Dal caso Lusi al nuovo PD: per una discussione vera e aperta

Pubblicato il 2 febbraio 2012
su collega-menti.it

ll senatore del PD Luigi Lusi, tesoriere della Margherita (un partito che non esiste più, da quando è confluito nel PD, e che tuttavia continua a incassare rimborsi elettorali che non devolve a nessuno), è reo confesso di essersi appropriato di ben 13 milioni di euro, sottratti alle casse del partito inesistente, per investirli, attraverso una novantina di bonifici, nelle speculazioni immobiliari di società riconducibili a se stesso e alla moglie, in Italia e in Canada. Ci sono dei problemi legati alla Margherita, i cui legali rappresentanti (Francesco Rutelli, che ha anche la cointestazione dei conti del partito, Enzo Bianco e Giampiero Boccia) si sono affrettati a disconoscere le operazioni di Lusi. Tra questi, come il partito intende utilizzare quel denaro, quello che recupererà e quello che ha, visto che ha cessato l’attività politica. E come è possibile che a gestire quel denaro sia un leader, Rutelli, che nel frattempo di partito ne ha fondato un altro ed è transitato in altra area politica. Ma ci sono dei problemi anche per il PD.
Il primo problema riguarda il destino politico e parlamentare del senatore Lusi, e qui le cose sono semplici e chiare. Bene ha fatto la dirigenza del PD a chiedere immediatamente le dimissioni dal gruppo parlamentare di Lusi, e ad espellerlo al suo rifiuto. Ora è il caso di sospenderlo anche dal partito. E doveroso è chiedergli di dimettersi anche da parlamentare, anche se non lo farà mai, data la caratura umana e politica dimostrata. C’è solo da auspicare che, se la magistratura dovesse arrivare a chiederne l’autorizzazione all’arresto, il Partito Democratico per primo e il parlamento tutto votino lestamente a favore del provvedimento relativo.
Il secondo problema, più serio, e più politico, è: perché né Margherita né i DS hanno mai fatto confluire la propria cassa nel nuovo partito che hanno contribuito a fondare, il PD? Perché non ci credevano veramente? Perché vogliono continuare a gestire il proprio denaro senza fastidiosi controlli? E, soprattutto, e propositivamente: è possibile andare avanti così? E’ ammissibile che un partito non abbia il controllo della propria cassa, perché la gran parte di essa, incluso un ingente patrimonio immobiliare, è gestita con propri criteri da fondazioni (di cui si sa qualcosa, nel caso di quelle ex-DS, e nulla nel caso di quelle ex-Margherita) che non rispondono al partito se non indirettamente, e che nel partito sostengono i propri candidati, con assunzioni di funzionari o sostegno alle campagne elettorali di alcuni e non di altri, di fatto vanificando ogni criterio di eguaglianza nell’accesso alle risorse, equità e concorrenza interna a parità di merito? A livello nazionale come locale, l’esistenza di fondazioni che non dipendono dal partito e da cui spesso, al contrario, il partito dipende (ad esempio perché gli forniscono sedi e gli pagano utenze e funzionari) è motivo di opacità e di vischiosità, e di fatto determina una divisione tra chi è parte del club e chi non lo è (ad esempio, quegli esponenti del partito che non provengono né dai DS né dalla Margherita). Di questo, nelle sedi del PD, si mugugna spesso (ma nei corridoi e fuori dalle sedi di discussione formali), ma non si parla mai in maniera esplicita, pubblica, trasparente: sarebbe il caso di cominciare a farlo, con tranquillità, onestà e spirito costruttivo, allo scopo di trovare soluzioni, non di accusare l’uno o l’altro, e guardando al futuro, non al passato. Ma dichiarando e mostrando che non si accetta più uno status quo inaccettabile.
Il terzo problema riguarda l’uso che si fa del denaro del partito, spesso gestito centralmente e centralisticamente, e che poco arriva a fecondare i territori che ne avrebbero invece assoluto bisogno, finanziando la loro azione politica: qui sarebbe auspicabile una gestione molto più federale di quella attuale, e maggiormente basata su criteri oggettivi, o su progetti mirati. E anche di questo sarebbe opportuno parlare, costruttivamente e propositivamente.
Il quarto problema riguarda il finanziamento dei partiti. Per aggirare il referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti, stravinto dai promotori nel 1993, i partiti stessi hanno deciso di chiamare il finanziamento rimborso, anche se un rimborso non è, perché è di molte volte superiore al quantitativo di denaro che i partiti stessi dichiarano di aver speso. Tali rimborsi, che come noto vengono versati al completo anche se una legislatura viene interrotta, e anche per i partiti che non hanno rappresentanza parlamentare (basta che abbiano un misero 1% di voti), sono cresciuti in dieci anni, dal 1999 al 2008, del 1.110 per cento. Tra l’altro, proprio Lusi è stato colui che, a nome e per conto di tutti i partiti, si è incaricato di presentare l’ennesima leggina salva-partiti, quella per condonare ai partiti le multe per le affissioni illegali di manifesti. Cosa fa il PD per cambiare la legge sul finanziamento pubblico ai partiti? Quali iniziative, quali proposte, quali manifestazioni, quali azioni? E intendiamo: cosa fa il PD davvero? Si tratta di una legge vergognosa, che tuttavia tutti hanno approvato e nessuno vuole veramente cambiare: ora bisogna farlo, prendendo l’iniziativa. Si tratta pur sempre di soldi pubblici, sottratti ad altri usi e ai bisogni dei cittadini, che in una situazione di crisi ne avrebbero più bisogno dei partiti. Ora non possono più essere né incassati né spesi senza che chi lo fa, e come, sia al di sopra di ogni sospetto: agli occhi dei cittadini, dell’elettorato dei partiti, e dei militanti degli stessi, che con fatica, impegno, lavoro volontario, e non di rado mettendoci del proprio, in quegli stessi partiti fanno politica ogni santo giorno, senza sperare in cariche pubbliche o in lucrosi incarichi politicamente decisi. Sappiamo che intorno c’è di peggio: dal PDL a IDV a tanti altri, inclusi i partiti minori e minuscoli, non sono mancati i casi di malversazione, o di utilizzo disinvolto e improprio del finanziamento pubblico dei partiti. Ma il PD, che richiama spesso la propria diversità, e che si candida, alla scadenza della legislatura, a governare e guidare il paese, ha il dovere e anche il preciso interesse politico di mostrare, con i fatti e anche in fretta, la sua volontà di cambiare le cose. Lo faccia, o sarà complice, come tutti gli altri, della caduta di credibilità del ceto politico, e del discredito, a quel punto meritatissimo, da cui anch’esso sarà sommerso. Facciamo in modo che lo sgradevole caso Lusi segnì un punto di svolta, in positivo. E’ il momento giusto. Proviamoci.

La politica degli amici degli amici (sul caso Brentan, Lusi ed altro)

La cronaca politica non ci dà tregua, e ci riporta continuamente al rapporto incestuoso del sistema dei partiti con il denaro.
Se i campioni della Padania investono opacamente in Tanzania, il tesoriere della Margherita investiva privatamente in Canada, usando come roba propria i soldi di un partito peraltro morto, il cui rappresentante legale, Rutelli, è transitato nel frattempo in un altro partito (altro rapporto incestuoso che meriterebbe qualche riflessione). Ormai i tesorieri di partito sono diventati una figura idealtipica della convergenza di interessi tra il malaffare e la mala politica. Ma incarnano un problema che viene da lontano. A cominciare dal fatto che, se i partiti hanno tutti quei soldi, è perché hanno aggirato un referendum stravinto che ne aboliva il finanziamento pubblico, chiamando i finanziamenti rimborsi elettorali, anche se ammontano al quintuplo dei soldi che i partiti dichiarano di aver speso, e sono aumentati del 1.110 per cento in dieci anni.
Laddove di mezzo non ci sono le casse dei partiti, c’è comunque il rapporto dei politici con gli enti pubblici o parapubblici che gestiscono denaro non proprio e fuori dalle logiche del mercato, o con l’imprenditoria parassitaria che vive di buone relazioni con la politica anziché di concorrenza. Un senatore del Pdl, Riccardo Conti, ha guadagnato in un sol giorno, senza sborsare un centesimo, la bellezza di 18 milioni di euro, per la semplice transazione di un immobile da un ente all’altro, sfruttando le sue conoscenze nel sottobosco degli enti romani. E a livello locale c’è l’arresto ai domiciliari per corruzione di Lino Brentan, amministratore delegato della Società autostrade Venezia-Padova, esponente del Pci prima e ora del Pd, per aver incassato tangenti dalle imprese cui dava appalti (e a proposito, possibile che in questa regione gli appalti li prendano sempre le stesse poche aziende, dai cognomi noti e dalle relazioni bipartisan? E Confindustria, a tutela degli altri suoi membri, possibile non abbia nulla da dire su questa flagrante violazione del libero mercato?). Del caso Brentan sorprende la cautela di tutto il sistema partitocratico veneto, che sul lucroso consiglio di amministrazione ci ha mangiato, visto che a presiederlo erano seduti Giustina Destro prima e Vittorio Casarin poi, e tanti altri ne ha creati. Al di là del caso singolo, su cui si pronuncerà la magistratura, è il sistema che va posto sotto accusa. Uno dei veri e gravi costi della politica, ben più degli stipendi dei parlamentari, è infatti la proliferazione di enti pubblici e parapubblici, con consigli d’amministrazione elefantiaci e inutilmente strapagati per gestire società spesso inefficienti e con funzione sociale quanto meno dubbia, le cui nomine sono sempre e solo politiche, in cui l’appartenenza è tutto e il merito è nulla.
Bisogna cominciare da lì. La politica, tutta, senza eccezioni, e a tutti i livelli (comune, provincia, regione, ministeri) ha ritenuto fino ad ora suo diritto procedere all’invenzione di società e alla gestione delle relative nomine in maniera del tutto non trasparente: mai che si parli di confrontare curricula, percorsi formativi, risultati di gestione; ovunque si è nominati perché amici del sindaco o dell’assessore, del presidente o del segretario, del ministro o del capo corrente, accontentando le tante fameliche microlobby che stanno all’interno dei partiti, e non solo questi ultimi. Ma non sta scritto da nessuna parte che debba essere così. Occorrerebbero commissioni di valutazione, stop alle scelte discrezionali, ma anche una anagrafe degli enti e delle loro performance, per arrivare a una loro razionalizzazione e soppressione dei doppioni e di quelli inutili, nonché alla diminuzione radicale delle cariche di nomina politica. Così si fa pulizia. Così si uscirebbe da questa specie di feudalesimo partitocratico, e dalla concezione patrimonialista dello stato e delle pubbliche risorse che la politica ha di fatto assunto. Un tema che si incrocia con quello del rinnovamento radicale del ceto politico. Perché non è pensabile che facciano una nuova politica le persone che, anche senza personalmente guadagnarci sopra, hanno praticato quella vecchia fino ad ora. E’ il sistema che è marcio, non suoi singoli membri. Per questo non è dalla vecchia politica che vediamo emergere le nuove regole, né la ferma condanna delle vecchie pratiche, né tanto meno il ricambio delle persone, che hanno carriere politiche o manageriali infinite, accumulando cariche e mandati. Un altro argomento che la nuova politica sottopone a quella vecchia, per ora senza successo.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), La politica degli amici degli amici (sul caso Brentan, Lusi ed altro), in “Il Mattino”, 2 febbraio 2012, pp.1-10 (anche “La Nuova Venezia” e “La Tribuna di Treviso”)

Primarie: il pasticcio palermitano

A Palermo le primarie, pare, non si faranno: il candidato del PD è Rita Borsellino. Italia dei Valori le vuole: il candidato è Leoluca Orlando. Evviva il rinnovamento. A complicare le cose, un pezzo del PD vuole un uomo di IDV, il lombardiano (nel senso del governatore Raffaele Lombardo, che bella compagnia…) Maurizio Ferrandelli. Ci sarebbe un altro auto-candidato alle primarie, Davide Faraone, del PD: ma in quanto ‘renziano’, e soprattutto autoproposto, non è gradito.
Posso dire qualcosa di politicamente molto scorretto? Rita Borsellino è una brava persona, oltre che un’icona dell’antimafia. Ma sarebbe molto più legittimata come candidata se accettasse il confronto interno, attraverso le primarie, come del resto ha già fatto in passato. Il fatto che le candidature piovano ancora una volta dall’alto, e si impongano, in una città (e una regione) dove anche il PD avrebbe bisogno di un bello svecchiamento, come hanno dimostrato gli sbandamenti lombardiani di questi mesi, è un bruttissimo segnale. E rischia di essere il segnale della sconfitta, innanzitutto culturale: del continuismo di metodo, pur con un nome di rottura.
Diciamolo: o il PD locale è un disastro, e appartiene a una stagione passata (e mi riferisco a un pezzo del gruppo dirigente, non certo alle tante ottime e pulitissime energie che si impegnano a livello locale, spesso pagando di persona), e si ha il coraggio di commissariarlo in toto, con un bell’atto di serio centralismo propositivo, e allora ha senso imporre candidati e persone dall’alto; oppure si da’ spazio a forze e aria nuova che vengano dal basso, il che significa primarie vere (certo, tutelandosi da derive napoletane), apertissime alla società civile: e vinca il migliore. Nella situazione attuale, il candidato unico pulito rischia di coprire lo sporco che resta. E’ davvero questa la situazione migliore?
31 gennaio 2012

Sicurezza, operazione elettorale (sul sondaggio della provincia)

Leggo sulle pagine del Mattino del sondaggio della Provincia sulla sicurezza a Padova. Non ne commento i risultati. Commento il sondaggio: una operazione politica, metodologicamente opinabile, scientificamente implausibile.
La sicurezza è nel titolo, ma si parla solo di immigrazione. E accoppiare le due cose è già dare la tesi. Dimenticando tutte le altre cause di insicurezza: dalla crisi economica alla criminalità organizzata, dalla mancanza di servizi ai reati finanziari (che minano alla radice la fiducia collettiva), dalla mafia alla corruzione e all’incompetenza della politica, dalla mancanza di prospettive all’aumento del costo della vita, dal precariato diffuso alle catastrofi climatiche e ambientali, dal crollo delle borse alla perdita di fiducia nelle istituzioni (cominciando dalla Provincia, magari: si chieda in giro, con o senza questionario), dalle povertà relazionali che ci rendono più fragili al ruolo dei media che enfatizzano le paure che la politica mette all’ordine del giorno. Tutto questo, chissà perché, con l’insicurezza non c’entra.
Ecco perché si tratta di un’operazione elettorale, niente di più. Per vendere ai cittadini il proprio prodotto, secondo uno sperimentato meccanismo: 1) induciamo paura e insicurezza; 2) diciamo che serve più legge e ordine; 3) diciamo che noi glielo daremmo e gli altri no; 4) chiediamo il voto per noi; 5) per poi non risolvere il problema, perché non è alla nostra portata, avendo offerto la soluzione sbagliata (un capro espiatorio) ma comoda per noi: cosa che peraltro ci conviene perché potremo sempre dire che occorre più legge e ordine di quella che ci hanno dato; 6) finché l’elettore non si accorge di essere stato preso per i fondelli…
E’ così che, nelle domande, i fattori che contribuiscono a creare una percezione di insicurezza sono solo la presenza di immigrati clandestini, i furti nelle abitazioni, lo spaccio e le rapine. E’ così che, alla domanda su cosa dovrebbero fare gli enti locali, si può scegliere solo tra: costruire nuove caserme; pretendere più Forze dell’Ordine; promuovere gruppi di volontari; sostenere l’utilizzo della Forze Armate; armare i corpi di Polizia Municipale; promuovere la realizzazione di un CIE per clandestini – praticamente, il programma elettorale delle forze politiche di centro-destra che governano la Provincia, con cui si può solo essere d’accordo.
Significativa anche la domanda sulle zone della città maggiormente a rischio: nell’ordine la zona della stazione, le piazze, il Portello e l’Arcella, le altre non sono nemmeno nominate, dando già una precisa indicazione e gerarchia di importanza.
Si passa poi alle domande sugli immigrati e sul loro livello di (mancata) integrazione, a causa di: diverse abitudini; problemi linguistici; differenze religiose; mancanza di lavoro; considerazione del ruolo della donna. Mischiando a caso problemi etnici, sociali, religiosi, e dimenticando del tutto l’altra metà del processo di integrazione, che è sempre un rapporto a due: il ruolo e il comportamento della società, delle istituzioni, dei partiti. Per dire, provate voi a integrarvi in un posto dove vi dicono tutti i giorni che non vi vogliono, anche con apposito questionario dove si dice che siete voi il problema…
Infine, un questionario con risposte volontarie non è rappresentativo per definizione, e non ha alcun valore statistico. Basta orchestrare un po’ le risposte, far rispondere agli amici e agli iscritti da parte delle forze politiche che hanno interesse nel sondaggio, per orientarne i risultati. Niente di serio. Niente di utile.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), Sicurezza, operazione elettorale (sul sondaggio della provincia), in “Il Mattino”, 31 gennaio 2012, pp.1-31

Se la vita eterna è sui social network

Si dice che le nuove tecnologie della comunicazione schiaccino i loro utilizzatori sulla dimensione del presente. Che sia in corso una presentificazione degli orizzonti. Che si dimentichi il passato, e ci si immagini sempre meno il futuro. C’è del vero, e lo sappiamo da vari indicatori.
Ma le cose non sono così semplici né così univoche. Il presente vuole durare. La storia, la mia storia, cerca una continuazione, anche quando la storia è finita. Sempre più si ha voglia di narrarsi, di dare una senso alla propria storia, di raccontarla. E le tecnologie comunicative aiutano anche in questo. Nell’universo digitale, si può pianificare il proprio futuro anche dopo la morte. E si cristallizza, si rivive, o si cambia, il passato. In un auspicio o un’anticipazione di eternità facilmente realizzabili.
Sarà capitato a molti, ed è esperienza straniante, di digitare su Google il nome di una persona conosciuta, magari un amico o un collega, che si sa morta. E vedere che lì è ancora viva. Che l’universo della rete mantiene le sue tracce: quello che ha fatto, ha detto, ha scritto, spesso oltre tutto coniugato al presente, in una contemporaneità illusoria ma infinita.
Ma la durata, la sopravvivenza almeno nel ricordo, in rete si manifesta in molti modi. Sempre più diffusi sono i cimiteri online, in cui è possibile inserire (da soli e in anticipo, o post mortem da parte di qualche parente o amico) le nostre foto, i nostri scritti, i video, le canzoni o i film preferiti, la cronologia della nostra vita, reinterpretandola, per ‘rifarsi una vita’ almeno virtuale, magari assai diversa da come è stata quella reale. Anche i cimiteri virtuali, come quelli reali, hanno le loro tariffe (una tantum per l’occupazione dello spazio e costo di gestione annuo), e non mancano quelli per animali. Molti sembrano tuttavia solo un servizio in più offerto dalle agenzie di pompe funebri: certe pagine con foto per lo più di anziani che magari non usavano nemmeno il computer, data di nascita e di morte, pubblicità dell’agenzia di pompe funebri e nient’altro trasmettono una tristezza infinita; ma fanno dopo tutto il paio con i loculi in serie, le frasi fatte e i messaggi stereotipati, i fiori in plastica e la fisicità fredda del marmo. Una modalità più vivace e ‘vitale’ di esistere in rete post mortem è quella delle pagine facebook, continuate o create dopo la morte di qualcuno (spesso dopo una morte drammatica), per tenere vivo il ricordo, continuare a mandare messaggi, pensieri, preghiere, fiori virtuali persino, e consolare i rimasti. Ce ne sono molti, di questi profili, che contrastano singolarmente con l’origine di questo social network, nato per favorire incontri vivaci tra vivi, e ne sanciscono la trasformazione e il radicamento.
Questo della morte su facebook è anche un modo per integrare la morte nel quotidiano. La nostra società giovanilista, che si vuole e si crede amortale, ha espulso la morte, ma anche la vecchiaia e la malattia, dall’orizzonte del dicibile e del visibile: bisogna fingere, o avere l’apparenza, di essere giovani, sani, e immortali. La morte è spesso un tabù: la nascondiamo, nemmeno ne pronunciamo il nome,  la cancelliamo dall’orizzonte domestico ospedalizzandola, e non la facciamo guardare in faccia dai bambini. Che poi ne vedono centinaia al giorno, nei programmi a loro dedicati, dai cartoni alla fiction, nei videogames, o nei telegiornali che guardiamo insieme a loro. E quasi sempre si tratta di morti con una causa precisa: disgrazie, omicidi, quasi mai comunque morti naturali, dando così l’idea che la morte stessa è innaturale.
Ecco, la ‘vitalità’ della morte su facebook non è solo il modo di assicurarsi una vita eterna digitale e virtuale. E’ anche un modo di riappropriarsi del discorso sulla morte, occultato dalla cultura mainstream. E’ una reazione della stessa famiglia delle necroculture giovanili, del dark rock, dei fumetti alla Dylan Dog o di certi manga giapponesi, della necrofilia gentile della famiglia Addams, ma anche degli splatter, dei ‘b movie’ hollywoodiani, dell’horror più intellettuale alla Stephen King, del filone catastrofico degli aerei in avaria o degli uragani, o quello futuribile delle catastrofi climatiche a venire, ma anche degli scherzi di halloween e della diffusione di teschi e ossa come gadget, incluso per bambini. Che assume il ruolo di riflessione proprio là dove la riflessione e la verbalizzazione era stata espunta, e di risposta forse non del tutto inconsapevole a una rimozione che si percepisce falsa e ipocrita, e forse pericolosa – mortale, appunto.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), Se la vita eterna è sui social network, in “Il Piccolo”, 15 gennaio 2012, pp.1-4