Mosques in Western Europe

Oxford Islamic Studies online, July 2014

Stefano Allievi

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Il suicidio non assistito di un ceto dirigente. Piccola fenomenologia di Rosy Bindi

Ho assistito alla chiacchierata di Rosy Bindi all’inaugurazione della Festa Democratica di Padova. Ricordo l’enfasi di un dirigente, preannunciandola su facebook: “La Festa Democratica parte con il botto”. Già…
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Riforma elettorale

Ci risiamo. Arriva un’altra proposta di riforma istituzionale firmata Silvio Berlusconi. L’ennesima. Ormai si passa dal modello ungherese all’uninominale inglese, dal doppio turno alla francese al presidenzialismo all’amatriciana. La cosa singolare è che il suo partito approvi anche questa, come ha approvato le altre, avendo del resto, in termini di riforme istituzionali, approvato tutto e il contrario di tutto in questi anni.
Furbescamente, tuttavia, adesso la palla è nel campo avverso. Dove molti sono stati presi in contropiede, perché in fondo questa riforma piacerebbe anche a loro, almeno in parte. Le interviste rilasciate dai vari esponenti di partito, su tutti i fronti (da Fini a D’Alema), lo mostrano con chiarezza. Potremmo sintetizzarle così: “sì, ma…”
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Troppo potere, troppo a lungo (scandali e politica)

Lusi, Formigoni, Errani, Rutelli… Casi molto diversi, imparagonabili. Il primo è un ladro reo confesso. Il secondo non è sotto inchiesta (non stavolta, non per malversazioni o tangenti), ma lo è tutto il suo sistema di potere, e la gente di cui si è circondato. Errani è indagato per un reato minore. Rutelli si considera vittima di Lusi. E poi il primo è un contabile, abile a fare i propri, di conti; gli altri tre sono leader politici. Cos’hanno in comune?

Una cosa sola: troppo potere, troppo a lungo, sempre nello stesso ruolo. Avvitati a tempo indeterminato sulle loro poltrone, hanno trasformato il mandato elettorale e il consenso in una sorta di satrapia di lungo termine. Vale anche per altri leader, del resto, anche non sotto inchiesta: Bossi ne è l’esempio più longevo, Berlusconi la parabola umana e politica più efficace.
E’ il sogno eterno del potere: durare sempre, a dispetto di tutto. Ma se “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”. Ecco il senso del limite al numero dei mandati, e delle cariche a termine, in democrazia. Specie se pubbliche ed esercitate in nome del popolo. Anche se il ricambio farebbe bene anche a tante associazioni, imprese, enti, fondazioni, chiese… Troppi anni nello stesso ruolo fanno ristagnare le relazioni, creano inerzie malsane, abitudini inconsapevoli, chiusure evidenti: ci si costruisce, di fatto, come blocco omogeneo e impermeabile. E i centri di potere così creati impediscono l’innovazione, opprimono l’originalità, temono la creatività, paventano, più di ogni altra cosa, il ricambio. E dove ci sono soldi da gestire, specie se pubblici, o favori da concedere, producono di fatto cricche chiuse come mafie, e poteri occulti e omertosi, troppo stabili per non cedere alla tentazione e alla presunzione dell’onnipotenza.
Per questo il ricambio è sano. E meglio se frequente. Non solo dei leader. Sono in troppi, nei partiti e altrove, ad essere convinti della propria indispensabilità, e ad avere il culto della propria eternità. Non è così: che lo sappiano. Li cambiamo volentieri con altri, e ci abitueremo in fretta ai nuovi, e impareremo rapidamente i loro nomi, senza nostalgie. E’ ora di farglielo sapere. In questo è sconcertante la caparbietà con cui si difendono, restando attaccati ai loro scranni, convinti della propria centralità. Come se senza di loro arrivasse, davvero, il diluvio. Senza Lusi, senza Formigoni, senza Errani, senza Rutelli, e tutti gli altri i cui nomi conosciamo e ascoltiamo da troppo tempo, il mondo girerà lo stesso, probabilmente meglio: con meno inerzie, con minor attrito. Facciamo un’opera di bene, di ecologia politica, innanzitutto per noi, ma anche per loro: diciamoglielo. Con le buone, naturalmente, in maniera educata, con uno slogan che è anche una sana terapia democratica: dopo due mandati, tutti a casa. Per il bene di tutti.

Primarie: ancora sul pasticcio palermitano

Sconcertante che Sel, Idv, Verdi e altri (non il Pd) mettano in questione il risultato delle primarie di Palermo, e chiedano di far finta di niente. Le primarie sono un gioco complicato ma serio.
Hanno bisogno di regole certe: finora si è andati avanti per tentativi ed errori, ma si è andati avanti, ed è merito di chi le ha introdotte (il Pd). I partiti minori hanno tutto il vantaggio di correre, e pochi rischi. Impossibile, per loro, andare male. Può scendere solo chi parte da percentuali alte e una posizione di forza. Che siano proprio i partiti minori a mettere in questione il risultato, perché hanno perso, mentre il partito maggiore, che pure ha perso, il risultato lo accetta, è più che sconcertante: è scandaloso. E non è solo un fatto locale: è un’idea di democrazia, che si manifesta. assai discutibile.
Così come è assai discutibile, e inaccettabile, la disponibilità di chi ha perso a correre lo stesso, al posto di chi ha vinto. O la richiesta di un altro perdente di annullare le primarie. Il caso Palermo è complicato. Sono stati fatti errori grossolani (il primo: la scelta in blocco di un candidato ex-ante, invece dell’accettazione del risultato ex-post), e certamente ci sono stati esiti dubbi. Ma la riconta (ricordiamo il Piemonte, e la Bresso? il punto più basso della sinistra in Piemonte in anni recenti…), la richiesta di annullamento, o peggio il fare finta che il voto non ci sia stato, sono la soluzione peggiore.

Dal caso Lusi al nuovo PD: per una discussione vera e aperta

Pubblicato il 2 febbraio 2012
su collega-menti.it

ll senatore del PD Luigi Lusi, tesoriere della Margherita (un partito che non esiste più, da quando è confluito nel PD, e che tuttavia continua a incassare rimborsi elettorali che non devolve a nessuno), è reo confesso di essersi appropriato di ben 13 milioni di euro, sottratti alle casse del partito inesistente, per investirli, attraverso una novantina di bonifici, nelle speculazioni immobiliari di società riconducibili a se stesso e alla moglie, in Italia e in Canada. Ci sono dei problemi legati alla Margherita, i cui legali rappresentanti (Francesco Rutelli, che ha anche la cointestazione dei conti del partito, Enzo Bianco e Giampiero Boccia) si sono affrettati a disconoscere le operazioni di Lusi. Tra questi, come il partito intende utilizzare quel denaro, quello che recupererà e quello che ha, visto che ha cessato l’attività politica. E come è possibile che a gestire quel denaro sia un leader, Rutelli, che nel frattempo di partito ne ha fondato un altro ed è transitato in altra area politica. Ma ci sono dei problemi anche per il PD.
Il primo problema riguarda il destino politico e parlamentare del senatore Lusi, e qui le cose sono semplici e chiare. Bene ha fatto la dirigenza del PD a chiedere immediatamente le dimissioni dal gruppo parlamentare di Lusi, e ad espellerlo al suo rifiuto. Ora è il caso di sospenderlo anche dal partito. E doveroso è chiedergli di dimettersi anche da parlamentare, anche se non lo farà mai, data la caratura umana e politica dimostrata. C’è solo da auspicare che, se la magistratura dovesse arrivare a chiederne l’autorizzazione all’arresto, il Partito Democratico per primo e il parlamento tutto votino lestamente a favore del provvedimento relativo.
Il secondo problema, più serio, e più politico, è: perché né Margherita né i DS hanno mai fatto confluire la propria cassa nel nuovo partito che hanno contribuito a fondare, il PD? Perché non ci credevano veramente? Perché vogliono continuare a gestire il proprio denaro senza fastidiosi controlli? E, soprattutto, e propositivamente: è possibile andare avanti così? E’ ammissibile che un partito non abbia il controllo della propria cassa, perché la gran parte di essa, incluso un ingente patrimonio immobiliare, è gestita con propri criteri da fondazioni (di cui si sa qualcosa, nel caso di quelle ex-DS, e nulla nel caso di quelle ex-Margherita) che non rispondono al partito se non indirettamente, e che nel partito sostengono i propri candidati, con assunzioni di funzionari o sostegno alle campagne elettorali di alcuni e non di altri, di fatto vanificando ogni criterio di eguaglianza nell’accesso alle risorse, equità e concorrenza interna a parità di merito? A livello nazionale come locale, l’esistenza di fondazioni che non dipendono dal partito e da cui spesso, al contrario, il partito dipende (ad esempio perché gli forniscono sedi e gli pagano utenze e funzionari) è motivo di opacità e di vischiosità, e di fatto determina una divisione tra chi è parte del club e chi non lo è (ad esempio, quegli esponenti del partito che non provengono né dai DS né dalla Margherita). Di questo, nelle sedi del PD, si mugugna spesso (ma nei corridoi e fuori dalle sedi di discussione formali), ma non si parla mai in maniera esplicita, pubblica, trasparente: sarebbe il caso di cominciare a farlo, con tranquillità, onestà e spirito costruttivo, allo scopo di trovare soluzioni, non di accusare l’uno o l’altro, e guardando al futuro, non al passato. Ma dichiarando e mostrando che non si accetta più uno status quo inaccettabile.
Il terzo problema riguarda l’uso che si fa del denaro del partito, spesso gestito centralmente e centralisticamente, e che poco arriva a fecondare i territori che ne avrebbero invece assoluto bisogno, finanziando la loro azione politica: qui sarebbe auspicabile una gestione molto più federale di quella attuale, e maggiormente basata su criteri oggettivi, o su progetti mirati. E anche di questo sarebbe opportuno parlare, costruttivamente e propositivamente.
Il quarto problema riguarda il finanziamento dei partiti. Per aggirare il referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti, stravinto dai promotori nel 1993, i partiti stessi hanno deciso di chiamare il finanziamento rimborso, anche se un rimborso non è, perché è di molte volte superiore al quantitativo di denaro che i partiti stessi dichiarano di aver speso. Tali rimborsi, che come noto vengono versati al completo anche se una legislatura viene interrotta, e anche per i partiti che non hanno rappresentanza parlamentare (basta che abbiano un misero 1% di voti), sono cresciuti in dieci anni, dal 1999 al 2008, del 1.110 per cento. Tra l’altro, proprio Lusi è stato colui che, a nome e per conto di tutti i partiti, si è incaricato di presentare l’ennesima leggina salva-partiti, quella per condonare ai partiti le multe per le affissioni illegali di manifesti. Cosa fa il PD per cambiare la legge sul finanziamento pubblico ai partiti? Quali iniziative, quali proposte, quali manifestazioni, quali azioni? E intendiamo: cosa fa il PD davvero? Si tratta di una legge vergognosa, che tuttavia tutti hanno approvato e nessuno vuole veramente cambiare: ora bisogna farlo, prendendo l’iniziativa. Si tratta pur sempre di soldi pubblici, sottratti ad altri usi e ai bisogni dei cittadini, che in una situazione di crisi ne avrebbero più bisogno dei partiti. Ora non possono più essere né incassati né spesi senza che chi lo fa, e come, sia al di sopra di ogni sospetto: agli occhi dei cittadini, dell’elettorato dei partiti, e dei militanti degli stessi, che con fatica, impegno, lavoro volontario, e non di rado mettendoci del proprio, in quegli stessi partiti fanno politica ogni santo giorno, senza sperare in cariche pubbliche o in lucrosi incarichi politicamente decisi. Sappiamo che intorno c’è di peggio: dal PDL a IDV a tanti altri, inclusi i partiti minori e minuscoli, non sono mancati i casi di malversazione, o di utilizzo disinvolto e improprio del finanziamento pubblico dei partiti. Ma il PD, che richiama spesso la propria diversità, e che si candida, alla scadenza della legislatura, a governare e guidare il paese, ha il dovere e anche il preciso interesse politico di mostrare, con i fatti e anche in fretta, la sua volontà di cambiare le cose. Lo faccia, o sarà complice, come tutti gli altri, della caduta di credibilità del ceto politico, e del discredito, a quel punto meritatissimo, da cui anch’esso sarà sommerso. Facciamo in modo che lo sgradevole caso Lusi segnì un punto di svolta, in positivo. E’ il momento giusto. Proviamoci.

Primarie: il pasticcio palermitano

A Palermo le primarie, pare, non si faranno: il candidato del PD è Rita Borsellino. Italia dei Valori le vuole: il candidato è Leoluca Orlando. Evviva il rinnovamento. A complicare le cose, un pezzo del PD vuole un uomo di IDV, il lombardiano (nel senso del governatore Raffaele Lombardo, che bella compagnia…) Maurizio Ferrandelli. Ci sarebbe un altro auto-candidato alle primarie, Davide Faraone, del PD: ma in quanto ‘renziano’, e soprattutto autoproposto, non è gradito.
Posso dire qualcosa di politicamente molto scorretto? Rita Borsellino è una brava persona, oltre che un’icona dell’antimafia. Ma sarebbe molto più legittimata come candidata se accettasse il confronto interno, attraverso le primarie, come del resto ha già fatto in passato. Il fatto che le candidature piovano ancora una volta dall’alto, e si impongano, in una città (e una regione) dove anche il PD avrebbe bisogno di un bello svecchiamento, come hanno dimostrato gli sbandamenti lombardiani di questi mesi, è un bruttissimo segnale. E rischia di essere il segnale della sconfitta, innanzitutto culturale: del continuismo di metodo, pur con un nome di rottura.
Diciamolo: o il PD locale è un disastro, e appartiene a una stagione passata (e mi riferisco a un pezzo del gruppo dirigente, non certo alle tante ottime e pulitissime energie che si impegnano a livello locale, spesso pagando di persona), e si ha il coraggio di commissariarlo in toto, con un bell’atto di serio centralismo propositivo, e allora ha senso imporre candidati e persone dall’alto; oppure si da’ spazio a forze e aria nuova che vengano dal basso, il che significa primarie vere (certo, tutelandosi da derive napoletane), apertissime alla società civile: e vinca il migliore. Nella situazione attuale, il candidato unico pulito rischia di coprire lo sporco che resta. E’ davvero questa la situazione migliore?
31 gennaio 2012

L’insicurezza costruiamola insieme. Il questionario della Provincia

“La sicurezza costruiamola insieme”. Si intitola così il messaggio che accompagna il questionario voluto dalla Provincia di Padova. Una operazione politica mascherata da sondaggio, metodologicamente opinabile, scientificamente implausibile.
La sicurezza è nel titolo, ma si parla solo di immigrazione. E accoppiare le due cose è già dare la tesi. Dimenticando tutte le altre cause di insicurezza: dalla crisi economica alla criminalità organizzata, dalla mancanza di servizi ai reati finanziari (che minano alla radice la fiducia collettiva), dalla mafia alla corruzione e all’incompetenza della politica, dalla mancanza di prospettive all’aumento del costo della vita, dal precariato diffuso alle catastrofi climatiche e ambientali, dal crollo delle borse alla perdita di fiducia nelle istituzioni (cominciando dalla Provincia, magari: si chieda in giro, con o senza questionario), dalle povertà relazionali che ci rendono più fragili al ruolo dei media che enfatizzano le paure che la politica mette all’ordine del giorno. Tutto questo, chissà perché, con l’insicurezza non c’entra.
Ecco perché si tratta di un’operazione elettorale, niente di più. Per vendere ai cittadini il proprio prodotto, secondo uno sperimentato meccanismo: 1) induciamo paura e insicurezza; 2) diciamo che serve più legge e ordine; 3) diciamo che noi glielo daremmo e gli altri no; 4) chiediamo il voto per noi; 5) per poi non risolvere il problema, perché non è alla nostra portata, avendo offerto la soluzione sbagliata (un capro espiatorio) ma comoda per noi: cosa che peraltro ci conviene perché potremo sempre dire che occorre più legge e ordine di quella che ci hanno dato; 6) finché l’elettore non si accorge di essere stato preso per i fondelli…
E’ così che, nelle domande, i fattori che contribuiscono a creare una percezione di insicurezza sono solo la presenza di immigrati clandestini, i furti nelle abitazioni, lo spaccio e le rapine. E’ così che, alla domanda su cosa dovrebbero fare gli enti locali, si può scegliere solo tra: costruire nuove caserme; pretendere più Forze dell’Ordine; promuovere gruppi di volontari; sostenere l’utilizzo della Forze Armate; armare i corpi di Polizia Municipale; promuovere la realizzazione di un CIE per clandestini – praticamente, il programma elettorale delle forze politiche di centro-destra che governano la Provincia, con cui si può solo essere d’accordo.
Significativa anche la domanda sulle zone della città maggiormente a rischio: nell’ordine la zona della stazione, le piazze, il Portello e l’Arcella, le altre non sono nemmeno nominate, dando già una precisa indicazione e gerarchia di importanza.
Si passa poi alle domande sugli immigrati e sul loro livello di (mancata) integrazione, a causa di: diverse abitudini; problemi linguistici; differenze religiose; mancanza di lavoro; considerazione del ruolo della donna. Mischiando a caso problemi etnici, sociali, religiosi, e dimenticando del tutto l’altra metà del processo di integrazione, che è sempre un rapporto a due: il ruolo e il comportamento della società, delle istituzioni, dei partiti. Per dire, provate voi a integrarvi in un posto dove vi dicono tutti i giorni che non vi vogliono, anche con apposito questionario dove si dice che siete voi il problema…
Infine, un questionario con risposte volontarie non è rappresentativo per definizione, e non ha alcun valore statistico. Basta orchestrare un po’ le risposte, far rispondere agli amici e agli iscritti da parte delle forze politiche che hanno interesse nel sondaggio, per orientarne i risultati. Niente di serio. Niente di utile.
Stefano Allievi
19/11/2011

Galan e l'arroganza del potere

La modestia e la misura non sono mai state il suo forte. Il suo libro-intervista, all’epoca in cui governava senza rivali la Regione facendo l’assenteista in Giunta, si intitolava umilmente “Il Nordest sono io”. E la sua vanità si titillava nel farsi chiamare “il Doge”, niente meno. Così convinto della sua indispensabilità da volere a tutti i costi correre per un ennesimo mandato come Presidente della Regione, ha dovuto soccombere agli accordi tra Lega e Pdl che l’hanno sacrificato a Zaia. E ha sempre considerato la designazione a ministro della Repubblica con degnazione, quasi fosse una carica indegna di lui, abituato a comandare da solo, mica a collaborare con qualcuno che conta più di lui, fosse anche il suo datore di lavoro di sempre, da prima ancora che entrasse in politica, Berlusconi.
Purtroppo per lui, tuttavia, un gran trascinatore di folle e di voti non deve poi esserlo, se è stato mandato via senza rimpianti, i suoi candidati hanno perso le elezioni, e i parlamentari veneti a lui fedeli si sono già squagliati dal Pdl, alla ricerca di lidi e protezioni più sicure. Ma ancora considera la cosa pubblica cosa sua, come ai bei tempi. E si intestardisce a designare il Presidente della Biennale che piace a lui, solo perché lo vuole lui. Poco importa che non lo voglia il sindaco della città che dopo tutto la Biennale ospita. Poco importa che l’abbia clamorosamente bocciato la Commissione Cultura della Camera dei Deputati. Poco importa che non lo voglia praticamente nessuno, a cominciare da quel mondo della cultura, mobilitatosi contro la nomina, di cui pure la Biennale dovrebbe essere l’interlocutore. Galan dixit. E non gli piace essere smentito. Poco importa, oltretutto, che la designazione non sia propriamente un gran segnale di innovazione e rinnovamento, nel metodo e nel merito: trattandosi di un pubblicitario amico, guarda caso, e di età non proprio fresca (73 anni, anche se vezzosamente sul suo sito personale evita accuratamente ogni accenno all’anno di nascita; ma, si sa, l’appetito vien mangiando, e il designato Giulio Malgara si è del resto occupato con successo di olio d’oliva, cibo per cani e acque minerali).
Qualcuno ha parlato di decisioni da “ultimi giorni di Pompei”: di cui persino le rovine continuano a crollare, peraltro. Ma Pompei è caduta per cause naturali. Qui l’implosione avverrà per insipienza e arroganza insieme. Ma, purtroppo, l’agonia sembra durare ancora a lungo, in un tramonto infinito e insopportabile.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Galan e l’arroganza del potere, 15 ottobre 2011