La sfida del sindaco di Firenze

Con la sfida di Matteo Renzi la questione delle primarie, da discussione astratta e un po’ asettica, diventa una partita concreta e reale: un duello, con quell’elemento di passione e di gusto per la partecipazione che la politica può dare.
Certo, è una partita problematica, e per certi aspetti surreale: non se ne conoscono ancora le regole e, date le incertezze sul prossimo sistema elettorale, nemmeno la coalizione di riferimento. C’è quindi un elemento di coraggio un po’ guascone nel decidere di rompere gli indugi e scendere in campo, con il rischio che chi deciderà le regole lo faccia a uso e consumo del proprio candidato di riferimento. Ma la partita è decisiva, anche per il futuro dello schieramento riformatore.
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Avrupa’da Müslüman Öznenin Üretimi: Fikirler, Bilinçler, Örnekler

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M. van Bruinessen, S. Allievi, translation of Producing Islamic Knowledge

Il partito dei cattolici?

Il mondo cattolico è in fermento, pare. Il tormentone politico dell’estate, nella scarsità di notizie del ferragosto, sembra ruotare intorno al seguente interrogativo: ci sarà un nuovo partito dei cattolici? Ed effettivamente c’è un nuovo e positivo interrogarsi sul ruolo che possono avere i cattolici nel rinnovamento della politica e nella trasformazione della società. Qualche distinguo tuttavia è d’obbligo.
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Il caso Dalla e le coppie senza diritti

Il caso Dalla e le coppie senza diritti, in “Mattino Padova”, 6 luglio 2012
Il caso di Lucio Dalla e del suo convivente Marco Alemanno – che, non riconosciuto come erede legittimo, resterà privo di qualunque tutela – è solo l’ultimo della serie: quello riguardante persone note che ci consente di parlare delle assai più numerose persone ignote nella stessa situazione, il fatto di cronaca che ci consente di parlare della storia. E la storia è semplice: i modelli familiari si sono pluralizzati, né sono del resto mai stati univoci. Non esiste più, e da tempo, un solo modello di famiglia. E il modello ufficialmente dominante è cambiato radicalmente.
La famiglia in passato era luogo di produzione oltre che di riproduzione; negli ultimi decenni – salvo per poche famiglie contadine e artigiane – non era rimasta che questa seconda funzione: oggi nemmeno più questa può essere considerata funzione irrinunciabile ed esclusiva della famiglia. Si è spezzato infatti il legame ineluttabile tra matrimonio e procreazione: si può procreare – e lo si fa sempre più spesso – al di fuori del matrimonio, anche in forme inusuali oggi consentite dalle tecnologie legate alla fecondazione, e si può fare famiglia senza procreare, come testimonia il crescere del numero di coppie infeconde per scelta, anche regolarmente sposate. Ma c’è molto di più.
La maggior parte dei matrimoni finisce già oggi, nei paesi occidentali, per separazione o divorzio, anziché per morte di uno dei contraenti, come in passato. E i secondi matrimoni durano meno dei primi. L’età del matrimonio si alza di continuo, separandosi sempre più dall’età del primo rapporto sessuale, e aumenta il numero di partner e di esperienze tra l’uno e l’altro. L’età del primo figlio si eleva, mentre diminuisce il numero di figli per coppia, di cui l’Italia, paese cattolico (e questo la dice lunga sul significato di etichette usate con troppa leggerezza), detiene il record negativo mondiale. Il numero di coppie dette irregolari, eterosessuali o omosessuali che siano, è in crescita costante, e giustamente la legge oggi equipara i diritti dei figli nati fuori dal matrimonio – anch’essi sempre più numerosi – a quelli nati al loro interno, rompendo con l’iniqua discriminazione del passato. Rischiamo di diventare una società di figli unici, e i single (pre- o post-matrimonio, tra un matrimonio e l’altro, o per scelta) sono già oggi la maggioranza della popolazione delle grandi città. Insomma, il discorso pubblico sulla famiglia parla ancora di modello familiare, al singolare, mentre la maggior parte di noi lo vive al plurale, sperimentando, nelle esperienze altrui o nelle proprie, modelli diversi: figli di una coppia regolarmente sposata, che poi divorzia, riformandosi altrove con altri figli e nuovi legami, poi in età adulta single, poi conviventi, anche più di una volta, poi sposati, con o senza figli, poi separati, di nuovo single, risposati…
Di fronte a un tale mutamento, che al contrario di quel che molti credono non è affatto recente, viene da lontano, ed è una tendenza lunga e irreversibile di società a loro volta plurali, è cieco e sordo – o, per stare in metafore familiari, sterile e infecondo – il silenzio e il ritardo della politica nell’estendere, come si è fatto con i figli, i diritti degli uomini e delle donne, qualche volta anche padri e madri, che vivono al di fuori del matrimonio. Non si tratta di mettere tutto sullo stesso piano, di relativizzare alcunché, tanto meno di demolire la famiglia detta tradizionale. Si tratta di garantire dei diritti fondamentali di dignità alla libera scelta di sempre più persone; e nello stesso tempo – questa sarebbe la scommessa che dovrebbero giocare i sostenitori del modello familiare classico – di sostenere davvero, con politiche attive, la famiglia come risorsa sociale irrinunciabile di creazione di società, come strumento fondamentale della sua riproduzione.
Se in questo Paese la famiglia, invece di essere lo strumento retorico di un repertorio ideologico da agitare senza affrontarne davvero i problemi, fosse considerata sul serio una risorsa, diremmo sì ai diritti delle coppie di fatto e sì a politiche attive a sostegno delle famiglie. E su questi temi troveremmo un’inedita unità tra sostenitori dei diritti di tutti – la maggioranza, anche in campo cattolico, a dispetto delle posizioni ecclesiali e della politica che in esse si riconosce senza crederci – e sostenitori della famiglia come bene comune.

Primarie ma senza le regole

Bersani dice – ed è un passo avanti importante – che per eleggere il leader dello schieramento di centrosinistra si faranno le primarie, ovvero non sarà automaticamente lui. Il problema è che non ci sono ancora le regole. È un po’ come se la squadra più forte annunciasse un nuovo campionato, cui possono partecipare anche squadre delle serie minori, ma dicendo che le regole le scriverà, più avanti, la squadra più forte. E che tutto l’apparato tecnico di funzionamento del campionato lavorerà per la squadra più forte. Chiaro che c’è un problema.
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Riforma elettorale

Ci risiamo. Arriva un’altra proposta di riforma istituzionale firmata Silvio Berlusconi. L’ennesima. Ormai si passa dal modello ungherese all’uninominale inglese, dal doppio turno alla francese al presidenzialismo all’amatriciana. La cosa singolare è che il suo partito approvi anche questa, come ha approvato le altre, avendo del resto, in termini di riforme istituzionali, approvato tutto e il contrario di tutto in questi anni.
Furbescamente, tuttavia, adesso la palla è nel campo avverso. Dove molti sono stati presi in contropiede, perché in fondo questa riforma piacerebbe anche a loro, almeno in parte. Le interviste rilasciate dai vari esponenti di partito, su tutti i fronti (da Fini a D’Alema), lo mostrano con chiarezza. Potremmo sintetizzarle così: “sì, ma…”
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Vaticano, i peccati del potere

Quanto sta accadendo in Vaticano dimostra che vi è un peccato originale del potere temporale della Chiesa: che non sta in qualche singolo infedele, o in un occasionale complotto, ma è inscritto nelle logiche stesse di funzionamento del sistema ecclesiale. Il potere è sempre corruttore. Ma vi sono logiche proprie, specifiche, delle gerarchie e del potere, per come è esercitato nella Chiesa, che andrebbero esaminate. E non a caso sono le stesse che altrove – nelle democrazie – si è tentato di temperare.
Tre sono i punti dove un po’ più di osservazione dei mali del mondo farebbe bene anche a una possibile riforma della Chiesa: la trasparenza, i limiti temporali al potere, e la presenza femminile. Tutti snodi su cui non a caso si stanno giocando partite importanti in tutte le democrazie avanzate: per risolvere i loro, di mali.
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Così nasce la Terza Repubblica

Il risultato dei ballottaggi conferma e persino accentua le tendenze già viste al primo turno. C’è nell’elettorato una stanchezza e una disillusione diffusa, che la crisi non fa che accentuare: e questo spiega l’aumento dell’astensionismo, ma anche, in parte, quello di un voto che non è solo di protesta, ma ha anche questa componente. E c’è, nei sopravvissuti del sistema, in chi vota ancora, un desiderio diffuso di cambiamento: di volti nuovi, più giovani (in qualche caso molto più giovani, rispetto al gerontocomio offerto dai partiti tradizionali), più freschi e lontani dalla politica politicante, almeno apparentemente più capaci di ascolto. I partiti non garantiscono più nulla.
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La Lega come metafora

Proviamo a leggere la vicenda leghista come metafora dell’incapacità dei partiti di produrre cambiamento di sistema.
Il passaggio di testimone da Bossi a Maroni alla segreteria della Lega è al contempo un segnale di cambiamento e un’occasione persa.
Un segnale di cambiamento perché si passa dalla gestione familista e paternalista del fondatore a un approccio più moderno e razionale, vedremo se anche più democratico in termini di gestione interna del partito.
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Ora le persone contano più dei partiti

Le analisi del voto basate sulle percentuali e sui flussi di votanti dall’uno all’altro partito non colgono alcuni aspetti essenziali.
Il primo, indicatoci dai voti assoluti, è che, a causa della diminuita partecipazione elettorale e dell’aumento dell’astensionismo, di fatto, salvo i partiti che in passato non esistevano (come il Movimento 5 stelle di Grillo), non ha vinto nessuno: tutti hanno perso voti. In maniera molto più consistente nel centrodestra, con il tracollo di Pdl e Lega, e in misura minore nel centrosinistra.
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