Il Pd impari presto ad ascoltare (Le iniziative dal basso nel Pd)

E’ indicativo il riflesso condizionato liquidatorio di una parte della dirigenza del PD di fronte alla voglia di cambiamento che emerge al suo interno.
Sono giovani? In realtà non è vero, sono vecchi dentro. Hanno idee nuove? No, in realtà è roba anni ‘80. Pongono un problema di leadership e di ricambio? Sono presuntuosi e arroganti. Vogliono contare, e per farlo si rivolgono direttamente al pubblico, senza passare per le assemblee di partito, dove peraltro non si decide nulla perché tutto è già deciso? Sono sleali. Hanno idee che piacciono o interessano anche fuori del partito? Allora sono di destra (come se si potesse vincere con i voti e il consenso dei soli duri e puri).
Solo nel mese di ottobre ci sono stati diversi incontri significativi. Quello ‘ortodosso’ organizzato a metà mese da Zingaretti e soci. Quello più ‘movimentista’ organizzato a Bologna la settimana scorsa da Civati e Serracchiani. Quello, molto più mediatizzato, organizzato da Renzi a Firenze questa settimana. E in mezzo un documento ‘liberal’ di trentenni del partito. Tutti lì a impegnarsi per dire la loro, spiegare cosa pensano, in cosa credono e cosa vorrebbero fare: dentro e per il PD. Decine di migliaia di persone che si muovono per l’Italia per incontrarsi e produrre nuove idee, che leggono, scrivono, si documentano, si ritrovano in rete, si scambiano informazioni, cercano di far arrivare la loro voce al vertice del partito e al di fuori dei suoi steccati, che si impegnano. E il ceto dirigente come risponde? Impaurito, incapace di sintonizzarsi, infastidito perché non si rispettano i sacri rituali e il sacro ruolo dei sacerdoti di sempre.
Chiunque avesse un minimo di intelligenza politica correrebbe in giro per l’Italia ad incontrarli e ad ascoltarli, considerandoli risorsa pubblica e bene comune: grato per quel che stanno facendo. Cercherebbe di coinvolgerli, di dar loro uno spazio per elaborare insieme un progetto: perché lì dentro c’è il meglio della cittadinanza attiva, e anche della militanza PD, altrimenti ridotta a semplice cinghia di trasmissione di decisioni prese altrove, a megafono di voci che partono sempre dall’alto verso il basso, mai viceversa.
La vera sfida culturale per il Partito Democratico, e la sola sua possibilità di rilancio politico, sta nella capacità di ascolto, di incontro, di elaborazione, che questa mobilitazione, in tutte le sue espressioni, manifesta. Se c’è questo fiorire di iniziative, è perché ce n’è bisogno, e la gente si crea da sola le risposte ai suoi propri bisogni. Specie se non le trova altrove. Se, per dirne una, nelle sezioni del partito di queste cose non si discute, o comunque si ha la sensazione che sia così. Se quando una proposta non viene dal vertice non ha canali per emergere e non viene ascoltata. Se una richiesta di coinvolgimento e di partecipazione, per farsi udire, deve passare per i giornali o per facebook, e per qualche forma di dissenso, perché altrove è possibile solo il consenso conformista o il silenzio. Gli iscritti diminuiscono, mentre i partecipanti a questi eventi e a questi movimenti aumentano? Forse vuol dire qualcosa. Forse c’è un motivo, o probabilmente più di uno.
Tutto questo è vero a livello nazionale come a livello locale. O il PD ricomincia ad ascoltare coloro che lui stesso aveva scelto come propri referenti e sostenitori, quando ha inventato un nuovo partito e un nuovo modo di fare politica (coinvolgendo davvero il meglio della società civile che gli è vicina, sia nella fase di progettazione che in quella di selezione della leadership: attraverso primarie vere, aperte, in cui il partito non si schiera per default con la classe dirigente in sella). O dovrà rassegnarsi alla gestione dell’esistente, e a un lento declino. E a una sempre più vivace concorrenza.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Il Pd impari presto ad ascoltare (Le iniziative dal basso nel Pd), in “Il Mattino”, 1 novembre 2011, pp. 1-11

Che cosa c’è dietro le risa dell’Europa (Sarkozy-Merkel)

Vale la pena di vederlo, il video in cui Sarkozy e la Merkel rispondono alla domanda sull’affidabilità dell’Italia. Non c’è solo il sarcasmo e l’arroganza del presidente francese, e la più contenuta ironia della cancelliera tedesca. In quei sorrisi non celati, e nelle risate più crasse dei giornalisti presenti in sala stampa, in conclusione di un vertice europeo cui pure l’Italia aveva partecipato, c’è l’immagine di una tragedia italiana. Una tragedia italiana, sottolineiamo, non solo una tragedia nazionale, per l’immagine dell’Italia nel mondo in quanto stato-nazione: rispettato o, come in questo caso, irriso.
Il fatto è che da sempre la storia italiana è una storia in cui il potere straniero, in questo caso l’Europa, è sì dominante e paternalista, ma anche occasione di riscatto. Andando a ritroso lo vediamo con chiarezza, quanto l’esistenza dell’Europa sia stata per l’Italia occasione e in certa misura scusa positiva per i propri scatti di modernizzazione. Non ci sono solo i tre giorni di tempo (tre giorni!) dati oggi all’Italia per mandare i segnali di rigore e di riforma strutturale che l’Europa ci chiede per finanziare il nostro deficit e, auspicabilmente, la nostra ripresa: anticipati di poco dalla lettera con cui la BCE, nella persona dell’italianissimo Mario Draghi, ci metteva, come lo stesso Berlusconi ha ammesso, sotto tutela, dettandoci l’agenda delle cose da fare. Anche i precedenti governi di Prodi e Amato hanno trovato nell’Europa, nei vincoli da questa richiesti, l’occasione per i loro risultati migliori, come l’ingresso nell’area dell’euro. E qualunque imprenditore o attore sociale sa assai bene quanto il richiamo alle direttive europee – e spesso alle sanzioni che l’Europa ci commina per il loro mancato rispetto, anche quando vengono ratificate per tempo – sia stato e sia ancora una spinta potente alla modernizzazione del Paese. E’ così dall’origine, del resto: lo stesso De Gasperi sapeva quanto il nostro essere tra i Paesi promotori e fondatori delle primissime istituzioni europee sarebbe stato determinante per lo sviluppo dell’Italia, e premessa alla sua crescita anche economica, nonostante l’arretratezza istituzionale che allora come oggi ci penalizzava: una sponda indispensabile nell’incapacità di farcela da soli, di superare i propri ostacoli interni, le proprie inerzie, i propri atavismi.
Quella odierna è tuttavia un’umiliazione che fa male. Chiunque di noi si trovi a frequentare consessi internazionali di qualunque tipo (economici, finanziari, scientifici, professionali), o si incontri qui con interlocutori di altri Paesi, ha sperimentato l’acuta sofferenza con cui ci si trova ad affrontare l’inevitabile conversazione sulla situazione italiana. E spesso ha praticato l’arte dell’anticipazione dell’argomentazione altrui, e dell’ironia preventiva, per risparmiarsi il sarcasmo pesante o, nei casi migliori, l’incredulità attonita dei propri interlocutori. Il fatto è che si tratta spesso di consessi di eccellenza, in cui gli italiani sono presenti in gran numero, ma rappresentati da un’immagine della vita politica e istituzionale men che mediocre. Questa condanna a essere i rappresentanti migliori dell’Italia peggiore gli italiani la conoscono bene. Il semplice fatto che questi italiani esistano è la prova che l’immagine di chi rappresenta il Paese non ne è lo specchio fedele, nonostante quanto spesso si dice su questo presunto rispecchiamento. Il fatto, ad esempio, che frotte di italiani continuino a fare carriera all’estero, dopo non esserci riusciti in Italia, ma a seguito di una formazione dopo tutto ottenuta proprio in questo Paese, è segno che qualcosa o molto funziona, o funzionerebbe; ma il fatto che siano costretti ad andare all’estero per veder riconosciuti i propri talenti (che non sono solo individuali: sono anche frutto di sottosistemi efficienti) è la prova provata del disfunzionamento più complessivo del sistema-Paese.
Certo, Berlusconi ci ha messo molto del suo per rovinare la nostra immagine all’estero: con le sue prodezze nella vita privata, ma anche per il suo comportamento pubblico, incluso, in particolare, proprio ai vertici europei e internazionali, dove la sua presenza ha spesso prodotto divertito imbarazzo nei casi migliori, e sciagurate figure in quelli peggiori. E già questo dovrebbe far riflettere seriamente i gruppi di interesse, anche internazionalizzati, che contano qualcosa nel nostro Paese: sulla loro inazione passata, se non altro. Ma farebbe un grave errore una certa opinione progressista e anti-berlusconiana, come ha spesso fatto in passato, a cavalcare la tigre delle reazioni internazionali, e a peggiorarne o a moltiplicarne l’effetto, come sbaglia oggi la destra ad attaccare con argomentazioni scioviniste lo sciovinismo francese. Il danno, in ogni caso, è di tutti.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Che cosa c’è dietro le risa dell’Europa (Sarkozy-Merkel), in “Il Mattino”, 25 ottobre 2011, pp. 1-4 (anche “Il Piccolo”, “Nuova Venezia”, “La Tribuna di Treviso”, “Messaggero Veneto”)

Ma il movimento pacifico è più forte di quello violento (Indignados e black bloc)

Due movimenti si contendono l’opposizione al nuovo disordine mondiale: quel disordine che la crisi finanziaria degli ultimi anni ha mostrato in tutta la sua fragilità intrinseca, ma anche nella sua ferocia nei confronti dei più deboli.
Un movimento è pacifico. Vuole superare questo ‘ordine’ puntando l’indice sui suoi guasti, e sulle sue sanguisughe, su coloro che ci speculano e ingrassano sulle macerie della vita degli altri: raiders finanziari globali, ma anche satrapi locali. E’ questo che lega la primavera araba agli indignados di Wall Street, passando per le piazze spagnole (e chi mai, negli anni scorsi, avrebbe potuto immaginare un tale spettacolare avvicinamento tra sponde e interessi apparentemente opposti!). Sono coloro che occupano le piazze di tutti i paesi, con obiettivi non direttamente politici, mossi più spesso mossi da una spinta etica e da una volontà di riappropriazione collettiva del proprio futuro. Ma che proprio attraverso la mobilitazione collettiva riescono a dare un orizzonte di possibilità e quindi un obiettivo concreto alla mera indignazione, che è una categoria più morale che politica, e spesso più individuale che sociale, ottenendo risultati anche spettacolari: la cacciata dei dittatori mediorientali ne è l’esempio più clamoroso e riuscito, ma sta trovando imitatori e percorsi paralleli in Europa e negli Stati Uniti, obbligando i poteri forti a manifestare un interesse verso questo dissenso che in proprio non avrebbero affatto.
Un movimento è invece violento. E’ fatto più di rivendicazione dell’atto puro di opposizione, del nichilismo della violenza gratuita, che diventa senso puro di esistere in mancanza di altri sensi da dare alla vita, e fine in se stesso. Questo movimento ha due forme: una impolitica, ed è quella che abbiamo visto nelle rivolte ‘consumeriste’ inglesi, in cui lo scopo era appropriarsi di qualche genere di consumo che non si aveva la possibilità di procurarsi in proprio; una invece, politicizzata, è quella dei cosiddetti black bloc. Entrambe queste forme di violenza sembrano molto più ‘interne al sistema’, per motivi diversi. La prima perché il suo scopo è adeguarsi ai miti ma non ai riti del consumismo: si aderisce ai fini proposti (consumare) ma si trovano mezzi non socialmente approvati per raggiungere l’obiettivo (saccheggiare i negozi). La seconda perché ha un obiettivo primitivo e feroce, ma tutto interno alla logica politica tradizionale: i poliziotti e i carabinieri, le auto incendiate, i negozi distrutti, la devastazione pratica e simbolica, senza alcun progetto strategico reale volto a cambiare le cose. Il problema non è rovesciare il sistema, perché si è coscienti dei rapporti di forza: è solo di dargli fastidio – una violenza ‘consumerista’ anche questa, che si consuma nell’atto di svolgersi. Il nemico è per costoro ragione stessa di esistere; e loro sono ragione per scatenare la repressione da parte del potere: funzionali ad esso fino in fondo, dunque (come funzionale al sistema è confermarne i miti, dopo tutto; loro invece ne confermano l’autorità).
E’ per questo che solo il movimento pacifico fa veramente paura. Proprio perché non vuole scardinare l’ordine sociale tanto per farlo, senza proporre alternative, è l’unico in grado di farlo realmente. Non a caso si preoccupa di ricreare un ordine dal basso, e quando occupa le piazze si preoccupa anche di fare pulizia (il contrario di distruggere e bruciare), ma anche di creare motivazione, consenso, cultura, progetti alternativi, e non ultimo piacere di essere insieme, gioia di vivere, un orizzonte in cui sperare, dunque. Proprio per questo, nonostante le sue sconfitte (la dis-occupazione delle piazze occupate), si proietta sulla lunga durata, e può diventare opposizione reale, e proposta non del tutto ingenua di un nuovo ordine mondiale. Il movimento violento invece, come sempre, serve agli scopi del potere, dando ad esso la legittimazione necessaria per tutelarsi, scatenando una repressione che rischia di non distinguere, di non essere mirata ai soli violenti, e dunque non disinteressata.
C’è da sperare che la pubblica opinione sia in grado di distinguere tra i due movimenti: uno sta dalla sua parte, e prova a interpretarne le istanze, l’altro no.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Ma il movimento pacifico è più forte di quello violento (Indignados e black bloc), in “Il Piccolo”, 17 ottobre 2011, pp. 1-8 (anche “il Mattino”, 18 ottobre)

Galan e l'arroganza del potere

La modestia e la misura non sono mai state il suo forte. Il suo libro-intervista, all’epoca in cui governava senza rivali la Regione facendo l’assenteista in Giunta, si intitolava umilmente “Il Nordest sono io”. E la sua vanità si titillava nel farsi chiamare “il Doge”, niente meno. Così convinto della sua indispensabilità da volere a tutti i costi correre per un ennesimo mandato come Presidente della Regione, ha dovuto soccombere agli accordi tra Lega e Pdl che l’hanno sacrificato a Zaia. E ha sempre considerato la designazione a ministro della Repubblica con degnazione, quasi fosse una carica indegna di lui, abituato a comandare da solo, mica a collaborare con qualcuno che conta più di lui, fosse anche il suo datore di lavoro di sempre, da prima ancora che entrasse in politica, Berlusconi.
Purtroppo per lui, tuttavia, un gran trascinatore di folle e di voti non deve poi esserlo, se è stato mandato via senza rimpianti, i suoi candidati hanno perso le elezioni, e i parlamentari veneti a lui fedeli si sono già squagliati dal Pdl, alla ricerca di lidi e protezioni più sicure. Ma ancora considera la cosa pubblica cosa sua, come ai bei tempi. E si intestardisce a designare il Presidente della Biennale che piace a lui, solo perché lo vuole lui. Poco importa che non lo voglia il sindaco della città che dopo tutto la Biennale ospita. Poco importa che l’abbia clamorosamente bocciato la Commissione Cultura della Camera dei Deputati. Poco importa che non lo voglia praticamente nessuno, a cominciare da quel mondo della cultura, mobilitatosi contro la nomina, di cui pure la Biennale dovrebbe essere l’interlocutore. Galan dixit. E non gli piace essere smentito. Poco importa, oltretutto, che la designazione non sia propriamente un gran segnale di innovazione e rinnovamento, nel metodo e nel merito: trattandosi di un pubblicitario amico, guarda caso, e di età non proprio fresca (73 anni, anche se vezzosamente sul suo sito personale evita accuratamente ogni accenno all’anno di nascita; ma, si sa, l’appetito vien mangiando, e il designato Giulio Malgara si è del resto occupato con successo di olio d’oliva, cibo per cani e acque minerali).
Qualcuno ha parlato di decisioni da “ultimi giorni di Pompei”: di cui persino le rovine continuano a crollare, peraltro. Ma Pompei è caduta per cause naturali. Qui l’implosione avverrà per insipienza e arroganza insieme. Ma, purtroppo, l’agonia sembra durare ancora a lungo, in un tramonto infinito e insopportabile.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Galan e l’arroganza del potere, 15 ottobre 2011

Il familismo dei politici

A osservare i nostri leader politici, viene fuori un’idea di famiglia che assomiglia assai poco a quella proposta dalla Chiesa e dalla tradizione, ma anche troppo a quella praticata da una parte significativa della società.
Un primo aspetto è quello del familismo politico: bisogna garantire un futuro ai propri figli. Se si ha un’impresa, un negozio, o un laboratorio artigiano, li si inserisce ad aiutare il papà. Se si è architetti, avvocati, medici o notai, c’è già il cinquanta per cento di probabilità che seguano le orme del babbo, con la complicità della corporazione. Se si è in Rai, praticamente tuo figlio e già assunto. E se si è un leader politico, è ancora più semplice. Bossi ha già benedetto il Trota come proprio successore, battezzandolo con l’ampolla del Po, e nel frattempo l’ha messo a far pratica in consiglio regionale in Lombardia; intanto ha cominciato a brigare per sistemare anche il secondo. Di Pietro, leader dei moralizzatori, con meno successo, e a prezzo di una rivolta interna, ha cercato di mettere in lista il proprio figliolo: dopotutto il suo partito si chiama Italia dei valori, e quale valore è più importante in Italia della famiglia? Mentre per il dopo Berlusconi si era parlato di una possibile discesa in campo della figlia Marina. E per carità di patria ci limitiamo qui ai figli, facendo grazia di mogli, fratelli, nipoti (per non parlar di amanti, concubine e igieniste dentali).
Un secondo aspetto è quello delle famiglie atipiche. Tutti lì a riverire vescovi e a osannare la famiglia tradizionale. Poi Casini è cattolico (anche come etichetta politica), divorziato e risposato. Fini non è cattolico, ma ugualmente divorziato e risposato. Vendola è abbastanza cattolico, e gay dichiarato. Bossi e Di Pietro, che abbiamo già incontrato nella precedente categoria, sono uno pro cattolico a parole e anticattolico per vocazione e sensibilità, e l’altro, acattolico, diciamo così: ma anche loro hanno in comune di essere divorziati e risposati. Berlusconi, beh, è presente in tutte le categorie: è cattolico e non cattolico, quando non si prende per Dio in persona e per questo si adora, divorziato e… difficile da riassumere – un militante della patonza, diciamo.
Personalmente, ci fa molto più scandalo il primo aspetto: il familismo amorale di chi sistema i figli per via politica o corporativa, questa sì una patologia della società. Il secondo, il semplice vivere in una famiglia non tradizionale, dopo tutto patologia non è, seguendo un’evoluzione della società, e scandalo nemmeno (di Berlusconi non parliamo, perché fa categoria a sé, e di scandalo ne suscita, ma non certo perché divorziato e ri-separato).
Alla fine si scopre che il più tradizionale di tutti è Bersani: che non è un granché cattolico, ma è normalmente sposato, banalmente con una sola moglie, e non cerca di far fare carriera alle figlie attraverso la politica. Stai a vedere che la famosa diversità etica del PD, più che politica, è familistica… Qualcuno gliel’avrà detto alla Conferenza Episcopale?
Stefano Allievi
25 settembre 2011
Allievi S. (2011), Il familismo dei politici

Città video sorvegliata o città aperta? (versione integrale)

In un precedente articolo sul Mattino, abbiamo affrontato il tema della socialità giovanile e della politica degli orari della città, prendendo lo spunto dall’arrivo dei vigili alla festa del PD, andati a fare quello che fanno ovunque, su incarico del Comune, allo scadere della mezzanotte: spegnere la musica. Il numero di risposte e di consensi che l’intervento ha avuto, e di discussioni online che ha generato, è stato significativo: come se qualcuno avesse involontariamente dato voce a una tensione che covava sotto la cenere da anni, a una ferita aperta e a un problema irrisolto. Proviamo qui ad approfondire la questione.
La polis – concetto da cui deriva tanto la nostra idea di città quanto la nostra idea di politica – presuppone l’incontro nell’agorà, nella piazza, e la riflessione comune sul suo destino. E’ quindi innanzitutto un luogo di socialità e di discussione. Incidentalmente, parte importante dell’attività e dell’identità della polis erano anche i templi, dove si svolgevano le cerimonie religiose, i gymnasion, dove si coltivava il corpo e lo spirito, e i teatri, con dei veri e propri festival, i Dionysia, che servivano a cementare l’unità culturale della polis e dei cittadini.
La socialità è dunque fondamentale: perché è buona in sé, perché costruisce legami sociali (non a caso si parla di tessuto sociale, fatto di una trama fitta di relazioni), perché è un piacere, e infine perché consente la comunicazione e la discussione sulla res publica, la cosa pubblica. E’ insomma una precondizione della vita stessa della città (se vuole essere viva, naturalmente). Ma per manifestarsi ha bisogno di luoghi e di occasioni, a tutti i livelli. Luoghi polisenso e multifunzione, utilizzabili a più livelli e da popolazioni diverse, come le piazze, i parchi, i cortili; luoghi per il culto e l’adorazione degli dei; luoghi dedicati alle forme moderne di gymnasion e di teatro, di aggregazione e di divertimento; luoghi di consumo e di scambio, come i mercati (e naturalmente i luoghi della produzione e quelli di incontro delle corporazioni di arti e mestieri); luoghi di istruzione e formazione (che la mentalità odierna identifica con la scuola e l’università, ma lo sono anche i teatri e i gymnasion, i luoghi di culto e i mercati); fino ai luoghi di discussione politica, dall’agorà al municipio. E occasioni come le feste private e pubbliche, religiose e laiche, le celebrazioni, gli eventi culturali e sportivi, le fiere e i mercati, e quant’altro.
La città non è fatta solo di muri, è fatta di persone: “Sono le case a fare un borgo, ma sono gli uomini a fare una città”, diceva Rousseau. Bene, chi sono gli uomini e le donne che abitano questa città? I residenti al 31 agosto 2011 sono 214.046, di cui 32.008 stranieri, grazie ai quali si produce anche un tasso di natalità e di nuzialità in aumento (senza di loro sarebbe negativo). Ai residenti bisogna aggiungere gli studenti dell’università, 60.812, di cui solo un terzo circa è padovano, e quindi conteggiato tra i residenti: una buona metà viene da altre zone del Veneto, e in parte passa almeno qualche giorno (e notte) alla settimana a Padova, mentre oltre il dieci per cento viene da altre zone d’Italia e dall’estero, e a Padova spesso ci si è temporaneamente trasferito. A costoro bisogna aggiungere oltre 5.000 studenti post-laurea, in gran numero non padovani, e oltre 2.000 docenti, in parte anch’essi foresti e bisognosi di socialità e di cultura. Poi ci sono le varie ondate di pendolari (per lavoro e studio, al mattino presto; per gli acquisti nella parte centrale della giornata e il sabato; per i consumi culturali e il divertimento la sera, in gran parte giovani), e infine quasi un milione di turisti, per quasi la metà stranieri, che passano almeno qualche giorno da noi. I giovani insomma, sono assai di più di quelli contabilizzati tra i residenti. E le persone con bisogni di socialità più accentuati di quelli legati alla cerchia familiare ancora di più, dato che delle 101.267 famiglie ‘anagrafiche’ censite, ben il 40% (in aumento) sono composte da un solo elemento, e quasi il 27% (pure in aumento) da due, con un incremento delle coppie senza figli, pure esse in aumento, che già oggi rappresentano il 40% delle coppie. Anche se, va ricordato, la popolazione con più di 65 anni è di ben 51.427 unità, e l’età media dei padovani, 45,36 anni, è tre anni più alta della media regionale e nazionale.
In pratica, gli indicatori demografici fanno di Padova una città tendenzialmente anziana; ma quelli sulle presenze, che includono gli studenti, la ringiovaniscono significativamente. Tuttavia Padova – a sentire i diretti interessati – non sembra essere una città per giovani, non ne ha l’immagine. E questo non dipende dalla demografia. Dipende dalle politiche per i giovani. O dalla mancanza delle medesime. E’ da anni, infatti, anzi da decenni, che la popolazione giovanile è scarsamente considerata. E’ da anni che i giovani sono sballottati qui e là. Ed è sconcertante, peraltro, che quando le associazioni sono state convocate per discutere di socialità giovanile – che non è, riduttivamente, solo divertimento, che peraltro non dovrebbe essere una parolaccia nemmeno nel Veneto produttivo – sia stato sull’onda della cosiddetta ‘emergenza spritz’, come se i giovani fossero un problema di ordine pubblico (un’emergenza, addirittura!), e il luogo di discussione sia stato la prefettura anziché il comune.
A mancare non sono solo le occasioni e i luoghi per gli incontri di gruppi affini, per età e interessi. Mancano pure gli spazi di comunicazione, anche solo di vicinanza fisica, tra generazioni. E troppi immaginano la città a compartimenti stagni: le famiglie da una parte, i giovani dall’altra, i bambini dove non ci sono gli anziani, gli italiani dove non ci sono gli stranieri, e così via. Ma questa non è una città e non è civiltà. È una forma blanda e suicida di apartheid, che rende la separazione tra generazioni e tra con-cittadini ancora più grave di quanto già non sia. La risposta allora non è: ognuno da una parte, in modo che nessuno rompa le scatole a nessun altro, ma più spazi comuni, condivisi, in cui anche le generazioni si mischino senza darsi fastidio. Come, grosso modo, accade in ogni parco di ogni città del mondo. Ma come potrebbe accadere con iniziative culturali ad hoc, e proprio nelle piazze della città, che sono il luogo deputato ad ospitarle. Se no l’alternativa secca è tra un divertimento a porte chiuse e a pagamento, e rigorosamente ghettizzato per categorie anche di reddito (e magari anche deviante, comunque troppo alcolico – cose su cui, peraltro, una parte di operatori commerciali guadagna assai bene), da una parte, e dall’altra lo stare tappati in casa per chi altro non si può permettere, e in ogni caso altro non c’è perché altrimenti la cittadinanza protesta. L’abbiamo già detto altrove: una città vissuta, frequentata, è una città migliore e più sicura. Per tutti. E’ nel vuoto, nel silenzio, nell’oscurità, che trova spazio e si manifesta più spesso il lato deviante e maleodorante della società, il degrado. E’ dove la gente, le famiglie, gli anziani, e anche i giovani, non vanno più, che restano i pochi votati al peggio. Non è questo che le famiglie, e gli anziani, dovrebbero volere, anche se hanno tutti i diritti di dormire la notte. E forse, nel loro interesse, dovrebbero avere la pazienza di sopportare un po’ di jazz, di teatro di strada, di animazione ogni tanto, per evitare di avere lo spaccio, gli ubriachi che fanno i loro bisogni sui muri, i tossici, sempre: la socialità buona scaccia quella cattiva – è dove non c’è quella buona che domina, e spadroneggia, quella cattiva. Forse qualcuno potrebbe perfino scoprire che la socialità e la cultura non sono solo per gli altri, per i giovani; e che potrebbe essere un piacere anche per loro.
Quasi ogni città ha le sue belle attività di strada e popolari, e le sue belle deroghe almeno estive agli orari di apertura, di somministrazione di cibo e bevande, di produzione di cultura (e non solo per il capodanno e le vittorie ai mondiali – deroghe queste che la cittadinanza si prende anche senza permesso). Non c’è bisogno di guardare solo all’estero. Basta guardarsi in casa: andare a vedere le esperienze di altre città universitarie, e compararle con la situazione padovana. Analizzarne anche i problemi, certo, e le risposte che ai problemi sono state date: ma non guardare solo a questi, pensando che la socialità sia, in sé, un problema. Perché la socialità non è un problema: è una soluzione. Questo modo di vedere le cose, di pensare alla socialità come un disturbo, e alle sue occasioni come rumore, è di per sé un dato culturale su cui riflettere: e abbiamo la sensazione che sia questo il problema. Come abbiamo potuto ridurci così?
Forse dovremmo ricominciare a capire che la città va pensata insieme ai suoi abitanti, non a prescindere da essi. A Torino, per dire, ma anche altrove, l’assessore all’urbanistica e all’edilizia privata è anche l’assessore alla qualità della vita e all’integrazione dei ‘nuovi cittadini’. Insomma, chi si occupa delle case è chi si occupa anche delle persone che ci abitano dentro, dei loro bisogni, delle loro aspirazioni. E si affida lo sviluppo di strade e muri a chi si occupa di socialità e culture, anche nuove e diverse. Non quindi un presunto ‘tecnico’ – un architetto, un ingegnere, nei piccoli paesi un geometra – ma al contrario un politico esperto in culture (parola che deriva dal latino colere, coltivare, e include anche il culto, e la coltivazione delle relazioni). Una scelta significativa. Perché nei consigli comunali, nelle giunte, l’attività principale non dovrebbe essere quella di occuparsi di varianti urbanistiche, ponti e strade, ma del loro perché, del loro senso, delle loro conseguenze sulla vita delle persone. Non solo in funzione del traffico, della mobilità, della spesa, del consumo: ma in funzione di una vita piena, ricca di senso e non solo di risorse (per alcuni). Altrimenti rischiamo di avere città funzionali – quando va bene – ma vuote, come in quel quadro meraviglioso che è ‘La città ideale’, alla Galleria Nazionale di Urbino: una bellissima visione rinascimentale, proporzionata, perfetta (e già è qualcosa, laddove la parola bellezza non viene quasi mai pronunciata, nella politica cittadina), ma vuota, senza persone, senza umanità.
La socialità, le attività culturali (e la musica, il teatro, l’happening, le manifestazioni artistiche, ne sono alcune espressioni), sono movimento, invenzione, un’idea del mondo, la voglia di sperimentarlo e di rappresentarlo: precisamente ciò che riempie la città e le dà senso. Proprio ciò di cui abbiamo bisogno come il pane, o almeno subito dopo il pane. Certo, ci può essere qualche inciampo con altre attività della città. Se ne parli, si trovino soluzioni. Se ci sono idee le si propongano, si condividano con gli operatori culturali. Se non ci sono, con umiltà, si lanci un concorso per riceverle, aperto ai giovani, ai gruppi, all’attivismo di chi, tra mille difficoltà e ostacoli, per l’appunto, si attiva affinché la città sia viva e non morta, piena anche di contenuto e non solo di cose. E’ questo che tentano di fare, bene o male, i giovani che si ritrovano per un evento, foss’anche solo con lo scopo di non stare da soli. Perché non è che non ci siano attività culturali: ci sono. E non è che non ci siano altre modalità di aggregazione: l’associazionismo, per esempio. Ma la socialità, soprattutto giovanile, non è solo questo, e non può ridursi a questo. E si coinvolga l’università, la ricchezza meno utilizzata di Padova: che è piena di talenti e di esperienze che non chiedono altro che di essere utilizzate anche dalla città, e per risolvere i suoi problemi. Sapendo, certo, che per riempire la società di contenuto e le giornate di relazioni, bisogna anche spendere: magari spiegando ai padovani che è un guadagno. Economico, persino. E sapendo che non si tratterebbe che di restituire un briciolo di ciò che i giovani producono (sì, producono) e spendono. Sarebbe utile una ricerca sull’indotto economico prodotto da giovani e studenti su questa città. Ma prima di vederne i risultati siamo già certi che la percentuale di spesa a loro favore è certamente inferiore alla loro percentuale di presenza nel territorio.
A partire da qui, forse, si può cominciare a pensare a una città aperta a tutti davvero, non privatizzata: nemmeno dai giovani, naturalmente. Una città che non escluda nessuno. Ma che accolga anche, attivamente, i suoi abitanti. Tutti i suoi abitanti. Con la consapevolezza che la città è molto più di uno spazio: è un luogo, con una sua vita, una sua memoria e un suo genio – genius loci, appunto. E’ molto più di un insieme di strutture (non solo architettoniche): è un complesso di funzioni, che giocano un ruolo cruciale nei meccanismi della comunicazione tra le persone. E’ molto più di un fatto urbanistico: è un fatto urbano – un aggettivo che definisce una civiltà, un modo di essere e di pensare. Ed è molto più anche di un luogo di potere: è un luogo politico, potenzialmente disponibile ai più diversi apporti – perché la politica vera, la politica sana, va nei due sensi: parla, ma sa ascoltare; agisce, ma prima pensa e coinvolge. E’ infine, soprattutto, un luogo abitato: forse privo in sé di anima ma abitato da persone che ne posseggono una, e che vorrebbero poterla manifestare in tutte le sue ricchezze, non solo nella produzione e nel consumo.
Sui cartelli di ingresso della città di Padova sta una scritta significativa: “Territorio urbano telesorvegliato”. Come se questa fosse la sua caratteristica principale, il dato più rilevante della sua carta d’identità, quello da mostrare a chi varca i confini del suo territorio. E’ un segno culturale forte, e inquietante: che ci parla di tempi bui, oscuri, gretti, richiusi in se stessi. Noi vorremmo ci fosse scritto: “Città aperta”, “Città viva”. Forse proprio i giovani possono aiutarci a ritrovare il significato di queste parole.
Stefano Allievi
Da questo articolo è scaturito un dibattito cospicuo: con una prima risposta dell’assessore Zampieri, l’apertura di una discussione nel blog del direttore del Mattino, Omar Monestier, molti interventi con i relativi commenti on line, spesso assai vivaci. Riportiamo di seguito l’intero dibattito, dai miei primi articoli (per come sono stati pubblicati sul giornale) ai principali interventi pervenuti e pubblicati sul quotidiano o sul sito del Mattino: tutto, insomma, tranne i post di commento ai vari articoli, pure anch’essi assai interessanti.
Continua a leggere

Le derive del venetismo deteriore

Vivo in una città veneta. Insegno in un’università veneta (che grazie a Dio ha nel suo motto un riferimento al fatto che la libertà di Padova si rivolge a tutti: Universa universis patavina libertas). Il mio lavoro è cercare di formare degli studenti veneti (e altri: non ho mai chiesto ai miei studenti da dove venissero) allo scopo di costruirsi un futuro migliore. Sono impegnato con mia moglie, che non è veneta, nel lavoro sul territorio veneto: a livello parrocchiale, sociale, politico. Dedico molto del mio tempo alla formazione in ambienti associativi veneti, dove presto il mio tempo e le mie competenze, spesso a titolo gratuito, per dare una mano a costruirci tutti assieme un mondo (incluso un Veneto) più decente in cui vivere. Le persone con cui lavoro sono in buona parte venete, ma né io né loro ci siamo mai chiesti da dove venissimo: soltanto dove vogliamo andare, e cosa vogliamo fare, insieme. Infine, collaboro a un giornale veneto per aiutare a far circolare in Veneto idee possibilmente non solo venete (perché le idee non hanno patria) al fine di migliorare il Veneto che tutti abitiamo.
Ma sono foresto, vengo da una città lontanissima di una regione lontanissima che si chiama Milano, e sfortunatamente non vivo né lavoro continuativamente in Veneto da almeno quindici anni. E quindi, se finissi improvvisamente in miseria, per i buontemponi che hanno presentato in Regione Veneto i progetti di legge del pacchetto “Prima i veneti”, non avrei diritto ad alcun aiuto. Il paradosso è che se invece andassi a vivere a Parigi, Berlino, Londra, Madrid, Amsterdam, Bruxelles, ma anche in un qualunque paesino di queste notoriamente assai arretrate e poco civilizzate nazioni, e in generale in quella che chiamiamo Europa, che non è solo un luogo geografico ma un’idea del mondo e una proposta di civiltà, non subirei alcuna discriminazione di questo tipo. Curiosamente, non ne subirei nemmeno in altri continenti, inclusi molti paesi africani e asiatici con cui i buontemponi di cui sopra si schiferebbero di sentirsi comparare.
Si dirà che anche questo, come molte altre volte, è solo un blaterare per attirarsi il consenso di quelli a cui la precedenza sembra (e di primo acchito lo può anche sembrare) una proposta sensata. Ma poi non se ne farà nulla, perché l’importante è far parlare di sé, ergersi a paladini di una popolazione, e poi dare la colpa, se non si fa nulla, a Roma ladrona, alla Corte Costituzionale, a un’opposizione irresponsabile, e quant’altro: un giochino che è stato fatto spesso, in questi anni. Mi permetto due suggerimenti: per la Lega, e per i suoi irresponsabili compagni in questa deriva identitaria senza costrutto – i buontemponi appunto. Il primo è che si comincia a vedere che il re è nudo, che a tanto blaterare non corrisponde altrettanto fare (perché la legge non lo consente, ma anche perché la Lega stessa è migliore di certe cose che propone), e il dissenso che finalmente comincia a emergere al suo interno ne è una prova. Non si possono raccontare balle troppo spesso, troppo a lungo e a troppe persone: prima o poi qualcuno si accorge che, dietro tanto fumo, manca l’arrosto. Il secondo è che a lisciare sempre il pelo agli istinti peggiori degli individui, si finisce per produrre un elettorato, ma anche una rappresentanza politica, a immagine e somiglianza di quegli istinti. In democrazia, come giusto, i voti si contano, non si pesano: ma se si cerca il voto peggiore si finisce per scoprire che questo elegge i politici peggiori. La Lega, in particolare in Veneto, ha una storia culturale ricca, e la difesa dell’identità, della lingua, delle radici, si può fare in maniera intelligente anziché in maniera becera. Con queste derive la Lega rischia di tradire proprio la sua storia migliore. Che è anche la storia, la testimonianza e la vita dei tantissimi veneti da cui ho imparato le virtù migliori del darsi e dell’aprirsi agli altri senza confini: quelli che incontro tutti i giorni.
Stefano Allievi
16 settembre 2011
Allievi S. (2011), Le derive del venetismo deteriore

Referendum per tornare a contare

Che siamo allo sfascio, lo capirebbe anche un bambino. Lo spettacolo indecente e da vietare ai minori di un governo che fa la manovra, poi la disfa ed esulta (“così è più equa”: come se la prima l’avesse fatta qualcun altro), poi la modifica, poi si accorge che i conti non tornano, poi protesta come se fosse l’opposizione, la rifa e la ridisfa, dà l’idea non di una crisi, ma di un grottesco e catastrofico dramma, una tragedia farsesca, purtroppo senza lieto fine. È la fine non solo di questo governo al minimo storico di consenso, e non solo di questa maggioranza – che è assai opinabile che rimarrebbe tale alla prova elettorale, come i sondaggi già dicono – ma di un intero ciclo politico. E della classe politica che lo ha rappresentato e incarnato.

Che dobbiamo uscire da questa situazione è un dato. Di fronte al malato in grave peggioramento e a un’équipe medica dilettantesca e incapace, la sola possibilità di sopravvivenza del paziente è cambiare medici, e pregare che Dio ce la mandi buona. E il solo modo di farlo è cambiare ceto politico. Come? E’ ovvio, con le elezioni. Che comunque arriveranno: a breve, per implosione della maggioranza, o alla scadenza naturale, nel 2013. Ma sappiamo bene che se si andasse alle elezioni con l’attuale sistema elettorale, mandando in parlamento un nuovo manipolo di servitori obbedienti che non rispondono al popolo ma che tutto devono al capo o al partito e niente al merito e alla capacità (categoria che, a causa del sistema, finisce per includere anche i galantuomini che pure ci sono), o di allegri cambiacasacche interessati solo al potere, nulla cambierebbe davvero. Per cui bisogna cambiare il sistema elettorale.

Tutti lo dicono, anche molti che non lo pensano davvero perché sotto sotto gli viene comodo l’attuale, ma nessuno lo fa. E allora l’unico modo possibile diventa il referendum sulla legge elettorale. Certo, pochi vogliono davvero tornare al vecchio ‘matarellum’. Meglio sarebbe, per meglio selezionare gli eletti, una bella uninominale inglese, o almeno un doppio turno alla francese; o persino, come vogliono altri, un sistema tedesco con sbarramento all’ingresso. Ma comunque uno diverso. Peccato che ogni partito abbia il suo progetto, e che quindi nessuno, matematicamente, possa essere approvato. Ecco allora che la strada referendaria e il ritorno al sistema elettorale precedente diventa, se non altro, la soluzione meno peggio. Non entusiasmante, ma meglio del presente.

Ecco perché è importante che oggi un po’ di esponenti di rilevo del PD si siano finalmente svegliati, e appoggino il referendum (promosso peraltro da alcuni suoi esponenti, insieme a Italia dei Valori, Sinistra ecologia e libertà, e qualche altro), seppure con un tiepido sostegno della segreteria. La popolazione tutta – anche di centrodestra – gliene sarebbe grata, visto che non ne può più del sistema attuale, e sarebbe una straordinaria occasione di capitalizzarne il consenso. Peccato lo si faccia all’ultimo momento, quando il rischio di non raccogliere le firme è alto. Ma meglio tardi che mai.

Alla meglio, il referendum diventa lo stimolo perché i partiti si mettano finalmente d’accordo per una nuova legge elettorale. Alla meno peggio ci salverebbe quanto meno dalla tragedia di riandare a votare con l’attuale legge che il suo stesso estensore, Calderoli, definì ‘porcata’, perché impedisce ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti mediante la preferenza. E’ così difficile capirlo? Purtroppo, per la gran parte del ceto politico sì, ed ecco perché non lo sostiene. Una prova di più che bisogna cambiarlo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Referendum per tornare a contare, in “Il Mattino”, 9 settembre 2011, pp.1-9 (anche “La Nuova Venezia”, “La Tribuna di Treviso”)

After Oslo. Europe: the time has come to reflect

Stefano Allievi, University of Padua

Muslim communities all over Europe sighed with relief when they heard that the Norwegian massacre had not been carried out by one of their own. If that had been the case, the price to pay would have been a terrible one. Many non-Muslims also breathed their own sigh at not having to confirm their prejudice against Muslims. This reaction is disquieting in its triviality and automatism. The press in Muslim-majority countries is pointing out these inconsistancies, asking “Why is this not called Christian terrorism?” “Why are we not creating a plot theory?”

The massacres in Oslo and on the island of Utoya, carried out on July 22nd by lone killer Anders Behring Breivik, provide us with food for thought, while we wait for further facts to emerge on the case.

At the initial unfolding of the events, many Europeans believed the attack was of Islamic origin. This automatic reaction warrants reflection. As Europol data confirms every year, the attacks carried out and the acts of violence perpetrated by Islamic fanatics in Europe are a tiny percentage of the total attacks, bombs, massacres and murders that occur each year. For example, according to the 2010 report, there were 294 terrorist attacks in Europe (significantly fewer than in 2008 when in turn there were fewer than in 2007), of which 237 were carried out by separatists, 40 by the extreme left, 4 by the extreme right and 2 single issue attacks (linked to a specific local cause), 10 non-specific and only 1 (in Italy) of Islamic origin. In spite of this there were 587 arrests on terrorism charges during that same year, of which 413 were separatists, 29 were extreme left militants, 22 extreme right wing militants and 2 were single issue terrorists, 11 unspecified and 110 Islamists. There were 408 people sentenced for terrorist crimes , of which 268 were separatists, 39 extreme left militants, 1 extreme right militant, 11 unspecified and 89 Islamists [1]. This data can be interpreted in various ways. One could consider the discrepancy between the number of arrests and imprisonments of Islamists and the number of attacks carried out by Islamists, as a sign of effective prevention. This greater vigilance concerning this kind of terrorism has had a real effect, with a number of attacks in various countries prevented in locations where there would have been high numbers of victims, such as airports and other public places. One the other hand, one could see this data as the mark of selective attention and greater nervousness regarding Islamist terrorism, and perhaps an underestimation of other kinds of terrorism, such as from the extreme right.
This data cannot be blamed exclusively on the media, although the media is a phenomenal amplifier and sound box for the European fear of Islamism. These numbers should also make us seriously reflect, not only on the presence of Islam in Europe, but also on what it means to be European, and on our attitude toward Islam and Muslims [2]. Biases against Muslims in Europe can be traced back to a long campaign that precedes 9/11 and that has proved to be very effective and pervasive. The Northern League’s campaign against mosques in Italy began in 2000 [3], and even before that, Islamophobia was constructed by the Front National in France and by other political players in various countries [4]. Therefore, some prejudices are not so much a reaction to Islamic violence in the West, but rather something far more profound and ancient.
We seem unable to abandon this Pavlovian reflex in spite of frequently being proved wrong. In fact the news all too often reports on the risk of Islamic attacks that then never take place during great events, such as the Olympic Games, the G8, the Jubilee, and so on. There are occasional confirmations, but our automatic reaction never results in a debate, reflection or demands for a self-critical analysis. Shouting ‘Islamic wolf’ has enabled successful careers in journalism, the security forces, the judicial sector and, of course, in politics. Private, let alone public, apologies to Muslims for mistakes are very rare. And yet, this phenomenon has damaged the lives of thousands of Muslims, who then become the occasional victims, if not of violence, certainly of rejection, controversy and ordinary daily harassment at school, at work and on the streets.
Muslim communities all over Europe sighed with relief when they heard that the Norwegian massacre had not been carried out by one of their own. If that had been the case, the price to pay would have been a terrible one. Many non-Muslims also breathed their own sigh at not having to confirm their prejudice against Muslims. This reaction is disquieting in its triviality and automatism. The press in Muslim-majority countries is pointing out these inconsistancies, asking “Why is this not called Christian terrorism?” “Why are we not creating a plot theory?” These are questions that should be asked throughout the West as well.
We must also reflect upon Europe’s internal violence, which has been emerging in recent years. Fear of an Islamic danger has produced a crowded web of large and small political parties, groups, websites, newspapers, writers and intellectuals, competing in the easy and productive Islamophobia market at so much per kilo. This is the hornet’s nest in which the Oslo assassin dipped his hands and then drafted his extremely personal opinions and his tragic conclusions. It is no coincidence that many of these references are quoted in his memorial, and it is significant that the xenophobic and islamophobic ravings he published are filled with recurrent themes that are actually widespread among the mainstream media and extremist viewpoints in Europe. These references consist of buzzwords, quotes and even specific linguistic similarities, such as calling Europe ‘Eurabia’, a neologism invented by Bat Ye’or but brought to success by Oriana Fallaci, who was also quoted by Breivik[5].
It is obvious that it would be neither correct nor intelligent to blame on his intellectual references the responsibility and consequences of Breivik’s actions. This, as always, would be a very slippery slope. One cannot, however, ignore that on this subject there have been bad teachers (yes, precisely in the sense used in other times and other political circles for Toni Negri and others) and terrible practitioners. Some of these voices have been provided with disproportionate and uncontested space in the public debate and the media, permitted to use language that other cases would not be allowed[6]. In many political speeches, in too many newspaper articles and even in statements from religious leaders, if one replaced the word ‘Muslim’ with the word ‘Jew’, these same statements would be considered simply unutterable. The rise in xenophobic and Islamophobic political parties all over Europe proves that this is not just a question of style. There are too many misunderstandings, too many shortcuts, too much superficiality and too many mistakes. There is too little internal debate and, of course, a number of unacceptable acts of violence. But the time has come for everyone to seriously reflect on where all this is leading us.
—————————
[1] For those wishing to research the matter personally, the link so little used by journalists and self-appointed experts on Islam, is: http://www.europol.europa.eu/content/publication/te-sat-2010-eu-terrorism-situation-trend-report-671 (see in particular pages 10 and 11 as the in-depth analyses on Islamic terrorism, especially the one mentioned above from page 18 onwards).
[2] See S. Allievi, Le trappole dell’immaginario. Islam e occidente, Forum, 2007.
[3] Italian Islam’s ‘Black September’ was in 2000, when the anti-Muslim kulturkampf became apparent in various circles, such as with the publication and favourable reception and disseminating of an essay by political analyst Giovanni Sartori, entitled Pluralism, multiculturalism and foreigners, filled with inaccuracies, inconsistencies and blunders, but extremely successful. Then there was the pastoral letter from the then Cardinal of Bologna Giacomo Biffi, equally widely broadcast and debated in Catholic circles, resulting in a peculiar Catholic form of Islamophobia until then silent. And of course there was the Northern League’s political campaign, which started with the case involving the mosque in Lodi and that has never ended. On the contrary, it is in constant evolution (on the Italian case see my books Islam italiano, Einaudi, 2003, and I musulmani e la società italiana, Franco Angeli, 2009).
[4] V. Geisser, La nouvelle islamophobie, La Découverte, 2003; M. Massari, Islamofobia. La paura e l’islam, Laterza, 2006; C. Allen, Islamophobia, Ashgate, 2010.
[5] See G. Bosetti, Cattiva maestra. La rabbia di Oriana Fallaci e il suo contagio, Marsilio, 2005, and S. Allievi, Ragioni senza forza, forze senza ragione, Emi, 2004, and also Niente di personale signora Fallaci. Una trilogia alternativa, Aliberti, 2006.
[6] The case involving the Northern League’s MEP Borghezio, is paradigmatic but anything but unique. Only on this one occasion was he good-naturedly suspended by the party for three months for having made the unutterable statement that he agreed totally with the reasons and motivations, albeit not the methods, that inspired the Oslo assassin. The aforementioned Member of the European Parliament is a professional statement-maker on this subject (he effectively does practically nothing else), and is elected on the basis of these reasons. He is hero of the Northern League’s base, celebrated in Pontida, and has never been invited to use more moderate language, let alone more serious arguments.

http://www.resetdoc.org/story/00000021694

Conflitto sociale tra generazioni

La politica contro i giovani

E’ significativo che sia proprio la Lega, il partito che passa per essere quello con il maggior sostegno giovanile, a farsi paladino della battaglia contro l’innalzamento dell’età pensionabile (accettando piuttosto un taglio ulteriore ai già stremati enti locali, in contraddizione lacerante con la sua stessa ragion d’essere, il federalismo). E se le modalità d’azione – tra parolacce, pernacchie e dita medie alzate – possono sembrare giovanilistiche, il contenuto è un furto con scasso ulteriore al futuro e alla speranza dei giovani di questo paese.

E’ la tragica conferma di come la classe politica, vecchia d’età e di metodi, sia anche la rappresentante ufficiale della parte più anziana della società e dei suoi interessi, e solo di essa. E’ evidente che, tra tante cose dolorose da fare in tempi di crisi, quella di innalzare l’età pensionabile (tranne che per i lavori usuranti) e di parificare quella tra uomo e donna, è una di quelle da mettere in cantiere. Per una semplice ragione demografica: in un secolo la speranza di vita si è alzata di quasi trent’anni (e di quasi due anni per gli uomini e 1,3 per le donne solo nell’ultimo decennio, con veloce tendenza all’aumento), e le donne vivono mediamente sei anni più degli uomini. E per un’ovvia ragione di equità: chi manterrà questo esercito di pensionati poveri ma longevi saranno le nuove generazioni più povere di loro, su cui già abbiamo rovesciato l’onere pesantissimo del debito pubblico, e che vivono in un mondo del lavoro molto più duro, precario e concorrenziale dei loro genitori.

Preferire addirittura di tagliare ulteriormente i trasferimenti agli enti locali, che già hanno tagliato tutte le politiche sociali e culturali, e ovviamente in primis quelle rivolte ai giovani, è semplicemente criminale, in un paese che spende (dati Censis) il 60% della sua spesa sociale in pensioni (contro il 45% della media europea, e di paesi con un livello di protezione sociale molto superiore al nostro, come la Francia e la Germania), e solo un’infima parte per iniziative in favore dell’infanzia, dell’adolescenza, dei giovani e delle famiglie.

Naturalmente la Lega non è sola in questa difesa a oltranza dell’età pensionabile. Ha in buona compagnia la Cgil e i sindacati in genere (che non a caso vedono nei pensionati, ormai, la maggioranza dei loro iscritti), ma anche un ampio fronte dell’opposizione di sinistra. Quella parte, almeno, che non ha il coraggio di dire al suo elettorato delle scomode verità.

Giusto non considerare l’età pensionabile un modo “per chiudere il buco del giorno”, come dice Bersani. Inevitabile tuttavia parlarne, in una logica non di semplice riduzione dei costi, come fa attualmente la manovra del governo, ma di sviluppo e di ripresa, che fin qui non si è vista. In questa logica sarebbe normale investire piuttosto in ricerca e sviluppo (una spesa nello stesso tempo a favore dei giovani, della conoscenza e dell’impresa) un 3-4% in più di Pil, come fanno da anni gli altri paesi europei, mentre noi siamo fermi a mezzo punto percentuale (e i privati investono altrettanto poco). Alla lunga ne beneficerebbero anche i futuri pensionati, potendo contare su qualche certezza in più e un paese in ripresa anziché in declino.

Non farlo è la dimostrazione di un durissimo, anche se taciuto, conflitto sociale in atto: non più tra classi, ma tra generazioni.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Conflitto sociale tra generazioni, in “Il Mattino”, 25 agosto 2011, pp. 1-7 (Anche “La Tribuna di Treviso”)