Diritto di culto e propaganda

La mozione della provincia di Padova, approvata da Lega e PDL, che chiede che si proceda a referendum tra i cittadini in caso di richiesta di costruzione o anche solo di utilizzo di un locale ad uso moschea, e’ l’ennesimo esempio di politica inutile: quella per cui monta tra i cittadini il fastidio contro la casta che perde tempo senza produrre nulla. Questo perche’ anche i promotori, e la Lega in primo luogo, che tanto ha insistito per arrivare a questo risultato, sanno benissimo che non serve a nulla. Che si e’ fatto perdere tempo al consiglio solo per portare a casa un obiettivo simbolico che e’ in realta’ impraticabile: servira’ a fare campagna elettorale, ma non a ottenere un qualsivoglia risultato. Non serve a nulla perche’ chiede al governo di fare quello che il governo, che e’ della stessa parte politica, se volesse e se potesse avrebbe gia’ fatto. Non serve a nulla perche’ e’ incostituzionale: perche’ le maggioranze non hanno alcun diritto di decidere a proposito dei diritti delle minoranze, quando si tratta di diritti costituzionalmente garantiti; e il diritto al culto e alla liberta’ religiosa e’ grazie a Dio tra questi – altrimenti non saremmo un paese civile e occidentale. Perche’ altrimenti potremmo fare referendum contro i luoghi di culto degli ebrei o dei sikh, degli hindu o dei cattolici, semplicemente perche’ ci stanno antipatici; ma anche contro le sedi dei sindacati o dei partiti, magari anche contro quelle della Lega o del Pdl, in un quartiere o in una citta’ che vota maggioritariamente altrimenti, in un guerra di tutti contro tutti che ci riporterebbe indietro di secoli, a prima dell’invenzione del diritto. Ma non serve a nulla anche perche’ e’ odiosa e stupida. Odiosa perche’ si rivolge contro un gruppo religioso e uno solo, in maniera sostanzialmente razzista: quando basterebbe chiedere ad esso come agli altri di rispettare, come sono tenuti a fare, le leggi della collettivita’. Stupida perche’ impraticabile. Come la mettiamo, per dire, con i cittadini italiani di fede musulmana (anche se la costituzione prevede il diritto di culto anche per i soli residenti)? Se ne e’ accorta, altrove, persino la Lega. Il disegno di legge Gibelli-Cota, promosso dalla Lega, prevede infatti il referendum obbligatorio in caso di richiesta di moschea. Ma la Lega non ha mai chiesto di porlo in discussione in Parlamento. Un po’ perche’ e’ mal scritto e zeppo di strafalcioni costituzionali. E un po’, anzi soprattutto, perche’ sa benissimo che e’ irricevibile. Tanto che dei due firmatari, Gibelli non ha mai chiesto di discuterlo in Lombardia, dove e’ consigliere regionale; e Cota, nel frattempo diventato governatore del Piemonte, si e’ felicemente scordato di averlo firmato, pur avendo tutti i poteri per farlo discutere e approvare in un giorno. A Torino la Lega ha persino ritirato il ricorso al Tar contro la moschea che aveva presentato. E altrove (ad esempio, in Veneto, nel veronese) ha perso tutti i ricorsi che i musulmani avevano presentato contro delle chiusure palesemente selettive e incostituzionali. Infine, e’ contraddittorio: perche’ pur dicendo che si e’ contrari ai luoghi di culto ‘privati’, si fa di tutto per evitare che diventino pubblici. Tra l’altro imponendo condizioni semplicemente illegali, come qualla dell’uso della lingua italiana (che – pur se auspicabile, e di fatto accade, soprattutto a partire dalle seconde generazioni – non praticano nemmeno i luterani tedeschi, gli anglicani inglesi, i nigeriani pentecostali, i cattolici filippini e quelli che amano il rito latino, e tanti altri) e l’albo degli imam (non esiste nemmeno un albo dei preti o dei rabbini, essendo questa competenza delle singole confessioni religiose, nel rispetto della diversita’ dei ruoli di chiese e stato). La Lega accetti dunque un consiglio. Essendo nata su parole d’ordine piu’ importanti e utili (su tutte il federalismo) si dedichi a questo, e a migliorarne i contenuti, che ne hanno un tremendo bisogno: e lasci stare il populismo stupido contro i musulmani, che anche elettoralmente mostra di funzionare assai meno che in passato, come ha dimostrato il caso milanese, dove l’argomento moschea e’ stato utilizzato a iosa, inutilmente. Anche l’elettorato ha capito che questo gridare ‘al lupo, al lupo’ contro i musulmani non ha niente a che vedere con la soluzione di qualche problema, meno che mai quello della sicurezza. Che se si vuole davvero la loro integrazione la via migliore non e’ demonizzarli, ma integrarli, appunto, garantendo uguali diritti e uguali doveri, come a tutti. Se ne ricordino anche i compagni di strada della Lega in queste battaglie, disposti a barattare il rispetto dei diritti fondamentali e anche il semplice buon senso, usandoli come merce di scambio per ottenere consenso altrove. Su questa strada non si va da nessuna parte. E si da’ un argomento in piu’ all’antipolitica, dando una prova provata che i politici, troppo spesso, stanno li’ a discutere di niente, e per niente. Niente di utile ai cittadini, almeno.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Diritto di culto e propaganda, in “Il Mattino”, 23 luglio 2011, pp. 1-15

The War over Mosques

seminar

MANCA INDICE

Introduction

The method of comparison is among the most fruitful when we want to analyze the evolutions of a society, trying to understand which are the more important and really significant variables to take into account.

Nevertheless, when we compare the presence of Muslim minorities in Europe, and the different models of multiculturalism, all considered to be part of a common frame of liberal states, we face serious problems of interpretation.

First of all, because Europe is undoubtedly composed of liberal states: but this common frame of founding principles and references is interpreted very differently in each country (from the constitutional foundations to the politics and policies on immigration and religious pluralism), producing many multiculturalist models, and specific ways of treating, in particular, Muslim communities, also because Muslim minorities are very different in each country (ethnically, socially, culturally, etc.) and between countries.

We will not focus here specifically on the different models of multiculturalism, but it is very clear and evident, when doing empirical research, that there are not only differences depending from one country to another; to complicate further the analysis, differences are also internal to countries, following regional specificities, and also city by city. And, on the contrary, there are often many similarities in the policies of different cities, despite the fact that they belong to different countries, and consequently to different frames of interpretation, to different legislative systems (included different ideas and practices of citizenship), to different traditions of dealing with migrations, with religious minorities, etc.

To quote but an example, it is no more true what is still often repeated: that there is a French republican assimilationist model based on individual integration, a British multiculturalist model based on collective and communitarian recognition, a German model based on refusal of citizenship and the logic of ‘gastarbeiter’, etc. Most models have changed enormously, in some cases accentuating differences, in others commonalities. The laws on citizenship has changed several times in different countries, going towards a more common direction, the influence of European normative frames particularly on rights shows its strength in the same way; on the other hand the politics of several countries has changed dramatically their direction (it is enough to think to the spectacular change in Dutch politics towards migrations and Islam specifically). All these changes show that, given the specific problems in each countries, all of them facing peculiar difficulties and failures, there is an attempt to find new solutions and new directions, mostly searching an answer day by day, without a clear path or model to follow, also due to the rapid changes in the political landscape.

Muslim minorities themselves need to be understood in the plural. There are significant differences in terms of country of origin, in terms of level of integration, in terms of level of institutionalisation, in terms of gender ratio, in terms of previous knowledge of the country (former colonies, common language, knowledge of history and cultural symbols), in terms of passage of generations (most countries are not facing anymore the first generation of migrants, and are already witnessing the second, the third, the fourth…). They represent in any case a new significant presence, also in statistical terms: close to 15 millions Muslims in Western Europe, more than 8 million Muslims in the Balkans and Eastern Europe, for a total of more than 23 millions Muslims who we could call Europeans. To these, to have a really complete picture, we might add the 76.000.000 of Turkey, a country that has applied to join the EU (or at least the over 6.000,000 of its European part) and the 20-25.000.000 of Russia. Clearly a serious change in the European religious landscape.

Liberalism in question. Exceptionalism and the case of mosques in Europe

The liberal thought and practices of Europe are questioned from many points of view, through the Muslims’ presence in Europe. Sometimes, as a consequences of problematic issues posed by Muslims themselves; more often because of affirmations of principles and practices towards Muslims decided by institutions, or debated in the public space by part of the European public opinion. In many countries of Europe the emerging presence of Islam as an internal actor (in religious, social, cultural and political terms), and its entrance and increasing visibility in the public sphere (through collective activism and politics of recognition, but also through mediatization, institutionalization and incorporation), is raising new problems concerning the presence of religion in the public space. To these problems, in many cases, political parties, media, public institutions, governments – at the local, regional and national level – and parliaments tend to give specific and contextual answers, finding specific solutions, even when the issues raised, if correctly interpreted, could be compared and comparable to the issues raised by other religious (and even non religious) groups. We might define this tendency as exceptionalism, that is to say a tendency to see Islam and Muslims as an exceptional rather than standard case, one that does not fall within the cases relating to religious pluralism, and therefore requiring specific bodies, actions and specific targeted reactions, unlike those used for other groups and other religious minorities. Examples of exceptionalism include the forms of representation of Islam in various European countries, which vary from case to case but also differ with respect to the recognized practices of relations between States and religious denominations in general. Other cases concern the approval of laws banning specific dresses (such as various forms of hijab, niqab and burqa: even if often such laws are masked in a way that they do not seem specifically related only to Muslims, even when they are applied only or mainly to them) or buildings (minarets in some regions of Austria – Carinthia and Vorarlberg – and Switzerland), or the introduction of specific questions or conditions when applying for citizenship or other kind of permits.

Forms of exceptionalism from a legal, political and social perspective, are, however, present in many other fields, following a pervasive trend, affecting countries with the widest range of State structures, and that appears to be in a phase of further growth: they even include, in some countries, the language used about Islam and Muslims (and the existence and success of a specific literature), and the creation and increasing impact of political parties for which the presence of Islam and Muslims in Europe is becoming a central point of their agenda.

Sometimes exceptionalism has a ‘positive’ and inclusive instead than a negative and exclusive form (even though theoretically it is equally problematic): allowing specific dress codes or behaviors (for example, in swimming pools for Muslim women), or other similar cases, particularly in the judicial field, concerning family laws.

These politics and policies concerning Islam and Muslims often contradict the principles of non-interference in the internal affairs of religious communities proclaimed and enshrined for other denominations and religious minorities. And their base and conceptual foundation is not equality of treatment or freedom, included religious freedom: exceptionalism seems to be constructed in these cases as a (problematic) third way between a universalistic application of principles and norms and the cultural rejection of a specific actor.

The example of mosques and mosque related conflicts is very clear from this point of view.

Symbolism and territory: mosques as a visible dimension

Mosques represent a way for Islam to leave the private sphere and to officially enter the public sphere. Conflicts about them can rely on ‘real’ or supposedly real reasons, such as a fall in the value of property, fear of increased traffic, parking problems, fear of invasion of public spaces (courtyards, parks, playgrounds), or supposed other social priorities in the area; but more often they are connected to ‘cultural’ reasons such as foreignness of Islam to ‘our’ culture, defence of women’s rights, reciprocity, ‘non-integrability’ and/or incompatibility of Islam with Western/ European/Christian values, etc. While reasons of the first kind may be (but often are not) empirically based, and as such may be constructed discursively, those of the second kind serve to justify a Kulturkampf whose objective is no longer the mosque as such – which becomes a symbol to be targeted – but Islam itself, as a different and foreign religion, ‘alien’ and incompatible with democracy, the West, Liberalism, Christianity or ‘our traditions’, according to the context. Of course, the two sets of reasons often overlap and reinforce each other. Some forms of conflict could actually be interpreted using the tools of ethology and sociobiology, rather than those of anthropology and sociology, still less those of urban planning. Examples include forms of imprinting on an area, such as the spreading of pig urine, or the placing of pigs’ heads or spilling of blood, using primitive proprietary dynamics of privatization, passing through the logics of sacralization and desacralization of space.

As a more general question of mosques, one should also note the spread of a vocabulary that refers to contamination, pollution and precautionary measures (used explicitly, with reference to mosques, by various anti-Islamic groups), as well as the return of the categories of purity and contagion in the cultural and political debate. Further reflection is needed here, recalling the historical precedents of the use of this kind of language and interpretation, and the risk that tragic ghosts of the past may re-appear.

Most conflicts over mosques in Europe include, either primarily or marginally, the question of the minaret, its height, or its very existence. The minaret appears to have become a symbol par excellence of the conflict surrounding Islam, or rather of its visibility in the public space. The case of the Swiss referendum against minarets (November 2009) has been a sensational demonstration of this. This issue was not however only an internal Swiss question, as most observers have preferred to imagine. It is in fact probable that in other areas of Europe, similar referendum would have produced similar results, as many polls have showed.

Having said this, the Swiss referendum made a significant and paradoxical element emerge, which merits further reflection. Few people have noticed the fact, only apparently contradictory, that in three of the four cities where minarets, and their corresponding mosques, really exist, and have existed for a long time, and where the Islamic presence is greatest, the referendum was unsuccessful. While the highest percentage of votes favourable to the referendum was obtained in internal Appenzell, were the Muslim presence is insignificant if not inexistent. Translating into minimal terms and deliberately stating this double tendency in extreme terms, we can synthesize as follows: where there are no minarets, and possibly not even Muslims, fear forces people to banish the first and fear the others; where they exist and are even visible, there is much less fear. This does not mean obviously that the more you know Muslims the more you must like them, or at least not fear them; but it does mean that in these same places where there are natural dynamics of encounter and confrontation, long-term trends of integration are activated, as well as concrete intercultural policies, which have their effects. A fact that is a good indicator of the dynamics of the presence (which is less of a problem) and the processes of visibilization (which are the real problem) of Islam in the European public space.

Rejection of Islam and Islamophobia

The conflicts over mosques and minarets are obviously the result of the more general climate around Islam and attitudes towards Muslims in Europe. They immediately reveal if we are in a situation of normality and so inside a relatively linear process of integration, or on the contrary if there are important signs at least of suspicion and distrust, if not of real Islamophobia. If Islamophobia is the fever, the conflicts over mosques become an excellent thermometer to measure its level.

Now, the fever is not the illness, but a symptom of it, which leads us to inquire into its origins. Explanations can be found at various levels of complexity. A first level is the simple application to mosques of the classic ‘Nimby’ (Not in my back yard) syndrome, which we can summarise as a theoretical acceptance of the principle but not of the place. This level explains a part, but only one part, of the conflicts over mosques: and pertains more to the reasons declared than to the real motivations. More subtle, more problematic to reflect over a more complex mechanism of ‘reactive identities’: identities that are created in reaction and in opposition to another identity – whether this other identity is real or, more often, only an imaginary, culturally constructed one. Characteristic of such identities – which involve both autochthonous populations and immigrant communities – are, among others, the over-determination or over-semanticization of cultural elements.

Minarets, mosques, but also veils and burqas, all begin to seem when we analyse them more in depth, false problems. The real problem is the relationship of Europe with Islam, on one hand; and the relationship that the Muslims have with Europe and the West, on the other (that which they have, and that which we imagine they have).

Mosques and minarets end up by looking more like a discoursive substitute: a transitional object, to say it in psychoanalytic terms. Mosques are the symptom: the illness is Islam, or rather the West’s imaginary of Islam: which, like the Islamic imaginary of the West, appears more and more conflictual. But the phenomenon is more complicate, and does not follow a single direction.

On one side we can observe long-term trends that go in the direction of integration and inclusion: constitutions, the system of jurisdictional safeguards, but also consolidated institutions like schools have a stability and a strength greater than the changing trends of politics. If policies and politics change rapidly, institutions are a guarantee of coherence and duration, or at least slower and more meditated change than the one pushed by public opinions. And despite everything, they work in the direction of integration, the extension of rights, and their consolidation, not in the direction of cultural opposition and social conflict. This process is also taking place on the religious plane. There are strong oppositions between religious communities (even though we have the sensation that those inside the various religions are even stronger, in respect to the way of approaching religious alterity and practising inter-religious relations). But there is also a common religious grammar that ends up by comprehending and recognizing the religious needs of others and their meaning: praying, also in the community, fasting, having clothing codes, an idea of modesty, roles also sexual and gender of reference, the sense of pure and impure…). In this there is the possibility of obtaining recognition and building alliances, and constructing relations of trust and confidence.

On the other hand there is the cultural conflict about Islam, and the debates in the public sphere, and their political instrumentalisation, that often goes in the direction of exclusion, separation, differentiation, selective application of law, targeting Islam in policies but also – what is more problematic – in normative terms. An example that is particularly problematic in terms of principle is the request, often advanced in the case of conflicts about mosques, to involve the local population in a referendum. Like the Swiss national referendum we already mentioned, these requests raise important and problematic issues.

There are two ways of thinking about democracy: one that emphasizes the role of the popular will (traditionally was more the left, but today it is more the right wing that sustain this vision), the other that while recognizing the role of the popular will (as if it could be ignored) remembers that it has to express itself within limits and guarantees that are precise and insuperable.

Any referendum is democratic precisely if and only if it is founded on, and does not place itself against, the democratic principles guaranteed by constitutions. Otherwise it becomes the most illiberal and anti-democratic weapon that exists. Not by chance in many countries there exists a control of constitutional legitimacy before considering if a referendum issue is admissible. On the basis of those principles, referendums to ask citizens if they agree to the building of a mosque are unconstitutional. And to let citizens believe that they have the right to decide on the fundamental rights of other citizens means instilling a very dangerous poison into society as a whole. It is not possible in democracies for the majority to decide on the rights of the minority, because it is precisely on the protection of these rights that democracies are founded. In this sense the agitation of the political entrepreneurs of Islamophobia is purely instrumental; but the problem is that this instrumentalization works.

Conclusions

We described previously mosques and minarets as transitional objects, symbolical of a principal object, which is Islam. This is only the first half of the argument, the most immediate. The second is that Islam is in its turn a transitional object: which represents and signifies the pluralisation of society, and in particular, religious pluralism. Islam has become the discoursive substitute for important changes in society, which are not tied generically to religious pluralism as such: in concrete terms they are called gender roles, clothing codes, family models, parental authority, ideas of modesty, purity, sacredness, as far as the relationship between religion and politics, religion and democracy, religion and state. Subjects that in secularised societies it has become more difficult to discuss (also) in religious terms: and that cultural and religious pluralism are bringing into the limelight.

Islam – rightly or wrongly (other diversities are often much more ‘other’) – has thus become the most extreme example of alterity and the changes that alterity brings to our societies. Islam, because of its symbolic overload and the problematic history that joins it to Europe, because of the striking and formidable aspect of some of its contemporary manifestations (among which obviously the emergence of transnational Islamic fundamentalism and terrorism), but also because of the significant statistical dimension of its presence, is inevitably at the centre of the political and social debate in Europe. And it will be there for a long time.

Some reflections on the Islamic presence in Europe, multiculturalism and cultural conflict, that constitute the starting point of the reflections presented in this article, has been proposed in some of my previous essays, among which Conflicts, Cultures and Religions: Islam in Europe as a Sign and Symbol of Change in European Societies, in “Yearbook on Sociology of Islam”, n.3, pp.18-27, 2006 and Multiculturalism in Italy: The missing model, in A. Silj (ed.), “European Multiculturalism Revisited”, London, Zed Books, 2009, pp. 147-180. On Islam in Europe see Maréchal B., Allievi S., Dassetto F. and Nielsen J.S. (eds.), Muslims in the Enlarged Europe. Religion and Society, Leiden, Brill, 2003; Allievi S. and Nielsen J.S. (eds.), Muslim Networks and Transnational Communities in and across Europe, Leiden, Brill; and more recently Van Bruinessen M. and Allievi S. (eds.), Producing Islamic Knowledge. Transmission and dissemination in Western Europe, London, Routledge, 2010. Specifically on mosques and mosque related issues see Conflicts over Mosques in Europe. Policy issues and trends, 2009, and Allievi S. (ed.), Mosques of Europe. Why a solution has become a problem, 2010, both London, Alliance Publishing Trust / Network of European Foundations.

Allievi S. (2011), The War over Mosques, in “Seminar”, n. 621, maggio 2011, pp. 23-27 www.india-seminar.com

Wojtyla-Ratzinger, icone opposte

A una settimana dalla beatificazione romana di Giovanni Paolo II, il suo successore, Benedetto XVI, viene in visita pastorale nel Nordest. La distanza apparente tra i due eventi non potrebbe essere maggiore, perché diversi, a dispetto della dichiarata continuità e dell’amicizia personale, sono i personaggi che ne sono al centro. Wojtyla era l’icona dell’apertura, dell’impronta ottimista e carica di entusiasmo giovanile: “Non abbiate paura: aprite le porte a Cristo” è stato il messaggio di apertura del suo pontificato. Quello di Ratzinger, se facciamo riferimento agli aspetti più appariscenti e mediatizzati della polemica nei confronti della scienza, del pluralismo culturale, spesso derubricato a mero relativismo etico, delle altre religioni, potrebbe essere sintetizzato con un: “Abbiate paura: chiudete le porte al mondo”, state tra di voi, contemplate le vostre virtù. Ma le cose sono più complesse di quello che sembrano.

Se i due pontefici sono diversi, è perché diversissima è l’epoca che li esprime e che riflettono. Agli albori del pontificato wojtyliano non solo la Chiesa, ma il mondo, e certamente l’Europa, erano in una fase di slancio, di apertura, che avrebbe portato di lì a poco alla caduta del blocco sovietico e a una nuova fase della storia mondiale. Agli albori dell’attuale pontificato tanto l’Europa quanto la Chiesa cattolica vivono una stagione ben diversa.

In questo, forse, l’immagine di papa Ratzinger è più rispondente al Nordest che oggi lo accoglie: assai diverso da quello che nel 1985 accolse papa Wojtyla. Attraversato da una mentalità da fortino assediato più che da armata conquistatrice. Più chiuso su se stesso e impaurito, lontano dall’entusiasmo innovatore e conquistatore di mercati, demograficamente invecchiato, culturalmente spento e nostalgicamente ripiegato sul proprio passato. Incattivito da un benessere appena conquistato e di cui ha già perso la certezza. Familista a parole, ma passato in una generazione dalla famiglia allargata al figlio unico, segno di una diminuita fiducia e speranza nel futuro. Avvilito da istituzioni incapaci, una politica senza slancio, e un degrado morale palpabile e diffuso. Infelice senza ribellione. E dove si è cattolici per forma e tradizione, un po’ meno per sostanza e convinzione. Come accade per il cattolicesimo più visibile e ostentato – a cominciare da quello politico, ma ben presente anche in altri ambiti – di chi fa a gara per dichiararsi paladino della chiesa, con grandi attestazioni pubbliche di cattolicità, spesso inversamente proporzionali alla fede, e senza alcun rapporto con la pratica religiosa, per non parlare dell’etica quotidiana e della deontologia professionale. Un cattolicesimo di pura etichetta, poco esigente sul piano morale e religioso, riducibile a pochi elementi identitari, familiari ma non invasivi, nostalgici ma innocui. Che, va detto, non rende giustizia alla fede di tanta gente del Nordest, di tanti suoi preti, di tanti suoi missionari, di tanti suoi volontari e volontarie, che crede e pratica in silenzio, senza ostentazioni, radicata in una tradizione vissuta e autenticamente popolare, la cui manifestazione è opera e offerta quotidiana.

Quest’ultimo cattolicesimo, silenzioso ma reale, vorrebbe oggi ascoltare da papa Ratzinger parole capaci di ridargli slancio e consapevolezza. E forse proprio questo papa – che all’attenzione ai problemi del mondo sembra privilegiare il ritorno all’essenzialità delle origini, di cui anche i suoi libri su Gesù sono una testimonianza – potrebbe dargli un po’ di nerbo e di fervore evangelico, aiutando il Nordest a ritrovare una spinta e un ruolo che non gli sono affatto estranei, che hanno caratterizzato altre stagioni della sua storia, ma che paiono lontani dal suo orizzonte presente. Se già solo si mostrasse in preghiera, e dicesse parole pesanti, frutto di meditazione e di studio – la cifra stilistica che del resto maggiormente gli appartiene – sarebbe un buon modo di ricordare che preghiera, meditazione e studio sono precondizioni di ogni opera che dia buoni frutti: e che dai frutti concreti di pace, di solidarietà e di giustizia, non dal richiamo verbale alle radici, si riconosce la vitalità dell’albero evangelico.

Stefano Allievi

20 Allievi S. (2011), Wojtyla-Ratzinger, icone opposte, in “Il Mattino”, 6 maggio 2011, p. XV (supplemento speciale “Benvenuto Benedetto”, anche su Nuova e Tribuna)

ANCHE in “Il Piccolo”, 7 maggio 2011, pp. 1-3

Ipocrisie sui musulmani ed elezioni

Sarebbe fin troppo facile giocare sui nomi: il grande torto, o giù di lì. Ma è certo che la vicenda della moschea di Grantorto (o meglio, della non-moschea, l’ennesima che in Veneto non vedrà la luce) mette in evidenza una sequenza di ipocrisie da cui pochi escono bene.

Il principio, innanzitutto. I musulmani, come le persone di tutte le religioni, hanno il diritto, umano prima che garantito dalla costituzione, di vedersi riconosciuta libertà di culto e di preghiera. Il fatto che la Lega di fatto spesso lo contesti (ma ci sono anche sindaci leghisti, in questo stesso Veneto, che hanno preferito, saggiamente, inaugurarle, le moschee) non fa diventare diritto un torto, per così dire. Se non lo si consente, si chiama discriminazione, e si può nel caso ricorrere al giudice, che non può che applicare le leggi (e dare magari ragione ai musulmani, come accaduto a Verona).

La convenienza, in secondo luogo. Ormai tutti, a cominciare dal ministero degli Interni, che sta producendo alcune linee guida sulle moschee, sono convinti che sia meglio che i musulmani stiano in luoghi visibili, aperti, trasparenti, alla luce del sole, in collaborazione con le forze di polizia e le istituzioni locali, anziché in luoghi degradati, nascosti, invisibili, carbonari, mal tollerati e mal visti. Perché proprio questo favorisce integrazione, reciproca conoscenza e controllo sociale: proprio ciò che noi tutti vorremmo e a parole auspichiamo.

Le paure, d’altro canto. Le paure dell’islam sono comprensibili: nulla di strano su questo. E quindi anche i timori, le reazioni di chiusura. Come di fronte a ogni novità spesso accade. Ma su queste si potrebbe riflettere con pacatezza e ragionevolezza, e con i diretti interessati, e confrontandosi, andandosi incontro con reciproche concessioni, nella legalità e senza urlare. Se si sceglie quest’ultima strada vuol dire che l’obiettivo è sollevare un problema – perché porta visibilità, voti, e perché si sceglie un obiettivo facile, e anche un po’ vile, dato che i musulmani sono tra quelli con minor potere contrattuale, e oltre tutto non votano – non perché si vuole risolverlo. Ed è proprio quello che stanno facendo, in tutta Europa, gli imprenditori politici dell’islamofobia: sono i primi a sollevare il problema, ma sono gli ultimi a volerlo risolvere, perché toglierebbe loro una comoda rendita di posizione.

Le ragioni pratiche, infine. Non c’è dubbio che, nel caso specifico, ci possano essere serissime ragioni per considerare il luogo, eventualmente, inadatto. Le prendiamo per buone: sulla fiducia. Ma di fronte a queste un sindaco serio, in silenzio, avrebbe incontrato i protagonisti della vicenda, consigliandoli, spiegando loro che ci sarebbero potuti essere dei problemi, e indirizzandoli altrove, magari collaborando nella ricerca di un posto più adatto, nel reciproco interesse. Non è quindi per la posizione che ha preso che critichiamo il sindaco di Grantorto, e quelli che con lui soffiano sul fuoco, alimentando logiche di sospetto quando non carezzando il pelo al timore per il diverso che si cela in tutti noi, e che andrebbe invece educato. Un sindaco è sindaco di tutti i cittadini e i residenti.

Ormai di sale di preghiera musulmane, in Veneto, ce ne sono ben 110, e 764 in Italia, in proporzione al numero di musulmani. Vogliamo cominciare ad affrontare il problema per quello che è, pensando alle prossime generazioni anziché sempre e solo alle prossime elezioni?

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Ipocrisie sui musulmani ed elezioni, in “Il Mattino”, 28 febbraio 2011, pp.1-14

Essere cristiani, un mestiere pericoloso

La strage di Natale in Nigeria è solo un fatto tra tanti. Più simbolico di altri, certo: morire perché cristiani nel giorno in cui si ricorda la nascita di Cristo. Ma un episodio insieme a molti altri: che dal Pakistan alla Somalia, dall’Iraq alla Cina, dalla Colombia alle Filippine, dalla Corea al Sudan, dall’Arabia Saudita all’Honduras, dal Congo alla Turchia, dal Brasile alla Palestina, dove Cristo è vissuto e si è annunciato al mondo, testimoniano di come essere cristiano oggi possa ancora essere un segno di contraddizione e, incidentalmente, un mestiere pericoloso.

Ce ne accorgiamo poco, e prestiamo a questi episodi una attenzione distratta. Dopotutto non ci riguardano: qui da noi essere cristiano, per molti, è troppo spesso una comoda identità, qualche volta persino un business o una rendita politico-culturale. E per quelli per cui è un costo, una scelta scomoda, c’e più spesso il silenzio. O le luci del martirio quando ormai è troppo tardi. Del resto da noi la Chiesa, nella sua parte più visibile, è istituzione, potere, denaro persino; è in quella invisibile, quella che non fa notizia, che bisogna cercare più spesso il lievito del pane, il sale della terra: chi si occupa degli ultimi, chi è vicino a chi soffre, o a chi ha fame e sete di giustizia.

Ecco, i massacri di cristiani qualunque in paesi qualunque ci ricordano che essere cristiani è, dovrebbe essere, potrebbe essere, una scelta radicale, una testimonianza esplicita, un richiamo forte. Non un dichiararsi tiepido, un ricordarsi appena appena, nei giorni comandati. O, come in certa politica nostrana, che in questo è specchio fedele della nostra società, baciare un anello cardinalizio, ossequiare una porpora, mendicare la stretta di mano di una qualche autorità ecclesiastica. Non per caso nel nostro Parlamento e nel nostro Governo il tasso di clericalismo è spesso inversamente proporzionale alla fede, e quelli che più ci tengono a dichiararsi cristiani sono quelli che meno bazzicano le opere pie, del resto assai scomode: non solo c’è da dare da mangiare all’affamato e da bere all’assetato (che si può risolvere in maniera moderna e pulita con un obolo a un qualche ente assistenziale), ma anche da visitare l’ammalato e il carcerato e peggio ancora ospitare il forestiero, come meno volentieri si ricorda.

Altrove è diverso. Altrove, per il semplice fatto di essere cristiani, si può morire. Come vittime innocenti, o come testimoni attivi di fronte all’ingiustizia: vittime di poteri economici, di potentati politici, di squadroni della morte, ma anche solo di invidie di vicinato, di gelosie strumentalizzate e sobillate ad arte. Con targa religiosa, islamica spesso (anche se quelle che scambiamo per guerre di religione sono più spesso guerre tra poveri), o semplicemente al soldo del potere. Gli episodi di persecuzione che ricordavamo non sono solo testimonianze che la Chiesa perseguitata esiste, che il martirio è d’attualità oggi come duemila anni fa. Ci ricordano anche che essere cristiani, se lo si vuole, significa davvero qualcosa. E qualcosa di importante, se il suo valore – non il suo prezzo – è ancora quello della vita.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Il coraggio dei cristiani, in “Il Piccolo”, 29 dicembre 2010, pp. 1-2 E ANCHE

Allievi S. (2011), Essere cristiani, un mestiere pericoloso, in “Il Mattino”, 4 gennaio 2011, p. 39 (anche “La Nuova di Venezia” p. 34 e “La Tribuna di Treviso” p. 39)

1 Allievi S. (2010), Il coraggio dei cristiani, in “Il Piccolo”, 29 dicembre 2010, pp. 1-2 E ANCHE

Allievi S. (2011), Essere cristiani, un mestiere pericoloso, in “Il Mattino”, 4 gennaio 2011, p. 39 (anche “La Nuova di Venezia” p. 34 e “La Tribuna di Treviso” p. 39) A R

Essere cristiani, un mestiere pericoloso,

La strage di Natale in Nigeria è solo un fatto tra tanti. Più simbolico di altri, certo: morire perché cristiani nel giorno in cui si ricorda la nascita di Cristo. Ma un episodio insieme a molti altri: che dal Pakistan alla Somalia, dall’Iraq alla Cina, dalla Colombia alle Filippine, dalla Corea al Sudan, dall’Arabia Saudita all’Honduras, dal Congo alla Turchia, dal Brasile alla Palestina, dove Cristo è vissuto e si è annunciato al mondo, testimoniano di come essere cristiano oggi possa ancora essere un segno di contraddizione e, incidentalmente, un mestiere pericoloso.

Ce ne accorgiamo poco, e prestiamo a questi episodi una attenzione distratta. Dopotutto non ci riguardano: qui da noi essere cristiano, per molti, è troppo spesso una comoda identità, qualche volta persino un business o una rendita politico-culturale. E per quelli per cui è un costo, una scelta scomoda, c’e più spesso il silenzio. O le luci del martirio quando ormai è troppo tardi. Del resto da noi la Chiesa, nella sua parte più visibile, è istituzione, potere, denaro persino; è in quella invisibile, quella che non fa notizia, che bisogna cercare più spesso il lievito del pane, il sale della terra: chi si occupa degli ultimi, chi è vicino a chi soffre, o a chi ha fame e sete di giustizia.

Ecco, i massacri di cristiani qualunque in paesi qualunque ci ricordano che essere cristiani è, dovrebbe essere, potrebbe essere, una scelta radicale, una testimonianza esplicita, un richiamo forte. Non un dichiararsi tiepido, un ricordarsi appena appena, nei giorni comandati. O, come in certa politica nostrana, che in questo è specchio fedele della nostra società, baciare un anello cardinalizio, ossequiare una porpora, mendicare la stretta di mano di una qualche autorità ecclesiastica. Non per caso nel nostro Parlamento e nel nostro Governo il tasso di clericalismo è spesso inversamente proporzionale alla fede, e quelli che più ci tengono a dichiararsi cristiani sono quelli che meno bazzicano le opere pie, del resto assai scomode: non solo c’è da dare da mangiare all’affamato e da bere all’assetato (che si può risolvere in maniera moderna e pulita con un obolo a un qualche ente assistenziale), ma anche da visitare l’ammalato e il carcerato e peggio ancora ospitare il forestiero, come meno volentieri si ricorda.

Altrove è diverso. Altrove, per il semplice fatto di essere cristiani, si può morire. Come vittime innocenti, o come testimoni attivi di fronte all’ingiustizia: vittime di poteri economici, di potentati politici, di squadroni della morte, ma anche solo di invidie di vicinato, di gelosie strumentalizzate e sobillate ad arte. Con targa religiosa, islamica spesso (anche se quelle che scambiamo per guerre di religione sono più spesso guerre tra poveri), o semplicemente al soldo del potere. Gli episodi di persecuzione che ricordavamo non sono solo testimonianze che la Chiesa perseguitata esiste, che il martirio è d’attualità oggi come duemila anni fa. Ci ricordano anche che essere cristiani, se lo si vuole, significa davvero qualcosa. E qualcosa di importante, se il suo valore – non il suo prezzo – è ancora quello della vita.

Stefano Allievi

Il coraggio dei cristiani

La strage di Natale in Nigeria è solo un fatto tra tanti. Più simbolico di altri, certo: morire perché cristiani nel giorno in cui si ricorda la nascita di Cristo. Ma un episodio insieme a molti altri: che dal Pakistan alla Somalia, dall’Iraq alla Cina, dalla Colombia alle Filippine, dalla Corea al Sudan, dall’Arabia Saudita all’Honduras, dal Congo alla Turchia, dal Brasile alla Palestina, dove Cristo è vissuto e si è annunciato al mondo, testimoniano di come essere cristiano oggi possa ancora essere un segno di contraddizione e, incidentalmente, un mestiere pericoloso.

Ce ne accorgiamo poco, e prestiamo a questi episodi una attenzione distratta. Dopotutto non ci riguardano: qui da noi essere cristiano, per molti, è troppo spesso una comoda identità, qualche volta persino un business o una rendita politico-culturale. E per quelli per cui è un costo, una scelta scomoda, c’e più spesso il silenzio. O le luci del martirio quando ormai è troppo tardi. Del resto da noi la Chiesa, nella sua parte più visibile, è istituzione, potere, denaro persino; è in quella invisibile, quella che non fa notizia, che bisogna cercare più spesso il lievito del pane, il sale della terra: chi si occupa degli ultimi, chi è vicino a chi soffre, o a chi ha fame e sete di giustizia.

Ecco, i massacri di cristiani qualunque in paesi qualunque ci ricordano che essere cristiani è, dovrebbe essere, potrebbe essere, una scelta radicale, una testimonianza esplicita, un richiamo forte. Non un dichiararsi tiepido, un ricordarsi appena appena, nei giorni comandati. O, come in certa politica nostrana, che in questo è specchio fedele della nostra società, baciare un anello cardinalizio, ossequiare una porpora, mendicare la stretta di mano di una qualche autorità ecclesiastica. Non per caso nel nostro Parlamento e nel nostro Governo il tasso di clericalismo è spesso inversamente proporzionale alla fede, e quelli che più ci tengono a dichiararsi cristiani sono quelli che meno bazzicano le opere pie, del resto assai scomode: non solo c’è da dare da mangiare all’affamato e da bere all’assetato (che si può risolvere in maniera moderna e pulita con un obolo a un qualche ente assistenziale), ma anche da visitare l’ammalato e il carcerato e peggio ancora ospitare il forestiero, come meno volentieri si ricorda.

Altrove è diverso. Altrove, per il semplice fatto di essere cristiani, si può morire. Come vittime innocenti, o come testimoni attivi di fronte all’ingiustizia: vittime di poteri economici, di potentati politici, di squadroni della morte, ma anche solo di invidie di vicinato, di gelosie strumentalizzate e sobillate ad arte. Con targa religiosa, islamica spesso (anche se quelle che scambiamo per guerre di religione sono più spesso guerre tra poveri), o semplicemente al soldo del potere. Gli episodi di persecuzione che ricordavamo non sono solo testimonianze che la Chiesa perseguitata esiste, che il martirio è d’attualità oggi come duemila anni fa. Ci ricordano anche che essere cristiani, se lo si vuole, significa davvero qualcosa. E qualcosa di importante, se il suo valore – non il suo prezzo – è ancora quello della vita.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Il coraggio dei cristiani, in “Il Piccolo”, 29 dicembre 2010, pp. 1-2

anche come Allievi S. (2011), Essere cristiani, un mestiere pericoloso, in “Il Mattino”, 4 gennaio 2011, p. 39 (anche “La Nuova di Venezia” p. 34 e “La Tribuna di Treviso” p. 39)

L’islam en Europe devient-il européen?

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Allievi S. (2010), L’islam en Europe devient-il européen?, in “Afkar/Idées”, n. 25, printemps 2010, pp.16-18

Leghismo e cattolicesimo popolare

La Lega, nel suo rapporto con il cattolicesimo, si trova a vivere un’ambivalenza profonda. Da un lato il contrasto polemico aperto, quasi una sorta di volontà di rivincita, e persino di concorrenza sui valori: che ricorda da vicino, nelle forme, certo anticlericalismo risorgimentale (anche se ne è lontanissimo nei contenuti, allora di ricostruzione e riconciliazione nazionale, mentre oggi l’enfatizzazione è sulla frattura nazionale). Dall’altro l’aver di fatto ereditato il largo parco elettorale cattolico, assumendolo, inglobandolo ma in larga misura anche riorientandone le pulsioni.

Non c’è dubbio che la Lega si inserisce nel mondo elettorale della ‘balena bianca’, la vecchia DC del nord, lombarda e veneta in particolare. E in apparenza, se ci accontentiamo di guardare i numeri e sovrapporre le carte elettorali, l’ha sostanzialmente sostituita. In realtà le cose sono più complesse. Nel voto alla Lega c’è certamente una componente cattolica, ma spesso quella con pratica e conoscenza più tiepida. Del resto da tempo il voto cattolico, in particolare proprio a seguito del crollo della DC, si è articolato nelle sue manifestazioni. Le ricerche misurano nell’elettorato cattolico a blanda partecipazione un netto orientamento verso il centro-destra, mentre in quello più impegnato e attivo – quantitativamente minoritario – vi è spesso un maggiore orientamento verso il centro-sinistra. Ma la Lega in parte sfugge a questa classificazione: essendo alleata, sì, con il centro-destra, ma non essendo, per i temi forti di cui è portatrice, troppo facilmente collocabile sul continuum destra-sinistra. Parte del voto cattolico di centro-destra d’altronde continua a votare per altri partiti conservatori, anch’essi eredi, in forma e modi diversi, del lascito democristiano: il PDL da un lato, e l’UDC, più riconoscibile come erede della vecchia DC, dall’altro.

Se si enfatizza l’elemento di concorrenza sui valori, non stupisce trovare nella storia della Lega il continuo riaffiorare di un anticlericalismo anche molto forte nei toni. Spesso la chiesa di Roma è stata tratteggiata nel suo essere, per l’appunto, di Roma, e quindi accomunabile nella polemica al più forte dei messaggi leghisti: quello contro “Roma ladrona”. Sarebbe sufficiente sfogliare gli albori di Lombardia autonomista, organo dell’allora neonata Lega Lombarda, per ritrovare le stesse polemiche di oggi, e persino la proposta culturale di far passare il Nord, in toto, al protestantesimo.

E’ quindi apparentemente contraddittorio osservare come la Lega sia anche il partito che per certi aspetti più di tutti insiste retoricamente sull’identità cristiana del Paese, specie se c’è da usarla come arma contro gli immigrati magari musulmani; ma lo è meno se osserviamo come sia anche quello che meno la frequenta e la conosce. Chi scrive ‘Padania cristiana’ a caratteri cubitali sui muri del Nord di solito in parrocchia non si vede o non è attivo. E chi rivendica crocefissi in ogni aula, scolastica e municipale, spesso a casa sua non ce l’ha e non lo prega. La stessa dirigenza storica leghista è lontana anni luce dalla pratica cattolica. Bossi non ha mai fatto mistero della sua felice ignoranza in materia; ministri ed ex-ministri come Calderoli e Castelli preferiscono, a quello cattolico, il matrimonio celtico, che consente tra le altre cose più rapide separazioni; e un dirigente come l’europarlamentare Borghezio, che non perde occasione per ergersi a paladino della cristianità italiana contro l’invasione islamica, l’unica croce con cui ha realmente dimestichezza, fin dal suo passato politico pre-leghista, è quella celtica. L’unico momento di visibilità cattolica all’interno della Lega è stato quando un’oscura e giovanissima militante delle Acli milanesi, avendo inviato al senatur un documento sul voto cattolico in Lombardia, si vide chiamata a fondare la consulta cattolica della Lega, e in pochissimo tempo fu catapultata al vertice della terza carica dello Stato: ci riferiamo alla presidente della Camera, Irene Pivetti, poi finita a percorrere una triste parabola da modesta presentatrice di programmi di intrattenimento sulle tv Mediaset, contenutisticamente assai poco cattolici. Per non parlare delle politiche che si pongono in conflitto diretto con il cuore del messaggio cattolico: e non si tratta solo di quelle sull’immigrazione o sui rom. L’antisolidarismo militante, l’enfasi sulla separazione e sulla divisione dalle aree più povere (l’egoismo dei ricchi), il rifiuto di logiche minime di riconoscimento universale dei diritti, la critica alla difesa della costituzione propugnata dal cattolicesimo democratico, per non parlare della polemica diretta contro quelli che vengono definiti da Bossi “i vescovoni” e contro la Caritas, sulle finanze della Chiesa, su quelle che vengono definite contraddizioni tra il predicare bene e il razzolare male (“che li accolgano in Vaticano, gli immigrati”), la definizione del cardinal Ruini “ruina d’Italia”, secondo una nota battuta bossiana, o le grevi ironie sul ‘perdonismo’ wojtyliano e la sua presunta debolezza (che ha trovato un rispecchiamento e dunque una legittimazione culturale nella polemica fallaciana) – tutto questo nella Lega è regola, non eccezione. Queste polemiche fanno parte della storia culturale della Lega: e ne sono, anzi, una matrice coerentemente reiterata nel tempo.

Un capitolo specifico riguarda le polemiche contro la chiesa ambrosiana, considerata la punta di diamante della Chiesa che si presenta o viene presentata, probabilmente a ragione, come nemica e alternativa in termini di valori rispetto a certa cultura leghista: ieri contro il card. Martini e oggi contro il card. Tettamanzi. La curia milanese è stata sempre un obiettivo prediletto: non amata dai leghisti, anche perché essa non ha mai fatto mistero di non amare la Lega, e gli egoismi che rappresenta. Peccato di lesa maestà doppiamente grave, essendo la diocesi ambrosiana anche la culla del leghismo e del suo capo indiscusso. Da qui battaglie politiche che assomigliano molto a tentativi di ingerenza, che a qualcuno hanno fatto ritornare in mente i tempi delle nomine vescovili caldeggiate dall’imperatore di turno: e oggi, non c’è dubbio, nel Nord comanda, sempre più, la Lega.

D’altra parte c’è anche una Lega alla disperata ricerca di benedizioni, se non di benemerenze, ecclesiali. E’ la Lega che difende il crocifisso – seppure considerato simbolo identitario e non religioso, e quindi più facilmente trasformabile in arma contundente – proponendone persino l’apposizione sulla bandiera nazionale, singolarmente proposta dall’ex-ministro Castelli, di cui abbiamo già ricordato le nozze celtiche. Del ministro Zaia che al meeting di Rimini va a proporsi, e a proporre la Lega, come il vero bastione della cristianità e il nuovo interprete dello spirito crociato. Del ministro Calderoli e del gran capo Bossi, in visita al patriarca Scola, primo alto esponente ecclesiale a riceverli per un’ora e mezza di colloqui, forse favoriti dalla comune origine lombarda e dalla strategica collocazione nel Nord. O dell’incontro ancora più autorevole con il cardinal Bagnasco (3 settembre 2009): un quarto d’ora forse più simbolico che di contenuto, e probabilmente, almeno nel breve periodo, più utile alla Lega che alla Conferenza Episcopale. Incontri volti a proporre un improbabile volto conciliante e filo-clericale della Lega, ma anche, probabilmente, a tentare di suggellare un patto di egemonia culturale condivisa e non più concorrenziale su un Nord sempre più saldamente in mani leghiste, e il cui elettorato è in parte significativa cattolico.

Difficile intravedere gli scenari che questi tentativi mettono in luce. Sul lato ecclesiale la Lega si manifesta boccone indigesto. Tanto che lo stesso cardinal Bagnasco, nei mesi successivi all’incontro, non ha mancato di polemizzare duramente con la Lega, sulla questione della moschea genovese come sul caso Tettamanzi; e il cardinal Scola è portatore di una visione del ‘meticciato delle culture’ molto più complessa e problematica, e certamente più ‘alta’, delle semplificazioni leghiste. La Lega di governo al Nord diventerà tuttavia un fatto compiuto sempre più difficile da ignorare, e si può presumere che questo porterà a una normalizzazione progressiva dei rapporti. Anche se si può ipotizzare che resteranno, nel mondo ecclesiale, tanto alla base quanto al vertice, forti sacche di resistenza culturale all’assalto leghista. Ma si sa: anche Mussolini aveva cominciato la sua carriera politica anarco-socialista con infuocati comizi in favore dell’ateismo, intimando a Dio, se esisteva, di incenerirlo all’istante, e ha finito per firmare i Patti Lateranensi. La piroetta leghista dal folklore neo-celtico al bacio dell’anello cardinalizio non sarebbe, dopo tutto, più estrema.

Eppure, nonostante una certa estraneità culturale diffusa tra il sentire leghista e quello cattolico, che si cerca talvolta di mascherare con qualche malcerto riferimento al federalismo di don Sturzo, il voto cattolico si è riversato nel contenitore leghista apparentemente senza soffrire alcuna contraddizione. Anzi, il prodotto piace. Piace perché propone un cattolicesimo di pura etichetta, poco esigente sul piano morale e religioso, riducibile a pochi elementi (identitari, appunto), familiari ma non invasivi, nostalgici ma innocui. E piace anche per l’elemento di critica allo strapotere vaticano, vissuto come lontano ed estraneo, in nome magari del richiamo alle care vecchie parrocchie in cui si parlava dialetto.

Su questo, più che la Lega, è la Chiesa a trovarsi in difficoltà e in contraddizione. La difesa dell’identità, un pilastro della politica culturale leghista, non può non piacere, laddove l’identità è supposta essere cattolica (ma talvolta sarebbe saggio ricordarsi del vecchio adagio popolare che recita: “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”). Sulla base di questo presupposto non poco clero, ma soprattutto moltissima base cattolica, si sono fatti felicemente sedurre dalla sirena identitaria leghista, talvolta flirtando con essa laddove sembrava rafforzare una identificazione con la Chiesa che, secondo tutti gli indicatori (pratica religiosa, frequentazione dei sacramenti, aumento di matrimoni civili e divorzi), è in realtà in calo. Ma il problema è che questa identità, fin dalle origini, cattolica non lo è affatto: e non solo per i richiami al folklore celtico e al dio Po. Oggi quei nodi vengono nuovamente al pettine. Ma è probabile che resteranno, come per il passato, ambiguamente sospesi, e irrisolti. Perché il problema vero non è quanto è cattolica la Lega: ma quanto sono cambiati i cattolici, e quanto sono disposti a mettere in mora le loro convinzioni morali, quando agiscono in politica. La crescita della Lega ci dice che lo sono, e molto. In un certo senso è un segno di laicizzazione ulteriore, non solo dell’elettorato, ma della società.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Leghismo e cattolicesimo popolare, in “Missione Oggi”, n. 10, dicembre 2010, pp. 18-21

Perché non esistono democrazie arabe? Svolta possibile con le élite immigrate

L’intervento di Larry Diamond dà una prima serie di risposte pertinenti a una domanda che tuttavia ha solo una funzione eminentemente retorica, utile più per attirare l’attenzione che per dare il senso di un’interpretazione.

Non ha senso infatti domandarsi se esistono democrazie arabe o democrazie islamiche. Esattamente come non avrebbe senso domandarsi se esistono democrazie slave, centrafricane, e tanto meno hindu o buddhiste. Certamente si può dire che in aree diverse del mondo le modalità di costruzione di modelli e istituzioni democratiche possono avere delle specificità e delle similitudini analizzabili e definibili (le democrazie scandinave, mediterranee, anglosassoni, ad esempio), seppure con variabilità interne significative e talvolta non minori di quelle rilevabili tra democrazie di contesti geopolitici differenti. In questo senso si può dunque parlare anche di democrazie arabe. Ma oltre non si va.

Non si può dire invece che la specificità religiosa caratterizzi un tipo di democrazia. E’ evidente a qualunque osservatore, ad esempio, che in contesto cristiano le forme di democrazia sono diversissime: non solo dalla Scandinavia luterana all’Europa orientale ortodossa all’Italia cattolica. Le differenze sono enormi anche solo all’interno di un medesimo contesto confessionale: si pensi al mondo cattolico, dall’Italia e Spagna mediterranee (peraltro diversissime tra loro nella declinazione democratica della laicità e della separazione Stato-Chiesa, ad esempio) alle Filippine e all’America Latina.

Inoltre non è ipotizzabile alcuna predisposizione o assenza di predisposizione alla democrazia di tipo per così dire ontologico: e lo dimostra una semplice analisi diacronica. Quale osservatore avrebbe mai potuto immaginare che cattolicesimo e democrazia potessero coesistere se si fosse guardato intorno negli Anni ’30, osservando i cattolicissimi regimi del periodo, dal Portogallo di Salazar alla Spagna di Franco, dall’Italia (culla e centro del cattolicesimo) di Mussolini agli ustascia croati? E negli stessi anni erano del resto culturalmente cristiane la Gran Bretagna democratica e la Germania totalitaria hitleriana. E d’altro canto chi potrebbe dire oggi che il cattolicesimo è incompatibile con la democrazia? Tanto può bastare per tagliare la testa al toro di tante dissertazioni essenzialiste sulla compatibilità o meno tra islam e democrazia.

Torniamo quindi alle democrazie arabe. Per cercare di ragionare su altri fattori, non culturali e tanto meno religiosi, che tuttavia sembrano avere parecchio a che fare con la mancanza di democrazia nei Paesi arabi: situazione politica interna, sviluppo economico e geopolitica. Ammesso e non concesso che abbia un senso isolare i Paesi arabi da altri dell’area per trovare loro specificità: Turchia e Iran, uno democratico e l’altro no, non sono arabi, ma condividono con i Paesi arabi l’essere a maggioranza islamica e molte similitudini storiche, politiche, strategiche, e di rapporti con l’Occidente.

Diamond cita come Paesi arabi più vicini a un’idea di democrazia l’Iraq e il Libano. Sul primo è legittimo opinare: il fatto che la presenza di elezioni ragionevolmente pulite e partecipate faccia dell’Iraq un Paese democratico è visione volontarista e giustificazionista (e molto americanocentrica); e portare il Paese ad esempio è certamente un autogol per chi ha a cuore la diffusione della democrazia nell’area: l’Iraq è e rimarrà a lungo, agli occhi degli arabi, niente più che un protettorato americano. Ma è più importante ragionare sui Paesi che democratici non sono.

Cominciamo dalla situazione politica interna. Si tratta per lo più di Paesi fortemente centralizzati, in cui il controllo di poche posizioni dominanti consente il controllo sostanziale del processo politico ed economico. Si tratta inoltre di Paesi altrettanto fortemente corrotti, nei quali il controllo delle istituzioni – dai ministri all’ultimo dei doganieri – produce rendite economiche importanti, e un interesse evidente al mantenimento dello status quo, e in particolare al rifiuto della democrazia e di alcune delle sue fondamentali precondizioni: la libertà di organizzazione e associazione da un lato e la libertà di stampa dall’altro. Questa miscela favorisce il rafforzarsi di una rete particolarmente stretta di controllo delle posizioni dominanti e delle rendite relative in capo a pochi individui riconducibili a legami parentali o di clan, in una forma particolarmente invasiva di familismo amorale. Ciò è particolarmente visibile nelle dinamiche di trasmissione del potere di padre in figlio, che si tratti di monarchie democratiche come in Marocco, di totalitarismi come in Siria o di pseudo-democrazie come in Egitto (anche se questa è una tendenza più generale che riguarda il trasformarsi delle democrazie in cleptocrazie anche in Occidente: citiamo solo – ma non è il solo – l’esempio del clan Bush). Ne consegue che la società civile è fragile e sostanzialmente alla mercé della benevolenza del potere. E che la stessa economia è fortemente indirizzata dall’alto, intrinsecamente parassitaria e inevitabilmente distorta: un modello altrettanto autoritario di quello cinese, guardato non a caso in quest’area con rispetto, ma molto meno efficiente.

In questo quadro il progressivo diffondersi di segnali di apertura istituzionale, di progressiva maggiore incisività del mondo dell’informazione, anche grazie alla diffusione di media transnazionali e panarabi e al rafforzarsi delle risorse del web, nonché l’induzione per via esterna di corpose iniezioni di mercato, costituiscono segnali incoraggianti, e da non sottovalutare nel medio periodo.

C’è però un serio problema di interpretazione, tutto occidentale, di questi segnali. Nel timore generalizzato del contagio islamista si considera infatti come segnale preoccupante (lo fa anche Diamond) il fatto che parti significative di opinione pubblica, più o meno tanti elettori quanti richiedono maggiore democrazia nei propri Paesi, chiedano che la religione abbia un’influenza sulla vita politica e sulle istituzioni e si possa costruire una qualche forma islamicamente corretta di democrazia. Ebbene, non solo le due richieste non sono necessariamente in antitesi tra loro, ma solo una visione superficialmente laica e molto eurocentrica può ragionevolmente aspettarsi qualcosa di diverso. Dopo tutto che nei Paesi arabi vadano al potere democraticamente eletti dei partiti islamisti non è più strano di quanto lo sia il fatto che gli elettori dei Paesi europei abbiano per una lunga stagione, e in parte tuttora, votato per dei partiti democristiani: e l’esempio turco è lì a dimostrarci che non necessariamente questo è un male – al contrario, può essere il modo migliore di traghettare questi Paesi verso una piena democrazia. La stessa preoccupazione sulla potenzialità democratica di partiti religiosi anche radicali, che si ispirano ad esempio ai Fratelli Musulmani – o la presunzione che tali forze siano irrimediabilmente antidemocratiche – si basa più su precomprensioni ideologiche che su analisi empiriche: e uno sguardo recente sui fermenti in questi ambiti ci riserverebbe più di una sorpresa.

Sul piano economico Diamond rileva giustamente che molti Paesi arabi vivono di una ricchezza recente e, aggiungiamo, molto mal distribuita. Ma soprattutto per lo più dovuta alle rendite petrolifere e del gas (e guarda caso, dei 23 Paesi che derivano la maggior parte delle loro ricchezze da queste risorse nessuno è democratico, arabo o meno). E, poiché alcuni sono talmente ricchi da non far nemmeno pagare tasse, viene meno il bisogno di una ‘representation’ a fronte di una ‘taxation’ che non c’è, perché si perde motivazione alla medesima. A questo si collega un fenomeno più generale e geograficamente pervasivo di distacco dalla politica proprio delle fette di pubblica opinione che più contano economicamente; anche in Occidente la categoria dei ricchi e ricchissimi o è disinteressata alla politica nazionale (come accade per lo più alla superclasse mobile e cosmopolita che, per parafrasare Lash, ha spesso una ‘visione turistica’ dei fenomeni politici oltre che di quelli concernenti la responsabilità etica legata al territorio) o se ne interessa non per un disegno politico, ma a coronamento, consolidamento e accrescimento del proprio potere personale. Detto questo, anche in economia abbiamo la sensazione che si sottovalutino segnali interessanti di innovazione e permeabilità (e anche di ‘islam di mercato’) che non vanno contro i processi di democratizzazione, ma piuttosto a loro favore.

Infine, la geopolitica. Democrazie cosmetiche come Tunisia ed Egitto, ma anche monarchie illiberali come l’Arabia Saudita, sono in realtà Paesi autoritari: regimi impopolari, che sopravvivono grazie alla repressione e, dove si vota, alla falsificazione plateale dei risultati. Ma sono precisamente i Paesi maggiormente sostenuti dall’Occidente, che si guarda bene dal metterli in discussione, e al contrario li sostiene e li puntella in tutti i modi possibili, considerandoli suoi alleati di fiducia, rinviando il loro inevitabile crollo, e rendendo più probabile il manifestarsi di lacerazioni gravi quando il momento verrà, rischiando di collocarsi dalla parte sbagliata proprio rispetto alla domanda di democrazia in quelle aree. L’Europa in particolare non ne esce bene: ha osteggiato a suo tempo il processo di democratizzazione in Algeria, plaudendo alla sua interruzione tra un turno e l’altro perché non andava nella direzione voluta, assumendosi gravissime responsabilità nella mattanza che ne è seguita. Ha inizialmente osteggiato le tendenze democratiche in Turchia per il medesimo motivo. E continua a sostenere i peggiori nemici della democrazia nel mondo arabo (ultimo, per quel che riguarda l’Italia, la Libia). Difficile immaginare che tanta cecità favorisca la democrazia nell’area. Fortunatamente va in altra direzione la spinta che, sempre dall’Europa, proviene dalle minoranze arabe qui emigrate: che, beneficiarie della democrazia e della cultura dei diritti europea, formate nelle università europee dove se ne studiano radici e benefici, ma anche solo per effetto di mera comparazione, costituiscono una preziosa spinta al mutamento democratico nei rispettivi Paesi d’origine. Con interessanti e pochissimo analizzati effetti di feedback: dall’Europa al mondo arabo attraverso le elites arabe in corso di europeizzazione. Un bacino di innovazione che bisognerebbe imparare ad usare di più e meglio.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Perché non esistono democrazie arabe? Svolta possibile con le élite immigrate, in “Reset”, n. 122, novembre/dicembre 2010, pp. 60-63

Musulmani d’Italia, da ospiti a coinquilini

Sono un milione e trecentomila, più o meno: il 33% dei quattro milioni di immigrati che vivono in Italia. Vengono, nell’ordine, dall’Albania (440.000), dal Marocco (403.000), dalla Tunisia (100.000), dall’Egitto (75.000), dal Senegal (67.000), dal Bangladesh (66.000), dal Pakistan, (55.000), e poi, via via, in ordine sparso, da Algeria, Bosnia Iran, Nigeria, Turchia, Somalia e… Italia, con un nucleo numericamente contenuto ma assai attivo di convertiti, che giocano un ruolo importante nell’islam organizzato. Una parte di loro appartiene alla seconda generazione, in qualche caso alla terza: espressione che non ha nessun senso, dato che quella che chiamiamo seconda generazione di immigrati è in realtà la prima di neo-residenti. Una parte invece, ancora relativamente pochi, è cittadinizzata, italiana per acquisizione, e sfugge a queste statistiche.
Sono i musulmani del Belpaese: il 33% degli immigrati, e il gruppo religioso più consistente (appena più degli ortodossi, che sono il gruppo cristiano più significativo, con il 28%, degli immigrati, e ben più dei cattolici, che sono il 19%). Essi costituiscono il 2,2% della popolazione italiana, contro una media europea del 4%, con punte del 6,5% in Francia e del 6,1% in Olanda. Ma, naturalmente, solo una parte di essi – come del resto di tutti gli altri immigrati, e della stessa popolazione autoctona – attiva in qualche modo il suo essere religioso: è cioè, in certa misura, praticante.
Come si vede dalla diversificazione etno-nazionale, si tratta di un islam frammentato, diviso: per razza, lingua, tradizione, ma anche per interpretazione della religione (sunniti e sciiti, seguaci delle diverse scuole giuridiche dell’islam), per non parlare delle scelte politiche e di opinione. Una parte di essi, soprattutto appartenenti alle prime generazioni, guarda ancora al paese d’origine: vive, per così dire, voltata all’indietro (dal punto di vista della linguistico, ma anche emotivo, politico, ecc.), anche se in larga misura non ci tornerà più. Una parte invece è decisamente proiettata a integrarsi nel paese in cui ha scelto di vivere: a partire da un segmento significativo delle prime generazioni, e più radicalmente da quelle che seguono, socializzate, alfabetizzate e scolarizzate in Italia, e per le quali questo è il proprio paese.
Si tratta in entrambi i casi di una presenza la cui cifra interpretativa è il cambiamento, non la continuità: perché cambiano le condizioni di vita, ma anche le opinioni e persino le credenze e le teologie, pure esse sottoposte a delle spinte al cambiamento radicali. Basti pensare al fatto che l’islam è per definizione una religione di maggioranza (l’idea stessa di shari’a, di legge religiosa, come è tradizionalmente concepita, non ha alcun senso se la religione non determina le leve del potere e non influenza la legge civile; lo statuto dei dhimmi, cioè la definizione delle altre religioni come ‘protette’, e così via), che si trova a vivere in condizioni di minoranza.
L’islam insomma non è più solo neo-arrivato; è, ormai, co-inquilino. Comincia ad entrare in quella che possiamo considerare la ‘fase due’ della sua presenza in Italia: quella della sedentarizzazione, della stabilizzazione, in parte anche dell’istituzionalizzazione, per quanto ancora ad uno stadio relativamente embrionale.
Tra le specificità di inserimento dell’islam italiano, rispetto a quello di altri paesi europei, possiamo citare almeno i seguenti aspetti:
la diversificazione dei paesi di provenienza, che impedisce di fatto l’identificazione, sia sul piano istituzionale che su quello della percezione, con un solo paese (e dunque non consente di ‘appaltarlo’ agli stati esteri di provenienza, errore che si è fatto invece altrove in Europa, come nel caso turco-tedesco e, in parte, in quello franco-algerino);
la maggior velocità di ingresso e di insediamento, rispetto ad altre realtà europee, in cui i musulmani hanno cominciato ad arrivare già da alcuni decenni; e l’arrivo più recente, in una situazione in cui anche nei paesi d’origine l’islam è centrale nella costruzione dello spazio pubblico, sul piano religioso, politico e culturale (assai più che non negli anni ’70 e primi ’80, ad esempio, nei quali è avvenuto il grosso dell’immigrazione nel centro e nord Europa);
il fatto che la presenza islamica si rende visibile nello spazio pubblico già con la prima generazione, quando l’esperienza è minore e i processi organizzativi sono embrionali, e più frequenti le incomprensioni e i possibili fraintendimenti;
la più diffusa condizione di irregolarità, in parte originaria, dovuta all’ingresso clandestino, ma in parte anche prodotta delle normative vigenti (in particolare la legge nota come Bossi-Fini), e dalle lentezze e disfunzioni dell’apparato burocratico chiamato ad applicarle, che costituisce di per sé un pesante ostacolo all’integrazione;
la scarsità di provenienze da ex-colonie, con un legame preesistente (ad esempio culturale e linguistico) con l’Italia, e una tradizione di conoscenza reciproca;
il ruolo importante giocato dai convertiti nella ‘produzione sociale dell’islam’ (nel mondo associativo), in quella culturale (visibilità mediatica, riviste, siti, editoria, traduzioni), e in quella politica (lobbying in favore dell’intesa e più in generale promozione dell’islam sul piano locale e nazionale), con un più generale ruolo di supplenza delle carenze organizzative dell’islam immigrato;
la maggior dispersione lavorativa e residenziale, che non favorisce il costituirsi di fenomeni di ‘soglia etnica’, e la mancanza o la debolezza relativa, almeno per ora, di interlocutori associativi laici (etnici e culturali) di qualche peso e rappresentatività, che rende ancora più rilevante il ruolo sociale e religioso giocato dal tessuto delle moschee.
Questi fattori comportano un insieme di conseguenze che, prendendo in considerazione i più rilevanti, potremmo sintetizzare con la seguente ‘equazione sociale’:
maggiore dispersione lavorativo/residenziale + minor peso relativo dell’associazionismo etnico/laico + immigrazione da paesi in fase di maggior ‘effervescenza’ islamica = maggior peso dell’aggregazione a carattere cultural/religioso.
Le moschee, insomma, e quanto sta loro intorno, paiono giocare un ruolo più importante, anche perché enfatizzato dalla mancanza o dalla debolezza di altri interlocutori, rispetto a quanto accaduto in altri paesi europei. C’è poco insomma, in mezzo tra il bar e la moschea. Anche se, va ricordato, i luoghi associativi e i poli di aggregazione più o meno identificabili non esauriscono la totalità dei comportamenti, e l’enfasi su di essi può distogliere l’osservatore dalla percezione di quella quota significativa ma silenziosa di individui che effettuano il loro percorso di inserimento ai margini o al di fuori delle rispettive comunità di riferimento, o quelle che noi consideriamo tali.
Le sale di preghiera in Italia sono oltre settecento: un segnale, come si è visto, di forte vivacità. Anche se molte di esse sono precarie, instabili, povere anche strutturalmente. Poche sono invece le moschee vere e proprie, costruite ad hoc: soltanto tre (Roma, Milano, Catania, mentre un paio sono in costruzione e poche altre in fase di progettazione). La visibilità dell’islam è dunque, nonostante la presenza significativa, meno forte che in altri paesi: basti pensare che di moschee costruite come tali ve ne sono quasi 200 in Francia, oltre un centinaio in Gran Bretagna, 100 anche in Olanda, una settantina in Germania (e almeno altrettante in costruzione), molte anche in Belgio, ecc.
Dal punto di vista organizzativo, la situazione è relativamente stabile (l’avevamo già descritta in un articolo di Popoli del 2005). C’è un’organizzazione principale, l’Ucoii (Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia), a cui sono legate molte moschee, soprattutto nate negli anni Settanta e Ottanta, in cui ha esercitato una certa egemonia sull’islam organizzato, ma ora in perdita netta di influenza: per difficoltà interne, e per un ciclo che diremmo fisiologico, ma anche per effetto di una durissima campagna di delegittimazione che, partita dalla stampa, ha coinvolto i governi locali e nazionale. C’è un ruolo importante, come in altri paesi, del Centro islamico culturale d’Italia, ovvero della moschea di Roma: il cui ruolo è tuttavia più simbolico che operativo, dato che non dispone di una vera e propria rete di moschee in qualche modo affiliate. Vi è una organizzazione di convertiti, la Coreis, con sede a Milano, molto attiva in termini di formazione, visibilità, attività culturale, ma con legami inesistenti con il mondo degli immigrati musulmani. Vi sono organizzazioni su base etnica (come quelle dei marocchini, ad esempio), con capacità altalenante di coinvolgimento, a seconda delle personalità dominanti e dei finanziamenti a disposizione, ma con capacità di influenza reale ancora da misurare. Vi sono poi le reti di sostegno etno-religiose (dei muridi senegalesi, dei tablighi pakistani, degli sciiti iraniani, dei turchi, ecc.), che condividono background e lingua, ad esempio. E vi sono soprattutto le organizzazioni su base locale, le moschee di base, non federate con alcuno, non collegate tra loro. Infine, abbiamo le organizzazioni più nuove, nate da esigenze particolari, in particolare delle giovani generazioni (m anche delle donne) di una rappresentanza più orientata al paese di accoglienza che a quello di origine: come i Gmi (Giovani musulmani italiani), che costituiscono un’interessante esperienza associativa ed anche un serbatoio di leadership potenziale e di presenza più integrata e inserita, trattandosi spesso di giovani universitari o di persone appena entrate nel mondo delle professioni.
Ma l’islam non si sviluppa nel vuoto pneumatico, e i processi di integrazione sono determinati in larga misura, oltre che dalle dinamiche interne, dall’ambiente in cui si svolgono. E qui l’analisi si fa complessa. Perché da un lato sono all’opera processi lunghi di integrazione sostanziale, che passano per la scuola, il mondo del lavoro, la vita di quartiere, i legami personali (condivisione di attività: sportive, culturali, ludiche) e le relazioni intime (amicizie – e coppie – miste). Dall’altro si manifestano tendenze profonde nella società che vanno nella direzione opposta: quella del conflitto, della non accoglienza, della mediatizzazione isterica, dell’islamofobia politica (con contorno, a livello locale, di una politica di ordinanze fantasiosa quanto spesso scellerata, xenofoba e in ultima istanza incostituzionale), del mancato rispetto dei diritti individuali e collettivi (su tutto, quello relativo ai luoghi di culto), dell’applicazione selettiva delle leggi (normative di sicurezza e antincendio, che si applicano tuttavia – almeno in certo modo: arrivando alla chiusura immediata delle sedi – solo ai musulmani e a nessun altro), o di quello che possiamo chiamare ‘eccezionalismo’ islamico, ovvero il considerare i musulmani sempre come caso eccezionale, cui non si applica la normativa vigente, e per i quali si chiedono condizioni particolari e specifiche: l’obbligo di usare la lingua italiana nel culto (che non vale per nessun altro, che si tratti di anglicani inglesi, luterani tedeschi, cattolici filippini, pentecostali nigeriani, ebrei, italiani che prediligono il latino), l’ipotesi di costituzione di albi degli imam con autorizzazione preventiva (che non esistono per preti, pastori, rabbini: un’ingerenza negli affari interni delle comunità religiose impensabile se applicata ad altri), o la creazione di organismi di consultazione quanto meno anomali. Su quest’ultimo punto val la pena di spendere qualche parola in più. L’islam italiano non è considerato ancora maturo per un’intesa, alla pari delle altre confessioni religiose minoritarie che non dispongono di un Concordato che regoli i rapporti con lo stato. Non siamo sicuri che sia l’islam a non essere pronto, o lo stato. E forme di eccezionalismo in questo senso – costituzione di organismi rappresentativi ad hoc – sono presenti anche altrove, dalla Francia al Belgio. In Italia ci si era provato con l’istituzione della Consulta per l’islam, voluta dal ministro Pisanu e confermata dal ministro Amato: non rappresentativa, perché composta da rappresentanti nominati e non eletti (come invece avviene nei paesi citati), ma comunque un organismo di musulmani. Oggi si è scelta la strada, promossa dal ministro Maroni, di nominare un Comitato per l’islam, composto da qualche musulmano ‘di fiducia’, lontano comunque da ogni tentativo di rappresentatività reale, e da esperti accademici di islam, coadiuvati da altri non musulmani di più dubbia competenza. Non quindi un organismo rappresentativo, nemmeno come abbozzo, ma nemmeno un mero organismo consultivo, e in ogni caso un segnale di distanza mandato ai musulmani.
Tutto questo accade all’interno di un clima culturale certamente non favorevole al rapporto con l’islam (si pensi alla pervasiva ed efficacissima campagna fallaciana, che con i suoi libri ha di fatto dettato l’agenda alla politica italiana), ma anche a un clima anche politico più generale, che fa sì che per esempio venga considerato progressivamente come normale, dai media e da alcune forze politiche, proporre consultazioni referendarie per consentire di aprire una sala di preghiera in tale o talaltra località, dimenticando che quello dell’esercizio del culto è un diritto costituzionalmente garantito, non una gentile concessione, e che se le maggioranze si arrogano il diritto di decidere sui diritti delle minoranze ci si avvia verso una china che porta dritto alla negazione in radice della democrazia, utilizzando un mezzo, il referendum, che dovrebbe invece esserne l’espressione più piena.
I problemi ci sono, e vanno affrontati, senza pudori politically correct. E nominandoli esplicitamente: dai delitti d’onore ai matrimoni forzati, dai collateralismi rispetto all’antioccidentalismo (e, nei casi peggiori, al radicalismo e al terrorismo) a forme anche gravi di chiusura intracomunitaria, più grave per i soggetti più deboli (donne e minori), fino alla formazione delle leadership. Ma vanno affrontati costruttivamente, e in collaborazione con le comunità. Non in opposizione e come frutto di una demonizzazione generalizzata che rischia di ottenere il risultato opposto a quello che si prefigge.
Stefano Allievi
Stefano Allievi è professore di sociologia all’Università di Padova, e tra i principali esperti italiani della presenza islamica in Europa. Tra i suoi volumi: Il ritorno dell’Islam. I musulmani in Italia (con Felice Dassetto), Edizioni Lavoro, 1993; I nuovi musulmani. I convertiti all’islam. Edizioni Lavoro, 1999; Islam italiano, Einaudi, 2003; Muslims in the Enlarged Europe (con B.Maréchal, F.Dassetto, J.Nielsen), Brill, 2003; Niente di personale signora Fallaci, Aliberti, 2006; Le trappole dell’immaginario: islam e occidente, Forum, 2007; I musulmani e la società italiana, Franco Angeli, 2009; Producing Islamic Knowledge in Western Europe, Routledge, 2010; Moschee d’Europa, Marsilio, 2010 (in uscita).
Allievi S. (2010), Musulmani d’Italia, da ospiti a coinquilini, in “Popoli”, n.11, novembre 2010, pp. 40-43