Troppo potere, troppo a lungo (scandali e politica)

Lusi, Formigoni, Errani, Rutelli… Casi molto diversi, imparagonabili. Il primo è un ladro reo confesso. Il secondo non è sotto inchiesta (non stavolta, non per malversazioni o tangenti), ma lo è tutto il suo sistema di potere, e la gente di cui si è circondato. Errani è indagato per un reato minore. Rutelli si considera vittima di Lusi. E poi il primo è un contabile, abile a fare i propri, di conti; gli altri tre sono leader politici. Cos’hanno in comune?

Una cosa sola: troppo potere, troppo a lungo, sempre nello stesso ruolo. Avvitati a tempo indeterminato sulle loro poltrone, hanno trasformato il mandato elettorale e il consenso in una sorta di satrapia di lungo termine. Vale anche per altri leader, del resto, anche non sotto inchiesta: Bossi ne è l’esempio più longevo, Berlusconi la parabola umana e politica più efficace.
E’ il sogno eterno del potere: durare sempre, a dispetto di tutto. Ma se “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”. Ecco il senso del limite al numero dei mandati, e delle cariche a termine, in democrazia. Specie se pubbliche ed esercitate in nome del popolo. Anche se il ricambio farebbe bene anche a tante associazioni, imprese, enti, fondazioni, chiese… Troppi anni nello stesso ruolo fanno ristagnare le relazioni, creano inerzie malsane, abitudini inconsapevoli, chiusure evidenti: ci si costruisce, di fatto, come blocco omogeneo e impermeabile. E i centri di potere così creati impediscono l’innovazione, opprimono l’originalità, temono la creatività, paventano, più di ogni altra cosa, il ricambio. E dove ci sono soldi da gestire, specie se pubblici, o favori da concedere, producono di fatto cricche chiuse come mafie, e poteri occulti e omertosi, troppo stabili per non cedere alla tentazione e alla presunzione dell’onnipotenza.
Per questo il ricambio è sano. E meglio se frequente. Non solo dei leader. Sono in troppi, nei partiti e altrove, ad essere convinti della propria indispensabilità, e ad avere il culto della propria eternità. Non è così: che lo sappiano. Li cambiamo volentieri con altri, e ci abitueremo in fretta ai nuovi, e impareremo rapidamente i loro nomi, senza nostalgie. E’ ora di farglielo sapere. In questo è sconcertante la caparbietà con cui si difendono, restando attaccati ai loro scranni, convinti della propria centralità. Come se senza di loro arrivasse, davvero, il diluvio. Senza Lusi, senza Formigoni, senza Errani, senza Rutelli, e tutti gli altri i cui nomi conosciamo e ascoltiamo da troppo tempo, il mondo girerà lo stesso, probabilmente meglio: con meno inerzie, con minor attrito. Facciamo un’opera di bene, di ecologia politica, innanzitutto per noi, ma anche per loro: diciamoglielo. Con le buone, naturalmente, in maniera educata, con uno slogan che è anche una sana terapia democratica: dopo due mandati, tutti a casa. Per il bene di tutti.

Primarie: ancora sul pasticcio palermitano

Sconcertante che Sel, Idv, Verdi e altri (non il Pd) mettano in questione il risultato delle primarie di Palermo, e chiedano di far finta di niente. Le primarie sono un gioco complicato ma serio.
Hanno bisogno di regole certe: finora si è andati avanti per tentativi ed errori, ma si è andati avanti, ed è merito di chi le ha introdotte (il Pd). I partiti minori hanno tutto il vantaggio di correre, e pochi rischi. Impossibile, per loro, andare male. Può scendere solo chi parte da percentuali alte e una posizione di forza. Che siano proprio i partiti minori a mettere in questione il risultato, perché hanno perso, mentre il partito maggiore, che pure ha perso, il risultato lo accetta, è più che sconcertante: è scandaloso. E non è solo un fatto locale: è un’idea di democrazia, che si manifesta. assai discutibile.
Così come è assai discutibile, e inaccettabile, la disponibilità di chi ha perso a correre lo stesso, al posto di chi ha vinto. O la richiesta di un altro perdente di annullare le primarie. Il caso Palermo è complicato. Sono stati fatti errori grossolani (il primo: la scelta in blocco di un candidato ex-ante, invece dell’accettazione del risultato ex-post), e certamente ci sono stati esiti dubbi. Ma la riconta (ricordiamo il Piemonte, e la Bresso? il punto più basso della sinistra in Piemonte in anni recenti…), la richiesta di annullamento, o peggio il fare finta che il voto non ci sia stato, sono la soluzione peggiore.

L’idea di città che non si vede

Le vicende dell’auditorium, dell’ospedale, del centro congressi, pongono un interrogativo forte, a chi si interessa ai destini della città. Che non è quale di questi progetti, preso singolarmente, sia migliore o peggiore. Ma in quale idea di città si inseriscono. Si affronta infatti sempre un singolo problema, con i suoi favorevoli e i suoi contrari, in un clima più da tifo calcistico (lo ricordo, una malattia: da typhos, febbre, offuscamento) che da programmazione urbanistica, e raramente ci si confronta sulla città nel suo complesso.
La città non è l’ospedale, non è l’auditorium, non è i ponti e le strade. La città sono gli uomini e le donne che ci abitano, i bisogni che hanno, i problemi che manifestano, i desideri che potrebbero esaudire: le relazioni tra le persone, ciò che le aiuta e ciò che le ostacola. Se di questo parlassimo, forse vedremmo con un occhio diverso l’ospedale, l’auditorium, e anche altro. Penso alla questione della ‘Casa delle genti’. Qualcuno l’ha proposta, qualcun altro non la vuole, e la cosa finisce lì. Ma può una città permettersi il lusso di gettare a mare un investimento nel sociale, con i chiari di luna attuali, per svolgere un servizio che alla città serve? Che idea di città c’è, dietro? Penso alle discussioni che ogni tanto si riaccendono sui giovani: ogni tanto succede qualcosa, si chiude un locale, o si propone di portare i giovani a Foro Boario, per dire (e in entrambi i casi: in nome di quale idea di città?), ma poi tutto finisce lì.
Non credo sia giusto mettere tutti nello stesso calderone. Chi governa ha la responsabilità di governare, e forse perché dedica tutto il tempo a questo, non dedica abbastanza tempo alla comunicazione (ma quella vera, con i cittadini, non il marketing da due soldi): per cui, nella fatica di fare e di progettare, si dimentica di ricordarci (e forse di ricordare a se stesso) perché, sulla base di quali valori, di quale visione della città. Chi fa opposizione, fa opposizione sulle singole scelte, troppo spesso dando l’impressione di voler solo disturbare il manovratore: ma senza dirci in base a quale idea alternativa di città, a quali valori. Visione è parola espunta dal vocabolario politico, eppure dovrebbe essere centrale, per chi si candida a governare la città al posto di qualcun altro. Perché dovremmo votare qualcuno in nome della città (delle singole iniziative) che non vuole, se non sappiamo quale città vuole, dove ci vuole portare?
Ecco, è questo che ci sembra di non vedere, nel dibattito attuale: l’idea di città. E l’idea che si ha delle persone che ci abitano. Troppo spesso ridotte ai soli bisogni e alle sole funzionalità di base (dormire, lavorare, circolare), dimenticando che quello che ci fa umani è anche e soprattutto altro: vedere qualcosa di bello (e non solo di utile: una cosa non esclude l’altra, ma su questo dibattito non ce n’è) mentre si cammina per strada; riposare in un posto ameno; sedersi su una panchina all’ombra di un albero; potere far giocare i bambini, e guardarli; riuscire ad attraversare o a prendere un mezzo pubblico se si è anziani, genitori con bambini, disabili; avere qualche posto dove incontrarsi se si è studenti; godersi in condizioni decenti qualche buon spettacolo,  e così via. Forse è di questo che dovremmo ricominciare a parlare: non per bloccare di nuovo e con un’altra scusa i singoli progetti, ma per aiutarci a collocarli all’interno di qualcosa che dà loro significato. E che darebbe quindi senso ai pro e ai contro. Fatica indispensabile per chi si propone di governare la città. Fatica necessaria per chi già la governa, e a cui non fa male ridomandarsi perché.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), L’idea di città che non si vede, in “Il Mattino”, 7 febbraio 2012, p.14
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Quando l’amico Stefano Allievi, lui milanese sociologo e da qualche tempo osservatore della nostra città, scrive che dietro l’auditorium, il centro congressi o il nuovo ospedale “quello che manca è un’idea di città”, credo voglia in realtà prenderci in giro per l’inconcludenza di tanti interminabili dibattiti.
Gli antichi romani, quelli sì avevano le idee chiare quando fondavano una città: sceglievano il posto giusto, intrecciavano perpendicolarmente il cardo con il decumano come nel nostro Canton del Gallo, predisponevano subito il sistema fognario, mettevano qui il Tempio là il Foro, con tanto di Arena perché gli spettacoli erano già allora il sale della convivenza, et voilà eccoti la città. Anche nel Rinascimento nacquero così, da menti illuminate, città come Sabbioneta o Pienza. Era la fortuna di agire ex novo, in una scala controllabile, sposata a idee chiare e alla univocità del potere politico.
Dopo il fallimento di tante utopie e il disimpegno di tanti intellettuali che per decenni hanno glorificato la programmazione per poi dimenticarla del tutto, per disegnare qualcosa di così complesso intervenendo in corso d’opera in organismi ereditati dalla storia e dallo stratificarsi di volontà, esperienze e fasi spesso contrastanti, oltre ad avere in testa una visione, occorre – piaccia o non piaccia – fare i conti con la realtà data. Attraversare passaggi decisionali (che rispondono a logiche diversissime e spesso condizionate da contrapposizioni politiche che impediscono quella naturale e obbligata collaborazione tra Regione, Provincia – quando sarà abolita? – e Comune) è purtroppo obbligatorio per dare un senso a qualsiasi vera scelta urbanistica. A Padova tutto potrebbe essere forse migliore. Ma Padova, negli ultimi anni, tra compatibilità economiche, eredità e compromessi obbligati, un disegno lo ha dispiegato: lo si è visto con il tram, con le grandi infrastrutture viarie che erano rimaste troppo a lungo nei cassetti, con una diversa attenzione per le periferie, per il verde e per i servizi. Troppo poco? Può darsi, ma a fronte dei tanti conservatorismi, degli interessi corporativi e dell’ostruzionismo fine a se stesso si è trattato, per un padovano di lunga memoria come me, quasi di una rivoluzione copernicana. Invocare i disegni di grande respiro è sempre utile e necessario per non affogare nell’ordinaria amministrazione, ma insieme alla capacità di visione guai al non sapersi misurare con le condizioni oggettive. Non è forse quello che ci ricorda il Calvino delle “Città Invisibili”, quando racconta della città di Perinzia, fondata dagli astronomi all’insegna della massima saggezza e capacità di previsione e, ciò nonostante, rivelatasi più che un luogo rispecchiante l’armonia del firmamento una città di mostri…?
Parliamo pure dell’area ex Boschetti e del cosiddetto PP1, non dimenticando il Gasometro con le sue montagne di nero carbone, sporcizia e vero pericolo nel secolo scorso contro la Cappella degli Scrovegni; area poi divenuta e per decenni provvisoria sede della stazione delle autocorriere. Questo “non luogo” dotrebbe finalmente trovare una sua diversa e nuova dignità, sposando funzioni pubbliche e culturali ad un assetto nuovo più vivo e definitivo dell’abbandono e dello squallore attuali. Ciò con un “disegno” che c’è già dai tempi della Giunta Destro e dove sono già impegnate da anni non lievi risorse economiche private, ormai incancellabili. Continuare a parlare di disegni da rifare avrebbe un’unica conseguenza, quella non di fermare un treno in corsa nella sua parte privata, ma solo quello di colpire il vagone dell’Auditorium, l’unica comprovata urgenza di interesse pubblico. Altro che verde pubblico, cancellato da Galan nel 1999!
Ancora sull’ottuso rifiuto dell’Auditorium, infine, tre cose precise vanno dette. La prima, quella più clamorosa: è che la città continua ad essere davanti al ricatto tutto politico che intende sabotare ad ogni costo qualsiasi proposta dell’Amministrazione in carica indipendentemente dal merito. La seconda: si assiste all’incofessato rifiuto culturale della contemporaneità, che dimentica che le città così come le viviamo sono il frutto di un continuo portato storico, la somma del sedimentarsi di interventi diversi. Si pensi a Palladio in quel di Venezia, niente – quando vi costruì le sue chiese – appariva più stonato rispetto al preesistente. Lo stesso dicasi per la Torre Eiffel a Parigi e, sempre nella capitale dello “charme” urbano, per il Beaubourg di Renzo Piano. Un limite purtroppo tutto italiano, lo stesso che ha ostacolato a Roma il progetto di Richard Meier per L’Ara Pacis o il rifiuto opposto ad Arata Isozaki per l’ingresso posteriore degli Uffizi a Firenze.
La terza: l’altrettanta inconfessata convinzione che le arti, la cultura e la “musica forte” siano un lusso per pochi privilegiati. Una ottusa convinzione che salta a piè pari l’italianissimo volano economico fondato sull’arte e, se pensiamo a Padova, che ignora volutamente i clamorosi successi del Pala Geox, una struttura precaria privata, perché non esiste un’alternativa pubblica, che solo con i concerti leggeri – una parte dei quali potrebbe svolgersi all’Auditorium – sta in piedi, introita tanti denari e paga l’affitto per il suolo pubblico e in un’area non proprio attraente davanti al cimitero.


La risposta di Elio Armano, uscita il 10 febbraio sul ‘Mattino’, con il titolo Città ideale grande scusa per non fare
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La discussione è tanto più vera se fatta di passione, di anima. Lo scontro di opinioni fa emergere le idee, le chiarisce esibendole. Pazienza se ogni tanto ci scappa il disaccordo formale laddove c’è accordo sostanziale. Come nell’articolo di Elio Armano ospitato ieri, che prende spunto da un mio intervento sulla ‘idea di città che non si vede’: in cui si chiedeva alla politica di uscire dal braccio di ferro sulle singole iniziative per raccontarci in nome di quale visione della città si è pro o contro.
Un invito tuttora necessario. Si perde, nella discussione sui singoli progetti, l’idea complessiva di città: o almeno non si vede. Gli amministratori hanno bisogno di ricordarsela e ricordarla a noi, amministrati. Questo convince e spiega molto più delle polemiche tra istituzioni. Avere il coraggio di dire: vogliamo (o meno) l’auditorium qui perché rende viva la città, l’ospedale là perché possiamo davvero migliorare la condizione dei malati, la casa delle genti perché dobbiamo pensare a una popolazione troppo trascurata, dei luoghi dove i giovani si possano incontrare – senza periferizzarli per toglierceli dai piedi – perché in questo incontro maturano i legami sociali e si progetta il futuro, la moschea perché nell’incontro religioso si producono relazioni forti, buone anche per altri usi, i festival perché producono cultura e aggregazione sana, un centro vitale e vissuto, sociale e socializzante anche nelle ore serali e al di là delle attività commerciali, perché in esso si esprime l’anima e la faccia della città. E perché sono un volano economico. E perché una città più vivibile e vissuta è più sicura. E vogliamo tutto questo anche in edifici architettonicamente belli (su questo, dibattito quasi zero), perché l’estetica è la madre dell’etica, e un ambiente gentile fa persone più gentili. Gli oppositori, che si candidano al futuro governo della città, devono inventarla, questa visione: non ce n’è traccia. Non è un caso che le polemiche siano più interne al campo, diciamo così, progressista. E’ assordante il silenzio del centro-destra (che non vuol dire i conservatori: quelli ci sono anche a sinistra), dal quale arrivano solo i no ai singoli progetti, non la visione alternativa di città. Con il rischio di ripetere le ridicole capriole sul tram, da cui sarebbe utile trarre invece una lezione: perché sull’opposizione ad esso, nel breve periodo, ci si è vinta un’elezione, ma sul lungo periodo ci si è persa la faccia.
Il centro dell’intervento di Armano è comunque l’auditorium, che io citavo solo tangenzialmente. E’ certo necessario un contenitore adeguato per musica, danza e altro ancora. La notizia in più è che gli eventi culturali funzionano. Che la gente ne ha bisogno e che le iniziative buone hanno successo, anche economico. Che hanno bisogno di una degna cornice, di per sé attrattiva (per dire, è triste che eventi artistici significativi siano ospitati al Palageox, una struttura esteticamente brutta, dall’acustica opinabile, scomoda, non servita da mezzi pubblici. Meno male che c’è, in mancanza d’altro. Ma, appunto, serve altro). Dopodiché, il luogo non è tutto (San Gaetano docet): occorre anche chi sa cosa farne, inventare una programmazione che crea fiducia e rapporto continuativo con il pubblico, come avviene in altri più modesti luoghi di produzione culturale della città, dall’Mpx a certi circoli musicali. E’ così che un luogo si trasforma in elemento di una cultura sedimentata e condivisa: e un edificio, nello snodo di una rete.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), in “Il Mattino”, 11 febbraio, Fare le cose in funzione di una idea di città, p. 14

Non credo sia giusto mettere tutti nello stesso calderone. Chi governa ha la responsabilità di governare, e forse perché dedica tutto il tempo a questo, non dedica abbastanza tempo alla comunicazione (ma quella vera, con i cittadini, non il marketing da due soldi): per cui, nella fatica di fare e di progettare, si dimentica di ricordarci (e forse di ricordare a se stesso) perché, sulla base di quali valori, di quale visione della città. Chi fa opposizione, fa opposizione sulle singole scelte, troppo spesso dando l’impressione di voler solo disturbare il manovratore: ma senza dirci in base a quale idea alternativa di città, a quali valori. Visione è parola espunta dal vocabolario politico, eppure dovrebbe essere centrale, per chi si candida a governare la città al posto di qualcun altro. Perché dovremmo votare qualcuno in nome della città (delle singole iniziative) che non vuole, se non sappiamo quale città vuole, dove ci vuole portare?
Ecco, è questo che ci sembra di non vedere, nel dibattito attuale: l’idea di città. E l’idea che si ha delle persone che ci abitano. Troppo spesso ridotte ai soli bisogni e alle sole funzionalità di base (dormire, lavorare, circolare), dimenticando che quello che ci fa umani è anche e soprattutto altro: vedere qualcosa di bello (e non solo di utile: una cosa non esclude l’altra, ma su questo dibattito non ce n’è) mentre si cammina per strada; riposare in un posto ameno; sedersi su una panchina all’ombra di un albero; potere far giocare i bambini, e guardarli; riuscire ad attraversare o a prendere un mezzo pubblico se si è anziani, genitori con bambini, disabili; avere qualche posto dove incontrarsi se si è studenti; godersi in condizioni decenti qualche buon spettacolo,  e così via. Forse è di questo che dovremmo ricominciare a parlare: non per bloccare di nuovo e con un’altra scusa i singoli progetti, ma per aiutarci a collocarli all’interno di qualcosa che dà loro significato. E che darebbe quindi senso ai pro e ai contro. Fatica indispensabile per chi si propone di governare la città. Fatica necessaria per chi già la governa, e a cui non fa male ridomandarsi perché.
Stefano Allievi

Dal caso Lusi al nuovo PD: per una discussione vera e aperta

Pubblicato il 2 febbraio 2012
su collega-menti.it

ll senatore del PD Luigi Lusi, tesoriere della Margherita (un partito che non esiste più, da quando è confluito nel PD, e che tuttavia continua a incassare rimborsi elettorali che non devolve a nessuno), è reo confesso di essersi appropriato di ben 13 milioni di euro, sottratti alle casse del partito inesistente, per investirli, attraverso una novantina di bonifici, nelle speculazioni immobiliari di società riconducibili a se stesso e alla moglie, in Italia e in Canada. Ci sono dei problemi legati alla Margherita, i cui legali rappresentanti (Francesco Rutelli, che ha anche la cointestazione dei conti del partito, Enzo Bianco e Giampiero Boccia) si sono affrettati a disconoscere le operazioni di Lusi. Tra questi, come il partito intende utilizzare quel denaro, quello che recupererà e quello che ha, visto che ha cessato l’attività politica. E come è possibile che a gestire quel denaro sia un leader, Rutelli, che nel frattempo di partito ne ha fondato un altro ed è transitato in altra area politica. Ma ci sono dei problemi anche per il PD.
Il primo problema riguarda il destino politico e parlamentare del senatore Lusi, e qui le cose sono semplici e chiare. Bene ha fatto la dirigenza del PD a chiedere immediatamente le dimissioni dal gruppo parlamentare di Lusi, e ad espellerlo al suo rifiuto. Ora è il caso di sospenderlo anche dal partito. E doveroso è chiedergli di dimettersi anche da parlamentare, anche se non lo farà mai, data la caratura umana e politica dimostrata. C’è solo da auspicare che, se la magistratura dovesse arrivare a chiederne l’autorizzazione all’arresto, il Partito Democratico per primo e il parlamento tutto votino lestamente a favore del provvedimento relativo.
Il secondo problema, più serio, e più politico, è: perché né Margherita né i DS hanno mai fatto confluire la propria cassa nel nuovo partito che hanno contribuito a fondare, il PD? Perché non ci credevano veramente? Perché vogliono continuare a gestire il proprio denaro senza fastidiosi controlli? E, soprattutto, e propositivamente: è possibile andare avanti così? E’ ammissibile che un partito non abbia il controllo della propria cassa, perché la gran parte di essa, incluso un ingente patrimonio immobiliare, è gestita con propri criteri da fondazioni (di cui si sa qualcosa, nel caso di quelle ex-DS, e nulla nel caso di quelle ex-Margherita) che non rispondono al partito se non indirettamente, e che nel partito sostengono i propri candidati, con assunzioni di funzionari o sostegno alle campagne elettorali di alcuni e non di altri, di fatto vanificando ogni criterio di eguaglianza nell’accesso alle risorse, equità e concorrenza interna a parità di merito? A livello nazionale come locale, l’esistenza di fondazioni che non dipendono dal partito e da cui spesso, al contrario, il partito dipende (ad esempio perché gli forniscono sedi e gli pagano utenze e funzionari) è motivo di opacità e di vischiosità, e di fatto determina una divisione tra chi è parte del club e chi non lo è (ad esempio, quegli esponenti del partito che non provengono né dai DS né dalla Margherita). Di questo, nelle sedi del PD, si mugugna spesso (ma nei corridoi e fuori dalle sedi di discussione formali), ma non si parla mai in maniera esplicita, pubblica, trasparente: sarebbe il caso di cominciare a farlo, con tranquillità, onestà e spirito costruttivo, allo scopo di trovare soluzioni, non di accusare l’uno o l’altro, e guardando al futuro, non al passato. Ma dichiarando e mostrando che non si accetta più uno status quo inaccettabile.
Il terzo problema riguarda l’uso che si fa del denaro del partito, spesso gestito centralmente e centralisticamente, e che poco arriva a fecondare i territori che ne avrebbero invece assoluto bisogno, finanziando la loro azione politica: qui sarebbe auspicabile una gestione molto più federale di quella attuale, e maggiormente basata su criteri oggettivi, o su progetti mirati. E anche di questo sarebbe opportuno parlare, costruttivamente e propositivamente.
Il quarto problema riguarda il finanziamento dei partiti. Per aggirare il referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti, stravinto dai promotori nel 1993, i partiti stessi hanno deciso di chiamare il finanziamento rimborso, anche se un rimborso non è, perché è di molte volte superiore al quantitativo di denaro che i partiti stessi dichiarano di aver speso. Tali rimborsi, che come noto vengono versati al completo anche se una legislatura viene interrotta, e anche per i partiti che non hanno rappresentanza parlamentare (basta che abbiano un misero 1% di voti), sono cresciuti in dieci anni, dal 1999 al 2008, del 1.110 per cento. Tra l’altro, proprio Lusi è stato colui che, a nome e per conto di tutti i partiti, si è incaricato di presentare l’ennesima leggina salva-partiti, quella per condonare ai partiti le multe per le affissioni illegali di manifesti. Cosa fa il PD per cambiare la legge sul finanziamento pubblico ai partiti? Quali iniziative, quali proposte, quali manifestazioni, quali azioni? E intendiamo: cosa fa il PD davvero? Si tratta di una legge vergognosa, che tuttavia tutti hanno approvato e nessuno vuole veramente cambiare: ora bisogna farlo, prendendo l’iniziativa. Si tratta pur sempre di soldi pubblici, sottratti ad altri usi e ai bisogni dei cittadini, che in una situazione di crisi ne avrebbero più bisogno dei partiti. Ora non possono più essere né incassati né spesi senza che chi lo fa, e come, sia al di sopra di ogni sospetto: agli occhi dei cittadini, dell’elettorato dei partiti, e dei militanti degli stessi, che con fatica, impegno, lavoro volontario, e non di rado mettendoci del proprio, in quegli stessi partiti fanno politica ogni santo giorno, senza sperare in cariche pubbliche o in lucrosi incarichi politicamente decisi. Sappiamo che intorno c’è di peggio: dal PDL a IDV a tanti altri, inclusi i partiti minori e minuscoli, non sono mancati i casi di malversazione, o di utilizzo disinvolto e improprio del finanziamento pubblico dei partiti. Ma il PD, che richiama spesso la propria diversità, e che si candida, alla scadenza della legislatura, a governare e guidare il paese, ha il dovere e anche il preciso interesse politico di mostrare, con i fatti e anche in fretta, la sua volontà di cambiare le cose. Lo faccia, o sarà complice, come tutti gli altri, della caduta di credibilità del ceto politico, e del discredito, a quel punto meritatissimo, da cui anch’esso sarà sommerso. Facciamo in modo che lo sgradevole caso Lusi segnì un punto di svolta, in positivo. E’ il momento giusto. Proviamoci.

La politica degli amici degli amici (sul caso Brentan, Lusi ed altro)

La cronaca politica non ci dà tregua, e ci riporta continuamente al rapporto incestuoso del sistema dei partiti con il denaro.
Se i campioni della Padania investono opacamente in Tanzania, il tesoriere della Margherita investiva privatamente in Canada, usando come roba propria i soldi di un partito peraltro morto, il cui rappresentante legale, Rutelli, è transitato nel frattempo in un altro partito (altro rapporto incestuoso che meriterebbe qualche riflessione). Ormai i tesorieri di partito sono diventati una figura idealtipica della convergenza di interessi tra il malaffare e la mala politica. Ma incarnano un problema che viene da lontano. A cominciare dal fatto che, se i partiti hanno tutti quei soldi, è perché hanno aggirato un referendum stravinto che ne aboliva il finanziamento pubblico, chiamando i finanziamenti rimborsi elettorali, anche se ammontano al quintuplo dei soldi che i partiti dichiarano di aver speso, e sono aumentati del 1.110 per cento in dieci anni.
Laddove di mezzo non ci sono le casse dei partiti, c’è comunque il rapporto dei politici con gli enti pubblici o parapubblici che gestiscono denaro non proprio e fuori dalle logiche del mercato, o con l’imprenditoria parassitaria che vive di buone relazioni con la politica anziché di concorrenza. Un senatore del Pdl, Riccardo Conti, ha guadagnato in un sol giorno, senza sborsare un centesimo, la bellezza di 18 milioni di euro, per la semplice transazione di un immobile da un ente all’altro, sfruttando le sue conoscenze nel sottobosco degli enti romani. E a livello locale c’è l’arresto ai domiciliari per corruzione di Lino Brentan, amministratore delegato della Società autostrade Venezia-Padova, esponente del Pci prima e ora del Pd, per aver incassato tangenti dalle imprese cui dava appalti (e a proposito, possibile che in questa regione gli appalti li prendano sempre le stesse poche aziende, dai cognomi noti e dalle relazioni bipartisan? E Confindustria, a tutela degli altri suoi membri, possibile non abbia nulla da dire su questa flagrante violazione del libero mercato?). Del caso Brentan sorprende la cautela di tutto il sistema partitocratico veneto, che sul lucroso consiglio di amministrazione ci ha mangiato, visto che a presiederlo erano seduti Giustina Destro prima e Vittorio Casarin poi, e tanti altri ne ha creati. Al di là del caso singolo, su cui si pronuncerà la magistratura, è il sistema che va posto sotto accusa. Uno dei veri e gravi costi della politica, ben più degli stipendi dei parlamentari, è infatti la proliferazione di enti pubblici e parapubblici, con consigli d’amministrazione elefantiaci e inutilmente strapagati per gestire società spesso inefficienti e con funzione sociale quanto meno dubbia, le cui nomine sono sempre e solo politiche, in cui l’appartenenza è tutto e il merito è nulla.
Bisogna cominciare da lì. La politica, tutta, senza eccezioni, e a tutti i livelli (comune, provincia, regione, ministeri) ha ritenuto fino ad ora suo diritto procedere all’invenzione di società e alla gestione delle relative nomine in maniera del tutto non trasparente: mai che si parli di confrontare curricula, percorsi formativi, risultati di gestione; ovunque si è nominati perché amici del sindaco o dell’assessore, del presidente o del segretario, del ministro o del capo corrente, accontentando le tante fameliche microlobby che stanno all’interno dei partiti, e non solo questi ultimi. Ma non sta scritto da nessuna parte che debba essere così. Occorrerebbero commissioni di valutazione, stop alle scelte discrezionali, ma anche una anagrafe degli enti e delle loro performance, per arrivare a una loro razionalizzazione e soppressione dei doppioni e di quelli inutili, nonché alla diminuzione radicale delle cariche di nomina politica. Così si fa pulizia. Così si uscirebbe da questa specie di feudalesimo partitocratico, e dalla concezione patrimonialista dello stato e delle pubbliche risorse che la politica ha di fatto assunto. Un tema che si incrocia con quello del rinnovamento radicale del ceto politico. Perché non è pensabile che facciano una nuova politica le persone che, anche senza personalmente guadagnarci sopra, hanno praticato quella vecchia fino ad ora. E’ il sistema che è marcio, non suoi singoli membri. Per questo non è dalla vecchia politica che vediamo emergere le nuove regole, né la ferma condanna delle vecchie pratiche, né tanto meno il ricambio delle persone, che hanno carriere politiche o manageriali infinite, accumulando cariche e mandati. Un altro argomento che la nuova politica sottopone a quella vecchia, per ora senza successo.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), La politica degli amici degli amici (sul caso Brentan, Lusi ed altro), in “Il Mattino”, 2 febbraio 2012, pp.1-10 (anche “La Nuova Venezia” e “La Tribuna di Treviso”)

Primarie: il pasticcio palermitano

A Palermo le primarie, pare, non si faranno: il candidato del PD è Rita Borsellino. Italia dei Valori le vuole: il candidato è Leoluca Orlando. Evviva il rinnovamento. A complicare le cose, un pezzo del PD vuole un uomo di IDV, il lombardiano (nel senso del governatore Raffaele Lombardo, che bella compagnia…) Maurizio Ferrandelli. Ci sarebbe un altro auto-candidato alle primarie, Davide Faraone, del PD: ma in quanto ‘renziano’, e soprattutto autoproposto, non è gradito.
Posso dire qualcosa di politicamente molto scorretto? Rita Borsellino è una brava persona, oltre che un’icona dell’antimafia. Ma sarebbe molto più legittimata come candidata se accettasse il confronto interno, attraverso le primarie, come del resto ha già fatto in passato. Il fatto che le candidature piovano ancora una volta dall’alto, e si impongano, in una città (e una regione) dove anche il PD avrebbe bisogno di un bello svecchiamento, come hanno dimostrato gli sbandamenti lombardiani di questi mesi, è un bruttissimo segnale. E rischia di essere il segnale della sconfitta, innanzitutto culturale: del continuismo di metodo, pur con un nome di rottura.
Diciamolo: o il PD locale è un disastro, e appartiene a una stagione passata (e mi riferisco a un pezzo del gruppo dirigente, non certo alle tante ottime e pulitissime energie che si impegnano a livello locale, spesso pagando di persona), e si ha il coraggio di commissariarlo in toto, con un bell’atto di serio centralismo propositivo, e allora ha senso imporre candidati e persone dall’alto; oppure si da’ spazio a forze e aria nuova che vengano dal basso, il che significa primarie vere (certo, tutelandosi da derive napoletane), apertissime alla società civile: e vinca il migliore. Nella situazione attuale, il candidato unico pulito rischia di coprire lo sporco che resta. E’ davvero questa la situazione migliore?
31 gennaio 2012

Sicurezza, operazione elettorale (sul sondaggio della provincia)

Leggo sulle pagine del Mattino del sondaggio della Provincia sulla sicurezza a Padova. Non ne commento i risultati. Commento il sondaggio: una operazione politica, metodologicamente opinabile, scientificamente implausibile.
La sicurezza è nel titolo, ma si parla solo di immigrazione. E accoppiare le due cose è già dare la tesi. Dimenticando tutte le altre cause di insicurezza: dalla crisi economica alla criminalità organizzata, dalla mancanza di servizi ai reati finanziari (che minano alla radice la fiducia collettiva), dalla mafia alla corruzione e all’incompetenza della politica, dalla mancanza di prospettive all’aumento del costo della vita, dal precariato diffuso alle catastrofi climatiche e ambientali, dal crollo delle borse alla perdita di fiducia nelle istituzioni (cominciando dalla Provincia, magari: si chieda in giro, con o senza questionario), dalle povertà relazionali che ci rendono più fragili al ruolo dei media che enfatizzano le paure che la politica mette all’ordine del giorno. Tutto questo, chissà perché, con l’insicurezza non c’entra.
Ecco perché si tratta di un’operazione elettorale, niente di più. Per vendere ai cittadini il proprio prodotto, secondo uno sperimentato meccanismo: 1) induciamo paura e insicurezza; 2) diciamo che serve più legge e ordine; 3) diciamo che noi glielo daremmo e gli altri no; 4) chiediamo il voto per noi; 5) per poi non risolvere il problema, perché non è alla nostra portata, avendo offerto la soluzione sbagliata (un capro espiatorio) ma comoda per noi: cosa che peraltro ci conviene perché potremo sempre dire che occorre più legge e ordine di quella che ci hanno dato; 6) finché l’elettore non si accorge di essere stato preso per i fondelli…
E’ così che, nelle domande, i fattori che contribuiscono a creare una percezione di insicurezza sono solo la presenza di immigrati clandestini, i furti nelle abitazioni, lo spaccio e le rapine. E’ così che, alla domanda su cosa dovrebbero fare gli enti locali, si può scegliere solo tra: costruire nuove caserme; pretendere più Forze dell’Ordine; promuovere gruppi di volontari; sostenere l’utilizzo della Forze Armate; armare i corpi di Polizia Municipale; promuovere la realizzazione di un CIE per clandestini – praticamente, il programma elettorale delle forze politiche di centro-destra che governano la Provincia, con cui si può solo essere d’accordo.
Significativa anche la domanda sulle zone della città maggiormente a rischio: nell’ordine la zona della stazione, le piazze, il Portello e l’Arcella, le altre non sono nemmeno nominate, dando già una precisa indicazione e gerarchia di importanza.
Si passa poi alle domande sugli immigrati e sul loro livello di (mancata) integrazione, a causa di: diverse abitudini; problemi linguistici; differenze religiose; mancanza di lavoro; considerazione del ruolo della donna. Mischiando a caso problemi etnici, sociali, religiosi, e dimenticando del tutto l’altra metà del processo di integrazione, che è sempre un rapporto a due: il ruolo e il comportamento della società, delle istituzioni, dei partiti. Per dire, provate voi a integrarvi in un posto dove vi dicono tutti i giorni che non vi vogliono, anche con apposito questionario dove si dice che siete voi il problema…
Infine, un questionario con risposte volontarie non è rappresentativo per definizione, e non ha alcun valore statistico. Basta orchestrare un po’ le risposte, far rispondere agli amici e agli iscritti da parte delle forze politiche che hanno interesse nel sondaggio, per orientarne i risultati. Niente di serio. Niente di utile.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), Sicurezza, operazione elettorale (sul sondaggio della provincia), in “Il Mattino”, 31 gennaio 2012, pp.1-31