Migranti e sbarchi: la retorica non serve

La retorica non serve. La strumentalizzazione politica ancora meno. Sono morti, e non hanno colpe. Ma non è una notizia inaspettata, meno ancora sorprendente. Ce ne sono stati altri in passato, di naufragi di migranti. Ce ne saranno in futuro. Ma c’è anche uno stillicidio quotidiano di morti che fanno meno notizia, perché non accadono tutte insieme, non fanno massa, e al contempo sono fatto ordinario, quotidiano (avvengono letteralmente tutti i giorni), anche se restano impercepite ai nostri occhi. In mare, ma anche via terra, sulla rotta montagnosa, piena di guardie e di confini da attraversare, dei Balcani, non meno pericolosa di quella del Mediterraneo centrale e del Mediterraneo orientale.
Inutile, meschino, triste, impudico, trasformare i cadaveri, le famiglie distrutte, il dolore dei sopravvissuti, i bambini annegati, in uno strumento di polemica politica. Con chi da una parte accusa il buonismo immigrazionista (magari impersonato dalle ONG) di fungere da fattore di attrazione, producendo le partenze, e chi dall’altra parte accusa il cattivismo antiimmigrazionista di impedire i salvataggi, producendo gli annegamenti. Né gli uni né gli altri sono la causa dell’ennesimo naufragio. Né gli uni né gli altri l’avrebbero potuto impedire.
Come sempre, la questione è più complessa, le risposte necessarie diversificate, il risultato comunque incerto, l’andare per tentativi ed errori una necessità e un rischio da correre. Ma è certo che molto si potrebbe fare, perché le cose vadano altrimenti. E qualunque cosa sarebbe molto più del niente o quasi niente attuale.
Cominciamo dall’inizio. L’Europa, tutta, e l’Italia peggio di tutti gli altri paesi, è in calo demografico, ha bisogno di manodopera, e continua a importarla facendo finta che non sia così. La prima cosa da fare è ammettere il dato, invece di negarlo, e dividersi quindi sulle soluzioni possibili, sui modi di gestirla, l’immigrazione necessaria, invece di dividersi sull’esistenza del problema. Tutto potrebbe e dovrebbe discendere da lì: modi alternativi di arrivare, regolamentati, selezionati, ma comunque gestiti, in maniera legale, con mezzi normali (l’aereo, la nave), in tempi normali (ore, non mesi o anni, come capita a molti), con costi (umani ed economici) accettabili anziché insostenibili, con permessi di soggiorno per ricerca di lavoro, visto che quello è l’obiettivo reale sia di chi arriva sia di chi li riceve, anziché improbabili richieste di asilo (che poi rigetteremo in buona parte, producendo irregolarità), con politiche di integrazione sociale e culturale davvero praticate, e via di conseguenza. Da qui discenderebbe anche il resto: accordi con i paesi di partenza, collaborazione interstatuale per combattere le migrazioni clandestine e le mafie transnazionali che le gestiscono (ci sarebbe, se ci fossero canali legali, che fornirebbero anche la giustificazione morale per combattere con forza gli arrivi irregolari), cooperazione allo sviluppo (il tanto citato e mai praticato, nemmeno da chi lo evoca continuamente, “aiutiamoli a casa loro”, che poi è sempre una convenienza reciproca, come ha mostrato a suo tempo il piano Marshall). E, a valle, accordi di redistribuzione – o, nel caso, di respingimento – sensati e condivisi tra i paesi di arrivo.
Certo, dovrebbe essere una politica europea. Sarebbe meglio e funzionerebbe meglio. E c’è un’ignavia egoista dei paesi che non sono alla frontiera esterna della Unione Europea, che non vedono arrivare gli sbarchi e nemmeno i rifugiati via terra, nonostante i nuovi muri elettrificati, che va combattuta. È curioso tuttavia che si lamentino dell’inesistenza dell’Europa, o della sua poca efficienza, coloro che rifiutano di darle i mezzi e il potere decisionale per agire, mantenendo le politiche dell’immigrazione come competenza esclusiva nazionale, esercitando il proprio veto ad azioni comuni, salvo lamentarsi della loro assenza. Detto questo, anche i singoli stati potrebbero fare molto, anche da soli. Ma occorre volerlo, e prima ancora occorre capire che sarebbe necessario. Che è ora di smetterla di titillare gli istinti peggiori della pubblica opinione, per fare leva invece sulle sue emozioni e sui suoi interessi, ragionando sulle convenienze e le decisioni concrete, a livello pratico, prima ancora di insistere su più o meno sacri principi che poi sono usati solo strumentalmente, e comunque convincono solo i già convinti. La posta in gioco non è solo la vita degli esseri umani che arrivano. È la de-umanizzazione di chi li vede arrivare, e non fa niente. E tra un po’ non sentirà più niente.

Migranti, c’è una via d’uscita, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 1 marzo 2023, editoriale, p.1

Terremoto e migrazioni: il nesso che non si vede (ma c’è)

Il devastante terremoto in Siria e Turchia avrà conseguenze di medio periodo anche inaspettate, che non riguardano lo sciame sismico e il movimento delle placche tettoniche, ma lo sciamare delle persone da un luogo all’altro e la mobilità umana. E curiosamente coinvolge due paesi che nel recente passato hanno svolto, su questo tema, un ruolo opposto.

La Siria, ha visto andarsene milioni di suoi concittadini, esausti da decenni di guerre, dittatura, violenze, terrorismo di stato e dello Stato Islamico, oltre a ordinaria fame e disoccupazione, che hanno trasformato il paese in una specie di buco nero della storia. Molti siriani sono stati protagonisti dell’esodo di migranti forzati nei Balcani del 2015, una specie di epica minore, priva tuttavia di un Omero che la celebri, che molti esuli conoscono bene ma che noi nemmeno immaginiamo: e che in quell’occasione, dopo il ritrovamento su una spiaggia turca del cadavere in maglietta rossa del piccolo Aylan Kurdi e le immagini di milioni di disperati in cammino attraverso le frontiere della ex-Jugoslavia, portò all’inaspettata apertura di Angela Merkel, che fece entrare in Germania un milione e mezzo di rifugiati in poco più di un anno. Facendo il bene loro e del paese che li ha accolti, dando a una nazione allora con il peggior bilancio demografico d’Europa, insieme all’Italia, nuove braccia e nuova linfa vitale di cui ha beneficiato (lasciando l’Italia da sola in quell’incomoda posizione). La Turchia, invece, è il paese che noi europei stiamo finanziando perché li blocchi, i migranti, facendo per così dire da tappo nei confronti dell’Asia, e se li tenga al posto nostro: a pagamento, e regalandole un’arma di ricatto, una vera e propria arma di migrazione di massa, a cui il governo turco lascia occasionalmente sparare qualche colpo (lasciando partire qualche barcone), quando è il momento di ricordare all’Europa di staccare un nuovo assegno.

Il terremoto avrà conseguenze anche sulle migrazioni che coinvolgono questi paesi. I siriani che vogliono andarsene aumenteranno ancora massicciamente di numero. Ma aumenteranno anche i turchi (e i migranti transitoriamente ospitati in Turchia) che vogliono fare la stessa cosa, mentre la Turchia come paese avrà bisogno di risorse per la propria ricostruzione, e quindi le sue pressioni si faranno più esigenti. C’è da sperare, anche se è difficile arricchire la speranza di altrettanta convinzione (i segnali scarseggiano) che qualche lezione, dal 2015, sia stata appresa (da altri paesi europei, Germania in primo luogo, probabilmente sì: dall’Italia, purtroppo, dubitiamo, ma non di meno ci sembra necessario segnalarlo). E che quindi all’aiuto umanitario si affianchi un’intelligente, e vantaggiosa per tutti, politica delle migrazioni (che poi è essa stessa un aiuto umanitario in altra forma), che si proietti sui prossimi anni anziché limitarsi ai pochi giorni dell’emotività: o che almeno si abbozzi un ragionamento su qualcosa che, pianificato o meno, in ogni caso succederà. Sarebbe l’occasione di trasformare una disgrazia in un’opportunità, anche di riflessione, per governi e cittadini: per arrivare a un ripensamento delle nostre politiche migratorie, o per meglio dire della mancanza delle stesse, che oggi ci affligge, e ci rende miopi – al limite della cecità.

 

Lo sciame sismico e i migranti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 9 febbraio 2023, editoriale, p. 1

Governare le migrazioni, non le ONG

La geniale trovata di far percorrere 1200 chilometri in quattro giorni di navigazione a una nave che si trovava tra l’Italia e l’Africa, per scaricare i migranti a La Spezia, salvo poi riportarne una parte a Foggia in autobus, percorrendo altri 750 chilometri in senso contrario, come appena accaduto con la Geo Barents di Medici senza frontiere, dà l’idea precisa di come si continui, di fronte alle migrazioni, a inventare iniziative estemporanee senza capo né coda, giusto per mandare una qualche ottuso e contraddittorio segnale di attivismo all’opinione pubblica, senza che nulla di sostanziale accada. Illudersi di fermare le migrazioni irregolari bloccando l’attracco delle navi delle Organizzazioni non governative o rendendo più difficile la loro attività, del resto, è come cercare di fermare l’acqua corrente riportandola dentro il rubinetto usando un colino: il flusso non si ferma comunque, è impossibile influire con questo comportamento sulla logica che ha portato l’acqua nel rubinetto, e comunque il colino è l’attrezzo meno adatto per farlo – alla fine l’acqua, seppure più lentamente, passa comunque. In più, incidentalmente, gli arrivi attraverso le navi delle ONG sono a loro volta una minoranza degli arrivi totali via mare, che a loro volta non tengono conto di quelli via terra.

Ecco, insistere sulla stretta alle ONG dà l’idea di quanto la politica non sappia che pesci pigliare, e si arrabatti su soluzioni che tali non sono, da buttare in pasto a un’opinione pubblica che peraltro non ci crede più. L’errore sta proprio nel focalizzarsi sugli arrivi, quando quello che conta veramente sono le partenze. Perché il problema è lì. È su quel fronte che occorrerebbe lavorare: non con iniziative di bandiera, ma con un paziente lavoro di cucitura diplomatica all’esterno, e una intelligente apertura legislativa alle migrazioni economiche all’interno, spiegando all’opinione pubblica che è necessario, e perché (le ragioni demografiche e di mercato del lavoro sarebbero facilmente spiegabili: se non lo si fa è perché non si vuole perdere la rendita politica – sempre più modesta, abbiamo la sensazione – dell’immigrato come capro espiatorio di problemi che non ha creato lui). Rendere le migrazioni possibili legalmente, con canali dedicati, concordati con i paesi di partenza, meccanismi di selezione sulla base delle capacità professionali, del titolo di studio e della conoscenza della lingua, e precisi accordi di rimpatrio degli irregolari, consentirebbe di offrire una via alternativa ai migranti, più sicura e garantita (perché fargli attraversare prima il deserto e poi il mare, o una mezza dozzina di fredde e militarizzate frontiere balcaniche, mettendoci un anno o più, con sofferenze inenarrabili che poi pesano anche sulle loro forze e la loro capacità di integrazione, quando potrebbero prendere anche loro – come noi quando andiamo da loro – un volo low cost e arrivare in poche ore?). Riaprire canali controllati di ingresso è necessario tanto per loro (ci sarebbero meno morti e più speranze) quanto per noi, che almeno sapremmo chi viene e dove va, invece di perdere il controllo di un’immigrazione irregolare tra i cui effetti c’è l’aumento del numero di minori non accompagnati, l’abbassarsi del livello di istruzione dei migranti, il crescere dell’insicurezza tra i cittadini, ma anche il moltiplicarsi dei guadagni di pericolose mafie transnazionali che poi reinvestono nelle economie legali dei loro e dei nostri paesi, inquinandole.

Conseguenza a valle di questo assurdo meccanismo è che si stima che in Europa ci sia almeno un 2% di popolazione irregolare, senza diritti e impossibilitata per questo solo fatto a rimanere nel circuito della legalità: un’irregolarità (mancanza di documenti e permessi) infatti tira l’altra (abitazione non dichiarata, lavoro in nero, mancanza di copertura sanitaria, ecc.), con le conseguenze che si possono immaginare, e che per nostra fortuna comportano meno frequentemente di quanto sarebbe lecito ipotizzare l’ingresso nei circuiti dell’illegalità e della delinquenza veri e propri.

Nessuna soluzione sarebbe definitiva. Non si può abolire l’immigrazione irregolare per legge: una quota c’è sempre stata e sempre ci sarà. Ma almeno avremmo fatto il possibile per diminuirne l’entità, e anche per rendere più umano un meccanismo che oggi non lo è.

 

Un vero governo dei flussi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 7 febbraio 2023, editoriale, p.1

La società della prevenzione (del vino e d’altro)

Viviamo in una società che sente di doversi e doverci proteggere da tutto, e che spesso ci impone di farlo. Preventivamente. Ragionevole, all’apparenza: salvo che la deriva comincia a sembrare un po’ estremista. Tra poco il casco protettivo, che è l’immagine simbolica che meglio riassume la nostra ossessiva ricerca di sicurezza, e che abbiamo giustamente introdotto nelle più svariate attività, diventerà una consuetudine, se non un obbligo, anche in casa, per proteggere i nostri bimbi dagli spigoli e gli anziani dalla caduta dalle scale. Una metaforica cintura di sicurezza ci avvolge in un numero sempre maggiore di attività. Tutto giusto, tutto comprensibile, tutto spesso necessario e in alcuni casi doverosissimo: pensiamo alle precauzioni, purtroppo ancora mal rispettate e quindi insufficienti, che ci proteggono dagli incidenti sul lavoro, o all’obbligo vaccinale, che ho difeso strenuamente proprio su queste pagine. E tuttavia, a volte, quando se ne estende troppo l’ambito di applicazione, più che la cura o la soluzione, questo atteggiamento mentale comincia ad assomigliare pericolosamente alla malattia, o a una sua caricatura.

Pensiamo alla attuale discussione sull’introduzione, anche sulle bottiglie di vino, di apposite minacciose etichette tipo quelle che ci sono sui pacchetti di sigarette. E sulla sua supposta pericolosità intrinseca, cancerogenicità o quant’altro. È una mentalità che sembra figlia della ossessione di cui sopra. Tutto, potenzialmente, fa male. Tutto è pericoloso. Tutto può essere persino mortale. Il fumo. Il vino e gli alcolici bevuti in eccesso. Ma anche il caffè, o le bevande zuccherate. Persino l’acqua, volendo, in quantità eccessive si usa in uno specifico tipo di tortura (sì, lo so, è un paradosso: ma spesso ci aiutano a comprendere meglio la realtà). Poi si comincia con i cibi, e se si eccede non so quanti se ne salvano: a cominciare naturalmente dal cibo spazzatura, per il quale tuttavia non si parla di etichettatura (dovremmo etichettare interi scaffali di supermercato). Si prosegue con gli attrezzi con cui li prepariamo (il terribile coltello). Si continua con l’automobile. Ma anche la bicicletta, si sa. Persino l’inventore del jogging, attività salutista per eccellenza, Jim Fixx, diventato ricco e famoso con i suoi libri e i suoi insegnamenti, è morto di infarto a soli 52 anni, proprio al termine della sua corsa giornaliera. Mentre Winston Churchill, che quando gli si chiedeva il segreto della sua longevità rispondeva “Lo sport. Mai fatto”, è campato 91 anni. Non arriviamo a dedurne che la corsa fa male e invece vino bianco e sigaro a colazione, per poi proseguire con whisky e un debole per lo champagne, come pare fosse la giornata del primo ministro britannico, facciano bene. Ma qualcosa, anche questo, ci dice.

Per farla breve: tutto, potenzialmente, fa male. Tutto, in dosi eccessive, è pericoloso. E il comportamento di chi è pericoloso anche per altri va doverosamente disincentivato e punito (ad esempio chi guida in stato di ubriachezza o sotto gli effetti della droga). Dubitiamo tuttavia che la soluzione sia riempirci di etichette minacciose: in frigo, sulle posate, sulla portiera dell’auto. Tanto varrebbe che lo Stato, o l’Unione Europea, o il necessario – a questo punto – Ministero della Prevenzione, presupposto del Grande Fratello (l’originale, quello di Orwell, non la boiata televisiva) incoraggiassero una campagna permanente di pubblicità progresso con una sola frase: “Memento mori”.

Il vino, per dire, ha una storia millenaria, legata alla religione, alla cultura, alla socialità (attività in sé lodevoli, necessarie, e pure notoriamente curative). Dal “Symposion” di Platone a “In vino veritas” di Kierkegaard, passando per l’ubriacatura di Noé e il miracolo delle nozze di Cana (dove dubitiamo ci si sia fermati alla modica quantità di un bicchiere), esso è parte costitutiva di un processo di civilizzazione. Possiamo imparare a bere meno e meglio. Ma non sarà il terrorismo psicologico un po’ infantile di una stupida etichetta a migliorarci. Semmai un raffinamento progressivo del gusto: che si impara con la pratica, con l’educazione guidata, non con le minacce o i divieti.

Forse dovremmo imparare dal dibattito bioetico: in cui, di fronte all’accanimento terapeutico (non è forse lodevole far vivere le persone più a lungo possibile?), ci si comincia a interrogare se quello che ci occorre sia dare tempo alla vita o vita al tempo. Io propendo per la seconda ipotesi.

 

La società della prevenzione. Il vino (e non solo), in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 gennaio 2023, editoriale, p. 1

Jacinda Ardern, la politica come professione e la religione del lavoro

Jacinda Ardern, la politica come professione e la religione del lavoro. Una questione di genere. Una riflessione per tutti.

Le dimissioni anticipate, per sua volontà e scelta, della premier neozelandese Jacinda Ardern, sono un potente messaggio anche per noi, che viviamo dall’altra parte dell’emisfero. Ci dicono due cose importanti, e (ri-)aprono una questione che ci accompagnerà a lungo.

La prima considerazione, il primo messaggio, riguarda naturalmente la politica: le condizioni in cui si svolge, il coinvolgimento che richiede. Fare il politico (non c’è bisogno di essere primo ministro, lo sa anche un sindaco) è un mestiere totalizzante. Non è il solo, certo: dall’imprenditore al parroco, dall’operatore umanitario allo sportivo, lo possono essere molti altri, che tendono a mangiare tutto il tempo disponibile, se non si è capaci di porre loro dei limiti. A differenza di altri, tuttavia, un politico, specie di altissimo livello, non può scegliere: deve farsi coinvolgere, perché sono le urgenze, più che l’ordinaria amministrazione, a travolgere. In questi casi il limite è difficile da porre, nel corso dell’espletamento dell’incarico. Da qui il grande insegnamento delle cariche a termine, la saggezza del limite nel numero di mandati. E, anche, la diffidenza che dovremmo avere – e che invece ci manca totalmente – nei confronti di chi questi mestieri li pratica troppo a lungo, o peggio non sa farne a meno. Eppure il fatto che gesti come quelli di chi lascia in anticipo perché sente di non farcela più (da Jacinda Ardern a Benedetto XVI) ci facciano simpatia, dovrebbe farci capire la stortura e anche l’innaturalità diremmo patologica del comportamento opposto.

La seconda considerazione riguarda tutti noi: specialmente le culture e i luoghi in cui il lavoro è considerato alla stregua di una religione (come da noi). Noi crediamo di esserci liberati progressivamente dal lavoro, immaginiamo che le nostre società siano più avanzate e progredite perché ci consentono di guadagnare di più, e con questo di concederci lussi impossibili altrimenti. Il problema è che i veri lussi sono altri, e il primo di essi è precisamente quello di non dipendere più dal lavoro, non esserne schiavi. Che è un insegnamento che ci accompagna dall’inizio del mondo. Noi abbiamo un’idea distorta delle popolazioni dette primitive, quelle che vivevano di caccia e raccolta. Le compiangiamo, perché costrette a procurarsi il cibo tutti i giorni, altrimenti non avevano, letteralmente, di che vivere. Il problema, come ci insegnano da un lato le testimonianze di archeologi e paleontologi, dall’altro gli studi antropologici su popolazioni ancora esistenti in qualche landa del nostro mondo, e su culture diverse dalla nostra (come ‘L’economia dell’età della pietra’ dello studioso americano Marshall Sahlins), è che la nostra interpretazione della loro vita si fonda su un grande equivoco: è vero che la durata della loro vita era ed è minore, ma la qualità della medesima prevedeva di dedicare solo alcune ore alla ricerca di cibo, e il resto della giornata spenderlo, letteralmente, in chiacchiere, rituali, decorazioni, creazione di gioielli e ornamenti, feste, danze, giochi, riposo, stati alterati e ubriacature di qualche tipo, attività effimere come acconciarsi i capelli, truccarsi e tatuarsi, grattarsi e godere un qualche tipo di vita sessuale, di solito precoce e spesso promiscua. Non è un caso che il pensiero utopistico degli ultimi due secoli, accompagnato da molti tentativi di metterlo in pratica, dai primi anarchici alle comuni hippy, fino ai pragmatici cohousing urbani e alla progettazione di smart cities odierni, abbia dedicato molta attenzione (dal modo di lavorare ai trasporti, dalle concezioni del lavoro di cura alla vivibilità degli spazi collettivi e alla salubrità dell’ambiente) a lavorare meno e meglio (Keynes un secolo fa suggeriva che sarebbero potute bastare tre ore al giorno per soddisfare i bisogni dell’Adamo che è in noi…), e a dedicare più tempo a coltivare e favorire le relazioni, intese come piacere condiviso, con tempi e luoghi dedicati.

La questione che si (ri-)apre e che ci accompagnerà a lungo è invece, naturalmente, quella di genere. Sono più spesso le donne che si pongono (anche perché costrette a farlo dai ruoli così come concepiti nella nostra cultura attuale) il problema della conciliazione tra famiglia e professione, tra soddisfazione lavorativa e coltivazione di relazioni significative, tra ben-essere e guadagnare. Il problema è che non faremo sufficienti passi avanti se non diventerà una condizione comune, una aspettativa condivisa, trasversale ai generi.

Cosa c’è di emergenziale nell’emergenza migranti?

La cosiddetta “emergenza migranti” in Veneto ri-alimenta purtroppo i problemi di sempre, senza aumentare di un pollice la nostra comprensione del problema, e senza quindi avvicinarci nemmeno per sbaglio a una soluzione. La stessa esistenza di questa presunta emergenza dimostra la totale inconsapevolezza e dunque incapacità della politica a comprendere le ragioni di quello che definiamo problema, e che è innanzitutto un fatto, con cui dovremmo confrontarci ordinariamente, e non in una logica perennemente emergenziale (non è più tale un qualcosa che si ripete identico da un paio di decenni).

Cominciamo dai dati. Gli sbarchi sono ripresi in maniera significativa (a margine: gli sbarchi sono ciò di cui la politica e i media parlano, ma sono lungi dal rappresentare la totalità degli arrivi): a dimostrazione del fatto che non conta e non cambia nulla chi è al governo – conta quello che si fa e soprattutto non si fa. Sarebbe stato stupefacente il contrario, peraltro, dopo il fermo della mobilità umana, a tutti i livelli, nel periodo Covid (anche le emigrazioni, per capirci, sono ricominciate in maniera massiccia). Oggi in Veneto ci sono poco più di seimila persone nella rete di ospitalità regionale, e si parla di emergenza. Poiché il Veneto rappresenta un decimo del PIL e della popolazione italiana, vorrebbe dire che l’Italia, un grande paese di sessanta milioni di abitanti che si picca di essere una grande potenza industriale e politica, non sarebbe in grado di ospitare sessantamila persone di cui sta esaminando i documenti (in realtà sono molte di più, ma suddivise in maniera sperequata tra le regioni, e il Veneto è tra quelle avvantaggiate). Magra figura, rispetto ai paesi con cui ci compariamo abitualmente. Solo nel 2021 in Europa sono state presentate oltre seicentotrentamila richieste di asilo, un quarto delle quali in Germania, un decimo in Francia, e più che da noi anche in Spagna. Ma stiamo parlando di cifre assolute: in percentuale sulla loro popolazione, moltissimi paesi ne hanno molte più di noi (e noi precipitiamo al quindicesimo posto in Europa).

Peraltro il Veneto ha contrattato di ricevere solo il 6% del totale dei richiedenti asilo ospitati nelle strutture gestite dal pubblico, in Italia: praticamente, in percentuale, la metà delle sue potenzialità (che dovrebbero corrispondere alle sue responsabilità), e pure, all’ingrosso, la metà della percentuale di migranti che ci vivono e la metà della percentuale di PIL che producono in regione.

Per giunta, l’Italia per l’accoglienza dei richiedenti asilo va al risparmio. Le cifre pagate dallo stato (molto inferiori agli investimenti di altri paesi) sono insufficienti per una decente ospitalità: figuriamoci per attivare politiche di integrazione (insegnamento di lingua e cultura, formazione professionale, orientamento al lavoro). Ma il costo della non integrazione è di molto superiore. Come per l’istruzione, se pensi che sia costosa, prova l’ignoranza…

Come si può notare, siamo di nuovo a parlare dell’anello finale, l’accoglienza, senza un cenno a tutta la filiera che la precede, a cominciare dalle procedure di ingresso e dalla legislazione complessiva sulle migrazioni (oggi entrare legalmente in Italia e in Europa è praticamente impossibile: l’unico modo per farlo è farsi passare per richiedenti asilo anche quando non lo si è, ed ecco spiegati i numeri di richieste e pure gli sbarchi, con le implicazioni in termini di accoglienza, in un circolo vizioso di cui non possiamo lamentarci, perché l’abbiamo creato noi: semmai potremmo finalmente modificarlo, ma dalla politica non giungono segnali in tal senso).

Infine, il dato più clamoroso di tutti, con cui dovremmo confrontarci. Se consideriamo poco più di seimila persone in accoglienza un’emergenza, ci sarebbe un modo molto semplice per risolverla, svuotando i centri. Seimila persone è in grado di assorbirle, senza costi e aiuti pubblici, il mercato del lavoro di una sola delle province venete, in non più di ventiquattr’ore: gli imprenditori farebbero a gara. Se ciò non avviene, vuol dire che il problema, e l’emergenza, sta altrove: nella legislazione, nella burocrazia, nella totale incomprensione della posta in gioco demografica, economica e politica. Potremmo risolvere il problema a vantaggio di tutti in poco tempo. Se non lo si fa, guardiamoci in faccia, e domandiamoci il perché.

 

I migranti e la vera emergenza, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 15 gennaio 2023, editoriale, p.1

Il paese dove non si nasce, muore

L’ultima edizione del Corriere del Veneto dell’anno appena passato citava, in articoli e a proposito di argomenti diversi, quello che sarà il principale e al contempo il più sottovalutato e meno discusso problema degli anni futuri: la demografia, di cui ancora fatichiamo a cogliere le implicazioni.

La provincia di Rovigo già oggi ha un record di cui non si coglie la drammaticità: la più alta differenza, in negativo, tra occupati e pensionati, con questi ultimi a prevalere nettamente. Segue Belluno, anch’essa in negativo. Mentre le altre province venete hanno per ora un saldo positivo. Questi numeri anticipano, di poco, un indicatore ancora più terribile: relativo a quando il totale delle persone in età lavorativa verrà superato dal numero di pensionati. Un problematico sorpasso stimato dal Fondo Monetario Internazionale, qualche tempo fa, per l’Italia, intorno al 2045, ma che verrà certamente anticipato (anche a seguito delle sciagurate scelte dei governi Conte 1 e Meloni, che hanno abbassato ulteriormente l’età della pensione per alcune categorie, e a quelle che si faranno in futuro, per compiacere quella che ormai è la più ampia platea elettorale e comunità di interessi presente nel paese). Scelte che avrebbero dovuto vedere in prima fila – contro – proprio i governanti delle province e regioni messe demograficamente peggio. Se non fosse che la politica, impegnata a gestire il quotidiano, delle tendenze, di ciò che accadrà in futuro, non sa nulla, né si preoccupa di sapere nulla. Ormai si improvvisa, invece di pro-gettare, proiettarsi in avanti, guardare il futuro per decidere come e in che condizioni arrivarci. Si bada al consenso (al tornaconto elettorale immediato) invece che al senso (profondo, e con conseguenze di lungo termine) delle decisioni da prendere.

Eppure il campanello d’allarme è in realtà una gigantesca sonora campana, il cui suono annuncia una accelerata e inesorabile morte civile e sociale futura. Cosa significa infatti, nel concreto, calo demografico, e diversa composizione della popolazione, con prevalenza di anziani? Lavoro che non si trova, non perché non c’è, ma perché mancano i lavoratori, e dunque le imprese non lo creano, e vanno altrove. Il che costituisce un ulteriore poderoso incentivo alla fuga, già in atto, anche di quei pochi giovani, da una società a misura di anziani, da un paese per vecchi. E non solo per questioni occupazionali, ma di opportunità di crescita, di sviluppo culturale, di occasioni di relazione e divertimento, in definitiva di significato. Nelle aree e paesi dove la popolazione cala, si atrofizza tutta la struttura delle opportunità, dai commerci ai servizi, i giovani e le famiglie tendono quindi ad andarsene, in un circolo vizioso che nel tempo si accelera: una “spirale del sottosviluppo” i cui cerchi si allargano con rapidità.

Pensare il futuro vorrebbe dire leggere con consapevolezza adeguata i problemi, e agire per invertire le tendenze, cogliendo le opportunità che ci sono. Investendo e arricchendo non solo di lavoro, ma anche di cultura, di opportunità, di diversificazione e di senso, la nostra società. Aiutando così i giovani a rimanere con iniziative a loro dedicate (se la realtà è a misura di vecchi, inevitabilmente i giovani se ne andranno, a ritmi sempre più veloci). Incentivando le nascite, con servizi adeguati alla conciliazione di lavoro e famiglia, facendo in modo che le donne entrino e restino nel mercato del lavoro, invece di essere costrette a scegliere tra la prigionia delle mura domestiche (che sono anche mura culturali e di senso) e la presenza nel mondo del lavoro, che è anche partecipazione al mondo là fuori. Investendo in programmi forti e coraggiosi di incentivazione e organizzazione dell’immigrazione, dall’estero ma non solo. Senza tutto questo, anche le occasioni offerte dalla silver economy, l’economia che ruota intorno alla terza età, saranno solo un’illusione.

 

Il paese dove non si nasce, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 gennaio 2023, editoriale, p. 1

Il senso delle feste

Ho passato la notte di Natale al pronto soccorso. Da accompagnatore. Per problemi di una persona a me vicina rivelatisi, per fortuna, non gravi. E ho capito meglio quello che avrei dovuto capire anche stando a casa, ma accade di rado: quale è il senso del Natale, il senso di ogni festa. Ringraziare. Per la nascita, nel caso del Natale: di Qualcuno in particolare, per chi ci crede; e della nostra, dopo tutto. Ma in realtà per tutte le nostre ri-nascite, nel caso di tutte le feste.

Ringraziare che siamo al mondo, tanto per cominciare. Ringraziare che c’è un mondo, di cui siamo parte. Un mondo, anche, che si prende cura di noi, persino non conoscendoci, pur non avendo contezza di chi siamo – a prescindere, per così dire. Un mondo, nel caso di specie, di giovani dottoresse e infermieri indaffarati, un’istituzione e un’organizzazione, che è lì per occuparsi di noi: che mentre gli altri fanno festa in famiglia – tra un vecchio che ha passato il Natale da solo, bevendo troppo vino scadente, e ora si lamenta contro tutti pisciandosi addosso, un ragazzo incidentato senza colpa, un tossico abituale a cui non si riesce nemmeno a trovare, nelle vene, un posto dove introdurre un ago per una volta benefico, un’anziana anonima portata in ambulanza per un male più immaginario che reale, o forse più interiore che fisico, e riportata dopo un paio d’ore a casa con la stessa ambulanza e gli stessi volontari, un senza fissa dimora che approfitta per un poco del caldo della sala d’aspetto – comunque c’è, con le sue difficoltà ma c’è, ti fa gli esami del caso, anche quando non può veramente curarti, si prende cura di te, anche se non ha un legame affettivo con te. Di solito ne parliamo quando c’è un problema, di questo mondo: una lista d’attesa troppo lunga, un caso di malasanità. Ma c’è anche il resto, il quotidiano, per il quale dovremmo ringraziare. Anche chi questo sistema l’ha pensato. La politica buona, mi verrebbe da dire, di cui non parliamo quasi mai, sovrastati come siamo dalla notiziabilità – che ci appassiona più del dovuto – di quella cattiva.

Ringraziare che insieme a questo mondo, a questa istituzione, ce ne sono altre. La tanto bistrattata istruzione, per esempio, fatta anche lei di qualche parassita e di molti protagonisti silenti che cercano di fare il proprio meglio. Non eroi: troppa retorica, troppa enfasi. Ma persone (possiamo dire impiegati dei fini alti della società, burocrati dei valori collettivi, sottoposti di quel che ci tiene insieme?), che ci sono e fanno andare avanti le cose, nonostante tutto, e spesso nonostante noi e nonostante i loro stessi difetti e quelli delle organizzazioni per cui lavorano.

Ringraziare per tutti gli altri testimoni silenziosi dell’essere società, del creare tessuto collettivo, senza secondi o terzi fini, semplicemente facendolo, ognuno nel proprio ruolo, seguendo anche, oltre ai propri egoistici interessi (una parola bella e sottovalutata: inter-esse, esistere fra, stare con, partecipare, fare società senza saperlo), anche un qualche tipo di senso del dovere, forse persino di appartenenza a qualcosa di più alto, largo e numeroso di noi stessi e della nostra ristretta cerchia di relazioni.

Ringraziare, infine, per le feste stesse. Che ci ricordano di fare pausa. E che il senso della vita non sta nel correre di qua e di là, ma precisamente nel fermarsi (o nel sano, ciclico alternarsi tra l’una e l’altra cosa), nell’assaporare gli interstizi della vita come momenti significativi, dirimenti, spesso illuminanti. Godendosela di più, persino nel dolore e nella difficoltà. Perché c’è vita, c’è gente, e c’è mondo. E, di questo, non saremo mai grati abbastanza.

 

Il senso delle feste, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 dicembre 2022, editoriale, p.1

FIFA 2022 in Qatar: il Marocco e i nuovi equilibri mondiali

Comunque vada a finire la coppa del mondo del Qatar, la presenza in semifinale del Marocco, prima volta per una squadra africana, rappresenta un cambiamento storico, non rubricabile a un evento solamente sportivo.

È innanzitutto il simbolo del riscatto di un continente. Non a caso l’Africa tifa compatta per il Marocco, come anni fa aveva tifato Camerun, Senegal o Ghana quando erano arrivati ai quarti di finale. È un segno di equilibri mondiali che si modificano, e che peseranno sempre di più in futuro, economicamente, demograficamente (la Nigeria si avvia a superare gli USA come terzo paese più popoloso del mondo…) e anche politicamente.

Più in specifico, è un riscatto anche del mondo arabo, dove pure si gioca il mondiale, anche contro i paesi suoi ex-colonizzatori: nel caso dell’ex-colonizzato Marocco, battendo direttamente la Spagna, che nel territorio marocchino mantiene le enclaves neo-coloniali di Ceuta e Melilla, il Portogallo (proprio a Ceuta ebbero inizio le guerre marocchino-portoghesi, 600 anni fa), e andando ad affrontare la Francia, il colonizzatore più recente, il cui protettorato sul Marocco ha retto fino a settant’anni fa. Questa solidarietà interna al mondo arabo si è vista anche con la bandiera palestinese esibita dalla nazionale marocchina e da molti tifosi, a ricordare una ferita ancora aperta, che in occidente si tende a dimenticare, ma che nel mondo arabo è vivissima. Non stupisce che ovunque, nei paesi arabi, si tifi Marocco.

È un riscatto anche, in certo modo, dell’islam. I giocatori del Marocco hanno pregato sul terreno erboso dei campi di calcio mondiali, in direzione della Mecca, e anche questo fattore gioca un ruolo sullo scacchiere globale, nei paesi musulmani ma anche tra gli emigrati in paesi occidentali, dove l’islam è spesso malvisto, e non solo a causa del terrorismo. Re Mohamed VI appartiene a una dinastia che reclama una discendenza diretta dalla famiglia del Profeta, e questo è parte importante della sua legittimazione, che si sta attuando anche con una accorta politica di finanziamento di luoghi di culto e di formazione religiosa rivolta a imam e predicatori di tutta l’Africa (e della diaspora occidentale), in concorrenza e contrapposizione con l’islam radicale e salafita.

Riscatto, inoltre, del Marocco stesso, che da molto tempo persegue, con sempre maggiore successo, un ruolo di leadership – innanzitutto economica, attraverso oculati investimenti in sviluppo e infrastrutture – per tutta l’Africa, con particolare attenzione a quella subsahariana. Un ruolo da grande potenza regionale, al contempo in dialogo e collaborazione con l’Unione Europea. Quello che noi chiamiamo Marocco, in arabo maghrib, vuol dire occidente, e questa è dopo tutto la sua collocazione geografica, ma anche il ruolo di tramite che si è scelto, come paese in tumultuosa crescita economica, ma anche attore di una transizione politica che lo porta verso una sempre maggiore democratizzazione e libertà sostanziale.

Riscatto, infine, degli immigrati marocchini in Europa, della cui presenza straniera costituiscono una parte importante (in Italia sono oltre 400mila, terza componente dopo rumeni e albanesi). Non stupisce che sia così. Anche quando l’Italia vinceva contro altri paesi europei in cui erano stati accolti ma anche spesso maltrattati, gli italiani in essi emigrati avevano un motivo in più per gioire. Certo, qua e là c’è stata qualche inaccettabile intemperanza di troppo nel manifestare la propria soddisfazione (anche se, come in Italia, molto inferiore alle intemperanze contro i marocchini). Un surplus di rabbia, o un segnale di malessere, che in paesi come Francia o Belgio è anche una comprensibile protesta contro una integrazione non sempre riuscita, e una marginalizzazione di fatto che questi paesi hanno lasciato crescere nelle loro banlieues, pur in mezzo a evidenti successi di integrazione (a Bruxelles il nome più diffuso, alla nascita, è Muhammad). Ma l’argomento lanciato da qualche politico di destra, come Eric Zemmour, “in Marocco sono scesi nelle piazze pacificamente, in Francia ci sono stati tafferugli” (anche se risibili rispetto alla grande maggioranza di gioia civilmente espressa) rischia di essere scivoloso: più una constatazione di incapacità e impotenza della Francia rispetto al Marocco, dopo tutto. E peraltro le stesse persone, se non ci fosse stato il Marocco a giocare, avrebbero tifato per il paese in cui vivono. Come gli emigranti italiani all’estero quando non gioca l’Italia, dopo tutto.

 

Il riscatto del mondo arabo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 dicembre 2022, editoriale, p.1

Pluralità culturale e intolleranza: a proposito del niqab

Una donna del Bangladesh che vive da 13 anni a Mestre è stata prima insultata e poi aggredita perché portava il niqab, un tipo di velo islamico che lascia scoperti soltanto gli occhi. Non è il primo caso e non sarà purtroppo l’ultimo. Ma il fatto illumina alcuni nodi irrisolti, e vale la pena sottolinearne le implicazioni.

Da un lato abbiamo un rapido processo di pluralizzazione della società, che non è effetto della sola immigrazione, e che produce reazioni spesso oltre il limite della tollerabilità sociale. Le nostre città sono piene di persone che si sentono in diritto di decidere per gli altri che cosa è giusto e che cosa è sbagliato: e se una volta magari stigmatizzavano i capelli lunghi, una gonna corta o un bacio dato per strada, oggi se la pigliano con una coppia dello stesso sesso che si tiene per mano, con un capo di vestiario inusuale, o direttamente con il colore della pelle di una persona. Questi atteggiamenti denotano un’arroganza culturale diffusa, e un malfondato senso di superiorità. Come se fosse ancora possibile dire che esiste una sola cultura (quale?), un solo modo lecito di pensarla e di vivere, una sola religione o una sola ‘razza’ accettabile. E le modalità con cui si manifesta questo atteggiamento (il fatto che venga percepito come lecito aggredire qualcuno strappandogli di dosso un simbolo o capo di vestiario, che sia una sciarpa arcobaleno, una kippah o un velo) mostra quanto questa reazione incivile sia difficile da qualificare altrimenti che intollerante e financo francamente razzista (metteremmo mai le mani addosso ad una persona della ‘nostra’ cultura, etnia e religione per lo stesso motivo, a una suora magari?).

Ma un ragionamento va fatto anche sull’altra faccia della medaglia. Ho assistito personalmente e sostenuto (pagandone anche qualche minimo prezzo polemico) le battaglie delle donne musulmane in Italia per il diritto a portare l’hijab (un indumento a cui la definizione di velo fa torto, dato che non nasconde nient’altro che i capelli: come un foulard, a cui di fatto è assimilabile). Ho appoggiato il diritto al riconoscimento (ottenuto più di vent’anni fa) di poter avere la foto con l’hijab, per chi lo richiede, anche sulla carta d’identità (né più né meno come le suore, e per lo stesso motivo). Ho persino scritto un libro in difesa del burkini (il costume da bagno che è una specie di muta da sub incrociata con una casacca, che portano alcune musulmane, e non solo). Ma la questione del niqab, che copre anche il viso, del chador o a maggior ragione del burqa, pone un altro problema. Che non è di sicurezza: a tutt’oggi, in Europa, non si è visto né un attentato né una rapina attuati grazie ad esso. Ma squisitamente culturale, di estraneità reciproca percepita, e per questo più importante.

Certo, c’è anche un problema di legislazione. Da noi c’è il Testo unico di pubblica sicurezza che impedisce di andare in giro con il volto coperto, e vincola almeno a scoprirlo su richiesta di un pubblico ufficiale. Solo che – come leggi simili in tutta Europa – è regolarmente inapplicato, e non solo a carnevale: dalle sciarpe e passamontagna dei freddolosi, fino ai ricchi turisti della penisola araba che sarebbe imbarazzante (e probabilmente anticostituzionale) fermare alla frontiera. Non solo: in questi anni è stata la legge a ordinarci di coprire il volto, imponendoci la mascherina anti-Covid anche per strada. Segno che le sensibilità cambiano, per i motivi più diversi. E tuttavia i volti, da noi, sono culturalmente importanti, e loro copertura non sta sullo stesso piano di un foulard, perché in termini emozionali e comunicativi sono in un certo senso fondamento e garanzia del legame sociale, del rapporto fiduciario che implica.

Aggiungiamo che non è nemmeno un problema realmente religioso. Non c’è alcun riferimento coranico alla copertura dei volti. La sura XXXIII,59 invita solo le donne dei credenti a ricoprirsi dei loro mantelli – “questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese”. Poi, ognuno fa l’esegesi che vuole, e non tocca a noi decidere per i musulmani. Ma forse non sarebbe inutile un franco dibattito interno alle comunità islamiche sul perché di questa enfasi recente sulla copertura del volto. Il fatto che nel Corano non ce ne sia traccia lascia pensare che le ragioni siano altre e meno nobili, più legate ai rapporti di genere, o a sovrastrutture ideologiche, dato che si sta diffondendo, a partire da ambienti salafiti, anche in paesi dove era prima inesistente (non è il rispetto di una tradizione, dunque, ma precisamente il suo contrario: un’innovazione). Il che meriterebbe una discussione onesta sulle sue ragioni e i suoi torti.

 

L’alterità culturale del velo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” 10 dicembre 2022, editoriale, p. 1