Sanaa ed Evelina uguali e diverse

Sanaa aveva solo 18 anni. Il padre, marocchino, non sopportava che avesse una relazione con un italiano, che se ne fosse andata di casa, a vivere con il suo uomo. E l’ha uccisa. Da padre, aveva molte buone ragioni per essere preoccupato: nessuna per uccidere. Lei stava con un uomo tanto più grande di lei (31 anni), e non gli aveva detto dove viveva, nemmeno che abitava con lui. Che per giunta era di un’altra cultura, lingua, religione (anche se questo era l’ultimo dei problemi reali: nessuno, in questa storia, era particolarmente osservante).

Evelina ha solo 21 anni, e già un figlio di 6. Il padre, italiano, non sopportava che avesse una relazione con un albanese, e l’ha quasi uccisa: si è salvata perché il padre, armato di cacciavite, ha mancato la vena giugulare. Da padre, aveva molte buone ragioni per essere preoccupato: nessuna per cercare di uccidere. Lei già era stata con un albanese quando aveva 17 anni, era rimasta incinta, ma poi lui se ne era andato. E adesso era di nuovo innamorata di un altro albanese. Una persona di un’altra cultura e religione (anche se questo problema stavolta non se l’è posto nessuno).

Tante, troppe le somiglianze per non rifletterci. Anche se nella interpretazione dei fatti la differenza è totale.

Nel primo caso si è enfatizzato l’aspetto religioso della questione, un’irrimediabile differenza tra fedi inconciliabili. Ed è partita la grancassa del consueto circo mediatico intorno all’islam, con grande spazio sui giornali, un immediato dibattito politico, trasmissioni di approfondimento in prima serata, commentatori improvvisati, e un ministro, Mara Carfagna (la stessa che ha appena proposto una legge per l’abolizione di ciò che non esiste, ovvero del burqa in un ambito dove non se ne è mai visto uno, la scuola), che ha parlato seccamente di “guerra di religione”. Di contorno, la santificazione della povera ragazza e la beatificazione del fidanzato. E nessuna pietas per gli altri protagonisti della vicenda.

Nel secondo caso non un solo commentatore o articolo di giornale, e tanto meno un ministro, ha parlato di guerra di religione. La ragazza rimane quello che è: una vittima innocente. E il fidanzato non se l’è filato nessuno. Marginale anche nel dolore, e senza riflettori intorno. Semmai, sotto sotto, il padre qualche comprensione (per le ragioni della reazione, anche se non per i modi) da alcuni la rimedierà comunque: dopo tutto, un albanese… Proprio come il padre di Sanaa, da alcuni dei suoi.

Delle due l’una. O la religione c’entra, e allora c’entra in entrambi i casi. Oppure non c’entra o c’entra poco: come elemento di sfondo, alla lontana – come codice d’onore più che come fede. Mentre i fattori in gioco sono altri: disperazione, rabbia, deprivazione sociale, livello di istruzione, e qualche incommensurabile variabile psicologica – ché non tutti i padri, religiosi o meno, nelle stesse condizioni, si comportano così.

Alla luce di queste diverse reazioni, se non un esame di coscienza, almeno qualche spunto autocritico sarebbe opportuno. In nome della nostra responsabilità di persone pensanti, chiamate ad analizzare dei fatti ponderatamente e senza pregiudizi. E contro la tragica irresponsabilità delle nostre reazioni immediate, spesso cieche e fuorvianti. Forse sarebbe il caso di raffreddare un po’ il dibattito. Di de-islamizzarlo, per così dire. Ne capiremmo di più, e aiuteremmo meglio i protagonisti di queste vicende. Anche se, certo, chi lucra visibilità mediatica e consenso politico da questi tristi fatti, ci guadagnerebbe di meno.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 14 ottobre 2009, p. 1-5

anche come

Figlie accoltellate dal padre. La religione fa la differenza, in “Il Mattino”, 15 ottobre 2009, p. 1-18

Sanaa, Hina e le altre

Un’altra ragazza uccisa. Un’altra storia di paternalismo e tradizionalismo opprimente finita in tragedia. Un abisso culturale che sfocia nel crimine, nell’efferatezza. E, puntuali, i parassiti della strumentalizzazione.

Cominciamo dai fatti. Sanaa, 18 anni, è stata uccisa dal padre, un marocchino di 45 anni, che non approvava la sua relazione con un italiano di tredici anni più vecchio. Inconcepibile. Inaccettabile. Disumano. Ma, invece di fare i finti ingenui, chiediamocelo: così raro? Così strano? Così assente dalle cronache giornalistiche, anche a prescindere dall’immigrazione? Purtroppo no. Ma allora questo dovrebbe indurci a una seconda, onesta domanda: cosa c’entra la religione? Cosa c’entra l’islam? Siamo davvero sicuri che sia questa la variabile esplicativa principale?

Come per ogni religione, anche per l’islam l’assassinio di una figlia da parte di un padre è un atto aberrante, deviante, inaccettabile, immorale, indifendibile. Qualsiasi musulmano, qualsiasi imam, sosterrebbe questa tesi. Ma inaccettabile e indifendibile non significa purtroppo incomprensibile. Solo che la variabile interpretativa principale, per capire cosa è successo, non è la religione. Certo, c’entra la cultura. Ma quale cultura? Il padre di Sanaa non frequentava la moschea, pare alzasse talvolta il gomito, ed era diventato oppressivo man mano che la situazione gli sfuggiva di mano. Del fidanzato di Sanaa tutto sappiamo, tranne se frequentasse qualche ambiente religioso. Cosa c’entrano l’islam e il cristianesimo? Se si trattasse di un fatto religioso, dovremmo aspettarci che tutti i musulmani si comportino allo stesso modo (o magari lo desiderino, ma ne siano impediti controvoglia dalle nostre leggi, come immagina qualcuno). Se si trattasse di un fatto etnico dovremmo immaginarci tutti i padri marocchini come potenziali assassini delle proprie figlie. Ma allora perché non succede? E gli altri fattori? Classe sociale, livello di istruzione, provenienza da ambiente rurale o urbano, siamo davvero convinti che non contino niente? E i rapporti di genere, molto al di là della religione? E quelli intergenerazionali? E la migrazione stessa, il confronto tra mondi diversi, uno scintillante e pieno di promesse, l’altro tetro e malinconico anche per la situazione depressiva della famiglia d’origine? E, per finire, la psicologia individuale?

La ‘religionizzazione’ della nostra interpretazione di questi fatti non è casuale. E’ figlia dei tempi, di diffuse campagne politiche e giornalistiche, di semplificazione pregiudiziale. E’ una costruzione sociale, non un dato. Non tiravamo in ballo la religione cattolica, ai tempi dei delitti d’onore e del ‘divorzio all’italiana’; né lo facciamo quando un padre padrone si sente in diritto di sterminare la propria famiglia prima di suicidarsi per un proprio fallimento individuale. E non tiriamo in ballo l’ortodossia quando cose simili accadono, ad esempio, nelle comunità immigrate dall’est. Del resto in Gran Bretagna, dove problemi analoghi li hanno anche tra gli hindu e i sikh, parlano volentieri di culture ‘asiatiche’: forse altrettanto a torto.

La religione tuttavia può servire come alibi, e come complicità. Qui le comunità islamiche e i loro responsabili possono avere grandi responsabilità: in positivo (educative, di mediazione costruttiva tra genitori e figli) o in negativo (una sorta di omertosa condiscendenza, un silente consenso nei confronti delle posizioni più retrive). Perché sia la prima posizione a prevalere, è fondamentale, certo, la maturità delle organizzazioni, ma anche il ruolo del contesto. Tutto serve, tranne la strumentalizzazione parassitaria: utilizzare la cosa per tuonare un po’ contro l’islam, e poi finita lì, fino al prossimo assassinio.

Occorre invece contribuire a risolvere il problema: urlando di meno, e agendo di più. I musulmani devono imparare che lottare contro l’uso barbaro della religione per giustificare comportamenti barbari è un loro interesse e un loro dovere, perché si ritorce contro i musulmani tutti. I non musulmani dovrebbero capire che la demonizzazione dell’islam in quanto tale non ha a che fare e non aiuta la causa della scomparsa di questi comportamenti. Parlare di “guerra di religione” è inutile e irresponsabile. Per certi versi è anzi controproducente, spingendo i musulmani a chiudersi in un ghetto. E non aiuta quindi le Sanaa di oggi e di domani.

Stefano Allievi

“Popoli”, n.10 ottobre 2009, p. 45

Il problema del velo ce l’ha chi guarda

E se il problema culturale del velo islamico fosse più in chi lo guarda che in chi lo porta?

Cominciamo con il distinguere vari livelli.

a) La maggior parte delle donne musulmane, da noi, non porta alcun velo. Solo che non ce ne accorgiamo: poiché non lo portano, non sappiamo che sono musulmane…

b) Molte portano l’hijab, il più diffuso, quello che copre la testa ma non nasconde il viso: un foulard, per capirci. Molti – come la Santanché che vorrebbe vietarlo nelle scuole e su questo si è costruita il suo quarto d’ora di celebrità – pensano sia un simbolo di oppressione della donna. La pensano diversamente le suore, gli ebrei che portano la kippah e le loro donne ortodosse con i capelli rasati, i sikh col turbante, e le statue della Madonna: è un simbolo di sottomissione, sì, ma a Dio. La stragrande maggioranza delle donne, anche giovani e colte di seconda generazione, che lo porta, lo fa volontariamente e non si sente affatto inferiore alle altre: per loro è una scelta libera, e come tale va rispettata, anche se non la capiamo. Diverso per chi lo mette per imposizione del marito o del padre: in questi casi, deve intervenire lo stato? O non è meglio lasciar fare all’evoluzione culturale? Sui foulard neri delle nostre nonne, è intervenuto lo stato? E su quante altre scelte controvoglia e imposizioni all’interno delle famiglie dovremmo intervenire, allora? Eppure molti si sentono in diritto di protestare persino contro l’impiegata di un museo o la commessa di un negozio con l’hijab, o una ragazza che in piscina porta quello che si è ribattezzato il burqini. E’ normale?

c) C’è poi il velo che nasconde il viso: il niqab e il burqa. Pochi casi, ma ben pubblicizzati. Nessuno si sogna di difenderlo, ci mancherebbe. Ma forse è il caso di sgombrare il caso da alcune falsità. Paura. La attribuiamo ai bambini, ma chi è che ce l’ha, o la induce? Con questa scusa si è perfino fatta cacciare da un’asilo privato una maestra che portava l’hijab, e in diverse scuole mamme italiane si sono mobilitate contro mamme immigrate con il capo – non il volto – coperto: ci rendiamo conto? Sicurezza. In tutta Europa non si annovera un solo precedente di rapina in banca o di attentato effettuato con un burqa. Il problema allora è un altro: culturale. Non siamo abituati a questo genere di vestiario e non ci piace. Legittimo. E di questo sì, è giusto parlare.

Il ricorso alla legge aiuta, ma non troppo. La legge (152 del 1975, art. 5) pretende la riconoscibilità del viso: “E’ vietato prendere parte a pubbliche manifestazioni, svolgentisi in luogo pubblico o aperto al pubblico, facendo uso di caschi protettivi o con il volto in tutto o in parte coperto mediante l’impiego di qualunque mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona”. Però la legge parla di pubbliche manifestazioni (erano gli anni degli scontri con la polizia nel corso di manifestazioni politiche), non del semplice camminare per strada (per il quale è sufficiente consentire il riconoscimento su richiesta delle forze dell’ordine). E diverse sentenze hanno riconosciuto eccezioni per motivi diversi: inclusi quelli religiosi. Tanto è vero che un sindaco della provincia di Como che si ostinava a multare una musulmana italiana è stato costretto dal giudice ad annullare le sanzioni.

Uno dei cardini su cui si basa la civile convivenza è il rispetto della legge: quale che sia. Sul viso completamente velato, sono personalmente contrario. Lo sono anche la maggior parte dei musulmani e delle musulmane. E ci dovesse essere una legge chiara, va rispettata. Ma in Europa c’è più di un dubbio. E infatti a chiunque cammini per Londra, Parigi, Amsterdam o Berlino capita di incontrare donne con il volto velato con molta maggiore frequenza che in qualunque città italiana. Sono paesi incivili? Più indietro, sul piano dei diritti, di quel faro della civiltà che è Montegrotto? Qui, davvero, siamo al grottesco: tutto, pur di avere una foto sui giornali…

Forse non è inutile farsi anche un’altra domanda: perché questi episodi accadono sempre e solo nel Nord Italia? Siamo forse più femministi? O non è che tutto questo ha a che fare con una campagna anti-islamica che prende qualunque spunto, incluso il sacrosanto diritto a riunirsi a pregare, per manifestarsi? Talvolta, di fronte a questi episodi, viene da pensare che sì, c’è davvero in corso una guerra culturale che riguarda l’islam. Ma non l’hanno dichiarata i musulmani.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 28 settembre 2009, p. 1-11

Oltre la religione (Sanaa, Hina e le altre)

Un’altra ragazza uccisa. Un’altra storia di paternalismo e tradizionalismo opprimente finita in tragedia. Un abisso culturale che sfocia nel crimine, nell’efferatezza. E, puntuali, i parassiti della strumentalizzazione.

Cominciamo dai fatti. Sanaa, 18 anni, è stata uccisa dal padre, un marocchino di 45 anni, che non approvava la sua relazione con un italiano di tredici anni più vecchio. Inconcepibile. Inaccettabile. Disumano. Ma, invece di fare i finti ingenui, chiediamocelo: così raro? Così strano? Così assente dalle cronache giornalistiche, anche a prescindere dall’immigrazione? Purtroppo no. Ma allora questo dovrebbe indurci a una seconda, onesta domanda: cosa c’entra la religione? Cosa c’entra l’islam? Siamo davvero sicuri che sia questa la variabile esplicativa principale?

Come per ogni religione, anche per l’islam l’assassinio di una figlia da parte di un padre è un atto aberrante, deviante, inaccettabile, immorale, indifendibile. Qualsiasi musulmano, qualsiasi imam, potrà confermarlo. Ma inaccettabile e indifendibile non significa purtroppo incomprensibile. Solo che la variabile interpretativa principale, per capire cosa è successo, non è la religione. Certo, c’entra la cultura. Ma quale cultura? Se si trattasse di un fatto religioso, dovremmo aspettarci che tutti i musulmani si comportino allo stesso modo (o magari lo desiderino, ma ne siano impediti controvoglia dalle nostre leggi, come immagina qualcuno). Se si trattasse di un fatto etnico dovremmo immaginarci tutti i padri marocchini come potenziali assassini delle proprie figlie. Ma allora perché non succede? E gli altri fattori? Classe sociale, livello di istruzione, provenienza da ambiente rurale o urbano, siamo davvero convinti che non contino niente? E i rapporti di genere, molto al di là della religione? E, per finire, la psicologia individuale?

La ‘religionizzazione’ della nostra interpretazione di questi fatti non è casuale. E’ figlia dei tempi, di diffuse campagne politiche e giornalistiche, di semplificazione pregiudiziale. E’ una costruzione sociale, non un dato. Non tiravamo in ballo la religione cattolica, ai tempi dei delitti d’onore e del ‘divorzio all’italiana’; né lo facciamo quando un padre padrone si sente in diritto di sterminare la propria famiglia prima di suicidarsi per un proprio fallimento individuale. E non tiriamo in ballo l’ortodossia quando cose simili accadono, ad esempio, nelle comunità immigrate dall’est. Del resto in Gran Bretagna, dove problemi analoghi li hanno anche tra gli hindu e i sikh, parlano volentieri di culture ‘asiatiche’: forse altrettanto a torto.

La religione tuttavia può servire come alibi, e come complicità. Qui le comunità islamiche e i loro responsabili possono avere grandi responsabilità: in positivo (educative, di mediazione costruttiva tra genitori e figli, come spesso già succede) o in negativo (una sorta di omertosa condiscendenza, un silente consenso nei confronti delle posizioni più retrive). Perché sia la prima posizione a prevalere, è fondamentale, certo, la maturità delle organizzazioni, ma anche il ruolo del contesto. In Gran Bretagna esistono commissioni governative sui temi dei matrimoni forzati e correlati, che coinvolgono i responsabili di comunità in programmi di prevenzione. In Olanda come in Francia esistono strutture di mediazione anche nei casi di crisi (ad esempio ragazzi che scappano di casa) in cui mediatori culturali provenienti dall’immigrazione svolgono un ruolo decisivo. In Italia, per lo più, prevale in questi casi la strumentalizzazione parassitaria: utilizzare la cosa per tuonare un po’ contro l’islam, e poi finita lì, fino al prossimo assassinio.

Per tutti, l’interesse è invece quello di contribuire a risolvere il problema: urlando di meno, e agendo di più. I musulmani devono imparare che lottare contro l’uso barbaro della religione per giustificare comportamenti barbari è un loro interesse e un loro dovere, perché si ritorce contro i musulmani tutti. Essi hanno tutto l’interesse a purificare la religione dalle scorie che i costumi e le tradizioni talvolta le appiccicano addosso, finendo per nasconderla. I non musulmani dovrebbero capire che la demonizzazione dell’islam in quanto tale non ha a che fare e non aiuta la causa della scomparsa di questi comportamenti. Per certi versi è anzi controproducente, spingendo i musulmani a chiudersi in un ghetto. E non aiuta quindi le Sanaa di oggi e di domani. Parlare di “guerra di religione” è inutile e controproducente, e probabilmente irresponsabile. Produce un po’ di spazio sui giornali e nulla più.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 17 settembre 2009, p. 1-5

La dottrina di Barack Hussein

La dottrina di Barack Hussein

“Thank you, shukhran, assalamu aleikum”. Comincia così, tra gli applausi e i ringraziamenti, il discorso del ‘new beginning’, in cui la ‘dottrina Obama’ sull’islam è stata per la prima volta compiutamente articolata.

Una visione, innanzitutto: ed è già un cambiamento significativo rispetto a una politica fatta di solo pragmatismo e di tatticismi fin troppo decifrabili. Con l’inevitabile dimensione retorica che da una visione ci si aspetta.

A cominciare dalla prima applaudita citazione coranica: “Be conscious of God and speak always the Truth (Sii cosciente di Dio e dì sempre la verità)”. Con assoluta tranquillità applicata da Obama innanzitutto a se stesso, e al suo ruolo, alle vesti assunte al Cairo: che qualcosa di profetico l’avevano, e volutamente.

I richiami storici avevano la stessa funzione: di captatio benevolentiae, ma non solo. Dal riconoscimento del ruolo della civilizzazione islamica nell’aprire la strada al Rinascimento europeo, all’aver voluto ricordare che il primo paese ad aver riconosciuto gli Stati Uniti è stato un paese islamico, il Marocco. Dal tributo alla tolleranza islamica medioevale a quello, personale e più ‘americano’, all’eguaglianza razziale nell’islam.

La rivendicazione orgogliosa del mito americano è stata l’altra faccia di questa visione: a cominciare dal fatto che oggi “un uomo che si chiama Barack Hussein Obama sia presidente degli Stati Uniti”. Ma le citazioni sono state anche più dense. Il richiamo alla libertà religiosa, al fatto che non c’è un solo Stato negli Usa dove non ci sia una moschea (e ve ne siano 1200 in totale), la libertà delle donne musulmane di portare l’hijab garantita dal governo Usa fin nelle corti (due riferimenti che varrebbe la pena di meditare in Europa), fino all’episodio toccante del primo musulmano-americano eletto al Congresso nell’ultima tornata elettorale che ha giurato sul Corano che faceva parte della biblioteca personale di Thomas Jefferson. Corde giuste, per rivolgersi ai musulmani. Che hanno tuttavia mostrato di applaudire anche temi più delicati e problematici: dai riferimenti alla libertà di vestiario e di istruzione delle donne, all’applauso venuto dopo i riferimenti alle vittime della discriminazione religiosa in Bosnia e Darfur.

Sulla questione israelo-palestinese, l’equidistanza, ferma nel difendere i diritti degli uni e degli altri, e altrettanto nel definire l’amicizia con Israele ‘unbreakable’ e quindi fuori discussione, ha dato la linea. Con fermezza, tuttavia, sui punti delicati del riconoscimento reciproco, del no alla violenza, dell’orizzonte dei due stati che possano vivere entrambi in pace e sicurezza.

Nessun tentennamento sulla violenza religiosa. Quella di Al-Qaeda, innanzitutto, di cui ha avuto l’intelligenza di ricordare che le sue prime vittime, non solo sul piano politico ma anche concretamente su quello dei numeri della morte, sono stati i musulmani. Ma più in generale della fanatismo e del fondamentalismo: in quel contesto, proprio per come l’ha costruito, Obama ha potuto permettersi il lusso di stigmatizzare il fatto che “alcuni musulmani hanno la fastidiosa tendenza (disturbing tendency) di misurare la propria fede sulla base del rifiuto di quella altrui”.

“A new beginning”, quindi, quello prospettato. La fine, davvero, del paradigma del “clash of civilizations” – di fabbricazione americana ma di utilizzo globale – che ha dominato l’ultimo quindicennio, e che Obama ha esplicitamente contestato: per il suo essere, chiosiamo, più una profezia che si autorealizza che una constatazione empirica. Un nuovo inizio in cui si dica basta agli stereotipi reciproci: quelli occidentali sull’islam e quelli musulmani sull’America e l’occidente. In cui si metta da parte la paura e la sfiducia costruita per anni. Fino allo slancio finale: profetico, davvero. “E’ più facile iniziare delle guerre che finirle. E’ più facile parlare male degli altri che guardare dentro di sé; guardare quello che ci differenzia rispetto alle cose che abbiamo in comune. C’è una sola regola che sta nel cuore di ogni religione – che facciamo agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi”: che, per lo stupore di molti, è anche una citazione coranica, oltre che biblica, accolta da applausi convinti.

In crescendo, Obama ha anche proposto una parafrasi del suo fortunato slogan, “Yes, we can”: “Abbiamo il potere di costruire il mondo che vogliamo”. Fino alle tre citazioni finali dal Corano, dal Talmud e dalla Bibbia; quest’ultima, forse con qualche accento autobiografico, era “Beati i costruttori di pace…”. Fino al saluto islamico del cristiano ‘laico’ Obama: “Thank you. And may God’s peace be upon you”

Stefano Allievi

“Il Manifesto”, 5 giugno 2009, p. 3

Attacco alla giunta usando la moschea

La moschea in via Longhin non si fa. Ma il referendum contro sì. Curioso e un po’ ridicolo paradosso: molto rumore per nulla.

E’ vero che in campagna elettorale ogni scusa è buona per colpire l’avversario. Ma qui il gioco è di sponda: prendersela con la suocera perché la moglie intenda. Ovvero: prendersela con i musulmani per colpire la giunta in carica. E il consenso anti-islamico è facile da organizzare: un patrimonio a disposizione, che aspetta solo qualche apprendista stregone per essere messo in circolazione.

Non è, questa, una prerogativa solo italiana. Conflitti sulle moschee ce ne sono stati in molti Paesi, con dinamiche analoghe. La differenza è che altrove, di solito, le amministrazioni e le forze politiche importanti, anche di segno differente, cercano di risolverli, i conflitti, invece di alimentarli: lasciando il lavoro sporco a partiti di opposizione e fuori dal quadro della presentabilità democratica, come il Front National, il British National Party, il Vlaams Belang, o gruppuscoli francamente neo-nazi. Le eccezioni – transitorie – sono state i partiti di Pym Fortuyn e Jörg Haider, entrambi ammirati anche in Italia. Non per caso, visto che da noi c’è l’unico imprenditore politico dell’islamofobia che sta al governo di un Paese, e non solo di una regione o di una città.

Torniamo, per un’ultima volta, sul tema evocato dal referendum: l’intervento del Comune. Che a Padova non ci sarà, perché i musulmani hanno finito per fare da sé. In termini di principio, è un problema reale. La non ingerenza dello stato sarebbe probabilmente la soluzione più auspicabile. Ma non è nei desideri nemmeno della confessione maggioritaria, e infatti non si pratica. Quanto all’islam, nella maggior parte degli altri Paesi ce ne si occupa eccome, per iniziativa di governi locali di destra come di sinistra, e spesso contraddicendo gli evocati principi di neutralità e di laicità. Incluso nel collaborare con le comunità musulmane per trovare loro una collocazione adeguata anche su suolo comunale. E, questo, non nella difesa di un interesse particolare, ma nella ricerca di quel bene comune che è il migliorare le relazioni e l’evitare conflitti tra le diverse componenti della popolazione: più o meno il contrario dell’effetto che hanno ottenuto gli oppositori del progetto moschea. Dunque non è per difendere un principio, che i referendari di Padova sono andati in piazza, ma per indicare un bersaglio. Facile, peraltro. E dispiace che la destra che non è d’accordo, che c’è e in passato si è anche espressa, non si sia più fatta sentire. Avrebbe mostrato che non c’è affatto, ed è un bene, un’omogeneità culturale e politica, su questi delicati argomenti. Le divisioni sono anche interne agli schieramenti, non solo tra di loro.

Qualcuno però un giorno dovrà ricordare che questo clima non solo non favorisce l’integrazione da tutti auspicata, ma anzi contribuisce a creare muri di risentimento da ambo le parti. E da essi può nascere anche altro. Si comincia con la raccolta di firme di cittadini. Si continua con gli insulti e le scritte offensive. Si va avanti con l’ostruzionismo burocratico e l’applicazione selettiva delle leggi: impedimenti alla costruzione di luoghi di culto, o loro chiusura, ma solo se islamici. Si prosegue con le mangiate ostentatorie di porchetta e di salsicce, e le passeggiate con maialino al seguito. Si finisce qualche volta con le molotov e gli incendi dolosi. E, dall’altra parte, il rischio è quello della reazione, anche violenta: che comincia con quella verbale, e non si sa dove va a finire. Anche molto male, come avvenuto in Olanda con l’assassinio di Theo van Gogh.

A Padova ci si è fermati al maialino, assurto a discutibile simbolo identitario (a questo assomigliamo?) e icona della protesta anti-islamica. E dall’altra parte ci si è armati solo di pazienza. Non c’è motivo di pensare che si debba andare oltre. Si può sperare invece che passate le elezioni, e gabbato lo santo, si torni alla pacatezza e alla ragionevolezza. E si parli di cose da fare, anziché da ostacolare, e di come migliorare questa nostra città: anche per quanto riguarda il rapporto tra popolazioni, culture e religioni diverse. Che i candidati sindaci ci dicano, per favore, qualcosa anche su questo: e non battute, ma ragionamenti.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 27 maggio 2009, p. 1-16

Obama and Islam – Arabic

وباما والإسلام

كانت المقابلة التي اجراها الرئيس أوباما على قناة العربية بمثابة استشراف لرياح جديد: انها علامة التغيير والتحول السياسي، وهو ما لم نكن مستعدين لتوقعه من قبل الولايات المتحدة. التحول الثقافي لا يمكن ان يكون اكثر وضوحاً. انه يحتمل وضوحاً رمزياً للقضايا: أوباما اختار شبكة عربية لإجراء اول مقابلة دولية له، مدركاً ان التأثير سوف يكون عالمياً. لقد كان شيئاً جديداً حتى في جانبه اللغوي: “نحن بصدد استخدام لغة الاحتراملهو امر لم يعتد العرب والمسلمون على سماعه من جانب الولايات المتحدة.

ستيفانو ألييفي هو استاذ في علم الاجتماع في جامعة بادوفا. وقد ألّف كتباً عديدة عن الاسلام، كان آخرها فخ الاوهام: الاسلام والغرب” (منتدى إيديتسزونيه Edizioni) في عام 2007. قد لا تكون عبارة كندي Ich bin ein Berliner، لكنها يمكن ان يكون لها العواقب السياسية نفسها. وقد لا نجدها في أوروبا، لكن للعالم العربي والإسلامي المتعب والممتعض، المنزعج من تاريخ طويل من الإذلال والهزائم التي عززتها الآن الحرب في غزة، كانت المقابلة التي اجراها الرئيس أوباما على العربية بمثابة استشراف لرياح جديد: انها علامة التغيير والتحول السياسي، وهو ما لم نكن مستعدين لنتوقعه من قبل الولايات المتحدة. ان تحدي اوباما هو اكبر مما كان عليه تحدي كندي: فكندي كان يخاطب اوروبا، لا سيما المانيا المنهزمة والمتضررة، بانتظار كلمة المسيح وكذلك بالنسبة للمواد الاساسية للمساعدة والتي كان الاميركيون يقدمونها بالفعل. اما اوباما، وبدلا من ذلك، يتحدث الى عالم عربي اقل واقل تأييداً للولايات المتحدة الاميركية، واكثر انتقاداً، حيث برز الاستياء القديم العارم وانفجر اثناء عهد بوش، وهو عمل على تغذية مشاعر هذا الاستياء ولم يفهم حقيقةً الاسلام. كلام اوباما ينبئ بتحول طفيف: سنرى الى اين سوف تؤدي هذه الكلمات. عندما ذكر الرئيس ان الشعب سوف يحاكمني لا على كلماتي بل افعالي وافعال ادارتي، كان يبلغ بوضوح ان هناك بالفعل خطة عمل في البيت الابيض.
وربما ستعرض الخطة في الخطاب الذي طال انتظاره والذي سوف يكون من عاصمة اسلامية، خلال أول مئة يوم من ولايته. نحن اذاً ندرك بالفعل السياسة الجديدة: نهاية الأحادية التي تجاوزت الحدود (كما، وهو ما يهم العالم الاسلامي، السياسة المؤيدة بشكل صارخ لاسرائيل)، واغلاق غوانتانامو، وسحب قوات الجيش من العراق، والالتزام الجاد من أجل حلّ الصراع الفلسطيني الإسرائيلي، وحتى اسلوب مختلف تجاه ايران، وفقا للخطة التي تتطلع إلى التعامل مع الأعداء، بدلا من شيطنتهم. وقد أكد أوباما أن إسرائيل ستبقى حليفا قويا للولاي
ات
المتحدة، اذ ان العكس قد يثير الدهشة
. لكن أوباما تحدث عن حليف قويوليس حليف وثيق“. انه لم يتحدث عن الحصن الغربي في الشرق الأوسط، كما نجد في اللغة المستخدمة في خطابات السنوات الماضية. وفي غضون ذلك، وزير الدفاع الاسرائيلي باراك علق زيارته الى الولايات المتحدة. هذا يمكن اعتباره نقطة فاصلة لتحضير الفكر حول التغيير في موقف الادارة الاميركية. بالتأكيد ان هذا هو الاصح وليس مقتل جندي إسرائيلي جراء هجوم من حماس كما أعطي التبرير.
التحول الثقافي لا يمكن أن يكون أكثر وضوحاً. انه يحتمل وضوحاً رمزياً للقضايا: أوباما اختار شبكة عربية لإجراء اول مقابلة دولية له، مدركاً ان التأثير سوف يكون عالمياً. لقد كان شيئاً جديداً حتى في جانبه اللغوي: “نحن بصدد استخدام لغة الاحتراملهو امر لم يعتد العرب والمسلمون على سماعه من جانب الولايات المتحدة. اما فيما يتعلق بعلاقته مع العرب والمسلمين، أوباما حدد نفسه ضمن: “الاستماع والاحترام“. ولقد اصر على ذلك: “نحن على استعداد لبدء شراكة جديدة، تقوم على الاحترام المتبادل والمصالح“. “ابدأ بالاستماع بدلا من أن تبدأ بالاملاءهي واحدة من أكثر الجمل قوةً والتزاماً في المقابلة، وتكاد تكون لا تصدق بالنسبة للعرب. هنا، لا بد ان يكون لخلفية أوباما دوراً في ذلك. لقد ذكرها في المقابلة واستخدمها كوسيلة لاستقطاب التعاطف. ان جوهر الرسالة موجه الى جمهور ناخبيه ويقوم على أساس التزام مزدوج: ايصال رسالة الى المسلمين ان الاميركيين ليسوا باعداء لكم. احياناً نحن نرتكب اخطاء. ولم نكن كاملين، والى الاميركيين انالعالم الاسلامي مليء باناسٍ استثنائيين يريدون فقط أن يعيشوا حياتهم ويشهدوا أطفالهم يعيشون حياة أفضل، وهو حتماً ما يرودونه هم ايضاً. نحن ابعد ما نكون بنحو الف سنة عن خطاب محور الشر“.
كيف كان رد فعل العرب؟ البعض بكى (وكأن الحجاب انهار اخيراً، اكثر منه بسبب السعادة)، وأعرب البعض عن الحماسة، والبعض الاخر ابدى مفاجأة خجولة. والبعض معظمهم ينتظر بحذر. ولكن هناك أيضا بعض الممتعضين او الذين يتهمون الرئيس بانه منافق. والجدير بالذكر انه ليست عرضياً ان يكون حتى على شبكة تلفزيون من الاعلى كفاءة والاعتدال التي استضافت المقابلة، ان حوالي 15% من ردود الفعل كانت سلبية. وهناك حتى بعض ردود الفعل التي رددت اصداء اللغة العنصرية التي استخدمها الرجل
الثاني في القاعدة الظواهري، والذي كان وبعيد انتخاب أوباما نعته بـ
عبد البيت“. كما وان هناك البعض الذي انتقد أوباما لكونه غير مسلم كأبيه (حتى ولو ان ذلك لم يكن ليساعد المسلمين بشيء لانه لو كان أوباما مسلماً لما وصل الى سدّة الرئاسة في الولايات المتحدة). حتى ان حماس اختارت نبرة عفا عليها الزمن للتعليق على مقابلة أوباما: “بالنسبة الى حماس، لا فرق بين بوش وأوباماكما اعلن الناطق باسم الحركة أسامة حمدان من بيروت لقناة الجزيرة. “وهذا من شأنه أن يؤدي إلى جعله يرتكب نفس أخطاء بوش، والتي وضعت المنطقة في اتون النار بدلا من تثبيت استقرارها“. أوباما يتجه إلى أربع سنوات اخرى من الفشل في الشرق الأوسط“.
على الرغم من ذلك، في المجتمع المدني في العديد من البلدان الإسلامية، وبخاصة العربية منها، اثارت المقابلة الاهتمام والتعاطف، والتي اعادت التأكيد بالفعل على خطاب اوباما التاريخي يوم انتخابه، والذي بدى فيه وكأنه ينظر نظرة ازدراء وريبة تجاه الزعماء المستبدين، او تجاه الحلفاء الغربيين ذوي الديمقراطية المزيفة، وهم يميلون الى المحافطة على السلطة حتى انتهاءهم تقريبا وحيث خلافتهم تؤدي الى ازمة دراماتيكية ومثيرة: “نحن نبحث عن سبل جديدة لمنطقة الشرق الاوسط، ترتكز على اساس الاحترام المتبادل والمصالح. لهؤلاء القادة الذين اشعلوا الصراع ونسبوا الاضرار في
مجتمعاتهم الى الدول الغربية
: سيتم الحكم عليكم على ما بنيتم، وليس على ما دمرتم. وللذين يصلون الى السلطة بطريق الفساد والخيانة وارهاب المعارضين، اريد ان انبهكم انكم على الجانب الخطأ من التاريخ، لكن سوف تجدون يداً ممتدة من جهتنا، فيما لو كنتم على استعداد لمدّ يدكم اولاً“. لكن ماذا تقول أوروبا؟ الجرح الفلسطيني ما زال ينزف في الفرع الاوروبي للأمة الإسلامية. الكلمات لن تكون كافية. ولكن رياح الأمل تهب. حتى لو كان المسلمون، وبخاصة العرب منهم، اعتادوا على رؤية الفشل في التغيير الجذري في النوايا المعلنة من قبل قادتهم الجدد (كما رأينا بالفعل في الجزائر والمغرب والاردن وسوريا)، والتي عادة ما لا تحترم. ان الامل هو فضيلة لدى المسلمين، وكما نعلم، هي الشيء الاخير الذي يمكن التخلي عنه. واذا ما نظرنا اليه من الوجهة النظر الايطاليا، فهو يتخذ ظلالا اخرى: ان الامل يبقى، في ايامنا هذه، وهو البعيد جدّ البعد ان يتحول الى حقيقة، يبقى في ان شيئاً ما سيتغير ايضا في الوطن. الامل ان العداء الاعمى للمسلمين في عهد بوش، والذي ترجم في الايطالية على انه ثقافة المغالطة Fallacism المتفشية حتى في احلك اوقات المواجهة من جانب المسؤولين السياسيين، سوف تؤول الى تعابير اكثر ملموسة ومدنية. لكن هذا يبدو انه ما زال بعيد المنال، أوباما لا ينتمي الى ايطاليا حتى الان، وان رياح التغيير التي يحمل تبدو غير مدركة بعد.
ان تأثيره الثقافي، في هذا الجزء من العالم، لم تتضح رؤيته، حتى الان. ترجمة كلوديا دوراستانتي
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فبراير 2009

Obama e l’islam

obama

Per il mondo arabo e islamico, l’intervista che il presidente Obama ha rilasciato ad al-Arabiya è più che una boccata d’ossigeno: è il segnale di cambiamento e di svolta politica più ampio che ci si potesse aspettare dagli Stati Uniti d’America. La svolta culturale non potrebbe essere più netta. Intanto, sul piano simbolico: per il fatto di aver scelto un network televisivo arabo per la sua prima intervista internazionale, il cui impatto si sapeva sarebbe stato globale. Ma anche sul piano lessicale. Che “il linguaggio che dobbiamo usare è il linguaggio del rispetto” non è qualcosa che arabi e musulmani siano abituati a sentirsi dire, dagli Stati Uniti.

Stefano Allievi insegna sociologia all’Università di Padova ed è autore di diversi libri sull’Islam, tra cui “Le trappole dell’immaginario: Islam e Occidente” (Forum Edizioni 2007).
Non è l’Ich bin ein Berliner! kennedyano, ma nelle sue conseguenze politiche potrebbe assomigliarci. Dall’Europa infatti non ce ne accorgiamo, ma per un mondo arabo e un mondo islamico stanchi, disillusi ed esasperati da una lunga storia di umiliazioni e sconfitte culminata in questi giorni a Gaza, l’intervista che il presidente Obama ha rilasciato ad al-Arabiya è più che una boccata d’ossigeno: è il segnale di cambiamento e di svolta politica più ampio che ci si potesse aspettare dagli Stati Uniti d’America. Il compito inoltre era più difficile: se Kennedy infatti parlava a un’Europa, e in particolare a una Germania, prima colpite e sconfitte ma allora alleate e in attesa quasi messianica del verbo e del concretissimo aiuto americano, che già si era ampiamente manifestato, Obama ha parlato invece a un mondo islamico sempre meno filoamericano, sempre più critico, in cui serpeggiano rancori sempre meno sopiti, esplosi nell’era di Bush (che dell’islam non ha capito nulla) e dalle sue politiche alimentati.
Le parole prefigurano una svolta quasi a centottanta gradi: le azioni, lo vedremo. Ma già il fatto che Obama chieda di essere giudicato “non dalle mie parole ma dalle mie azioni, e dalle azioni della mia amministrazione” è l’indicazione che un piano d’azione c’è già, e probabilmente sarà illustrato in dettaglio nel già attesissimo discorso da una capitale islamica, preannunciato entro i primi cento giorni di mandato. Le linee guida tuttavia le conosciamo già: fine dell’unilateralismo arrogante (e, per quel che riguarda il mondo islamico, ostentatamente pro-israeliano), chiusura di Guantanamo, ritiro dall’Iraq, impegno per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, persino un diverso atteggiamento nei confronti dell’Iran, nel quadro di una politica che programmaticamente prevede anche di parlare con i propri nemici, anziché limitarsi a demonizzarli. Certo, è stato ribadito che Israele resta un alleato di riferimento, e sarebbe stato sorprendente il contrario: ma, anche qui, Obama ha parlato di “forte alleato”, non del più stretto alleato, o del baluardo dell’Occidente in Medio Oriente, come ripetuto in una retorica di anni. E probabilmente l’annullamento del viaggio del ministro israeliano Barak negli Stati Uniti ha più a che fare con una riflessione e un bisogno di prepararsi su questo punto, che non con il soldato ucciso da Hamas in un attentato, negli stessi giorni, usato come giustificazione ufficiale.
La svolta culturale non potrebbe essere più netta. Intanto, sul piano simbolico: per il fatto di aver scelto un network televisivo arabo per la sua prima intervista internazionale, il cui impatto si sapeva sarebbe stato globale. Ma anche sul piano lessicale. Che “il linguaggio che dobbiamo usare è il linguaggio del rispetto” non è qualcosa che arabi e musulmani siano abituati a sentirsi dire, dagli Stati Uniti. Obama stesso si è definito così, nel suo rapporto con arabi e musulmani: “listening, respectful”. Parola riecheggiata insistentemente: “Siamo pronti a iniziare una nuova partnership, basata sul mutuo rispetto e sul mutuo interesse”. “Start by listening instead of start by dictate” è una frase più forte e politicamente più impegnativa, per l’orecchio arabo quasi inverosimile, della sua traduzione italiana. C’entra certamente la sua storia personale e familiare, che nell’intervista Obama ha voluto rievocare e mostra di usare sapientemente anche come mezzo per suscitare empatia. Ma il centro del messaggio riguarda anche chi l’ha eletto, basato com’è su un duplice impegno: dire ai musulmani che “l’America non è il vostro nemico. Qualche volta facciamo degli errori, non siamo così perfetti…”. Ma anche dire agli americani che il mondo islamico è fatto soprattutto di gente normale, che “vuole vivere la sua vita e che i propri figli abbiano una vita migliore”, né più né meno degli americani stessi: lontano anni luce dalla retorica dell’asse del male.
Gli arabi come l’hanno vissuta? C’è chi ha pianto (come per un velo che finalmente cade, più che di gioia vera e propria), chi ha espresso entusiasmo, chi cauta apertura, chi – moltissimi – attendismo. Ma c’è anche chi mostra disincanto o accusa apertamente di doppiogiochismo il presidente americano. Non è un caso che persino sulla pur ufficialissima e moderata emittente televisiva che ha ospitato l’intervista, un buon 15% delle reazioni sia stata negativa. In qualche caso riecheggiando il linguaggio intriso di razzismo, anch’esso tipico di una certa eredità araba, usato dal numero due di al Qaeda, al Zawahiri, in un messaggio pronunciato poco dopo l’elezione di Obama, che lo chiamava “servo negro” (“house slave” traducevano i sottotitoli in inglese dall’arabo “abid al-bayt”). Non sono pochi, del resto, coloro che rimproverano il neo-presidente americano di non essere musulmano come il padre (anche se alla causa islamica ciò non avrebbe reso miglior servizio, dato che non sarebbe mai diventato presidente…).
Anche Hamas ha scelto espressioni fuori dal tempo massimo della storia, per commentare l’intervista: “Per Hamas tra Barack Obama e George W. Bush non c’è alcuna differenza”, ha dichiarato un portavoce del movimento da Beirut, Osama Hamdan, ad al Jazeera. E questo “lo porterà a commettere gli stessi errori di Bush, che ha infiammato la regione invece di portare stabilità”, destinando Obama “ad altri quattro anni di fallimenti in Medio Oriente”. Nella società civile di molti paesi islamici, e arabi in particolare, tuttavia, l’intervista ha senza dubbio suscitato interesse e simpatia, confermando le parole pronunciate da Obama nel suo ormai storico discorso di insediamento, che potevano suonare come una sconfessione del sostegno a leader autocratici, o fintamente democratici, alleati dell’Occidente, alla cui successione, dopo un attaccamento al potere portato al limite della sopravvivenza fisica, si apriranno crisi e rivolgimenti drammatici: “Per il mondo musulmano noi indichiamo una nuova strada, basata sul reciproco interesse e sul mutuo rispetto. A quei leader in giro per il mondo che cercano di fomentare conflitti o scaricano sull’Occidente i mali delle loro società – sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che sapete costruire, non su quello che distruggete. A quelli che arrivano al potere attraverso la corruzione e la disonestà e mettendo a tacere il dissenso, sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che vi tenderemo la mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno”.
E dall’Europa? La ferita palestinese sanguina anche nel corpo europeo della umma islamica. E quindi anche qui non basteranno le parole a rimarginarla. Ma la speranza è palpabile. Anche se i musulmani, soprattutto gli arabi, sono abituati a veder disattese le speranze di cambiamento radicale, sempre annunciate dai nuovi leader (come accaduto in questi anni in Algeria, Marocco, Giordania, Siria) ma mai mantenute. La speranza è tuttavia virtù islamica: e anche, come noto, l’ultima a morire. Vista dall’Italia, poi, la speranza si tinge anche d’altro: dell’attesa, destinata a rimanere per ora senza risposta, che qualcosa cambi anche qui. La speranza che l’ottuso anti-islamismo dell’era Bush, da noi declinato nella sottocultura del fallacismo, dispensato a piene mani perfino da altissimi esponenti di governo, trovi parole più sensate e tonalità più civili: che sembrano, entrambe, terribilmente lontane. Ma Obama non abita ancora da queste parti, il vento di cambiamento che ha portato con sé qui non si percepisce, la sua influenza culturale, in quest’ambito e in questo spicchio di mondo, ancora non si vede.

Allievi S. (2009) Obama e l’islam, in ResetDoc,  http://www.resetdoc.org/IT/Obama-islam-allievi.php mercoledì, 15 aprile 2009

Obama and Islam

Stefano Allievi

For the tired and disenchanted Arab and Muslim world, exasperated by a long history of humiliations and defeats now strengthened by the war in Gaza, the interview President Obama released to al-Arabiya is more than a breath of fresh air: it’s a sign of change and political turnover, something we weren’t ready to expect from the United States. The cultural shift couldn’t be more sharper. It has evident symbolical issues: Obama chose an Arab network for his first international interview, knowing that its impact would have been global. It was something new even on the linguistic side: “We are going to use the language of respect” is something that Arab and Muslims are not used to hear from the United States.

Stefano Allievi is Professor of Sociology at the University of Padua. He has written several books on Islam; last one “Le trappole dell’immaginario: Islam e Occidente” (Forum Edizioni) in 2007.

It might not have been Kennedy’s Ich bin ein Berliner, but it could have the same political consequences. And we may not see it from Europe, but for the tired and disenchanted Arab and Muslim world, exasperated by a long history of humiliations and defeats now strengthened by the war in Gaza, the interview President Obama released to al-Arabiya is more than a breath of fresh air: it’s a sign of change and political turnover, something we weren’t ready to expect from the United States. Obama’s challenge was tougher than Kennedy’s: Kennedy was addressing Europe, particularly an affected and defeated Germany, waiting for the speech of the Messiah as well as for the fundamental material aid the Americans were already providing to. Obama, instead, is speaking to an Arab world less and less pro-American and more and more criticizing, in which older resentments outcropped and exploded during Bush’s era, who fed those resentments and never really understood Islam. Obama’s words foresee a mild turnover: we’ll see where these words will lead to. When the President stated that “people are going to judge me not by my words but by my actions and my administration’s actions”, he informed clearly that there’s already a plan of action in the White House.
Probably the plan will be presented in the longed speech going to come from a Muslim capital, within the first hundred of days of the mandate. We are already aware of the new policy: end of overweening unilateralism (and, for what concerns the Muslim world, a blatantly pro-Israelis policy), Guantanamo’s closure, troops withdrawal from Iraq, serious commitment for the resolution of the Palestinian-Israeli conflict; even a different attitude towards Iran, according a scheme that looks forward to deal with the enemies, instead of demonizing them. Obama has confirmed that Israel will remain a strong ally of the Us, since the contrary would have been astonishing. But Obama spoke about ‘strong ally’ and not ‘close’ ally. He didn’t speak about the Western bulwark in the Middle East, as in the rhetoric of the past years. Meanwhile, Israelis Minister of Defense Barak suspended his visit in the United States. This could be seen as a break to get ready and to reflect upon the change in the US administration attitude. It has surely more to do with this than with the death of an Israelis soldier in a Hamas ‘attack given as justification.
The cultural shift couldn’t be more sharper. It has evident symbolical issues: Obama chose an Arab network for his first international interview, knowing that its impact would have been global. It was something new even on the linguistic side: “We are going to use the language of respect” is something that Arab and Muslims are not used to hear from the United States. For what concerns his relationship with the Arabs and Muslims, Obama defined himself as: “listening, respectful”. He insisted on this: “We are ready to begin a new partnership, based on mutual respect and interests”. “Start by listening instead of start by dictate” is one of the most committed and powerful sentences of the interview, and it is almost unbelievable for the Arabs. Here Obama’s personal background has a part in the game. He mentions it in the conversation and uses it as medium to build empathy. The core of the message is addressed to his electorate and is grounded on a double commitment: communicate to the Muslims that “the Americans are not your enemy. We sometimes make mistakes. We have not been perfect” and to the Americans that “the Muslim world is filled with extraordinary people who simply want to live their lives and see their children live better lives”, more and less like they want. We are thousand of years apart-away from the “axis of evil” rhetoric.
How did the Arabs react? Some cried (as for a veil finally falling apart, more than for joy), some expressed enthusiasm, some shy disclosure. Some – the most of them – are waiting with caution. But there is also who is disenchanted or accuses the President to be a double-dealer. It’s not casual that even on the super efficient and moderate television network that hosted the interview, almost the 15% of the reactions were negative. Some reactions even echoing the racist language used by Al Qaeda’s number two in chief, Al Zawahiri, who in a message soon after Obama’s election called him “house slave”. There’s also a quite few of people who criticize Obama for not being Muslim as his father (even if this wouldn’t serve the Muslim cause since Obama, as a Muslim, would have never become President of the United States). Even Hamas chose anachronistic tones to comment Obama’s interview: “For Hamas there’s no difference between Bush and Obama” declared the movement’s spokesperson Osama Hamdan from Beirut to Al Jazeera. “This would lead him to make Bush’s same mistakes, which set the region on fire instead of steadying it”. Obama is destined to “other four years of failures in the Middle East”.
In the civil society of many Muslim countries, especially the Arab ones, though, the interview arouse interest ad sympathy, confirming Obama’s words in his already historical inauguration speech, who sounded as a distrust towards those autocrats leader, or fake democrats Western allies, who tend to stay attached to their power till they’re almost done and whose succession will lead to dramatic crisis and turnover: “We’re looking for new paths for the Middle East, based on mutual respect and interests. To those leaders who set the conflict on fire attributing the damages in their societies to Western countries: You will be judged on what you’ve built, not what you’ve destroyed. To those who arrive to power through corruption and dishonesty and awing dissent, I warn you that you are on the wrong side of History; but you will find an extended hand from us, if you’re ready to unclench your fist”.
And what does Europe say? The Palestinian wound still bleeds in the European branch of the Muslim umma. Words won’t be enough. But hope is in the air. Even if the Muslims, especially the Arabs, are used to see failure in the radical change intentions professed by their new leaders (as already seen in Algeria, Morocco, Jordan, Syria), which are usually never kept. Hope is a Muslim virtue and, as we know, is also the last thing to give up. Seen it from Italy, it gets another shade: the hope, nowadays far to be true, that something will change also at home. The hope that the blind Anti-Muslims of Bush’s era, translated in Italy in the subculture of Fallacism widespread even in the most critics moments of the confrontation by the higher politicians in charge, will achieve words that are more sensed and civil. This seems to be still far away; Obama doesn’t belong in Italy yet, the wind of change he carries with him it’s not perceivable.
His cultural influence, in this part of the world, is just not still visible.
Translated by Claudia Durastanti

Obama and Islam, in ResetDoc,  http://www.resetdoc.org/story/00000001237 Wednesday, 15 April 2009

L’islam cambia e ci cambia (forse)

popoli
Allievi S. (2009), L’islam cambia e ci cambia (forse), in “Popoli”, n. 3, marzo 2009, pp. 48-49 A R e R/I