Primarie ma senza le regole

Bersani dice – ed è un passo avanti importante – che per eleggere il leader dello schieramento di centrosinistra si faranno le primarie, ovvero non sarà automaticamente lui. Il problema è che non ci sono ancora le regole. È un po’ come se la squadra più forte annunciasse un nuovo campionato, cui possono partecipare anche squadre delle serie minori, ma dicendo che le regole le scriverà, più avanti, la squadra più forte. E che tutto l’apparato tecnico di funzionamento del campionato lavorerà per la squadra più forte. Chiaro che c’è un problema.
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Riforma elettorale

Ci risiamo. Arriva un’altra proposta di riforma istituzionale firmata Silvio Berlusconi. L’ennesima. Ormai si passa dal modello ungherese all’uninominale inglese, dal doppio turno alla francese al presidenzialismo all’amatriciana. La cosa singolare è che il suo partito approvi anche questa, come ha approvato le altre, avendo del resto, in termini di riforme istituzionali, approvato tutto e il contrario di tutto in questi anni.
Furbescamente, tuttavia, adesso la palla è nel campo avverso. Dove molti sono stati presi in contropiede, perché in fondo questa riforma piacerebbe anche a loro, almeno in parte. Le interviste rilasciate dai vari esponenti di partito, su tutti i fronti (da Fini a D’Alema), lo mostrano con chiarezza. Potremmo sintetizzarle così: “sì, ma…”
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Vaticano, i peccati del potere

Quanto sta accadendo in Vaticano dimostra che vi è un peccato originale del potere temporale della Chiesa: che non sta in qualche singolo infedele, o in un occasionale complotto, ma è inscritto nelle logiche stesse di funzionamento del sistema ecclesiale. Il potere è sempre corruttore. Ma vi sono logiche proprie, specifiche, delle gerarchie e del potere, per come è esercitato nella Chiesa, che andrebbero esaminate. E non a caso sono le stesse che altrove – nelle democrazie – si è tentato di temperare.
Tre sono i punti dove un po’ più di osservazione dei mali del mondo farebbe bene anche a una possibile riforma della Chiesa: la trasparenza, i limiti temporali al potere, e la presenza femminile. Tutti snodi su cui non a caso si stanno giocando partite importanti in tutte le democrazie avanzate: per risolvere i loro, di mali.
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Così nasce la Terza Repubblica

Il risultato dei ballottaggi conferma e persino accentua le tendenze già viste al primo turno. C’è nell’elettorato una stanchezza e una disillusione diffusa, che la crisi non fa che accentuare: e questo spiega l’aumento dell’astensionismo, ma anche, in parte, quello di un voto che non è solo di protesta, ma ha anche questa componente. E c’è, nei sopravvissuti del sistema, in chi vota ancora, un desiderio diffuso di cambiamento: di volti nuovi, più giovani (in qualche caso molto più giovani, rispetto al gerontocomio offerto dai partiti tradizionali), più freschi e lontani dalla politica politicante, almeno apparentemente più capaci di ascolto. I partiti non garantiscono più nulla.
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La Lega come metafora

Proviamo a leggere la vicenda leghista come metafora dell’incapacità dei partiti di produrre cambiamento di sistema.
Il passaggio di testimone da Bossi a Maroni alla segreteria della Lega è al contempo un segnale di cambiamento e un’occasione persa.
Un segnale di cambiamento perché si passa dalla gestione familista e paternalista del fondatore a un approccio più moderno e razionale, vedremo se anche più democratico in termini di gestione interna del partito.
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Ora le persone contano più dei partiti

Le analisi del voto basate sulle percentuali e sui flussi di votanti dall’uno all’altro partito non colgono alcuni aspetti essenziali.
Il primo, indicatoci dai voti assoluti, è che, a causa della diminuita partecipazione elettorale e dell’aumento dell’astensionismo, di fatto, salvo i partiti che in passato non esistevano (come il Movimento 5 stelle di Grillo), non ha vinto nessuno: tutti hanno perso voti. In maniera molto più consistente nel centrodestra, con il tracollo di Pdl e Lega, e in misura minore nel centrosinistra.
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Cosa dicono Francia e Grecia

L’impatto del risultato elettorale francese sulla politica italiana sarà decisivo su almeno tre livelli. Il primo riguarda il governo. Anche se le affinità ideologiche tra Hollande e Monti sono scarse (socialista il primo, liberale il secondo), il progetto politico molto differenziato (di lungo periodo il primo, di breve termine il secondo), e diverso è il loro stesso percorso (politico il primo, tecnocratico il secondo), il risultato elettorale francese rafforzerà il disegno e il governo di Monti per due ragioni importanti. La prima è che in comune hanno entrambi una grande enfasi sul cambiamento, e sulla urgenza e la radicalità del medesimo (anche se lo vedono certamente in maniera diversa, e soprattutto da condizioni di partenza dei due paesi diversissime). La seconda riguarda l’impatto che la vittoria di Hollande avrà sul rapporto con la Germania e con l’Europa: si spezza l’asse Sarkozy-Merkel, e si apre una stagione di maggiore iniziativa europea contro la crisi, e di rafforzamento della stessa idea di Europa (politica, non solo monetaria), che rafforzerà il ruolo di Monti, con cui c’è una comune visione su alcune misure strategiche importanti (ad esempio sugli Eurobond) cui l’asse franco-tedesco era stato finora contrario.
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Auditorium e il futuro di Padova

Il mio intervento all’iniziativa “Oltreauditorium. Quale città?” organizzato dal gruppo Prossima Padova.

Partiti estranei al paese

Torna la politica, si ritirano i partiti. Sembra un paradosso, ma non lo è. Da un lato i partiti si mostrano sempre più incapaci di canalizzare la domanda politica, che è uno dei loro ruoli principali, insieme a quello della rappresentanza e della selezione delle classi dirigenti. Dall’altro, i cittadini sembrano voler partecipare, proporre idee, e anche autoselezionarsi come leadership potenziale, sempre di più. Lo dimostrano tanti esempi di questi giorni.
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Il disgusto non ci dà una politica

La politica può dare il disgusto; ma il disgusto, da solo, non può dare una politica. Sta tutto qui il paradosso di quella che oggi si chiama antipolitica, ma che tale non è: dovremmo chiamarla antipartitica, antioligarchica, semmai.
L’indignazione, la protesta, il rifiuto di andare avanti come prima, non sono un vicolo cieco. Sono, al contrario, un eccellente punto di partenza: nel privato, nel sociale, come in politica. Il problema è come proseguire, come andare oltre.
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