Le voci, i volti e le maschere. Travestimenti e autenticità

Comunicazione è parola abusata. Ma proviamo a scriverla in maniera diversa: com-unicazione. Ecco che com-unicare potrebbe significare qualcosa come rendere unico, rendere uno, o essere uno insieme. Naturalmente non è questa l’etimologia della parola, che deriva da cum e munus, svolgere il proprio incarico, il proprio compito, con, insieme ad altri; significato questo, peraltro, ugualmente indicativo, proprio anche di altre derivate dalla parola ‘comune’: comunismo, comunione, comunitario. Ma entrambe costituiscono una interessante approssimazione al tema di questo festival della comunicazione.

La comunicazione di cui si parla è quella dell’era digitale: un’era caratterizzata non solo dall’interconnesione globale e permanente, ma anche da mezzi di comunicazione molto più interattivi di quelli che hanno caratterizzato l’era delle comunicazioni di massa. Più adatti quindi a risuonare nel villaggio globale preconizzato da McLuhan. Oggi, grazie a internet, il mondo lo è davvero un villaggio. E semmai il problema – un altro tragico problema di uguaglianza su scala globale – è che non a tutti l’accesso al villaggio è consentito, come ci testimonia il tema sottovalutato del digital divide.

Come ogni villaggio, anche quello globale è abitato da voci, volti e anche maschere.

Le voci narranti che riempiono i blog e i social network, con un ritorno e un rilievo dell’individuo che non conoscevamo in un passato dominato, per l’appunto, da mezzi di comunicazione ‘di massa’, passivi: un suk virtuale e talvolta cacofonico di incroci, snodi, link, tweet, sms, parole che si muovono veloci anche se talvolta parlano ma non dicono, e soprattutto non si ascoltano.

I volti, che grazie ai nuovi media ritornano in primo piano, visibili e non solo letti o immaginati, parlanti, capaci di dare quel di più che è proprio della comunicazione non verbale, protagonisti di narrazioni individuali e collettive, di grandi epopee e di piccole storie formato you tube, skype, tablet o videofonino.

E le maschere: i nascondimenti, i travestimenti, le menzogne sull’identità consentite dall’uso dei nickname, dall’anonimato di internet, della molteplicità degli indirizzi e-mail, dal gioco degli avatar. Ma anche l’infinita libertà che questo consente di essere fino in fondo se stessi, fino a far vedere, celandone l’identità reale, il sé che si vorrebbe essere e cui si rinuncia ad essere, nel meglio e nel peggio.

Insieme costituiscono alcuni degli elementi di quel ritorno della narrazione che è parte importante del paesaggio delineato dalla rivoluzione digitale. In cui diventa ancora più vero che sumus, ego sum: che siamo innanzitutto e soprattutto perché siamo il prodotto di relazioni che si narrano, e narrandosi si lasciano incontrare. La sconfitta finale di quel cogito, ergo sum che per troppo tempo abbiamo creduto essere la forma per eccellenza dell’innaturale e inumano primato del pensare sull’essere.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Le voci, i volti e le maschere. Travestimenti e autenticità, in “Pagine Aperte. Speciale Settimana della Comunicazione”, n.4, maggio 2011, pp. 10-11

L’idiozia della violenza da hooligans: il caso Aliprandi

L’aggressione nei confronti di Vittorio Aliprandi è un atto violento, stupido, volgare. Niente che possa richiamare alla battaglia, al duello, alla nobiltà della lotta del bene contro il male, ammesso e non concesso che stia da una parte sola: solo un branco di prepotenti contro una vittima inerme, tanti contro uno – vigliacchi, insomma. E meno male che in questo caso la polizia è intervenuta tempestivamente, ha già arrestato alcuni degli aggressori, ed è probabile che prenderà i rimanenti, e i complici, magari. Ne siamo lieti, come quando all’ultimo arrivano i nostri. E li ringraziamo, come ringraziamo i cittadini che sono intervenuti per difendere la vittima e fermare gli aggressori. Ma non basta ancora.

Questi giovani luminari dell’antiglobalizzazione, che si credono più intelligenti e dotati di maggior senso critico e di più alta penetrazione ideologica degli altri perché parlano di politica al centro sociale invece che di calcio al bar, si comportano poi come i peggiori degli ultras: che menano purchessia, come ragione di vita e sola capacità di azione collettiva. Anche questa una forma di tifo: che, come quello calcistico, è una malattia. Da typhos: febbre, offuscamento. E’ questo che sconcerta di più. Che non si sia imparato ancora a fare altro. Che il massimo di coscienza politica che si è in grado di sviluppare sia allo stesso livello di quella del bambino arrabbiato, del fidanzato accecato dalla gelosia o dell’avventore di bar dal coltello facile: ce l’ho con lui, e allora lo picchio. Siamo ancora lì: all’infantilismo più puro, alla filosofia da film di kung fu, al cartone animato giapponese. Con la differenza che almeno, in questi, al pugno rispondo con un pugno perché non ho la fantasia e l’intelligenza di fare altro, ma un pugno almeno l’ho preso, prima di rispondere allo stesso modo. Questi autonominati difensori civici dell’ingiustizia globale, questi hooligan con pretesa di coscienza politica, il pugno non l’hanno nemmeno preso: si arrogano il diritto di darlo, in nome della loro verità.

Certo c’è un clima, in questa Italia, che sconcerta. In cui i rappresentanti delle istituzioni per primi, dal più alto al più infimo, e Aliprandi ne è un esempio, si arrogano essi stessi il diritto di un linguaggio violento, di affermazioni grossolane, di analisi senza fondamento, tanto per dire o per fare, che inveleniscono l’aria politica che respiriamo. Non a caso era appena stato condannato per questo: una buona notizia, che mostra come il male si possa fermare con la legge anziché con la violenza. Ma è un clima più diffuso: che demonizza intere categorie di cittadini, meglio se con pochi diritti, come gli immigrati; o dalla maggioranza dà del brigatista ai giudici, e dall’opposizione dell’assassino a un ministro. Così, tanto per dichiarare. Siamo passati dalla pretesa di incivilire i barbari all’imbarbarimento progressivo dei civili, e non è un progresso. Ma quest’aria che tira – questa sì, un nemico da combattere – non giustifica nulla. Men che meno un atto ulteriore e più grave di inciviltà.

C’è una violenza del sistema, è vero. Che non ha mai giustificato la violenza del singolo o del gruppo, tuttavia. Anche perché non porta a nulla. C’è un legame, tra mezzi e fini. E forse è il caso di cominciare a ricordarcelo. Come diceva il vecchio Gandhi, “il fine sta nei mezzi come l’albero nel seme”. Da mezzi violenti, e da chi semina violenza, cosa ci si aspetta che fiorisca?

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), L’idiozia della violenza da hooligans, in “Il Mattino”, 22 aprile 2011, pp. 1-17

Padova-Formia 10 ore nel caos

L’alta velocità è stata inventata per rendere possibili cose prima impossibili. Come andare e tornare in giornata da Padova a Formia per partecipare a un convegno. Una mazzata: 10 ore di treno. Ma fattibile, specie se ti paghi un bel biglietto in prima classe per stare più comodo e lavorare. Ecco come è finita.

Viaggio di andata. Prima classe in coda: era in testa. Nessun problema: una corsettina alle 6 del mattino fa bene alla salute. Nelle toilette (di prima!) né acqua né carta: giusto, abbasso i privilegi. Le prese per il computer non funzionano in tutto il vagone: ma perché ossessionarsi col lavoro? Mi dedico a un libro. E si arriva a Roma con soli 10 minuti di ritardo: la coincidenza è salva.

Ritorno: biglietteria chiusa a Formia tutto il giorno. Chissà perché visto che lo sciopero inizia alle 21. Ma per noi ticketless non c’è problema. Ritardo 25 minuti dell’Intercity. Il problema c’è: è giusto il tempo per la coincidenza. Ma, con un’altra corsettina, che fa bene anche alla sera, ce la facciamo al pelo. Peccato che il treno delle 18.48 sia soppresso: non si sa perché, visto che lo sciopero inizia alle 21, e altri treni successivi sono regolari. Dopo coda adeguata, veniamo dirottati su un treno notturno per Vienna. Altra corsettina, e via. Naturalmente solo seconda classe, niente prese e addio lavoro. Neanche un carrellino per comprare dell’acqua: meno male che intenerisco un’addetta ai wagon-lits delle ferrovie austriache. E riesco pure a sedermi. Altri sono meno fortunati. Ma alla stazione successiva salgono quattro cinesi regolarmente prenotati: come giusto, cedo loro il posto. Faccio il resto del viaggio in piedi, arrivo alla 1 e mezza, invece che alle 22,39, mettendoci il doppio esatto del tempo previsto. Ma con soli 5 minuti di ritardo. Sono molto consolato: grazie, Ferrovie. Dimenticavo: il tutto per 180 euro, tariffa speciale non rimborsabile. Avessi preso quella normale sarebbero stati 250. Non rimborsabili nemmeno quelli, visto che un treno alla fine l’ho preso.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Padova-Formia 10 ore nel caos – lettera al direttore, in “Il Mattino”, 3 aprile 2011, p. 15

Sommersi dal mare nostrum

L’irrilevanza italiana nel Mediterraneo

Lo chiamavamo mare nostrum. Ma era tanto tempo fa… Oggi è lo specchio dell’irrilevanza italiana.

Da quando è scoppiata la crisi tunisina – un fatto storico che, con un travolgente effetto domino, sta cambiando per sempre il mondo arabo e i rapporti euro-mediterranei, dal Marocco alla Siria – l’Italia è entrata in contraddizione con se stessa. Da un lato la geografia, che ne fa un ponte attraverso il Mediterraneo, e quindi la geo-politica e la storia, che dovrebbe farne un luogo naturale e culturale di incontro tra l’Africa e l’Europa. Dall’altro la realpolitik, che al contrario mostra una volta di più l’inesistenza dell’Italia. Se oggi cancellassimo lo stivale dalla carta geografica del Mediterraneo, dal punto di vista dei rapporti di forza, della capacità strategica e dell’immaginazione politica, non cambierebbe assolutamente nulla. Conterebbero altri paesi: gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna, persino la Germania che non ha accettato di far parte della coalizione militare intervenuta in Libia (mentre l’Italia sì: ma poi con la Merkel si discute, con Berlusconi il silente no), e poi la Turchia, alcuni Paesi arabi, l’Iran, Israele…

Come è potuto succedere? Conta la mancanza di cultura politica internazionale, e probabilmente di cultura tout court. L’Italia, che aveva fino al secondo dopoguerra una grande tradizione orientalistica, che vuol dire di studio e riflessione sul mondo arabo e musulmano, non ce l’ha più. Il fascismo, per dire, aveva fondato l’Istituto per l’Oriente, per dare una base solida alle sue imprese coloniali: la repubblica l’ha lasciato morire. La Francia, al contrario, ha creato e potenziato una rete di istituti di ricerca in tutto il Maghreb e il Machrek, dove si formano i giovani accademici delle due sponde ma alle cui informazioni ricorrono anche i diplomatici e i militari transalpini. Gran Bretagna, Francia e Germania hanno inoltre imparato ad usare le elites arabe e gli stessi esuli politici che da loro vivono come referenti, collaboratori, costruttori di relazioni, fonti di informazione e strumenti di azione. Noi, a seguito di una ossessiva campagna di demonizzazione dell’immigrazione tutta, incapace di distinguere ciò che è utile e ciò che non lo è, non sappiamo usare queste risorse, e anzi le umiliamo.

A questo aggiungiamo l’insipienza di chi ha in mano la politica estera del nostro Paese. Che non ne ha azzeccata una: sostenendo Ben Ali quando già era crollato, dando la mano a Mubarak quando già l’avevano abbandonato anche gli americani, proponendo a modello Gheddafi quando già gli inglesi e i francesi stavano trattando con i suoi oppositori e lo stesso mondo arabo l’aveva da tempo scaricato, e andando poi a traino degli alleati senza esserne convinti e senza volerlo, con la consueta mancanza di autonomia e di pensiero strategico.

Il risultato? Che quel Mediterraneo che è la nostra storia e la nostra cultura – che il padanismo culturale ignora e del cui rifiuto non comprende le conseguenze – quel ‘continente liquido’ come lo chiamava lo storico Braudel, sta rapidamente emergendo come luogo strategico globale nello stesso momento in cui l’Italia l’ha culturalmente dimenticato e politicamente non capito, correndo concretamente il rischio di restarne sommersa, trasformando un’occasione storica in una sconfitta epocale.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Sommersi dal mare nostrum, in “Il Piccolo”, 30 marzo 2011, p. 1 (anche in “Il Mattino”, 2 aprile 2011, pp. 1-9)

Caro Causin, dopo il PD lascia anche la Regione

Lettera aperta (con risposte) ad Andrea Causin

Non discuto la tua scelta di uscire dal PD. Le critiche che muovi sono le critiche di molti altri. Anche di molti, con cui probabilmente hai più di qualcosa in comune in termini di elaborazione politica, che scelgono tuttavia di continuare a cercare di cambiare il PD dall’interno: i Chiamparino, i Renzi, i Civati e molti altri, fino a molti iscritti e simpatizzanti, delusi dalla attuale deriva ma non ancora disposti ad abbandonare il campo, convinti che sia, nonostante tutto, ancora riformabile, e necessario.

Condivisibili le tue posizioni critiche sul PD nazionale, e ancora di più su quello veneto, sulla sua poca incisività, sulla debolezza di leadership, sulle difficoltà di elaborazione di una linea politica forte, visibile, caratterizzante e condivisa. Giusto criticare le ambiguità, i tentennamenti, le incapacità, i silenzi, o le troppe parole su argomenti non dirimenti (come le critiche al berlusconismo che non sanno andare al di là di un’indignazione retorica e scontata, e in definitiva irrilevante, incapace di tradursi in proposta politica), e infine una disciplina di partito di alcuni che non è legata al PD, ma alle loro appartenenze precedenti.

Non penso che tu voglia lasciare per offrirti al miglior offerente. Non credo che tu ti sia venduto, e non penso che altri ti vogliano comprare. Non voglio nemmeno pensare ai tuoi destini politici futuri, se ve ne saranno: che sono problema tuo e scelta tua. Non mi interessano le allusioni, le dicerie e le malevolenze, che appartengono allo stile politico di altri.

Posso capire le critiche che fai, e accettare le scelte che ne deduci: purché siano coerenti e conseguenti. Che si scelga di fare battaglia politica interna al partito in cui si è stati eletti, o al suo schieramento, o di abbandonare l’uno e magari anche l’altro. Tutte le scelte sono legittimabili, purché chiare, oneste e conseguenti. E’ per questo che hai il dovere – se non vuoi finire come un Calearo o uno Scilipoti qualsiasi, persone che certamente politicamente disistimi – di abbandonare, insieme al PD, il tuo scranno di consigliere regionale, al quale sei giunto con il sostegno di persone che nel PD si riconoscono.

E’ un qualcosa che devi a te stesso, alla tua dignità personale, ai tuoi mondi di provenienza, a coloro che ti hanno sostenuto alle primarie, perché tu conducessi una battaglia politica interna, e infine a coloro che ti hanno votato all’interno della lista che tu oggi, legittimamente, decidi di lasciare.

E’ vero: anche altri hanno fatto scelte analoghe alla tua e non hanno pagato pegno, rimanendo al loro posto, dal Parlamento al Consiglio regionale. E’ vero, e triste, ma non giustifica le scelte che oggi sei chiamato a fare: in prima persona, di fronte alla tua coscienza. Ma anche, in quanto uomo politico e pubblico, di fronte ai tuoi sostenitori e ai tuoi elettori, e più in generale alla pubblica opinione.

Marca una discontinuità di stile, rivendica una dignità politica, mostrati diverso dai camaleonti di stagione: dimettiti, oltre che dal PD, dal Consiglio regionale. Potrai così mantenere un onore personale – che si riverbera tuttavia anche sui tuoi mondi culturali di provenienza – che sarebbe inevitabilmente e giustamente perduto di fronte ad una scelta differente.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Caro Causin, dopo il PD lascia anche la Regione, in “Il Mattino”, 21 marzo 2011, p. 7 (anche La Nuova Venezia e La Tribuna di Treviso)

Di seguito, il prosieguo dello scambio epistolare, avvenuto via Facebook

Risposta di Andrea Causin

Caro Stefano,

in questi giorni ho ricevuto moltissime lettere, mail e telefonate di sostegno alla mia scelta.

Persone che rivestono ruoli rilevanti nelle categorie, nei corpi intermedi e tantissima gente normale.

Ci sono stati alcuni commenti negativi. Persone che in modo civile non hanno condiviso la mia scelta. Ma ci sono state anche invettive e tentativi di attribuire alla mia scelta motivazioni abbiette o di tornaconto personale (rilanciate da persone pagate dal partito e dal gruppo consiliare regionale).

Con i primi ho accettato un confronto. A queste non ho risposto, né intendo farlo, perché si commentano da sole e rendono ancora più evidente a tutti quale aria si respiri oggi dentro quello che era nato come un partito nuovo, aperto e plurale.

La tua lettera è diversa perché parte dalla condivisione di molte delle ragioni che hanno determinato la mia scelta. Arriva a condividerne l’esito, ma censura, e questo appartiene al rigore e alla qualità straordinaria della tua persona, il fatto che alle dimissioni dal partito e dal gruppo non siano seguite anche quelle dalla carica elettiva di consigliere regionale a cui sarei arrivato, secondo te, con il sostegno del partito che adesso “tradisco”.

Non farò giri di parole e ti risponderò con la stessa tua franchezza:

Non rassegnerò le dimissioni da Consigliere Regionale del Veneto, ma continuerò in modo franco e leale il mio impegno di opposizione e per costruire una alternativa alla destra Veneta, che oggi è interpretata dalla Lega Nord.

Diversamente dai Calearo e Scilipoti, sono stato eletto con le preferenze di migliaia di cittadini che hanno scritto il mio nome sulla scheda elettorale. Molti mi hanno votato perché ero candidato nel PD e tantissimi, mi sento di dire i più, in virtù della conoscenza diretta di un impegno sociale e politico quasi ventennale, che mi vede puntuale, presente e disponibile.

In seconda battuta, diversamente da quanto dici, il mio partito ha fatto di tutto per rendermi la vita difficile. Forse ti è sfuggito che l’unica provincia d’Italia che ha approvato una deroga speciale alla norma statutaria che impediva la ricandidatura a chi aveva già fatto due mandati era Venezia. Permettimi di credere che ciò è avvenuto con lo scopo dichiarato (anche comunicatomi ufficialmente da un autorevole dirigente) di impedire la mia rielezione o quantomeno di renderla improbabile o stentata.

Ho accettato ugualmente la sfida e la voce degli elettori è stata chiarissima: contro ogni previsione sono arrivato primo. Voce chiarissima ma inutile, come ho lungamente spiegato nelle mie analisi.

Ed è anche questa vicenda personale, insieme a molte altre che per rispetto del PD e delle persone che vi militano e ci credono, che mi ha portato ad una sola conclusione: il PD, oggi, non è riformabile dall’interno.

La mia scelta, e tu che sei un osservatore attento lo sai, non è stata individuale, ma segue e interpreta quella di moltissimi che, con le stesse mie speranze, hanno affrontato la sfide elettorali e che da mesi vivono la stessa delusione. Soprattutto nelle regioni del Nord.

La scelta di rimanere in Consiglio Regionale va nella direzione di costruire anche nelle istituzioni una alternativa e una proposta credibile che il PD da solo non riesce più a interpretare.

Con amicizia

Andrea Causin

Consigliere Regionale

Consiglio regionale del Veneto

Gruppo Consiliare Misto

Risposta di Stefano Allievi

caro Andrea,

ti ringrazio, intanto, per aver risposto personalmente. Molti tralasciano di farlo, tanto prima o poi si dimentica tutto.

Come ho scritto, capisco la gran parte delle ragioni del tuo disagio, che sono quelle di molti altri esponenti, militanti, o semplici cittadini simpatizzanti ed elettori (o magari, ormai, ex elettori) del PD.

Il PD nazionale ha i suoi limiti di proposta politica, e direi persino di linguaggio. Il PD veneto, nei suoi vertici, pare imploso, tanto sembra aver accettato di essere condannato all’irrilevanza o, diciamo, a un dignitoso ma poco incisivo destino minoritario. E tuttavia, dentro il PD – persino negli organismi dirigenti, e ancora più a livello locale, in giro per l’Italia, incluso nel Veneto, nelle sopravvissute realtà governate dal PD come nelle molte in cui è spesso la sola opposizione dignitosa – vi è una quantità di energie vive, di spinte modernizzatrici, di profili riformatori, di capacità di iniziativa, di senso delle istituzioni e dello stato, e anche di senso dell’impegno politico come servizio al bene comune, che non è possibile lasciar morire, perché ne pagherebbe il prezzo non solo il PD, ma la convivenza civile e la civiltà della lotta politica nel Paese.

Questo PD ha bisogno di visibilità, di spazio, di rappresentanti che lo ascoltino e se ne facciano interpreti, o meglio ancora che gli lascino spazio, cortesemente lasciando qualche sedia libera dopo averle occupate per un numero più che sufficiente di mandati, e con esiti discutibili, stando ai risultati elettorali, ma mai veramente discussi.

E senza questo PD non c’è alternativa che sia credibile e possibilmente vincente: e che ridia fiato, speranza, dignità e futuro a un Paese che ne ha sempre meno. Alternativa che si costruirà non solo nel PD, certamente: ma difficilmente senza il PD e a prescindere da esso. Per questo, in una logica di sistema e non di appartenenza politica, c’è bisogno, eccome, di riforma – anzi, di più, di rinnovamento e cambiamento radicale – dentro il PD; e, anche, di una opposizione e di un progetto che nasca al di fuori, e che magari si alleino in una prospettiva di percorso condiviso.

Sono quindi rimasto molto deluso dalle reazioni alla tua scelta di lasciare il PD. Da un lato quelle di coloro che lo hanno fatto prima di te, magari subito dopo le elezioni, e dovendo giustificare una posizione incomoda e moralmente problematica, semplicemente ci godono, ma senza alcuna prospettiva e proposta politica reale: come a dire, vedete che non sono il solo? Dall’altro quelle di chi, al vertice del partito, per l’ennesima volta dice: sì, va be’, ma si sapeva, c’erano già segnali, e via così, sopendo e minimizzando, o al contrario insinuando e maledicendo, comunque mai discutendo nel merito, e magari facendo un po’ di sana autocritica, limitandosi alla eterna logica dell’autoriproduzione delle burocrazie. La domanda è: ma reagiranno così anche al 999° che se ne andrà?

Detto questo, c’è un elemento base di moralità politica che per me resta dirimente. Te lo riporto con l’esempio di Nicola Rossi, economista e galantuomo, eletto al Senato nel PD, che formulando delle critiche per qualche verso anche simili alle tue, ha scelto di non condividere più il percorso politico del partito che lo ha eletto. E per questo motivo si è dimesso dal Senato, o almeno ci ha provato, con l’ipocrisia finale del suo partito che insieme ad altri ha respinto le dimissioni. Ecco, credo che gesti come questi siano necessari, e siano più politici di tanti altri. So che sono rari, e in questa legislatura ci sono stati così tanti esempi di salto della quaglia plurimo e carpiato, che fanno splendere ancora di più i casi isolati di dimissioni reali. Mi piacerebbe che ce ne fossero altri. Nello schieramento che ne ha visti di più, che è quello di centro-destra. E in chi ha abbandonato il PD. Questa, a mio parere, dovrebbe essere la normalità politica, il livello base di decenza etica: non l’eccezione. E in altri paesi lo è. E’ giusto che gli individui abbiano libertà di scelta. E’ giusto anche che, per le proprie scelte, paghino il relativo prezzo. Tanto più – e non andrebbe dimenticato mai – quando si è figure pubbliche e di mezzo c’è il denaro del contribuente.

Cordialmente

Stefano Allievi

La nazione mobile. L’identità tra emigranti e immigrati

La nazione mobile. L’identità tra emigranti e immigrati

C’è un’Italia di fatti e un’Italia di parole; una d’azione, l’altra di dormiveglia e di chiacchiere; una dell’officina, l’altra del salotto; una che crea, l’altra che assorbe; una che cammina, l’altra che ingombra”, scriveva Giuseppe Prezzolini nel 1904. E aggiungeva: “I nostri uomini politici non sono vele, né timoni, né zavorra; impicciano, non spingono né dirigono”. Giustino Fortunato, nel 1911, cinquantesimo anniversario dell’unità, aggiungeva che, di queste due Italie, “una è l’Italia europea, l’altra l’Italia africana”.

Lette con gli occhi di oggi, queste frasi alludono all’opposto di quello che sembra. Sembrano dirci che sì, ci sono due Italie: quella che cerca di capire come si evolve il mondo e quella che fa finta di niente, o peggio “fa finta di tutto”, come diceva Ennio Flaiano. Che i politici, in maggioranza, fanno parte della seconda Italia. E che sono loro, insieme ai molti cittadini che si comportano come loro, a costituire “l’Italia africana”: non i meridionali, non gli immigrati. Che, come molti autoctoni settentrionali che si danno da fare, e con cui condividono questi valori, più spesso appartengono – per dirla con Prezzolini – al paese che lavora, non a quello che vive a sbafo; che agisce, non che chiacchiera; che sta in officina, non in salotto.

Come si vede, la divisione non è geografica. In questo senso, l’Italia è una, poiché viviamo sotto lo stesso tetto. Anche se è stato costruito lentamente. Prima aggregando e integrando stati autonomi e differenziati, al seguito di quel manipolo di lombardo-veneti che costituivano il nerbo e la maggioranza dei Mille garibaldini. Poi integrando all’interno, in un’appartenenza comune, popoli che a poco a poco hanno cominciato a riconoscersi uniti, versando lo stesso sangue sulle medesime trincee, nel Risorgimento prima e durante la Grande Guerra poi, passando per le imprese coloniali dell’italico impero, fino al secondo conflitto mondiale e alla Resistenza. E riconoscendosi infine in una medesima lingua: quella dell’eredità letteraria, certo, ma popolarizzata da quei grandi mezzi unificanti che sono stati la scolarizzazione obbligatoria da un lato, e i mezzi di comunicazione di massa dall’altro: dalla radio dei discorsi di Mussolini, alla Rai-Tv.

A questi va aggiunto un altro aspetto, oggi più importante che mai, che riguarda i movimenti delle popolazioni. Gli italiani si sono riconosciuti insieme emigranti, e sono stati trattati come italiani – e male, subendo le discriminazioni correlate a questa identificazione – innanzitutto all’estero: dove Veneti (la regione che in Italia ha prodotto più emigranti) e Siciliani, Piemontesi e Calabresi sono stati accomunati dalla stessa etichetta e, spesso, dallo stesso stigma. Poi è stata la volta delle migrazioni interne, dal Sud al Nord, che hanno mischiato e di molto le popolazioni italiche. E infine – nell’età della globalizzazione – c’è stato l’arrivo delle nuove immigrazioni.

Le emigrazioni (30 milioni di italiani che se ne sono andati in un secolo e mezzo di storia, in gran parte anche rientrati) hanno prodotto una nuova Italia fuori d’Italia: si calcolano in 50-60 milioni, infatti, i discendenti di italiani emigrati che vivono all’estero. E le immigrazioni, che oggi ammontano a quasi 5 milioni (tanti quanti gli italiani all’estero che mantengono cittadinanza e passaporto), ci dicono di nuovi futuri italiani che già vivono fra noi. Di questi oltre tutto quasi un milione sono i figli di immigrati residenti, nati qui, ma che solo in piccola parte hanno per ora acquisito la cittadinanza italiana, a causa della legge in materia più restrittiva d’Europa. E non crediamo sia un bene.

Da un lato infatti ci siamo sbracciati per consentire a persone che vivono altrove da decenni, e che in maggioranza continueranno a viverci, di sentirsi più italiani, votando per chi poi governa noi che stiamo qui. Dall’altro impediamo a chi qui ci è nato e ha studiato di essere pienamente italiano, non favorendo – è il minimo che si possa dire – la loro integrazione, e poi lamentandoci che non sono ben integrati. Dimenticando il monito del cardinal Martini: “è difficile sentirsi figli nella casa dei doveri se si è orfani nella casa dei diritti”.

L’integrazione è questione infatti di diritti e di doveri, di riconoscimento reciproco e di accoglienza, nei due sensi: anche di simboli, culture, religioni diverse (a cominciare dalle diversità interne: linguistiche, ad esempio). Ecco perché c’è – o ci dovrebbe essere – spazio per tutto: per l’italiano lingua comune e per la lingua d’origine (arabo, cinese o veneto che sia), e magari per l’inglese lingua degli scambi con il mondo; per la patria veneta, per la cittadinanza italiana, e per la comune appartenenza europea; per l’italiano cattolico, quello ateo, quello convertito al buddhismo, e per il neo-italiano sikh o musulmano. Per il tricolore e per San Marco, insieme alla nostalgia per il paese degli avi. Non sono in contraddizione, questi elementi, come non lo sono diversità e unità: E pluribus unum (“da molti, uno”) è il motto degli Stati Uniti, non a caso. Ed è chi li mette in contraddizione che rinnega la sua storia. Inclusa quella delle ‘piccole patrie’, che sono anch’esse frutto di innesti anche casuali, di inseminazioni disparate e di permeabilità profonde.

Forse oggi il problema è proprio questo: l’ignoranza delle proprie radici, della propria storia, e di come si è prodotta, l’appiattimento sul presente, la mancanza di prospettiva. Che – lo sappiamo bene guardando i nostri figli e parlando con i nostri concittadini – non è problema degli immigrati, ma di un’epoca. A cui tutti, e per tutti, dovremmo cercare di porre rimedio. Ritrovando insieme le ragioni dell’unità.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), La nazione mobile. L’identità tra emigranti e immigrati, in “Il Mattino”, 17 marzo 2011, p. II (inserto speciale 150° anniversario)

Il sindaco Renzi calamita per il PD

Per la stampa è quasi sempre e solo il ‘rottamatore’. Ma Matteo Renzi, come figura politica, costituisce una novità non solo per il PD, ma per la politica nel suo complesso. Per l’età, innanzitutto: il semplice fatto che lo si chiami il ‘giovane’ sindaco di Firenze testimonia di questo dato, e del problema costituito dal gerontocomio politico italiano. Per il linguaggio che utilizza: diretto, scevro da ogni politichese, popolare ma non populista. Per lo stile politico, che gli ha fatto vincere le primarie contro il suo stesso partito, e poi le elezioni, pur con opinioni spesso controcorrente: da un liberalismo non di facciata al piglio decisionista contro le lobby sindacali e non (come nella decisione di pedonalizzare la zona del Duomo di Firenze senza nemmeno informare i commercianti, uscendo da un immobilismo che aveva bloccato ogni decisione in proposito da decenni; o come nelle critiche alla Gelmini, accusata non di riformare, ma di non farlo abbastanza); dalla trasversalità che gli ha fatto incontrare Berlusconi ad Arcore, attirandosi critiche furibonde, alle prese di posizione sul referendum Fiat e su Marchionne. Fino al richiamo esplicito alla propria fede cattolica, in luoghi e ambienti dove è minoranza, ma in chiave di laicità praticata e non come etichetta da esibire: le sue posizioni su testamento biologico, omosessualità o coppie di fatto suonano infatti eresia al clericalismo senza fede di molti neoguelfi italiani, ma sono anche interpretazione rispettosa del proprio ruolo, capace di ricordare, anche alla stessa Chiesa, che il credente “non va in politica per testimoniare dei valori, ma per cambiare concretamente le cose”, e che si viene eletti “per fare il sindaco, non per fare il vescovo”.

Già questi erano elementi di interesse sufficienti per decidere di invitare Renzi a Padova a presentare il suo libro “Fuori!” (sabato 12 marzo, ore 18, presso il Dipartimento di Sociologia, via Cesarotti 14). Ma è stato significativo scoprire che nel frattempo altri volevano fare altrettanto: da associazioni del privato sociale a sindaci della cintura padovana, da circoli culturali ai giovani di “Prossima fermata: Padova”, fino a diversi esponenti dei Giovani democratici. Un segnale che Renzi non è tanto importante come figura in sé, ma per il fatto che interpreta un comune sentire diffuso e che ha bisogno di esprimersi. E non perché introduce concetti rivoluzionari, ma perché fa di una normalità assente dalla politica o da essa mal interpretata, il nerbo di una politica possibile e anzi già localmente praticata. Renzi ha avuto semplicemente più visibilità di altri per le sue critiche dirette, che anch’esse hanno intercettato un sentire diffuso, alla nomenklatura del PD: quelli, nelle sue parole, del partito nuovo con le facce vecchie, che continuano a perdere ma restano sempre al loro posto, che “vanno mandati a casa per quello che non hanno fatto più che per quello che hanno fatto. Per la speranza che non hanno saputo suscitare”. A cui chiede senza complimenti di rispettare il loro proprio statuto (dopo tre mandati, a casa). E da cui è cordialmente detestato. Di Renzi, in questo senso, ce ne sono anche in altre forze politiche. Ed è un segnale da seguire con interesse. Perché interpreta un bisogno di diversità e di normalità politica che non è di un partito, e nemmeno di uno schieramento, ma del sistema politico italiano nel suo complesso.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Il sindaco Renzi calamita per il PD, in “Il Mattino”, 11 marzo 2011, pp.1-17

PD, tieniti stretto Renzi

Recensione a Matteo Renzi, Fuori!, Milano, Rizzoli, 2011

Alcuni dirigenti del PD lo chiamano maleducato, perché rivendica esplicitamente un radicale ricambio ai vertici e l’applicazione dello statuto (dopo tre mandati, a casa). Per la stampa è quasi sempre il ‘rottamatore’. Ma dietro a Matteo Renzi, giovane sindaco di Firenze, e soprattutto al popolo del PD che si è riunito con lui e con Pippo Civati alla Stazione Leopolda di Firenze nel novembre 2010 – e che altri incontri terrà prossimamente in altre parti d’Italia – c’è molto di più e molto altro: una leadership potenziale giovane e arrabbiata, ma costruttiva e non rancorosa, critica ma non gratuitamente polemica, e soprattutto dinamica, innovativa, pragmatica, forse un po’ spontaneistica, ma certo ricca di idee e di energie. Tutte cose di cui il PD ha bisogno come il pane, e senza le quali è destinato a un già delineato e prevedibile declino, di appeal prima di tutto, testimoniato eloquentemente dalle tendenze dei risultati elettorali e del tesseramento, ma più ancora dal morale rasoterra di simpatizzanti, iscritti e dirigenti.

Consapevole di questo, Renzi punta a sparigliare, “controcorrente e contro tutte le correnti” del PD, sapendo che “il tema della casta (anche) a sinistra è forte, fortissimo”. E insofferenza e indignazione contro la casta interna sono una marea montante. Renzi, di questa battaglia, che non è antipolitica ma al contrario fortemente politica, vuole farsi interprete. Non stupisce quindi che non sia amato da una nomenklatura che, nella sua terminologia, ha cambiato svariate volte nome ma si presenta sempre con le stesse facce, e che lui del resto non nasconde di voler attaccare frontalmente.

Tra gli aspiranti riformatori interni al PD Renzi è certamente l’ultimo arrivato, ma ciò che lo caratterizza è forse una certa peculiarità di stile personale e di capacità comunicativa, che rende il suo messaggio più accattivante di altri per una certa fascia di militanti e – ciò che è ancora più interessante – di simpatizzanti e addirittura di non elettori del PD.

Il tema del linguaggio è fondamentale. Saper comunicare. Assumere consapevolmente uno stile diverso. Cambiare linguaggio, appunto. Elementi che sono parte importante del ‘renzismo’. Ma tutt’altro che una tentazione superficiale, o cosmetica. Lo si vede da alcuni slogan: “Metà parlamento a metà prezzo” (o il “Facce nuove a Palazzo Vecchio” con cui ha vinto, contro la nomenklatura del PD, le primarie a Firenze e poi le elezioni). Ma anche “una nuova generazione contro le degenerazioni che ci hanno preceduto”; “potremo fallire per incapacità, ma non per consunzione”; fino al “E’ demagogico dire tutti a casa? Sì, parzialmente sì. Ma ci sono dei momenti in cui occorre rischiare di vincere cavalcando la demagogia piuttosto che essere sicuri di perdere adagiati sull’apatia”; per concludere con un “meglio essere accusati di arroganza oggi che processati per diserzione domani”, che sono anche le parole conclusive del libro.

Dietro questi slogan, che qualcuno legge semplicemente – aspetto generazionale a parte – come berlusconismo in salsa democratica, ci sono tuttavia contenuti non banali: su un liberalismo non di facciata, sulla capacità e il dovere di decidere anche contro le lobby (incluse quelle corporative e sindacali di sinistra), sulla strategia riformatrice (esemplificatrici le parole sull’università, e sul fatto che la riforma Gelmini la si sarebbe dovuta attaccare non perché riforma, ma perché non riforma abbastanza, invece di adagiarsi su un no senza capacità propositiva), sul bisogno di cultura, su quello di identità (da intendere come grande questione politica, di cui non bisogna avere paura, e di cui non bisogna lasciare il monopolio alla Lega), sul bisogno tutto politico di produrre comunità, tessuto connettivo all’interno delle città, senso di appartenenza. Se non è qualcosa di sinistra, è almeno qualcosa di liberale e comunque di civile, in ogni caso un progresso rispetto all’afasia dominante ai vertici del PD: e il sindaco di Firenze ha il merito di proporre questi temi con prese di posizione nette, con sintesi talvolta forti ma raramente spericolate. E, anche, con un po’ di supplemento d’anima, di gioia di vivere e persino di divertirsi facendo politica (per “combattere il tristismo” anche con un po’ di verve polemica e di spirito futurista), che di fronte a tanto contorto politichese brillano per schiettezza e novità.

Anche quando parla di valori, a cominciare dai suoi: quando parla di fede, di laicità, di valori scout, della sua storia personale di cattolico impegnato in politica, con una fede radicata ma capace di laicità praticata e convinta (“ho vinto le primarie per fare il sindaco, non per fare il vescovo”), capace di affrontare senza elusioni temi etici delicati, dal fine vita all’omosessualità, all’interno di una autentica e diremmo obamiana ricerca di senso religioso in politica (ma capace di ricordare, tra le altre cose, anche alla stessa Chiesa, che il credente “non va in politica per testimoniare dei valori, ma per cambiare concretamente le cose”).

Naturalmente non può mancare la parte più legata alla polemica interna al PD, che ha fatto di Renzi una figura di rilievo nazionale. A cominciare dalla rivendicazione delle primarie non solo come metodo, ma come ragione d’essere del PD (e non potrebbe essere altrimenti per qualcuno che le ha vinte contro l’establishment del partito, in una lotta senza esclusione di colpi, inclusi quelli bassi). La critica interna è netta, e ha il merito della chiarezza. “Le pagelle si danno a scuola, non in politica. Ma non c’è chi non veda che questa generazione ha sprecato il proprio colpo in canna. E non è che cambieranno le cose se la lasceremo lì a vivacchiare”. E ancora: “i nostri padri politici vanno mandati a casa per quello che non hanno fatto più che per quello che hanno fatto. Per la speranza che non hanno saputo suscitare”. Folgorante, anche se discutibile, la sintesi dell’evoluzione del PD da Veltroni a Bersani. Il discorso del Lingotto era “un film inedito, che puntava a sparigliare ma che aveva il solito cast di sempre. Una bella storia, raccontata però dalle stesse facce di sempre”. Oggi Bersani “ha colto la contraddizione tra la storia e i narratori. Ma anziché cambiare le facce, sta cambiando la storia”. Potrà essere ingeneroso nei confronti dell’attuale segretario, che sta cercando di tenere insieme i cocci di un partito in discesa, in tutti i sensi. Ma coglie bene una parte di verità. E non si può dare troppo facilmente torto a Renzi, accusandolo di essere liquidatorio, se si pensa che il culmine dell’elaborazione politica di Bersani è stato rilanciare, in un’intervista quasi incomprensibile al lettore comune, il ‘Nuovo Ulivo’, oggi peraltro già rapidamente archiviato.

Anche se il libro non ne parla, l’attivismo di Renzi, e di molti altri quadri del PD con lui, ci ricorda una cosa fondamentale: che il PD non ha due gambe (come continuamente ripetono i leader protagonisti della sua unificazione), ma tre: la prima è rappresentata dalla tradizione eurocomunista e socialista; la seconda da quella cattolica popolare; ma la terza è fatta da quei militanti, iscritti e personale politico che, senza essere mai stati iscritti a quei partiti, che magari pure votavano senza troppa convinzione, hanno creduto nel PD come a un soggetto nuovo, diverso, davvero riformatore, e in esso si sono impegnati. Spesso sono proprio i rappresentanti di questa terza gamba a costituire la parte più innovativa del PD; ed è la loro diaspora, la loro emorragia, che si sta rapidamente consumando in questi anni, a costituire per esso la perdita maggiore, non solo di voti, ma di energia, di motivazione e di capacità propositiva e riformatrice. Renzi e gli altri che stanno provando a riformare il PD dall’interno ne sono un esempio. Vale la pena di non perderli per strada. Senza di loro, la scommessa del PD è già persa.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), PD, tieniti stretto Renzi, in “Reset”, n. 124, marzo-aprile 2011, pp. 102-103

L’islam spaventa perché fa paura il pluralismo religioso

Stefano Allievi Liberazione 2011

Stefano Allievi Liberazione 2011

Allievi S. (2011), L’islam spaventa perché fa paura il pluralismo religioso, in “Liberazione”, 4 marzo 2011, p.12 (intervista su “La guerra delle moschee”) HO IL TESTO

Festeggiamo il tricolore troppo irriso

E’ sconcertante che in questo Paese le cose ovvie debbano sembrare rivoluzionarie. Come, che so, festeggiare il 150° dell’Unità d’Italia ed esporre il tricolore… E ancora più triste che i compiti istituzionali relativi, alla fine, se li assumano in pochi, mentre ai livelli più alti le istituzioni danno l’esempio, negativo, di disinteressarsene, anzi, di fregarsene, anzi peggio, di fottersene e di sfotterle. E poi ci si stupisce che il senso civico, in Italia, sia scadente e forse scaduto. Anche in quel Nord che di solito accusa il Sud di esserne privo.

Fa benissimo il Comune di Padova a lanciare una serie di iniziative per festeggiare quella che per l’appunto è una festa, anche istituzionalmente riconosciuta. Quello che sconcerta è che la cosa faccia notizia. Ma così è, se vi pare. Già arrivarci, alla festa, è stata una ridicola sceneggiata: anche questo un genere letterario meridionale infelicemente trapiantato al Nord. Non è che non si sapesse che la ricorrenza era in arrivo. Dopo tutto c’era un apposito comitato nazionale a lavorarci (con due lire e in mezzo a un ostacolo dopo l’altro, al punto che un galantuomo come l’ex presidente Ciampi, che lo presiedeva, se ne è dimesso). Ma tant’è. Tra le irrisioni della Lega e le improvvide uscite di Confindustria, ci si è arrivati solo all’ultimo, a decidere che, come ovvio, la ricorrenza fosse anche festa nazionale e quindi vacanza. Ma subito dopo, tutti lì a sfilarsi: vergognosamente, per persone che coprono cariche pubbliche e dall’Italia sono lautamente retribuite per rappresentarla e farle onore.

Si comincia con un ministro – e non un ministro qualsiasi, ma quello degli Interni, che l’Italia la governa nei suoi gangli più delicati e simbolicamente significativi – che dichiara in tv, con un mezzo sorriso che vorrebbe essere furbetto, che lui lavorerà. E si finisce con governatori regionali e giù fino ai sindaci che, con l’aria finto tonta del Bertoldo che crede di essere l’unico con il cervello fino, dicono ridendo che loro alle celebrazioni non parteciperanno e, anzi, lavoreranno sodo per il bene dei cittadini.

Passi per tanti sindaci di realtà minori, per i quali sparare qualche fregola sul tema è un modo per guadagnare un po’ di facile visibilità sui giornali e di consenso tra sodali. Ma dal principale rappresentante nel governo della Lega, persona seria, avremmo preferito non aspettarcelo. E nemmeno dal presidente della provincia autonoma di Bolzano, Luis Durnwalder (giusto per far vedere che non solo di leghisti si tratta), che governa un territorio letteralmente sepolto dai soldi dell’Italia. Coerenza vorrebbe che se l’Italia non la si riconosce, non se ne riconoscano nemmeno i benefici, i vantaggi e le prebende.

Non è un giochino di cui fare strame, il senso di appartenenza. Già la sinistra l’ha scoperto tardivamente, tricolore incluso, e deve su questo fare autocritica: ma meglio tardi che mai. Ma anche i cittadini lo stanno riscoprendo, finalmente, con un po’ di orgoglio, e non solo in occasione dei mondiali. Non a caso il personaggio più rispettato è il Presidente della Repubblica, che l’unità d’Italia la simboleggia e la incarna. Siamo stati costretti ad aspettare che un comico ce lo ricordasse, con grandissimo successo, nel più nazional-popolare degli spettacoli. Non lasciamo che ce ne tolgano il gusto, lasciandoci solo il disgusto di vedere le strumentalizzazioni che ci stanno intorno. E festeggiamo tutti, il 17 marzo. Con il nostro bel tricolore addosso. E un sorriso ben stampato sul viso.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Festeggiamo il tricolore troppo irriso, in “Il Mattino”, 2 marzo 2011, pp.1-9 (anche “La Nuova di Venezia” e “La Tribuna di Treviso”)