto sociale, declinata in forma culturale, rischia di diventare una patologia: è sempre così, quando e finché chi dal conflitto ci guadagna è in numero superiore o semplicemente sa giocare meglio le sue carte di chi, invece, vorrebbe che il conflitto fosse non azzerato (perché non è possibile) ma semplicemente regolato, e reso un po’ meno ‘gridato’. E ci sarà comunque sempre qualcuno che avrà interesse a far crescere, o al limite a creare, a ‘inventare’ il conflitto laddove non c’è, o potrebbe comunque essere ridotto, accompagnato, gestito.
In questo senso il pericolo che abbiamo davanti è grande: il clash of civilizations (non solo su scala planetaria: anche nelle nostre città, nei nostri quartieri) può essere una profezia che si autorealizza – è a furia di ripeterlo, di richiamarlo, di invocarlo, che lo produciamo, che lo realizziamo. In un certo senso, è una fossa – o una trincea, per rimanere nella metafora bellica – che ci stiamo scavando con le nostre stesse mani.
Peraltro il conflitto non è solo, e forse non è principalmente tra culture e religioni, o meglio tra i loro esponenti; ma è interna alle culture, alle religioni, alle comunità. La società oggi si divide su questioni diverse da quelle del passato. Tramontate le classi (almeno nelle interpretazioni ideologiche diffuse e nel discorso intellettuale e mediatico: un po’ meno nella realtà…) oggi ci si divide, sempre più spesso, su fattori di inclusione ed esclusione, spesso molto materiali (spese, interessi, costi e benefici, tasse, servizi), ma altrettanto spesso ammantati di giustificazioni etniche, razziali, culturali o pseudo-culturali, e religiose. La diversità, anzi l’alterità, diventa un problema o addirittura una colpa in sé. Il che significa che anche gli attori sociali (inclusi quelli religiosi) si dividono sempre più non solo e non tanto tra loro, ma al proprio interno: tra dialoganti e non dialoganti, tra aperti al cambiamento o chiusi ad esso, tra coloro che sono disposti a mettersi in discussione, e/o a mettere in discussione la società, e coloro che non ci pensano nemmeno: anche a dispetto dei fatti, dei cambiamenti già avvenuti, di cui non si vuole tenere conto. Tra coloro che sono dunque disposti a misurarsi e a confrontarsi con la diversità e l’alterità, e coloro che ne negano le basi stesse. Con tutte le forme intermedie di atteggiamento che possiamo immaginare.
D’altro canto, proprio perché, per le ragioni evidenziate, il conflitto è necessario, costitutivo della società, fisiologico ed inevitabile (in particolare in presenza di cambiamenti così significativi: e il fatto che l’islam sia oggi la seconda religione in Europa non può essere considerato un dettaglio della storia), possiamo ipotizzare che, nella sua forma attuale, di forte radicalizzazione e visibilità, esso sia solo una fase inevitabile, anche se probabilmente non sarà breve (né forse ha ancora raggiunto il suo culmine), in attesa di trovare le forme di regolazione più adatte per il conflitto stesso. In questo senso si può tentare di essere ottimisti, o almeno di guardare alla fuoriuscita dalla crisi con qualche ragionevole speranza. Potrebbe uscirne un nuovo livello di equilibrio. Più equilibrato, appunto. Potrebbe essere questa, allora, la nuova società di cui parlavamo all’inizio: per la quale non abbiamo (ancora) i piani e le regole, ma che stiamo cercando di costruire.
Lo mostrerebbero le tendenze di lungo termine cui assistiano all’interno delle comunità islamiche in Europa: tendenze che, globalmente, potremmo chiamare di europeizzazione dell’islam, di adattamento al suo quadro culturale e normativo (un’europeizzazione che spazia dai rapporti di genere ai cambiamenti teologici, dalle forme di mixité familiare e culturale all’integrazione economica e ai modelli di consumo).
L’islam in Europa cambia. Ma, europeizzandosi, diventando un fatto europeo, e un attore sociale interno, cambia anche l’Europa. In più, non essendo solo interno, ma anche – attraverso legami personali e network organizzati, come pure attraverso i media vecchi e nuovi – transnazionale (potendo essere insomma qui e altrove), i musulmani che vivono in quella che potremmo chiamare la parte europea della umma, attraverso numerosi effetti di feedback influenzano anche le zone d’origine dell’islam, e comunque quelle di provenienza delle prime generazioni di immigrati.
Allo stesso modo, a causa della semplice esistenza della presenza islamica, cambia l’Europa.
Sul piano micro ciò è visibile, per fare un esempio indicativo, nel semplice diverso atteggiamento che un insegnante di religione è costretto necessariamente ad avere se nella sua classe ha alunni di diverse fedi, o di nessuna (l’esempio è estendibile a piacere ad un numero infinito di potenziali situazioni e ruoli sociali, dalla scuola al mondo del lavoro: più evidente che in qualsiasi altro, nelle coppie e nelle famiglie ‘miste’): e questo a prescindere dal fatto che sia preparato a questo cambiamento o meno, che sia soggettivamente favorevole ad esso o meno. Il semplice fatto che l’altro sia di fronte a lui, lo costringe a ripensarsi.
Sul piano macro, ciò è visibile nelle politics e nelle policies, relative alla regolamentazione giuridica della religione nello spazio pubblico, o, molto più banalmente, nella gestione delle mense o dei servizi sociali, o magari nel ripensamento dei programmi scolastici e dei loro contenuti (storia, ecc.).
Le religioni ridiventano cruciali. In particolare, da ora in poi, non sarà più possibile comprendere la storia e l’evoluzione sociale e religiosa (e, diremmo, anche politica) dell’Europa senza tenere in considerazione la sua componente musulmana interna. Allo stesso modo non sarà più possibile comprendere la storia e l’evoluzione sociale, e persino teologica, dell’islam, senza prendere in considerazione la sua componente europea. La storia d’Europa è diventata, almeno in parte, anche storia islamica. E la storia dell’islam, storia europea.
La politica degli amici degli amici (sul caso Brentan, Lusi ed altro)
/in 2012, Articoli di Politica / Politics Articles, Politica / Politics /da StefanoLa cronaca politica non ci dà tregua, e ci riporta continuamente al rapporto incestuoso del sistema dei partiti con il denaro.
Se i campioni della Padania investono opacamente in Tanzania, il tesoriere della Margherita investiva privatamente in Canada, usando come roba propria i soldi di un partito peraltro morto, il cui rappresentante legale, Rutelli, è transitato nel frattempo in un altro partito (altro rapporto incestuoso che meriterebbe qualche riflessione). Ormai i tesorieri di partito sono diventati una figura idealtipica della convergenza di interessi tra il malaffare e la mala politica. Ma incarnano un problema che viene da lontano. A cominciare dal fatto che, se i partiti hanno tutti quei soldi, è perché hanno aggirato un referendum stravinto che ne aboliva il finanziamento pubblico, chiamando i finanziamenti rimborsi elettorali, anche se ammontano al quintuplo dei soldi che i partiti dichiarano di aver speso, e sono aumentati del 1.110 per cento in dieci anni.
Laddove di mezzo non ci sono le casse dei partiti, c’è comunque il rapporto dei politici con gli enti pubblici o parapubblici che gestiscono denaro non proprio e fuori dalle logiche del mercato, o con l’imprenditoria parassitaria che vive di buone relazioni con la politica anziché di concorrenza. Un senatore del Pdl, Riccardo Conti, ha guadagnato in un sol giorno, senza sborsare un centesimo, la bellezza di 18 milioni di euro, per la semplice transazione di un immobile da un ente all’altro, sfruttando le sue conoscenze nel sottobosco degli enti romani. E a livello locale c’è l’arresto ai domiciliari per corruzione di Lino Brentan, amministratore delegato della Società autostrade Venezia-Padova, esponente del Pci prima e ora del Pd, per aver incassato tangenti dalle imprese cui dava appalti (e a proposito, possibile che in questa regione gli appalti li prendano sempre le stesse poche aziende, dai cognomi noti e dalle relazioni bipartisan? E Confindustria, a tutela degli altri suoi membri, possibile non abbia nulla da dire su questa flagrante violazione del libero mercato?). Del caso Brentan sorprende la cautela di tutto il sistema partitocratico veneto, che sul lucroso consiglio di amministrazione ci ha mangiato, visto che a presiederlo erano seduti Giustina Destro prima e Vittorio Casarin poi, e tanti altri ne ha creati. Al di là del caso singolo, su cui si pronuncerà la magistratura, è il sistema che va posto sotto accusa. Uno dei veri e gravi costi della politica, ben più degli stipendi dei parlamentari, è infatti la proliferazione di enti pubblici e parapubblici, con consigli d’amministrazione elefantiaci e inutilmente strapagati per gestire società spesso inefficienti e con funzione sociale quanto meno dubbia, le cui nomine sono sempre e solo politiche, in cui l’appartenenza è tutto e il merito è nulla.
Bisogna cominciare da lì. La politica, tutta, senza eccezioni, e a tutti i livelli (comune, provincia, regione, ministeri) ha ritenuto fino ad ora suo diritto procedere all’invenzione di società e alla gestione delle relative nomine in maniera del tutto non trasparente: mai che si parli di confrontare curricula, percorsi formativi, risultati di gestione; ovunque si è nominati perché amici del sindaco o dell’assessore, del presidente o del segretario, del ministro o del capo corrente, accontentando le tante fameliche microlobby che stanno all’interno dei partiti, e non solo questi ultimi. Ma non sta scritto da nessuna parte che debba essere così. Occorrerebbero commissioni di valutazione, stop alle scelte discrezionali, ma anche una anagrafe degli enti e delle loro performance, per arrivare a una loro razionalizzazione e soppressione dei doppioni e di quelli inutili, nonché alla diminuzione radicale delle cariche di nomina politica. Così si fa pulizia. Così si uscirebbe da questa specie di feudalesimo partitocratico, e dalla concezione patrimonialista dello stato e delle pubbliche risorse che la politica ha di fatto assunto. Un tema che si incrocia con quello del rinnovamento radicale del ceto politico. Perché non è pensabile che facciano una nuova politica le persone che, anche senza personalmente guadagnarci sopra, hanno praticato quella vecchia fino ad ora. E’ il sistema che è marcio, non suoi singoli membri. Per questo non è dalla vecchia politica che vediamo emergere le nuove regole, né la ferma condanna delle vecchie pratiche, né tanto meno il ricambio delle persone, che hanno carriere politiche o manageriali infinite, accumulando cariche e mandati. Un altro argomento che la nuova politica sottopone a quella vecchia, per ora senza successo.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), La politica degli amici degli amici (sul caso Brentan, Lusi ed altro), in “Il Mattino”, 2 febbraio 2012, pp.1-10 (anche “La Nuova Venezia” e “La Tribuna di Treviso”)
Primarie: il pasticcio palermitano
/in 2012, Altro / Unpublished Materials, Politica / Politics /da StefanoA Palermo le primarie, pare, non si faranno: il candidato del PD è Rita Borsellino. Italia dei Valori le vuole: il candidato è Leoluca Orlando. Evviva il rinnovamento. A complicare le cose, un pezzo del PD vuole un uomo di IDV, il lombardiano (nel senso del governatore Raffaele Lombardo, che bella compagnia…) Maurizio Ferrandelli. Ci sarebbe un altro auto-candidato alle primarie, Davide Faraone, del PD: ma in quanto ‘renziano’, e soprattutto autoproposto, non è gradito.
Posso dire qualcosa di politicamente molto scorretto? Rita Borsellino è una brava persona, oltre che un’icona dell’antimafia. Ma sarebbe molto più legittimata come candidata se accettasse il confronto interno, attraverso le primarie, come del resto ha già fatto in passato. Il fatto che le candidature piovano ancora una volta dall’alto, e si impongano, in una città (e una regione) dove anche il PD avrebbe bisogno di un bello svecchiamento, come hanno dimostrato gli sbandamenti lombardiani di questi mesi, è un bruttissimo segnale. E rischia di essere il segnale della sconfitta, innanzitutto culturale: del continuismo di metodo, pur con un nome di rottura.
Diciamolo: o il PD locale è un disastro, e appartiene a una stagione passata (e mi riferisco a un pezzo del gruppo dirigente, non certo alle tante ottime e pulitissime energie che si impegnano a livello locale, spesso pagando di persona), e si ha il coraggio di commissariarlo in toto, con un bell’atto di serio centralismo propositivo, e allora ha senso imporre candidati e persone dall’alto; oppure si da’ spazio a forze e aria nuova che vengano dal basso, il che significa primarie vere (certo, tutelandosi da derive napoletane), apertissime alla società civile: e vinca il migliore. Nella situazione attuale, il candidato unico pulito rischia di coprire lo sporco che resta. E’ davvero questa la situazione migliore?
31 gennaio 2012
Sicurezza, operazione elettorale (sul sondaggio della provincia)
/in 2012, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Articoli di Società / Society Articles, Politica / Politics, Società / Society /da StefanoLeggo sulle pagine del Mattino del sondaggio della Provincia sulla sicurezza a Padova. Non ne commento i risultati. Commento il sondaggio: una operazione politica, metodologicamente opinabile, scientificamente implausibile.
La sicurezza è nel titolo, ma si parla solo di immigrazione. E accoppiare le due cose è già dare la tesi. Dimenticando tutte le altre cause di insicurezza: dalla crisi economica alla criminalità organizzata, dalla mancanza di servizi ai reati finanziari (che minano alla radice la fiducia collettiva), dalla mafia alla corruzione e all’incompetenza della politica, dalla mancanza di prospettive all’aumento del costo della vita, dal precariato diffuso alle catastrofi climatiche e ambientali, dal crollo delle borse alla perdita di fiducia nelle istituzioni (cominciando dalla Provincia, magari: si chieda in giro, con o senza questionario), dalle povertà relazionali che ci rendono più fragili al ruolo dei media che enfatizzano le paure che la politica mette all’ordine del giorno. Tutto questo, chissà perché, con l’insicurezza non c’entra.
Ecco perché si tratta di un’operazione elettorale, niente di più. Per vendere ai cittadini il proprio prodotto, secondo uno sperimentato meccanismo: 1) induciamo paura e insicurezza; 2) diciamo che serve più legge e ordine; 3) diciamo che noi glielo daremmo e gli altri no; 4) chiediamo il voto per noi; 5) per poi non risolvere il problema, perché non è alla nostra portata, avendo offerto la soluzione sbagliata (un capro espiatorio) ma comoda per noi: cosa che peraltro ci conviene perché potremo sempre dire che occorre più legge e ordine di quella che ci hanno dato; 6) finché l’elettore non si accorge di essere stato preso per i fondelli…
E’ così che, nelle domande, i fattori che contribuiscono a creare una percezione di insicurezza sono solo la presenza di immigrati clandestini, i furti nelle abitazioni, lo spaccio e le rapine. E’ così che, alla domanda su cosa dovrebbero fare gli enti locali, si può scegliere solo tra: costruire nuove caserme; pretendere più Forze dell’Ordine; promuovere gruppi di volontari; sostenere l’utilizzo della Forze Armate; armare i corpi di Polizia Municipale; promuovere la realizzazione di un CIE per clandestini – praticamente, il programma elettorale delle forze politiche di centro-destra che governano la Provincia, con cui si può solo essere d’accordo.
Significativa anche la domanda sulle zone della città maggiormente a rischio: nell’ordine la zona della stazione, le piazze, il Portello e l’Arcella, le altre non sono nemmeno nominate, dando già una precisa indicazione e gerarchia di importanza.
Si passa poi alle domande sugli immigrati e sul loro livello di (mancata) integrazione, a causa di: diverse abitudini; problemi linguistici; differenze religiose; mancanza di lavoro; considerazione del ruolo della donna. Mischiando a caso problemi etnici, sociali, religiosi, e dimenticando del tutto l’altra metà del processo di integrazione, che è sempre un rapporto a due: il ruolo e il comportamento della società, delle istituzioni, dei partiti. Per dire, provate voi a integrarvi in un posto dove vi dicono tutti i giorni che non vi vogliono, anche con apposito questionario dove si dice che siete voi il problema…
Infine, un questionario con risposte volontarie non è rappresentativo per definizione, e non ha alcun valore statistico. Basta orchestrare un po’ le risposte, far rispondere agli amici e agli iscritti da parte delle forze politiche che hanno interesse nel sondaggio, per orientarne i risultati. Niente di serio. Niente di utile.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), Sicurezza, operazione elettorale (sul sondaggio della provincia), in “Il Mattino”, 31 gennaio 2012, pp.1-31
Se la vita eterna è sui social network
/in 2012, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da StefanoSi dice che le nuove tecnologie della comunicazione schiaccino i loro utilizzatori sulla dimensione del presente. Che sia in corso una presentificazione degli orizzonti. Che si dimentichi il passato, e ci si immagini sempre meno il futuro. C’è del vero, e lo sappiamo da vari indicatori.
Ma le cose non sono così semplici né così univoche. Il presente vuole durare. La storia, la mia storia, cerca una continuazione, anche quando la storia è finita. Sempre più si ha voglia di narrarsi, di dare una senso alla propria storia, di raccontarla. E le tecnologie comunicative aiutano anche in questo. Nell’universo digitale, si può pianificare il proprio futuro anche dopo la morte. E si cristallizza, si rivive, o si cambia, il passato. In un auspicio o un’anticipazione di eternità facilmente realizzabili.
Sarà capitato a molti, ed è esperienza straniante, di digitare su Google il nome di una persona conosciuta, magari un amico o un collega, che si sa morta. E vedere che lì è ancora viva. Che l’universo della rete mantiene le sue tracce: quello che ha fatto, ha detto, ha scritto, spesso oltre tutto coniugato al presente, in una contemporaneità illusoria ma infinita.
Ma la durata, la sopravvivenza almeno nel ricordo, in rete si manifesta in molti modi. Sempre più diffusi sono i cimiteri online, in cui è possibile inserire (da soli e in anticipo, o post mortem da parte di qualche parente o amico) le nostre foto, i nostri scritti, i video, le canzoni o i film preferiti, la cronologia della nostra vita, reinterpretandola, per ‘rifarsi una vita’ almeno virtuale, magari assai diversa da come è stata quella reale. Anche i cimiteri virtuali, come quelli reali, hanno le loro tariffe (una tantum per l’occupazione dello spazio e costo di gestione annuo), e non mancano quelli per animali. Molti sembrano tuttavia solo un servizio in più offerto dalle agenzie di pompe funebri: certe pagine con foto per lo più di anziani che magari non usavano nemmeno il computer, data di nascita e di morte, pubblicità dell’agenzia di pompe funebri e nient’altro trasmettono una tristezza infinita; ma fanno dopo tutto il paio con i loculi in serie, le frasi fatte e i messaggi stereotipati, i fiori in plastica e la fisicità fredda del marmo. Una modalità più vivace e ‘vitale’ di esistere in rete post mortem è quella delle pagine facebook, continuate o create dopo la morte di qualcuno (spesso dopo una morte drammatica), per tenere vivo il ricordo, continuare a mandare messaggi, pensieri, preghiere, fiori virtuali persino, e consolare i rimasti. Ce ne sono molti, di questi profili, che contrastano singolarmente con l’origine di questo social network, nato per favorire incontri vivaci tra vivi, e ne sanciscono la trasformazione e il radicamento.
Questo della morte su facebook è anche un modo per integrare la morte nel quotidiano. La nostra società giovanilista, che si vuole e si crede amortale, ha espulso la morte, ma anche la vecchiaia e la malattia, dall’orizzonte del dicibile e del visibile: bisogna fingere, o avere l’apparenza, di essere giovani, sani, e immortali. La morte è spesso un tabù: la nascondiamo, nemmeno ne pronunciamo il nome, la cancelliamo dall’orizzonte domestico ospedalizzandola, e non la facciamo guardare in faccia dai bambini. Che poi ne vedono centinaia al giorno, nei programmi a loro dedicati, dai cartoni alla fiction, nei videogames, o nei telegiornali che guardiamo insieme a loro. E quasi sempre si tratta di morti con una causa precisa: disgrazie, omicidi, quasi mai comunque morti naturali, dando così l’idea che la morte stessa è innaturale.
Ecco, la ‘vitalità’ della morte su facebook non è solo il modo di assicurarsi una vita eterna digitale e virtuale. E’ anche un modo di riappropriarsi del discorso sulla morte, occultato dalla cultura mainstream. E’ una reazione della stessa famiglia delle necroculture giovanili, del dark rock, dei fumetti alla Dylan Dog o di certi manga giapponesi, della necrofilia gentile della famiglia Addams, ma anche degli splatter, dei ‘b movie’ hollywoodiani, dell’horror più intellettuale alla Stephen King, del filone catastrofico degli aerei in avaria o degli uragani, o quello futuribile delle catastrofi climatiche a venire, ma anche degli scherzi di halloween e della diffusione di teschi e ossa come gadget, incluso per bambini. Che assume il ruolo di riflessione proprio là dove la riflessione e la verbalizzazione era stata espunta, e di risposta forse non del tutto inconsapevole a una rimozione che si percepisce falsa e ipocrita, e forse pericolosa – mortale, appunto.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), Se la vita eterna è sui social network, in “Il Piccolo”, 15 gennaio 2012, pp.1-4
Stritolato dai crediti inesigibili (Morte di un imprenditore)
/in 2011, Articoli / Articles, Articoli di Società / Society Articles, Società / Society /da StefanoLa morte dell’imprenditore Giovanni Schiavon è di quelle che lasciano il segno. Perché è la morte dell’innocente, dell’uomo d’onore che si suicida non per i debiti, ma per i crediti non esigibili. Non per la vergogna del proprio operato, ma per quella di non poter onorare degli impegni che sarebbe in grado di onorare, se altri non lo ostacolassero e non glielo impedissero. Non per avere agito male, ma per avere agito bene in un mondo in cui troppi altri non lo fanno.
Si è già detto quasi tutto, di questa morte. Si è espresso il rammarico. Si è manifestato il dolore. Si è urlata la rabbia. Ora si deve cominciare a fare qualcosa. Una proposta ce l’avremmo. Una proposta di sanzione, o meglio due: una morale, e una giuridica e politica. La prima: si pubblichino gli elenchi dei debitori di Schiavon. E poi si vada a indagare, a chiedere conto. Probabilmente si scoprirà che alcuni di quelli che non pagavano non potevano farlo, perché erano imprenditori come lui, presi nella stessa morsa, colpiti dalla stessa crisi, altrettanto sommersi da debiti non pagabili e crediti non esigibili: incolpevoli anch’essi. Ma probabilmente si scoprirà che altri avrebbero potuto e dovuto pagare e non l’hanno fatto: imprenditori più grandi, che campano meglio strangolando i piccoli anche senza necessità, tirando in lungo con i pagamenti oltre l’ammissibile, tanto non pagano pegno perché hanno le spalle forti; e amministrazioni pubbliche, magari vincolate dai patti di stabilità, ma che per principio non dovrebbero campare a spese dei loro cittadini e dei loro contribuenti.
Sarà allora giusto aggiungere questa morte alla lunga lista delle morti bianche: di chi muore sul lavoro, o di chi, come in questo caso, muore di lavoro. Ma sarà giusto chiedere anche per queste morti l’introduzione di leggi che rispettino le persone. Come si è fatto per le normative sulla sicurezza dei lavoratori, ancora troppo spesso non rispettate. Basterebbe poco. Una norma di pochi articoli (già non mancano i disegni di legge, mai discussi, in materia; e l’Unione Europea, dove queste cose non succedono, ce la chiede) che obblighi le pubbliche amministrazioni a pagare ogni prestazione a 30, 60 o 90 giorni al massimo, con sanzioni pesanti se non lo fanno. Perché non è giusto che lo stato e gli enti pubblici sopravvivano spremendo ignobilmente coloro che lavorano per essi, che dovrebbero difendere e rappresentare, e da cui sono mantenuti. E che obblighi i privati a fare altrettanto, salvo motivi fondati e documentabili, e l’accordo delle parti. Ma sanzionando maggiormente, con la leva fiscale, con i costi del contratto, con deducibilità differenziate o quant’altro, chi tira più in lungo. Se i soldi devono girare per far girare l’economia, che girino davvero, non per finta. Basta con un sistema che finisce per essere più oneroso e stressante per tutti, e profondamente ingiusto nei confronti di alcuni, costretti a ricorrere al prestito bancario pur vantando ampi crediti, o peggio costretti al fallimento o, come in questo caso, al suicidio. I parlamentari veneti, tutti e insieme, per dare un segnale forte, se ne facciano promotori: subito. E le associazioni di categoria, le amministrazioni pubbliche, i partiti, i sindacati, la sostengano, pubblicamente, insieme, con iniziative pubbliche unitarie. E’ l’unico modo per uscire da questo meccanismo infernale, che stritola i più piccoli, i più onesti, e paradossalmente coloro che lavorano meglio e i cui servizi sono quindi più richiesti. E’ l’unico modo per pagare almeno un debito, per quanto tardivo, a Giovanni Schiavon.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Stritolato dai crediti inesigibili (Morte di un imprenditore), in “Il Mattino”, 17 dicembre 2011, pp. 1-14
Il sistema previdenziale va cambiato (Un pacato ragionamento sulle pensioni)
/in 2011, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Articoli di Società / Society Articles, Politica / Politics, Società / Society /da StefanoL’aumento dell’età pensionabile è una scelta dolorosa. La progressiva parificazione tra quella degli uomini e quella delle donne può sembrare punitiva, per chi ha già il carico maggiore del lavoro di cura. Tuttavia sono entrambe inevitabili (mentre non lo è colpire malamente pensioni già basse).
Capiamo la rabbia di chi stava per andare in pensione, nel vedersi allontanare un orizzonte agognato, per il quale ci si era preparati, anche psicologicamente. Ma continuare con il sistema precedente sarebbe stato come dire: vogliamo andare in pensione comunque; non importa se a pagare la nostra pensione saranno trentenni e quarantenni con una vita lavorativa molto più precaria della nostra, già carichi del fardello del debito pubblico che noi abbiamo creato, che godranno di pensioni più basse, e lo sanno come lo sappiamo noi. Una prospettiva non accettabile: che non solo non accettano i più giovani, ma che anche a molti dei più anziani sembra, perché è, profondamente ingiusta. Perché dovrebbero essere i più giovani a pagare con il loro presente e il loro futuro gli errori del nostro passato?
Non solo: l’aspettativa di vita è cresciuta enormemente. Di trent’anni in meno di un secolo, e di quasi due anni solo negli ultimi dieci (e continuerà a crescere grazie ai rapidissimi progressi delle scienze e della medicina). Oltre tutto, fatti salvi i lavori usuranti, per i quali un’eccezione è d’obbligo, oggi si è più giovani e ricchi di risorse, a parità di età anagrafica, rispetto al passato: possiamo fare finta che nulla sia cambiato? E ignorare che altrove si va in pensione più tardi, o in maniera graduale?
Quanto alle donne, vivono in media sette anni più degli uomini. Ha ancora senso ‘difenderle’ per questa via? Con lo scambio umiliante: meno lavoro attivo in cambio di più lavoro di cura? Non sarebbe più degno, più soddisfacente, e anche più economicamente sostenibile, oltre che più civile, offrire, come si fa altrove, ben altro scambio: più lavoro esterno (bene quindi una transitoria defiscalizzazione delle assunzioni al femminile) sostenuto da più servizi pubblici dedicati al lavoro di cura? Più welfare e meno badanti, più asili, più cure domiciliari per anziani, più assistenza sociale per i soggetti deboli? E più flessibilità sul lavoro a richiesta del lavoratore, più part-time, ecc.?
E’ qui che bisogna fare il salto di qualità. Una politica conservatrice non può che cercare di difendere lo status quo, ben sapendo che finirà comunque. Come è stato fatto fino ad ora: colpevolmente, perché le cose sarebbero diverse se a una riforma seria si fosse messa mano venti anni fa, quando le tendenze si sapevano già tutte. Una politica riformatrice deve pensare invece in maniera innovativa. Non solo con le misure individuate, ma immaginando un diverso modo di erogare servizi, con ben altre risorse a disposizione, e in definitiva un diverso modo di immaginare la società.
Conosciamo le obiezioni: prima colpiamo l’evasione, i furbi, i grandi patrimoni. Tutto vero e profondamente giusto. Ma non basta, e per quanto doveroso ciò non esclude un ripensamento profondo del sistema previdenziale. Oggi non è progressista chi difende il sistema attuale; lo è chi promuove un sistema diverso. Ma, certo, chiedendo che una parte delle risorse recuperate vada precisamente a costruire un nuovo patto sociale, e le condizioni (i servizi) per attuarlo. E’ lì che la lotta deve essere più dura. Affinché i giovani e le donne non siano le vittime, ma le risorse del sistema: precisamente ciò che non sono oggi.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Il sistema previdenziale va cambiato (Un pacato ragionamento sulle pensioni), in “Il Mattino”, 12 dicembre 2011, pp. 1-4
L’insicurezza costruiamola insieme. Il questionario della Provincia
/in 2011, Altro / Unpublished Materials, Politica / Politics, Società / Society /da Stefano“La sicurezza costruiamola insieme”. Si intitola così il messaggio che accompagna il questionario voluto dalla Provincia di Padova. Una operazione politica mascherata da sondaggio, metodologicamente opinabile, scientificamente implausibile.
La sicurezza è nel titolo, ma si parla solo di immigrazione. E accoppiare le due cose è già dare la tesi. Dimenticando tutte le altre cause di insicurezza: dalla crisi economica alla criminalità organizzata, dalla mancanza di servizi ai reati finanziari (che minano alla radice la fiducia collettiva), dalla mafia alla corruzione e all’incompetenza della politica, dalla mancanza di prospettive all’aumento del costo della vita, dal precariato diffuso alle catastrofi climatiche e ambientali, dal crollo delle borse alla perdita di fiducia nelle istituzioni (cominciando dalla Provincia, magari: si chieda in giro, con o senza questionario), dalle povertà relazionali che ci rendono più fragili al ruolo dei media che enfatizzano le paure che la politica mette all’ordine del giorno. Tutto questo, chissà perché, con l’insicurezza non c’entra.
Ecco perché si tratta di un’operazione elettorale, niente di più. Per vendere ai cittadini il proprio prodotto, secondo uno sperimentato meccanismo: 1) induciamo paura e insicurezza; 2) diciamo che serve più legge e ordine; 3) diciamo che noi glielo daremmo e gli altri no; 4) chiediamo il voto per noi; 5) per poi non risolvere il problema, perché non è alla nostra portata, avendo offerto la soluzione sbagliata (un capro espiatorio) ma comoda per noi: cosa che peraltro ci conviene perché potremo sempre dire che occorre più legge e ordine di quella che ci hanno dato; 6) finché l’elettore non si accorge di essere stato preso per i fondelli…
E’ così che, nelle domande, i fattori che contribuiscono a creare una percezione di insicurezza sono solo la presenza di immigrati clandestini, i furti nelle abitazioni, lo spaccio e le rapine. E’ così che, alla domanda su cosa dovrebbero fare gli enti locali, si può scegliere solo tra: costruire nuove caserme; pretendere più Forze dell’Ordine; promuovere gruppi di volontari; sostenere l’utilizzo della Forze Armate; armare i corpi di Polizia Municipale; promuovere la realizzazione di un CIE per clandestini – praticamente, il programma elettorale delle forze politiche di centro-destra che governano la Provincia, con cui si può solo essere d’accordo.
Significativa anche la domanda sulle zone della città maggiormente a rischio: nell’ordine la zona della stazione, le piazze, il Portello e l’Arcella, le altre non sono nemmeno nominate, dando già una precisa indicazione e gerarchia di importanza.
Si passa poi alle domande sugli immigrati e sul loro livello di (mancata) integrazione, a causa di: diverse abitudini; problemi linguistici; differenze religiose; mancanza di lavoro; considerazione del ruolo della donna. Mischiando a caso problemi etnici, sociali, religiosi, e dimenticando del tutto l’altra metà del processo di integrazione, che è sempre un rapporto a due: il ruolo e il comportamento della società, delle istituzioni, dei partiti. Per dire, provate voi a integrarvi in un posto dove vi dicono tutti i giorni che non vi vogliono, anche con apposito questionario dove si dice che siete voi il problema…
Infine, un questionario con risposte volontarie non è rappresentativo per definizione, e non ha alcun valore statistico. Basta orchestrare un po’ le risposte, far rispondere agli amici e agli iscritti da parte delle forze politiche che hanno interesse nel sondaggio, per orientarne i risultati. Niente di serio. Niente di utile.
Stefano Allievi
19/11/2011
Quarta puntata. La nuova classe dirigente: Non possono essere sempre le stesse facce
/in 2011, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Articoli di Società / Society Articles, Politica / Politics, Società / Society /da StefanoLa crisi italiana non aspetta: l’intervento chirurgico dovrà essere profondo ed esteso. Pari almeno alla gravità della malattia: alla decomposizione del sistema politico, alla crisi di quello economico, alla senescenza delle istituzioni, al degrado complessivo del sistema paese.
Se è vero che ci troviamo in una sorta di dopoguerra, a ricostruire il Paese dalla sue fondamenta e con le sue macerie, in un clima quasi costituente, dobbiamo innanzitutto essere capaci di trovare le risorse migliori per guidare questo processo, liberando le tante energie inespresse (o compresse) e il desiderio di ricostruzione morale e materiale che nonostante tutto lo attraversa. Ma questo non può farlo una leadership che è già stata condannata dalla storia, e dai suoi risultati. Un problema che è del ceto politico nel suo complesso, non solo di un partito, anche se il disastro economico e la bancarotta civile non sono equamente distribuiti: qualcuno (la coalizione uscente) porta evidentemente una responsabilità maggiore.
Non è immaginabile che a guidare la nuova stagione politica del Paese siano le stesse persone che l’hanno occupato – più che guidato – fino ad ora. Andreste dal medico che ha già sbagliato tante volte nel diagnosticare la vostra malattia, e non ha mai azzeccato la cura? Iscrivereste vostro figlio a una scuola dove l’incompetenza, la superficialità e il pressapochismo sono la norma? Comprereste un’auto da un concessionario che sapete essere un parolaio e un mentitore? Fareste progettare la vostra casa ad architetti dalle parcelle altisonanti, e usi alla percentuale, ma scelti non per capacità e merito, inesperti e per di più arroganti? Vi fidereste di un manager che dice la sua su ogni cosa senza mai chiedere consiglio a chi ne sa di più, incapace di visione, con un orizzonte temporale che non va al di là della prossima chiusura di bilancio (le elezioni), incapace di progettare a lungo termine, di pensare alle prossime generazioni? Ebbene: può, allora, la stessa classe politica che ha portato l’Italia nel baratro, può un ceto politico autocentrato, separato dal resto della società da privilegi che ne hanno fatto una casta, convinto della propria insostituibilità, incapace di lettura della realtà, pretendere di continuare a governare questo Paese? No, evidentemente.
Occorre dunque un ceto politico diverso, attraverso meccanismi nuovi di selezione delle leadership, possibilità di scelta da parte dei cittadini, limiti di mandato per favorire il ricambio, fine dei privilegi che richiamano alla politica i lupi affamati e gli arrivisti senza qualità. Come arrivarci? Con un patto sulle regole. Cambiando sistema elettorale, per cominciare. Consentendo ai cittadini di scegliere, altrimenti non è democrazia. Favorendo la battaglia delle idee e delle persone. Attraverso collegi uninominali, o il doppio turno, o almeno il ritorno delle preferenze.
Ma scegliere tra i peggiori è ancora troppo poco. Occorre favorire l’emergere dei migliori, e la possibilità di conoscerli e di selezionarli. Attraverso forme di partecipazione del corpo elettorale, non solo degli iscritti ai partiti: che sono preziosi ma sono sempre meno (salvo gli usuali miracoli pre-congressuali che chissà come ne decuplicano il numero) e troppo spesso inascoltati, usati solo come megafoni di decisioni calate dall’alto, per promuovere carriere e leadership selezionate in maniera opaca. Le primarie sono un sistema efficiente: perché consentono di svecchiare un ceto dirigente inevitabilmente arroccato sulla propria difesa, favorendo la partecipazione di forze che fanno altrimenti fatica ad emergere. Merito al PD di averle introdotte in Italia con successo, tanto che anche il PDL comincia a pensarci, e altri pensano addirittura di renderle obbligatorie per legge. Non a caso tuttavia molti si adoperano per svuotarle di contenuto, con regolamenti che tendono ad escludere anziché ad includere, o affidando le ‘preselezioni’ alle gerarchie, magari attraverso forme di democrazia interna più o meno controllata.
Un altro mezzo fondamentale è il limite al numero di mandati elettivi nello stesso ruolo: per favorire la mobilità e il ricambio, non solo generazionale, e farla finita con i politici a vita. Le quote di genere possono ulteriormente favorire lo scopo di portare aria e persone nuove, non foss’altro che obbligando una parte dei gerontocrati maschi a farsi da parte.
La fine dei privilegi, dei vitalizi, dei pensionamenti dorati, della distribuzione di prebende attraverso l’occupazione abusiva delle risorse e delle istituzioni pubbliche, gli enti e i consigli di amministrazioni inutili, sono il corollario finale.
Possiamo pensare che chi ha prodotto la situazione attuale voglia davvero cambiarla, e quand’anche lo volesse, lo sappia fare? La risposta è ancora no: per cui dobbiamo cambiare loro. La sfida è cruciale. Si tratta dell’ultimo treno in partenza per la riforma democratica del nostro Paese.
4 – fine
Stefano Allievi
“Appunti dalla crisi italiana” è ora anche un blog sulla home page del “Mattino”:
http://appuntidallacrisiitaliana-padova.blogautore.repubblica.it
Allievi S. (2011), Quarta puntata. La nuova classe dirigente: Non possono essere sempre le stesse facce, in “Il Mattino”, 17 novembre 2011, p. 39
Terza puntata. Il dopo Silvio: Perché per il Pd c’è poco da gongolare
/in 2011, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Articoli di Società / Society Articles, Politica / Politics, Società / Society /da StefanoLa destra scende, ma la sinistra non sale. E se il Partito Democratico, principale forza di opposizione, appare essere il primo partito (tra i votanti: perché nel corpo elettorale il primo partito è il non voto), ciò accade più per demeriti altrui che per meriti propri: un consenso volatile, quindi. Non l’adesione convinta a una proposta di governo, ma una scelta del meno peggio. Non l’adesione entusiasta a uno schieramento capace di sedurre con le sue ragioni, le sue pratiche politiche e i suoi leader, ma la disillusione per una proposta politica che ha fallito, lasciando il Paese in una situazione drammatica. Un ancoraggio debole, frutto del disancoraggio dalla precedente illusione, non il richiamo forte dell’alternativa.
In questo scenario, pur disastroso per la coalizione uscente, il Partito Democratico non sembra ancora in grado di candidarsi con il consenso necessario al ruolo cui in questa situazione sarebbe naturalmente destinato, quello di perno di una coalizione alternativa: non per le proprie divisioni interne o la debolezza di leadership, su cui c’è fin troppa enfasi mediatica (e del resto altri non stanno meglio), ma per l’incertezza della prospettiva di coalizione, e per la non sufficiente chiarezza della proposta riformatrice. E’ per questo che si cerca un governo tecnico: perché manca la politica. Il governo non c’è più, ma l’opposizione non c’è ancora.
Per capire come mai questo stia accadendo, occorre fare un passo indietro. Il progetto e l’intuizione che è all’origine del Partito Democratico è così riassumibile: unire le principali tradizioni riformiste italiane, aprendosi nel contempo con larghezza, intelligenza e generosità alla parte migliore della società civile, allo scopo di iniziare una stagione di modernizzazione radicale del Paese, attraverso un grande piano di riforme. Se la prima parte del progetto (unire le principali tradizioni politiche riformiste) sembra essere andata in qualche modo in porto, seppure in un amalgama imperfetto, in cui le nostalgie e le inerzie ideologiche e progettuali prevalgono su un autentico confronto, la seconda (aprirsi alla parte più innovatrice della società civile) sembra lontana dal realizzarsi, ed anzi in regresso.
Il PD sembra essersi ripiegato sulle due componenti principali da cui deriva (quella PCI-PDS-DS e quella DC-Popolari-Margherita), sottovalutando la terza, composta da quei militanti, iscritti e personale politico che, senza essere mai stati membri di quei partiti, che magari votavano senza troppa soddisfazione, hanno creduto nel PD come a un soggetto nuovo e riformatore. Sono proprio i rappresentanti di questa terza componente, insieme agli appartenenti alle altre due che si sono davvero messi in gioco per costruire un soggetto politico nuovo (una parte significativa di essi l’ha semplicemente subìto), a costituire la parte più innovativa del PD; ed è la loro perdita, la loro diaspora, la loro emorragia, che si sta rapidamente consumando in questi mesi, a costituire per esso la perdita maggiore, non solo di voti e di iscritti, ma di energia, di motivazione e di capacità progettuale, nonché di connessione con la parte più attiva, moderna e ricca di conoscenze del Paese. Senza di loro, il PD può restare un partito forte, che mantiene un peso significativo negli equilibri politici del Paese, con un ceto dirigente mediamente più preparato di altri e capace di mettersi a servizio delle istituzioni (e non è poco), ma perde centralità propositiva.
Il processo non è aiutato dagli altri attori dello schieramento riformatore, gli alleati dichiarati o potenziali. Tra cui prevalgono i ripiegamenti populistici, la collusione con la rabbia urlata dell’antipolitica – assai fondata ma vacua nella proposta costruttiva – di cui si cercano di cavalcare le sirene, la vaghezza della proposta politica che si tenta di mascherare con la perentorietà dei toni (cose di cui è spesso esempio Italia dei Valori), o il tentativo di lucrare la propria posizione concorrenziale erodendo qualche consenso al soggetto maggioritario dello schieramento, cioè al PD, invece di cercarlo altrove (come spesso ha fatto Sinistra Ecologia e Libertà). Mentre crescono le proposte alternative e ‘contro tutti’ (Movimento 5 Stelle), ed è scomparsa, caso quasi unico in Europa, la componente politica ambientalista, che una dimensione progettuale ce l’avrebbe. E così il discorso sul progetto per il Paese finisce per cedere il posto a quello sulle alleanze per governarlo: per cui diventa più importante interloquire con il Terzo Polo o polemizzare con il Partito Radicale (perdendo, anche qui, una componente progettuale, minoritaria ma non irrilevante) che non dire al Paese dove lo si vuole portare. Solo che non è così che si affascina l’elettorato, e lo si convince: anche a fare scelte costose, ingurgitando medicine amare, come il momento richiederebbe, ma con la prospettiva di un avvenire migliore, di un Paese radicalmente cambiato, in cui davvero voler vivere, e con orgoglio.
Per far questo ci vorrebbe una proposta politica forte, e un cambiamento drastico di classe dirigente. Di cui parleremo nella prossima e ultima puntata di analisi della ‘crisi italiana’.
3 – continua
Allievi S. (2011), Terza puntata. Il dopo Silvio: Perché per il Pd c’è poco da gongolare, In “Il Mattino”, 15 novembre 2011, p. 13
Ritorno delle religioni, scoperta delle differenze.
/in Uncategorized /da StefanoLa presenza di percentuali in crescita di immigrati, nelle società europee, non è solo un fatto quantitativo. Differenti livelli quantitativi su così tanti indicatori (economici, sociali, culturali, politici, religiosi) finiscono inevitabilmente per produrre un cambiamento qualitativo.
Come l’inquinamento, se vogliamo prendere un esempio in negativo, o come l’amore, se vogliamo prenderne uno in positivo: il loro arrivo sulla scena non si limita ad alterare alcuni indicatori, ma cambia completamente lo scenario. L’aria non sarà solo un po’ più inquinata, ogni volta che si raggiunge un più alto livello di agenti nocivi: ad un certo punto, oltre un certo limite, sarà irrespirabile, un’altra aria, che cambia tutto e ci costringe a cambiare tutto. E la relazione amorosa non sarà semplicemente un interesse un po’ più forte nei confronti di qualcuno: un po’ più di amicizia, un po’ più di curiosità nei confronti di una persona. Ad un certo punto, oltre un certo limite, sarà un’altra relazione, che ci trasforma e trasforma il nostro mondo, le nostre scale di priorità e di valori, l’intera nostra vita.
Gli indicatori che stanno cambiando a seguito della presenza di nuove popolazioni immigrate producono e creano nuove problematiche, nuovi processi di interrelazioni, nuovi conflitti e nuove soluzioni ai medesimi. In una parola, producono un cambiamento qualitativo. Niente di meno che un differente tipo di società, abbastanza diverso da quello immaginato con la nascita dello Stato-Nazione. Una società per la quale non abbiamo progetti né regole sperimentate: per la quale possiamo soltanto procedere per tentativi ed errori, imparando attraverso la nostra stessa esperienza. Come stanno facendo la maggior parte dei paesi europei.
Tra gli altri cambiamenti, quello probabilmente più visibile è quello che potremmo chiamare il ritorno delle culture – e particolarmente delle religioni – nello spazio pubblico europeo. Del resto culture e culto, come ci insegna l’etimologia, sono profondamente interrelate. Un fatto, questo, che abbiamo tendenza a passare sotto silenzio in occidente, dove i processi di secolarizzazione sembrano secolarizzare in primo luogo le letture della realtà (e nelle università in maniera anche più incisiva: ciò che, a nostro parere – piccolo dato sociologico del tutto inosservato –, non è estraneo alla sottovalutazione ‘accademica’ della persistenza, della forza e degli effetti sociali della religione declinata nel sociale); ma che le comunità immigrate, e alcune più visibilmente di altre, ci mostrano con particolare forza, suscitando sorpresa quando non meraviglia in taluni osservatori, magari pure multiculturalisti, ma più restii a cogliere lo specifico religioso delle culture medesime.
Il caso dell’islam, e particolarmente dell’islam in Europa è spesso considerato la più problematica e certamente la più problematizzata espressione di questo processo, anche se non è affatto il solo1. In effetti, non foss’altro che per questioni numeriche, e naturalmente a seguito del retaggio storico che il rapporto tra islam e occidente porta con sé, offre notevoli spunti di riflessione, inglobando al suo interno provenienze etniche differenziate, un certo numero di autoctoni (i convertiti), e delle seconde generazioni nate sul suolo europeo e progressivamente ‘autoctonizzate’, per così dire; nonché un’ampia serie di ambiti in cui si propone e ‘fa’ immagine: dal rinascere dei fondamentalismi e dal diffondersi del terrorismo ai rapporti di genere, passando per le relazioni tra stato e comunità religiose e per le dinamiche di mixité matrimoniale. Ma non è il solo a trovarsi in questa situazione. Esso mostra infine, più di altri, l’aumento (e le difficoltà) del pluralismo culturale, e più in generale il peso sempre più importante del ‘fattore C’ (‘C’ come cultura, nel senso ampio, più antropologico che sociologico del termine) nella vita delle società occidentali. Infine, come dicono molti osservatori, spesso con malcelato terrore, mostra in tutta evidenza, più di altri indicatori, il fatto che religion is back to the agenda.
La religione, e ancora di più la religione vissuta collettivamente e comunitariamente, ha un suo spazio e un suo ruolo nella costruzione dell’identità individuale e collettiva di nuclei significativi di immigrati.
Trasformazioni profonde
Tra le cose che sono cambiate – e forse quella che, senza essercene davvero accorti, ci inquieta di più – è la stessa idea di comunità statuale che abbiamo in mente. Noi abbiamo, o crediamo di avere, una definizione chiara dello Stato, sancita dai suoi tre elementi fondamentali, tramandatici dalla dottrina classica: un popolo, un territorio, un ordinamento. Un implicito corollario, che non è parte della dottrina ma è inciso nella coscienza collettiva di molti paesi europei, è una religione, con la possibile inclusione, che non contraddice il principio, di qualche minoranza religiosa riconosciuta (questa è anche l’intepretazione della sociologia classica, come in Durkheim – una interpretazione della religione implicitamente maggioritaria, nonostante l’autore, in quanto figlio di un rabbino, appartenesse soggettivamente ad una minoranza).
Per molti motivi, le migrazioni, ma anche altri processi interamente autoctoni (unificazione europea, micronazionalismi, ecc.), mettono in crisi questo quadro troppo omogeneo per essere vero: in tutti e quattro gli elementi descritti.
In particolare oggi la com-presenza di svariate entità religiose, resa ancora più visibile e in un certo senso drammatizzata dalla presenza di cospicue comunità di immigrati che si richiamano a religioni più o meno estranee alla storia europea, o almeno percepite come tali, ci costringe a fare i conti con quella che mi sembra pertinente chiamare, mutuando l’espressione dal dibattito filosofico recente, una diversa “geo-religione”.
Nello stesso territorio, peraltro soggetto a trasformazioni, popoli, culture e religioni diverse entrano in contatto tra loro, si mischiamo o non si mischiano, ma comunque co-esistono, con-vivono, co-abitano. Dal suo essere patologia, la pluralità è diventata o sta diventando fisiologia. È, o sta diventando, normalità, specie per le nuove generazioni. E, più ancora di questo, sta diventando norma, viene normata, sancita e dunque accolta a anche negli ordinamenti legislativi e sul piano giuridico. E questo già a prescindere dalla presenza di immigrati: per pluralismo interno, per così dire (si pensi ai dibattiti, non a caso così accesi, sui differenti modelli familiari e sul loro trattamento in termini di diritti). Un pluralismo che la presenza di culture immigrate non fa che accentuare, e rendere più visibile. Il problema è che le nostre costituzioni sono state scritte, e i nostri founding principles elaborati, quando la normalità, la fisiologia, era altra, e l’omogeneità, vera o presunta, prevalente.
Questa modificazione, che non avviene solo nella società ma è della società, è definitiva e irreversibile. L’omogeneità, se mai è esistita (e storicamente è più un mito che una realtà, ma le cui conseguenze sono ben reali), non è più un criterio di definizione della società: a livello sociale, culturale, politico, economico, religioso. La pluralizzazione avviene dunque su tutti i piani. E non è solo un fatto (ad esempio, la maggiore offerta culturale, sociale, religiosa, disponibile). E’ un processo. Che cambia la società, e dunque ci cambia. Cambia noi, e cambia gli altri attori in gioco, in primo luogo gli immigrati stessi: trasformando le nostre e le loro identità individuali e collettive.
Identità reattive
Oggi, a seguito e come effetto della pluralizzazione culturale, assistiamo nelle società a un doppio movimento, in due direzioni contrarie, anche se entrambe producono cambiamento: verso il meticciato, il formarsi di culture e situazioni sociali complesse e appunto ‘meticcie’, da una parte; e verso il ritorno e la chiusura identitaria, dall’altro. Il ritorno dei fondamentalismi, religiosi e non, degli etnicismi, dei razzismi, dei più diversi ‘tribalismi’, appartiene a questa seconda tendenza. Come anche quel curioso fenomeno che sono le ‘identità reattive’: ovvero la scoperta di avere un’identità collettiva in presenza di persone che ne hanno un’altra.
La globalizzazione ha creato un mondo in cui la geografia si è in un certo senso slegata da altre variabili, e lo spazio si è per così dire ‘contratto’, ha perso di importanza. Proprio l’apparente superamento di tutti i confini, o l’estensione e per così dire lo ‘stiramento’ dei confini fino a racchiudere il globo, fa tornare il bisogno di confini, di piccole patrie: fondamentalismi religiosi, localismi politici, etnicismi, razzismi, micronazionalismi, ma anche i neo-tribalismi metropolitani – sullo stile del tifo calcistico –, rispondono, quasi sempre inconsapevolmente, a questo bisogno. E’ il Jihad vs. McWorld, come l’ha chiamato Barber. In cui il Jihad (cioè l’idea del combattimento per la propria idea con ‘sacro furore’, come nella guerra santa – e l’autore non ha presente solo il modello islamico, che ne diventa semplicemente l’icona più nota) e il McWorld (cioè il mondo alla McDonald’s, il mondo globalizzato e ‘omogeneizzato’, per così dire) sono consustanziali, l’una è indissociabile dall’altro, in quanto sono l’una l’effetto dell’altro, in un processo di causalità circolare.
Nascono e si sviluppano così, anche in Europa, quelle che chiamo ‘identità reattive’: identità che sono tali solo in contrapposizione a qualcun altro. Le ritroviamo tra i moltissimi che oggi in Europa, sul piano politico e su quello intellettuale, stanno riscoprendo le proprie radici cristiane da quando sono presenti i musulmani, e in contrapposizione a loro, magari attraverso controversie sui simboli religiosi, come è il caso in Italia di quelle sul crocifisso e in Francia quelle sull’hijiab (ed è interessante che tali posizioni le troviamo spesso, anche più sguaiatamente, tra atei dichiarati – si pensi al caso di Oriana Fallaci o di Michel Houellebecq, ma anche di molti neo-celtici – che tra i credenti, tra i quali pure tali posizioni non mancano, anche ad alti livelli gerarchici). Ma le ritroviamo anche tra i musulmani che riscoprono le loro radici, manifestandole attraverso costumi che avevano smesso di praticare (dalla frequentazione della moschea, all’insistenza sull’hijab stesso), da quando vivono in Europa. Lo stesso uso della propria autodefinizione, da parte dei musulmani come degli autoctoni, in termini di ‘comunità’ è parte di questo processo: come se lo fossero davvero, come se ce ne fosse soltanto una, come se tutti i membri della supposta comunità vi appartengano o vi aderiscano o vi si riconoscano effettivamente.
Entrambe le tendenze (meticciato e sincretismo da un lato, identità reattive dall’altro) sono costitutive del nostro paesaggio sociale. Ed entrambe proseguiranno. In fondo ciascuno di noi, a seconda delle situazioni, spesso è in bilico tra l’una e l’altra, o è contestualmente l’una e l’altra. Siamo più complessi e ambigui di quanto ci piaccia ammettere. E il principio di non contraddizione vale solo all’interno di ben definiti contesti teorici: non esiste nella realtà, nella persone. Meno ancora nelle culture e nelle religioni. Per non parlare delle coscienze.
Conflitto e cambiamento
La paura all’origine delle identità reattive è un primo concetto-chiave generale da tenere presente, che fa da sfondo alla paura specifica dell’altro: del musulmano da parte dell’europeo, dell’assimilazione occidentale da parte del musulmano, del proprio annientamento culturale da parte di entrambi, maggioranze e minoranze – e che spinge quindi al conflitto. Che, non a caso, è un conflitto spesso a proposito di simboli, più che di comportamenti e pratiche sociali.
Ma il conflitto ha, sociologicamente, una funzione positiva. Ed è comunque fondativo, ineliminabile, come ci hanno insegnato i classici della sociologia, da Marx, passando per Weber, fino a Simmel. La crisi, dopo tutto, serve per discutere – sempre troppo tardi, ma sempre meglio tardi che mai – di un problema. La crisi, il conflitto, serve anche per scoprire i limiti fino ai quali ci si può spingere, e i confini sociali che non è possibile oltrepassare. Nel conflitto si formano le leadership. Nel conflitto ci si deve interrogare intorno a un senso di responsabilità comune, che non produca eccessi dannosi, che possono ritorcersi su chi li produce: si misura la propria forza reale, ma anche quella dell’altro, e quella della società, delle sue regole, dei suoi strumenti di regolazione. Attraverso il conflitto si sperimenta chi è ‘noi’, ma anche chi è l’altro, e l’idea stessa di alterità. Nel conflitto impariamo a misurare la differenza tra ciò che siamo, ciò che vogliamo, e ciò che possiamo ottenere. Il conflitto, inoltre è un mezzo per far affiorare alla superficie della coscienza ciò che giace e ribolle in profondità. L’estremizzazione delle opinioni ha dopo tutto una funzione, ed è precisamente questa: rendere visibile il non solitamente visibile, conscio l’inconscio, e consapevole l’inconsapevole. Lasciare che le parole dicano il non abitualmente detto.
Come avviene nelle coppie, nelle famiglie. Quelle sane non sono quelle dove non esiste il conflitto (un caso …inesistente), ma quelle dove il conflitto trova canali per emergere e per essere affrontato e risolto. Dove ciò non accade, le famiglie si spezzano: oppure ci si vivrà all’interno infelicemente, e neanche questa è una buona soluzione, un esito auspicabile.
Come avviene nella democrazia: che, dopo tutto, è un metodo non per evitare il conflitto, ma precisamente per affrontarlo in maniera non (troppo) cruenta. Invece di uccidere il mio avversario, voto.
Come avviene nel conflitto sociale, ad esempio nel mondo del lavoro. Il conflitto c’è ed è inevitabile: ma posso affrontarlo con una rivoluzione o con lo sciopero.
La società è conflittuale: per definizione. In senso proprio, per nulla paradossale, il conflitto è il solo modo che abbiamo per evitare la guerra. La sua presa in considerazione, la sua gestione, è precisamente ciò che ci permette di evitare l’esplodere della violenza.
Ma, se abbiamo imparato a regolare il conflitto politico (democrazia rappresentativa) e quello sociale (relazioni industriali), non abbiamo ancora un sistema stabile e comunemente accettato di regolare il conflitto culturale e religioso. Non per caso, in questa fase, i predicatori di conflitto, di cultural clash, godono di buone rendite di posizione. Ed è per questo che quella che potrebbe essere una fisiologia (non senza costi, naturalmente) del conflitto sociale, declinata in forma culturale, rischia di diventare una patologia: è sempre così, quando e finché chi dal conflitto ci guadagna è in numero superiore o semplicemente sa giocare meglio le sue carte di chi, invece, vorrebbe che il conflitto fosse non azzerato (perché non è possibile) ma semplicemente regolato, e reso un po’ meno ‘gridato’. E ci sarà comunque sempre qualcuno che avrà interesse a far crescere, o al limite a creare, a ‘inventare’ il conflitto laddove non c’è, o potrebbe comunque essere ridotto, accompagnato, gestito.
In questo senso il pericolo che abbiamo davanti è grande: il clash of civilizations (non solo su scala planetaria: anche nelle nostre città, nei nostri quartieri) può essere una profezia che si autorealizza – è a furia di ripeterlo, di richiamarlo, di invocarlo, che lo produciamo, che lo realizziamo. In un certo senso, è una fossa – o una trincea, per rimanere nella metafora bellica – che ci stiamo scavando con le nostre stesse mani.
Peraltro il conflitto non è solo, e forse non è principalmente tra culture e religioni, o meglio tra i loro esponenti; ma è interna alle culture, alle religioni, alle comunità. La società oggi si divide su questioni diverse da quelle del passato. Tramontate le classi (almeno nelle interpretazioni ideologiche diffuse e nel discorso intellettuale e mediatico: un po’ meno nella realtà…) oggi ci si divide, sempre più spesso, su fattori di inclusione ed esclusione, spesso molto materiali (spese, interessi, costi e benefici, tasse, servizi), ma altrettanto spesso ammantati di giustificazioni etniche, razziali, culturali o pseudo-culturali, e religiose. La diversità, anzi l’alterità, diventa un problema o addirittura una colpa in sé. Il che significa che anche gli attori sociali (inclusi quelli religiosi) si dividono sempre più non solo e non tanto tra loro, ma al proprio interno: tra dialoganti e non dialoganti, tra aperti al cambiamento o chiusi ad esso, tra coloro che sono disposti a mettersi in discussione, e/o a mettere in discussione la società, e coloro che non ci pensano nemmeno: anche a dispetto dei fatti, dei cambiamenti già avvenuti, di cui non si vuole tenere conto. Tra coloro che sono dunque disposti a misurarsi e a confrontarsi con la diversità e l’alterità, e coloro che ne negano le basi stesse. Con tutte le forme intermedie di atteggiamento che possiamo immaginare.
D’altro canto, proprio perché, per le ragioni evidenziate, il conflitto è necessario, costitutivo della società, fisiologico ed inevitabile (in particolare in presenza di cambiamenti così significativi: e il fatto che l’islam sia oggi la seconda religione in Europa non può essere considerato un dettaglio della storia), possiamo ipotizzare che, nella sua forma attuale, di forte radicalizzazione e visibilità, esso sia solo una fase inevitabile, anche se probabilmente non sarà breve (né forse ha ancora raggiunto il suo culmine), in attesa di trovare le forme di regolazione più adatte per il conflitto stesso. In questo senso si può tentare di essere ottimisti, o almeno di guardare alla fuoriuscita dalla crisi con qualche ragionevole speranza. Potrebbe uscirne un nuovo livello di equilibrio. Più equilibrato, appunto. Potrebbe essere questa, allora, la nuova società di cui parlavamo all’inizio: per la quale non abbiamo (ancora) i piani e le regole, ma che stiamo cercando di costruire.
Lo mostrerebbero le tendenze di lungo termine cui assistiano all’interno delle comunità islamiche in Europa: tendenze che, globalmente, potremmo chiamare di europeizzazione dell’islam, di adattamento al suo quadro culturale e normativo (un’europeizzazione che spazia dai rapporti di genere ai cambiamenti teologici, dalle forme di mixité familiare e culturale all’integrazione economica e ai modelli di consumo).
L’islam in Europa cambia. Ma, europeizzandosi, diventando un fatto europeo, e un attore sociale interno, cambia anche l’Europa. In più, non essendo solo interno, ma anche – attraverso legami personali e network organizzati, come pure attraverso i media vecchi e nuovi – transnazionale (potendo essere insomma qui e altrove), i musulmani che vivono in quella che potremmo chiamare la parte europea della umma, attraverso numerosi effetti di feedback influenzano anche le zone d’origine dell’islam, e comunque quelle di provenienza delle prime generazioni di immigrati.
Allo stesso modo, a causa della semplice esistenza della presenza islamica, cambia l’Europa.
Sul piano micro ciò è visibile, per fare un esempio indicativo, nel semplice diverso atteggiamento che un insegnante di religione è costretto necessariamente ad avere se nella sua classe ha alunni di diverse fedi, o di nessuna (l’esempio è estendibile a piacere ad un numero infinito di potenziali situazioni e ruoli sociali, dalla scuola al mondo del lavoro: più evidente che in qualsiasi altro, nelle coppie e nelle famiglie ‘miste’): e questo a prescindere dal fatto che sia preparato a questo cambiamento o meno, che sia soggettivamente favorevole ad esso o meno. Il semplice fatto che l’altro sia di fronte a lui, lo costringe a ripensarsi.
Sul piano macro, ciò è visibile nelle politics e nelle policies, relative alla regolamentazione giuridica della religione nello spazio pubblico, o, molto più banalmente, nella gestione delle mense o dei servizi sociali, o magari nel ripensamento dei programmi scolastici e dei loro contenuti (storia, ecc.).
Le religioni ridiventano cruciali. In particolare, da ora in poi, non sarà più possibile comprendere la storia e l’evoluzione sociale e religiosa (e, diremmo, anche politica) dell’Europa senza tenere in considerazione la sua componente musulmana interna. Allo stesso modo non sarà più possibile comprendere la storia e l’evoluzione sociale, e persino teologica, dell’islam, senza prendere in considerazione la sua componente europea. La storia d’Europa è diventata, almeno in parte, anche storia islamica. E la storia dell’islam, storia europea.
1 Sull’islam in Europa rinvio a S.Allievi, Musulmani d’occidente. Tendenze dell’islam europeo, Roma, Carocci, 2004, e soprattutto all’ampia ricerca, svolta per conto della Commissione Europea, contenuta in B.Maréchal, S.Allievi, F.Dassetto, J.Nielsen (a cura di), Muslims in the Enlarged Europe, Leiden, Brill, 2003. Per un approfondimento sulla situazione italiana S.Allievi, Islam italiano, Torino, Einaudi, 2003.
Si tratta di un modo di vedere le cose (e, in particolare, le identità) che potremmo sintetizzare con l’espressione di ‘fallacismo’, essendo stata tale visione popolarizzata come non mai dai libri recenti sull’islam di Oriana Fallaci, anche se la ritroviamo ampiamente diffusa anche altrove: in politica, nel giornalismo, anche quello autodefinito o considerato ‘esperto’, e anche nel linguaggio religioso. Per una analisi della e una risposta alla trilogia fallaciana rinvio a S.Allievi, Niente di personale, signora Fallaci, Reggio Emilia, Aliberti, 2006, e G.Boselli, Cattiva maestra, Venezia, Marsilio, 2005.