Wojtyla-Ratzinger, icone opposte

A una settimana dalla beatificazione romana di Giovanni Paolo II, il suo successore, Benedetto XVI, viene in visita pastorale nel Nordest. La distanza apparente tra i due eventi non potrebbe essere maggiore, perché diversi, a dispetto della dichiarata continuità e dell’amicizia personale, sono i personaggi che ne sono al centro. Wojtyla era l’icona dell’apertura, dell’impronta ottimista e carica di entusiasmo giovanile: “Non abbiate paura: aprite le porte a Cristo” è stato il messaggio di apertura del suo pontificato. Quello di Ratzinger, se facciamo riferimento agli aspetti più appariscenti e mediatizzati della polemica nei confronti della scienza, del pluralismo culturale, spesso derubricato a mero relativismo etico, delle altre religioni, potrebbe essere sintetizzato con un: “Abbiate paura: chiudete le porte al mondo”, state tra di voi, contemplate le vostre virtù. Ma le cose sono più complesse di quello che sembrano.

Se i due pontefici sono diversi, è perché diversissima è l’epoca che li esprime e che riflettono. Agli albori del pontificato wojtyliano non solo la Chiesa, ma il mondo, e certamente l’Europa, erano in una fase di slancio, di apertura, che avrebbe portato di lì a poco alla caduta del blocco sovietico e a una nuova fase della storia mondiale. Agli albori dell’attuale pontificato tanto l’Europa quanto la Chiesa cattolica vivono una stagione ben diversa.

In questo, forse, l’immagine di papa Ratzinger è più rispondente al Nordest che oggi lo accoglie: assai diverso da quello che nel 1985 accolse papa Wojtyla. Attraversato da una mentalità da fortino assediato più che da armata conquistatrice. Più chiuso su se stesso e impaurito, lontano dall’entusiasmo innovatore e conquistatore di mercati, demograficamente invecchiato, culturalmente spento e nostalgicamente ripiegato sul proprio passato. Incattivito da un benessere appena conquistato e di cui ha già perso la certezza. Familista a parole, ma passato in una generazione dalla famiglia allargata al figlio unico, segno di una diminuita fiducia e speranza nel futuro. Avvilito da istituzioni incapaci, una politica senza slancio, e un degrado morale palpabile e diffuso. Infelice senza ribellione. E dove si è cattolici per forma e tradizione, un po’ meno per sostanza e convinzione. Come accade per il cattolicesimo più visibile e ostentato – a cominciare da quello politico, ma ben presente anche in altri ambiti – di chi fa a gara per dichiararsi paladino della chiesa, con grandi attestazioni pubbliche di cattolicità, spesso inversamente proporzionali alla fede, e senza alcun rapporto con la pratica religiosa, per non parlare dell’etica quotidiana e della deontologia professionale. Un cattolicesimo di pura etichetta, poco esigente sul piano morale e religioso, riducibile a pochi elementi identitari, familiari ma non invasivi, nostalgici ma innocui. Che, va detto, non rende giustizia alla fede di tanta gente del Nordest, di tanti suoi preti, di tanti suoi missionari, di tanti suoi volontari e volontarie, che crede e pratica in silenzio, senza ostentazioni, radicata in una tradizione vissuta e autenticamente popolare, la cui manifestazione è opera e offerta quotidiana.

Quest’ultimo cattolicesimo, silenzioso ma reale, vorrebbe oggi ascoltare da papa Ratzinger parole capaci di ridargli slancio e consapevolezza. E forse proprio questo papa – che all’attenzione ai problemi del mondo sembra privilegiare il ritorno all’essenzialità delle origini, di cui anche i suoi libri su Gesù sono una testimonianza – potrebbe dargli un po’ di nerbo e di fervore evangelico, aiutando il Nordest a ritrovare una spinta e un ruolo che non gli sono affatto estranei, che hanno caratterizzato altre stagioni della sua storia, ma che paiono lontani dal suo orizzonte presente. Se già solo si mostrasse in preghiera, e dicesse parole pesanti, frutto di meditazione e di studio – la cifra stilistica che del resto maggiormente gli appartiene – sarebbe un buon modo di ricordare che preghiera, meditazione e studio sono precondizioni di ogni opera che dia buoni frutti: e che dai frutti concreti di pace, di solidarietà e di giustizia, non dal richiamo verbale alle radici, si riconosce la vitalità dell’albero evangelico.

Stefano Allievi

20 Allievi S. (2011), Wojtyla-Ratzinger, icone opposte, in “Il Mattino”, 6 maggio 2011, p. XV (supplemento speciale “Benvenuto Benedetto”, anche su Nuova e Tribuna)

ANCHE in “Il Piccolo”, 7 maggio 2011, pp. 1-3

Le voci, i volti e le maschere. Travestimenti e autenticità

Comunicazione è parola abusata. Ma proviamo a scriverla in maniera diversa: com-unicazione. Ecco che com-unicare potrebbe significare qualcosa come rendere unico, rendere uno, o essere uno insieme. Naturalmente non è questa l’etimologia della parola, che deriva da cum e munus, svolgere il proprio incarico, il proprio compito, con, insieme ad altri; significato questo, peraltro, ugualmente indicativo, proprio anche di altre derivate dalla parola ‘comune’: comunismo, comunione, comunitario. Ma entrambe costituiscono una interessante approssimazione al tema di questo festival della comunicazione.

La comunicazione di cui si parla è quella dell’era digitale: un’era caratterizzata non solo dall’interconnesione globale e permanente, ma anche da mezzi di comunicazione molto più interattivi di quelli che hanno caratterizzato l’era delle comunicazioni di massa. Più adatti quindi a risuonare nel villaggio globale preconizzato da McLuhan. Oggi, grazie a internet, il mondo lo è davvero un villaggio. E semmai il problema – un altro tragico problema di uguaglianza su scala globale – è che non a tutti l’accesso al villaggio è consentito, come ci testimonia il tema sottovalutato del digital divide.

Come ogni villaggio, anche quello globale è abitato da voci, volti e anche maschere.

Le voci narranti che riempiono i blog e i social network, con un ritorno e un rilievo dell’individuo che non conoscevamo in un passato dominato, per l’appunto, da mezzi di comunicazione ‘di massa’, passivi: un suk virtuale e talvolta cacofonico di incroci, snodi, link, tweet, sms, parole che si muovono veloci anche se talvolta parlano ma non dicono, e soprattutto non si ascoltano.

I volti, che grazie ai nuovi media ritornano in primo piano, visibili e non solo letti o immaginati, parlanti, capaci di dare quel di più che è proprio della comunicazione non verbale, protagonisti di narrazioni individuali e collettive, di grandi epopee e di piccole storie formato you tube, skype, tablet o videofonino.

E le maschere: i nascondimenti, i travestimenti, le menzogne sull’identità consentite dall’uso dei nickname, dall’anonimato di internet, della molteplicità degli indirizzi e-mail, dal gioco degli avatar. Ma anche l’infinita libertà che questo consente di essere fino in fondo se stessi, fino a far vedere, celandone l’identità reale, il sé che si vorrebbe essere e cui si rinuncia ad essere, nel meglio e nel peggio.

Insieme costituiscono alcuni degli elementi di quel ritorno della narrazione che è parte importante del paesaggio delineato dalla rivoluzione digitale. In cui diventa ancora più vero che sumus, ego sum: che siamo innanzitutto e soprattutto perché siamo il prodotto di relazioni che si narrano, e narrandosi si lasciano incontrare. La sconfitta finale di quel cogito, ergo sum che per troppo tempo abbiamo creduto essere la forma per eccellenza dell’innaturale e inumano primato del pensare sull’essere.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Le voci, i volti e le maschere. Travestimenti e autenticità, in “Pagine Aperte. Speciale Settimana della Comunicazione”, n.4, maggio 2011, pp. 10-11

L’idiozia della violenza da hooligans: il caso Aliprandi

L’aggressione nei confronti di Vittorio Aliprandi è un atto violento, stupido, volgare. Niente che possa richiamare alla battaglia, al duello, alla nobiltà della lotta del bene contro il male, ammesso e non concesso che stia da una parte sola: solo un branco di prepotenti contro una vittima inerme, tanti contro uno – vigliacchi, insomma. E meno male che in questo caso la polizia è intervenuta tempestivamente, ha già arrestato alcuni degli aggressori, ed è probabile che prenderà i rimanenti, e i complici, magari. Ne siamo lieti, come quando all’ultimo arrivano i nostri. E li ringraziamo, come ringraziamo i cittadini che sono intervenuti per difendere la vittima e fermare gli aggressori. Ma non basta ancora.

Questi giovani luminari dell’antiglobalizzazione, che si credono più intelligenti e dotati di maggior senso critico e di più alta penetrazione ideologica degli altri perché parlano di politica al centro sociale invece che di calcio al bar, si comportano poi come i peggiori degli ultras: che menano purchessia, come ragione di vita e sola capacità di azione collettiva. Anche questa una forma di tifo: che, come quello calcistico, è una malattia. Da typhos: febbre, offuscamento. E’ questo che sconcerta di più. Che non si sia imparato ancora a fare altro. Che il massimo di coscienza politica che si è in grado di sviluppare sia allo stesso livello di quella del bambino arrabbiato, del fidanzato accecato dalla gelosia o dell’avventore di bar dal coltello facile: ce l’ho con lui, e allora lo picchio. Siamo ancora lì: all’infantilismo più puro, alla filosofia da film di kung fu, al cartone animato giapponese. Con la differenza che almeno, in questi, al pugno rispondo con un pugno perché non ho la fantasia e l’intelligenza di fare altro, ma un pugno almeno l’ho preso, prima di rispondere allo stesso modo. Questi autonominati difensori civici dell’ingiustizia globale, questi hooligan con pretesa di coscienza politica, il pugno non l’hanno nemmeno preso: si arrogano il diritto di darlo, in nome della loro verità.

Certo c’è un clima, in questa Italia, che sconcerta. In cui i rappresentanti delle istituzioni per primi, dal più alto al più infimo, e Aliprandi ne è un esempio, si arrogano essi stessi il diritto di un linguaggio violento, di affermazioni grossolane, di analisi senza fondamento, tanto per dire o per fare, che inveleniscono l’aria politica che respiriamo. Non a caso era appena stato condannato per questo: una buona notizia, che mostra come il male si possa fermare con la legge anziché con la violenza. Ma è un clima più diffuso: che demonizza intere categorie di cittadini, meglio se con pochi diritti, come gli immigrati; o dalla maggioranza dà del brigatista ai giudici, e dall’opposizione dell’assassino a un ministro. Così, tanto per dichiarare. Siamo passati dalla pretesa di incivilire i barbari all’imbarbarimento progressivo dei civili, e non è un progresso. Ma quest’aria che tira – questa sì, un nemico da combattere – non giustifica nulla. Men che meno un atto ulteriore e più grave di inciviltà.

C’è una violenza del sistema, è vero. Che non ha mai giustificato la violenza del singolo o del gruppo, tuttavia. Anche perché non porta a nulla. C’è un legame, tra mezzi e fini. E forse è il caso di cominciare a ricordarcelo. Come diceva il vecchio Gandhi, “il fine sta nei mezzi come l’albero nel seme”. Da mezzi violenti, e da chi semina violenza, cosa ci si aspetta che fiorisca?

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), L’idiozia della violenza da hooligans, in “Il Mattino”, 22 aprile 2011, pp. 1-17

Padova-Formia 10 ore nel caos

L’alta velocità è stata inventata per rendere possibili cose prima impossibili. Come andare e tornare in giornata da Padova a Formia per partecipare a un convegno. Una mazzata: 10 ore di treno. Ma fattibile, specie se ti paghi un bel biglietto in prima classe per stare più comodo e lavorare. Ecco come è finita.

Viaggio di andata. Prima classe in coda: era in testa. Nessun problema: una corsettina alle 6 del mattino fa bene alla salute. Nelle toilette (di prima!) né acqua né carta: giusto, abbasso i privilegi. Le prese per il computer non funzionano in tutto il vagone: ma perché ossessionarsi col lavoro? Mi dedico a un libro. E si arriva a Roma con soli 10 minuti di ritardo: la coincidenza è salva.

Ritorno: biglietteria chiusa a Formia tutto il giorno. Chissà perché visto che lo sciopero inizia alle 21. Ma per noi ticketless non c’è problema. Ritardo 25 minuti dell’Intercity. Il problema c’è: è giusto il tempo per la coincidenza. Ma, con un’altra corsettina, che fa bene anche alla sera, ce la facciamo al pelo. Peccato che il treno delle 18.48 sia soppresso: non si sa perché, visto che lo sciopero inizia alle 21, e altri treni successivi sono regolari. Dopo coda adeguata, veniamo dirottati su un treno notturno per Vienna. Altra corsettina, e via. Naturalmente solo seconda classe, niente prese e addio lavoro. Neanche un carrellino per comprare dell’acqua: meno male che intenerisco un’addetta ai wagon-lits delle ferrovie austriache. E riesco pure a sedermi. Altri sono meno fortunati. Ma alla stazione successiva salgono quattro cinesi regolarmente prenotati: come giusto, cedo loro il posto. Faccio il resto del viaggio in piedi, arrivo alla 1 e mezza, invece che alle 22,39, mettendoci il doppio esatto del tempo previsto. Ma con soli 5 minuti di ritardo. Sono molto consolato: grazie, Ferrovie. Dimenticavo: il tutto per 180 euro, tariffa speciale non rimborsabile. Avessi preso quella normale sarebbero stati 250. Non rimborsabili nemmeno quelli, visto che un treno alla fine l’ho preso.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Padova-Formia 10 ore nel caos – lettera al direttore, in “Il Mattino”, 3 aprile 2011, p. 15

Sommersi dal mare nostrum

L’irrilevanza italiana nel Mediterraneo

Lo chiamavamo mare nostrum. Ma era tanto tempo fa… Oggi è lo specchio dell’irrilevanza italiana.

Da quando è scoppiata la crisi tunisina – un fatto storico che, con un travolgente effetto domino, sta cambiando per sempre il mondo arabo e i rapporti euro-mediterranei, dal Marocco alla Siria – l’Italia è entrata in contraddizione con se stessa. Da un lato la geografia, che ne fa un ponte attraverso il Mediterraneo, e quindi la geo-politica e la storia, che dovrebbe farne un luogo naturale e culturale di incontro tra l’Africa e l’Europa. Dall’altro la realpolitik, che al contrario mostra una volta di più l’inesistenza dell’Italia. Se oggi cancellassimo lo stivale dalla carta geografica del Mediterraneo, dal punto di vista dei rapporti di forza, della capacità strategica e dell’immaginazione politica, non cambierebbe assolutamente nulla. Conterebbero altri paesi: gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna, persino la Germania che non ha accettato di far parte della coalizione militare intervenuta in Libia (mentre l’Italia sì: ma poi con la Merkel si discute, con Berlusconi il silente no), e poi la Turchia, alcuni Paesi arabi, l’Iran, Israele…

Come è potuto succedere? Conta la mancanza di cultura politica internazionale, e probabilmente di cultura tout court. L’Italia, che aveva fino al secondo dopoguerra una grande tradizione orientalistica, che vuol dire di studio e riflessione sul mondo arabo e musulmano, non ce l’ha più. Il fascismo, per dire, aveva fondato l’Istituto per l’Oriente, per dare una base solida alle sue imprese coloniali: la repubblica l’ha lasciato morire. La Francia, al contrario, ha creato e potenziato una rete di istituti di ricerca in tutto il Maghreb e il Machrek, dove si formano i giovani accademici delle due sponde ma alle cui informazioni ricorrono anche i diplomatici e i militari transalpini. Gran Bretagna, Francia e Germania hanno inoltre imparato ad usare le elites arabe e gli stessi esuli politici che da loro vivono come referenti, collaboratori, costruttori di relazioni, fonti di informazione e strumenti di azione. Noi, a seguito di una ossessiva campagna di demonizzazione dell’immigrazione tutta, incapace di distinguere ciò che è utile e ciò che non lo è, non sappiamo usare queste risorse, e anzi le umiliamo.

A questo aggiungiamo l’insipienza di chi ha in mano la politica estera del nostro Paese. Che non ne ha azzeccata una: sostenendo Ben Ali quando già era crollato, dando la mano a Mubarak quando già l’avevano abbandonato anche gli americani, proponendo a modello Gheddafi quando già gli inglesi e i francesi stavano trattando con i suoi oppositori e lo stesso mondo arabo l’aveva da tempo scaricato, e andando poi a traino degli alleati senza esserne convinti e senza volerlo, con la consueta mancanza di autonomia e di pensiero strategico.

Il risultato? Che quel Mediterraneo che è la nostra storia e la nostra cultura – che il padanismo culturale ignora e del cui rifiuto non comprende le conseguenze – quel ‘continente liquido’ come lo chiamava lo storico Braudel, sta rapidamente emergendo come luogo strategico globale nello stesso momento in cui l’Italia l’ha culturalmente dimenticato e politicamente non capito, correndo concretamente il rischio di restarne sommersa, trasformando un’occasione storica in una sconfitta epocale.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Sommersi dal mare nostrum, in “Il Piccolo”, 30 marzo 2011, p. 1 (anche in “Il Mattino”, 2 aprile 2011, pp. 1-9)

La nazione mobile. L’identità tra emigranti e immigrati

La nazione mobile. L’identità tra emigranti e immigrati

C’è un’Italia di fatti e un’Italia di parole; una d’azione, l’altra di dormiveglia e di chiacchiere; una dell’officina, l’altra del salotto; una che crea, l’altra che assorbe; una che cammina, l’altra che ingombra”, scriveva Giuseppe Prezzolini nel 1904. E aggiungeva: “I nostri uomini politici non sono vele, né timoni, né zavorra; impicciano, non spingono né dirigono”. Giustino Fortunato, nel 1911, cinquantesimo anniversario dell’unità, aggiungeva che, di queste due Italie, “una è l’Italia europea, l’altra l’Italia africana”.

Lette con gli occhi di oggi, queste frasi alludono all’opposto di quello che sembra. Sembrano dirci che sì, ci sono due Italie: quella che cerca di capire come si evolve il mondo e quella che fa finta di niente, o peggio “fa finta di tutto”, come diceva Ennio Flaiano. Che i politici, in maggioranza, fanno parte della seconda Italia. E che sono loro, insieme ai molti cittadini che si comportano come loro, a costituire “l’Italia africana”: non i meridionali, non gli immigrati. Che, come molti autoctoni settentrionali che si danno da fare, e con cui condividono questi valori, più spesso appartengono – per dirla con Prezzolini – al paese che lavora, non a quello che vive a sbafo; che agisce, non che chiacchiera; che sta in officina, non in salotto.

Come si vede, la divisione non è geografica. In questo senso, l’Italia è una, poiché viviamo sotto lo stesso tetto. Anche se è stato costruito lentamente. Prima aggregando e integrando stati autonomi e differenziati, al seguito di quel manipolo di lombardo-veneti che costituivano il nerbo e la maggioranza dei Mille garibaldini. Poi integrando all’interno, in un’appartenenza comune, popoli che a poco a poco hanno cominciato a riconoscersi uniti, versando lo stesso sangue sulle medesime trincee, nel Risorgimento prima e durante la Grande Guerra poi, passando per le imprese coloniali dell’italico impero, fino al secondo conflitto mondiale e alla Resistenza. E riconoscendosi infine in una medesima lingua: quella dell’eredità letteraria, certo, ma popolarizzata da quei grandi mezzi unificanti che sono stati la scolarizzazione obbligatoria da un lato, e i mezzi di comunicazione di massa dall’altro: dalla radio dei discorsi di Mussolini, alla Rai-Tv.

A questi va aggiunto un altro aspetto, oggi più importante che mai, che riguarda i movimenti delle popolazioni. Gli italiani si sono riconosciuti insieme emigranti, e sono stati trattati come italiani – e male, subendo le discriminazioni correlate a questa identificazione – innanzitutto all’estero: dove Veneti (la regione che in Italia ha prodotto più emigranti) e Siciliani, Piemontesi e Calabresi sono stati accomunati dalla stessa etichetta e, spesso, dallo stesso stigma. Poi è stata la volta delle migrazioni interne, dal Sud al Nord, che hanno mischiato e di molto le popolazioni italiche. E infine – nell’età della globalizzazione – c’è stato l’arrivo delle nuove immigrazioni.

Le emigrazioni (30 milioni di italiani che se ne sono andati in un secolo e mezzo di storia, in gran parte anche rientrati) hanno prodotto una nuova Italia fuori d’Italia: si calcolano in 50-60 milioni, infatti, i discendenti di italiani emigrati che vivono all’estero. E le immigrazioni, che oggi ammontano a quasi 5 milioni (tanti quanti gli italiani all’estero che mantengono cittadinanza e passaporto), ci dicono di nuovi futuri italiani che già vivono fra noi. Di questi oltre tutto quasi un milione sono i figli di immigrati residenti, nati qui, ma che solo in piccola parte hanno per ora acquisito la cittadinanza italiana, a causa della legge in materia più restrittiva d’Europa. E non crediamo sia un bene.

Da un lato infatti ci siamo sbracciati per consentire a persone che vivono altrove da decenni, e che in maggioranza continueranno a viverci, di sentirsi più italiani, votando per chi poi governa noi che stiamo qui. Dall’altro impediamo a chi qui ci è nato e ha studiato di essere pienamente italiano, non favorendo – è il minimo che si possa dire – la loro integrazione, e poi lamentandoci che non sono ben integrati. Dimenticando il monito del cardinal Martini: “è difficile sentirsi figli nella casa dei doveri se si è orfani nella casa dei diritti”.

L’integrazione è questione infatti di diritti e di doveri, di riconoscimento reciproco e di accoglienza, nei due sensi: anche di simboli, culture, religioni diverse (a cominciare dalle diversità interne: linguistiche, ad esempio). Ecco perché c’è – o ci dovrebbe essere – spazio per tutto: per l’italiano lingua comune e per la lingua d’origine (arabo, cinese o veneto che sia), e magari per l’inglese lingua degli scambi con il mondo; per la patria veneta, per la cittadinanza italiana, e per la comune appartenenza europea; per l’italiano cattolico, quello ateo, quello convertito al buddhismo, e per il neo-italiano sikh o musulmano. Per il tricolore e per San Marco, insieme alla nostalgia per il paese degli avi. Non sono in contraddizione, questi elementi, come non lo sono diversità e unità: E pluribus unum (“da molti, uno”) è il motto degli Stati Uniti, non a caso. Ed è chi li mette in contraddizione che rinnega la sua storia. Inclusa quella delle ‘piccole patrie’, che sono anch’esse frutto di innesti anche casuali, di inseminazioni disparate e di permeabilità profonde.

Forse oggi il problema è proprio questo: l’ignoranza delle proprie radici, della propria storia, e di come si è prodotta, l’appiattimento sul presente, la mancanza di prospettiva. Che – lo sappiamo bene guardando i nostri figli e parlando con i nostri concittadini – non è problema degli immigrati, ma di un’epoca. A cui tutti, e per tutti, dovremmo cercare di porre rimedio. Ritrovando insieme le ragioni dell’unità.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), La nazione mobile. L’identità tra emigranti e immigrati, in “Il Mattino”, 17 marzo 2011, p. II (inserto speciale 150° anniversario)

Festeggiamo il tricolore troppo irriso

E’ sconcertante che in questo Paese le cose ovvie debbano sembrare rivoluzionarie. Come, che so, festeggiare il 150° dell’Unità d’Italia ed esporre il tricolore… E ancora più triste che i compiti istituzionali relativi, alla fine, se li assumano in pochi, mentre ai livelli più alti le istituzioni danno l’esempio, negativo, di disinteressarsene, anzi, di fregarsene, anzi peggio, di fottersene e di sfotterle. E poi ci si stupisce che il senso civico, in Italia, sia scadente e forse scaduto. Anche in quel Nord che di solito accusa il Sud di esserne privo.

Fa benissimo il Comune di Padova a lanciare una serie di iniziative per festeggiare quella che per l’appunto è una festa, anche istituzionalmente riconosciuta. Quello che sconcerta è che la cosa faccia notizia. Ma così è, se vi pare. Già arrivarci, alla festa, è stata una ridicola sceneggiata: anche questo un genere letterario meridionale infelicemente trapiantato al Nord. Non è che non si sapesse che la ricorrenza era in arrivo. Dopo tutto c’era un apposito comitato nazionale a lavorarci (con due lire e in mezzo a un ostacolo dopo l’altro, al punto che un galantuomo come l’ex presidente Ciampi, che lo presiedeva, se ne è dimesso). Ma tant’è. Tra le irrisioni della Lega e le improvvide uscite di Confindustria, ci si è arrivati solo all’ultimo, a decidere che, come ovvio, la ricorrenza fosse anche festa nazionale e quindi vacanza. Ma subito dopo, tutti lì a sfilarsi: vergognosamente, per persone che coprono cariche pubbliche e dall’Italia sono lautamente retribuite per rappresentarla e farle onore.

Si comincia con un ministro – e non un ministro qualsiasi, ma quello degli Interni, che l’Italia la governa nei suoi gangli più delicati e simbolicamente significativi – che dichiara in tv, con un mezzo sorriso che vorrebbe essere furbetto, che lui lavorerà. E si finisce con governatori regionali e giù fino ai sindaci che, con l’aria finto tonta del Bertoldo che crede di essere l’unico con il cervello fino, dicono ridendo che loro alle celebrazioni non parteciperanno e, anzi, lavoreranno sodo per il bene dei cittadini.

Passi per tanti sindaci di realtà minori, per i quali sparare qualche fregola sul tema è un modo per guadagnare un po’ di facile visibilità sui giornali e di consenso tra sodali. Ma dal principale rappresentante nel governo della Lega, persona seria, avremmo preferito non aspettarcelo. E nemmeno dal presidente della provincia autonoma di Bolzano, Luis Durnwalder (giusto per far vedere che non solo di leghisti si tratta), che governa un territorio letteralmente sepolto dai soldi dell’Italia. Coerenza vorrebbe che se l’Italia non la si riconosce, non se ne riconoscano nemmeno i benefici, i vantaggi e le prebende.

Non è un giochino di cui fare strame, il senso di appartenenza. Già la sinistra l’ha scoperto tardivamente, tricolore incluso, e deve su questo fare autocritica: ma meglio tardi che mai. Ma anche i cittadini lo stanno riscoprendo, finalmente, con un po’ di orgoglio, e non solo in occasione dei mondiali. Non a caso il personaggio più rispettato è il Presidente della Repubblica, che l’unità d’Italia la simboleggia e la incarna. Siamo stati costretti ad aspettare che un comico ce lo ricordasse, con grandissimo successo, nel più nazional-popolare degli spettacoli. Non lasciamo che ce ne tolgano il gusto, lasciandoci solo il disgusto di vedere le strumentalizzazioni che ci stanno intorno. E festeggiamo tutti, il 17 marzo. Con il nostro bel tricolore addosso. E un sorriso ben stampato sul viso.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Festeggiamo il tricolore troppo irriso, in “Il Mattino”, 2 marzo 2011, pp.1-9 (anche “La Nuova di Venezia” e “La Tribuna di Treviso”)

Ipocrisie sui musulmani ed elezioni

Sarebbe fin troppo facile giocare sui nomi: il grande torto, o giù di lì. Ma è certo che la vicenda della moschea di Grantorto (o meglio, della non-moschea, l’ennesima che in Veneto non vedrà la luce) mette in evidenza una sequenza di ipocrisie da cui pochi escono bene.

Il principio, innanzitutto. I musulmani, come le persone di tutte le religioni, hanno il diritto, umano prima che garantito dalla costituzione, di vedersi riconosciuta libertà di culto e di preghiera. Il fatto che la Lega di fatto spesso lo contesti (ma ci sono anche sindaci leghisti, in questo stesso Veneto, che hanno preferito, saggiamente, inaugurarle, le moschee) non fa diventare diritto un torto, per così dire. Se non lo si consente, si chiama discriminazione, e si può nel caso ricorrere al giudice, che non può che applicare le leggi (e dare magari ragione ai musulmani, come accaduto a Verona).

La convenienza, in secondo luogo. Ormai tutti, a cominciare dal ministero degli Interni, che sta producendo alcune linee guida sulle moschee, sono convinti che sia meglio che i musulmani stiano in luoghi visibili, aperti, trasparenti, alla luce del sole, in collaborazione con le forze di polizia e le istituzioni locali, anziché in luoghi degradati, nascosti, invisibili, carbonari, mal tollerati e mal visti. Perché proprio questo favorisce integrazione, reciproca conoscenza e controllo sociale: proprio ciò che noi tutti vorremmo e a parole auspichiamo.

Le paure, d’altro canto. Le paure dell’islam sono comprensibili: nulla di strano su questo. E quindi anche i timori, le reazioni di chiusura. Come di fronte a ogni novità spesso accade. Ma su queste si potrebbe riflettere con pacatezza e ragionevolezza, e con i diretti interessati, e confrontandosi, andandosi incontro con reciproche concessioni, nella legalità e senza urlare. Se si sceglie quest’ultima strada vuol dire che l’obiettivo è sollevare un problema – perché porta visibilità, voti, e perché si sceglie un obiettivo facile, e anche un po’ vile, dato che i musulmani sono tra quelli con minor potere contrattuale, e oltre tutto non votano – non perché si vuole risolverlo. Ed è proprio quello che stanno facendo, in tutta Europa, gli imprenditori politici dell’islamofobia: sono i primi a sollevare il problema, ma sono gli ultimi a volerlo risolvere, perché toglierebbe loro una comoda rendita di posizione.

Le ragioni pratiche, infine. Non c’è dubbio che, nel caso specifico, ci possano essere serissime ragioni per considerare il luogo, eventualmente, inadatto. Le prendiamo per buone: sulla fiducia. Ma di fronte a queste un sindaco serio, in silenzio, avrebbe incontrato i protagonisti della vicenda, consigliandoli, spiegando loro che ci sarebbero potuti essere dei problemi, e indirizzandoli altrove, magari collaborando nella ricerca di un posto più adatto, nel reciproco interesse. Non è quindi per la posizione che ha preso che critichiamo il sindaco di Grantorto, e quelli che con lui soffiano sul fuoco, alimentando logiche di sospetto quando non carezzando il pelo al timore per il diverso che si cela in tutti noi, e che andrebbe invece educato. Un sindaco è sindaco di tutti i cittadini e i residenti.

Ormai di sale di preghiera musulmane, in Veneto, ce ne sono ben 110, e 764 in Italia, in proporzione al numero di musulmani. Vogliamo cominciare ad affrontare il problema per quello che è, pensando alle prossime generazioni anziché sempre e solo alle prossime elezioni?

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Ipocrisie sui musulmani ed elezioni, in “Il Mattino”, 28 febbraio 2011, pp.1-14

Sociologia della lettura

Si può ancora leggere nel mondo moderno? La domanda si coniuga direttamente con un’altra e più intrigante questione: si può ancora leggere il mondo moderno? Ed è la lettura il modo più appropriato di farlo? Il più efficace?

Il primo dato che possiamo produrre è esperienziale. Per la mia generazione, quelli di mezzo secolo o più, la lettura è stata un dato di scoperta del mondo, e di apertura al mondo, sostanzialmente indispensabile. Certo, siamo stati anche la generazione che ha scoperto altre dimensioni e stati d’animo: il viaggio; la fuga dai ruoli dati; la scoperta di altre realtà attraverso l’uso di droghe di cui allora si conoscevano più le potenzialità dei pericoli, l’effetto di apertura a nuovi mondi potenziali che non quello di distruzione di quello reale; la creazione di nuovi mondi – o il tentativo o l’illusione di farlo – attraverso le relazioni costruite nell’impegno politico e sociale. Ma poi, alla fine, era la lettura che sostanziava anche queste esperienze, che ne costituiva, in tutti i casi, il riferimento alto, la giustificazione, la possibilità di scambiarle con altri, il tramite simbolico stesso, in molti casi.

Per spiegare l’intreccio complesso che costituisce il rapporto tra esperienza e lettura, tra realtà reale e realtà presente nelle pagine di un libro, prendo a presto un’immagine di Alessandro Baricco. Che in un suo splendido programma televisivo divulgativo sulla lettura (già questo un intreccio complesso) di qualche anno fa, che si chiamava Pickwick, iniziava le trasmissioni descrivendo l’immagine di un uomo: che, salito sul treno, guarda dal finestrino, contempla il panorama che si svolge sotto i propri occhi; poi, apre un libro, si immerge nella sua lettura, in un altro panorama, aprendo una diversa finestra sul mondo.

Il libro, la lettura, sono stati spesso questo, per me e per molti, e lo sono ancora. Me è ancora necessariamente così? E’ ancora questa la forma di lettura del mondo, di suo approfondimento, di sua contemplazione, privilegiata o da privilegiare? Osservando laicamente le modificazioni del conoscere oggi c’è da porsi più di un dubbio.

Proviamo a farlo a partire da un secondo dato esperienziale. Quello di chi oggi ha meno di vent’anni (o, ancora più giovani: i miei due figli, per esempio, di 15 e 12 anni): quelli che chiamano i nativi digitali; mentre noi, immigrati digitali, dell’immigrato in questo mondo manterremo sempre il senso di spaesamento e di incertezza. Per loro la lettura è competenza accessoria, ma non nella sua essenza, solo nella sua modalità tradizionale. La modalità standard per accedere ad altri mondi non è aprire un libro, è accendere il computer, e collegarsi ai social network. Ma da qui si è poi costretti a leggere (le riflessioni altrui, i loro messaggini, i link a cui ci rimandano), ma anche vedere e sentire (magari via you tube), attraverso un’esperienza sensorialmente più avvincente, coinvolgente e convincente. Ma, da lì, volendo – e qualche volta capita – il rinvio è a un libro, o a un suo pezzo, o a una sua citazione. Spesso, sempre più spesso, per frammenti, per letture trasversali, attraverso i meccanismi dell’ipertesto e quelli dei link, che ne sono una diversa modalità attuativa, più personalizzata – e, certo, più problematica, persino più dubbia non solo, come ovvio, nella sua coerenza, ma anche nella sua correttezza. Il frammento è infatti molto più facilmente manipolabile e falsificabile di un testo lungo e complesso. Detto questo, leggono anche libri, anche se meno di quelli che leggevo io alla loro età, in cui non avevo tutti questi altri media a disposizione, altrettanti accessi al mondo, finestre su di esso.

Questo meccanismo ha a che fare con un altro problema: la presentificazione degli orizzonti, lo schiacciamento sul presente. Che sappiamo essere una tendenza forte da vari indicatori (che citiamo in maniera random, senza tentativi di classificarne l’importanza e il peso): la sempre più scarsa capacità di contestualizzare i fenomeni e di coglierne le radici, e quindi la difficoltà dello stesso pensare storicamente (anche quando ci si interroga sul futuro); le modalità affettive e relazionali, che sempre più difficilmente si inscrivono all’interno di una storia coerente (non a caso le relazioni durano meno); un’accresciuta mobilità spaziale e non, che rende più problematico lo stesso collocarsi all’interno di una storia (quale? di chi? di dove?); la diminuita propensione al risparmio, che è un indicatore certo di minor investimento sul futuro; e molti altri. Come conseguenza di tutto ciò nella mia professione di docente universitario sono giunto, dagli esiti delle discussioni d’esame, alla conclusione che, grosso modo, per una parte significativa dei miei studenti (e di tutti i giovani) la storia sempre più si divide in due: la preistoria, che è, in maniera indifferenziata e quindi difficilmente collocabile – come una fotografia scattata con lo zoom, in cui tutto è schiacciato alla stessa altezza, e si perde in profondità e differenziazione – tutto quanto accaduto prima della propria nascita; e la storia, o meglio la mia storia, la storia personale di ciascuno, che è ciò di cui posso grosso modo dare contezza e avere verifica perché basato sull’esperienza personale. Il passato è ininteressante e poco esplicativo delle ragioni del mio essere (e spesso è proprio così: la sensazione che tutto sia cambiato molto e molto in fretta, e quindi non c’è più trasmissione – nemmeno dell’esperienza e del sapere – ma solo innovazione, è figlia di questa precomprensione, che ha molte ragioni di capirsi in questo modo). Il presente è l’elemento di maggiore coinvolgimento per ovvi e ottimi motivi, ma anche perché ci si immagina solo in esso di poter conquistare gratificazione personale. Il futuro, sempre più spesso, è qualcosa di lontano, precario, inesorabile ma poco comprensibile e prevedibile, e vagamente minaccioso. Non certo qualcosa su cui una persona sana di mente investirebbe davvero volentieri qualcosa: lo si fa perché si deve, nel caso, non perché davvero lo si vuole.

In tutto questo, le forme digitali di accesso al mondo della conoscenza hanno questo in comune almeno con una forma di lettura, quella letteraria: il recupero della dimensione narrativa della vita , la scoperta del bisogno di raccontare e raccontarsi e il tentativo di farlo – più o meno riuscito, ma questo importa meno. E la dimensione frammentaria di questa conoscenza ha molto in comune con le nostre vite: all’interno delle quali cerchiamo il filo rosso della coerenza, ma sempre ex-post, e a dispetto delle piroette più sconcertanti: ci raccontiamo una continuità e un senso che spesso non c’è, ma perché, come diceva Flaiano, “facciamo finta di tutto”, non perché ci sia davvero, o necessariamente. Ancora: questa dimensione ha moltissimo a che fare con una forma di comprensione del mondo molto moderna, quella degli aforismi. Che, come diceva Karl Kraus con un altro brillante aforisma, “non è mai la verità: o è mezza verità, o è una verità e mezza”. Così è la vita, così è il racconto.

La lettura, nella forma saggistica del discorso scientifico e della speculazione filosofica, ci ha portati mostruosamente avanti in un percorso di progressivo disincarnamento, di astrazione pura. E di innaturale e inumano primato del pensare sull’essere. Quello che Cartesio riassumeva nel “Cogito, ergo sum”. Una balla che ci siamo ripetuti per secoli, che l’occidente ha portato alle estreme conseguenze e all’estrema spersonalizzazione, ma che oggi scopriamo con orrore essere sempre più un’oscena finzione dalle conseguenze devastanti. Semmai, come ha corretto chi è portatore di maggiori competenze psicologiche e sociologiche, “sumus ergo sum”. Siamo innanzitutto e soprattutto perché siamo il prodotto di relazioni, e di relazioni che si narrano, e narrandosi si lasciano incontrare. Se è ancora vero che “il medium è il messaggio”, è indubbio che nonostante la dimensione di menzogna che incorporano, e a cui lasciano spazio (a cominciare dalla menzogna dell’identità, attraverso il nickname e le false generalità), i media digitali incorporano un messaggio relazionale e narrativo. E questo non è male. Del resto, quanto a menzogna, anche il libro non ne è meno portatore. Certo, nei media digitali e nei social networks si impoverirà il linguaggio, ma ci si apre maggiormente all’esperienza e all’interazione. Che diventa, per l’appunto, un diverso modo di leggere il mondo.

Ci si può lavorare sopra, oltre tutto, sull’interazione tra la lettura e l’esperienza. In un corso di ‘Globalizzazione e pluralismo culturale’ che tengo da qualche anno all’interno di una laurea specialistica, a miei studenti faccio leggere dei libri, che discutiamo in aula. Ma loro non li devono riassumere: li devono incarnare, rappresentandoli, rappresentandone in prima persona gli autori, e intervenendo nel dibattito in quanto incarnazione delle tesi contenute nei libri, non in quanto portatori del loro contenuto. Non sarà una rivoluzione: ma alla fine del corso ciascuno ha letto solo due libri (uno che incarna, l’altro di cui incarna un potenziale discussant), ma tutti hanno non solo sentito ma ‘visto’ dibattere tra loro una trentina di libri importanti che rappresentano alcune delle punte più avanzate di riflessione sul tema. Se li avessero letti tutti, probabilmente ne saprebbero di meno.

Così è per i media, in ogni caso. Come noto, l’invenzione di ogni nuovo medium e di ogni nuova tecnica conoscitiva, che per gli apocalittici è sempre stato il preludio alla scomparsa delle precedenti, nella maggior parte dei casi ha portato alla loro somma e quindi a un pluralismo sempre maggiore dei media, non alla loro sostituzione per ondate successive. Il giornale non ha ucciso il libro, la radio non ha ucciso il giornale, la televisione non ha ucciso la radio, il computer non ha sostituito nessuno dei precedenti, cominciando semmai progressivamente a incorporarli, mantenendone tuttavia e in un certo senso rendendone visibile ed esperibile la pluralità e la diversità. Sì, certo, il long playing non esiste quasi più, sostituito dal compact disc. E questo a sua volta sta per essere del tutto sostituito dall’mp3. E poi altro arriverà. Ma questi sono meri cambiamenti tecnici, come l’aver trovato il modo di attaccare un motore a un carro e trasformarlo in automobile (car come char, eredità di cui ci resta il carro attrezzi, il paracarro, ecc.): mentre la pluralità di esperienze è salvaguardata. Inclusa quella, volendo, di guidare un carro trainato da cavalli e di ascoltare un lp.

L’ultima invenzione è quella che ci consente di leggere i libri in formato elettronico, ma in maniera portatile, proprio come un libro: Kindle, collegata ad Amazon, e l’Ipad. Ci sono arrivato da poco. E certo è esperienza diversa, non tattile, con l’oggetto libro. Ma se rinuncio a qualche romanticismo, comunque con un Kindle del costo di 100 euro, che oggi con un ingombro minimo è in grado di stoccare 2500 libri, scopro che con 4-500 euro sarei in grado di contenere in pochi decimetri quadri la mia intera biblioteca, risparmiando un locale delle dimensioni di un fienile e i costi di librerie e rafforzamento dei tramezzi. E comunque non ne butterò via uno, dei miei vecchi libri, e continuo a comprare anche cartaceo. Ma oltre tutto so che ogni mia sottolineatura elettronica, a differenza della amata e indispensabile matita, è in grado di registrare e mantenere in memoria tutte le mie sottolineature e i miei commenti. Questo non fa di me un sapiente, se questo sapere non è memorizzato e introiettato, e per così dire ruminato a lungo dentro di me. Ma un utilizzatore più leggero e felice, e sicuramente più comodo, forse sì. Non è farsi prendere da entusiasmo ingenuo per la tecnologia, e nemmeno fare pubblicità subliminale, volerlo sottolineare: sottolineando anche gli elementi di diffusione e di democraticizzazione del sapere che queste tecnologie incorporano. Oltre tutto, sostituendo con status symbol da poco prezzo quello status symbol da ricchi che sono spesso le grandi biblioteche private, che l’invitato vedendole fa “oh” per lo stupore. E oltre tutto non sempre letti: ricordo ancora con umorismo la visita alla casa di un arricchito amico di famiglia, appena sistemata dall’architetto, con intere collane Einaudi ancora incellophanate nelle librerie intonse…

Il discorso sulle librerie mi richiama a un gusto tipico del lettore colto di libri: quello della citazione. Che oggi con i nuovi media si rinnova con un quid di snobismo in meno. La citazione che mi sovviene è la seguente, di Marguerite Yourcenar: “Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su se stessi: la mia prima patria sono stati i libri”. Oggi contano ancora, ma ci sono anche altri luoghi natii fuori da sé, dati da altri media. Che possono aiutarci, anch’essi, a uscire fuori dai particolarismi, dai nazionalismi chiusi, dai localismi claustrofobici. Perché questo dovrebbe fare la conoscenza. E così dovrebbe essere per le persone, con esse, attraverso di esse. E questo probabilmente dovrebbe essere l’università. Un luogo dove si fanno esperienze e si costruiscono relazioni tra persone, tra pensieri, tra cose, e tra le une e le altre e le altre ancora: non solo, in maniera disincarnata, tra concetti. Perché questo significa sentire le cose intensamente, profondamente. Conoscere vuol dire avere un contatto immediato, diretto. L’università, il luogo dove si formano i processi di conoscenza più ancora che dove si trasmettono le conoscenze (che spesso nascono al di fuori di esse) dovrebbe essere un luogo così: un universo di contatti, stimoli, di relazioni im-mediate, cioè non mediate. Che aiuti a farsi le giuste domande. Perché, come ricordava Canetti, “l’ignoranza non deve impoverirsi con il sapere”, e quindi bisognerebbe essere capaci, per ogni risposta, di farsi almeno due nuove domande. Come in una nota storiella ebraica: un gentile domanda a un ebreo perché gli ebrei hanno l’abitudine di rispondere a una domanda sempre con un’altra domanda; e l’ebreo risponde: “e perché no?”. La conoscenza è il luogo delle domande e delle risposte che aprono a nuove domande. E questo nei rapporti tra i compagni così come con i libri o con i docenti e con chiunque ci sia o ci possa essere di riferimento, magari anche di guida.

Bisogna assaggiare il mondo, non solo leggerlo. Sapere deriva da sàpere: che ha sapore. Il sapere vero dunque non si legge e non si studia: lo si incontra, lo si tocca con mano, ci si discute insieme, ci si nutre di esso, ce ne si innamora, magari. Si provano, con esso, e-mozioni: che fanno muovere, appunto – uscire da sé e dal proprio mondo per entrare in un mondo più grande e più intenso.

Non vogliamo, con queste note sparse – frammenti, ancora una volta – convincere nessuno. “Accontentiamoci di far riflettere, senza tentare di convincere” (Georges Braque). Invitiamo semplicemente a non compiangere precocemente la scomparsa del leggere come noi l’abbiamo conosciuto. Ci sono altri modi di leggere il libro del mondo. Che possono aiutarci, oltre tutto, a leggere meglio i libri sul mondo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Sociologia della lettura, in “Servitium”, n. 193, gennaio-febbraio 2011, pp.47-53

Post scriptum. Per scrivere questo articolo non ho consultato, letto o riletto alcun libro. Ho ragionato, mi sono basato sulla mia memoria e le mie considerazioni. Ma ho consultato internet, via Google. Non per bisogno, ma per curiosità, per vedere se trovavo stimoli interessanti. Non ne ho trovati. Ma ho letto qualcosa in rete: poco, e in maniera frammentaria, trasversale, veloce. In ogni caso, adesso ne so di più.

Conflitto distante che crea disinteresse

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IntervistaGazzettino

Allievi S. (2010), “Conflitto distante che crea disinteresse” (Afghanistan: per due su tre l’esercito deve andar via), in “Il Gazzettino”, 14 dicembre 2010, intervista di Annamaria Bacchin