Prolusioni e democrazia

E’ interessante come tanto la chiesa cattolica quanto i mass media si siano adattati all’idea che la notizia, in un incontro di vescovi italiani, non è che si sono incontrati e hanno discusso ed eventualmente deciso qualcosa, ma che il loro capo ha già deciso tutto e fa un discorso.
La riunione dei vescovi potrebbe anche non esserci, tanto è irrilevante: una semplice scusa per convocare i giornalisti. Tanto è vero che mai i giornali riportano l’andamento delle discussioni ed eventuali conclusioni anche solo blandamente dissenzienti dalla prolusione.
C’è, dietro tutto questo, un’idea precisa di chiesa: un’idea malata, per essere chiari. Dove è vietato discutere e si può solo essere d’accordo con i vertici.
C’è un’idea meschina dei vescovi: tutti assimilabili a degli yesmen gerarchicamente ordinati, senza opinioni proprie e senza dignità (direi anche senza spirito santo, apparentemente appannaggio del solo presidente della conferenza episcopale).
C’è, infine, un’idea molto italiana del ruolo dei mass media: che è quello di fare i notabili del potere, anziché gli investigatori dei problemi e delle contraddizioni. Altrimenti un giornalista, almeno uno, si accorgerebbe della contraddizione in termini (dovrebbe essere la relazione conclusiva, la notizia) e la farebbe notare.

Rosy non va alla guerra

Rosy Bindi non si candida alle primarie.
Non è una notizia. La notizia ci sarebbe stata se si fosse presentata: il presidente contro il segretario…
Detto questo, la ragione non è politica, è numerica. Avrebbe avuto un risultato, in termini di consensi, disastroso, rispetto a Bersani, Renzi, Vendola e Puppato. E si sarebbe giocata la sopravvivenza: in pubblico.

Occidente e rabbia islamica

Forse dovremmo darci una regolata. Forse dovremmo cominciare a dire che i patetici pseudo-Voltaire del giornale francese Charlie Hebdo non sono degli eroici rivoluzionari o dei libertari anticonformisti senza macchia e senza paura, ma degli egocentrici intellettuali molto parigini, con il vizio della propria visibilità e dell’autopubblicità, e nessuna virtù specifica in termini di libertà di pensiero. Perché non è che la impariamo da loro. E non è che mostrare Maometto nudo sia un gesto eroico, come non lo era la maglietta di Calderoli: sono semplicemente delle stupidaggini infantili e insulse, che a scuola butteremmo nel cestino senza nemmeno l’abbozzo di un sorriso. Lo stesso dicasi dell’operazione, più volgare e sospetta, del filmetto sul profeta islamico postato su You Tube, “L’innocenza dei musulmani”. Niente di interessante. Niente, nemmeno lontanamente, di assimilabile all’opera di Salman Rushdie, per dire, che una dignità letteraria e culturale del tutto legittima invece ce l’aveva eccome. Continua a leggere

Totoprimarie: ultimi arrivi

Bersani è il primo arrivato: rendita di posizione.
Renzi è il primo sfidante: rendita di opposizione.
Puppato terza incomoda: toglierà consensi da opposizione a Renzi, da sinistra e ambientalismo. E qualche consenso femminile a Bersani.
Vendola: poteva prendere un significativo consenso dal PD alla sinistra di Bersani. Oggi, dopo la foto del Palazzaccio – che divide, invece di marcare una posizione – rischia di averne meno. E poi c’è più affollamento a sinistra (qualcosa gli toglie Puppato e gli toglierebbe Civati). Perdita del monopolio della posizione critica da sinistra. In discesa.
Tabacci: consensi di stima, in Lombardia soprattutto. Non toglierebbe consensi a nessuno degli altri, e porterebbe in gioco i suoi. Stabile. Quali che siano gli altri candidati.
Gozi: pervenuto. Toglierà qualcosa a Puppato (e a Civati se ci fosse) sui diritti, di più a Renzi sull’ala liberal e la modernizzazione.
Civati: sì, no, forse. Toglierebbe consensi da opposizione a Renzi. Ma sullo stesso fronte di Puppato e di Gozi, a dividersi i resti.
Boeri: annunciato per tempo, ma non ancora manifestato. Oggi ormai è troppo tardi. Toglierebbe qualche piccolo consenso agli oppositori (Renzi, Puppato, Civati), quasi niente a Bersani. Localmente, soprattutto, come Tabacci. Niente di decisivo.
Bindi: annunciata. Rischia il suicidio per probabile nanismo. Glielo sconsigliamo vivamente. O forse no. Forse capirebbe.
Tonini, o qualcuno d’area: annunciato. Vedi alla voce Bindi.
Spini: annunciato. Forse porta via a Renzi un centinaio di voti a Firenze, e qualche decina di socialisti in giro per l’Italia.
Risultato finale: più si moltiplicano le candidature, più ci guadagnerà Bersani. Così proseguendo, la partita finale se la giocherà certamente lui, che già oggi è in vantaggio, e che parte avvantaggiato, con la struttura di partito in larga parte dietro di sé. Con Renzi, a occhio: se ballottaggio sarà. E dovrebbe essere, a rigore. Se il PD propone come modello ideale il doppio turno, coerenza vorrebbe che lo applicasse al proprio interno. Eventualmente sul modello fiorentino (solo se nessun candidato raggiunge una soglia data), inventato a suo tempo per cercare di stoppare proprio Renzi, senza successo, e che oggi potrebbe venir comodo a Bersani.
Considerazione a margine, di metodo: sono per le primarie aperte. Quindi bene le candidature: poi chi ha benzina nel serbatoio – o, più ecologicamente, energia nelle gambe – andrà più lontano.
Considerazione a margine, politica: non è che l’opposizione a Bersani ne esca proprio splendidamente, con tutti questi candidati. L’effetto nani da giardino, come lo chiama Civati, rischia di prodursi in tutto il suo splendore.
Considerazione a margine, istituzionale: è proprio vero che alcuni candidati hanno confuso le primarie per la premiership con quelle per la segreteria del PD. Ho la sensazione che questo qualcuno non sia Renzi. Si accettano suggerimenti.

La ressa di candidati alle primarie

Le primarie del centrosinistra cominciano ad essere un luogo discretamente affollato. L’ultimo candidato in arrivo è Pippo Civati, popolare consigliere regionale lombardo, leader del gruppo Prossima Italia.
Con il segretario Pierluigi Bersani, lo sfidante sindaco di Firenze Matteo Renzi, la capogruppo in consiglio regionale veneto Laura Puppato (e, fuori dal PD, Nichi Vendola e Bruno Tabacci), i candidati in lizza sono già sei, e potrebbero aumentare se si candidassero, come si ventila, il deputato Sandro Gozi, o l’assessore milanese Stefano Boeri, che l’aveva annunciato tra i primi.
Le ironie di alcuni già si sprecano: dal morettiano “facciamoci del male” alle riflessioni sull’eterno complesso frazionistico della sinistra. Ma non è così.
E’ intrinseco alla logica delle primarie che coloro che ritengono di averne le capacità, e abbiano possibilmente un progetto di società cui ispirarsi, si autocandidino alla guida del paese: perché questo devono decidere le primarie, almeno per lo schieramento riformatore, anche se qualcuno sembra più convinto che si tratti di decidere chi è il segretario del PD. Dopodiché decideranno gli elettori. Che sono capaci e maturi a sufficienza per farlo.
Se le primarie si svolgeranno con il doppio turno (che è la proposta di legge del PD per le elezioni politiche: sarebbe coerente la applicasse anche al suo interno), correrà quindi chi vuole, con quel minimo di regole necessarie, e i due candidati più forti si scontreranno nel duello finale. E’ il bello della democrazia. Non a caso questo metodo viene invocato anche, senza successo, nel centrodestra, dove, come riportano le cronache, gli iscritti accolgono il segretario Alfano – segretario dimezzato, per la verità, dal ruolo preponderante di Berlusconi – al grido di: “primarie, primarie”. Perché, nelle primarie, si può scegliere: ciò che non consente l’attuale sistema elettorale. E neanche la vita interna di molti partiti.
Sorprendono un po’, quindi, e sono un segno evidente di nervosismo, gli anatemi che vengono lanciati ai nuovi candidati da alcuni dirigenti dell’apparato democratico: specie se già schierati in favore delle prime due candidature emerse, Bersani e Renzi, e del primo in particolare.
Mentre sarebbe utile lo sforzo dell’ascolto: più diffuso tra l’elettorato, che pare assai interessato ad ascoltare i vari candidati e a capire cosa dicono e cosa vogliono, che nell’apparato, più impegnato a schierarsi a prescindere. Non giova in questo senso il clima da tifo calcistico, che non aiuta la riflessione, come mostra il fioccare degli insulti: che vanno un po’ in tutte le direzioni, ma forse con foga particolare, a giudicare da ciò che circola in rete, nei confronti di Renzi. Da un lato questo evidenzia come, per alcuni, le primarie siano vissute più come una fastidiosa costrizione che come un metodo innovativo di scelta della leadership, e le preferirebbero a risultato garantito: per cui ogni sfidante, e tanto più quanto più pericoloso, è un nemico. Dall’altro mostra la passione con cui il gioco è seguito: che è una buona notizia, in tempi di antipolitica. Del resto, lo schierarsi fa parte del gioco, e la politica è anche lotta, e sangue (metaforicamente parlando), e botte da orbi, ed è parte del suo fascino. Ma dovrebbe essere anche fair play: spirito sportivo, potremmo dire, visto che siamo freschi di olimpiadi.
Perché lo sia fino in fondo, si attende ancora la formulazione di regole che rispondano ai principi di apertura e di contendibilità reale che le primarie presuppongono. E queste mancano ancora.
La ressa di candidati alle primarie, in “Il Mattino”, “Nuova Venezia”, “Tribuna Treviso”, “Corriere delle Alpi”, 21 settembre 2012, p.1

Totoprimarie

Bersani è il primo arrivato: rendita di posizione.
Renzi è il primo sfidante: rendita di opposizione.
Puppato terza incomoda: toglierà consensi da opposizione a Renzi, da sinistra e ambientalismo. E qualche consenso femminile a Bersani.
Civati: sì, no, forse. Toglierebbe consensi da opposizione a Renzi. Ma sullo stesso fronte di Puppato, a dividersi i resti.
Vendola: poteva prendere un significativo consenso dal PD alla sinistra di Bersani. Oggi, dopo la foto del Palazzaccio – che divide, invece di marcare una posizione – rischia di averne meno. E poi c’è più affollamento a sinistra (qualcosa gli toglie Puppato e gli toglierebbe Civati). Perdita del monopolio della posizione critica da sinistra. In discesa.
Tabacci: consensi di stima, in Lombardia soprattutto. Non toglierebbe consensi a nessuno degli altri, e porterebbe in gioco i suoi. Stabile. Quali che siano gli altri candidati.
Boeri: annunciato per tempo, ma non ancora manifestato. Oggi ormai è troppo tardi. Toglierebbe qualche piccolo consenso agli oppositori (Renzi, Puppato, Civati), quasi niente a Bersani. Localmente, soprattutto, come Tabacci. Niente di decisivo.
Gozi: annunciato, non ancora pervenuto. Toglierebbe qualcosa a Civati, forse a Puppato, in ogni caso a Renzi. In troppi, a questo punto, a contendersi un consenso dato.
Bindi: Rischia il suicidio per probabile nanismo. Glielo sconsigliamo vivamente. O forse no. Forse capirebbe.
Tonini, o qualcuno d’area. Come sopra.
Spini: forse porta via a Renzi un centinaio di voti a Firenze.
Risultato finale: più si moltiplicano le candidature, più ci guadagnerà Bersani. Così proseguendo, la partita finale se la giocherà certamente lui, che già oggi è in vantaggio, e che parte avvantaggiato, con la struttura di partito in larga parte dietro di sé. Con Renzi, a occhio: se ballottaggio sarà. E dovrebbe essere, a rigore. Se il PD propone come modello ideale il doppio turno, coerenza vorrebbe che lo applicasse al proprio interno. Eventualmente sul modello fiorentino inventato a suo tempo (solo se nessun candidato raggiunge una soglia data).

Le prime primarie vere?

Con Renzi e gli altri saranno le prime primarie vere?, in “Reset”, 16 settembre 2012, articolo di apertura
Con la sfida di Matteo Renzi la questione delle primarie, da discussione astratta e un po’ asettica, diventa una partita concreta e reale: un duello, con quell’elemento di passione e di gusto per la partecipazione che la politica può dare.
Certo, è una partita problematica, e per certi aspetti surreale, visto che non se ne conoscono ancora le regole e, date le incertezze sul prossimo sistema elettorale, nemmeno la coalizione di riferimento. E c’è quindi il rischio che chi deciderà le regole – l’establishment di partito – lo faccia a uso e consumo del proprio candidato di riferimento, il segretario. Ma la partita è decisiva, anche per il futuro dello schieramento riformatore.
Renzi parte svantaggiato, come ovvio: il Partito Democratico – che le primarie le ha introdotte per volontà di vertice e con il consenso entusiasta dell’elettorato, ma subìte in parte dell’apparato – non ha ancora interiorizzato che esse servono per scegliere il leader, e quindi non ci dovrebbe essere, di default, un candidato di partito, per il semplice motivo che anche lo sfidante appartiene allo stesso partito. Ma tant’è, le inerzie dominano, e per i più il candidato di partito sarà Bersani. Continua a leggere

Alle radici d'una ferocia banale. Sul delitto di Lignano

Oggi è persino facile ragionare sul profilo degli assassini dei coniugi Burgato. Sull’unica rea confessa, per ora, la cubana Lisandra Aguila Rico, e sul complice, il fratello Reiver. E c’entra poco la provenienza etnica, o il fatto di essere immigrati.
C’entra soprattutto altro, che non è l’immigrazione, e che assomiglia dannatamente alla nostra vita quotidiana. Basta dare un’occhiata non superficiale al profilo facebook di Lisandra. Che fa persino tenerezza, nella lunga serie di stereotipi che riesce a collezionare. Il corpo formoso e il seno prorompente bene in vista. I ‘mi piace’ dedicati a due marchi del lusso più glamour: Gucci e Roberto Cavalli, maestro in eccessi. Le fotografie di machos in locali notturni, o davanti a un Hummer giallo posteggiato da chissà chi, i body leopardati, gli occhiali scuri da diva, cantanti, attori, auto e moto da corsa, scarpe di lusso e altri oggetti del desiderio. I caricamenti dal cellulare: locali, bibite, bottiglie di liquore, feste, coppe di gelato. Gli autoscatti davanti allo specchio, con tanto di flash, da adolescente, con mossette, pose sexy, vestiti provocanti, tatuaggi. L’immaginario televisivo o da rivista voyeuristica sui vip. E il gioco innocuo su facebook, che tanti provano a fare: “A quale celebrità assomigli?” Con l’esito delle foto affiancate e il risultato del tutto implausibile: l’attrice spagnola Blanca Suarez, al 75%, le cui foto senza veli rinviano invece a una inequivocabile e impietosa dissomiglianza. Continua a leggere