Il familismo dei politici

A osservare i nostri leader politici, viene fuori un’idea di famiglia che assomiglia assai poco a quella proposta dalla Chiesa e dalla tradizione, ma anche troppo a quella praticata da una parte significativa della società.
Un primo aspetto è quello del familismo politico: bisogna garantire un futuro ai propri figli. Se si ha un’impresa, un negozio, o un laboratorio artigiano, li si inserisce ad aiutare il papà. Se si è architetti, avvocati, medici o notai, c’è già il cinquanta per cento di probabilità che seguano le orme del babbo, con la complicità della corporazione. Se si è in Rai, praticamente tuo figlio e già assunto. E se si è un leader politico, è ancora più semplice. Bossi ha già benedetto il Trota come proprio successore, battezzandolo con l’ampolla del Po, e nel frattempo l’ha messo a far pratica in consiglio regionale in Lombardia; intanto ha cominciato a brigare per sistemare anche il secondo. Di Pietro, leader dei moralizzatori, con meno successo, e a prezzo di una rivolta interna, ha cercato di mettere in lista il proprio figliolo: dopotutto il suo partito si chiama Italia dei valori, e quale valore è più importante in Italia della famiglia? Mentre per il dopo Berlusconi si era parlato di una possibile discesa in campo della figlia Marina. E per carità di patria ci limitiamo qui ai figli, facendo grazia di mogli, fratelli, nipoti (per non parlar di amanti, concubine e igieniste dentali).
Un secondo aspetto è quello delle famiglie atipiche. Tutti lì a riverire vescovi e a osannare la famiglia tradizionale. Poi Casini è cattolico (anche come etichetta politica), divorziato e risposato. Fini non è cattolico, ma ugualmente divorziato e risposato. Vendola è abbastanza cattolico, e gay dichiarato. Bossi e Di Pietro, che abbiamo già incontrato nella precedente categoria, sono uno pro cattolico a parole e anticattolico per vocazione e sensibilità, e l’altro, acattolico, diciamo così: ma anche loro hanno in comune di essere divorziati e risposati. Berlusconi, beh, è presente in tutte le categorie: è cattolico e non cattolico, quando non si prende per Dio in persona e per questo si adora, divorziato e… difficile da riassumere – un militante della patonza, diciamo.
Personalmente, ci fa molto più scandalo il primo aspetto: il familismo amorale di chi sistema i figli per via politica o corporativa, questa sì una patologia della società. Il secondo, il semplice vivere in una famiglia non tradizionale, dopo tutto patologia non è, seguendo un’evoluzione della società, e scandalo nemmeno (di Berlusconi non parliamo, perché fa categoria a sé, e di scandalo ne suscita, ma non certo perché divorziato e ri-separato).
Alla fine si scopre che il più tradizionale di tutti è Bersani: che non è un granché cattolico, ma è normalmente sposato, banalmente con una sola moglie, e non cerca di far fare carriera alle figlie attraverso la politica. Stai a vedere che la famosa diversità etica del PD, più che politica, è familistica… Qualcuno gliel’avrà detto alla Conferenza Episcopale?
Stefano Allievi
25 settembre 2011
Allievi S. (2011), Il familismo dei politici

Le derive del venetismo deteriore

Vivo in una città veneta. Insegno in un’università veneta (che grazie a Dio ha nel suo motto un riferimento al fatto che la libertà di Padova si rivolge a tutti: Universa universis patavina libertas). Il mio lavoro è cercare di formare degli studenti veneti (e altri: non ho mai chiesto ai miei studenti da dove venissero) allo scopo di costruirsi un futuro migliore. Sono impegnato con mia moglie, che non è veneta, nel lavoro sul territorio veneto: a livello parrocchiale, sociale, politico. Dedico molto del mio tempo alla formazione in ambienti associativi veneti, dove presto il mio tempo e le mie competenze, spesso a titolo gratuito, per dare una mano a costruirci tutti assieme un mondo (incluso un Veneto) più decente in cui vivere. Le persone con cui lavoro sono in buona parte venete, ma né io né loro ci siamo mai chiesti da dove venissimo: soltanto dove vogliamo andare, e cosa vogliamo fare, insieme. Infine, collaboro a un giornale veneto per aiutare a far circolare in Veneto idee possibilmente non solo venete (perché le idee non hanno patria) al fine di migliorare il Veneto che tutti abitiamo.
Ma sono foresto, vengo da una città lontanissima di una regione lontanissima che si chiama Milano, e sfortunatamente non vivo né lavoro continuativamente in Veneto da almeno quindici anni. E quindi, se finissi improvvisamente in miseria, per i buontemponi che hanno presentato in Regione Veneto i progetti di legge del pacchetto “Prima i veneti”, non avrei diritto ad alcun aiuto. Il paradosso è che se invece andassi a vivere a Parigi, Berlino, Londra, Madrid, Amsterdam, Bruxelles, ma anche in un qualunque paesino di queste notoriamente assai arretrate e poco civilizzate nazioni, e in generale in quella che chiamiamo Europa, che non è solo un luogo geografico ma un’idea del mondo e una proposta di civiltà, non subirei alcuna discriminazione di questo tipo. Curiosamente, non ne subirei nemmeno in altri continenti, inclusi molti paesi africani e asiatici con cui i buontemponi di cui sopra si schiferebbero di sentirsi comparare.
Si dirà che anche questo, come molte altre volte, è solo un blaterare per attirarsi il consenso di quelli a cui la precedenza sembra (e di primo acchito lo può anche sembrare) una proposta sensata. Ma poi non se ne farà nulla, perché l’importante è far parlare di sé, ergersi a paladini di una popolazione, e poi dare la colpa, se non si fa nulla, a Roma ladrona, alla Corte Costituzionale, a un’opposizione irresponsabile, e quant’altro: un giochino che è stato fatto spesso, in questi anni. Mi permetto due suggerimenti: per la Lega, e per i suoi irresponsabili compagni in questa deriva identitaria senza costrutto – i buontemponi appunto. Il primo è che si comincia a vedere che il re è nudo, che a tanto blaterare non corrisponde altrettanto fare (perché la legge non lo consente, ma anche perché la Lega stessa è migliore di certe cose che propone), e il dissenso che finalmente comincia a emergere al suo interno ne è una prova. Non si possono raccontare balle troppo spesso, troppo a lungo e a troppe persone: prima o poi qualcuno si accorge che, dietro tanto fumo, manca l’arrosto. Il secondo è che a lisciare sempre il pelo agli istinti peggiori degli individui, si finisce per produrre un elettorato, ma anche una rappresentanza politica, a immagine e somiglianza di quegli istinti. In democrazia, come giusto, i voti si contano, non si pesano: ma se si cerca il voto peggiore si finisce per scoprire che questo elegge i politici peggiori. La Lega, in particolare in Veneto, ha una storia culturale ricca, e la difesa dell’identità, della lingua, delle radici, si può fare in maniera intelligente anziché in maniera becera. Con queste derive la Lega rischia di tradire proprio la sua storia migliore. Che è anche la storia, la testimonianza e la vita dei tantissimi veneti da cui ho imparato le virtù migliori del darsi e dell’aprirsi agli altri senza confini: quelli che incontro tutti i giorni.
Stefano Allievi
16 settembre 2011
Allievi S. (2011), Le derive del venetismo deteriore

I ‘Responsabili’ e la prostituzione in politica

20 gennaio 2011

La nascita, proprio adesso, di un nuovo gruppo parlamentare a sostegno di Berlusconi, è una notizia che supera qualsiasi riflessione sul trasformismo o il bisogno di casacche di questo o quel parlamentare. Che un gruppo di personaggi in cerca d’autore – da Calearo ex-Pd a Scilipoti ex-Italia dei Valori, da Cesario ex-Api a Pionati ex-Udc, da Moffa ex-Pdl e Fli a Sardelli di Noi Sud, a testimonianza di un encomiabile ecumenismo e di larghissime vedute – decida, risottolineiamo, proprio ora, a prescindere da tutto e a dispetto di tutto (“facendo finta di tutto”, avrebbe detto Flaiano), di offrirsi al miglior offerente, che non c’è dubbio è Silvio Berlusconi, è sintomo di una malattia assai più diffusa, e nemmeno vista come tale, che colpisce il Paese.

Nel momento più basso dell’etica pubblica e della morale privata del cavaliere, venti nuovi parlamentari si mettono – naturalmente per senso di responsabilità, e ci mancherebbe (così si chiama il gruppo: Iniziativa Responsabile) – al suo servizio: con il compito di schiacciare il pulsante del voto a comando, e da questo soltanto uniti (dove il progetto politico? le idee sull’Italia? le proposte di riforma?). Il fatto, dopo tutto, merita qualche considerazione. Non solo il premier non perde consenso, ma in quel mondo tutto particolare che è il ceto politico ne guadagna persino.

Colpisce anche il riflesso condizionato dei suoi, la totale mancanza di critica interna al suo partito: lo schierarsi sempre e comunque dalla sua parte, difendendo l’indifendibile. Certo, è un parlamento di nominati, non di eletti: di dipendenti e di domestici, quindi. Il controllo assoluto del destino politico dei suoi, l’assenza completa di democrazia nel partito di cui è leader (e l’accettazione senza fiatare di questo stato di cose, in un partito che non ha mai celebrato congressi ma solo organizzato happening e passerelle), fanno di Berlusconi, più che un leader politico, una figura a metà tra il guru religioso, capace di succhiare se non l’anima almeno l’indipendenza di giudizio dei suoi seguaci, e l’imperatore (immagine certamente più consona all’opinione che ha di sé), la cui corte non ha il coraggio di contraddirlo. E che considera l’accettazione dei capricci del capo come prassi.

La norma – il valore di riferimento che guida l’azione – è fare ciò che dice chi paga, qualunque cosa sia, anche lo scambio più volgare. In questo senso ci pare che questa morale, che è il segno più forte di una cultura apparentemente dominante, sia altrettanto ben interpretata dagli uomini come dalle donne che circondano il capo, le cui carriere sono in entrambi i casi legate all’unico merito della fedeltà cieca e assoluta e dell’asservimento ai suoi voleri. La predisposizione e il voto delle leggi ad personam per difendere Berlusconi dalla magistratura sono dopo tutto forme di prostituzione più gravi della cessione del proprio corpo di una escort che non ha responsabilità pubbliche. E proporre carriere nello spettacolo o – questa la novità rispetto ai sciur e alle cocottes del passato – persino politiche, e a spese del contribuente, alle animatrici dei festini del capo – e accettarle, da parte dei maggiorenti del partito – è assai più grave che sperarci, da parte delle animatrici in questione.

Stefano Allievi

Berlusconi: perché l’etica privata c’entra con la vita pubblica

L’imbarazzante sequenza di rivelazioni più o meno piccanti sulla vita privata di Berlusconi si fa sempre più serrata. L’aspetto moralistico è quello su cui maggiormente è focalizzata l’attenzione pubblica, ma ci sembra il meno interessante.

Più che sui fatti personali può essere interessante trarre qualche conclusione sugli effetti pubblici della discutibile morale privata su cui si fonda questa vicenda, in ogni caso triste per gli effetti a valanga che ha ed avrà sul livello di tensione morale, già scarso, e sulla reputazione internazionale del Paese.

Sul piano del decadimento morale del paese, le conseguenze sono ovvie, anche se questo ennesimo scandalo ne è solo un esempio tra tanti, non l’origine. Tra le altre, l’accettazione e la diffusione dei capricci del capo come norma e come esempio – in altre parole, il servilismo come prassi e modo per fare carriera, riuscendoci. O la ‘velinizzazione’ della politica. Non solo sul piano estetico – più donne e più belle in politica – ma sul piano dei contenuti: fare ciò che dice chi paga, qualunque cosa sia, anche lo scambio più volgare, purchè si salvino le apparenze. In questo senso ci pare che questa morale sia molto meglio interpretata dagli uomini che circondano il capo, le cui carriere sono state legate all’unico merito della fedeltà cieca e assoluta al capo e all’asservimento ai suoi voleri, che non dalle donne. La predisposizione e il voto delle leggi ad personam per difendere Berlusconi dalla magistratura, cedendo senza fiatare il proprio onore e la propria anima, sono forme di prostituzione assai più gravi della cessione del proprio corpo di una escort che non ha responsabilità pubbliche. E proporre carriere politiche alle animatrici dei festini del capo – e accettarle, da parte dei maggiorenti del partito (memorabile in questa chiave la frase di un coordinatore del Pdl a un escluso eccellente che si lamentava di non essere stato ricandidato: “tu c’hai le poppe?”) – è assai più grave che sperarci, da parte delle animatrici in questione.

Sul piano internazionale, le conseguenze sono ovvie. La considerazione di cui godono il Paese e il suo leader sono in continua discesa, e siamo lontani dal livello più basso. Un fatto che dovrebbe stare a cuore anche alle nostre imprese, così premurose nel loro sostegno al leader.

Sul piano interno, non è altro che l’ennesimo vortice di una spirale discendente che non accenna ad arrestarsi. E che le denunce della casta non riescono a far diventare un circolo virtuoso: quasi ci si fosse assuefatti al peggio. Del resto, metà del paese è con lui, e non pronuncerà alcuna condanna: anche perché non desidererebbe altro che essere al suo posto.

Il controllo assoluto del destino politico dei suoi, e l’assenza completa di democrazia nel partito di cui è leader, fa di Berlusconi un leader di partito solidissimo. La sua corte non avrà il coraggio, come non l’ha avuto finora, di contraddirlo. Il bisogno di mantenere il potere da parte di Berlusconi, per continuare a posporre i suoi guai giudiziari, per controllare l’informazione pubblica, e anche, molto umanamente, per darsi l’illusione di controllare lui gli eventi, anziché essere succube di essi, è quasi assoluto. E allora, a meno di fatti imprevedibili, è facile ipotizzare una legislatura lunga e umiliante, segnata da uno stillicidio di rivelazioni, sempre più infime e tristi – che possiamo immaginare più frequenti man mano che si accelereranno le tappe di un divorzio che non potrà certo rimanere vicenda privata – con un potere sempre solido e tuttavia fortemente indebolito, che lascerà alla fine l’Italia, sempre che regga economicamente, in pietose condizioni politiche e in una devastante situazione della morale pubblica, più bassa ancora rispetto ai tempi di Tangentopoli.

Un paese che avrà ulteriormente perduto il suo rango, depresso economicamente e moralmente, e retrocesso agli occhi della pubblica opinione internazionale. In condizioni più difficili, quindi, e comparativamente peggiori, di quando Berlusconi l’ha preso in mano.

L’era berlusconiana, nata in un tripudio di speranze e ottimismo, finirà male, dunque. Ma dovremo assaporarla fino alla fine.

p.s. Le frasi che precedono sono tratte da un articolo pubblicato sul Mattino il 24 luglio 2009, un anno e mezzo fa. Eppure avrebbero potuto essere state scritte ieri. La tragedia del Paese è tutta qui.

Stefano Allievi

I vescovi e la politica

I vescovi e la politica

Il dibattito sugli interventi dei vescovi in campagna elettorale è continuato anche dopo, ed è bene: perché tocca un tema cruciale per questo paese, per la maturità della sua democrazia e per il ruolo della sua principale comunità religiosa. Più dell’enunciazione di tanti principi, qualche riferimento empirico può aiutare a comprendere i termini della questione.

Provengo da una città e da una diocesi, Milano, dove il vescovo del periodo in cui mi sono formato era il card. Carlo Maria Martini, una delle figure più alte della Chiesa italiana di oggi. Della politica ha sempre mostrato un grande rispetto, considerandola uno dei luoghi elettivi in cui può e deve manifestarsi la missione del laico cristiano. E proprio per questo ha dato un grande impulso alle scuole di formazione alla politica, da cui sono usciti giovani quadri poi entrati nei consigli comunali e in parlamento: in diversi partiti, con differenti sensibilità. Ma mai e poi mai qualcuno ha potuto immaginare che volesse strumentalizzare l’impegno politico per promuovere politiche proprie (al contrario, ha sempre lasciato ai laici il compito di elaborarle nella propria autonomia e responsabilità di cristiani), o che si lasciasse strumentalizzare dalla politica, pur dedicandosi al fondamentale lavoro di dare spessore e fondamento evangelico, più che alla politica, alle persone che vi si dedicano, che pure incontrava.

Oggi di quella città è vescovo il card. Dionigi Tettamanzi. Un pastore che ha usato spesso toni accesi, non contro i politici, ma contro concretissime politiche disumanizzanti, forti con i deboli e deboli con i forti, incentrate intorno al dio denaro e tese a considerare i poveri, gli immigrati e i rom, nella regione più ricca d’Italia, un fastidio di cui liberarsi con la ramazza e col bastone, senza rispetto dell’humana pietas, prima ancora che di quella cristiana. Non a caso questo vescovo è diventato bersaglio prediletto delle forze politiche localmente al governo: dalla Lega, che ha chiesto esplicitamente di cacciarlo usando nei suoi confronti toni di inaudita durezza e volgarità (dimenticati da chi oggi vede in essa il nuovo bastione del cristianismo, un cristianesimo identitario ma spesso privo di fede, povero di speranza e ignaro di carità) e non di rado il sindaco Moratti, che non ha nascosto il suo fastidio per le posizioni forti del vescovo, che suonavano critica alla sua amministrazione.

Da quando vivo a Padova vedo operare il vescovo Antonio Mattiazzo. Un pastore lontano dalla politica, che rifiuta sistematicamente di farsi trascinare sul suo terreno. Capace anch’egli di parole forti, e di messaggi morali stridenti con certa politica, ma lontano dai suoi palcoscenici. Che anche nelle scorse elezioni amministrative (quelle di sua maggiore ‘competenza’) ha saputo far passare i suoi messaggi – spesso scomodi e per nulla accondiscendenti con i vizi cittadini – senza dare ad alcuno l’impressione di voler entrare nel terreno diretto delle scelte politiche. Anzi, a quei politici (in quel caso, del centro-destra) che volevano tirarlo per la tonaca, estorcendogli un incontro che sarebbe potuto suonare come benedizione per una parte sola, ha fatto dire pubblicamente, in maniera limpida e come messaggio che valesse per tutti, che non avrebbe ricevuto nessuno di loro fino al giorno dopo le elezioni. E il suo atto forse più politico, in quel periodo, saputo che alcuni politici volevano far chiudere o almeno spostare la mensa dei poveri – usando l’argomento come tema di campagna elettorale – è stato quello di andare a visitarla, e dire forte e chiaro, in conferenza stampa, che per farlo avrebbero dovuto passare sul suo cadavere.

Tre vescovi, tre stili pastorali differenti, accomunati dall’esigenza di rapportarsi alla politica a partire dal Vangelo, nello stile del buon seminatore, e del pastore attento a far sì che il sale della terra sia veramente tale, e il lievito fermenti. Ma tutti e tre stridono fortemente con lo stile inaugurato, a livello nazionale, dal lungo regno del card. Ruini, e oggi continuato, con qualche irruenza in meno, dal suo successore il card. Bagnasco: uno stile interventista, che cerca di indirizzare le scelte politiche, non solo di farle maturare alla luce del Vangelo. Questo nella convinzione che, tramontato il partito cattolico, la Conferenza episcopale dovesse diventare attore politico in prima persona, relegando i politici cattolici al ruolo umiliante di meri esecutori della volontà ecclesiale. Ma mettendosi su questo terreno e agendo da attore politico, quasi un partito occulto ma neanche troppo, la Cei rischia che il discredito che oggi i cittadini manifestano nei confronti della politica, di cui l’assenteismo elettorale è oggi la forma più evidente, e il disgusto contro la casta la forma verbale più esplicitata, si trasferisca sulla stessa Chiesa, e nelle stesse modalità: con un abbandono silenzioso e amareggiato, o talvolta con spirito apertamente polemico.

Perché, per tornare al punto da cui siamo partiti, delle due l’una. O i pronunciamenti dei vescovi non contano nulla nell’orientare l’elettorato cattolico: e allora sarebbe stato meglio non farli e non dare la sgradevolissima impressione di allearsi con un potere che peraltro, sul piano personale come politico, non ha dato fulgidi esempi di moralità e di aderenza ai principi cristiani. Oppure qualcosa – anche se molto meno che in passato – contano: e allora, alla luce dei risultati elettorali, sono stati utili a non far eleggere Emma Bonino e Mercedes Bresso, e di converso a far eleggere Renata Polverini e Roberto Cota, e quindi in definitiva a determinare, seppure con quel poco, il senso politico delle scorse elezioni (con un risultato diverso il centro-destra non avrebbe potuto dire di aver stravinto le elezioni, né quella della Lega sarebbe apparsa un’avanzata travolgente, essendo la vittoria in Veneto largamente prevista). E allora adesso la Chiesa cosa farà: passerà all’incasso, confermando che di una logica di scambio si è trattato? Sarà tentata, visto il successo, di interferire ulteriormente, anche sulle scelte amministrative a livello regionale e locale? Diventerà insomma esplicitamente attore politico? O si assumerà la responsabilità politica delle conseguenze, anche a lungo termine, di questa vittoria del centro-destra, per il futuro dell’Italia: una croce che forse sarebbe stato saggio lasciare portare ad altri? O al contrario saprà scegliere nuovamente uno stile evangelicamente chiaro, che una scelta di parte – non di partito – la fa, sì, ma in favore degli ultimi, dei poveri, dei sofferenti, per i quali e in nome dei quali leva alta la sua voce, e a tutti offre una parola di verità, che libera e che guarisce, e a nessuno il diritto di appropriarsene e di rivendicarla come propria?

Sarebbe utile che su queste diverse posizioni si aprisse nel mondo cattolico un dibattito aperto, uscendo dalla logica del conformismo ipocrita rispetto ai vertici in pubblico, e del mugugno in privato. Ne va del futuro della Chiesa, non solo del ruolo dei laici cristiani nella società. E ne va del futuro di questo nostro amato e sciagurato paese.

Stefano Allievi

Lettera aperta: su Magdi Allam

LA LETTERA DI ALLIEVI

Grazie a Daniela Amalfi, e a Sesamo, vi inoltro una lettera di Stefano Allievi in merito all’appello contro Magdi Allam:
Cari amici e care amiche,
per un disguido di cui non conosco la causa, il mio nome non appare tra i firmatari dell’appello su Reset contro il “giornalismo tifoso”, e in solidarietà al collega Massimo Campanini.Come Massimo Campanini e Paolo Branca sanno, ho parlato più volte con loro fin dall’uscita del libro di Allam, che cita loro e me, e gratifica tutti e tre, seppure in maniera diversa, di una menzione nella sua personalissima lista nera di “cattivi maestri”.
A Massimo, più duramente colpito, ho manifestato immediatamente la mia solidarietà, rafforzata dall’amicizia che ci lega da molti anni. Con Paolo, ho partecipato alle varie stesure dell’appello: del resto sia io che lui non è la prima volta che veniamo malevolmente citati da articoli di Allam. E ho inviato per tempo la mia firma di solidarietà. Mi era stato poi detto che le firme di noi tre, per motivi di opportunità, non sarebbero comparse, in quanto parti in causa direttamente coinvolte, ma ciò non è così chiaro dal testo che precede l’appello (non sono citati i nomi di tutti i docenti direttamente nominati da Allam, ma solo quello di Massimo), e alcune firme alla fine ci sono.
Ci tengo pertanto ad informarvi della mia adesione all’appello. Tra l’altro, sarebbe stato ben strano che il mio nome non comparisse: ho a mia volta ricevuto la solidarietà concreta di tanti di voi – e tra i primi proprio quelle di Paolo e Massimo – quando sono stato io ad essere colpito: nel mio caso da una ingiusta e diffamante condanna giudiziaria. La mia solidarietà a chi, oltretutto amico di lunga data, viene colpito da altrettanto diffamanti e ingiustificate illazioni non poteva quindi che essere, come è stata, della prima ora, e totalmente convinta. Tutti quanti ci troviamo dalla medesima parte della barricata: anche se tutti quanti involontariamente, visto che di barricate avremmo fatto volentieri a meno. Ma non siamo noi ad aver scelto il terreno dello scontro, e lo combattiamo nello stile, comunque pacato, che ci contraddistingue, per il nostro carattere, e direi anche per la nostra deontologia personale e professionale.
Su un piano più strettamente personale, aggiungo poche parole, che ho scritto ad un amico che voleva coinvolgermi ad andare oltre, scrivendo un articolo ‘contro’ Magdi Allam: cosa che potrei fare forse con più profondità e maggiori informazioni di altri, conoscendolo fin dai tempi in cui era ancora un oscuro redattore di Repubblica ai suoi primi articoli e inchieste sul tema che poi è diventato il suo prediletto, al quale ho fornito in quella fase molte informazioni senza peraltro riceverne mai in cambio nemmeno la cortesia di una citazione o di un ringraziamento, e del quale, fino al momento in cui ho manifestato il mio esplicito disaccordo con alcuni suoi articoli e prese di posizione, ho goduto dell’amicizia e della stima, al punto che mi telefonava dopo ogni suo articolo importante per chiedermi cosa ne pensassi, e mi inviava i suoi libri con dedica.
Non ho tempo, non ho voglia, e non ho nemmeno intenzione di mettermi su questo terreno. Lascio la polemica personale ad altri, Magdi Allam in primis, che se ne sono appassionati, e da cui traggono le soddisfazioni che preferiscono, ma che non sono le mie. Io la vis polemica l’ho esercitata a suo tempo, nel caso per esempio dei libri contro Oriana Fallaci, perché mi pareva ci fosse bisogno di dare argomenti a quella che consideravo una battaglia culturale, non personale (come espresso chiaramente anche dal titolo del mio libro conclusivo sull’argomento: “Niente di personale, signora Fallaci”). Il resto non mi interessa. Ed ho una vita già anche troppo piena, professionalmente e familiarmente, per farmi ulteriormente coinvolgere in personalismi che subisco, in cui talvolta casco, ma che non amo per niente. Quando, nel corso della mia carriera professionale, mi è capitato di criticare Fallaci o Allam, un imam esaltato o un qualche vescovo poco evangelico, un leader organizzativo musulmano o il leghista di turno, un antisemita o un occidentalofobo o un islamofobo professionale, gli Adel Smith o i Baget Bozzo, o chicchessia, non è mai stato per un fatto personale, ma sempre in riferimento alle conseguenze culturali e politiche che quelle posizioni hanno o credo che abbiano – magari sbagliando, ma credo con una certa onestà intellettuale, anche ingenua, e mai ricavandone qualcosa, semmai il contrario. Il resto non mi interessa. Sono miserie, fondamentalmente. E, come si dice, de minimis…
Oggi, di fronte a tanta insipienza urlata, a tante bassezze, a tanti attacchi superficiali e interessati ma soprattutto fondamentalmente stupidi, e forse proprio perché sono già stato tirato in ballo troppe volte, anche contro la mia volontà (come con Smith, che mi ha costretto a distogliere energie e impegno da cose che valgono maggiormente la pena), ho bisogno e desiderio di un po’ di distacco, e di un surplus di saggezza, magari. Che non dispero di trovare, nonostante le pietre d’inciampo e gli incidenti di percorso, e quelli che Pascal chiamava, etimologicamente, i divertissements, che ti fanno di-vertere e dis-trarre dal percorso voluto. A ciascuno la sua strada, con le sue accelerazioni e le sue pause di riflessione. Per quel che mi riguarda, oggi sono in pausa. Domani è un altro giorno, si vedrà…
Cordiali saluti
Stefano Allievi

Islamica. Un itinerario bibliografico alla scoperta dell’Islam

Islamica

Allievi S. (1999), Islamica. Un itinerario bibliografico alla scoperta dell’Islam, Carpi, Biblioteca Comunale, pp. 44;

L’Islam nel mondo

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Allievi S. (1999), L’Islam nel mondo, appendice 2 a A. Bausani, L’Islam, Milano, Garzanti, pp. 201-205;

Allievi S. (1999), Itinerario bibliografico, appendice 3 a A. Bausani, L’Islam, Milano, Garzanti, pp. 206-222;