Serve un ricambio radicale

Le disavventure recenti incorse ai tesorieri di partito, prima, e ai leader di partito che li hanno promossi alle loro cariche, mantenuti e utilizzati (e ai loro famigli) poi, rimandano ad altro: non è in questione la disonestà di alcuni, ma l’insostenibilità di un sistema che ha assunto la disonestà a metodo.
Lusi sta a Rutelli come Belsito sta a Bossi. Ma il problema vero è che il sistema attuale di finanziamento della politica sta ai partiti come il formaggio sta ai topi. Troppi soldi troppo facili. Troppo pochi controlli. Troppo pochi piccoli uomini impreparati a resistere alle tentazioni offerte in maniera troppo forte da quelle grandi piscine piene di denaro, come quella in cui si tuffa con gioiosa irresponsabilità Paperon de’ Paperoni, che sono le casse dei partiti. Con l’aggravante che si tratta di denaro pubblico, malgestito e sperperato senza controlli. E, soprattutto, troppa abitudine a gestire il potere senza controlli, da troppo tempo, stando nello stesso ruolo, da parte di chi ha scelto i tesorieri, senza mai farsi troppe domande sull’entità, e sulla stessa ragione e liceità, del tesoro accumulato: anche, persino, quando non si è toccati dallo scandalo.
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Oltre il conservatorismo. Il paese si può riformare

La notizia è la riforma. Se ne potranno discutere in dettaglio i vari aspetti. Si potrà dire – e lo si dirà – che si poteva fare di più, che il governo ha ceduto alla pressione delle parti sociali o dei partiti su questo o quel punto. Ma il dato inequivocabile – che va al di là della stessa riforma del mercato del lavoro – è la dimostrazione che riformare si può: persino sui fondamentali del patto sociale. Il processo era già cominciato. Con la riforma delle pensioni, con le (ancora moderate) liberalizzazioni, ma quello del mercato del lavoro era lo scoglio più duro, e si sapeva, anche per il peso delle parti sociali coinvolte.
Bene, il segnale che ci si aspettava è arrivato: anche in questo Paese drammaticamente ingessato, dove dettano legge le caste e le corporazioni con le relative chiusure, dove il conservatorismo condito di cinica rassegnazione è diventato abito mentale, dove lo schieramento per opposte tifoserie fa ancora aggio sul dibattito sui contenuti, si può proporre e finalmente portare a termine una riforma, anche radicale, dei meccanismi regolatori della vita dei cittadini e dell’economia, troppo spesso considerati qualcosa di immemoriale e dunque di intoccabile. L’autorità dell’eterno ieri, come la chiamava Max Weber, è stata per una volta finalmente sconfitta. Il che ci fa sperare che sia possibile sconfiggerla di nuovo.
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La punta dell’iceberg (la strage di Tolosa)

L’agguato alla scuola ebraica di Tolosa riapre domande dolorose, non tutte scontate.
La prima, sull’identità dell’autore, la lasciamo in bianco. Al momento in cui scriviamo, non ne sappiamo più delle fonti giornalistiche, che sono ancora vaghe. E ci è ancora troppo fresco il ricordo delle prime notizie diffuse dopo la strage di Utoya, che davano per assodato un attentato islamico poi rivelatosi di opposta matrice.
Le ragioni, se di ragioni ha senso parlare, o diciamo meglio i moventi, potranno essere diversi. L’antisemitismo è il primo e il più intuitivo. Ma di quale matrice, è arduo dire, dato che l’Europa, e la Francia in specifico, li ha conosciuti e ospitati tutti, anche di recente: quello di estrema destra, quello di sinistra, quello laico, quello elitario delle istituzioni, quello islamico (che ha recenti precedenti nelle scuole del Paese), quello cattolico. Con aspre polemiche e una rumorosa produzione di libelli, dovuta al fatto, in sé positivo, che anche la caccia all’antisemitismo ha una forte tradizione pubblica.
Il neonazismo è un altro, e del primo è figlio. Ma figlio vigoroso, e questo è un interrogativo in più. Le organizzazioni, i gruppi, i siti neonazisti, vivono una stagione rigogliosa, attrattiva, seduttiva persino, dal tifo calcistico di alcune curve anche italiche al neo-radicalismo politico di alcuni paesi dell’est Europa. E qui una domanda sul perché, sulle ragioni di questo fascino e di questa pervasività, a settant’anni dalla fine delle carneficine europee, che nel massacro degli ebrei hanno trovato un mito fondatore e un obiettivo comune, ce la si deve pur fare.
Il razzismo è un terzo, ed è bestia diffusa, e ben nutrita, nell’Europa odierna. Se, come pare, le vittime precedenti dell’assassino di Tolosa erano soldati francesi, sì, ma di colore, anche questo movente sembra rafforzato. E inquieta, perché di successo. Il neo-populismo xenofobo dell’est e dell’ovest (la cui ispirazione e il cui pubblico sono assai più ampi di quello neo-nazista), è un fenomeno in netta crescita elettorale, come dimostrano le recenti elezioni europee e quelle nazionali, e soprattutto culturale. E il razzismo è fenomeno cumulativo, non distintivo: se odio i negri, anche gli zingari, gli ebrei, gli omosessuali, e altri secondo occasione, in qualunque ordine si vogliano mettere, diventeranno facilmente oggetto di odio e di rifiuto. Nel razzismo si sa, e non sempre, dove si comincia, quasi mai dove si va a finire. E la sua forza, diremmo la sua legittimità anche nel discorso pubblico e politico, non può non far riflettere. Dopo Oslo, ancora di più.
E poi c’è sempre la pista della follia individuale, del disadattato marginale, del lupo solitario alla Anders Behring Breivik, il killer di Oslo e Utoya. Solitario, però, fino a un certo punto, per i motivi di cui sopra: la sua follia si ricollegava a un mondo di persone, partiti, gruppuscoli, e produzioni culturali assai diffuse, come testimonia il suo lungo memoriale. Probabilmente scopriremo lo stesso anche del killer di Tolosa, chissà.
Sono moventi che possono incrociarsi, sovrapporsi, e non ne escludono altri ancora.
Una domanda, però, resta sospesa: perché ancora, perché sempre gli ebrei. E di risposte vere, soddisfacenti, non ne abbiamo. Ma di indizi, sul fatto che sia malattia diffusa, male del nostro corpo collettivo, metastasi profonda, comodo capro espiatorio per troppi, ne abbiamo invece tanti. Le lezioni della storia non insegnano abbastanza, e noi lasciamo in fondo che questo accada, con un misto di stupore e rassegnazione, e un pizzico di complicità, non sempre incolpevole.
Lo si coglie ancora nelle battute da bar, nelle freddure vecchie e nuove che si tramandano a scuola, negli insulti usati nelle buone compagnie, nella satira che anche dopo la strage di Tolosa fa dell’orrido spirito ripescando i peggiori stereotipi antiebraici (e internet, con lo schermo dell’anonimato, ne favorisce l’amplificarsi). L’antisemitismo, l’antiebraismo, ancora non è morto. E’ una pulsione profonda, viscerale: che di tanto in tanto emerge, ma che resta latente. L’astio populista non lo ha cancellato, scaricandolo su un diverso oggetto: lo ha inglobato in qualcosa di più ampio e indistinto (che può chiamarsi islamofobia, omofobia o odio per i Rom, secondo l’occasione), ma mantiene viva la sua specificità. E non è un bel segnale, dalla civile Europa.
La punta dell’iceberg (la strage di Tolosa), in “Il Piccolo”, 20 marzo 2012, p. 1

Troppo potere, troppo a lungo (scandali e politica)

Lusi, Formigoni, Errani, Rutelli… Casi molto diversi, imparagonabili. Il primo è un ladro reo confesso. Il secondo non è sotto inchiesta (non stavolta, non per malversazioni o tangenti), ma lo è tutto il suo sistema di potere, e la gente di cui si è circondato. Errani è indagato per un reato minore. Rutelli si considera vittima di Lusi. E poi il primo è un contabile, abile a fare i propri, di conti; gli altri tre sono leader politici. Cos’hanno in comune?

Una cosa sola: troppo potere, troppo a lungo, sempre nello stesso ruolo. Avvitati a tempo indeterminato sulle loro poltrone, hanno trasformato il mandato elettorale e il consenso in una sorta di satrapia di lungo termine. Vale anche per altri leader, del resto, anche non sotto inchiesta: Bossi ne è l’esempio più longevo, Berlusconi la parabola umana e politica più efficace.
E’ il sogno eterno del potere: durare sempre, a dispetto di tutto. Ma se “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”. Ecco il senso del limite al numero dei mandati, e delle cariche a termine, in democrazia. Specie se pubbliche ed esercitate in nome del popolo. Anche se il ricambio farebbe bene anche a tante associazioni, imprese, enti, fondazioni, chiese… Troppi anni nello stesso ruolo fanno ristagnare le relazioni, creano inerzie malsane, abitudini inconsapevoli, chiusure evidenti: ci si costruisce, di fatto, come blocco omogeneo e impermeabile. E i centri di potere così creati impediscono l’innovazione, opprimono l’originalità, temono la creatività, paventano, più di ogni altra cosa, il ricambio. E dove ci sono soldi da gestire, specie se pubblici, o favori da concedere, producono di fatto cricche chiuse come mafie, e poteri occulti e omertosi, troppo stabili per non cedere alla tentazione e alla presunzione dell’onnipotenza.
Per questo il ricambio è sano. E meglio se frequente. Non solo dei leader. Sono in troppi, nei partiti e altrove, ad essere convinti della propria indispensabilità, e ad avere il culto della propria eternità. Non è così: che lo sappiano. Li cambiamo volentieri con altri, e ci abitueremo in fretta ai nuovi, e impareremo rapidamente i loro nomi, senza nostalgie. E’ ora di farglielo sapere. In questo è sconcertante la caparbietà con cui si difendono, restando attaccati ai loro scranni, convinti della propria centralità. Come se senza di loro arrivasse, davvero, il diluvio. Senza Lusi, senza Formigoni, senza Errani, senza Rutelli, e tutti gli altri i cui nomi conosciamo e ascoltiamo da troppo tempo, il mondo girerà lo stesso, probabilmente meglio: con meno inerzie, con minor attrito. Facciamo un’opera di bene, di ecologia politica, innanzitutto per noi, ma anche per loro: diciamoglielo. Con le buone, naturalmente, in maniera educata, con uno slogan che è anche una sana terapia democratica: dopo due mandati, tutti a casa. Per il bene di tutti.

Primarie: ancora sul pasticcio palermitano

Sconcertante che Sel, Idv, Verdi e altri (non il Pd) mettano in questione il risultato delle primarie di Palermo, e chiedano di far finta di niente. Le primarie sono un gioco complicato ma serio.
Hanno bisogno di regole certe: finora si è andati avanti per tentativi ed errori, ma si è andati avanti, ed è merito di chi le ha introdotte (il Pd). I partiti minori hanno tutto il vantaggio di correre, e pochi rischi. Impossibile, per loro, andare male. Può scendere solo chi parte da percentuali alte e una posizione di forza. Che siano proprio i partiti minori a mettere in questione il risultato, perché hanno perso, mentre il partito maggiore, che pure ha perso, il risultato lo accetta, è più che sconcertante: è scandaloso. E non è solo un fatto locale: è un’idea di democrazia, che si manifesta. assai discutibile.
Così come è assai discutibile, e inaccettabile, la disponibilità di chi ha perso a correre lo stesso, al posto di chi ha vinto. O la richiesta di un altro perdente di annullare le primarie. Il caso Palermo è complicato. Sono stati fatti errori grossolani (il primo: la scelta in blocco di un candidato ex-ante, invece dell’accettazione del risultato ex-post), e certamente ci sono stati esiti dubbi. Ma la riconta (ricordiamo il Piemonte, e la Bresso? il punto più basso della sinistra in Piemonte in anni recenti…), la richiesta di annullamento, o peggio il fare finta che il voto non ci sia stato, sono la soluzione peggiore.

L’idea di città che non si vede

Le vicende dell’auditorium, dell’ospedale, del centro congressi, pongono un interrogativo forte, a chi si interessa ai destini della città. Che non è quale di questi progetti, preso singolarmente, sia migliore o peggiore. Ma in quale idea di città si inseriscono. Si affronta infatti sempre un singolo problema, con i suoi favorevoli e i suoi contrari, in un clima più da tifo calcistico (lo ricordo, una malattia: da typhos, febbre, offuscamento) che da programmazione urbanistica, e raramente ci si confronta sulla città nel suo complesso.
La città non è l’ospedale, non è l’auditorium, non è i ponti e le strade. La città sono gli uomini e le donne che ci abitano, i bisogni che hanno, i problemi che manifestano, i desideri che potrebbero esaudire: le relazioni tra le persone, ciò che le aiuta e ciò che le ostacola. Se di questo parlassimo, forse vedremmo con un occhio diverso l’ospedale, l’auditorium, e anche altro. Penso alla questione della ‘Casa delle genti’. Qualcuno l’ha proposta, qualcun altro non la vuole, e la cosa finisce lì. Ma può una città permettersi il lusso di gettare a mare un investimento nel sociale, con i chiari di luna attuali, per svolgere un servizio che alla città serve? Che idea di città c’è, dietro? Penso alle discussioni che ogni tanto si riaccendono sui giovani: ogni tanto succede qualcosa, si chiude un locale, o si propone di portare i giovani a Foro Boario, per dire (e in entrambi i casi: in nome di quale idea di città?), ma poi tutto finisce lì.
Non credo sia giusto mettere tutti nello stesso calderone. Chi governa ha la responsabilità di governare, e forse perché dedica tutto il tempo a questo, non dedica abbastanza tempo alla comunicazione (ma quella vera, con i cittadini, non il marketing da due soldi): per cui, nella fatica di fare e di progettare, si dimentica di ricordarci (e forse di ricordare a se stesso) perché, sulla base di quali valori, di quale visione della città. Chi fa opposizione, fa opposizione sulle singole scelte, troppo spesso dando l’impressione di voler solo disturbare il manovratore: ma senza dirci in base a quale idea alternativa di città, a quali valori. Visione è parola espunta dal vocabolario politico, eppure dovrebbe essere centrale, per chi si candida a governare la città al posto di qualcun altro. Perché dovremmo votare qualcuno in nome della città (delle singole iniziative) che non vuole, se non sappiamo quale città vuole, dove ci vuole portare?
Ecco, è questo che ci sembra di non vedere, nel dibattito attuale: l’idea di città. E l’idea che si ha delle persone che ci abitano. Troppo spesso ridotte ai soli bisogni e alle sole funzionalità di base (dormire, lavorare, circolare), dimenticando che quello che ci fa umani è anche e soprattutto altro: vedere qualcosa di bello (e non solo di utile: una cosa non esclude l’altra, ma su questo dibattito non ce n’è) mentre si cammina per strada; riposare in un posto ameno; sedersi su una panchina all’ombra di un albero; potere far giocare i bambini, e guardarli; riuscire ad attraversare o a prendere un mezzo pubblico se si è anziani, genitori con bambini, disabili; avere qualche posto dove incontrarsi se si è studenti; godersi in condizioni decenti qualche buon spettacolo,  e così via. Forse è di questo che dovremmo ricominciare a parlare: non per bloccare di nuovo e con un’altra scusa i singoli progetti, ma per aiutarci a collocarli all’interno di qualcosa che dà loro significato. E che darebbe quindi senso ai pro e ai contro. Fatica indispensabile per chi si propone di governare la città. Fatica necessaria per chi già la governa, e a cui non fa male ridomandarsi perché.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), L’idea di città che non si vede, in “Il Mattino”, 7 febbraio 2012, p.14
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Quando l’amico Stefano Allievi, lui milanese sociologo e da qualche tempo osservatore della nostra città, scrive che dietro l’auditorium, il centro congressi o il nuovo ospedale “quello che manca è un’idea di città”, credo voglia in realtà prenderci in giro per l’inconcludenza di tanti interminabili dibattiti.
Gli antichi romani, quelli sì avevano le idee chiare quando fondavano una città: sceglievano il posto giusto, intrecciavano perpendicolarmente il cardo con il decumano come nel nostro Canton del Gallo, predisponevano subito il sistema fognario, mettevano qui il Tempio là il Foro, con tanto di Arena perché gli spettacoli erano già allora il sale della convivenza, et voilà eccoti la città. Anche nel Rinascimento nacquero così, da menti illuminate, città come Sabbioneta o Pienza. Era la fortuna di agire ex novo, in una scala controllabile, sposata a idee chiare e alla univocità del potere politico.
Dopo il fallimento di tante utopie e il disimpegno di tanti intellettuali che per decenni hanno glorificato la programmazione per poi dimenticarla del tutto, per disegnare qualcosa di così complesso intervenendo in corso d’opera in organismi ereditati dalla storia e dallo stratificarsi di volontà, esperienze e fasi spesso contrastanti, oltre ad avere in testa una visione, occorre – piaccia o non piaccia – fare i conti con la realtà data. Attraversare passaggi decisionali (che rispondono a logiche diversissime e spesso condizionate da contrapposizioni politiche che impediscono quella naturale e obbligata collaborazione tra Regione, Provincia – quando sarà abolita? – e Comune) è purtroppo obbligatorio per dare un senso a qualsiasi vera scelta urbanistica. A Padova tutto potrebbe essere forse migliore. Ma Padova, negli ultimi anni, tra compatibilità economiche, eredità e compromessi obbligati, un disegno lo ha dispiegato: lo si è visto con il tram, con le grandi infrastrutture viarie che erano rimaste troppo a lungo nei cassetti, con una diversa attenzione per le periferie, per il verde e per i servizi. Troppo poco? Può darsi, ma a fronte dei tanti conservatorismi, degli interessi corporativi e dell’ostruzionismo fine a se stesso si è trattato, per un padovano di lunga memoria come me, quasi di una rivoluzione copernicana. Invocare i disegni di grande respiro è sempre utile e necessario per non affogare nell’ordinaria amministrazione, ma insieme alla capacità di visione guai al non sapersi misurare con le condizioni oggettive. Non è forse quello che ci ricorda il Calvino delle “Città Invisibili”, quando racconta della città di Perinzia, fondata dagli astronomi all’insegna della massima saggezza e capacità di previsione e, ciò nonostante, rivelatasi più che un luogo rispecchiante l’armonia del firmamento una città di mostri…?
Parliamo pure dell’area ex Boschetti e del cosiddetto PP1, non dimenticando il Gasometro con le sue montagne di nero carbone, sporcizia e vero pericolo nel secolo scorso contro la Cappella degli Scrovegni; area poi divenuta e per decenni provvisoria sede della stazione delle autocorriere. Questo “non luogo” dotrebbe finalmente trovare una sua diversa e nuova dignità, sposando funzioni pubbliche e culturali ad un assetto nuovo più vivo e definitivo dell’abbandono e dello squallore attuali. Ciò con un “disegno” che c’è già dai tempi della Giunta Destro e dove sono già impegnate da anni non lievi risorse economiche private, ormai incancellabili. Continuare a parlare di disegni da rifare avrebbe un’unica conseguenza, quella non di fermare un treno in corsa nella sua parte privata, ma solo quello di colpire il vagone dell’Auditorium, l’unica comprovata urgenza di interesse pubblico. Altro che verde pubblico, cancellato da Galan nel 1999!
Ancora sull’ottuso rifiuto dell’Auditorium, infine, tre cose precise vanno dette. La prima, quella più clamorosa: è che la città continua ad essere davanti al ricatto tutto politico che intende sabotare ad ogni costo qualsiasi proposta dell’Amministrazione in carica indipendentemente dal merito. La seconda: si assiste all’incofessato rifiuto culturale della contemporaneità, che dimentica che le città così come le viviamo sono il frutto di un continuo portato storico, la somma del sedimentarsi di interventi diversi. Si pensi a Palladio in quel di Venezia, niente – quando vi costruì le sue chiese – appariva più stonato rispetto al preesistente. Lo stesso dicasi per la Torre Eiffel a Parigi e, sempre nella capitale dello “charme” urbano, per il Beaubourg di Renzo Piano. Un limite purtroppo tutto italiano, lo stesso che ha ostacolato a Roma il progetto di Richard Meier per L’Ara Pacis o il rifiuto opposto ad Arata Isozaki per l’ingresso posteriore degli Uffizi a Firenze.
La terza: l’altrettanta inconfessata convinzione che le arti, la cultura e la “musica forte” siano un lusso per pochi privilegiati. Una ottusa convinzione che salta a piè pari l’italianissimo volano economico fondato sull’arte e, se pensiamo a Padova, che ignora volutamente i clamorosi successi del Pala Geox, una struttura precaria privata, perché non esiste un’alternativa pubblica, che solo con i concerti leggeri – una parte dei quali potrebbe svolgersi all’Auditorium – sta in piedi, introita tanti denari e paga l’affitto per il suolo pubblico e in un’area non proprio attraente davanti al cimitero.


La risposta di Elio Armano, uscita il 10 febbraio sul ‘Mattino’, con il titolo Città ideale grande scusa per non fare
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La discussione è tanto più vera se fatta di passione, di anima. Lo scontro di opinioni fa emergere le idee, le chiarisce esibendole. Pazienza se ogni tanto ci scappa il disaccordo formale laddove c’è accordo sostanziale. Come nell’articolo di Elio Armano ospitato ieri, che prende spunto da un mio intervento sulla ‘idea di città che non si vede’: in cui si chiedeva alla politica di uscire dal braccio di ferro sulle singole iniziative per raccontarci in nome di quale visione della città si è pro o contro.
Un invito tuttora necessario. Si perde, nella discussione sui singoli progetti, l’idea complessiva di città: o almeno non si vede. Gli amministratori hanno bisogno di ricordarsela e ricordarla a noi, amministrati. Questo convince e spiega molto più delle polemiche tra istituzioni. Avere il coraggio di dire: vogliamo (o meno) l’auditorium qui perché rende viva la città, l’ospedale là perché possiamo davvero migliorare la condizione dei malati, la casa delle genti perché dobbiamo pensare a una popolazione troppo trascurata, dei luoghi dove i giovani si possano incontrare – senza periferizzarli per toglierceli dai piedi – perché in questo incontro maturano i legami sociali e si progetta il futuro, la moschea perché nell’incontro religioso si producono relazioni forti, buone anche per altri usi, i festival perché producono cultura e aggregazione sana, un centro vitale e vissuto, sociale e socializzante anche nelle ore serali e al di là delle attività commerciali, perché in esso si esprime l’anima e la faccia della città. E perché sono un volano economico. E perché una città più vivibile e vissuta è più sicura. E vogliamo tutto questo anche in edifici architettonicamente belli (su questo, dibattito quasi zero), perché l’estetica è la madre dell’etica, e un ambiente gentile fa persone più gentili. Gli oppositori, che si candidano al futuro governo della città, devono inventarla, questa visione: non ce n’è traccia. Non è un caso che le polemiche siano più interne al campo, diciamo così, progressista. E’ assordante il silenzio del centro-destra (che non vuol dire i conservatori: quelli ci sono anche a sinistra), dal quale arrivano solo i no ai singoli progetti, non la visione alternativa di città. Con il rischio di ripetere le ridicole capriole sul tram, da cui sarebbe utile trarre invece una lezione: perché sull’opposizione ad esso, nel breve periodo, ci si è vinta un’elezione, ma sul lungo periodo ci si è persa la faccia.
Il centro dell’intervento di Armano è comunque l’auditorium, che io citavo solo tangenzialmente. E’ certo necessario un contenitore adeguato per musica, danza e altro ancora. La notizia in più è che gli eventi culturali funzionano. Che la gente ne ha bisogno e che le iniziative buone hanno successo, anche economico. Che hanno bisogno di una degna cornice, di per sé attrattiva (per dire, è triste che eventi artistici significativi siano ospitati al Palageox, una struttura esteticamente brutta, dall’acustica opinabile, scomoda, non servita da mezzi pubblici. Meno male che c’è, in mancanza d’altro. Ma, appunto, serve altro). Dopodiché, il luogo non è tutto (San Gaetano docet): occorre anche chi sa cosa farne, inventare una programmazione che crea fiducia e rapporto continuativo con il pubblico, come avviene in altri più modesti luoghi di produzione culturale della città, dall’Mpx a certi circoli musicali. E’ così che un luogo si trasforma in elemento di una cultura sedimentata e condivisa: e un edificio, nello snodo di una rete.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), in “Il Mattino”, 11 febbraio, Fare le cose in funzione di una idea di città, p. 14

Non credo sia giusto mettere tutti nello stesso calderone. Chi governa ha la responsabilità di governare, e forse perché dedica tutto il tempo a questo, non dedica abbastanza tempo alla comunicazione (ma quella vera, con i cittadini, non il marketing da due soldi): per cui, nella fatica di fare e di progettare, si dimentica di ricordarci (e forse di ricordare a se stesso) perché, sulla base di quali valori, di quale visione della città. Chi fa opposizione, fa opposizione sulle singole scelte, troppo spesso dando l’impressione di voler solo disturbare il manovratore: ma senza dirci in base a quale idea alternativa di città, a quali valori. Visione è parola espunta dal vocabolario politico, eppure dovrebbe essere centrale, per chi si candida a governare la città al posto di qualcun altro. Perché dovremmo votare qualcuno in nome della città (delle singole iniziative) che non vuole, se non sappiamo quale città vuole, dove ci vuole portare?
Ecco, è questo che ci sembra di non vedere, nel dibattito attuale: l’idea di città. E l’idea che si ha delle persone che ci abitano. Troppo spesso ridotte ai soli bisogni e alle sole funzionalità di base (dormire, lavorare, circolare), dimenticando che quello che ci fa umani è anche e soprattutto altro: vedere qualcosa di bello (e non solo di utile: una cosa non esclude l’altra, ma su questo dibattito non ce n’è) mentre si cammina per strada; riposare in un posto ameno; sedersi su una panchina all’ombra di un albero; potere far giocare i bambini, e guardarli; riuscire ad attraversare o a prendere un mezzo pubblico se si è anziani, genitori con bambini, disabili; avere qualche posto dove incontrarsi se si è studenti; godersi in condizioni decenti qualche buon spettacolo,  e così via. Forse è di questo che dovremmo ricominciare a parlare: non per bloccare di nuovo e con un’altra scusa i singoli progetti, ma per aiutarci a collocarli all’interno di qualcosa che dà loro significato. E che darebbe quindi senso ai pro e ai contro. Fatica indispensabile per chi si propone di governare la città. Fatica necessaria per chi già la governa, e a cui non fa male ridomandarsi perché.
Stefano Allievi

Dal caso Lusi al nuovo PD: per una discussione vera e aperta

Pubblicato il 2 febbraio 2012
su collega-menti.it

ll senatore del PD Luigi Lusi, tesoriere della Margherita (un partito che non esiste più, da quando è confluito nel PD, e che tuttavia continua a incassare rimborsi elettorali che non devolve a nessuno), è reo confesso di essersi appropriato di ben 13 milioni di euro, sottratti alle casse del partito inesistente, per investirli, attraverso una novantina di bonifici, nelle speculazioni immobiliari di società riconducibili a se stesso e alla moglie, in Italia e in Canada. Ci sono dei problemi legati alla Margherita, i cui legali rappresentanti (Francesco Rutelli, che ha anche la cointestazione dei conti del partito, Enzo Bianco e Giampiero Boccia) si sono affrettati a disconoscere le operazioni di Lusi. Tra questi, come il partito intende utilizzare quel denaro, quello che recupererà e quello che ha, visto che ha cessato l’attività politica. E come è possibile che a gestire quel denaro sia un leader, Rutelli, che nel frattempo di partito ne ha fondato un altro ed è transitato in altra area politica. Ma ci sono dei problemi anche per il PD.
Il primo problema riguarda il destino politico e parlamentare del senatore Lusi, e qui le cose sono semplici e chiare. Bene ha fatto la dirigenza del PD a chiedere immediatamente le dimissioni dal gruppo parlamentare di Lusi, e ad espellerlo al suo rifiuto. Ora è il caso di sospenderlo anche dal partito. E doveroso è chiedergli di dimettersi anche da parlamentare, anche se non lo farà mai, data la caratura umana e politica dimostrata. C’è solo da auspicare che, se la magistratura dovesse arrivare a chiederne l’autorizzazione all’arresto, il Partito Democratico per primo e il parlamento tutto votino lestamente a favore del provvedimento relativo.
Il secondo problema, più serio, e più politico, è: perché né Margherita né i DS hanno mai fatto confluire la propria cassa nel nuovo partito che hanno contribuito a fondare, il PD? Perché non ci credevano veramente? Perché vogliono continuare a gestire il proprio denaro senza fastidiosi controlli? E, soprattutto, e propositivamente: è possibile andare avanti così? E’ ammissibile che un partito non abbia il controllo della propria cassa, perché la gran parte di essa, incluso un ingente patrimonio immobiliare, è gestita con propri criteri da fondazioni (di cui si sa qualcosa, nel caso di quelle ex-DS, e nulla nel caso di quelle ex-Margherita) che non rispondono al partito se non indirettamente, e che nel partito sostengono i propri candidati, con assunzioni di funzionari o sostegno alle campagne elettorali di alcuni e non di altri, di fatto vanificando ogni criterio di eguaglianza nell’accesso alle risorse, equità e concorrenza interna a parità di merito? A livello nazionale come locale, l’esistenza di fondazioni che non dipendono dal partito e da cui spesso, al contrario, il partito dipende (ad esempio perché gli forniscono sedi e gli pagano utenze e funzionari) è motivo di opacità e di vischiosità, e di fatto determina una divisione tra chi è parte del club e chi non lo è (ad esempio, quegli esponenti del partito che non provengono né dai DS né dalla Margherita). Di questo, nelle sedi del PD, si mugugna spesso (ma nei corridoi e fuori dalle sedi di discussione formali), ma non si parla mai in maniera esplicita, pubblica, trasparente: sarebbe il caso di cominciare a farlo, con tranquillità, onestà e spirito costruttivo, allo scopo di trovare soluzioni, non di accusare l’uno o l’altro, e guardando al futuro, non al passato. Ma dichiarando e mostrando che non si accetta più uno status quo inaccettabile.
Il terzo problema riguarda l’uso che si fa del denaro del partito, spesso gestito centralmente e centralisticamente, e che poco arriva a fecondare i territori che ne avrebbero invece assoluto bisogno, finanziando la loro azione politica: qui sarebbe auspicabile una gestione molto più federale di quella attuale, e maggiormente basata su criteri oggettivi, o su progetti mirati. E anche di questo sarebbe opportuno parlare, costruttivamente e propositivamente.
Il quarto problema riguarda il finanziamento dei partiti. Per aggirare il referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti, stravinto dai promotori nel 1993, i partiti stessi hanno deciso di chiamare il finanziamento rimborso, anche se un rimborso non è, perché è di molte volte superiore al quantitativo di denaro che i partiti stessi dichiarano di aver speso. Tali rimborsi, che come noto vengono versati al completo anche se una legislatura viene interrotta, e anche per i partiti che non hanno rappresentanza parlamentare (basta che abbiano un misero 1% di voti), sono cresciuti in dieci anni, dal 1999 al 2008, del 1.110 per cento. Tra l’altro, proprio Lusi è stato colui che, a nome e per conto di tutti i partiti, si è incaricato di presentare l’ennesima leggina salva-partiti, quella per condonare ai partiti le multe per le affissioni illegali di manifesti. Cosa fa il PD per cambiare la legge sul finanziamento pubblico ai partiti? Quali iniziative, quali proposte, quali manifestazioni, quali azioni? E intendiamo: cosa fa il PD davvero? Si tratta di una legge vergognosa, che tuttavia tutti hanno approvato e nessuno vuole veramente cambiare: ora bisogna farlo, prendendo l’iniziativa. Si tratta pur sempre di soldi pubblici, sottratti ad altri usi e ai bisogni dei cittadini, che in una situazione di crisi ne avrebbero più bisogno dei partiti. Ora non possono più essere né incassati né spesi senza che chi lo fa, e come, sia al di sopra di ogni sospetto: agli occhi dei cittadini, dell’elettorato dei partiti, e dei militanti degli stessi, che con fatica, impegno, lavoro volontario, e non di rado mettendoci del proprio, in quegli stessi partiti fanno politica ogni santo giorno, senza sperare in cariche pubbliche o in lucrosi incarichi politicamente decisi. Sappiamo che intorno c’è di peggio: dal PDL a IDV a tanti altri, inclusi i partiti minori e minuscoli, non sono mancati i casi di malversazione, o di utilizzo disinvolto e improprio del finanziamento pubblico dei partiti. Ma il PD, che richiama spesso la propria diversità, e che si candida, alla scadenza della legislatura, a governare e guidare il paese, ha il dovere e anche il preciso interesse politico di mostrare, con i fatti e anche in fretta, la sua volontà di cambiare le cose. Lo faccia, o sarà complice, come tutti gli altri, della caduta di credibilità del ceto politico, e del discredito, a quel punto meritatissimo, da cui anch’esso sarà sommerso. Facciamo in modo che lo sgradevole caso Lusi segnì un punto di svolta, in positivo. E’ il momento giusto. Proviamoci.