A dieci anni dall’11 settembre. Come siamo cambiati

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Allievi S. (2011), A dieci anni dall’11 settembre. Come siamo cambiati, in “La Difesa del Popolo”, 11 settembre 2011, n. 35, p. , intervista di Patrizia Parodi I SR e R/I

Lo spritz non è un problema di sicurezza

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corriere

Allievi S. (2011), Lo spritz non è un problema di sicurezza, in “Corriere della Sera Veneto”, 9 settembre 2011, p. 8, intervista di Davide D’Attino

Che cosa sognamo di fare di questa città?

Siamo contenti che la polizia sia andata alla festa del PD: così scoppiano le contraddizioni. Non equivocate: siamo del tutto favorevoli alla festa del Partito Democratico (e a tutto ciò che produce socialità), e del tutto favorevoli alle iniziative musicali dei giovani al suo interno. Ma il PD è anche il partito che esprime l’amministrazione e il sindaco, cioè chi governa. E chi governa, fosse di destra o di sinistra, ha ascoltato troppo, in questi decenni, la Padova dormiente, chiusa in casa, diffidente: anche perché è quella che protesta di più. Senza ascoltare abbastanza l’altra Padova: quella che si incontra, che produce socialità e cultura, e anche, ma non solo, più giovane. Che, pure, vive al suo interno, e produce ricchezza su cui altri guadagnano: si pensi alla folla di studenti su cui campano più maturi commercianti e proprietari di case, e quindi famiglie, ma che hanno il diritto di esistere solo di giorno, poi, mi raccomando, che vadano a letto presto. Ora, queste due città hanno entrambe i loro bisogni e i loro diritti: ma la sensazione di qualunque studente fuori sede, come degli operatori culturali indigeni, per non parlare dei turisti di passaggio, e l’immagine di sé che la città rischia di dare, è quella di ascoltare, primariamente, una sola delle due. Qui basta la telefonata di uno, non sempre a ragione, per impedire la socialità di cento, e far intervenire vigili e polizia: che, se non è ancora mezzanotte, ascoltano, nemmeno misurano se c’è davvero uno sforamento di decibel perché non hanno le attrezzature adatte, e chiedono di abbassare il volume; e, a mezzanotte e un minuto, cominciano a comminare multe, senza deroghe.

Ora, chiariamoci: la vivibilità e il sonno dei cittadini devono essere tutelati. Ma non è ammissibile che una città chiuda sempre e comunque a mezzanotte, come se ci fosse il coprifuoco. Basta andare una volta sola in una qualunque città europea, ancor più se è città universitaria, ma anche in Italia, diciamo a sud del Po (e un po’ più a ovest), per vedere in piena notte, e almeno d’estate, una città viva, gente che si muove (e non solo giovani), e iniziative musicali e artistiche per strada. Qui no.

Ma stiamo attenti. La socialità produce vivibilità, ma pure sicurezza. Le zone più frequentate sono anche più frequentabili: sono i passi che rimbombano nel vuoto dietro di noi a mettere più paura. E soprattutto, l’alternativa è che i giovani (e meno giovani) se ne stiano ben sigillati nelle discoteche, nei pub, nei bowling e nei locali di slot machines, nell’interesse di chi li gestisce. E’ questo che vogliamo? Sicuri, e lo diciamo ai genitori, che questo produca una città e dei giovani migliori?

Allora forse, nell’interesse di tutti, è necessario aprire una franca discussione – magari una vera e propria convention, aperta a tutti – cercando di sentire il polso vero della città, non solo le lobbies che la rappresentano: residenti e commercianti, operatori culturali, associazionismo, studenti, istituzioni e università, parrocchie, organizzatori di sagre, musicisti e teatranti, ma anche giovani e famiglie, e magari qualche esperto che sappia cosa succede altrove, e come risolvono i problemi, che ci sono. E provare a immaginare una città diversa, ripensando i suoi luoghi di socialità e i suoi orari. Nell’interesse e a tutela di tutti: ma tutti davvero. Non è solo questa o quella iniziativa in gioco: c’è in ballo l’idea di città che abbiamo. Ne vogliamo parlare?

Stefano Allievi

Allievi S. (2011),Che cosa sognamo di fare di questa città? , in “Il Mattino”, 6 settembre 2011, p. 19

Immigration and Cultural Pluralism in Italy: Multiculturalism as a Missing Model

SCANNERIZZARE SOLO COPERTINA, INDICE E E-COMMERCE, NON TESTO

34 Allievi S. (2010), Se il vuoto va al potere. Italia senza una guida, in “Il Piccolo”, 2 ottobre 2010, pp. 1-2 (anche messaggero veneto la lenta fine dell’impero) A P

Con l’ultima richiesta di fiducia, si è chiusa di fatto l’era Berlusconi. La caduta dell’impero potrà durare fino alla fine della legislatura, o consumarsi già in marzo, ma la sostanza non cambia. La maggioranza più ampia della storia repubblicana recente, quella che avrebbe dovuto ridisegnare radicalmente il volto del paese, ha partorito il topolino di un lasciapassare per tirare a campare. Nulla di rilevante sarà più fatto, nessuno dei veri problemi dell’Italia verrà seriamente affrontato.

E’ finita, ma non è una buona notizia per nessuno. Perché questo paese rischia di annegare nell’anomalia di una maggioranza che non è più tale e di una opposizione che non è in grado di sostituirla.

Al di là del risultato apparentemente positivo, la maggioranza è definitivamente implosa. Dovrà navigare a vista, inseguendo i mal di pancia interni e accontentando le peggiori clientele dei nuovi supporter appena acquisiti (il peggior Sud, per esempio). E, sempre più autocentrata nella contemplazione del proprio ombelico, sarà costretta a spacciare per vittorie le garanzie della propria sopravvivenza: a cominciare dalle prossime leggi di tutela del premier.

Le opposizioni tuttavia non stanno meglio. Anche perché la concorrenza nel ruolo è smodata. Vi sono almeno due opposizioni interne alla maggioranza, e già questa è un’anomalia non da poco. Quella di Fini, che marcherà a uomo il premier, si è già visto in con quali possibilità, se non altro di veto. E quella della Lega, che continuerà nel giochino di stare al governo facendo finta di stare all’opposizione: meccanismo che finora ha funzionato benissimo, ma che non potrà durare all’infinito (ed è precisamente il motivo per cui Bossi vuole andare all’incasso subito, puntando ad elezioni che Berlusconi non vorrebbe).

Vi sono poi i vari centri, centri-destra o centri-sinistra: che procedano da soli o insieme, Udc, Api di Rutelli, lo stesso partito di Fini, e gli altri micro partiti in gestazione, hanno ottenuto il risultato di dimostrare che anche il bipolarismo all’italiana è finito, ma non quello di porsi come alternativa credibile. E non avendo per ora come bussola un vero progetto politico, ma misurando la propria azione nelle tattiche più che nelle strategie, rischiano di essere percepiti, da tutti, come interlocutori indispensabili ma inaffidabili.

E, infine, si arriva a quella che dovrebbe essere la guida naturale dell’opposizione: il Pd, il solo a poter oggi aspirare ad essere il perno della futura maggioranza. In preda a un’assurda sindrome autodistruttiva – fatta di rivalità politiche e di idiosincrasie personalistiche – che non risparmia nessuno dei suoi leader storici, in caduta di immagine tra i propri stessi sostenitori per mancanza di identità riconoscibile. E questo nonostante la domanda di un’opposizione credibile e forte, che si qualifichi come prossima maggioranza, che sale dalla società, ma stenta a trovare un’identificazione adeguata.

Oltre, c’è un’altra opposizione, ma non spendibile. Le briciole della sinistra estrema, un Di Pietro ormai ridotto a un’autocaricatura che ripete con toni sempre più tonitruanti uno sdegnato nulla, costretto ad alzare retoricamente la voce dall’incalzare di Grillo. E i grillini, appunto: fenomeno dello stesso tipo e concorrente, ma che sarà bene guardare con minore sufficienza perché, a differenza del primo, destinato a crescere.

In sintesi: la maggioranza attuale non c’è più. Ma la prossima non c’è ancora. In questo interregno può succedere di tutto. Perché in politica il vuoto di potere non esiste: ma esiste, inafferrabile e inesorabile, il potere del vuoto.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Immigration and Cultural Pluralism in Italy: Multiculturalism as a Missing Model, in “Italian Culture”, vol. XXVIII, n. 2, September 2010, pp. 85-103

Conflitto sociale tra generazioni

La politica contro i giovani

E’ significativo che sia proprio la Lega, il partito che passa per essere quello con il maggior sostegno giovanile, a farsi paladino della battaglia contro l’innalzamento dell’età pensionabile (accettando piuttosto un taglio ulteriore ai già stremati enti locali, in contraddizione lacerante con la sua stessa ragion d’essere, il federalismo). E se le modalità d’azione – tra parolacce, pernacchie e dita medie alzate – possono sembrare giovanilistiche, il contenuto è un furto con scasso ulteriore al futuro e alla speranza dei giovani di questo paese.

E’ la tragica conferma di come la classe politica, vecchia d’età e di metodi, sia anche la rappresentante ufficiale della parte più anziana della società e dei suoi interessi, e solo di essa. E’ evidente che, tra tante cose dolorose da fare in tempi di crisi, quella di innalzare l’età pensionabile (tranne che per i lavori usuranti) e di parificare quella tra uomo e donna, è una di quelle da mettere in cantiere. Per una semplice ragione demografica: in un secolo la speranza di vita si è alzata di quasi trent’anni (e di quasi due anni per gli uomini e 1,3 per le donne solo nell’ultimo decennio, con veloce tendenza all’aumento), e le donne vivono mediamente sei anni più degli uomini. E per un’ovvia ragione di equità: chi manterrà questo esercito di pensionati poveri ma longevi saranno le nuove generazioni più povere di loro, su cui già abbiamo rovesciato l’onere pesantissimo del debito pubblico, e che vivono in un mondo del lavoro molto più duro, precario e concorrenziale dei loro genitori.

Preferire addirittura di tagliare ulteriormente i trasferimenti agli enti locali, che già hanno tagliato tutte le politiche sociali e culturali, e ovviamente in primis quelle rivolte ai giovani, è semplicemente criminale, in un paese che spende (dati Censis) il 60% della sua spesa sociale in pensioni (contro il 45% della media europea, e di paesi con un livello di protezione sociale molto superiore al nostro, come la Francia e la Germania), e solo un’infima parte per iniziative in favore dell’infanzia, dell’adolescenza, dei giovani e delle famiglie.

Naturalmente la Lega non è sola in questa difesa a oltranza dell’età pensionabile. Ha in buona compagnia la Cgil e i sindacati in genere (che non a caso vedono nei pensionati, ormai, la maggioranza dei loro iscritti), ma anche un ampio fronte dell’opposizione di sinistra. Quella parte, almeno, che non ha il coraggio di dire al suo elettorato delle scomode verità.

Giusto non considerare l’età pensionabile un modo “per chiudere il buco del giorno”, come dice Bersani. Inevitabile tuttavia parlarne, in una logica non di semplice riduzione dei costi, come fa attualmente la manovra del governo, ma di sviluppo e di ripresa, che fin qui non si è vista. In questa logica sarebbe normale investire piuttosto in ricerca e sviluppo (una spesa nello stesso tempo a favore dei giovani, della conoscenza e dell’impresa) un 3-4% in più di Pil, come fanno da anni gli altri paesi europei, mentre noi siamo fermi a mezzo punto percentuale (e i privati investono altrettanto poco). Alla lunga ne beneficerebbero anche i futuri pensionati, potendo contare su qualche certezza in più e un paese in ripresa anziché in declino.

Non farlo è la dimostrazione di un durissimo, anche se taciuto, conflitto sociale in atto: non più tra classi, ma tra generazioni.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Conflitto sociale tra generazioni, in “Il Mattino”, 25 agosto 2011, pp. 1-7 (Anche “La Tribuna di Treviso”)

On the road again. Brevi cenni su un universo in rapida mutazione

«Oltre ogni crisi, per un nuovo patto generazionale»: quello proposto per il cinquantesimo Convegno di CEM è un tema difficile, tra l’inquietante e lo spavaldo, o il coraggioso al limite dell’inconsapevolezza. Perché proporre, nel buio della crisi, la luce della ri-costruzione, del nuovo patto, presuppone un ottimismo della volontà di cui è difficile discernere i segni e fondare la ragionevolezza. Nondimeno, questa ricerca è necessaria: esperienzialmente urgente, moralmente inaggirabile. La cifra interpretativa di questo periodo è la transizione: ma verso dove? Cercheremo di decifrarne alcuni segnali, e proporre qualche chiave interpretativa, ricorrendo ad alcune metafore.
La prima è quella delle isole nella corrente, che descrive la nostra condizione umana  globale oggi, come individui e come gruppi. Ne analizzeremo alcune declinazioni, in ambiti molto diversificati, dalla famiglia alle religioni.
La seconda è quella del rapporto tra immigrati digitali e nativi digitali. La applicheremo anche ad altri ambiti, per delineare la portata della rottura generazionale odierna.
La terza è quella delle «seconde generazioni»: che riguarda gli immigrati, ma da cui cercheremo di trarre qualche benefico insegnamento, estendendone il significato.
La quarta la lasciamo in bianco, per ora. È quella che ci porta a capire se siamo davvero «oltre», e in che misura siamo «per». Ma, come lascia capire il titolo, è La strada. Quella dello scrittore Cormac McCarthy. Ma più in generale le strade da percorrere.
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L’era digitale e il libro del mondo

Un Festival della Comunicazione è occasione per riflettere su molte cose. A cominciare dai mezzi attraverso cui ci rapportiamo con il mondo.

Per la mia generazione, quelli di mezzo secolo o più, la lettura è stata un dato di scoperta e di apertura al mondo indispensabile. Certo, siamo stati anche la generazione che ha scoperto o ritrovato la soggettività individuale e collettiva, il diritto ai diritti, l’importanza delle relazioni costruite nell’impegno politico e sociale. Ma poi, alla fine, era la lettura che sostanziava anche queste esperienze, e ne costituiva il tramite. Più o meno come chi, salito sul treno, fa l’esperienza del viaggio, e guarda dal finestrino; poi, apre un libro, si immerge nella sua lettura, aprendo una diversa finestra sul mondo, facendo un altro viaggio.

Per chi oggi ha meno di vent’anni, per i nativi digitali, la lettura è competenza accessoria, nella sua modalità tradizionale. La modalità standard per accedere ad altri mondi non è aprire un libro; è accendere il computer, navigare su google e collegarsi ai social network. Da qui si passa a leggere (i messaggi altrui, i link a cui ci rimandano), ma anche vedere e sentire (magari via you tube), attraverso un’esperienza sensorialmente più avvincente, coinvolgente e convincente. Talvolta il rinvio è a un libro, o a una sua citazione, incrociata tangenzialmente, attraverso i meccanismi dell’ipertesto e dei link. Detto questo, si leggono anche libri, anche se meno di noi che non avevamo questi altri media a disposizione.

Le forme digitali di accesso al mondo della conoscenza hanno tuttavia qualcosa in comune con la forma letteraria del romanzo: il recupero della dimensione narrativa della vita, la scoperta del bisogno di raccontare e raccontarsi. Nei media digitali e nei social networks ci si apre maggiormente all’esperienza e all’interazione. Che diventa, per l’appunto, un diverso modo di leggere il mondo.

Come noto, l’invenzione di ogni nuovo medium e di ogni nuova tecnica conoscitiva, che per gli apocalittici è sempre stato il preludio alla scomparsa delle precedenti, nella maggior parte dei casi ha portato alla loro somma e quindi a un pluralismo sempre maggiore dei media, non alla loro sostituzione. Il giornale non ha ucciso il libro, la radio non ha ucciso il giornale, la televisione non ha ucciso la radio, il computer non ha sostituito nessuno dei precedenti, cominciando semmai a incorporarli. Libro incluso. L’ultima invenzione è infatti quella che ci consente di leggere i libri in formato elettronico, ma in maniera portatile, proprio come un libro: stoccandone in tasca, con un ingombro minimo, quanti vogliamo, e a un costo ridotto. E oltre tutto ogni sottolineatura elettronica o commento a margine rimane in memoria per sempre. Questo non fa di noi dei sapienti, se questo sapere non è introiettato e ruminato a lungo, ma degli utilizzatori più leggeri e felici sì.

Non ha senso quindi piangere, peraltro prematuramente, la scomparsa del leggere come noi l’abbiamo conosciuto. Ci sono altri modi di leggere il libro del mondo. Che possono aiutarci, oltre tutto, a leggere meglio i libri sul mondo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), L’era digitale e il libro del mondo, in “Il Mattino”, 3 giugno 2011, pp. 1-21

Paesi Arabi, un processo di trasformazione che va assecondato

http://www.liberolibro.it/intervista-a-stefano-allievi/
A cura di Nuccio Franco
Paesi Arabi, “un processo di trasformazione che va assecondato”
“Il risveglio della dignità araba è un processo che va assecondato onde evitare di vanificare un’esperienza straordinaria che potrebbe rappresentare una pacificazione reale per almeno un ciclo storico”. E’ questo il giudizio del Prof. Stefano Allievi, sociologo delle religioni, docente presso l’Università di Padova e studioso di Islam che da oltre 25 anni si occupa delle Comunità musulmane in Occidente.Co-fondatore di Eurislam, presso l’Ateneo di Strasburgo, Allievi è autore di numerose pubblicazioni tra cui “I nuovi musulmani” , accurata analisi del ritorno all’Islam, “I musulmani e la società italiana” ed il recente “La guerra delle moschee” attraverso le quali ha fornito il proprio contributo alla comprensione ed al dialogo interconfessionale. “Lo scontro di civiltà è stata una metafora di successo che per molti anni è stata anche una profezia che si è auto realizzata” sostiene Allievi convinto si tratti di una “fase transitoria verso nuovi equilibri”.
Professore, la morte di Osama Bin Laden è certamente un duro colpo alla rete di Al Qaeda. Cambia qualcosa sullo scenario del fondamentalismo islamico internazionale o si corre il rischio di assistere a reazioni a catena come sostenuto dalla maggior parte degli analisti?
Non voglio fare la Cassandra di turno, ma è verosimile che potranno esserci colpi di coda, vendette ed altri attentati. Ciò che è certo è che la morte di Bin Laden è uno degli avvenimenti degli ultimi anni che danno un colpo di grazia al paradigma dello scontro di civiltà. Due sono gli eventi principali del nuovo corso: il discorso di Obama e l’uccisione del capo di Al Qaeda. Entrambi ribaltano e rendono meno vivo il paradigma. Sono venuti a mancare i contendenti ed i presupposti di una certa politica, ossia Bush da una parte ed Osama dall’altra che non si giustificano più vicendevolmente. Insieme alla Primavera araba sono tra le buone notizie degli ultimi mesi che ci consentono di voltare pagina a prescindere dal fatto che qualcuno l’avesse previsto o voluto. E’ accaduto e questo è straordinario.
Qual è il futuro dei rapporti tra Occidente ed Islam e quali le prospettive concrete del fronte islamico-liberale del quale le rivolte in atto rappresentano un’espressione?
Potrà esserci un nuovo terrorismo così come un nuovo imperialismo, questo non è dato saperlo, però sicuramente le inerzie interpretative utilizzate nell’ultimo decennio vedono in qualche modo caduti i loro alfieri. Questo cambia davvero lo scenario. Quanto alle prospettive future di questo movimento, credo che tutto dipenderà da quanto e come l’Occidente saprà e vorrà accompagnare questo cambiamento. Le democrazie arabe sono state capaci di chiudere un ciclo che è imploso grazie all’iniziativa ed alla saturazione di popolazioni vissute sotto dittature mascherate. Il popolo ha fatto la sua parte; l’Occidente, l’Europa e l’Italia in particolare sono stati gli ultimi ad accorgersi e ad accettare il cambiamento. Ora dovranno avere l’intelligenza di accompagnare la trasformazione di questi paesi fornendo un sostegno vero dal punto di vista politico, sociale ed economico. Se non si fa questo, il rischio è di buttare un patrimonio straordinario che potrebbe rappresentare una pacificazione reale per almeno un ciclo storico soprattutto nel Mediterraneo. Personalmente, questi segnali di intelligenza politica dell’Europa stento a vederli soprattutto con riferimento alle questioni sociali ed ai rapporti con le nuove elite. Se ci saranno cambierà tutto, altrimenti avremo una parte di responsabilità nel fallimento di questo processo.
L’ondata di protesta che ha sconvolto il Maghreb ed il Medio Oriente, non era ipotizzabile fino a qualche mese fa. Almeno non in questi termini. In che modo i movimenti estremisti potrebbero condizionarlo?
Innanzitutto bisogna chiarirsi su cosa intendiamo per estremisti. Certamente i gruppi radicali e filo-terroristi potranno infastidire il processo con qualche attentato, che sortirebbe l’effetto di spaventare l’Europa più di quanto non lo sia già, spingendola a ritirarsi dall’area anziché accompagnare il cambiamento. Detto questo, non vedo segnali in tal senso, perché se per estremisti si intendono i partiti religiosi, e i Fratelli Musulmani, credo che essi rappresentino un interlocutore imprescindibile, anzi decisivo ed utile per la trasformazione di questi paesi. Sono anche loro interessati al cambiamento. Certo, qualche attentato potrebbe essere realizzato e creare dei problemi, com’è ovvio che sia, ma la tendenza va in direzione opposta. La morte di Bin Laden ha sottratto linfa a quella frangia di consenso popolare che ha perso il suo eroe e non ha altre carte da giocare.
Professore, si fa un gran parlare dell’Islam moderato. Per molti si tratta di un ossimoro, di un’invenzione giornalistica. Qual è la sua opinione?
Per la maggioranza dei media italiani, l’Islam moderato è rappresentato dal non musulmano, dalla donna che non si vela, dall’uomo che non va in moschea, che non ha la barba e indossa la cravatta. Ciò rappresenta un paradigma interpretativo che certamente non aiuta la comprensione. A mio avviso, si tratta di sciocchezze a volte anche volute, in quanto c’è chi ha fatto di tutto per propagandare la visione che l’Islam moderato è quello non praticante. Se invece per moderato si intende chi ha determinate opinioni politiche, credo che l’Islam turco, governativo, e molti altri, siano assolutamente moderati. In questo senso anche la maggior parte dei Fratelli Musulmani possono essere definiti moderati. E così altri movimenti spesso interpretati dai media (italiani, molto meno statunitensi ad esempio) come radicali. In questo caso, moderato sta a significare moderatamente progressista o conservatore. In questo senso è legittimo utilizzare tale categoria.
Lo scontro di civiltà è davvero inevitabile o si tratta di un grande equivoco alimentato da un difetto di comunicazione?
Lo scontro di civiltà è stata una metafora di successo che per molti anni è stata anche una profezia che si auto realizza. Se questo si crede, questo si persegue; se questo risulta da una certa analisi, è questo ciò che viene perseguito da alcune amministrazioni capaci di modificare i destini del mondo. E’stata la chiave interpretativa della politica di Bush e del radicalismo islamico estremizzato dal qaedismo. Tuttavia oggi da molte parti, non ci si crede più. Del resto, una profezia che si auto realizza non è il risultato di un’analisi. I conflitti ci sono non perché ci sono dei confini che bruciano tra occidente ed Islam, i “conflitti di faglia” di cui parlava Huntington, ma al contrario perché ci sono sempre più interrelazioni, che possono portare tanto pacificazione e creazione di nuovi legami quanto conflitti, talvolta come semplice fase transitoria verso un nuovo equilibrio.
Nuccio Franco

Quando il pesce sa di immigrato

Nei giorni scorsi, alla notizia dell’ennesimo barcone di disperati affondato nel Mediterraneo, mi è purtroppo capitato di sentire, anche da parte di quindicenni all’uscita dalla scuola (ma sicuramente è comune sentire assai più diffuso), cori di giubilo che inneggiavano alla tragedia. Come fosse una vittoria. Come fosse umano… Ormai è uno stile culturale, o sottoculturale, diffuso. Ho pensato che fosse necessario provare a dire qualcosa, senza toni scandalizzati o di denuncia, che non servirebbero a nulla. Ma prendendone atto e cercando di rispondere, di far capire qualcosa, con attitudine didattica, e ricominciando dall’abc. Ci ho provato con l’editoriale che segue, che ho mandato ai quotidiani del Nordest con cui abitualmente collaboro. Ma – che strano… – non me l’ha pubblicato nessuno.

Mettiamola in maniera sgradevole ma chiara. Quest’estate rischiamo di mangiare dell’ottimo pesce del Mediterraneo che potrebbe essersi nutrito di carne umana: quella di qualche disperato alla ricerca di un destino migliore. Vogliamo arrivare a questo? Se la risposta è no, dobbiamo ricominciare a farci qualche elementare domanda.

Non ci sono risposte semplici a problemi complessi, e le migrazioni sono uno di questi. Né il foera di ball e la caccia armata al clandestino né le braccia indiscriminatamente aperte sono soluzioni praticabili. Anche se è necessario ricordare che ormai, nel nostro paese, la prima opinione sta prendendo sempre più corpo, e in questi giorni ci è toccato ascoltare inquietanti battute da stadio alla notizia dell’affondamento dell’ennesimo barcone. Come se, davvero, per noi fossero diventati mera carne – o men che quello: cibo per i pesci – e non fossero più uomini, donne, bambini, destini spezzati. Vent’anni di propaganda rozza e di lepidezze volgari sparate da troppi opinion makers hanno prodotto anche questo: una insensibilizzazione progressiva al dolore altrui che ha invelenito il clima e imbarbarito nell’animo i civilizzati di una volta.

Ma allora, che fare? Lasciamo da parte, per ora, le politiche di integrazione all’interno del nostro paese. Limitiamoci all’altra faccia della medaglia: quella delle politiche transnazionali. L’analisi è assai semplice: o facciamo qualcosa, o gruppi sempre più ampi di persone cercheranno un destino migliore in Europa, anche a costo del naufragio. Possiamo fermarli? In parte. E in parte continueremo ad accoglierli, non per amore ma per rispondere ai bisogni reali del nostro mercato del lavoro e ai nostri desideri di consumo senza lavoro, o di maggiore benessere al minor prezzo possibile (questo – se vogliamo chiamare le cose con il loro nome – è il pretendere manodopera a basso costo, in agricoltura, in edilizia, nell’industria, nei servizi alla persona o in casa nostra, come colf e badanti). Si può discutere sulla sostenibilità nel lungo periodo, oltre che sulla saggezza e sulla giustizia di un modello come questo, che in effetti va messo in discussione. Ma prima ancora, una semplice domanda.

Come si può evitare che partano? Evitarlo del tutto non si potrà. Ma diminuire i flussi sì. Come? Con opportunità di sviluppo e maggiore giustizia sociale e civile nei paesi d’origine. Si può fare? Si potrebbe: con maggiore cooperazione allo sviluppo (e a uno sviluppo sostenibile), e sostegno alle democrazie invece che alle dittature. Lo facciamo? Sempre meno. La conseguenza è d’obbligo: meno faremo in questo senso, più migrazioni avremo.

Ecco, se c’è qualcosa che ci insegna l’ennesima tragedia nel Mediterraneo, è che i problemi non si possono continuare a nascondere sotto il tappeto. Prima o poi esplodono. Bisogna quindi fare qualcosa. E prima ancora bisogna pensare a cosa si fa. Saperlo progettare. E pagarne i costi, perché nessuna politica è gratis. Persino la Lega, per contrastare l’immigrazione, ha sempre detto “aiutiamoli a casa loro”. Peccato che in vent’anni non abbia prodotto una sola proposta di legge in questa direzione, o stanziato un solo euro, o fatto un minimo sforzo di riflessione in materia: troppo ossessionata dal locale, non ha tempo di pensare al globale, da cui il locale tuttavia dipende. Fare qualcosa vuol dire destinare, poniamo, il 3% o più delle nostre risorse ad aiutare altri a casa loro. Non ne moriremmo: vorrebbe dire il 3% in meno di pane, di carne, di vestiti, di aggeggi elettronici. Ma ne vivrebbero altri invece di rischiare di morire per venire da noi. E’ il caso di cominciare a rifletterci. O di cominciare a guardare con occhio diverso la frittura mista che ci serviranno al ristorante, quest’estate.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Quando il pesce sa di immigrato, in “Confronti”, n. 11, maggio 2011, p. 5

The War over Mosques

seminar

MANCA INDICE

Introduction

The method of comparison is among the most fruitful when we want to analyze the evolutions of a society, trying to understand which are the more important and really significant variables to take into account.

Nevertheless, when we compare the presence of Muslim minorities in Europe, and the different models of multiculturalism, all considered to be part of a common frame of liberal states, we face serious problems of interpretation.

First of all, because Europe is undoubtedly composed of liberal states: but this common frame of founding principles and references is interpreted very differently in each country (from the constitutional foundations to the politics and policies on immigration and religious pluralism), producing many multiculturalist models, and specific ways of treating, in particular, Muslim communities, also because Muslim minorities are very different in each country (ethnically, socially, culturally, etc.) and between countries.

We will not focus here specifically on the different models of multiculturalism, but it is very clear and evident, when doing empirical research, that there are not only differences depending from one country to another; to complicate further the analysis, differences are also internal to countries, following regional specificities, and also city by city. And, on the contrary, there are often many similarities in the policies of different cities, despite the fact that they belong to different countries, and consequently to different frames of interpretation, to different legislative systems (included different ideas and practices of citizenship), to different traditions of dealing with migrations, with religious minorities, etc.

To quote but an example, it is no more true what is still often repeated: that there is a French republican assimilationist model based on individual integration, a British multiculturalist model based on collective and communitarian recognition, a German model based on refusal of citizenship and the logic of ‘gastarbeiter’, etc. Most models have changed enormously, in some cases accentuating differences, in others commonalities. The laws on citizenship has changed several times in different countries, going towards a more common direction, the influence of European normative frames particularly on rights shows its strength in the same way; on the other hand the politics of several countries has changed dramatically their direction (it is enough to think to the spectacular change in Dutch politics towards migrations and Islam specifically). All these changes show that, given the specific problems in each countries, all of them facing peculiar difficulties and failures, there is an attempt to find new solutions and new directions, mostly searching an answer day by day, without a clear path or model to follow, also due to the rapid changes in the political landscape.

Muslim minorities themselves need to be understood in the plural. There are significant differences in terms of country of origin, in terms of level of integration, in terms of level of institutionalisation, in terms of gender ratio, in terms of previous knowledge of the country (former colonies, common language, knowledge of history and cultural symbols), in terms of passage of generations (most countries are not facing anymore the first generation of migrants, and are already witnessing the second, the third, the fourth…). They represent in any case a new significant presence, also in statistical terms: close to 15 millions Muslims in Western Europe, more than 8 million Muslims in the Balkans and Eastern Europe, for a total of more than 23 millions Muslims who we could call Europeans. To these, to have a really complete picture, we might add the 76.000.000 of Turkey, a country that has applied to join the EU (or at least the over 6.000,000 of its European part) and the 20-25.000.000 of Russia. Clearly a serious change in the European religious landscape.

Liberalism in question. Exceptionalism and the case of mosques in Europe

The liberal thought and practices of Europe are questioned from many points of view, through the Muslims’ presence in Europe. Sometimes, as a consequences of problematic issues posed by Muslims themselves; more often because of affirmations of principles and practices towards Muslims decided by institutions, or debated in the public space by part of the European public opinion. In many countries of Europe the emerging presence of Islam as an internal actor (in religious, social, cultural and political terms), and its entrance and increasing visibility in the public sphere (through collective activism and politics of recognition, but also through mediatization, institutionalization and incorporation), is raising new problems concerning the presence of religion in the public space. To these problems, in many cases, political parties, media, public institutions, governments – at the local, regional and national level – and parliaments tend to give specific and contextual answers, finding specific solutions, even when the issues raised, if correctly interpreted, could be compared and comparable to the issues raised by other religious (and even non religious) groups. We might define this tendency as exceptionalism, that is to say a tendency to see Islam and Muslims as an exceptional rather than standard case, one that does not fall within the cases relating to religious pluralism, and therefore requiring specific bodies, actions and specific targeted reactions, unlike those used for other groups and other religious minorities. Examples of exceptionalism include the forms of representation of Islam in various European countries, which vary from case to case but also differ with respect to the recognized practices of relations between States and religious denominations in general. Other cases concern the approval of laws banning specific dresses (such as various forms of hijab, niqab and burqa: even if often such laws are masked in a way that they do not seem specifically related only to Muslims, even when they are applied only or mainly to them) or buildings (minarets in some regions of Austria – Carinthia and Vorarlberg – and Switzerland), or the introduction of specific questions or conditions when applying for citizenship or other kind of permits.

Forms of exceptionalism from a legal, political and social perspective, are, however, present in many other fields, following a pervasive trend, affecting countries with the widest range of State structures, and that appears to be in a phase of further growth: they even include, in some countries, the language used about Islam and Muslims (and the existence and success of a specific literature), and the creation and increasing impact of political parties for which the presence of Islam and Muslims in Europe is becoming a central point of their agenda.

Sometimes exceptionalism has a ‘positive’ and inclusive instead than a negative and exclusive form (even though theoretically it is equally problematic): allowing specific dress codes or behaviors (for example, in swimming pools for Muslim women), or other similar cases, particularly in the judicial field, concerning family laws.

These politics and policies concerning Islam and Muslims often contradict the principles of non-interference in the internal affairs of religious communities proclaimed and enshrined for other denominations and religious minorities. And their base and conceptual foundation is not equality of treatment or freedom, included religious freedom: exceptionalism seems to be constructed in these cases as a (problematic) third way between a universalistic application of principles and norms and the cultural rejection of a specific actor.

The example of mosques and mosque related conflicts is very clear from this point of view.

Symbolism and territory: mosques as a visible dimension

Mosques represent a way for Islam to leave the private sphere and to officially enter the public sphere. Conflicts about them can rely on ‘real’ or supposedly real reasons, such as a fall in the value of property, fear of increased traffic, parking problems, fear of invasion of public spaces (courtyards, parks, playgrounds), or supposed other social priorities in the area; but more often they are connected to ‘cultural’ reasons such as foreignness of Islam to ‘our’ culture, defence of women’s rights, reciprocity, ‘non-integrability’ and/or incompatibility of Islam with Western/ European/Christian values, etc. While reasons of the first kind may be (but often are not) empirically based, and as such may be constructed discursively, those of the second kind serve to justify a Kulturkampf whose objective is no longer the mosque as such – which becomes a symbol to be targeted – but Islam itself, as a different and foreign religion, ‘alien’ and incompatible with democracy, the West, Liberalism, Christianity or ‘our traditions’, according to the context. Of course, the two sets of reasons often overlap and reinforce each other. Some forms of conflict could actually be interpreted using the tools of ethology and sociobiology, rather than those of anthropology and sociology, still less those of urban planning. Examples include forms of imprinting on an area, such as the spreading of pig urine, or the placing of pigs’ heads or spilling of blood, using primitive proprietary dynamics of privatization, passing through the logics of sacralization and desacralization of space.

As a more general question of mosques, one should also note the spread of a vocabulary that refers to contamination, pollution and precautionary measures (used explicitly, with reference to mosques, by various anti-Islamic groups), as well as the return of the categories of purity and contagion in the cultural and political debate. Further reflection is needed here, recalling the historical precedents of the use of this kind of language and interpretation, and the risk that tragic ghosts of the past may re-appear.

Most conflicts over mosques in Europe include, either primarily or marginally, the question of the minaret, its height, or its very existence. The minaret appears to have become a symbol par excellence of the conflict surrounding Islam, or rather of its visibility in the public space. The case of the Swiss referendum against minarets (November 2009) has been a sensational demonstration of this. This issue was not however only an internal Swiss question, as most observers have preferred to imagine. It is in fact probable that in other areas of Europe, similar referendum would have produced similar results, as many polls have showed.

Having said this, the Swiss referendum made a significant and paradoxical element emerge, which merits further reflection. Few people have noticed the fact, only apparently contradictory, that in three of the four cities where minarets, and their corresponding mosques, really exist, and have existed for a long time, and where the Islamic presence is greatest, the referendum was unsuccessful. While the highest percentage of votes favourable to the referendum was obtained in internal Appenzell, were the Muslim presence is insignificant if not inexistent. Translating into minimal terms and deliberately stating this double tendency in extreme terms, we can synthesize as follows: where there are no minarets, and possibly not even Muslims, fear forces people to banish the first and fear the others; where they exist and are even visible, there is much less fear. This does not mean obviously that the more you know Muslims the more you must like them, or at least not fear them; but it does mean that in these same places where there are natural dynamics of encounter and confrontation, long-term trends of integration are activated, as well as concrete intercultural policies, which have their effects. A fact that is a good indicator of the dynamics of the presence (which is less of a problem) and the processes of visibilization (which are the real problem) of Islam in the European public space.

Rejection of Islam and Islamophobia

The conflicts over mosques and minarets are obviously the result of the more general climate around Islam and attitudes towards Muslims in Europe. They immediately reveal if we are in a situation of normality and so inside a relatively linear process of integration, or on the contrary if there are important signs at least of suspicion and distrust, if not of real Islamophobia. If Islamophobia is the fever, the conflicts over mosques become an excellent thermometer to measure its level.

Now, the fever is not the illness, but a symptom of it, which leads us to inquire into its origins. Explanations can be found at various levels of complexity. A first level is the simple application to mosques of the classic ‘Nimby’ (Not in my back yard) syndrome, which we can summarise as a theoretical acceptance of the principle but not of the place. This level explains a part, but only one part, of the conflicts over mosques: and pertains more to the reasons declared than to the real motivations. More subtle, more problematic to reflect over a more complex mechanism of ‘reactive identities’: identities that are created in reaction and in opposition to another identity – whether this other identity is real or, more often, only an imaginary, culturally constructed one. Characteristic of such identities – which involve both autochthonous populations and immigrant communities – are, among others, the over-determination or over-semanticization of cultural elements.

Minarets, mosques, but also veils and burqas, all begin to seem when we analyse them more in depth, false problems. The real problem is the relationship of Europe with Islam, on one hand; and the relationship that the Muslims have with Europe and the West, on the other (that which they have, and that which we imagine they have).

Mosques and minarets end up by looking more like a discoursive substitute: a transitional object, to say it in psychoanalytic terms. Mosques are the symptom: the illness is Islam, or rather the West’s imaginary of Islam: which, like the Islamic imaginary of the West, appears more and more conflictual. But the phenomenon is more complicate, and does not follow a single direction.

On one side we can observe long-term trends that go in the direction of integration and inclusion: constitutions, the system of jurisdictional safeguards, but also consolidated institutions like schools have a stability and a strength greater than the changing trends of politics. If policies and politics change rapidly, institutions are a guarantee of coherence and duration, or at least slower and more meditated change than the one pushed by public opinions. And despite everything, they work in the direction of integration, the extension of rights, and their consolidation, not in the direction of cultural opposition and social conflict. This process is also taking place on the religious plane. There are strong oppositions between religious communities (even though we have the sensation that those inside the various religions are even stronger, in respect to the way of approaching religious alterity and practising inter-religious relations). But there is also a common religious grammar that ends up by comprehending and recognizing the religious needs of others and their meaning: praying, also in the community, fasting, having clothing codes, an idea of modesty, roles also sexual and gender of reference, the sense of pure and impure…). In this there is the possibility of obtaining recognition and building alliances, and constructing relations of trust and confidence.

On the other hand there is the cultural conflict about Islam, and the debates in the public sphere, and their political instrumentalisation, that often goes in the direction of exclusion, separation, differentiation, selective application of law, targeting Islam in policies but also – what is more problematic – in normative terms. An example that is particularly problematic in terms of principle is the request, often advanced in the case of conflicts about mosques, to involve the local population in a referendum. Like the Swiss national referendum we already mentioned, these requests raise important and problematic issues.

There are two ways of thinking about democracy: one that emphasizes the role of the popular will (traditionally was more the left, but today it is more the right wing that sustain this vision), the other that while recognizing the role of the popular will (as if it could be ignored) remembers that it has to express itself within limits and guarantees that are precise and insuperable.

Any referendum is democratic precisely if and only if it is founded on, and does not place itself against, the democratic principles guaranteed by constitutions. Otherwise it becomes the most illiberal and anti-democratic weapon that exists. Not by chance in many countries there exists a control of constitutional legitimacy before considering if a referendum issue is admissible. On the basis of those principles, referendums to ask citizens if they agree to the building of a mosque are unconstitutional. And to let citizens believe that they have the right to decide on the fundamental rights of other citizens means instilling a very dangerous poison into society as a whole. It is not possible in democracies for the majority to decide on the rights of the minority, because it is precisely on the protection of these rights that democracies are founded. In this sense the agitation of the political entrepreneurs of Islamophobia is purely instrumental; but the problem is that this instrumentalization works.

Conclusions

We described previously mosques and minarets as transitional objects, symbolical of a principal object, which is Islam. This is only the first half of the argument, the most immediate. The second is that Islam is in its turn a transitional object: which represents and signifies the pluralisation of society, and in particular, religious pluralism. Islam has become the discoursive substitute for important changes in society, which are not tied generically to religious pluralism as such: in concrete terms they are called gender roles, clothing codes, family models, parental authority, ideas of modesty, purity, sacredness, as far as the relationship between religion and politics, religion and democracy, religion and state. Subjects that in secularised societies it has become more difficult to discuss (also) in religious terms: and that cultural and religious pluralism are bringing into the limelight.

Islam – rightly or wrongly (other diversities are often much more ‘other’) – has thus become the most extreme example of alterity and the changes that alterity brings to our societies. Islam, because of its symbolic overload and the problematic history that joins it to Europe, because of the striking and formidable aspect of some of its contemporary manifestations (among which obviously the emergence of transnational Islamic fundamentalism and terrorism), but also because of the significant statistical dimension of its presence, is inevitably at the centre of the political and social debate in Europe. And it will be there for a long time.

Some reflections on the Islamic presence in Europe, multiculturalism and cultural conflict, that constitute the starting point of the reflections presented in this article, has been proposed in some of my previous essays, among which Conflicts, Cultures and Religions: Islam in Europe as a Sign and Symbol of Change in European Societies, in “Yearbook on Sociology of Islam”, n.3, pp.18-27, 2006 and Multiculturalism in Italy: The missing model, in A. Silj (ed.), “European Multiculturalism Revisited”, London, Zed Books, 2009, pp. 147-180. On Islam in Europe see Maréchal B., Allievi S., Dassetto F. and Nielsen J.S. (eds.), Muslims in the Enlarged Europe. Religion and Society, Leiden, Brill, 2003; Allievi S. and Nielsen J.S. (eds.), Muslim Networks and Transnational Communities in and across Europe, Leiden, Brill; and more recently Van Bruinessen M. and Allievi S. (eds.), Producing Islamic Knowledge. Transmission and dissemination in Western Europe, London, Routledge, 2010. Specifically on mosques and mosque related issues see Conflicts over Mosques in Europe. Policy issues and trends, 2009, and Allievi S. (ed.), Mosques of Europe. Why a solution has become a problem, 2010, both London, Alliance Publishing Trust / Network of European Foundations.

Allievi S. (2011), The War over Mosques, in “Seminar”, n. 621, maggio 2011, pp. 23-27 www.india-seminar.com