I ‘Responsabili’ e la prostituzione in politica
/in 2011, Altro / Unpublished Materials, Politica / Politics /da Stefano20 gennaio 2011
La nascita, proprio adesso, di un nuovo gruppo parlamentare a sostegno di Berlusconi, è una notizia che supera qualsiasi riflessione sul trasformismo o il bisogno di casacche di questo o quel parlamentare. Che un gruppo di personaggi in cerca d’autore – da Calearo ex-Pd a Scilipoti ex-Italia dei Valori, da Cesario ex-Api a Pionati ex-Udc, da Moffa ex-Pdl e Fli a Sardelli di Noi Sud, a testimonianza di un encomiabile ecumenismo e di larghissime vedute – decida, risottolineiamo, proprio ora, a prescindere da tutto e a dispetto di tutto (“facendo finta di tutto”, avrebbe detto Flaiano), di offrirsi al miglior offerente, che non c’è dubbio è Silvio Berlusconi, è sintomo di una malattia assai più diffusa, e nemmeno vista come tale, che colpisce il Paese.
Nel momento più basso dell’etica pubblica e della morale privata del cavaliere, venti nuovi parlamentari si mettono – naturalmente per senso di responsabilità, e ci mancherebbe (così si chiama il gruppo: Iniziativa Responsabile) – al suo servizio: con il compito di schiacciare il pulsante del voto a comando, e da questo soltanto uniti (dove il progetto politico? le idee sull’Italia? le proposte di riforma?). Il fatto, dopo tutto, merita qualche considerazione. Non solo il premier non perde consenso, ma in quel mondo tutto particolare che è il ceto politico ne guadagna persino.
Colpisce anche il riflesso condizionato dei suoi, la totale mancanza di critica interna al suo partito: lo schierarsi sempre e comunque dalla sua parte, difendendo l’indifendibile. Certo, è un parlamento di nominati, non di eletti: di dipendenti e di domestici, quindi. Il controllo assoluto del destino politico dei suoi, l’assenza completa di democrazia nel partito di cui è leader (e l’accettazione senza fiatare di questo stato di cose, in un partito che non ha mai celebrato congressi ma solo organizzato happening e passerelle), fanno di Berlusconi, più che un leader politico, una figura a metà tra il guru religioso, capace di succhiare se non l’anima almeno l’indipendenza di giudizio dei suoi seguaci, e l’imperatore (immagine certamente più consona all’opinione che ha di sé), la cui corte non ha il coraggio di contraddirlo. E che considera l’accettazione dei capricci del capo come prassi.
La norma – il valore di riferimento che guida l’azione – è fare ciò che dice chi paga, qualunque cosa sia, anche lo scambio più volgare. In questo senso ci pare che questa morale, che è il segno più forte di una cultura apparentemente dominante, sia altrettanto ben interpretata dagli uomini come dalle donne che circondano il capo, le cui carriere sono in entrambi i casi legate all’unico merito della fedeltà cieca e assoluta e dell’asservimento ai suoi voleri. La predisposizione e il voto delle leggi ad personam per difendere Berlusconi dalla magistratura sono dopo tutto forme di prostituzione più gravi della cessione del proprio corpo di una escort che non ha responsabilità pubbliche. E proporre carriere nello spettacolo o – questa la novità rispetto ai sciur e alle cocottes del passato – persino politiche, e a spese del contribuente, alle animatrici dei festini del capo – e accettarle, da parte dei maggiorenti del partito – è assai più grave che sperarci, da parte delle animatrici in questione.
Stefano Allievi
Italia inadatta a maneggiare il caso Tunisia
/in 2011, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Politica / Politics /da StefanoIl satrapo è scappato. Il dittatore che le cancellerie occidentali per troppo tempo hanno fatto finta fosse un presidente democraticamente eletto, è fuggito via, senza vergogna, ma ben munito di risorse, come usa in questi casi.
La Tunisia si libera da una cappa di repressione e corruzione familiare che durava da quasi un quarto di secolo, più di quanto sia durato il fascismo. La fine del regime di Ben ali è una buona notizia per tutta l’area, ma i contorni di questa che è più un’implosione e un’autodissoluzione che una rivoluzione o un golpe di palazzo, ancora vaghi, lasciano adito a molte incertezze. La prima delle quali riguarda le modalità della transizione. Questo crollo di regime avviene in maniera più rapida e per questo inaspettata del previsto. La rabbia delle piazze non ha ancora raggiunto il suo culmine, ed esploderà con maggior forza – in quali forme è troppo presto per sapere – quando finalmente i tunisini potranno sapere la verità sull’entità delle spoliazioni sistematiche cui sono stati sottoposti, e una libera stampa e una vita politica vera, finora inesistenti, potranno denunciare, oltre agli scandali, la gravità e la durezza della repressione, che aveva le sue antenne anche nei paesi dell’emigrazione tunisina, Italia inclusa. Un governo di unità nazionale può essere intanto una soluzione tampone, in attesa dell’avvio di un processo democratico dalle molte incognite, e in presenza di una crisi economica profonda, senza nemmeno le risorse naturali di cui godono paesi vicini, come l’Algeria: la ricchezza tunisina, il turismo, ha ricevuto infatti un colpo molto duro dalla crisi economica europea.
Su questo scenario spicca la cecità e l’inconsistenza politica dell’occidente, e dell’Italia in maniera particolare. I paesi europei portano tutta intera la responsabilità di avere sostenuto fino all’estremo, per timore del fondamentalismo islamico, regimi indifendibili, rendendo quasi inesorabile la polarizzazione tra dittature cosmeticamente travestite da democrazie, nascoste dal belletto di elezioni che tutti sapevano truccate, e islamismo radicale: questo in Tunisia, come in Egitto, dove un regime sull’orlo della fossa prepara la transizione nelle mani del figlio del presidente, come altrove. Proprio perché queste stesse dittature hanno fatto piazza pulita di ogni opposizione, islamista o liberale, borghese o popolare, e della società civile, un’alternativa democratica e moderata non è a disposizione, né l’Europa ha fatto nulla per costruirla e sostenerla. C’è da sperare che impari la lezione e lo faccia ora. Il rischio altrimenti è che gli islamisti, in Tunisia come altrove costretti all’esilio o al carcere, si dimostrino la sola alternativa ai regimi che li hanno perseguitati. L’Italia, in questo panorama, spicca per un livello di insipienza politico-strategica ai limiti del suicidio diplomatico. Mentre la Gran Bretagna ospita come esule politico il leader islamista tunisino, peraltro moderato, Rachid Ghannouchi, il governo Berlusconi gli ha invece negato in passato persino il visto di ingresso. E mentre la Francia blocca i beni tunisini sul suo territorio, l’Italia tace e non fa nulla. Il ministro Frattini, ancora oggi, continua ad agitare lo spauracchio islamista, dimenticando di aver fatto molto perché ne crescesse la forza, e arriva a proporre, a una parte del mondo tutt’altro che primitiva, il modello Gheddafi, di cui gli stessi libici si sbarazzerebbero volentieri se solo lo potessero, e che nessuno nel mondo arabo prende seriamente a modello. Con questo, invece di prepararci a lavorare con le élite che governeranno domani questi paesi, ce le alieniamo ulteriormente. E rimpiangendo l’amico Ben Ali, che ha ospitato Craxi e fraternizzato con Berlusconi, che l’ha più volte incontrato anche privatamente nelle proprie vacanze, non facciamo che sottoscrivere una atto di abdicazione dalla nostra presenza nell’area.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Italia inadatta a maneggiare il caso Tunisia, in “Il Mattino”, 18 gennaio 2011, p. 7 (anche “Il Piccolo” p. 1-2 “Quel satrapo troppo amico”)
Berlusconi: perché l’etica privata c’entra con la vita pubblica
/in 2011, Altro / Unpublished Materials, Politica / Politics /da StefanoL’imbarazzante sequenza di rivelazioni più o meno piccanti sulla vita privata di Berlusconi si fa sempre più serrata. L’aspetto moralistico è quello su cui maggiormente è focalizzata l’attenzione pubblica, ma ci sembra il meno interessante.
Più che sui fatti personali può essere interessante trarre qualche conclusione sugli effetti pubblici della discutibile morale privata su cui si fonda questa vicenda, in ogni caso triste per gli effetti a valanga che ha ed avrà sul livello di tensione morale, già scarso, e sulla reputazione internazionale del Paese.
Sul piano del decadimento morale del paese, le conseguenze sono ovvie, anche se questo ennesimo scandalo ne è solo un esempio tra tanti, non l’origine. Tra le altre, l’accettazione e la diffusione dei capricci del capo come norma e come esempio – in altre parole, il servilismo come prassi e modo per fare carriera, riuscendoci. O la ‘velinizzazione’ della politica. Non solo sul piano estetico – più donne e più belle in politica – ma sul piano dei contenuti: fare ciò che dice chi paga, qualunque cosa sia, anche lo scambio più volgare, purchè si salvino le apparenze. In questo senso ci pare che questa morale sia molto meglio interpretata dagli uomini che circondano il capo, le cui carriere sono state legate all’unico merito della fedeltà cieca e assoluta al capo e all’asservimento ai suoi voleri, che non dalle donne. La predisposizione e il voto delle leggi ad personam per difendere Berlusconi dalla magistratura, cedendo senza fiatare il proprio onore e la propria anima, sono forme di prostituzione assai più gravi della cessione del proprio corpo di una escort che non ha responsabilità pubbliche. E proporre carriere politiche alle animatrici dei festini del capo – e accettarle, da parte dei maggiorenti del partito (memorabile in questa chiave la frase di un coordinatore del Pdl a un escluso eccellente che si lamentava di non essere stato ricandidato: “tu c’hai le poppe?”) – è assai più grave che sperarci, da parte delle animatrici in questione.
Sul piano internazionale, le conseguenze sono ovvie. La considerazione di cui godono il Paese e il suo leader sono in continua discesa, e siamo lontani dal livello più basso. Un fatto che dovrebbe stare a cuore anche alle nostre imprese, così premurose nel loro sostegno al leader.
Sul piano interno, non è altro che l’ennesimo vortice di una spirale discendente che non accenna ad arrestarsi. E che le denunce della casta non riescono a far diventare un circolo virtuoso: quasi ci si fosse assuefatti al peggio. Del resto, metà del paese è con lui, e non pronuncerà alcuna condanna: anche perché non desidererebbe altro che essere al suo posto.
Il controllo assoluto del destino politico dei suoi, e l’assenza completa di democrazia nel partito di cui è leader, fa di Berlusconi un leader di partito solidissimo. La sua corte non avrà il coraggio, come non l’ha avuto finora, di contraddirlo. Il bisogno di mantenere il potere da parte di Berlusconi, per continuare a posporre i suoi guai giudiziari, per controllare l’informazione pubblica, e anche, molto umanamente, per darsi l’illusione di controllare lui gli eventi, anziché essere succube di essi, è quasi assoluto. E allora, a meno di fatti imprevedibili, è facile ipotizzare una legislatura lunga e umiliante, segnata da uno stillicidio di rivelazioni, sempre più infime e tristi – che possiamo immaginare più frequenti man mano che si accelereranno le tappe di un divorzio che non potrà certo rimanere vicenda privata – con un potere sempre solido e tuttavia fortemente indebolito, che lascerà alla fine l’Italia, sempre che regga economicamente, in pietose condizioni politiche e in una devastante situazione della morale pubblica, più bassa ancora rispetto ai tempi di Tangentopoli.
Un paese che avrà ulteriormente perduto il suo rango, depresso economicamente e moralmente, e retrocesso agli occhi della pubblica opinione internazionale. In condizioni più difficili, quindi, e comparativamente peggiori, di quando Berlusconi l’ha preso in mano.
L’era berlusconiana, nata in un tripudio di speranze e ottimismo, finirà male, dunque. Ma dovremo assaporarla fino alla fine.
p.s. Le frasi che precedono sono tratte da un articolo pubblicato sul Mattino il 24 luglio 2009, un anno e mezzo fa. Eppure avrebbero potuto essere state scritte ieri. La tragedia del Paese è tutta qui.
Stefano Allievi
Le primarie sono fedeltà ai princìpi
/in 2011, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Politica / Politics /da StefanoIn difesa delle primarie
In un editoriale pubblicato ieri l’amico Gilberto Muraro definisce le primarie uno “strumento per scegliere il perdente”. E si domanda se “vale la pena di farsi del male per fedeltà ai princìpi”. Ora, una delle cose di cui hanno sofferto i partiti italiani è proprio quella di essere stati così poco fedeli ai loro princìpi, cambiando continuamente idee e linea politica (molto meno le leadership), da produrre un crollo della fiducia e un forte aumento dell’astensionismo. Le primarie sono un principio costitutivo del Pd, che ha molto contribuito a caratterizzarne l’originalità, e uno strumento fondamentale per il suo rinnovamento: due buone ragioni per tenersele strette.
Esse servono per selezionare i vincenti, o almeno i migliori, non i perdenti. Matteo Renzi è diventato sindaco di Firenze grazie alle primarie del Pd. E oggi è uno dei suoi uomini nuovi più promettenti nonché, dicono i sondaggi, il sindaco più popolare d’Italia. Senza le primarie, semplicemente non sarebbe esistito. Nichi Vendola ha già vinto due volte le primarie di coalizione e il governo della sua regione, la Puglia. Se il Pd ha perso con i suoi candidati ufficiali forse deve fare una riflessione sulla bontà delle sue scelte e sulla sua distanza dall’elettorato: e magari sugli eterni sponsor dei perdenti (nel caso pugliese Massimo D’Alema), che collezionano sconfitte ma restano sempre a galla.
Piacciano o meno i personaggi citati, sono esempi di rapporto vero con il proprio elettorato e con la società che li esprime. Se altrove (come a Milano) i candidati ufficiali del Pd perdono, forse è perché sono quelli sbagliati, o forse è perché è sbagliato che il partito ne sponsorizzi uno solo, invece di lasciare la scelta alla base, accettando il suo responso e sostenendo il vincitore, chiunque sia. L’errore dunque non è fare le primarie, ma crederci solo a metà, e quindi farle male.
Le primarie sono state momenti di grande partecipazione, anche di non iscritti: merito del Pd è stato quello di attivarla, e suo demerito è stato semmai di non valorizzarla. La prima vittima della cancellazione delle primarie sarebbero proprio questi elettori: simpatizzanti del Pd, non dei vecchi partiti che gli hanno dato origine (a cui le primarie non sono mai andate giù, perché preferiscono la cooptazione, assai più controllabile). Inoltre non dividono il partito, ma ne consentono la partecipazione, rispecchiando gli umori della base. La prova è che come segretario del Pd ha vinto Bersani perché aveva più consenso, ma i perdenti collaborano fedelmente con il vincitore. L’errore è semmai che a livello locale si sono votate liste legate ai segretari nazionali, anziché persone davvero in competizione con le loro rispettive qualità, privilegiando l’obbedienza di corrente rispetto alla capacità di creazione di consenso.
Inoltre solo le primarie consentono di svecchiare un ceto dirigente arroccato sulla propria difesa, evitando di ripresentare alle elezioni i soliti noti, in calo di consensi, e favorendo la partecipazione di forze che fanno altrimenti fatica ad emergere. E’ per questo che, lungi dal cancellarle, vanno generalizzate: per scegliere i candidati al Parlamento come i sindaci e i segretari.
Quale è l’alternativa? Che, come avvenuto troppo spesso, i capicorrente si riuniscano in sedi non formali per decidere in una logica di spartizione: io mando il tuo a fare il segretario, se tu dai ai nostri un posto in parlamento, e a quegli altri il sindaco – e poi si fa un bel congresso per ratificare l’accordo. Le primarie sono il solo modo di spazzare via questo modo di fare politica: che riproduce le leadership senza produrre consenso (e anzi facendone perdere). Per questo dire addio alle primarie sarebbe dire addio al Pd.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Le primarie sono fedeltà ai princìpi, in “Il Mattino”, 11 gennaio 2011, pp. 1-4
Essere cristiani, un mestiere pericoloso
/in 2011, Articoli / Articles, Articoli di Religione / Religion Articles, Religione / Religion /da StefanoLa strage di Natale in Nigeria è solo un fatto tra tanti. Più simbolico di altri, certo: morire perché cristiani nel giorno in cui si ricorda la nascita di Cristo. Ma un episodio insieme a molti altri: che dal Pakistan alla Somalia, dall’Iraq alla Cina, dalla Colombia alle Filippine, dalla Corea al Sudan, dall’Arabia Saudita all’Honduras, dal Congo alla Turchia, dal Brasile alla Palestina, dove Cristo è vissuto e si è annunciato al mondo, testimoniano di come essere cristiano oggi possa ancora essere un segno di contraddizione e, incidentalmente, un mestiere pericoloso.
Ce ne accorgiamo poco, e prestiamo a questi episodi una attenzione distratta. Dopotutto non ci riguardano: qui da noi essere cristiano, per molti, è troppo spesso una comoda identità, qualche volta persino un business o una rendita politico-culturale. E per quelli per cui è un costo, una scelta scomoda, c’e più spesso il silenzio. O le luci del martirio quando ormai è troppo tardi. Del resto da noi la Chiesa, nella sua parte più visibile, è istituzione, potere, denaro persino; è in quella invisibile, quella che non fa notizia, che bisogna cercare più spesso il lievito del pane, il sale della terra: chi si occupa degli ultimi, chi è vicino a chi soffre, o a chi ha fame e sete di giustizia.
Ecco, i massacri di cristiani qualunque in paesi qualunque ci ricordano che essere cristiani è, dovrebbe essere, potrebbe essere, una scelta radicale, una testimonianza esplicita, un richiamo forte. Non un dichiararsi tiepido, un ricordarsi appena appena, nei giorni comandati. O, come in certa politica nostrana, che in questo è specchio fedele della nostra società, baciare un anello cardinalizio, ossequiare una porpora, mendicare la stretta di mano di una qualche autorità ecclesiastica. Non per caso nel nostro Parlamento e nel nostro Governo il tasso di clericalismo è spesso inversamente proporzionale alla fede, e quelli che più ci tengono a dichiararsi cristiani sono quelli che meno bazzicano le opere pie, del resto assai scomode: non solo c’è da dare da mangiare all’affamato e da bere all’assetato (che si può risolvere in maniera moderna e pulita con un obolo a un qualche ente assistenziale), ma anche da visitare l’ammalato e il carcerato e peggio ancora ospitare il forestiero, come meno volentieri si ricorda.
Altrove è diverso. Altrove, per il semplice fatto di essere cristiani, si può morire. Come vittime innocenti, o come testimoni attivi di fronte all’ingiustizia: vittime di poteri economici, di potentati politici, di squadroni della morte, ma anche solo di invidie di vicinato, di gelosie strumentalizzate e sobillate ad arte. Con targa religiosa, islamica spesso (anche se quelle che scambiamo per guerre di religione sono più spesso guerre tra poveri), o semplicemente al soldo del potere. Gli episodi di persecuzione che ricordavamo non sono solo testimonianze che la Chiesa perseguitata esiste, che il martirio è d’attualità oggi come duemila anni fa. Ci ricordano anche che essere cristiani, se lo si vuole, significa davvero qualcosa. E qualcosa di importante, se il suo valore – non il suo prezzo – è ancora quello della vita.
Stefano Allievi
Allievi S. (2010), Il coraggio dei cristiani, in “Il Piccolo”, 29 dicembre 2010, pp. 1-2 E ANCHE
Allievi S. (2011), Essere cristiani, un mestiere pericoloso, in “Il Mattino”, 4 gennaio 2011, p. 39 (anche “La Nuova di Venezia” p. 34 e “La Tribuna di Treviso” p. 39)
1 Allievi S. (2010), Il coraggio dei cristiani, in “Il Piccolo”, 29 dicembre 2010, pp. 1-2 E ANCHE
Allievi S. (2011), Essere cristiani, un mestiere pericoloso, in “Il Mattino”, 4 gennaio 2011, p. 39 (anche “La Nuova di Venezia” p. 34 e “La Tribuna di Treviso” p. 39) A R
Essere cristiani, un mestiere pericoloso,
La strage di Natale in Nigeria è solo un fatto tra tanti. Più simbolico di altri, certo: morire perché cristiani nel giorno in cui si ricorda la nascita di Cristo. Ma un episodio insieme a molti altri: che dal Pakistan alla Somalia, dall’Iraq alla Cina, dalla Colombia alle Filippine, dalla Corea al Sudan, dall’Arabia Saudita all’Honduras, dal Congo alla Turchia, dal Brasile alla Palestina, dove Cristo è vissuto e si è annunciato al mondo, testimoniano di come essere cristiano oggi possa ancora essere un segno di contraddizione e, incidentalmente, un mestiere pericoloso.
Ce ne accorgiamo poco, e prestiamo a questi episodi una attenzione distratta. Dopotutto non ci riguardano: qui da noi essere cristiano, per molti, è troppo spesso una comoda identità, qualche volta persino un business o una rendita politico-culturale. E per quelli per cui è un costo, una scelta scomoda, c’e più spesso il silenzio. O le luci del martirio quando ormai è troppo tardi. Del resto da noi la Chiesa, nella sua parte più visibile, è istituzione, potere, denaro persino; è in quella invisibile, quella che non fa notizia, che bisogna cercare più spesso il lievito del pane, il sale della terra: chi si occupa degli ultimi, chi è vicino a chi soffre, o a chi ha fame e sete di giustizia.
Ecco, i massacri di cristiani qualunque in paesi qualunque ci ricordano che essere cristiani è, dovrebbe essere, potrebbe essere, una scelta radicale, una testimonianza esplicita, un richiamo forte. Non un dichiararsi tiepido, un ricordarsi appena appena, nei giorni comandati. O, come in certa politica nostrana, che in questo è specchio fedele della nostra società, baciare un anello cardinalizio, ossequiare una porpora, mendicare la stretta di mano di una qualche autorità ecclesiastica. Non per caso nel nostro Parlamento e nel nostro Governo il tasso di clericalismo è spesso inversamente proporzionale alla fede, e quelli che più ci tengono a dichiararsi cristiani sono quelli che meno bazzicano le opere pie, del resto assai scomode: non solo c’è da dare da mangiare all’affamato e da bere all’assetato (che si può risolvere in maniera moderna e pulita con un obolo a un qualche ente assistenziale), ma anche da visitare l’ammalato e il carcerato e peggio ancora ospitare il forestiero, come meno volentieri si ricorda.
Altrove è diverso. Altrove, per il semplice fatto di essere cristiani, si può morire. Come vittime innocenti, o come testimoni attivi di fronte all’ingiustizia: vittime di poteri economici, di potentati politici, di squadroni della morte, ma anche solo di invidie di vicinato, di gelosie strumentalizzate e sobillate ad arte. Con targa religiosa, islamica spesso (anche se quelle che scambiamo per guerre di religione sono più spesso guerre tra poveri), o semplicemente al soldo del potere. Gli episodi di persecuzione che ricordavamo non sono solo testimonianze che la Chiesa perseguitata esiste, che il martirio è d’attualità oggi come duemila anni fa. Ci ricordano anche che essere cristiani, se lo si vuole, significa davvero qualcosa. E qualcosa di importante, se il suo valore – non il suo prezzo – è ancora quello della vita.
Stefano Allievi
Il coraggio dei cristiani
/in 2010, Articoli / Articles, Articoli di Religione / Religion Articles, Religione / Religion /da StefanoLa strage di Natale in Nigeria è solo un fatto tra tanti. Più simbolico di altri, certo: morire perché cristiani nel giorno in cui si ricorda la nascita di Cristo. Ma un episodio insieme a molti altri: che dal Pakistan alla Somalia, dall’Iraq alla Cina, dalla Colombia alle Filippine, dalla Corea al Sudan, dall’Arabia Saudita all’Honduras, dal Congo alla Turchia, dal Brasile alla Palestina, dove Cristo è vissuto e si è annunciato al mondo, testimoniano di come essere cristiano oggi possa ancora essere un segno di contraddizione e, incidentalmente, un mestiere pericoloso.
Ce ne accorgiamo poco, e prestiamo a questi episodi una attenzione distratta. Dopotutto non ci riguardano: qui da noi essere cristiano, per molti, è troppo spesso una comoda identità, qualche volta persino un business o una rendita politico-culturale. E per quelli per cui è un costo, una scelta scomoda, c’e più spesso il silenzio. O le luci del martirio quando ormai è troppo tardi. Del resto da noi la Chiesa, nella sua parte più visibile, è istituzione, potere, denaro persino; è in quella invisibile, quella che non fa notizia, che bisogna cercare più spesso il lievito del pane, il sale della terra: chi si occupa degli ultimi, chi è vicino a chi soffre, o a chi ha fame e sete di giustizia.
Ecco, i massacri di cristiani qualunque in paesi qualunque ci ricordano che essere cristiani è, dovrebbe essere, potrebbe essere, una scelta radicale, una testimonianza esplicita, un richiamo forte. Non un dichiararsi tiepido, un ricordarsi appena appena, nei giorni comandati. O, come in certa politica nostrana, che in questo è specchio fedele della nostra società, baciare un anello cardinalizio, ossequiare una porpora, mendicare la stretta di mano di una qualche autorità ecclesiastica. Non per caso nel nostro Parlamento e nel nostro Governo il tasso di clericalismo è spesso inversamente proporzionale alla fede, e quelli che più ci tengono a dichiararsi cristiani sono quelli che meno bazzicano le opere pie, del resto assai scomode: non solo c’è da dare da mangiare all’affamato e da bere all’assetato (che si può risolvere in maniera moderna e pulita con un obolo a un qualche ente assistenziale), ma anche da visitare l’ammalato e il carcerato e peggio ancora ospitare il forestiero, come meno volentieri si ricorda.
Altrove è diverso. Altrove, per il semplice fatto di essere cristiani, si può morire. Come vittime innocenti, o come testimoni attivi di fronte all’ingiustizia: vittime di poteri economici, di potentati politici, di squadroni della morte, ma anche solo di invidie di vicinato, di gelosie strumentalizzate e sobillate ad arte. Con targa religiosa, islamica spesso (anche se quelle che scambiamo per guerre di religione sono più spesso guerre tra poveri), o semplicemente al soldo del potere. Gli episodi di persecuzione che ricordavamo non sono solo testimonianze che la Chiesa perseguitata esiste, che il martirio è d’attualità oggi come duemila anni fa. Ci ricordano anche che essere cristiani, se lo si vuole, significa davvero qualcosa. E qualcosa di importante, se il suo valore – non il suo prezzo – è ancora quello della vita.
Stefano Allievi
Allievi S. (2010), Il coraggio dei cristiani, in “Il Piccolo”, 29 dicembre 2010, pp. 1-2
anche come Allievi S. (2011), Essere cristiani, un mestiere pericoloso, in “Il Mattino”, 4 gennaio 2011, p. 39 (anche “La Nuova di Venezia” p. 34 e “La Tribuna di Treviso” p. 39)
Berlusconi, i paradossi della fiducia
/in 2010, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Politica / Politics /da StefanoIl paradosso è, etimologicamente, una asserzione “in contrasto con la comune opinione” (doxa). Il voto di fiducia incassato dal governo Berlusconi ne contiene almeno tre, che potremmo sintetizzare così: chi vince perde, chi perde vince, e chi non c’è continuerà a non esserci.
Il primo riguarda la maggioranza. Essa ha incassato, a metà del suo percorso legislativo, una attestazione di fiducia non necessaria, perché avrebbe dovuto proseguire il suo cammino naturale senza di essa, e non prevista, perché chi ha presentato la mozione di sfiducia era convinto di ottenerla, e non l’avrebbe fatto altrimenti. Ma quella che sembra una continuità (il governo prosegue) è in realtà una rottura radicale. Perché la maggioranza, dall’essere la più ampia della storia repubblicana, è diventata una delle più risicate e deboli, e il governo sarà d’ora in poi in balìa, oltre che dei comprati e venduti dell’ultima ora, di un qualsiasi raffreddore. E degli interessi dell’alleato leghista.
Il secondo paradosso riguarda chi la mozione di sfiducia ha presentato, il cosiddetto terzo polo. Perdente sul piano dei numeri, con diversi membri dei partiti che lo compongono che sono passati a sostenere il governo, dando uno schiaffo clamoroso alle aspettative dei rispettivi strateghi. E che tutti davano quindi allo sbando, e a rischio di ulteriori emorragie e cambi di casacche: che sempre vanno in direzione del potere. Ma che invece sembra rafforzarsi a seguito di un imprevisto colpo di scena: la sua unificazione, su cui pochi in questi giorni avrebbero scommesso. La promessa di un atteggiamento di responsabilità consentirà di far proseguire il governo tenendolo tuttavia sotto ricatto costante, conferendo ai terzopolisti un’aura di serietà che il Pdl non potrà mostrare, dovendo sostenere le leggi ad personam di Berlusconi che il terzo polo avrà buon gioco ad affossare, salvando invece quelle nell’interesse del Paese.
Il terzo paradosso riguarda il Partito Democratico. In teoria l’attore principale dell’opposizione, in pratica il più irrilevante. Ha giocato una partita non sua e non decisa da lui. Facendo le mosse giuste, e muovendosi compattamente e con serietà, a differenza di altri. Ma come attore, appunto, per quanto indispensabile, non come regista. Non solo: ogni volta che il governo, nella votazione di un articolo sgradito, verrà battuto in parlamento – cosa che accadrà spesso da ora in poi – chi ne otterrà visibilità e farà notizia sarà il terzo polo, non il Pd, nonostante sia esso a sobbarcarsi il grosso del lavoro e del peso dell’opposizione. La tentazione già emersa di immaginare il terzo polo come l’alleato moderato, lasciando la rappresentanza dei moderati ai centristi e implicitamente accettando che il Pd non rappresenti questa componente, è infine una rinuncia di fatto al suo progetto originario, che su questa commistione si fonda, e apre una questione politica interna non da poco.
Il risultato finale è che chi finirà per volere davvero le elezioni, con la possibilità di vincerle, e decidendone la data sulla base dei propri interessi, saranno i due attori minori sia della maggioranza che dell’opposizione: la Lega e il terzo polo. Mentre Pdl e Pd finiranno per subire le loro scelte. La rivincita dei piccoli.
Una nota a margine: l’ennesima mossa falsa della Chiesa come attore politico. Non solo il cardinal Bagnasco, come più alto rappresentante della chiesa italiana, dà il suo sostegno (e ci domandiamo in quanti altri Paesi europei tali esternazioni siano concepibili) al suo sempre più debole – e sempre più indifendibile, dal punto di vista cattolico – alleato berlusconiano, negando esistenza ed appoggio ai cattolici che stanno altrove. Ma risulta essere l’unica a non accorgersi di aver scelto come partner non il vincente di oggi, ma il perdente di domani. Una scelta che pagherà con una ulteriore perdita di credibilità, di influenza, e di potere.
Stefano Allievi
Allievi S. (2010), Berlusconi, i paradossi della fiducia, in “Il Mattino”, 17 dicembre 2010, pp. 1-5 (anche “La Nuova di Venezia” e “La Tribuna si Treviso”, e “Il piccolo” 19 dicembre “Lega Nord e terzo polo, la rivincita dei piccoli”)
Conflitto distante che crea disinteresse
/in 2010, Interviste / Interviews, Politica / Politics, Società / Society /da StefanoStefano Allievi
E’ autore di oltre un centinaio di pubblicazioni in vari paesi e di numerosi articoli e interviste su dibattiti di attualità. Suoi testi sono stati tradotti in varie lingue europee, in arabo e in turco.




