Estetica e politica (su alcune vicende patavine)

Molte persone si sono indignate perché il portavoce del sindaco ed ex-segretario provinciale del Partito Democratico di Padova si è ritrovato a svolgere il ruolo di portavoce del sindaco, con una busta paga non ingenerosa. Quella indignazione non la condivido. Continua a leggere

Padova: lo scenario post-elettorale

Il voto a Padova è stato in controtendenza su tutto: partecipazione al voto e risultato finale. In elezioni dove la partecipazione al voto è crollata sotto la fatidica soglia della metà degli aventi diritto, Padova è circa dieci punti sopra la media nazionale: ed è proprio questa partecipazione che porta Sergio Giordani, in tandem con Arturo Lorenzoni, a vincere elezioni difficili, in cui l’ultimo sindaco eletto prima dell’intermezzo commissariale, Massimo Bitonci, era disposto a tutto pur di riconquistare il fortilizio padovano sottrattogli, nella sua narrazione, durante una congiura notturna. Continua a leggere

Elezioni a Padova. Verso il ballottaggio: con quali premesse?

A Padova con il primo turno delle elezioni amministrative, e comunque vada il ballottaggio, è finito un ciclo politico. Per il crollo dei votanti, innanzitutto: passati dal 70 e rotti per cento del 2014 al 61 e rotti di oggi (e se si calcola che nel 2014, tra il primo e il secondo turno, il calo fu di dieci punti percentuali, si rischia di arrivare, al ballottaggio, a poco più della maggioranza assoluta dei votanti). E per il crollo dei partiti: quelli di destra fanno in tutto il 12 e qualcosa per cento; meno del Partito Democratico da solo, che firma tuttavia la sua Caporetto, con una percentuale poco sopra le metà rispetto al 2014. Anche il Movimento 5 Stelle perde oltre un terzo dei suoi già pochi voti (il traino del marchio, da solo, non basta – serve anche il prodotto, che a Padova, con tutta evidenza, non c’era). In totale, insomma, i partiti presenti in parlamento totalizzano meno di un terzo dei consensi: e ne rappresentano ancora meno, a giudicare dai candidati – che, salvo Bitonci (e Borile), non hanno alcun ruolo partitico. Continua a leggere

Legittima difesa: norme condivise, o meglio niente

La questione della legittima difesa è divisiva, e mette in campo modi profondamente diversi di concepire la vita sociale. Tanto è vero che – anche solo limitandoci alle democrazie liberali – troviamo posizioni agli antipodi. Da un lato quella statunitense, per la quale il diritto a possedere un’arma e a farsi giustizia da sé è profondamente radicato nella cultura condivisa (dalla sacralizzazione dell’arma insita nel motto “la Bibbia e il fucile” all’immaginario hollywoodiano – con la conseguenza che gli Stati Uniti sono il paese occidentale che vanta il non invidiabile record del maggior numero di morti per arma da fuoco); dall’altro quella, opposta, della democrazia inglese (quella che il liberalismo l’ha inventato e praticato più conseguentemente, e l’ha insegnato a tutto l’occidente), contrarissima a questa pratica e restia persino ad armare i poliziotti, gli amati bobbies di quartiere (solo il 4,4% dei poliziotti inglesi è armato). Continua a leggere

Lettera aperta ai sindaci di Bagnoli e Cona sui richiedenti asilo


Cari sindaci, avete ragione.
È da molto tempo che denunciate un problema reale. Oggi è indispensabile che sia la politica che la società vi ascoltino.
Vi conosciamo personalmente, sappiamo della vostra fatica e della vostra correttezza. La vostra vita è cambiata improvvisamente quando, nei vostri piccoli paesi, in costante calo demografico, che vi eravate attrezzati ad amministrare sapendo cosa avreste dovuto fare, vi siete ritrovati, da un giorno all’altro, un quarto o un terzo della popolazione in più, e tutt’altri problemi da affrontare.
Da voi, e solo da voi, a seguito di processi globali imprevedibili per tutti, e dell’egoismo politicamente interessato di molti vostri colleghi, che facevano irragionevoli barricate anche per due o dieci richiedenti asilo, rifiutando un’accoglienza diffusa tranquillamente gestibile per chiunque, vi siete ritrovati, anche per l’improvvisazione degli organi dello stato, a veder stipare in maniera indecente esseri umani che voi avete incontrato e conosciuto, e che rispettate, sul vostro territorio, in luoghi e in modi che non avrebbero potuto e dovuto contenerli: in situazioni affollate e disagevoli, per periodi troppo prolungati, senza alcun vero progetto su di loro.
Da subito vi siete attivati, cambiando le vostre priorità e la vostra vita. E da subito avete temuto che potesse succedere qualcosa che facesse precipitare la situazione. Date le condizioni, poteva andare anche molto peggio, ma quel qualcosa ora è successo e i nodi devono essere affrontati, senza ulteriori rinvii.
Avete ragione a chiedere a voce alta al Ministro dell’Interno la chiusura dei centri: così concepiti e gestiti, sono incivili per chi ci vive, potenzialmente problematici per chi ci vive intorno, improduttivi rispetto alle loro finalità. Alcuni centri più grandi possono essere necessari: ma come soluzioni effettivamente temporanee e di breve termine, governate in maniera diversa dagli enti che le gestiscono, con controlli stringenti della loro attività, e con i dovuti incentivi anche per le amministrazioni che li ospitano. Ma bisogna anche che i vostri colleghi sindaci e le popolazioni di altri paesi facciano la loro parte, attraverso un’accoglienza diffusa e coordinata, come avviene attraverso i progetti Sprar. E soprattutto con un minimo di comprensione dei processi in atto, che ancora non c’è. L’accenno che facevo all’inizio al calo demografico dei vostri paesi vale anche per la regione nel suo complesso e per il paese, così come le modificazioni nel mercato del lavoro che sempre più producono mobilità sia in entrata che in uscita, e ai livelli sia alti che bassi di istruzione e lavoro. E bisogna che la società ne abbia consapevolezza.
Dopodiché ci sono tutti gli snodi che sono di competenza nazionale, e che riguardano gli accordi con i paesi d’origine, il controllo dei flussi e degli sbarchi, le politiche di rimpatrio, ma anche le modalità di riconoscimento e la velocità delle pratiche relative, su cui il ministero si sta attivando, ma i cui ritardi accumulati sono innegabili.
Quello che è certo è che nessuno può più pensare che la politica di accoglienza si possa fare per imposizione dello stato, o nel totale disinteresse degli enti locali, e attraverso cooperative senza progetti e senza contatti con i comuni, che non hanno potestà di intervento: perché il risultato sarebbe quello che voi vi siete dovuti gestire. Non solo inaccettabile, ma totalmente disfunzionale. Il che, detto in altri termini, significa che occorre una collaborazione stretta tra questi soggetti: nessuno, a nessun livello (comunale, regionale, nazionale), può più permettersi di dire che non è problema suo; e tutti hanno diritto di parola e di intervento. Sarà più costosa e faticosa, ma è l’unica modalità che può produrre risultati efficaci. Le colpe di questa mancata collaborazione sono ampiamente distribuite a tutti i livelli politici e territoriali. È il momento di voltare pagina. Prima che sia troppo tardi.
Lettera ai sindaci. Le colpe sono di tutti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 21 marzo 2017, editoriale, p. 1

Il segretario rampante, la scissione inesistente, il partito dimezzato

Il quadro interpretativo offerto dalle vicende del Partito Democratico, a livello nazionale, potrebbe essere uscito da un esperimento di scrittura automatica o da un film surrealista, in cui si susseguono azioni e immagini in sé magari anche interessanti, ma senza che si riesca veramente a capirne il filo logico e individuare una trama coerente e comprensibile. Continua a leggere

"Prima i Veneti" negli asili: una legge stupida e controproducente, non solo discriminatoria

Chiediamocelo ad alta voce: la norma che dà la precedenza ai residenti in Veneto da almeno quindici anni per l’ingresso negli asili pubblici, di chi parla esattamente? Di stranieri, o dei veneti di oggi e di domani? Bisogna essere onesti, su questo: perché se si vuole vivere in splendido isolamento, lo si dichiari e si sia conseguenti. E si dica: tutto ciò che è pubblico deve andare in priorità ai veneti. Oggi gli asili. Domani le case popolari, il sovrapprezzo sul ticket sanitario per i foresti, le tasse universitarie differenziate, l’ingresso ai musei scontato per gli indigeni, l’esclusiva sui posti nel pubblico impiego, e naturalmente per quelli di consigliere regionale che vota le leggi contro i foresti medesimi, così il cerchio si chiude. Perché “prima i Veneti”. Perché il Veneto si basta, ed è felice di praticare in varie forme la sua idea di onanismo identitario. E’ quello che si voleva far passare con la norma sulla lingua veneta obbligatoria, nel suo progetto originario (che prevedeva il requisito della conoscenza del veneto anche per le assunzioni nella pubblica amministrazione). Oggi si fa un passo ulteriore. Continua a leggere

Un patto per (e con) l'islam italiano

Dire islam in Italia, oggi, significa parlare di una comunità di circa un milione e seicentomila persone. Una parte significativa sono immigrati di prima generazione: arrivati in Italia, alcuni negli ultimi tempi, ma in gran parte anche da venti o trent’anni. Molti, sempre di più, sono nati in Italia o arrivati molto piccoli, e scolarizzati interamente nel nostro paese insieme ai nostri figli: e in gran parte sono già o diventeranno cittadini italiani. Infine, c’è un gruppo significativo di persone che erano italiani prima ancora di diventare musulmani: i convertiti. Continua a leggere

Anti-Trumpismo

Sono stato contrario alle manifestazioni contro Trump. Lo sono ancora.
Le manifestazioni contro Trump dei primi giorni dopo l’insediamento sapevano tanto di democrazia a corrente alternata: le elezioni vanno bene solo se le vince il presidente che voglio io. E se le vince un altro, non è legittimo, e lo contesto. Qualcosa di già visto. Troppo spesso. Anche in Italia. Alle elezioni. Ma anche solo ai congressi di partito…
Sono invece sacrosantamente a favore di qualunque critica e iniziativa (o meglio ancora iniziativa critica) contro le decisioni prese da Trump. Molte delle quali, già oggi, sciagurate. Nella scelta dei collaboratori. E nelle politiche avviate. Le famose ‘firme’: che sì, se sono di un presidente, diventano azioni.
Trump va incalzato nel merito. Quando sbaglia, non qualunque cosa faccia. E ha già iniziato a sbagliare. Ma non in sé, non come persona, non per la sua casa, i suoi modi, i suoi soldi, i suoi capelli, le sue mogli, i suoi figli… Qualcosa, anche questo, di già visto. Anche da noi. E di profondamente sbagliato. Eticamente sbagliato. Profondamente eticamente sbagliato. Ma anche politicamente sbagliato. Alla fine, non funziona mai. E il boomerang finisce per tornare su chi l’ha lanciato. Perché si rafforza chi si intende criticare. E gli si dà un’arma in più: a lui, e ai suoi sostenitori.
Impariamo, ogni tanto, dai nostri errori…

Amministrative 2017: scenari padovani

Con l’avvicinarsi delle elezioni, il paesaggio politico locale comincia a delinearsi. Continua a leggere